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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Genova. Avanza la combattività operaia

 


5 Dicembre 2025

La giornata di ieri resterà per sempre nella memoria del movimento operaio. Migliaia di operai sono scesi in piazza per le strade di Genova e hanno forzato i blocchi davanti alla Prefettura messi dalle forze dell’ordine. È la dimostrazione di come il “toccano uno, toccano tutti” sia stato fatto proprio come consegna dalla classe operaia genovese e dagli operai dell'ex Ilva, che ieri erano al quarto giorno di sciopero.

Non a caso con loro erano in piazza e in sciopero anche gli operai Ansaldo Energia, Piaggio Aerospace e Fincantieri, le principali fabbriche metalmeccaniche del capoluogo ligure.

Nella giornata di oggi pare sia stato trovato un accordo a Roma nel tavolo istituzionale approntato per la questione degli operai ex Ilva, consistente nell’arrivo di 24 mila tonnellate di acciaio da lavorare, 585 persone a lavorare, 280 in cassa integrazione e 70 in formazione, ma con la zincatura in funzione.

È necessario tenere alta la guardia, perché oltre alle centinaia di lavoratori in cassa integrazione ci sarà un rallentamento sulla lavorazione del cromato. Sullo zincato, invece, si arriverà a febbraio con tre settimane di fermata per manutenzione.

Dinnanzi a questo accordo e alle sue palesi fragilità, soprattutto il fatto che non è stato affatto ritirato il piano corto che sta portando alla chiusura di fabbriche dell’indotto come la Semat Sud a Taranto, ed anche il fatto che per ogni sito produttivo il governo abbia aperto un tavolo separato, come Partito Comunista dei Lavoratori porteremo tra le lavoratrici e i lavoratori, dell’ex Ilva e non solo, le seguenti rivendicazioni:

- costituzione di consigli di fabbrica che consentano ai lavoratori di organizzarsi per intervenire nelle lotte in corso.

- convergenza di lavoratori e studenti nella lotta contro la barbarie imperialista e la repressione del governo fascista.

- costruzione di un fronte unico di classe contro ogni politica di riarmo nazionale che sottragga risorse allo stato sociale.

- sciopero generale e unificato a oltranza, come strumento di lotta a un tempo contro il genocidio palestinese e contro chi fa profitti sulla pelle dei lavoratori.

- cassa di resistenza nazionale che consenta uno sciopero di massa.

- cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro.

- blocco dei licenziamenti e nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano o delocalizzano.

La giornata di ieri ci insegna che la classe operaia è più che mai forte, viva e combattiva. Lottiamo al suo fianco per un rovesciamento dei rapporti di forza e un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unico che possa realmente difendere ogni singolo posto di lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ex Ilva, il gigante abbandonato che solo i lavoratori possono salvare


 Il 21 novembre Moody’s, società statunitense tra le principali nella valutazione della qualità e dell'indice di affidabilità dei titoli emessi da un’impresa o da uno Stato e, di conseguenza, della sua solidità finanziaria, ha deciso di alzare il rating del debito pubblico italiano, portandolo a Baa2 (da Baa3) con outlook stabile.


Il primo ministro Giorgia Meloni ha subito dichiarato: «Accogliamo con grande soddisfazione l'upgrade di Moody's sull'Italia, un risultato importante che non avveniva da 23 anni». E ha poi aggiunto: «Questo riconoscimento premia il lavoro serio e responsabile del nostro governo, frutto di scelte coerenti sui conti e di riforme strutturali, ma anche il lavoro e l'impegno delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Desidero ringraziare in particolare il ministro Giorgetti per lo sforzo costante e scrupoloso nella gestione dei conti. La promozione di Moody's è una conferma della fiducia dei mercati non solo nel governo, ma nell'Italia tutta».


IL GOVERNO MELONI E I SUOI FAVORI AL PADRONATO

Certo il governo ha ricevuto un riconoscimento, quello delle grandi società capitalistiche e finanziarie, di tutta la classe borghese e padronale nostrana ed internazionale, non certo quello della classe lavoratrice. Un riconoscimento da chi in questi anni di governo ha visto “gonfiare” le proprie tasche e fruttare i propri investimenti sulle pelle dei lavoratori, che viceversa hanno visto peggiorare la loro situazione con la perdita progressiva di potere di acquisto dei salari (ci sono contratti come quello dei metalmeccanici rinnovato dopo quasi due anni e 40 ore di sciopero), la contrazione dei diritti (vedi la recente legge sulla sicurezza), l’innalzamento nei fatti dei requisiti per accedere alla pensione e lo smantellamento dello stato sociale e dei servizi, primi fra tutti sanità ed istruzione.


LA FINANZIARIA 2026, L'ENNESIMO ATTACCO AI SALARIATI

Quella del governo è dunque solo una narrazione per gli sprovveduti, come conferma la recente manovra finanziaria, in fase di approvazione: una finanziaria che impoverisce ancora di più il lavoro, che si pavoneggia dicendo di aver tagliato le tasse, quando la maggior parte dei lavoratori non vedrà nessun aumento in busta paga, se non una vergognosa elemosina. Una finanziaria che vede crescere la spesa per gli armamenti, a scapito di sanità, scuola e servizi. Un governo che sceglie di costruire un costosissimo ponte sullo stretto di Messina e che a fronte del “tesoretto” accumulato con il fiscal drag (frutto dei rinnovi contrattuali già effettuati) non ridistribuisce nulla alle masse.
Una narrazione che vuole mettere a tacere le tante situazioni di crisi aziendali, specie nel settore automotive e metalmeccanico, fingendo di occuparsene e dichiarando che i lavoratori non saranno lasciati soli.


IL BANCO DI PROVA DELLE POLITICHE DEL GOVERNO VERSO IL LAVORO: IL CASO DEGLI STABILIMENTI EX ILVA DI GENOVA E TARANTO

Fra le situazioni di crisi più dimenticate c’è quella dell’ex Ilva che proprio nell’ultimo mese si è acutizzata, mettendo ancor di più una seria ipoteca sul futuro di migliaia di lavoratori. La storica impresa siderurgica fondata agli inizi del Novecento e divenuta nel pieno del boom economico il centro del polo siderurgico italiano con il nome di Italsider, entrò in crisi a metà anni ’80 e passò, come noto, nel 1995 nelle mani della famiglia Riva, che avrebbe attuato una spregiudicata opera di sfruttamento degli impianti, senza operare nessun intervento di ammodernamento e di bonifica ambientale.

Proprio agli ’90 risalgono le prime battaglie combattute dalle comunità che risiedono nelle vicinanze degli stabilimenti ex Ilva in difesa della salute. La conseguente iniziativa della magistratura per far luce sui vari reati ambientali e i danni alla salute, costrinse lo Stato ad intervenire per impedire la chiusura del polo siderurgico.

Dopo la fallimentare gestione della cordata ArcelorMittal e Marcegaglia, che di fatto non ha mai fatto alcun investimento per bonificare e rimodernizzare gli impianti, lo Stato italiano si vede costretto ad intervenire nuovamente con capitale pubblico nella gestione dell’ex Ilva, sostituendosi alla precedente amministrazione e creando una nuova società con il nome di Acciaierie d’Italia.

E dunque eccoci arrivati ai giorni nostri: dopo alcuni tentativi per individuare un nuovo acquirente, nessuno andato in porto, l’attuale governo l’11 ottobre convoca i sindacati per comunicare loro il nuovo piano, che nei fatti è l’ammissione di essere in un vicolo cieco, anticamera della chiusura definitiva degli stabilimenti. Dopo le promesse fatte a luglio di avviare un piano industriale vero che prevedesse la costruzione di tre forni elettrici per la produzione dell’acciaio in sostituzione degli obsoleti altoforni e quindi garantisse l’effettiva decarbonizzazione del processo produttivo e il risanamento ambientale, il governo sostanzialmente ha fatto un passo indietro.


LA CASSA INTEGRAZIONE E LA RISTRUTTURAZIONE, DUE STORICHE ARMI DEL PADRONATO

Il nuovo piano presentato prevede infatti dal 15 novembre l’incremento del ricorso alla cassa integrazione, che passerà da 4.550 a circa 5.700 unità con integrazione del reddito. Nel frattempo, saranno avviate opere di manutenzione agli altoforni e dal 1° gennaio, con la fermata delle batterie di cokefazione, si arriverà a 6 mila unità in cassa integrazione. Sarà dunque avviato un nuovo piano operativo a “ciclo corto”, che comporta una rimodulazione dell’assetto produttivo del complesso aziendale. Questo significa che sarà mantenuta solo la produzione necessaria per il pagamento delle spese correnti e che quanto prodotto verrà immediatamente venduto, anziché essere inviato agli altri stabilimenti del gruppo a Genova, Novi Ligure e Racconigi, portando nei fatti migliaia di lavoratori verso la cassa integrazione e in prospettiva futura alla perdita del posto di lavoro.

Di fronte a questa situazione, FIOM, FIM e UILM hanno proclamato 24 ore di sciopero, con forti proteste e presìdi da parte dei lavoratori, che hanno anche bloccato strade ed autostrade, specie nel capoluogo ligure; intenzionati a indurre il governo a fare marcia indietro. E così, almeno in parte, è avvenuto: il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un decreto legge che sblocca nuovi fondi per assicurare per alcuni mesi la continuità della produzione negli stabilimenti dell’ex Ilva di Taranto e, a cascata, di tutti gli altri stabilimenti d’Italia. Nel decreto legge, non ancora pubblicato, il governo autorizza Acciaierie d’Italia a utilizzare 108 milioni di euro fino a febbraio 2026 per garantire le attività produttive. Inoltre, vengono stanziati altri 20 milioni di euro per integrare fino al 75 per cento il trattamento della cassa integrazione straordinaria, sostenuta finora da Acciaierie d’Italia.

I decreti cosiddetti “salva-Ilva” non sono una novità: i governi di varie maggioranze ne hanno emanati parecchi da quando l’azienda è stata sequestrata e poi messa in amministrazione straordinaria, per consentire all’impianto di continuare a lavorare. È questo il motivo per cui l’impianto, che il governo vorrebbe vendere tra molte difficoltà, esiste ancora. Infine, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha convocato per il 28 novembre un incontro sul futuro degli stabilimenti dell’ex Ilva nel Nord Italia (quelli di Genova, Novi Ligure e Racconigi), come richiesto dai sindacati.


SOLO I LAVORATORI POTRANNO SALVARE GLI STABILIMENTI EX ILVA

La pronta protesta dei lavoratori ha dunque scongiurato, almeno per il momento, la chiusura degli stabilimenti, ma fino a quando? Di fronte ad una situazione che definire drammatica è riduttivo, i lavoratori devono smettere di appellarsi unicamente all’intervento del governo. Le intenzioni di quest’ultimo sono chiare: vendere il prima possibile gli stabilimenti ex Ilva ad uno nuovo acquirente, che mai si sobbarcherà per intero la ristrutturazione e la bonifica degli impianti. E qualora venisse individuato, la prima delle richieste sarebbe quella di ridurre il personale per contenere i costi.

Altrove in Europa, come in Germania, Svezia e Finlandia, sono in atto processi di riconversione degli impianti produttivi per passare dalla tecnologia degli altoforni, ormai obsoleta ed inquinante, a quella dei forni elettrici, con riassorbimento dell’intera manodopera, impiegandola in quelle attività di preparazione della materia prima necessaria per i nuovi cicli produttivi o nella logistica. Il tutto avviene però in aziende a partecipazione statale e con l’impiego di grandi investimenti pubblici. In Italia questa strada è percorribile? A ben vedere le intenzioni del governo sembra di no. E poi in un’economia che sempre di più diventa economia di guerra con ingenti spese negli armamenti, le possibilità di un intervento dello Stato si riducono sempre di più.

E dunque che fare? I lavoratori hanno un’unica possibilità che è quella di mettersi in lotta permanente, con uno sciopero prolungato che sfoci nella nazionalizzazione sotto controllo operaio di tutti gli stabilimenti. Nazionalizzazione che deve garantire la piena riconversione e bonifica di tutti gli impianti e il riassorbimento completo di tutta la manodopera in forza all’azienda. La lotta deve però vedere i lavoratori di tutti gli stabilimenti uniti nello stesso intento.
Sbagliatissima la dichiarazione del delegato FIOM dell’ex Ilva di Genova, storico dirigente di Lotta Comunista, quando dice che «se Taranto affonda, noi non vogliamo affondare con loro». Un delegato sindacale non può pronunciare parole di questo tipo.

Un’organizzazione sindacale non deve limitarsi a “coltivare il proprio orticello”; deve invece sempre porsi in difesa di tutti i lavoratori, senza distinzioni geografiche o di altro tipo.
I lavoratori uniti devono quindi battersi per la costituzione di consigli di fabbrica che consentano loro di organizzarsi e individuare le forme di lotta più idonee; per uno sciopero generale e unificato a oltranza (chiedendo la solidarietà di tutti i lavoratori dell’industria e non solo) per il conseguimento della nazionalizzazione dell’impresa sotto il loro controllo; per una cassa di resistenza nazionale che consenta uno sciopero di massa che veda anche l’occupazione di tutti gli stabilimenti ex Ilva in Italia, evitando così di cadere nella linea che l’allora segretario della FIOM Landini adottò nella lotta contro la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, ovvero della lotta stabilimento per stabilimento. Per la creazione di un coordinamento nazionale di tutte le fabbriche in lotta contro chiusure, delocalizzazioni e licenziamenti, diretto dai lavoratori e non dalle burocrazie sindacali.

Solo agendo in questo modo e prendendo in mano direttamente le redini della lotta i lavoratori hanno la possibilità di salvaguardare il loro posto di lavoro e il loro futuro.
Ma guardando più in profondità, la loro lotta, per quanto agguerrita, rischierebbe di rimanere un fatto isolato, se non venisse inserita in un percorso più generalizzato che metta in discussione l’attuale sistema capitalista, con tutto il suo apparato di sfruttamento ed impoverimento da parte della classe padronale ai danni dell’intero proletariato, per sostituirlo con una società governata finalmente dai lavoratori, il socialismo, senza più sfruttati e sfruttatori, dove diritti e vita dignitosa siano garantiti a tutto il proletariato mondiale.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Comunicato di adesione al PCL

 


Giuseppe Caretta, Massimo Lega e Francesco Scura, militanti del Collettivo politico “Guevara” presente e operante nelle province di Brindisi, Bari, Taranto e Lecce, costituito da compagni provenienti da una comune militanza politica a partire dai primi anni ’90 nella tendenza politica Bandiera Rossa, con incarichi e ruoli di primo piano nella componente giovanile del PRC e nei collettivi studenteschi universitari, hanno deciso di aderire al Partito Comunista dei Lavoratori, per operare da un lato una scelta in controtendenza rispetto al quadro odierno di atomizzazione, frammentazione e dispersione delle organizzazioni politico-sindacali della sinistra di classe e rivoluzionaria, dall’altro in continuità con l’attività del Collettivo di contribuire a favorire processi di aggregazione e ricomposizione dei soggetti politici di classe presenti sul territorio.


In questi ultimi anni la nostra militanza in un collettivo politico territoriale, conclusa di fatto l’esperienza del PRC e verificata l’inconsistenza programmatica di quanto rimaneva della vecchia Bandiera Rossa, si è rivelata condizione necessaria per mantenere e preservare un posizionamento politico di classe, ma non sufficiente ad una elaborazione politica più strutturata. Ci è sembrato quindi utile un passaggio qualitativo, cioè l’adesione ad un partito anticapitalista e rivoluzionario come il PCL, con un parziale radicamento in settori dell’avanguardia di classe, con l’intento di partecipare e contribuire ad un processo di ricomposizione dei quadri e militanti rivoluzionari e i settori più coscienti e politicizzati della classe lavoratrice. Crediamo altresì che la nostra adesione possa servire a elevare e stimolare il livello di dibattito politico all’interno del Collettivo su questioni teoriche, sulle dinamiche politiche attuali e quindi sulla necessità di operare in un partito strutturato.

A livello internazionale, come Collettivo Guevara abbiamo contribuito, aderendo al documento della sinistra interna, durante l’ultimo congresso mondiale della Quarta Internazionale, alla costituzione e al consolidamento della TIR, vale a dire la Tendenza per un’Internazionale Rivoluzionaria, che come raggruppamento internazionale si pone l’arduo compito di lavorare politicamente alla formazione di soggettività politiche anticapitaliste e rivoluzionarie più ampie e in grado di intercettare e di interconnettersi con i processi di radicalizzazione politica giovanile e le lotte di classe. Allo stesso tempo esprimendo un giudizio e una presa di posizione rispetto al recente congresso dell’NPA francese riteniamo esiziale la dinamica di subordinazione alle forze politiche neoriformiste e gradualiste come La France Insoumise di Mélenchon, voluta dai settori centristi di Besancenot e Poutou che hanno determinato l’implosione di questa organizzazione politica, mentre consideriamo condivisibile e auspicabile la determinazione delle tendenze di sinistra interna, tra cui “Anticapitalisme & Revolution”, di preservare e al contempo rilanciare, su basi classiste e anticapitaliste, l’azione dei settori di avanguardia rivoluzionaria.

In questo quadro giudichiamo positivamente lo sforzo unitario del PCL e accogliamo l’invito all’adesione, auspicando che questa scelta scongiuri per noi del Collettivo il rischio di auto-ghettizzazione e isolamento, e impedisca la dispersione delle esperienze politiche accumulate.

Aderiamo ad un partito che attraverso il dibattito e la formazione politica, la partecipazione alle esperienze di lotta più avanzate e radicali della classe lavoratrice, contribuisce a sviluppare una coscienza di classe in settori di avanguardia indispensabile per poter resistere all’offensiva padronale e governativa e per costruire i presupposti per una controffensiva e un rilancio del protagonismo e dell’autorganizzazione operaia.

Saluti rivoluzionari.

Giuseppe Caretta, Massimo Lega, Francesco Scura

Contro la repressione solidarietà di classe

 


14 Aprile 2021

ArcelorMittal, Fedex, Texprint, portuali di Genova... si moltiplicano le misure repressive padronali e giudiziarie. È necessario un fronte comune contro il nemico comune

Il licenziamento da parte di ArcelorMittal di un lavoratore di USB responsabile di aver pubblicato un post su Facebook che invitava a seguire la fiction sull'inquinamento a Taranto è un atto inqualificabile e infame. Un atto di vera e propria cancellazione della libertà di opinione di un operaio, in aperta violazione di ogni diritto costituzionale. La “giusta causa” evocata dall'azienda al riguardo significa solo che l'azienda pretende mano libera e impunità per qualsiasi abuso sui propri dipendenti, già colpiti all'interno della fabbrica da un clima di intimidazioni, punizioni, terrore. Che si aggiunge alle minacce ai posti di lavoro e alla salute degli operai.

Il caso Mittal tuttavia non è solo. A Piacenza la procura ha attivato nelle settimane scorse procedimenti giudiziari e addirittura arresti, poi revocati, verso decine di lavoratori e lavoratrici di SICobas, protagonisti di una importante vertenza a difesa del proprio lavoro contro la chiusura del hub locale di Fedex. Il “reato” contestato è quello di aver picchettato i cancelli e di aver resistito in forma passiva all'intervento di sgombero della polizia. La Procura ha semplicemente applicato i decreti Salvini in quelle clausole antioperaie che criminalizzano i picchetti e che sono rimaste intatte nell'indifferenza di tanti “progressisti”. Naturalmente i mandanti della procura sono i padroni di Fedex e le organizzazioni confindustriali territoriali che vogliono sgombrare il campo da una presenza sindacale scomoda.

A Prato l'azienda cinese Texprint licenzia via Whatsapp i lavoratori pachistani che scioperano contro lo sfruttamento inumano cui sono sottoposti (12 ore di lavoro per 7 giorni) e per avere il contratto di categoria, mentre il sindacato SICobas al quale sono iscritti finisce sotto inchiesta su iniziativa della Digos per aver violato il coprifuoco sanitario nell'organizzazione dei picchetti dopo essere stato colpito da multe da salasso. Chi lotta per un normale contratto a norma di legge finisce alla sbarra, mentre chi tiene gli operai in condizioni di schiavitù ha la polizia al suo servizio.

A Genova la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di decine di lavoratori portuali, organizzati nel Collettivo Autonomo dei Lavoratori del Porto e oggi aderenti a USB, accusati di aver bloccato l'attracco di navi cariche d'armi destinate all'Arabia Saudita. Una forma di azione politica che appartiene alla storia dei lavoratori portuali, tanto più in una città come Genova, e che oggi diventa “sovversiva” e illegale. In questo caso i mandanti sono gli armatori e i terminalisti che vogliono avere mani libere in porto, e la stampa borghese che li sostiene. La procura si muove a rimorchio.

Si potrebbero citare altre decine e centinaia di casi analoghi, che magari non emergono alle pubbliche cronache ma che tuttavia danno la misura del clima che monta. E che soprattutto prefigurano il livello di scontro che può aprirsi su scala nazionale, anche sul terreno giudiziario, in occasione dell'annunciato sblocco dei licenziamenti a giugno.

Di fronte a tutto questo è tanto più necessaria l'azione unitaria e solidale di tutte le organizzazioni della sinistra di classe, sindacale e politica, al di là di ogni steccato di appartenenza. La parola d'ordine “se toccano uno toccano tutti”, che è riecheggiata in decine di lotte d'avanguardia, deve rappresentare un vincolo di coerenza unitaria per tutti. Nella difesa degli operai dalla repressione padronale e/o giudiziaria non possono esserci disimpegni o pure logiche d'organizzazione, per cui ogni soggetto si limita a difendere i propri lavoratori colpiti e si disinteressa degli altri.
La frammentazione dell'azione di classe è già di per sé disastrosa, ma sul terreno della difesa dalla repressione rischia di diventare qualcosa di peggio: un fattore di oggettivo incoraggiamento a padroni e procure.

Per queste ragioni non solo dichiariamo il nostro impegno e sostegno incondizionato a ogni lavoratore colpito da misure arbitrarie e repressive e ad ogni lotta promossa a sua difesa, quale che sia l'organizzazione promotrice, ma chiediamo a tutte le organizzazioni di classe di fare fronte comune contro un avversario comune, facendo di ogni lotta la propria lotta.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione (Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Ilva: i nuovi padroni presentano il conto

FIOM, FIM, UILM, USB avevano appena magnificato l'accordo Ilva, che i nuovi padroni di Acelor Mittal hanno subito presentato il conto agli operai. A Taranto le liste delle migliaia di lavoratori che finiranno in cassa integrazione a zero sono state definite con un criterio apertamente antisindacale. Finiscono fuori dalla fabbrica tutti i lavoratori e le lavoratrici che negli anni si erano segnalati per posizioni conflittuali nei confronti dell'azienda. È stato buttato fuori dai cancelli chi aveva lottato per condizioni di sicurezza sul lavoro e sulla salute indipendentemente da ogni altro criterio (anzianità, figli a carico...). La gerarchia dei capetti aziendali si è ingraziata la nuova proprietà fornendole la lista degli operai da espellere, e i nuovi padroni hanno fatto subito capire che in fabbrica da ora tirerà un'altra aria: ordine e disciplina senza fiatare.
Salito in groppa all'accordo gentilmente concesso dai sindacati, ora Di Maio dovrà spiegare in Puglia non solo il voltafaccia sulla TAP ma anche le rivalse antioperaie dei padroni cui ha svenduto Ilva. Di certo la battaglia contro i nuovi padroni, per la nazionalizzazione della fabbrica, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, indica ancora una volta l'unica possibile soluzione di svolta della questione Ilva.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ilva: un accordo che si regge sul falso

L'accordo siglato sull'Ilva di Taranto si regge sulle balle clamorose raccontate a destra e a manca da Di Maio e dai media compiacenti, oltre che sulla complicità dei vertici sindacali. Per la città di Taranto resterà tutto come prima, salvo che gli inquinatori non si chiameranno più Riva ma Arcelor Mittal

L'accordo raggiunto sulla sorte dei lavoratori Ilva di Taranto assomiglia molto ad un gioco delle parti di pirandelliana memoria: ogni attore ha avuto un suo ruolo, intrecciandosi con la parte degli altri.
Naturalmente comprendiamo perfettamente l'interesse del ministro Di Maio ad ergersi a mediatore tra le parti, cercando di apparire come il deus ex machina dell'accordo, riuscendo là dove non erano riusciti Calenda e il PD, giocando in casa, come si suol dire, visto che a Taranto il M5S il 4 marzo ha spopolato, prendendo oltre il 50% dei voti.
Chiaro era anche l'interesse delle burocrazie sindacali a firmare un accordo non troppo penalizzante, volto a far credere ai lavoratori che pur in condizioni sfavorevoli si può riuscire a raggiungere un accordo che salvaguardi in gran parte il lavoro e i posti di lavoro, vecchio refrain utilizzato dai burocrati ogni volta che firmano un cedimento.
L'interesse dei rappresentanti della multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal era quello di ridurre il costo del lavoro e al contempo di non sborsare troppi soldi per riparare ai disastri ambientali provocati dai Riva.


I PUNTI PRINCIPALI DELL'ACCORDO 

- Arcelor Mittal darà lavoro a 10.700 lavoratori Ilva "spalmati" su tutto il territorio nazionale (tranne lo stabilimento di Genova, per il quale ci sarà una trattativa a parte), 8.200 dei quali a Taranto. Prima di ricevere la proposta di assunzione dovranno sottoscrivere le "dimissioni consensuali" da Ilva, rinunciando quindi alla continuità lavorativa garantita dall'art. 2112 del Cod. civile (cessione di ramo d'azienda) che prevede stesso inquadramento, stessa retribuzione e stesso luogo di lavoro. Dovranno invece accettare lo spostamento eventuale in altro stabilimento del gruppo, livello ed inquadramento diverso.

- Gli esuberi sono 3.100, ai quali verrà fatta una proposta di esodo incentivato (da 15 mila a 100 mila euro lordi) a seconda della data nella quale se ne andranno.

- Il lavoratore, accettando la nuova assunzione, dovrà rinunciare ad intentare qualsiasi causa per eventuali malattie o danni personali derivanti da mancanza di misure necessarie a tutelare l'integrità fisica che il datore di lavoro avrebbe potuto adottare (art.2087 Cod. civ.). Questa clausola è valida anche per chi accetta l'incentivo per l'esodo anticipato.

- Chi non verrà assunto, subito potrà usufruire della cassa integrazione a salario ridotto per un periodo massimo di 7 anni.

- Entro otto mesi l'azienda dovrà coprire il 50% della zona del parco minerario più vicina al quartiere Tamburi, il più esposto all'inquinamento.

Nel complesso, a noi sembra che l'accordo rappresenti un ulteriore cedimento sindacale sul piano dei diritti dei lavoratori. Il ministro Di Maio ha sbandierato come una sua vittoria personale la non applicazione del Jobs act ed il ripristino dell'art.18, ma ha potuto farlo sulla base di un falso. Se Arcelor Mittal non rispetterà l'accordo, il sindacato potrà denunciare il comportamento antisindacale, ma il giudice non sarà vincolato ad esprimersi. Dobbiamo anche dire che alcuni articoli dell'accordo, in particolare quelli sulla sicurezza del lavoro, peccano di anticostituzionalità. In ogni caso, è assolutamente falso che non ci siano esuberi. Le misure degli incentivi (fino a 100 mila euro) sembrano enormi, ma bisogna considerare che sono cifre lorde, e che nel meridione d'Italia (ma ormai dappertutto) è molto difficile trovare un lavoro stabile. Neanche l'ambiente, argomento sul quale il M5S aveva capitalizzato alle elezioni del 4 marzo a Taranto, promettendo prima la riconversione dell'Ilva, poi la sua chiusura, è stato salvaguardato. Le dimissioni di alcuni consiglieri comunali tarantini, in disaccordo con Di Maio, la dicono lunga sulle lacerazioni tra vertici nazionali e militanti locali del M5S.

Per quanto riguarda le burocrazie sindacali di FIOM-FIM-UILM, alle quali si è aggiunta USB, ormai da alcuni anni questo è il modello di accordo che viene sottoscritto: esodi incentivati per i lavoratori in esubero (ai quali non si propone più neanche la difesa del posto di lavoro) in cambio di erosione di diritti, anche quelli fondamentali - come la salvaguardia della sicurezza e della salute - per chi resta a lavorare.
Avrebbero potuto battersi per la nazionalizzazione, ma nei mesi scorsi, prima delle elezioni, la FIOM avrebbe disturbato troppo il governo PD, e neanche il M5S, al di là della propaganda, aveva voglia di imbarcarsi in una operazione del genere. L'USB l'ha timidamente proposta, ma senza mobilitazione dei lavoratori non è stata nemmeno presa in considerazione.

In definitiva, questo accordo si regge sulle balle clamorose raccontate a destra e a manca da Di Maio e dai media compiacenti, oltre che sulla complicità dei vertici sindacali. Per la città di Taranto resterà tutto come prima, salvo che gli inquinatori non si chiameranno più Riva, ma Arcelor Mittal. Della serie: cambiano i suonatori, ma la musica resta sempre la stessa. A meno che non entri in gioco finalmente l'autorganizzazione dei lavoratori che, nel quadro di una ripresa più generale del movimento operaio, spazzi via i burocrati sindacali.


Partito Comunista dei Lavoratori