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Tricolore in armi


 L’Italia aumenta l’export di armi del 157%, lungo la rotta del Piano Mattei

Grande festa sui mercati dell’industria bellica. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha aumentato l’esportazione di armi del 157%. Il maggior incremento percentuale su scala mondiale.

Rivelatrice è la rotta dell’export italiano. «Il 59% delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente , il 16% è andato in Asia e Oceania, il 13% in Europa» documenta Il Sole 24 Ore (10 marzo). Dunque la stragrande maggioranza dell’export militare non è andato “all’Ucraina”, come magari pensa qualche sprovveduto campista. È andato in misura preponderante a Israele, Egitto e monarchie del Golfo. È la rotta dell’imperialismo italiano, è la rotta del piano Mattei.

Le armi non sono solo procacciatrici di profitti per azionisti e mercanti del settore. Tracciano anche aree di influenza, lubrificano relazioni diplomatiche. L’Italia si muove da tempo in direzione dell’ampliamento del proprio raggio di affari e relazioni in Medio Oriente. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri seguono ed ispirano il tracciato, a danno per lo più della Francia, e con sponda americana. Questa rotta non è stata inventata da Meloni. Ha almeno dieci anni di lavorio alle spalle, con i contributi del governo Renzi (Arabia Saudita), Gentiloni-Minniti (Nord Africa), Draghi (Golfo). È vero invece che il governo Meloni ha dato un assetto più complessivo e sistemico al disegno. Anche per legittimarsi presso il grande capitale italiano e raccogliere i suoi favori. Trasversali.

Non a caso la grande stampa borghese del gruppo GEDI (La Stampa e Repubblica) come quella del gruppo Cairo (Corriere della Sera) ha lustrato il piano Mattei, anche al di là del proprio posizionamento politico verso il governo. Come non è un caso che i partiti borghesi dell’opposizione liberale, PD e M5S, abbiano votato a favore della missione navale in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, assieme a Meloni, in pieno genocidio. Una missione militare tuttora operativa ed anzi pericolosamente rafforzata di cui nessuna “opposizione” in Parlamento, guarda caso, reclama la revoca. Neppure in presenza della nuova guerra sionista americana, e della minacciata riapertura manu militari del Canale di Hormuz da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia.

Sì, il Board of Peace ha diviso il fronte borghese. La tavola trumpiana è troppo grottesca e provocatoria, troppo divisiva verso la UE, per essere accettata dagli europeisti liberali in Italia. Ma attenzione: un conto è la tavola, e un conto è il menù. E il menù sono gli interessi superiori dell’imperialismo italiano, quelli che vanno al di là di ogni confine politico.

Una coalizione liberale di centrosinistra che si candida ad alternanza di sistema non romperà mai con lo Stato sionista, con le monarchie petrolifere, con l’industria bellica, con la loro rotta d’affari. Il piano coloniale di Trump a settembre non vide un solo voto contrario nel Parlamento italiano. Ai vertici della Fondazione Leonardo siedono uomini del PD o provenienti dalle sue file (Minniti). Nella Commissione Difesa il personale politico del PD è da sempre procacciatore d’affari per l’industria bellica, sia quando è al governo (Roberta Pinotti) sia quando è all’opposizione (Lorenzo Guerini). Quanto al “pacifista” Giuseppe Conte, ha anticipato il proprio sostegno ad una partecipazione italiana alla futura “forza di stabilizzazione” per Gaza, come al rafforzamento dei Carabinieri in Cisgiordania quali formatori della polizia palestinese (collaborazionista) di Abu Mazen («l’Italia potrebbe svolgere un ruolo a Gaza, abbiamo dei professionisti apprezzati sempre in tutto il mondo»)Giorgia Meloni ha significativamente dichiarato che quel passaggio potrebbe registrare un voto unanime del Parlamento.

L’esperienza dimostra che non si può rompere con l’industria bellica e col militarismo coloniale senza rompere con il capitalismo e l’imperialismo italiano. Il fatto che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica sia oggi avanzata in Italia dal solo Partito Comunista dei Lavoratori ci parla non solo della subalternità della sinistra, ma anche dell’attualità di una sinistra rivoluzionaria quale strumento di lotta coerente contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Industria delle armi e imperialismo italiano

 


5 Dicembre 2024

English version

La vittoria di Trump negli USA è un ulteriore fattore di traino della corsa alle armi in Europa. La corsa è partita da almeno un decennio in tutti gli stati imperialisti del vecchio continente. L'invasione russa dell'Ucraina ha accelerato il suo passo. Ora il passo diventa affannoso.

Già prima delle elezioni americane, e del loro esito prevedibile, il rapporto Draghi aveva sottolineato l'esigenza di una “difesa comune europea” attraverso due vie tra loro combinate: il reperimento delle enormi risorse necessarie con un nuovo indebitamento straordinario continentale (un incremento di 800 miliardi annui, il 5% del PIL dell'Unione Europea), e la progressiva unificazione a livello europeo del complesso industriale-militare. Ma entrambe le vie appaiono ostruite. Da un lato, l'imperialismo tedesco, in profonda crisi, non vuole accollarsi i costi di un nuovo debito europeo. Dall'altro, i diversi monopoli delle industrie militari nazionali sgomitano gli uni contro gli altri per accaparrarsi le accresciute commesse e guadagnare spazi di mercato.

Anche le cooperazioni aziendali transnazionali, che pur si moltiplicano, seguono questa rotta.
La concorrenza nella produzione degli aerei di combattimento è emblematica. Gran Bretagna, Germania, Spagna, Italia cooperano nella produzione di Eurofighter, la Francia punta sul proprio Rafale, la Svezia produce il Gripen. Il futuro cacciabombardiere di sesta generazione (Tempest) vede la collaborazione di aziende britanniche, italiane, giapponesi, con la benedizione dei rispettivi governi, ma la Francia gli contrappone un proprio progetto (Future Combat Air System), non volendo collaborare con l'industria militare britannica. Così l'industria militare americana mantiene saldo il proprio primato, e incassa buona parte delle stesse commesse militari europee, con la relativa protesta della Francia.
La spesa militare europea (313 miliardi di dollari nel 2023) è complessivamente il triplo di quella della Russia (che pur è cresciuta nel solo 2023 del 24%), ma resta segnata da una forte frammentazione.

L'imperialismo italiano si muove in questo quadro d'insieme.

La spesa militare italiana è in crescita da dieci anni (+ 61%). E non ha atteso, come molti pensano, la guerra d'Ucraina. Nel 2020, in piena tempesta Covid, il governo presieduto da Giuseppe Conte (quello che oggi fa il “pacifista”) aumentò la spesa militare in un solo anno del 9,6%, dopo aver concordato in sede NATO il famoso impegno per la prospettiva del 2% del PIL. La profonda crisi recessiva a ridosso della pandemia rallentò parzialmente la corsa. Ma l'attuale governo Meloni-Crosetto si impegna a recuperare i “ritardi”, portando la spesa militare al tetto record di 32 miliardi di euro, e le sole spese in nuovi armamenti ad oltre 13 miliardi annui (40 miliardi nel triennio). Ciò che si è tolto a reddito di cittadinanza, sanità, scuola, servizi lo si investe (anche) nel militarismo. Colpisce il raffronto con la spesa prevista per il dissesto idrogeologico: 1,8 miliardi.

Le aziende militari tricolori si muovono nel solco di questa dinamica.
L'azienda Leonardo (ex Finmeccanica), fiore all'occhiello del militarismo patrio, è in piena espansione di utili e di affari. Attualmente è la seconda azienda militare in Europa alle spalle della britannica BAE Systems, con un fatturato che supera gli 11 miliardi. Ma le sue mire vanno oltre. Leonardo punta ad allargare la produzione di elicotteri militari (con cui già equipaggia lo stato sionista) attraverso la collaborazione con Airbus; prova a scalare posizioni nell'economia dello spazio, facendo leva sulla forte partecipazione azionaria (33%) a Thales Alenia Space. Soprattutto, investe sulla produzione di un nuovo carro armato pesante europeo, detto Main Ground Combat System. Decisiva al riguardo la joint venture con la tedesca Rheinmetall, con sede operativa presso la OTO Melara di La Spezia. Mentre un'altra azienda tedesca, Krauss-Maffei Wegmann (gruppo KNDS) che produce il già noto Leopard, gli contende il mercato.

Parallelamente corre Fincantieri. Il suo balzo in Borsa nell'ultimo anno è del 34%. Ha oggi in portafoglio ordini per 41,1 miliardi. Il suo principale obiettivo di investimento è rappresentato dai sommergibili: un mercato mondiale che vale oltre i 400 miliardi.
Le dinamiche di guerra sospingono il grande affare. Come afferma il Corriere della Sera (11 novembre), «i sommergibili sono tra i mezzi più temuti: possono servire per mappare in segreto le infrastrutture critiche dei Paesi nemici oppure, nello scenario peggiore, per sabotare o attaccare le navi commerciali e militari».
I fondali marini peraltro sono più che mai territorio strategico, ospitano oltre 1,4 milioni di km di cavi sottomarini, sui quali scorrono quotidianamente dati e transazioni finanziarie. Nel solo Mediterraneo oltre 320 mila km di gasdotti e oleodotti.
Nella sua storia, Fincantieri ha prodotto più di 180 sommergibili, ed oggi è in prima fila per onorare la nuova domanda tricolore. Sia attraverso la produzione di droni subacquei, con e senza pilota, «mezzi economici e tremendamente efficaci... per la difesa e, nel caso, anche per l'attacco» (Corriere); sia attraverso la progettazione di nuovi sottomarini nucleari commissionati a Fincantieri dal ministero della Difesa, con tanto di coinvolgimento dell'Università di Genova. È il Piano nazionale per la ricerca militare 2023: si chiama "Minerva – Marinizzazione di impianto nucleare per l'energia di bordo di vascelli armati”.
La grande ambizione di Fincantieri è mettere le mani sulla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems, e sui cantieri navali di Kiel, specializzati nella costruzione di navi e sottomarini miliatari. Magari attraverso una joint venture paritetica che consentirebbe un salto enorme di capacità produttiva e peso globale.

La crescita dell'industria militare italiana si combina col ruolo dell'imperialismo patrio su scala internazionale. Sale, non a caso, la spesa programmata per le missioni militari in cui l'Italia è coinvolta, spesso con un ruolo rilevante.

È il caso del ruolo dell'Italia in Medio Oriente. Innanzitutto nel Mar Rosso, in una missione militare votata in parlamento da un ampio fronte di unità nazionale – da Fratelli d'Italia al M5S, passando per il PD – apertamente schierata contro gli houti, a difesa delle navi dirette verso i porti della Palestina occupata. Cioè a difesa di Israele.
Ma anche in Libano, dove l'Italia ha un ruolo centrale nella cosiddetta “missione di pace” UNIFIL (1200 uomini). Una missione intrapresa nel 1978, e poi molto rafforzata nel 2006 col concorso decisivo del governo di Romano Prodi (cui partecipava Rifondazione Comunista). Una missione nata originariamente con lo scopo (fallito) di favorire il disarmo di Hezbollah da parte del governo libanese al fine di compensare e riscattare la sconfitta dell'invasione israeliana del Libano di allora; ed oggi impegnata a rinegoziare con le autorità libanesi il disarmo di Hezbollah sotto la frusta della nuova guerra d'invasione sionista, sullo sfondo del massacro dei palestinesi.

Tanto più oggi l'”applicazione” della famosa risoluzione ONU 1701, quale soluzione di “pace”, significa infatti esattamente questo: aiutare la ricostruzione di una forza militare libanese che possa completare, il più possibile “pacificamente”, il lavoro sporco dello stato sionista, con la benedizione degli altri attori regionali e degli alleati imperialisti. Meloni e Crosetto chiamano “pace” un Libano ripulito dalla resistenza filopalestinese. A tal fine chiedono agli imperialismi alleati di concordare nuove regole d'ingaggio per la missione UNIFIL. Nel mentre, candidano i Carabinieri al ruolo di addestratori di una futura polizia militare per l'ordine pubblico in Palestina, ruolo peraltro già svolto al servizio della polizia di ANP in Cisgiordania.

Ma l'impegno dell'imperialismo italiano si proietta su scala globale, ben al di là del Medio Oriente. «Manovre nel Mar Cinese del Sud, la prima volta delle navi italiane»: così il quotidiano liberalprogressista La Repubblica (13 settembre) saluta enfaticamente il ruolo della portaerei Cavour nelle operazioni militari sul Pacifico.
Per la “prima volta” una portaerei italiana guida un gruppo navale composto da navi americane, francesi, spagnole, tedesche, australiane, giapponesi. «Il gruppo è salpato da Taranto a inizio giugno, ha attraversato il canale di Suez e nel Mar Rosso sono iniziate le attività di addestramento con la portaerei USA Roosevelt, e poi proseguite in Australia partecipando all'esercitazione Pitch Black che ha visto trasferire nelle basi dell'Oceania jet da combattimento delle ultime generazioni...» (La Repubblica). L'addestramento passa per due simulazioni di combattimento: la prima ha visto impegnati i modernissimi caccia F-35B e i più stagionati Harriera nel respingimento virtuale di «squadriglie nemiche»; la seconda ha visto l'azione coordinata di navi, aerei, elicotteri per «dare la caccia a una minaccia negli abissi».
Il ministro Crosetto ha motivato le operazioni, e la relativa partecipazione italiana, con queste parole: “Stiamo stringendo legami più profondi con paesi amici, perché vogliamo mantenere la libertà di navigazione e la sicurezza marittima in questa regione al fine di promuove il commercio e proteggere le catene di approvvigionamento”. Cosa non si fa per la “libertà”...

Il Pacifico si configura sempre più, in prospettiva, come il principale teatro della collisione tra imperialismo USA e imperialismo cinese. Un imperialismo in declino ma ancora dominante e un imperialismo in ascesa con ambizioni crescenti. È la rotta potenziale di una futura grande guerra per la spartizione del mondo. L'estensione della NATO sul Pacifico, con l'arruolamento di Giappone, Corea del Sud, Australia è parte della preparazione alla guerra. Come lo è, sul versante opposto, la stretta cinese su Taiwan. L'imperialismo italiano non è spettatore ma partecipe della grande alleanza a guida USA. E non vuole restare in seconda fila. Come non lo vogliono Leonardo e Fincantieri. L'imperialismo di casa nostra è innanzitutto l'imperialismo tricolore.

Partito Comunista dei Lavoratori

Armi italiane allo Stato sionista

 


Gruppo Leonardo e Banca Intesa riforniscono la guerra contro i palestinesi. Il governo italiano è coinvolto

La potenza di fuoco criminale dello Stato sionista contro il popolo palestinese si avvale del contributo italiano. Il 30 ottobre 2023, nei giorni dei primi bombardamenti a tappeto su Gaza, Il gruppo Leonardo SpA, società leader del settore militare tricolore, si accordava con Elbit Systems, azienda israeliana della difesa, per lo sviluppo di un nuovo sistema laser che le truppe possono usare per esplorare le posizioni nemiche e coordinare gli attacchi. L'accordo fa seguito alla cospicua fornitura di elicotteri militari a Israele da parte del gruppo Leonardo avvenuta nella scorsa primavera.

Non si tratta di affari “privati”, per quanto immondi. Il gruppo Leonardo – prima azienda militare in Europa e dodicesima a livello mondiale in fatto di vendita d'armi – è controllato dal “nostro” ministero dell'Economia e delle Finanze, ed anche per questo gode del finanziamento massiccio di Banca Intesa, fiore all'occhiello assieme a Unicredit del sistema bancario italiano. Questo significa che l'imperialismo italiano e il governo Meloni sono pienamente coinvolti nel massacro in corso contro la popolazione di Gaza. Lo sono non solo sul piano politico, col proprio sostegno allo Stato sionista, ma anche di fatto sul piano militare.

L'opposizione alla guerra genocida di Israele richiama dunque più che mai il dovere dell'opposizione all'imperialismo di casa nostra. L'intero movimento operaio e sindacale italiano deve battersi per boicottare ogni traffico e complicità militare col sionismo, unendosi all'azione di boicottaggio intrapreso contro Israele dai settori più avanzati del movimento operaio internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Scemi di guerra e ipocriti di pace

 


La strana infatuazione della sinistra “radicale” per Marco Travaglio

Scemi di guerra. Un paese pacifista preso in ostaggio dai no pax è il nuovo best seller di Marco Travaglio. Ma è anche la nuova Bibbia di tanta parte della sinistra cosiddetta radicale in tema di Ucraina e di guerra.

Diciamo subito che la capacità di attrazione del travaglismo a sinistra è un fenomeno sconcertante. Travaglio non avrebbe nulla nel suo pedigree per meritare simpatie a sinistra. Allievo di Indro Montanelli, è stato il nume tutelare del giustizialismo manettaro negli ultimi vent'anni e passa, facendo leva sull'antiberlusconismo. È stato l'inquisitore di Lotta Continua sul caso Calabresi, in omaggio alla campagna dei PM. Il paladino di Antonio Di Pietro nel 2001 quando respingeva l'inchiesta parlamentare sul G8 di Genova a difesa dell'onorabilità della polizia. È stato il cantore di Beppe Grillo nel 2013 quando inveiva contro l'esistenza stessa dei sindacati. È stato la sponda giornalistica di Giuseppe Conte nel 2018 quando governava con Salvini e di Di Maio contro «i taxi del mare». Ha inoltre sostenuto le inchieste giudiziarie più maldestre contro le ONG, le sentenze forcaiole contro Mimmo Lucano, la campagna contro Alfredo Cospito a difesa del 41 bis... La simpatia che Travaglio incontra a sinistra è solo la misura dell'eclisse culturale di quest'ultima. Il travaglismo è la malattia senile di un riformismo in disarmo.

Ma è sulla guerra in Ucraina che questo connubio incontra la traduzione più imbarazzante.
La posizione di Travaglio in fatto di Ucraina è, in buona sostanza, che gli ucraini se la sono cercata, che la Russia è stata provocata, che la guerra al fondo è una guerra americana contro la Russia, che gli italiani sono ostaggi di una guerra americana, che la fine della guerra è cessare di armare l'Ucraina. Punto.
Non è una posizione originale. Coincide esattamente con la rappresentazione propagandistica di Putin, in funzione dei suoi propri interessi. Ma coincide anche con la pubblica opinione di Berlusconi, esternata in clamorose dichiarazioni. Con le opinioni di Matteo Salvini, di Marine Le Pen e dell'estrema destra tedesca. Con le posizioni pubbliche di Donald Trump, che ne fa addirittura un asse della propria campagna elettorale per le le presidenziali. Non a caso Il Fatto Quotidiano ha ospitato di recente un editoriale di Massimo Fini, antiecologista radicale, proprio a sostegno esplicito di Donald Trump nel nome della pace in Ucraina.

Il fatto nuovo è che Travaglio ha sentito il bisogno di riciclare tali posizioni in libro di 457 pagine, e che buona parte del campo pacifista pende dalle labbra di questo libro. Questa è l'unica ragione per cui ce ne occupiamo.

Il libro è costruito su un impianto retorico abile. Per liberarsi dell'accusa di filoputinismo enumera gli infiniti accreditamenti di cui Putin ha goduto in passato da parte degli attuali atlantisti di ogni sponda politica. E qui indubbiamente non ha che da scegliere. “Ipocriti, oggi date a me del putiniano quando siete stati voi a sostenere l'autocrate”, dichiara Travaglio con puntuali citazioni politiche e giornalistiche a 360 gradi prese dalla cronaca degli ultimi vent'anni. Se non che l'ipocrisia degli altri non assolve la propria ipocrisia. Semplicemente la maschera.


LA RIMOZIONE DEI FINI DICHIARATI DELL'INVASIONE RUSSA

La “guerra per procura” è la tesi di fondo del libro. Letteralmente, se le parole hanno un senso, significa che l'Ucraina è stata spinta in guerra dagli USA e che gli USA punterebbero attraverso l'Ucraina all'escalation militare. Non potendo negare l'invasione russa del 24 febbraio del 2022, Travaglio la presenta come una sorta di trappolone ordito dagli USA in cui Putin sarebbe caduto. L'invasione dell'Ucraina sarebbe stata letteralmente un augurio e un auspicio di Biden, che avrebbe spinto per l'invasione contro un Putin disponibile al dialogo. Questa rappresentazione, assai popolare in alcuni ambienti della sinistra, è costruita innanzitutto sulla negazione dei fatti. Più precisamente sulla negazione del ruolo reale di ogni protagonista.

In primo luogo, nega la natura e gli scopi dichiarati dell'invasione russa. Nel discorso a reti unificate del 21 febbraio è Putin stesso ad aver presentato al mondo le ragioni dell'imminente invasione: non la difesa del Donbass ma l'annessione dell'Ucraina.

«Cittadini della Russia... questo mio discorso riguarda gli eventi in Ucraina e perché sono così importanti per noi per la Russia... Vorrei sottolineare ancora una volta che l'Ucraina per noi non è solo un paese vicino: è una parte inalienabile della nostra storia, della nostra cultura, e del nostro spazio spirituale... L'Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia, o per essere più precisi dalla Russia bolscevica e comunista. Questo processo iniziò praticamente subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi compagni lo portarono avanti in un modo che risultò estremamente duro per la Russia, separando quella che è storicamente terra russa... L'Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può essere giustamente chiamata l'Ucraina di Vladimir Lenin... Uno stato confederativo e uno slogan sul diritto all'autodeterminazione delle nazioni, fino alla secessione, furono posti alla base della struttura sovietica... L'URSS è stata fondata al posto dell'ex impero russo nel 1922... La disintegrazione del nostro paese unito è stata causata dagli errori dei leader bolscevichi... È un vero peccato che le basi del nostro Stato non siano state ripulite dalle odiose e utopiche fantasie ispirate dalla rivoluzione che sono distruttive per qualsiasi stato normale... Volete la decomunistizzazione? Molto bene, ma perché fermarsi a metà strada? Siamo pronti a mostrare cosa significherebbe per l'Ucraina una vera decomunistizzazione...»

Dunque l'invasione dell'Ucraina aveva come obiettivo pubblicamente dichiarato il suo ritorno alla terra russa; la fine della sua autodeterminazione nazionale voluta dai comunisti di Lenin, e il ritorno dell'impero russo in Ucraina. Colpisce come tanta parte degli estimatori “comunisti” di Putin rimuovano la retorica ferocemente anticomunista che ha accompagnato l'invasione russa dell'Ucraina.
Ma non è di questo che ora ci occupiamo. Ci occupiamo del fatto che l'invasione è stata dettata dalle autonome ragioni dell'imperialismo russo, non da quelle dell'imperialismo americano. Negare questa verità dichiarata, attribuire l'invasione alla trama USA, come fa Travaglio, è la prima bufala del libro.

Significa allora che la NATO non ha alcuna responsabilità nella esplosione della guerra? Certo che no. L'espansione dei confini NATO in Europa dopo il crollo dell'URSS ha sicuramente concorso al contesto storico della guerra. Ma se è per quello vi ha concorso anche (e soprattutto) la disfatta dell'imperialismo USA prima in Iraq e poi in Afghanistan, combinata con l'ascesa mondiale dell'imperialismo cinese a ridosso della crisi capitalistica internazionale del 2008. Se l'imperialismo russo voleva riprendersi l'Ucraina è perché puntava a capitalizzare l'indebolimento USA, l'ascesa cinese, i nuovi equilibri mondiali. Si può non vederlo?


LA NEGAZIONE DEI FATTI, DELLA DINAMICA DI GUERRA, DEL TEATRO STESSO DELLA GUERRA

Un secondo risvolto della cosiddetta guerra per procura passa per la negazione dei fatti intercorsi al piede di partenza del conflitto.

Un fatto accertato – da tutti riconosciuto e da nessuno negato – è che nei giorni successivi all'invasione gli USA abbiano offerto a Zelensky un possibile asilo politico in Florida. Non solo non gli hanno chiesto di resistere, ma gli hanno offerto la fuga. Pura beneficienza? No. L'imperialismo USA in quei giorni era convinto che l'Ucraina avrebbe ceduto inevitabilmente all'imponente superiorità russa, e che ogni resistenza sarebbe stata vana e avventurosa. Era la stessa opinione di Scholz. Fu la scelta ucraina della resistenza militare all'invasione (“Non ho bisogno di un passaporto ma di armi” rispose Zelensky) a modificare il quadro della guerra, contro le previsioni USA e tedesche.
Fu solo a fronte della imprevista resistenza ucraina che l'imperialismo USA e gli imperialismi NATO scelsero di sostenerla per interesse proprio. Una scelta diversa infatti avrebbe messo a rischio la tenuta stessa della NATO sul versante nord-europeo e un crollo di credibilità dell'imperialismo USA su scala mondiale, a tutto vantaggio della Cina, che è il vero avversario strategico degli USA. La teoria della guerra per procura (mandiamo avanti Zelensky per fare guerra alla Russia) si appoggia dunque sul capovolgimento della realtà.

Un terzo risvolto della teoria della guerra per procura passa per l'incomprensione della dinamica di guerra. Davvero gli USA spingono per l'escalation militare in Ucraina? Davvero spingono in direzione della guerra NATO contro la Russia? È questa, com'è noto, la tesi propagandistica del Cremlino, ma non regge alla prova dell'evidenza. Certo, gli imperialismi NATO hanno profuso aiuti militari importanti e determinanti, per un totale al momento di 65 miliardi di dollari. L'imperialismo USA e poi l'imperialismo britannico sono i principali contributori. Senza il loro sostegno sarebbe stata e sarebbe vana la resistenza ucraina contro una potenza russa enormemente superiore in fatto di riserve umane (milioni di reclutabili), carri armati (oltre 10000), aerei da combattimento (circa 3000).

Ma tutto questo non significa affatto che gli USA puntino sull'escalation. In realtà la durata della guerra, e a maggior ragione una sua radicalizzazione, sono un serio problema per gli USA. Per le casse federali, a fronte di un debito pubblico americano mai così alto. Per la campagna elettorale di Biden, insidiata dalla propaganda “pacifista” di Trump. Per la tenuta alla lunga delle alleanze USA in Europa sul fronte franco-tedesco, come emerge nelle posture altalenanti di Macron. Per l'evidente crisi di egemonia mondiale degli USA a fronte dell'allargamento dell'iniziativa diplomatica cinese in America Latina (Brasile), in Medio Oriente (Arabia Saudita e Iran), e naturalmente in Africa.
La verità è che gli USA cercano una via d'uscita dalla guerra che eviti sia la sconfitta ucraina che la guerra NATO contro la Russia. Un equilibrio molto difficile da ottenere, e permanentemente a rischio. Nel frattempo chiedono all'Ucraina di non attaccare in profondità il territorio russo, respingono ogni ipotesi di no fly zone, rifiutano l'adesione dell'Ucraina alla NATO durante la guerra in corso... Naturalmente non lo fanno perché "pacifisti". Lo fanno, al contrario, perché hanno da pensare alla possibile guerra futura contro la Cina sui mari del Pacifico, il vero crinale di una futura possibile terza guerra mondiale. È la ragione per cui paradossalmente proprio il Pentagono frena sugli aiuti a Kiev: “Non possiamo disarmarci, dobbiamo pensare a Taiwan”.

Il quarto risvolto della teoria della guerra per procura è la rimozione della popolazione ucraina. Che è la vittima quotidiana della guerra vera. Quella promossa dall'invasione russa a partire dal 24 febbraio 2022. Quella che non a caso si combatte in Ucraina, non in Russia, nel paese invaso, non nel paese imperialista invasore. Quella che conta ogni giorno morti, feriti, innumerevoli privazioni per la popolazione civile aggredita per via della distruzione di case, scuole, ospedali, fabbriche in tutte le regioni dell'Ucraina. Quella che ha fatto più di dieci milioni di sfollati ucraini. Questo elementare principio di realtà è rimosso da tutte le letture geopolitiche del conflitto. Che addirittura, come nel caso di Travaglio e del professor Orsini, rappresentano le sofferenze ucraine non come il prodotto dei bombardamenti russi ma come il portato della resistenza ai bombardamenti, cioè... della “guerra voluta dalla NATO”. Con un capovolgimento così radicale della logica da richiedere l'attenzione della psicoanalisi.


A PROPOSITO DEL DONBASS

Per replicare alla verità, Travaglio richiama la guerra ucraina contro il Donbass del 2014. È uno dei motivi portanti del libro. «Se la gente scoprisse la verità capirebbe che il mantra atlantista “Putin aggressore e Zelensky aggredito” vale solo dal 2022; prima per otto anni gli aggressori erano i governi di Kiev...».
In realtà se tanti compagni scoprissero la verità comprenderebbero che Travaglio bara. Perché scomodare la guerra del 2014 per spiegare la guerra del 2022? La guerra del nazionalismo reazionario ucraino della destra di Poroshenko contro i diritti linguistici delle popolazioni russofone del Donbass è un'altra guerra. Colpiva i diritti di autodeterminazione del Donbass nel nome della “grande Ucraina”. Per questo coerentemente ci schierammo a fianco delle popolazioni russofone e delle Repubbliche separatiste contro il governo ucraino post-Maidan, nonostante la natura rossobruna dei governi separatisti e il sostegno loro accordato dall'imperialismo russo. È il caso di ricordare che Zelensky nel 2019 raccolse una massa di voti nel Donbass proprio perché si presentò in contrapposizione alla destra di Poroshenko.

La guerra attuale non è affatto il prolungamento della guerra del 2014. È la guerra dell'imperialismo russo contro il diritto di autodeterminazione dell'Ucraina e la sua stessa legittimità storica. Non a caso si è tradotta nell'annessione del 23% del territorio ucraino, ben al di là della Crimea e del Donbass. Un'annessione imperialista con forze militari di occupazione, referendum farsa, misure di deportazione, legge marziale... Kherson non è il Donbass, come non lo è Zaporizhzhia.
Eppure delle province ucraine militarmente occupate da Putin non c'è traccia nelle 457 pagine del libro di Travaglio. Come non vi è traccia della pubblica dichiarazione di Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, secondo cui «l'unica soluzione della guerra accettabile per la Russia è la scomparsa dell'Ucraina con la sua spartizione: l'Ucraina ovest alla UE e le sue regioni centrali e dell'Est alla Russia» (25 maggio 2023). Testuale. Mentre il governatore russo di Belgorod, con l'appoggio di Mosca, già rivendica l'annessione alla Russia della provincia ucraina di Kharkiv, per aggiungerla all'attuale bottino di guerra. Altro che “difesa del Donbass”. Confondere la guerra dell'imperialismo russo con la difesa del Donbass significa solo fare il verso alla retorica nazionalista di Putin, la stessa retorica che presenta l'invasione dell'Ucraina come continuità della "guerra nazionale patriottica” contro il nazismo. In compagnia dei mercenari paranazisti della Wagner e delle bande cecene islamofasciste di Kadyrov, con la benedizione del patriarca ex KGB Kyrill e della sua campagna antisatanista.

Denunciare la guerra imperialista russa, difendere il diritto di autodeterminazione ucraina, non significa affatto per parte nostra sposare il nazionalismo ucraino. Né ieri né oggi. Denunciamo la rivendicazione ucraina della riconquista della Crimea (che è e deve restare russa) come rivendichiamo i diritti di autodecisione del Donbass. Di più. Diciamo che se la guerra di difesa dell'Ucraina dall'invasione russa si trasformasse domani in una guerra di riconquista ucraina della Crimea e delle repubbliche di Donetsk e di Lugansk muterebbe di conseguenza la nostra posizione sulla guerra. Ma oggi l'Ucraina ha diritto a difendersi e a liberare i territori occupati e annessi dalla Russia dopo il 24 febbraio. Ciò che implica il ritiro e il respingimento delle forze di occupazione russe entro i confini del febbraio 2022. Peraltro la stessa libera autodeterminazione delle popolazioni russofone del Donbass, se non è compatibile coi sogni di rivincita del nazionalismo ucraino, non lo è neppure con la permanenza delle truppe di occupazione russe. Tanto più dopo l'esperienza della guerra d'invasione.


LA CONFUSIONE SULL'INVIO DELLE ARMI

L'opposizione all'invio di armi all'Ucraina è l'alfa e l'omega del libro di Travaglio. Sull'argomento, dopo oltre un anno di guerra regna a sinistra la massima confusione. Che confonde in un calderone indistinto il sacrosanto rifiuto della guerra col rifiuto di ogni sostegno alla sue vittime, sotto l'incenso della predicazione della pace.

Ragioniamo con ordine.
Siamo contro la guerra imperialista, come siamo contro lo sfruttamento capitalista. Siamo per una società del mondo libera da queste piaghe. Ma essere contro lo sfruttamento ci esime forse dal chiederci chi è lo sfruttatore e chi lo sfruttato? Certo che no, naturalmente. Chi rivendicasse “la pace” tra sfruttato e sfruttatore – tra l'operaio e il padrone – nel nome del rifiuto dello sfruttamento, contraddirebbe proprio la lotta allo sfruttamento. Lo stesso vale per una guerra. Siamo contro ogni guerra imperialista. Ma possiamo forse per questo ignorare la distinzione tra la potenza imperialista che promuove la guerra e la nazione non imperialista che la subisce? Rifiutare il sostegno alla nazione invasa nel nome della pace con l'imperialismo invasore contraddice la lotta contro l'imperialismo, e quindi contro la guerra. È l'abc di una riflessione elementare. Purtroppo è l'abc che viene rimosso. La voluminosa teoria della guerra per procura, cara a Travaglio, ha come fine questa rimozione.

La fascinazione della guerra per procura come chiave di lettura della vicenda ucraina ha il vantaggio della semplicità e del richiamo della tradizione. Nulla è più semplice che vedere al mondo il solo imperialismo USA e NATO. È l'imperialismo riconosciuto e combattuto dalle generazioni del dopoguerra per più di mezzo secolo. È sicuramente tutt'oggi l'imperialismo politicamente dominante su scala mondiale. Il punto è che non è più, da almeno vent'anni, l'unico polo imperialista. Dalla restaurazione capitalista prima in Russia e dopo in Cina sono emersi nuovi imperialismi, coi loro interessi, le loro ambizioni, le loro politiche di potenza, le loro guerre. La guerra in Ucraina condensa nella sua complessità il nuovo scenario internazionale rivelando al tempo stesso natura e ruolo dei diversi imperialismi, delle loro contraddizioni, del loro intreccio con l'autodeterminazione nazionale. La questione delle armi è solo un riflesso di questo groviglio.

Vediamo bene gli interessi degli imperialismi NATO in questa guerra e le ragioni del loro sostegno all'Ucraina. Come abbiamo detto e scritto, gli imperialismi NATO sostengono l'Ucraina come la corda sostiene l'impiccato: il loro aiuto militare è politicamente finalizzato ai propri interessi imperialistici. Che sono anche il consolidamento del proprio controllo sull'Ucraina (finanziario, strategico, militare).
Una piena autodeterminazione dell'Ucraina richiederà pertanto indubbiamente la rottura con gli imperialismi NATO dentro una soluzione socialista. Per questa semplice ragione non rivendichiamo l'invio delle armi da parte dell'imperialismo di casa nostra. E anzi denunciamo le sue finalità politiche. Così come denunciamo più in generale ogni sviluppo delle spese in armamenti (ovunque stratosfericamente più grande degli aiuti militari all'Ucraina).

E tuttavia è altrettanto indubbio che oggi l'Ucraina ha prima di tutto il diritto a difendersi da una guerra imperialista d'invasione (al pari di ogni nazione non imperialista invasa) che minaccia la sua stessa sovranità e annette parti del suo territorio. E può farlo nelle condizioni attuali solo usando le armi che gli imperialismi NATO le forniscono. È un fatto. Opporsi all'invio di armi è negare il diritto di resistenza dell'Ucraina all'invasione russa. Nei fatti è parteggiare per l'imperialismo russo, favorire la sua politica di annessione, chiedere la resa dell'Ucraina all'invasione. Perché senza armi nessuna resistenza è possibile.

Pertanto non rivendicare l'invio delle armi da parte NATO e al tempo stesso non boicottare il diritto ad usarle da parte ucraina è una posizione coerente con la complessità dello scenario mondiale. Tiene insieme l'autonomia politica dall'imperialismo di casa nostra e il sostegno a chi si difende dall'imperialismo altrui. Distingue la guerra d'invasione e la guerra di difesa nazionale dall'invasione. Contrasta frontalmente la prima, riconosce i diritti della seconda, senza accordare naturalmente alcun appoggio politico al governo borghese di Zelensky.


La GUERRA IN UCRAINA E L'ARTICOLO 11 DELLA COSTITUZIONE

Travaglio protesta contro questa rappresentazione nel nome della pace. «Pace diventa sinonimo di resa: chi chiede un negoziato e un cessate il fuoco viene accusato di negare la legittimità della splendida ed eroica resistenza di tanti ucraini e di pretendere che questi si arrendano, anche se non l'ha mai detto né pensato. Anzi, tutti riconoscono il loro sacrosanto diritto di difendersi. Ma con le loro armi e con quelle di chi può inviarle, non con quelle dell'Italia che non può per Costituzione».
Il riferimento è al famoso articolo 11 sull'Italia che ripudia la guerra come strumento di soluzione di controversie internazionali. Un democratico borghese potrebbe replicare che è la Russia a promuovere una guerra d'invasione e che “ripudiare” questa guerra rientra nei parametri costituzionali. Ma noi non siamo uomini di legge come Travaglio, non ci identifichiamo nella Costituzione di De Gasperi e Togliatti, non mettiamo la Legge al di sopra dell'umanità di chi deve difendersi da un'aggressione. Se l'Ucraina ha il «sacrosanto diritto di difendersi», come Travaglio a denti stretti riconosce, avrà pure il diritto di esercitarlo. O no? Esercitarlo è il diritto a usare le armi di cui può disporre indipendentemente dalla loro provenienza.

Quanto alla richiesta di negoziato, cui nessuno obietta, si tratta di evitare ambiguità pelose. «Il ritiro delle truppe da che mondo è mondo viene dopo le trattative non prima» dichiara Travaglio. Quanto ai tempi e alle condizioni delle trattative... «con tutti i miliardi e le armi che invia all'Ucraina è mai possibile che l'Occidente non debba avere voce in capitolo?».
Difficile a questo punto raccapezzarsi. Da un lato si rivendica il negoziato al posto dell'invio delle armi. Dall'altro si dichiara che proprio l'invio delle armi consentirebbe di avere voce in capitolo nel negoziato. Salvo l'Italia, par di capire, che non potendole inviare per impedimento costituzionale non avrebbe dunque voce in capitolo nel negoziato... che tuttavia si rivendica nel nome della Costituzione italiana. Che dire, l'uomo di legge Travaglio si è un po' ingarbugliato. Quanto a noi, che non siamo uomini di legge (borghese), vorremmo solo sapere da Travaglio qual è la richiesta che vorrebbe portare al negoziato. Chiede si o no il ritiro delle truppe russe d'occupazione entro i confini del febbraio 2022? Le 457 pagine non rispondono a questa domanda elementare. E anzi tutto il senso dell'argomentazione sulla guerra per procura porta alla conclusione che la fine della guerra richiede semplicemente la fine dell'invio delle armi all'Ucraina. Ciò che significherebbe l'annessione dell'Ucraina o di una sua parte per mano dell'imperialismo russo. Sicuramente Travaglio non è putiniano, ma Putin e Medvedev sono d'accordo con lui.


«DOVREMMO FORSE INTERVENIRE IN TUTTE LE GUERRE?»

L'uomo di legge non ha finito di dire la sua. «In ogni guerra che si rispetti c'è sempre un aggressore e un aggredito. Dunque l'Italia dovrebbe intervenire in tutte le guerre del pianeta». E giù l'elenco delle guerre dimenticate del mondo, dai curdi alla Palestina. Questo argomento, molto popolare a sinistra, combina il cretinismo istituzionale con il rovesciamento della logica più elementare. Potremmo rispondere a Travaglio che noi non ci identifichiamo nell'Italia capitalista, e che l'imperialismo italiano è ben presente con uomini e armamenti in tanti teatri di guerra persino in tempi di pace (dall'Iraq al Libano al Kosovo) in funzione degli interessi propri e/o della NATO, senza che Travaglio abbia mai per questo sollevato scandalo o problemi. Invece siamo noi a declinare in senso antimperialista, e da un'angolazione indipendente, proprio l'argomento di Travaglio. Per quale ragione rivendicare i diritti di liberazione dei popoli oppressi “in tutte le guerre del pianeta” e voltare le spalle al popolo ucraino di fronte all'imperialismo russo? Perché due pesi e due misure? Non si cacci la palla in tribuna dicendo che sono contesti diversi, perché ogni contesto è sempre diverso dall'altro.
Ciò che non può cambiare è la difesa di popoli invasi, colpiti dalla politica di potenza di questa o quella potenza imperialista, anche quando la loro lotta viene appoggiata strumentalmente dagli imperialismi rivali. I curdi hanno combattuto per la propria causa con armi e istruttori americani. Era forse una ragione per voltare le spalle ai curdi? Il Negus difese l'Etiopia dall'aggressione mussoliniana col sostegno militare britannico. Era forse una ragione per voltare le spalle alla resistenza etiope?
Gli ucraini oggi combattono con armi NATO, anche (in misura minima) italiane. È questa una ragione per negare loro il diritto a difendersi dall'invasione russa? I migliori sindacati ucraini, giustamente all'opposizione di Zelensky e delle sua politiche sociali antioperaie, sono tutti impegnati nella difesa di fabbriche, case, scuole, ospedali dai bombardamenti russi, e per questo partecipano alla difesa del paese. Dovremmo dire loro che si sbagliano e boicottare la loro autodifesa?


LA “GUERRA GIUSTA” DEL PATRIOTA TRAVAGLIO

«La verità è semplice come la lingua in cui è scritta la Costituzione. L'unica guerra giusta è quella per difendere la patria: la nostra, non quella degli altri, a meno che con gli altri non abbiamo stipulato trattati che ci vincolano al soccorso armato. E non è il caso dell'Ucraina».
Qui tutta l'essenza del travaglismo risplende alla luce del sole. La difesa della patria tricolore e dei suoi alleati internazionali è l'unica guerra giusta che Travaglio rivendica. La patria degli altri, quando invasa da un paese oppressore, non interessa. Interessa solamente la propria patria, imperialista, e i suoi legami internazionali, imperialisti.
Dunque se un paese della NATO fosse attaccato, Travaglio sosterrebbe l'ingresso “giusto” dell'Italia in guerra, perché in quel caso “la patria” sarebbe vincolata dall'articolo 5 del trattato di Alleanza Atlantica.

Notevole che larga parte del pacifismo italiano abbia Travaglio come proprio punto di riferimento. Soprattutto in un tempo storico in cui rullano davvero tamburi di guerra; in cui si impenna la corsa agli armamenti di tutte le potenze imperialiste lungo una scala di grandezza di quasi tremila miliardi al mondo; in cui la NATO si allarga in Nord Europa e Asia, col ridispiegamento di proprie truppe, anche italiane, ai confini; in cui persino la Germania riarma e il Giappone raddoppia il proprio bilancio militare; in cui si ammassano nel Mar Cinese Meridionale le navi militari di tutto il mondo, incluse navi italiane...
Di fronte a tutto questo Travaglio contrappone la possibile “guerra giusta” di difesa della “nostra” patria o di suoi alleati NATO al diritto di difesa dell'Ucraina dalla Russia. L'importante, secondo Travaglio, è «partecipare all'Alleanza Atlantica da alleati, non da camerieri. In posizione eretta. Non sdraiati o a 90 gradi». È la stessa posizione di tanti generali in pensione ospitati dal Fatto Quotidiano, già comandanti in capo di missioni imperialiste del passato, e oggi dispensatori di pace. Tutti patriottici e atlantisti, ma..."eretti” contro l'Ucraina.

Marco Travaglio non contesta né la NATO né i bilanci militari della patria italiana. Non a caso il Presidente del consiglio Giuseppe Conte, da lui sostenuto, ha accresciuto le spese in armamenti e la loro percentuale sul PIL senza che il nostro pacifista (o il suo amico Di Battista) avesse qualcosa da ridire. Così, il referendum sostenuto dal Fatto Quotidiano contro l'invio di armi all'Ucraina non contesta la crescita in prospettiva del bilancio militare della Difesa da 25 a 38 miliardi (prospettiva accettata a suo tempo da Conte), né l'ordinaria fornitura di armi da parte dell'Italia a regimi odiosi come quello egiziano (“non sono mica in guerra”), né l'ordinaria partecipazione italiana a missioni militari di mezzo mondo dentro e fuori la NATO. Insomma non mette in discussione l'ordinario imperialismo italiano, la sua conformità costituzionale, le sua alleanze internazionali. Si occupa solo di contrastare il diritto di autodifesa dell'Ucraina. Questo sì nel nome della Costituzione. Il fatto che l'arco dei promotori del referendum vada dal no vax integralista Ugo Mattei a tutta la galassia rossobruna dichiaratamente putiniana sino allo storico fascista Franco Cardini, apologeta della Repubblica di Salò, non fa meraviglia. La fa il coinvolgimento di democratici e pacifisti ingenui, tutti a rimorchio di un Marco Travaglio qualunque.

A differenza di Marco Travaglio, e di chi lo segue a sinistra, ci opponiamo a tutti gli imperialismi vecchi e nuovi, e a difesa di tutti i popoli oppressi da questi aggrediti. Lo abbiamo fatto a suo tempo rivendicando il diritto di resistenza irachena, serba, afghana, contro le stesse truppe di occupazione italiane, nel totale silenzio dei tanti Travaglio, lo facciamo rivendicando il diritto di resistenza ucraina contro le truppe di occupazione russe.
Per noi l'unica guerra giusta è quella degli oppressi contro i loro oppressori. L'unica “nostra patria” sono i lavoratori e i popoli oppressi a tutte le latitudini del mondo. La “nostra Costituzione” è quella dell'URSS di Lenin e di Trotsky che rivendicava la rivoluzione socialista internazionale quale antidoto risolutivo contro la guerra, fuori da ogni sciovinismo e da ogni cinica indifferenza.

Partito Comunista dei Lavoratori

Qatar, lo spettacolo può iniziare

 


Il calcio d'avvio in una pozza di sangue

20 Novembre 2022

Per capire cos'è il capitalismo basta guardare al mondiale di calcio che si apre in Qatar. Gli emiri qatarini hanno comprato nel 2010 l'assegnazione dei giochi a suon di mazzette. Il governo francese di Sarkozy ha sponsorizzato la richiesta in cambio dell'acquisto di armi francesi. Un vero "Qatargate" che ha coinvolto nella pubblica corruzione i massimi dirigenti del calcio mondiale.

Nel frattempo dal 2010 a oggi quasi settemila lavoratori immigrati sono morti in Qatar nei famigerati cantieri del mondiale. Operai indiani, pakistani, bengalesi, nepalesi, costretti a lavorare al sole per 12 ore di fila a 45 gradi, morti per lo più di infarto. Operai schiavizzati, privi di ogni diritto, impossibilitati a spostarsi dal luogo di lavoro, con cellulare e passaporto posti sotto sequestro dai loro padroni. Un campionario dell'orrore.

Non è tutto. Il regime del Qatar calpesta i diritti più elementari delle donne, considera pubblicamente “malati” gli/le omosessuali, disprezza la comunità LGBT. Immagini o gesti che possano evocare la libertà sessuale saranno banditi dal mondiale, assicurano le autorità. Del resto il Qatar è il tempio internazionale dei Fratelli Musulmani, il suo oscurantismo misogino è degno della tradizione. Quanto agli scrupoli ambientali, la promessa retorica degli “stadi verdi”, spesa in anni di propaganda ingannevole, si è risolta nell'esatto opposto: sette stadi dove la temperatura si mantiene a 20 gradi quando fuori ce ne sono il doppio. 3,6 milioni di tonnellate di CO2, un tasso d'inquinamento quasi doppio di quello prodotto in Russia nel campionato del 2018.

In compenso, il Qatar ha pubbliche virtù per il capitale. Produce e vende gas in grandi quantità e a prezzi contenuti. E soprattutto è un grande committente per la produzione bellica internazionale. Da dieci anni l'emiro sta allestendo la propria potenza militare, in particolare nella flotta. Fincantieri è in prima fila nella costruzione della marina militare del paese, non senza sgomitamenti con la concorrenza francese. Del resto, in tempi di guerra tutti gli imperialismi vecchi e nuovi si affacciano alla corte del Qatar, offrendo e chiedendo servizi.

L'imperialismo russo e quello cinese onorano l'emiro con naturale disinvoltura: non hanno bisogno di salvare l'apparenza. Gli imperialismi liberali d'Occidente non sanno invece dove nascondere la faccia. Mascherano la propria ipocrisia dietro i fuochi d'artificio dello spettacolo. Panem et circenses è in fondo una ricetta millenaria, al pari della schiavitù.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà a USB contro le provocazioni


 Il Partito Comunista dei Lavoratori dichiara la propria solidarietà con il sindacato USB contro la provocazione di cui è stato oggetto.


La perquisizione stamane della sede nazionale di USB a Roma da parte dei carabinieri “alla ricerca di armi” è un fatto inaudito, tanto più se avvenuto, come sembra, sulla base di una segnalazione anonima. È il riflesso paradossale di un'isteria da clima di guerra che accompagna i piani di riarmo dell'imperialismo italiano e della NATO dopo l'invasione dell'Ucraina da parte dell'imperialismo russo, piani di riarmo oggi approvati in Parlamento dalla totalità dei partiti borghesi a sostegno dell'unità nazionale attorno a Draghi.

Contro la campagna bellicista dell'imperialismo di casa nostra, contro la militarizzazione dell'opinione pubblica, denunciamo questa azione dei Carabinieri come un gravissimo precedente, di cui chiamare a rispondere il Ministro degli Interni.

Giù le mani dal sindacato!

Crediamo importante la solidarietà unitaria e collettiva a USB da parte di tutte le sinistre politiche e sindacali.

Partito Comunista dei Lavoratori

Guerra in Ucraina. Intervista a Repubblica

 


Pubblichiamo un'intervista di Repubblica a Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL

FERRANDO SU PUTIN E LA GUERRA IN UCRAINA: "IL ROSSOBRUNISMO È REALTÀ INTERNAZIONALE, MALAPIANTA DELLO STALINISMO"


Marco Ferrando, fondatore del trotskista Partito comunista dei lavoratori, creato nel 2006 dopo aver sancito la rottura con Rifondazione comunista, ha alle spalle una lunga stagione di 'eresia' in tema di politica estera. Proprio per aver difeso il diritto degli iracheni alla propria resistenza fu depennato dalle liste elettorali del Prc durante la segretaria di Fausto Bertinotti. Oggi, dice, "anche gli ucraini hanno diritto alla difesa e all'autodeterminazione come popolo, in coerenza con l'insegnamento di Lenin".

Nell'area della sinistra radicale, i 'rossobruni' che invece difendono le ragioni della Russia esistono davvero? O sono una invenzione, o montatura, giornalistica?

"Il rossobrunismo è una realtà internazionale, che è esistito in Russia attorno all'esperienza di Limonov, esiste in Ucraina ai vertici delle repubbliche popolari soprattutto del Donbass, con Donetsk che mette fuorilegge cinque organizzazioni di sinistra, e anche di Lugansk. In Italia abbiamo il Partito comunista di Marco Rizzo, o ad esempio Patria socialista".


Che origine ha?

"È un prodotto ibrido di tante cose diverse: l'arretramento generale del mondo operaio, ma pure un effetto di rimbalzo dell'avversione al capitalismo e all'imperialismo".


Ma ritiene il rossobrunismo un fenomeno isolato, marginale, nella galassia della sinistra-sinistra?

"In termine organici è limitato, però la fascinazione culturale ha un bacino più esteso, ha una influenza indiretta che si esprime anche attraverso una sottovalutazione o una simpatia latente del putinismo. Rimuovendo le ragioni pubbliche della sua guerra: Putin in Russia l'ha presentato come un conflitto anticomunista, contro i bolscevichi, è curioso che oggi un comunista possa appoggiarla".


Però Putin ha anche parlato di 'denazificare' l'Ucraina, il che forse richiama antichi miti a sinistra.

"La costruzione rossubruna pesca nella grande guerra patriottica, ma quella è la rivendicazione dell'Urss come grande potenza, non come paese socialista. Poi certo che i nazisti in Ucraina ci sono, certo che il nazionalismo ucraino esiste, ma nello sciovinismo russo vediamo fenomeni simili, penso ad esempio a Dugin che rivendica la morte agli ucraini. Dopodiché aggiungo a scanso di equivoci che siamo per i diritti di autodeterminazione delle popolazioni russofile del Donbass, ma come lo si esercita questo diritto con delle truppe di occupazione in casa propria?".


Lei come definirebbe Putin?

"Un Bonaparte reazionario ai vertici di un apparato statale verticalizzato, capo di una grande borghesia erede della grande burocrazia staliniana, che ha dato vita a un gruppo monopolistico e capitalistico enorme: le prime 15 imprese del Paese hanno in mano il 51 per cento del Pil".


La Russia è uno stato imperialista?

"Lo è come per noi lo è la Cina, con la differenza che la seconda ha in corso uno sviluppo economico enorme, e può ambire a sottrarre l'egemonia mondiale agli Stati Uniti. La Russia è meno solida sul piano economica ma eredita una forza militare estesa che ora sta utilizzando con una politica neozarista. Sarà pure vero che la Russia vuole contenere la Nato ma allo stesso tempo cerca di inserirsi nelle debolezze degli Usa, non solo in senso difensivo, ma attivamente in mezzo mondo, penso alle milizie Wagner in giro per il mondo".


Cosa ne pensa dello slogan 'né con Putin né con la Nato' di Rifondazione?

"È anche uno dei nostri slogan, ma non il solo. Russia e Nato si contendono il controllo imperialistico dell'Ucraina, seppur con metodi diversi, per noi quindi il né-né significa contrapposizione al potere capitalistico su entrambi i fronti. Non abbiamo nulla a che spartire al Pd e ai partiti borghesi che oggi rivendicano il riarmo, le politiche di guerra e il maccartismo. Né siamo a favore delle sanzioni perché sono un meccanismo di guerra all'interno di questo imperialismo che poi ricade soprattutto sulle popolazioni".


Però l'invasione oggi è russa, la guerra è scatenata da Putin. Perché non limitarsi a prendere le distanze dalla Russia?

"Perché la Nato in mezzo c'è, le politiche del Fmi in Ucraina che hanno tagliato le spese sociali sono quelle di oppressione imperialistica occidentale. Se poi si aprisse un confronto aperto tra Nato e Russia, noi ci sposteremmo in una posizione di disfattismo bilaterale".


Gli ucraini, per voi, cosa possono fare?

"L'Ucraina è una nazione che ha subito un'oppressione prima zarista e poi staliniana, per noi è del tutto naturale la propria difesa, il principio di autodeterminazione non è in discussione ed è coerente con la nostra storia politica. Un diritto che difendiamo indipendentemente dal governo Zelensky, del quale siamo in opposizione, ma un principio è un principio".


Questo sostegno lo si può esprimere anche attraverso l'invio di armi?

"La resistenza è tale se ha a disposizione delle armi, la mitologia assolutista della non violenza si pone al di fuori della realtà e della lotta tra oppressi e oppressori. C'è un invio funzionale che si fa affinché l'Ucraina passi dall'influenza dell'imperialismo occidentale a quello russo, ma la Resistenza ha diritto a utilizzare ogni arma difensiva possibile. Poi ricordiamo che se ostacoli i bombardamenti o i carri armati le vite le salvi. In Parlamento voteremmo no all'invio di armamenti, però il diritto a usarle c'è tutto".


In Russia invece i comunisti come si stanno posizionando?

"Come PCL abbiamo un'organizzazione di riferimento, il Partito operaio rivoluzionario russo, che ha invitato a scioperare contro la guerra e ha tenuto una propria manifestazione a Mosca in occasione della fondazione dell'Armata rossa poco prima dell'inizio del conflitto. Viceversa il Partito comunista di Zjuganov ha votato i crediti di guerra e le misure restrittive in corso, inoltre ha espulso propri dirigenti che erano critici rispetto all'appoggio della guerra".


Da buon trotskista, lei direbbe - immagino - che alla fine il problema è sempre lo stalinismo.

"Se si pensa al rossobrunismo, sicuramente si sviluppa come malapianta dal ceppo dello stalinismo e tutte le tendenze di questo tipo hanno il mito di Stalin. Storicamente comunque Lenin rivendicava il principio di autodeterminazione, anche eventualmente come separazione, dei popoli dell'Unione sovietica. Contrariamente a Stalin. Noi oggi pensiamo che 'se vuoi la pace prepara la rivoluzione', una citazione di Karl Liebknecht, nel senso che la rivoluzione il rovesciamento del capitalismo è la condizione di una pace durevole e giusta".

Mattero Pucciarelli

Contro la repressione solidarietà di classe

 


14 Aprile 2021

ArcelorMittal, Fedex, Texprint, portuali di Genova... si moltiplicano le misure repressive padronali e giudiziarie. È necessario un fronte comune contro il nemico comune

Il licenziamento da parte di ArcelorMittal di un lavoratore di USB responsabile di aver pubblicato un post su Facebook che invitava a seguire la fiction sull'inquinamento a Taranto è un atto inqualificabile e infame. Un atto di vera e propria cancellazione della libertà di opinione di un operaio, in aperta violazione di ogni diritto costituzionale. La “giusta causa” evocata dall'azienda al riguardo significa solo che l'azienda pretende mano libera e impunità per qualsiasi abuso sui propri dipendenti, già colpiti all'interno della fabbrica da un clima di intimidazioni, punizioni, terrore. Che si aggiunge alle minacce ai posti di lavoro e alla salute degli operai.

Il caso Mittal tuttavia non è solo. A Piacenza la procura ha attivato nelle settimane scorse procedimenti giudiziari e addirittura arresti, poi revocati, verso decine di lavoratori e lavoratrici di SICobas, protagonisti di una importante vertenza a difesa del proprio lavoro contro la chiusura del hub locale di Fedex. Il “reato” contestato è quello di aver picchettato i cancelli e di aver resistito in forma passiva all'intervento di sgombero della polizia. La Procura ha semplicemente applicato i decreti Salvini in quelle clausole antioperaie che criminalizzano i picchetti e che sono rimaste intatte nell'indifferenza di tanti “progressisti”. Naturalmente i mandanti della procura sono i padroni di Fedex e le organizzazioni confindustriali territoriali che vogliono sgombrare il campo da una presenza sindacale scomoda.

A Prato l'azienda cinese Texprint licenzia via Whatsapp i lavoratori pachistani che scioperano contro lo sfruttamento inumano cui sono sottoposti (12 ore di lavoro per 7 giorni) e per avere il contratto di categoria, mentre il sindacato SICobas al quale sono iscritti finisce sotto inchiesta su iniziativa della Digos per aver violato il coprifuoco sanitario nell'organizzazione dei picchetti dopo essere stato colpito da multe da salasso. Chi lotta per un normale contratto a norma di legge finisce alla sbarra, mentre chi tiene gli operai in condizioni di schiavitù ha la polizia al suo servizio.

A Genova la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di decine di lavoratori portuali, organizzati nel Collettivo Autonomo dei Lavoratori del Porto e oggi aderenti a USB, accusati di aver bloccato l'attracco di navi cariche d'armi destinate all'Arabia Saudita. Una forma di azione politica che appartiene alla storia dei lavoratori portuali, tanto più in una città come Genova, e che oggi diventa “sovversiva” e illegale. In questo caso i mandanti sono gli armatori e i terminalisti che vogliono avere mani libere in porto, e la stampa borghese che li sostiene. La procura si muove a rimorchio.

Si potrebbero citare altre decine e centinaia di casi analoghi, che magari non emergono alle pubbliche cronache ma che tuttavia danno la misura del clima che monta. E che soprattutto prefigurano il livello di scontro che può aprirsi su scala nazionale, anche sul terreno giudiziario, in occasione dell'annunciato sblocco dei licenziamenti a giugno.

Di fronte a tutto questo è tanto più necessaria l'azione unitaria e solidale di tutte le organizzazioni della sinistra di classe, sindacale e politica, al di là di ogni steccato di appartenenza. La parola d'ordine “se toccano uno toccano tutti”, che è riecheggiata in decine di lotte d'avanguardia, deve rappresentare un vincolo di coerenza unitaria per tutti. Nella difesa degli operai dalla repressione padronale e/o giudiziaria non possono esserci disimpegni o pure logiche d'organizzazione, per cui ogni soggetto si limita a difendere i propri lavoratori colpiti e si disinteressa degli altri.
La frammentazione dell'azione di classe è già di per sé disastrosa, ma sul terreno della difesa dalla repressione rischia di diventare qualcosa di peggio: un fattore di oggettivo incoraggiamento a padroni e procure.

Per queste ragioni non solo dichiariamo il nostro impegno e sostegno incondizionato a ogni lavoratore colpito da misure arbitrarie e repressive e ad ogni lotta promossa a sua difesa, quale che sia l'organizzazione promotrice, ma chiediamo a tutte le organizzazioni di classe di fare fronte comune contro un avversario comune, facendo di ogni lotta la propria lotta.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione (Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Solidarietà ai lavoratori del CALP


 Care compagne e cari compagni,


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime solidarietà incondizionata ai lavoratori portuali del CALP contro l'indecente stretta repressiva di cui sono oggetto.

L'imputazione loro rivolta di “violare la legalità” misura l'ipocrisia dell'accusa.
La legalità che lo Stato difende è quella che permette ad armatori e terminalisti di smerciare strumenti di morte destinandoli ai peggiori regimi: bombe e armi, quelle sì micidiali, prodotte e montate negli Stati capitalisti cosiddetti democratici e vendute a monarchie assolutiste che si appoggiano sulla schiavitù dei propri salariati, sulla negazione dei diritti delle donne, sulla oppressione di altri popoli.
Il contrasto del commercio delle armi, e tanto più dei regimi reazionari cui sono destinate, appartiene alla storia del movimento operaio internazionale e dei lavoratori portuali in particolare, e non solo in Italia. Di certo i portuali di Genova hanno sempre rappresentato in Italia l'avanguardia di queste lotte. L'unica responsabilità dei compagni del CALP è quella di richiamarsi apertamente a questa tradizione, non solo a parole ma coi fatti. È una responsabilità di cui giustamente possono andare fieri.

I bilanci militari si stanno gonfiando in tutto il mondo. Il 50% degli investimenti nell'intelligenza artificiale sull'intero pianeta riguardano gli armamenti. La corsa senza freno agli armamenti ha sempre preparato nella storia lugubri prospettive di guerra. La lotta internazionale contro la guerra, assieme a quella per la riduzione dell'orario di lavoro, ha accompagnato la nascita stessa del movimento operaio come movimento internazionale.
L'internazionalismo operaio è stato da tempo dismesso dal grosso delle organizzazioni sindacali e da tanti partiti della “sinistra”. È ora di recuperarlo e di rilanciarlo.
L'azione dei compagni del CALP in questi anni ha ricercato e ottenuto l'unità d'azione contro la guerra e il commercio delle armi con lavoratori e lavoratrici di altri paesi, contro ogni forma di nazionalismo sovranista comunque ammantato. Criminalizzare questa lotta ha un solo significato: sgomberare la via della guerra e delle guerre in cui sfruttati di diversi paesi e magari di diverso colore sono usati gli uni contro gli altri dai propri sfruttatori. È un'operazione che va respinta.

Le imputazioni rivolte contro i compagni del CALP mostrano la vera natura dell'attuale democrazia borghese: una democrazia per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati. L'articolo 11 della Costituzione (“L'Italia ripudia la guerra...”) serve solo a nascondere una realtà esattamente opposta. L'Italia capitalista produce strumenti di guerra, vende strumenti di guerra, aumenta le spese in armamenti, finanzia missioni militari in decine di paesi, al servizio della NATO e/o per interessi propri. L'Arabia Saudita, come l'Egitto, come il Qatar, sono solo clientela per il capitalismo militar-industriale tricolore, e per i suoi Presidenti del Consiglio, vecchi (Renzi) e nuovi (Draghi). Per ripudiare la guerra occorre ripudiare il capitale, senza illusioni costituzionali sulla sua “democrazia” o su una sua possibile riforma.

Del resto in questi giorni, in altri contesti, altre lotte d'avanguardia che fuoriescono dalle regole del gioco sono prese di mira da magistratura e Digos. È il caso della lotta dei lavoratori di TNT a Piacenza, dove sono stati addirittura arrestati dirigenti operai del sindacato SICobas, dietro l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, cioè di aver difeso un picchetto operaio che rivendicava diritti dalla carica a freddo della polizia. È il clima che si vuole creare attorno al governo di unità nazionale di Mario Draghi, un clima di ordine, disciplina, restaurazione, che rimetta in riga le avanguardie che osano alzare la testa, con l'unico scopo di bloccare preventivamente ogni possibile effetto di contagio.
C'è un solo modo di replicare: difendere incondizionatamente e unitariamente i diritti dei lavoratori colpiti, al di là delle diverse appartenenze sindacali e politiche; lavorare a unificare ed estendere le lotte di resistenza.

Per questo, e con queste motivazioni, siamo e saremo al fianco dei lavoratori del CALP, per la più ampia mobilitazione unitaria a sostegno delle loro ragioni.

Partito Comunista dei Lavoratori

La politica estera dell'imperialismo italiano

 


La nomina di Marco Minniti a capo della fondazione del gruppo Leonardo

L'ex ministro Marco Minniti si dimette da deputato per presiedere una nuova fondazione della Leonardo (ex Finmeccanica), azienda leader nella produzione militare tricolore. Il suo nome, Med-Or, già ne prefigura il raggio d'azione: «il Mediterraneo allargato fin sotto il Sahara, il Medio e l'Estremo Oriente» (La Repubblica, 27 febbraio). Non è una notizia ordinaria. Si inquadra nella linea di politica estera che Mario Draghi ha indicato nel momento stesso della formazione del governo, quando ha definito proprio in quell'area la zona di interesse primario dell'Italia.


GLI IMPERIALISMI EUROPEI, TRA AUTONOMIA STRATEGICA E NATO

La polarizzazione dello scontro interimperialista fra USA e Cina su scala mondiale produce numerosi effetti. Gli USA cambiano il proprio baricentro strategico. Per concentrare risorse economiche, militari, diplomatiche lungo la rotta del Pacifico, sono costretti a ridurre la propria presenza attiva e diretta sul Mediterraneo e in Medio Oriente. Perciò stesso scatenano nuovi appetiti per la spartizione di quest'area del mondo tra vecchie e nuove potenze: la Turchia si allarga in Siria e in Libia nel nome del revanscismo ottomano; la Russia negozia con la Turchia i nuovi equilibri ed aree di influenza in Libia, in Siria, in Armenia e sul Caucaso.

Ma anche gli imperialismi europei vogliono dire la loro in materia, sgomitando gli uni con gli altri.
La NATO resta un riferimento comune degli imperialismi europei, nel solco dell'alleanza strategica con gli USA, oggi rilanciata dalla vittoria di Biden. Ma l'equilibrio interno dell'alleanza atlantica è oggetto di contenzioso. La Francia sottolinea l'esigenza di un'autonomia strategica dell'Unione Europea in rapporto alla NATO; significa che l'Unione Europea dovrebbe dotarsi della forza militare necessaria e sufficiente per gestire operazioni in proprio nel quadrante mediterraneo e mediorientale. Nei fatti Parigi punta a un'egemonia in Europa mettendo a valore la propria superiorità militare, ancor più evidente dopo l'uscita della Gran Bretagna dalla UE. Gli Stati est-europei si oppongono al disegno francese perché temono un disimpegno USA e NATO dalla frontiera antirussa. La Germania sta in mezzo a queste spinte opposte negoziando con gli uni e con gli altri, incerta se prendere in mano la leadership continentale anche in fatto di politica estera, o se valorizzare un asse con gli USA in funzione del contenimento antifrancese.


IL TRICOLORE SVENTOLA SUL PENNONE DEL GRUPPO LEONARDO

E l'Italia? L'imperialismo italiano è parte attiva del sommovimento in atto. Il suo obiettivo è evitare di restare schiacciata e guadagnare un posto a tavola nella spartizione delle zone di influenza.
La perdita di controllo sulla Libia è stato un colpo per l'Italia, ora cerca di riequilibrarlo col rilancio di relazioni privilegiate con l'Egitto in chiave antiturca, anche per evitare di consegnarlo alla concorrenza francese. Mentre cerca di presentarsi alla nuova amministrazione USA come alleato fiduciario, che si candida a occupare gli spazi liberati dal disimpegno USA per evitare che cadano sotto influenze ostili o competitive. La candidatura italiana alla guida della missione militare in Iraq, come la continuità della presenza italiana in Afghanistan, si pongono in questo quadro.

In questo spazio d'azione l'Italia coltiva gli interessi specifici delle proprie grandi aziende. Il gruppo Leonardo, assieme a Fincantieri e ad ENI, è un gioiello dell'imperialismo italiano. In ogni paese imperialista i grandi gruppi capitalisti hanno un ruolo da protagonisti nella definizione della politica estera. La nuova fondazione aziendale di Leonardo sarà «una seconda gamba della politica estera del sistema Italia», annuncia il quotidiano di FCA. Non sbaglia. La sua missione è quella di «favorire il dialogo costruttivo tra Paesi, culture e sistemi economici ed enfatizzare il ruolo dell'Italia a livello globale», a partire dallo «sviluppo di programmi strutturali nei settori dell'aerospazio, della difesa, della sicurezza». A questo fine si prevede che la fondazione abbia «capacità giuridica, economica e di contenuti culturali che non siano di facciata».
Se si prescinde dal riferimento ridicolo alla “cultura”, che serve solo a nobilitare l'immagine, il contenuto è esplicito: Leonardo cerca commesse per la propria produzione militare attivando un proprio strumento diplomatico, dotato di consistente budget finanziario, da affiancare al ministero degli Esteri e a quello della Difesa.

Marco Minniti è il capo naturale di una struttura di questo tipo. Nel ruolo di ex consigliere principe del presidente del Consiglio D'Alema tra il 1998 e il 2000, di viceministro degli Interni sotto il secondo governo Prodi tra il 2006 e il 2008, di ex ministro degli Interni sotto Renzi, Minniti è un quadro dirigente della borghesia italiana di indubbio livello. Ha dimostrato di avere tutto il cinismo necessario per gestire relazioni criminali coi peggiori regimi, e al tempo stesso la necessaria ipocrisia per coprirle col manto di parole auliche e accenti umanitari. Perché lasciare in disparte una professionalità così pregiata? Il gruppo Leonardo ha trovato un ottimo curatore dei propri affari, l'Italia un degno interprete della propria sovranità nazionale. Quando diciamo che “il nemico è in casa nostra” parliamo anche di questo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italia e Qatar, armi e schiavitù operaia. Le confessioni di Corriere e Sole 24 Ore

 


Ci sono giorni in cui la stampa borghese documenta involontariamente la natura del capitalismo. Nello specifico, del proprio capitalismo, quello da cui è finanziata e da cui dipende. Oggi è uno di questi giorni.



UNA CLASSE OPERAIA IN SCHIAVITÙ

Il Corriere della Sera del 24 febbraio nella sua pagina esteri titola: «Qatar, il censimento della vergogna: 6750 morti nei cantieri dei mondiali». L'articolo riprende la documentazione del britannico Guardian circa la condizione di centinaia di migliaia di lavoratori in Qatar, impiegati nel piano gigantesco di infrastrutture promosso dal regime in vista dei campionati mondiali di calcio (novembre-dicembre 2022). Si tratta nella grande maggioranza di operai immigrati di provenienza asiatica o africana, che cercano di fuggire dalla miseria dei propri paesi, raggranellare un gruzzolo e girarlo come rimessa a sostegno delle rispettive famiglie. India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, ma soprattutto le Filippine e il Kenya: sono questi i paesi che offrono braccia al Qatar. Più precisamente ai colossi mondiali delle costruzioni, in particolare europei e cinesi, intrecciati con la borghesia locale in una fitta rete di interessi. Il gruppo italiano Salini Impregilo è in prima fila nella costruzione dello stadio e della metropolitana di Doha. Renzi come Presidente del Consiglio, e poi il Ministro degli Esteri Di Maio, hanno trattato direttamente questo e altri affari con Sua Altezza lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, l'emiro onnipotente del Qatar.

Il trattamento riservato ai lavoratori è disumano: gli operai vengono letteralmente sequestrati; giunti in Qatar vengono privati del passaporto e dunque resi prigionieri; gli orari di lavoro raggiungono le 12 ore giornaliere, per salari di pura sussistenza. Manca naturalmente ogni normativa sindacale e di sicurezza. In queste condizioni sono morti in dieci anni seimilasettecentocinquanta lavoratori, per lo più rimasti sepolti sotto il crollo delle impalcature. Le loro famiglie hanno dovuto tribolare per ottenere il ritorno delle salme, e non sempre con successo.
Le abitazioni operaie sono baracche di lamiera e tuguri malsani dove si ammassano in un paio di stanze gli uni sugli altri decine di lavoratori. La sola periferia di Doha, capitale del Qatar, concentra la maggioranza di questi tuguri, spesso lontani dai luoghi di lavoro. L'assistenza sanitaria, inutile a dirsi, è praticamente assente.

Domanda: come è possibile che in queste condizioni la FIFA abbia potuto assegnare al Qatar nel 2010 i campionati mondiali del 2022? La risposta, scontata, è che il calcio in quanto sport ha ben poco a che fare col Qatar, mentre vi hanno molto a che fare le potenze imperialiste di diverso segno interessate al grande gioco del Medio Oriente.


L'ITALIA ARMA IL QATAR

Ora capita che proprio nello stesso giorno, 24 febbraio, il quotidiano di Confindustria titoli: «Qatar, secondo mercato per l'Italia». Si parla di esportazione delle armi. Armi tricolori, di cui l'Italia mena gran vanto.

Si apprende che nell'ultimo quinquennio il Qatar si sia affermato, subito dopo il Kuwait, come il principale destinatario di armi italiane, per oltre sette miliardi di commesse. Fincantieri ha ottenuto in semimonopolio la costruzione della Marina di guerra del Qatar. Il gruppo Leonardo lo rifornisce di elicotteri militari. Il gruppo MBDA si occupa della sua difesa costiera e del rifornimento di batterie di missili per le navi. Queste attrezzature, diciamo così, non riguardano direttamente i mondiali del pallone. Ma certo riguardano lo sviluppo della potenza qatarina e il suo peso specifico in Medio Oriente. La rotta di collisione tra Arabia Saudita e Iran, in lotta tra loro per l'egemonia regionale, chiede al Qatar di tenersi pronto ad ogni evenienza. Missili e navi da guerra servono esattamente a questo.

Domanda: perché il “democratico” imperialismo italiano arma fino ai denti un paese che schiavizza milioni di operai? Per la stessa ragione per cui arma l'Egitto di al-Sisi, che ha massacrato Regeni, vendendogli fregate militari. Per rafforzare una propria area di influenza in Medio Oriente e partecipare al banchetto della sua spartizione, evitando che qualche boccone di troppo finisca magari alla Francia.

Altro che difesa della sovranità italiana contro il commissariamento della UE, come dicono i sovranisti di sinistra in casa nostra. L'imperialismo italiano è già sovranamente impegnato a tutelare i propri interessi in casa d'altri. Ha subito la perdita di controllo sulla Libia a vantaggio di Erdogan e dell'imperialismo russo. Ora intende rifarsi. Se arma il Qatar è anche per questo.
Del resto: non è proprio il Corriere della Sera a insistere da un paio d'anni sul necessario recupero della presenza italiana nei teatri che contano, con lo sguardo rivolto alla concorrenza francese? È la linea editoriale di Banca San Paolo, grande azionista del Corriere, sicuramente sensibile ai “sovrani” interessi di ENI. Il «censimento della vergogna» con riferimento al Qatar va dunque fatto innanzitutto su Via Solferino.

Partito Comunista dei Lavoratori

La necessità di un ordine nuovo

La bancarotta delle classi dirigenti di fronte all'emergenza sanitaria

6 Aprile 2020
Ci siamo sentiti magnificare per trent’anni le virtù del capitalismo. Oggi osserviamo il suo clamoroso fallimento di fronte all'epidemia che sta investendo il mondo. Un fallimento talmente conclamato da entrare nella vita quotidiana di ciascuno, a ogni angolo della Terra. Lo stesso immaginario di miliardi di esseri umani è scosso, come non avveniva dai tempi di guerra, ma su scala geografica per molti aspetti ancora più estesa. Senza separazione tra le retrovie e il fronte, senza continenti immuni. È emblematico il tema della “sicurezza”. È stata sbandierata per anni e anni in tutto il mondo e da tutte le canaglie come corpo contundente contro gli immigrati, per avvelenare le coscienze, dividere gli sfruttati, invocare ordine pubblico e disciplina. Ma dove sono ora ordine e disciplina, dov'è la sicurezza, chi la minaccia davvero?


“ORDINE E SICUREZZA”, DOVE?

Nessuno risponderebbe oggi a queste domande con lo stesso vocabolario di ieri. Perché l'esperienza quotidiana di ognuno detta oggi bel altre risposte. Ospedali senza ventilatori, territori senza ospedali, mancanza di personale sanitario, medici e infermieri mandati in trincea senza strumenti protettivi, costretti a lavorare 12 ore al giorno e perfino a selezionare i malati da salvare, malati accatastati in pronto soccorso ingolfati, assenza di mascherine idonee per la maggioranza della popolazione, test tampone col contagocce, penuria dei test sierologici, migliaia di anziani abbandonati in case di cura che diventano case di morte, migliaia di malati che crepano in casa in una spaventosa solitudine senza essere neppure censiti come malati di Covid, o se censiti senza essere curati, milioni di salariati al lavoro in assenza di garanzie sanitarie, padroni che impongono la continuità produttiva in situazioni di massimo contagio moltiplicando morti e lutti..

Non è un film di fantascienza. È lo scenario quotidiano che oggi investe l'America e l'Europa. Non è il prodotto inevitabile della pandemia. È il fascio di luce che la pandemia ha proiettato sul volto della società borghese togliendole il trucco e i merletti. Ora tutti possono guardarla bene in faccia. Una società costruita sullo sfruttamento del lavoro, sul saccheggio dell'ambiente, sull'anarchia del mercato, è incapace di affrontare una pandemia naturale che oltretutto ha contribuito a innescare. Questa è la verità che nessuno può più negare o nascondere con qualche scrollata di spalle. Perché è sotto gli occhi di tutti. E tutti sono costretti a guardarla.


LA BABILONIA DELLA SOCIETÀ BORGHESE

Impressiona il contrasto tra le potenzialità dell’economia, della tecnologia, della scienza e la miseria delle risposte che il capitalismo sa offrire. Da un lato l'intelligenza artificiale, la robotica, le nuove frontiere della comunicazione. Dall'altro l'incapacità di produrre semplici mascherine e ventilatori in misura proporzionale al bisogno, e di distribuirli secondo un piano razionale.

Le filiere produttive sono mondiali. Ma ovunque si alzano barriere nazionali o continentali a tutela dei “propri” dispositivi sanitari, nel momento stesso in cui ciascun paese si rivela incapace di produrli secondo le proprie necessità. Per di più all'interno di ogni paese si scatena una guerra silenziosa per accaparrarsi i pochi strumenti disponibili e i relativi spazi di mercato. Tra governi nazionali e regionali, ma anche tra aziende e aziende. Aziende che fanno ordinazioni in proprio di materiali sanitari sul mercato nero per ottenere licenza di produrre a scapito della concorrenza. Aziende disponibili a produrre ventilatori, per interesse di mercato, che si scontrano col monopolio del brevetto che solo una di esse detiene. Aziende automobilistiche con le gomme a terra che si improvvisano produttrici di ventilatori e mascherine, naturalmente prive dei requisiti necessari, pur di ottenere licenza produttiva. Aziende farmaceutiche e biotech che ingrassano in Borsa come mai in passato, nonostante il fallimento del sistema sanitario che hanno contribuito a spolpare negli anni (magari a vantaggio delle cliniche private che loro stesse controllano). Aziende dell'industria bellica e aerospaziale che continuano come nulla fosse quali “attività economiche essenziali”, con la benedizione dei governi e degli alti comandi militari. Bande di faccendieri, cosche di speculatori, organizzazioni criminali, che fanno di questa miseria generale il proprio mercato...

È la legge della giungla. Il segno che la specie umana, sotto il capitale, vive ancora nella sua preistoria – come scriveva Marx – dominata dai codici del regno animale.


RIMETTERE IL MONDO IN PIEDI

Ovunque manca infatti la cosa più elementare: il censimento dei bisogni, l'organizzazione razionale della produzione e distribuzione dei prodotti sanitari o parasanitari per soddisfare i bisogni censiti, l'investimento concentrato di risorse in un piano economico a questo mirato. I mezzi tecnologici lo consentirebbero come in nessun'altra epoca e su scala internazionale. Un'economia pianificata sotto il controllo dei lavoratori avrebbe oggi davvero capacità immense. Ma il capitalismo è incapace di questo, perché non si regge sulla soddisfazione del bisogno, ma sull'accumulazione del profitto. Dunque, sull'anarchia della guerra di tutti contro tutti tra le stesse fila dei capitalisti, e sulla guerra comune dei capitalisti contro il lavoro salariato. In un certo senso l'economia di guerra, come è stata chiamata, non nasce oggi, è un elemento costitutivo del capitalismo e del suo spirito animale. Semplicemente la pandemia lo rivela e lo esaspera oltre misura. Come farà parallelamente la nuova grande recessione mondiale che si profila.

Marx scriveva che nella società borghese il mondo si appoggia sulla testa, e che è necessario rimetterlo in piedi. Questo è il compito di una rivoluzione. Il nuovo scenario internazionale che oggi si è aperto ripropone le ragioni della rivoluzione socialista in tutta la loro attualità. La specie umana sta oggi vivendo un'esperienza straordinaria e drammatica nella lotta contro la pandemia del Covid. Ma la storia dimostra che le esperienze drammatiche possono risvegliare intelligenze, passioni, volontà di riscatto, magari assopite in periodi ordinari. Così è accaduto nel ‘900, così può accadere di nuovo. Nuove generazioni si affacciano sulla scena del mondo, con una coscienza politica arretrata ma senza la zavorra delle sconfitte e delle delusioni. Dare una coscienza anticapitalista a chi cerca la via di un ordine nuovo è il ruolo di un'organizzazione rivoluzionaria. Un'organizzazione che fa la differenza.
Partito Comunista dei Lavoratori