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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Il pride di Budapest e il suo significato

 


Diversi media italiani hanno parlato del gay pride tenutosi a Budapest il 28 giugno scorso e della sua importanza. In effetti, l’importanza di questo evento non è certo stata il fatto che quest’anno ricorresse il suo trentesimo anniversario, ma dal fatto che si sia svolto sfidando una legge appositamente fatta da Orbán per impedirlo.


Diamo un po’ di contesto: poco prima della data del gay pride, Orbán aveva approvato una legge che lo vietava esplicitamente, con la motivazione di proteggere i bambini (esattamente quella usata dall’alleato Putin in Russia da molto più tempo), ma che introduceva anche pene più severe per i partecipanti a manifestazioni non autorizzate, che potevano essere filmati anche in mancanza di comportamenti aggressivi (a differenza da quanto stabilito in precedenza).

Eppure, la legge anti-pride di Orbán non ha avuto l’effetto sperato, grazie alla sfida presentata dal sindaco di Budapest, il liberale Karácsonyi, recentemente rieletto con una piccolissima differenza di voti rispetto ai suoi avversari. Mentre qualunque manifestazione dichiarata da terzi necessita del permesso della polizia, come in Italia, Karácsonyi ha deciso di organizzare il pride come evento comunale, in quanto tale esente da questo requisito. Ciò è stato fatto nonostante le esplicite minacce del governo e della polizia, che hanno paventato multe salate e anni di galera non solo per gli organizzatori, ma anche per gli eventuali partecipanti (notare che si minacciava di utilizzare anche il famigerato riconoscimento facciale per identificare i manifestanti).

Il risultato è certamente stato un grande smacco simbolico per Orbán: mentre negli anni passati il pride registrava una media di 30.000 presenze, quest’anno ce ne sono state 200.000, con decine di migliaia provenienti dall’estero. È evidente che questa enorme partecipazione non è stata limitata alla comunità LGBTQ+: moltissime persone dall’Ungheria e dall’estero hanno partecipato per principio, per difendere la libertà di espressione e di manifestazione, per dire che sono stanchi del semi-regime di Orbán che dura ormai dal 2010. E per quanto riguarda le minacce della polizia, può darsi che non possano concretizzarsi per una serie di motivi: a parte la difficoltà a identificare e multare 200.000 persone, pare che i software di riconoscimento facciale a disposizione della polizia ungherese siano ancora pionieristici e non facili da usare. Insomma, gli sbirri devono ancora studiare un po’ per poterli usare come si deve, e saremo molto curiosi di seguire i loro progressi.

Nonostante questo enorme smacco simbolico, però, alcune considerazioni si impongono. In primis, è poco probabile che questo evento rappresenti l’inizio della fine di Orbán. Il perverso sistema elettorale ungherese, infatti, fa si che al caudillo magiaro basti una maggioranza relativa dei voti per ottenere i due terzi del parlamento (alle ultime elezioni ha ottenuto poco più del 50% dei voti), ed è assai improbabile che i suoi elettori fidelizzati e indottrinati lo lascino (e in ogni caso, 200.000 persone sono ben poca cosa rispetto ai 3 milioni circa che regolarmente votano Orbán). Anzi, essi sono certamente d’accordo con lui sulla pericolosità del “gender” in quanto corruttore dei minori ecc. (con una mezza battuta, verrebbe da dire che il leader del Paese europeo che produce più pornografia potrebbe avere altre preoccupazioni).

In secundis, la lotta per l’uguaglianza di genere è importante, ma può essere poca cosa o risultare addirittura ipocrita se essa non viene coerentemente accompagnata dalla lotta antirazzista e da quella di classe (questo lungi dai rossobruni, che mettono in contraddizione queste tre lotte, mentre è proprio la loro unione che è necessaria). Purtroppo, nella cosiddetta opposizione ungherese non risulta che nessuno voglia approvare leggi meno vessatorie verso i lavoratori (nuove recenti norme approvate nell’indifferenza generale mettono a rischio l’assistenza sanitaria ai lavoratori precari, per dirne una), in un Paese che ha già sindacati debolissimi o inesistenti, dove le lavoratrici sono costantemente lasciate indifese e intimidite, ecc.

Lo stesso dicasi sulla questione del razzismo: nessuno dei cosiddetti oppositori propone niente di concreto per discriminare di meno gli immigrati (al di là di qualche chiacchiera generica), anzi si chiarisce che il muro costruito al confine della Serbia verrà mantenuto in caso di loro vittoria. Più nello specifico il sindaco Karácsonyi, che si è esposto in prima persona per il gay pride, è d’accordo con il divieto governativo delle manifestazioni in favore della Palestina, considerate un sostegno al terrorismo. Insomma, per il sindaco liberale la libertà di espressione e manifestazione va difesa (giustamente) per la comunità LGBTQ+ ungherese, ma non per un popolo vittima di genocidio (con sostegno attivo del governo Orbán). Contraddizioni e ipocrisie che è bene sottolineare, al di là dei commenti trionfalistici della grande stampa straniera.

Elia Spina

VIDEO: Al fianco della resistenza palestinese! | Marco Ferrando (Roma, 27 gennaio 2024)

 


Al fianco della resistenza palestinese!



Intervento di Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, alla manifestazione in solidarietà al popolo palestinese indetta a Roma sabato 27 gennaio 2024. 📌 L’antisionismo non è antisemitismo, ma doveroso antimperialismo, anticolonialismo e antirazzismo! 📌 Lo Stato sionista dell’apartheid coloniale non può essere riformato, ma va distrutto! 📌 Per una Palestina unita, laica e socialista! 📌 Per un grande movimento internazionale a sostegno della resistenza palestinese! Seguici sui nostri social! • www.facebook.com/PCLavoratori • t.me/PCLavoratori • www.instagram.com/pclavoratori



I lavoratori delle campagne in sciopero

 


Pubblichiamo il comunicato di Campagne in Lotta diffuso dai lavoratori e dalle lavoratrici delle campagne dopo la protesta antirazzista di questa mattina a San Ferdinando (RC), a seguito dell'uccisione di Gora Gassama. A loro va il sostegno incondizionato del PCL

Oggi i lavoratori della tendopoli di San Ferdinando e di tutta la piana di Gioia Tauro sono scesi in strada, scioperando, a seguito dell'omicidio, due giorni fa, del loro fratello senegalese Gora Gassama. In una manifestazione completamente spontanea e autorganizzata, oltre cinquecento persone hanno bloccato prima la statale su cui Gora è stato ucciso e, poi, l'autostrada, mostrando una determinazione che dà grande forza alle loro rivendicazioni.

Se, infatti, l'assassinio di Gora è stato la scintilla che ha accesa questa fiamma, il razzismo, che oggi si esprime anche nelle parole di chi minimizza e di chi fa diventare Gora maliano, anziché senegalese, perché tanto uno stato africano vale l'altro, lo sfruttamento e la repressione che l'hanno causato, e che ogni giorno i lavoratori vivono sulla loro pelle sono gli stessi da decenni. E, proprio come la morte di Gora, non sono accidenti del destino. Sono fatti che portano in causa precise responsabilità e che possono, devono, essere eliminati. I lavoratori, per questo, chiedono cose ben precise, per mettere fine a questa tragedia.

Documenti che erano stati promessi, con una sanatoria, a seguito della grande mobilitazione del 6 dicembre 2019, ma che vi sono poi rivelati l'ennesimo miraggio.

Case che in Calabria, come in molte altre parti d'Italia, sono pronte da anni, ma che vengono tenute vuote, con mille implausibili scuse, pur di non destinarle a coloro a cui spettano.

Rispetto dei contratti di lavoro e dei loro diritti, violati sempre ma ancor di più ai tempi del covid, come dimostrano le condizioni ancor più aberranti imposte in questi mesi nelle tendopoli e nei campi di lavoro.

A fine giornata i lavoratori hanno ottenuto la promessa di un incontro, che dovrebbe svolgersi domani, con i sindaci della piana e con un rappresentante della prefettura. Una prima vittoria, certo, ma i lavoratori sono ben consci che tali promesse si sono spesso rivelate un modo per sviare la loro giusta rabbia, e sono pronti a tornare in strada se così dovesse essere anche questa volta.

I lavoratori, infatti, sono determinati a far valere le loro rivendicazioni, come dimostra la protesta di oggi assieme anche alle molte attuate in questi mesi di pandemia, e sono anche ben coscienti che la via più efficace per arrivare a una vittoria è la lotta, perché solo la lotta paga.

Campagne in Lotta

Le mobilitazioni in USA e nel mondo contro il razzismo e il capitalismo

L’omicidio di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio è stato l’innesco di una situazione esplosiva che covava da tempo. Le diseguaglianze di classe e razziali, la corruzione, i diritti democratici affossati in molti stati in USA sotto forma di violenta repressione poliziesca, e le conseguenze contro i più deboli della pandemia, sono stati la spinta per enormi mobilitazioni di massa in tutto il paese, portate avanti con una determinazione che non si era vista nemmeno nelle proteste degli anni '60 e '70.

In centinaia di metropoli e centri urbani la risposta contro il governo dello stato capitalista più potente al mondo, gli Stati Uniti, non si ferma da quel giorno. Le settimane di mobilitazioni hanno iniziato a rompere la diga messa come argine dal sistema per impedire che le proteste in difesa degli elementari diritti democratici si legasse a una sollevazione sociale anticapitalista.
Nei primi giorni la risposta poliziesca è stata pesantissima. L’uso sistematico della violenza militarizzata della Guardia Nazionale, l’uso di nuove armi antisommossa contro le manifestazioni di massa anche pacifiche, la minaccia di utilizzare l’esercito, l’utilizzo della sigla "Antifa" come capro espiatorio, hanno gettato altra benzina sul fuoco. Da una parte la sovraesposizione mediatica da parte dei mezzi di informazione dei momenti di rabbia della gioventù afroamericana emarginata contro negozi e supermarket, e l’inserimento delle provocazioni delle organizzazioni dell’ultradestra dall’altra, non hanno impedito che questa ondata di mobilitazioni si fermasse. Le parole della portavoce di Black Lives Matter Tamika Mallory "enough is enough (quando è troppo è troppo)” o slogan come “No justice, no peace (Niente pace senza giustizia)”, utilizzato già nel 1986 quando il giovane afroamericano Michael Griffith venne massacrato a New York da razzisti bianchi, sono stati la colonna sonora in ogni corteo.
Persino all’interno del Partito Democratico si sono alzate voci inneggianti alla repressione e al possibile uso dell’esercito contro le mobilitazioni di massa. Ma ben presto l’atteggiamento è parzialmente cambiato. Con le proteste che invece di placarsi si infiammavano in tutti gli stati e nelle metropoli come New York, Los Angeles, Detroit, Chicago, le autorità, alti gradi militari e lo stesso Pentagono hanno per ora scaricato limitatamente le polizie locali promettendo riforme, limitazioni dei budget e dell’uso della forza.

Questa rivolta negli USA è un segnale di una nuova fase storica, e non è solo la rabbia nera verso secoli di omicidi razzisti o di poliziotti impuniti per l'assassinio di afroamericani disarmati. È l’espressione della sofferenza sociale di intere comunità e delle enormi differenze sociali tra ricchi e poveri, di una classe media sempre più in via di proletarizzazione, di decine di milioni di disoccupati, dello sfruttamento capitalistico dei lavoratori sempre più pianificato scientificamente, della disperazione delle popolazioni rurali e native per i territori depredati e desertificati dall’estrazione di fonti energetiche fossili, e infine del dolore e della rabbia per l’emergenza Covid-19 che ha salvaguardato solo la classe dominante. È il segnale di una coscienza di classe che si sta risvegliando lentamente dal suo torpore. È la sempre maggiore consapevolezza che il sogno di un nuovo modello di società, il famoso “sogno” di Martin Luther King, può essere raggiunto solo attraverso la lotta di classe.

Questo si è visto molto bene in diverse situazioni dove i lavoratori si sono uniti alle parole d’ordine di BLM condividendo enormi mobilitazioni di massa. Lo sciopero generale del 12 giugno a Seattle ha visto la partecipazione di studenti e lavoratori con una marcia di protesta di almeno 60.000 persone, nella quale le rivendicazioni anticapitaliste erano chiarissime, come quelle per la difesa di posti di lavoro in tutta l’area industriale e contro la pesante realtà della disoccupazione.

Anche lo sciopero generale lanciato in diversi stati per il Juneteenth – 19 giugno, storica data dell’abolizione della schiavitù – ha avuto una riuscita sbalorditiva. Uno dei maggiori scioperi del Juneteenth è stato indetto dall'International Longshore and Warehouse Union (ILWU), che ha bloccato il lavoro per otto ore in tutti i 29 porti lungo la costa occidentale degli Stati Uniti. Come tutti gli scioperi generali indetti da BLM, coinvolgono i lavoratori di qualsiasi etnia. Dopo 4 settimane di proteste ininterrotte, il 19 giugno sono scese in piazza in centinaia di migliaia di persone ad Atlanta ed a Oakland, in California, unendo nella lotta la costa est e la costa ovest degli Stati Uniti.


LOTTA DI CLASSE AL RAZZISMO E INTERNAZIONALISMO

Le battaglie contro il razzismo negli Stati Uniti hanno avuto l’appoggio e la solidarietà dei rivoluzionari di tutto il mondo. Le proteste che stanno avvenendo al di fuori degli Stati Uniti, dall'Europa all'Australia, dal Giappone all'Africa, dal Messico al Brasile hanno unito le proteste contro l'uccisione di George Floyd alle risposte contro la brutalità razzista delle polizie locali verso le popolazioni native, verso i migranti e verso le minoranze etniche e religiose, come in Brasile ed Australia.
In Australia, in particolare, enormi marce di protesta hanno attraversato tutto il continente da Perth a Wollongong, da Sydney a Melbourne, e in migliaia hanno legato la lotta americana con la difesa dei diritti della popolazione nativa aborigena, ricordando le sofferenze del post-colonialismo britannico e le discriminazioni contro il popolo LGBT. In Australia la brutalità della polizia e del sistema giudiziario assume forme diverse rispetto agli Stati Uniti, forme che non possono essere facilmente documentate. Ma la violenza è evidente nelle ferite sui corpi e nelle anime degli aborigeni, nelle loro storie di vita.
"Black lives matter" è diventato quindi un richiamo radicale per gli aborigeni e gli abitanti delle isole dello Stretto di Torres e in tutto il paese, ma non è una novità. La novità di queste proteste è quella di molti lavoratori australiani bianchi che hanno deciso di unirsi ai nativi per richiamare l'attenzione su tutta questa violenza.
In Europa, l’appello di Black Lives Matter ha percorso con manifestazioni enormi tutte le principali capitali, in particolare Berlino, Londra e Parigi.

I rivoluzionari sanno che la lotta per la democrazia e per la difesa dei diritti marciano insieme con la lotta di classe. Le parole di Malcom X sono chiarissime: “non esiste il capitalismo senza il razzismo”. La lotta contro la violenza degli stati capitalisti e il razzismo possono avere successo solo con un profondo progetto e programma rivoluzionario.
I rivoluzionari si stanno battendo contro il capitalismo sempre più in crisi che distrugge il pianeta, discrimina gli esseri umani per genere, razza, orientamento sessuale e identità, che ci sfrutta, e il cui unico obiettivo è l'aumento permanente del profitto a scapito delle nostre vite e dei nostri corpi.

In queste settimane il Partito Comunista dei Lavoratori, in una logica di fronte unico, è impegnato in iniziative di difesa dei lavoratori immigrati, di denuncia della loro condizione e di condanna delle violenze subite, per unire le proprie ragioni con le ragioni della mobilitazione in corso negli USA e nel mondo.
Ruggero Rognoni

Patto d'azione anticapitalista: In Italia come negli USA: contro sfruttamento e razzismo di stato

Pubblichiamo il comunicato nazionale del Patto d’azione anticapitalista, cui il PCL partecipa, a sostegno della campagna di solidarietà con la ribellione di massa negli USA

Da Minneapolis a tutte le città USA, da settimane si sviluppa in tutte le forme un grande movimento di massa contro le uccisioni razziste della polizia che è divenuta una lotta contro Trump e l'intero sistema del capitale USA, fondato sullo sfruttamento e il razzismo interno e sul dominio e l'oppressione dei proletari e dei popoli oppressi dall'imperialismo.

Alla rivolta di massa che ha risposto colpo su colpo e in tutte le forme alla repressione di Stato con l'uso della guardia nazionale e dell'esercito, si è un unito un vasto movimento, Black Lives Matter, con la diffusa partecipazione di bianchi, e un ampio movimento giovanile a fianco della popolazione nera ha infranto le barriere razziali in nome della comune condizione di sfruttamento e di oppressione.
In molte piazze le masse manifestano insieme a gruppi sindacali classisti e combattivi a dimostrazione del fatto che il barbaro omicidio di George Floyd ha fatto da detonatore di un malcontento che covava già da tempo in seno al proletariato a seguito di una crisi capitalistica resa ancor più profonda con l'emergenza CoVid 19.
Dagli Stati Uniti  è partito un vento di protesta operaia e popolare che tocca diversi paesi del mondo, e, in Europa, la Francia e la Gran Bretagna in particolare.
Da esso ci viene quindi la spinta a rilanciare, sviluppare anche in Italia, la lotta contro lo sfruttamento capitalista/imperialista e il razzismo di Stato, che in questi ultimi anni è stato ulteriormente inasprito con i due Decreti Sicurezza di Salvini e confermato da una sanatoria-farsa che non riconosce ai lavoratori immigrati la possibilità di denunciare le condizioni di supersfruttamento, lasciando l’emersione al buon cuore (o convenienza) dei padroni e dei capitali, cioè gli unici veri beneficiari delle politiche razziste e xenofobe.
Anche e ancor più in Italia la violenza contro gli immigrati è insita e funzionale al sistema del capitale, è esercitata sistematicamente e direttamente come arma di ricatto dai caporali e dai padroni, nei campi come nei ristoranti, nelle fabbriche come nei magazzini.
Come hanno dimostrato e stanno dimostrando i lavoratori della logistica, solo la lotta unitaria dei lavoratori e delle lavoratrici, autoctoni e immigrati da ogni angolo della terra, può imporre una battuta d'arresto sia alle logiche schiavistiche dei padroni, sia al veleno del razzismo profuso a piene mani dalle destre e alimentato dalle politiche dell'UE e dei governi al servizio dei padroni di scaricamento della crisi sulle condizioni di lavoro, reddito, diritti, salute , sicurezza
Non a caso, quando i lavoratori con dure lotte riescono a conquistare dignità e diritti nei luoghi di lavoro, il capitale chiama lo Stato ad esercitare la violenza di classe, come dimostra chiaramente quanto è avvenuto e sta avvenendo alla Fedex/TNT di Peschiera Borromeo nei pressi di Milano.,

La rivolta statunitense, così come l'impatto drammatico che la crisi-Covid sta determinando sulle vite di miliardi di proletari a ogni angolo della terra, richiamano con forza la necessità storica del rovesciamento del capitalismo , dei suoi stati e dei suoi governi Serve l'organizzazione politica e sociale di classe e la costruzione di un ampio fronte  unito di classe organizzato, sia in Italia che su scala internazionale.
È quindi con questo spirito di unità internazionalista che il Patto d’Azione invita a partecipare alle iniziative in corso in questi giorni davanti ai consolati USA, in consonanza con le iniziative analoghe negli altri paesi europei, e come momento di un’iniziativa più generale contro il razzismo in Italia, strumento di divisione e oppressione del proletariato.
Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe

Con la ribellione sociale e antirazzista negli USA!

Appello per un'iniziativa unitaria nazionale

Gli avvenimenti in corso negli USA, con lo sviluppo di un imponente movimento antirazzista contro le violenze della polizia e il retroterra sociale e culturale che le alimenta, sono un fatto enorme.

Il movimento Black Lives Matter non raccoglie solamente una domanda di uguaglianza e democrazia, ma rivendica le ragioni sociali degli sfruttati, chiama in causa l'ipocrisia del principale imperialismo oggi esistente al mondo, svela che la sua politica di potenza nei confronti di altre nazioni e popoli oppressi è solo la manifestazione del suo volto poliziesco in casa propria nei confronti dei lavoratori e dei giovani americani, in particolare della popolazione nera, ispanica, asiatica. Donald Trump ha dato sicuramente a questo volto la sua espressione più ripugnante.

Il movimento Black Lives Matter, per la sua stessa natura, non riguarda solamente gli USA. Milioni di lavoratori e lavoratrici immigrati in Europa sperimentano ogni giorno sulla propria pelle la violenza oppressiva del capitalismo e il suo profilo razzista: leggi discriminatorie nel nome della “sicurezza”, supersfruttamento, caporalato, soprusi e angherie quotidiane, violenze omicide della malavita, repressione poliziesca delle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici immigrati/e. Una realtà difesa nei fatti, in forme diverse, da tutti i governi.

Non a caso, in diversi paesi europei (Francia, Germania, Gran Bretagna) le manifestazioni di solidarietà con il Black Lives Matter chiamano sul banco degli imputati le violenze di casa propria, la tradizione imperialista e coloniale in cui affondano le proprie radici, le statue che la simboleggiano, contro ogni forma di nazionalismo e sciovinismo.

Per queste ragioni vogliamo che anche in Italia si sviluppi un movimento analogo a quello che si va dispiegando in altri paesi d'Europa, capace di unire la battaglia contro il razzismo alla battaglia dei lavoratori e delle lavoratrici contro lo sfruttamento, contro il capitalismo, contro ogni discriminazione e violenza poliziesca.

Proponiamo presidi unitari presso l'ambasciata e i consolati USA nel corso di questa e della prossima settimana a sostegno di Black Lives Matter e della mobilitazione in corso negli Stati Uniti.



Prime adesioni:

Democrazia Atea, La Città Futura, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Marxista-Leninista Italiano, Potere al Popolo, Rete dei Comunisti, Sinistra Anticapitalista


(in aggiornamento)

Iniziative di sostegno e solidarietà con il movimento di massa negli USA

Lo sviluppo di un grande movimento di massa antirazzista negli USA contro le violenze poliziesche, su rivendicazioni sociali e politiche di svolta, rappresenta oggi il principale fatto internazionale sul terreno della lotta di massa. Un fatto che non a caso sta trascinando movimenti di solidarietà in numerosi paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Germania) chiamando in causa in ogni paese le violenze razziste e poliziesche contro i lavoratori e le lavoratrici immigrati/e.

Vogliamo che anche in Italia si produca un analogo movimento di solidarietà con la lotta di massa negli USA.
La proposta di una campagna unitaria di solidarietà ha incontrato sui territori la disponibilità di diversi soggetti politici e sindacali, anche con forme di promozione comune delle iniziative, senza logiche sbagliate di primogeniture o preclusioni.
Le iniziative si svolgeranno innanzitutto nelle principali città, sull'intero territorio nazionale, a partire da presidi di piazza presso l'ambasciata e i consolati degli Stati Uniti. E si relazioneranno positivamente, in una logica di fronte unico, con ogni altra iniziativa di difesa dei lavoratori immigrati, di denuncia della loro condizione, di condanna delle violenze subite, che richiami la comunanza delle proprie ragioni con la mobilitazione in corso negli USA.

Pubblichiamo qui il primo elenco delle iniziative di solidarietà già definite. Pubblicheremo nella prossima settimana date e luoghi delle altre iniziative in preparazione. Nel prossimo prospetto saranno anche indicate le organizzazioni aderenti ad ogni iniziativa, a partire dalle prime qui indicate, in modo da fornire a tutti un primo quadro complessivo della campagna in corso.


Prime iniziative:

Milano, mercoledì 24 giugno, Piazza Stati Uniti D'America, ore 18
Fabriano (Ancona), sabato 27 giugno, Piazza del Comune, ore 10
Palermo, lunedì 29 giugno, presso il Consolato USA, ore 17:30
Padova, sabato 4 luglio, ore 16
Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Bologna, il Coordinamento Unitario delle Sinistre di opposizione aderisce al corteo del 20 giugno

La crisi la paghino i padroni!

18 Giugno 2020
Il coordinamento delle sinistre di opposizione di Bologna aderisce al corteo regionale “Per un nuovo futuro” del 20 giugno 2020 indetto da numerose forze sindacali, politiche e associative.


INVECE DI SANITÀ, REDDITO E DIRITTI CI DANNO TAGLI, DISOCCUPAZIONE E POLIZIA.
NO! LA CRISI LA PAGHINO I PADRONI!


Il coordinamento, espressione unitaria delle forze che fanno riferimento alla classe lavoratrice, promuove in ogni occasione la più ampia unità delle lavoratrici e dei lavoratori.
Le rivendicazioni avanzate dalla manifestazione sono centrali nella sua proposta.

SANITÀ: un unico Servizio Sanitario nazionale, pubblico e gratuito, rilanciato dal raddoppio dell'investimento pubblico nella sanità finanziato dal taglio alle spese militari e dalla tassazione delle grandi ricchezze; nazionalizzazione della sanità privata senza indennizzo per i grandi azionisti.

REDDITO: blocco dei licenziamenti, salari al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, un reddito dignitoso per tutti coloro che si trovano senza lavoro e senza reddito (“reddito di quarantena”), la regolarizzazione dei lavoratori immigrati; la riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore pagate 40, per ripartire il lavoro fra tutti in modo che nessuno ne sia privato

DIRITTI: diritto di assemblea, di sciopero e di manifestazione; diritto al controllo da parte delle lavoratrici e dei lavoratori delle condizioni di sicurezza del proprio lavoro, delle proprie mansioni, dei ritmi e intensità del proprio impegno lavorativo; no ai licenziamenti politici e alle violenze della polizia sui picchetti operai.

Padronato e governo dopo il crollo dell'economia e della produzione industriale, stanno preparando un conto salato per la classe lavoratrice e le classi popolari. È la solita ricetta per ricominciare a produrre profitti per i ricchi e continuare la rapina sociale a carico dei poveri. Dobbiamo urlargli in faccia il nostro secco NO: la crisi la paghino i padroni!


BASTA CON IL RAZZISMO E LE VIOLENZE DELLA POLIZIA
MASSIMA SOLIDARIETÀ CON IL MOVIMENTO ANTIRAZZISTA IN USA E NEL MONDO


In questi anni e in questi giorni abbiamo assistito ad un'impressionante sequela di violenze e omicidi da parte della polizia degli Stati Uniti. Il movente razzista è chiaro perché queste violenze colpiscono soprattutto la comunità afroamericana e le altre minoranze etniche non bianche.
Black lives matter, il movimento che sta guidando le manifestazioni di massa che in questi giorni stanno occupando le strade e le piazze delle maggiori città americane e stanno sconvolgendo la società e la politica statunitensi, denuncia l'uccisione di sempre più numerosi cittadini U.S.A. colpevoli di avere la pelle di colore diverso dal bianco e di non essere ricchi: Trayvon Martin, Michael Brown, Eric Garner, Freddie Gray, Tamir Rice, Sandra Bland, Philando Castile, Breonna Taylor e molti altri.
A questa terribile sequenza si aggiungono oggi George Floyd, soffocato in pieno giorno e Rayshard Broocks assassinato vigliaccamente con tre colpi di pistola alla schiena. Le giovani e i I giovani americani di ogni colore oggi dicono basta! Il loro testimone è raccolto ad ogni angolo del mondo da centinaia di migliaia di manifestanti, dalla Francia, all'Inghilterra alla Germania, e man mano il movimento si diffonde a livello internazionale all'antirazzismo si aggiunge la lotta contro la crisi del capitalismo, le enormi disuguaglianze sociali che esso produce che a loro volta sono fonte di tutte le possibili discriminazioni di tipo razziale, etnico, di genere e sociale
Anche in Italia, dove conosciamo bene le violenze poliziesche contro i giovani (ricordiamo Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Riccardo Magherini), dobbiamo sviluppare il movimento di solidarietà con le mobilitazioni antirazziste e contro le discriminazioni sociali negli U.S.A. e nel mondo.
Basta con le violenze della polizia e dei governi che servono, contro le giovani e i giovani, le antifasciste e gli antifascisti, le lavoratrici e i lavoratori.
Come Floyd negli ultimi istanti di vita, we can't breathe, non possiamo respirare. Il capitalismo con la sua crisi ci sta soffocando! Con l'unità di tutti i settori oppressi della società costruiamo un' altra prospettiva, un altro futuro, un'alternativa di società.

I monumenti al razzismo iniziano a crollare

Pubblichiamo un articolo di Socialist Resurgence che traccia l'origine e le motivazioni dell'ondata di contestazione che ha preso di mira i monumenti, all'interno del movimento mondiale antirazzista che nelle ultime settimane ha portato nelle piazze centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, e negli USA messo in difficoltà l'amministrazione Trump.



I militanti antirazzisti per anni hanno chiesto la rimozione dagli spazi pubblici dei monumenti dedicati alle figure degli Stati Confederati d'America [1], e per anni hanno visto le loro richieste ignorate delle orecchie da mercante dei politici democratici e repubblicani, o impigliarsi nella burocrazia del governo. A volte questa indifferenza è servita a coccolare i razzisti, che usano questi simboli per promuovere la loro causa.

È importante capire che le statue e i monumenti commemorativi dei confederati non hanno nulla a che fare con la conservazione della storia, come coloro che li difendono verrebbero farci credere. Questi monumenti rendono omaggio all'oppressione degli afroamericani.

La maggior parte dei monumenti ai confederati fu eretta tra la fine degli anni '90 dell'Ottocento e gli anni '20 del Novecento, in uno sforzo comune di organizzazioni come le United Daughters of the Confederacy [2] per tenere i neri americani in uno status poco più che schiavista. Questo è lo stesso periodo della storia americana in cui le leggi Jim Crow divennero leggi di stato [3]. Altre statue furono erette negli anni '50, durante il movimento per i diritti civili, per intimidire gli afroamericani e impedire loro di unirsi alla lotta contro le leggi Jim Crow.

Con l'omicidio di George Floyd da parte dei poliziotti di Minneapolis, le manifestazioni sono esplose in tutti gli Stati Uniti, da sud-est a nord-ovest; poi dalle Americhe in Africa, Europa e Asia; dalle piccole alle grandi città. La gente chiede la fine dell'oppressione poliziesca e la fine dell'uccisione di afroamericani. Allo stesso tempo, attraverso il Sud, da Baltimora a Birmingham, le persone stanno unendo questa domanda di giustizia con quella di liberare il paesaggio dai monumenti confederati. In molti casi i manifestanti si sono assunti in prima persona questo compito e hanno abbattuto o distrutto statue.

Nel tentativo di placare la rabbia e le richieste dei manifestanti, i governatori e i sindaci del Sud, molti dei quali in passato si sono opposti a togliere questi monumenti al razzismo, stanno ora ordinando la loro rimozione. Il governatore della Virginia Northam ha recentemente annunciato la rimozione della celebre statua di Robert Edward Lee a Richmond. Richmond era la capitale degli Stati Confederati d'America. Dei combattenti confederati morti vennero seppelliti in quella che poi divenne nota come Monument Row. Northam ora ha ordinato la rimozione di tutti i monumenti confederati, nonostante fossero attrazioni turistiche della città. Il 9 giugno un giudice di Richmond ha emesso un'ingiunzione di 10 giorni contro la rimozione della statua di Lee. Alcuni manifestanti suggeriscono di lasciare il monumento a Lee in piedi, coperto, com'è ora, dai graffiti raffiguranti George Floyd e simboli del Black Lives Matter, come segno di giusto tributo all'America razzista.

Gli operai comunali di Louisville, in Kentucky, hanno rimosso la statua dell'ufficiale confederato John B. Castleman da un importante spazio cittadino, il Cherokee Triangle. Il sindaco di Birmingham (Alabama) Randall Woodfin ha ordinato la rimozione di una statua confederata dai terreni della città, sapendo che la città avrebbe dovuto affrontare una multa di 25.000 dollari. Il governo dello stato dell'Alabama, in risposta, ha intentato una causa contro il sindaco e la città.

È probabile che anche la statua di Robert E. Lee a Charlottesville verrà rimossa, alla fine. Questa è la stessa statua che fu al centro della famigerata manifestazione Unite the Right del 2017, che vide l'omicidio di Heather Heyer, militante antirazzista, da parte del neonazista James Alex Fields. I militanti antirazzisti hanno tentato invano di far rimuovere questa statua per oltre un decennio.

L'attacco alle statue razziste non è limitato al sud degli Stati Uniti. In Inghilterra i manifestanti danno la caccia alle icone del passato razzista del loro paese. A Bristol i manifestanti hanno rovesciato una statua del mercante di schiavi Edward Colston e l'hanno gettata in acqua nel porto della città. A Londra i partecipanti a una manifestazione del Black Lives Matter hanno circondato un monumento a Winston Churchill deridendolo e scrivendoci su "Churchill era un razzista". Churchill era un noto razzista nei confronti di indiani, irlandesi, africani, indigeni australiani e tutti gli altri che non erano del suo colore e della sua classe.

Ci sono voluti anni di lotta per rimuovere alcuni degli omaggi razzisti agli Stati Confederati d'America. Ora, con le masse nelle strade che chiedono giustizia per George Floyd, le statue vengono rovesciate in pochi giorni e persino ore. Tale è il potere dei lavoratori.





[1] gli stati del Sud, che difendevano e volevano conservare il sistema schiavista

[2] Figlie Unite della Confederazione, associazione patriottica nata alla fine dell'Ottocento dedita a coltivare la memoria e la tradizione sudista. Legate non di rado ad ambienti fascisti e suprematisti bianchi

[3] leggi varate dopo l'abolizione della schiavitù e rimaste in vigore fino agli anni '60 del secolo scorso, istituzionalizzarono il razzismo introducendo il segregazionismo e la ghettizzazione dei neri in ogni ambito sociale
Hugh Stephenson

Non si ferma la rivolta antirazzista nelle città americane

L'avanguardia della gioventù USA, nera e bianca, si ribella alla polizia e al governo

Saint Paul, Chicago, Detroit, Washington, New York, Atlanta, Houston, Denver, San Francisco... Il grosso degli Stati americani e tutte le grandi città degli USA sono investiti da una mobilitazione radicale di decine di migliaia di giovani, per protestare contro l'assassinio a Minneapolis di George Floyd, uomo di pelle nera, da parte di un poliziotto bianco, e chiedere l'arresto dei quattro agenti corresponsabili dell'omicidio.

Non è una sollevazione dalle proporzioni di massa, ma neppure un'ordinaria protesta antirazzista. Non ha le dimensioni della grande rivolta nera del 1967, ma è molto più estesa di quella di Los Angeles del 1992. Di certo è assai più ampia e radicale di quella che nel 2014 investì la città di Ferguson per un omicidio simile. Nel 2014 si mobilitò essenzialmente il movimento del Black Lives Matter, un movimento importante di pelle nera. Oggi la rivolta ha tutti i colori: afroamericani, bianchi, ispanici, in larghissima maggioranza giovani, in buona parte donne. È la rivolta del popolo della sinistra americano, quello forgiatosi in Occupy Wall Street e poi sviluppatosi contro il trumpismo.

L'elemento antirazzista è centrale, ma si intreccia con ragioni di classe. La grande crisi del 2008 ha accresciuto tutte le disuguaglianze della società americana. La lunga ripresa del decennio successivo, costruita su precarizzazione e supersfruttamento, le ha paradossalmente approfondite. È stata la ripresa di Wall Street, non certo degli operai americani con diritti tagliati o di studenti impiccati a una montagna di debiti. Questo divario a sua volta ha spesso un colore. Una famiglia nera di Minneapolis guadagna in media 36000 dollari l'anno, il 44% di una bianca. Solo una famiglia nera su quattro possiede una casa, a fronte del 76% dei bianchi. La divaricazione sociale si sovrappone a quella razziale e la sospinge.

La pandemia ha fatto il resto. L'esplosione del contagio negli USA ha colpito la comunità nera più di ogni altra. Nel Kentucky solo l'8% della popolazione è di colore, ma lo sono quasi un quinto dei morti di Covid. I lavoratori più a rischio, meno protetti e meno pagati, dagli infermieri ai dipendenti dei supermercati, sono in larga parte neri o latini. Diverse inchieste e denunce parlano di numerose discriminazioni nei tempi di soccorso dei malati di colore, mentre oggi milioni di neri sono in prima fila nel nuovo esercito di licenziati e disoccupati. George Floyd è diventato il simbolo di tutte queste ragioni. Nere, ma non solo nere. La composizione sociale dei manifestanti – studenti, precari, disoccupati – ne è un riflesso.

La polizia americana, lo Stato americano, sono il bersaglio centrale della protesta. La polizia è il concentrato peggiore e più odiato del razzismo USA. Una polizia largamente bianca, guidata da ufficiali bianchi, abituata a esercitare violenza ordinaria contro i neri. Il fatto che degrado ed emarginazione metropolitane si addensino innanzitutto tra i neri fortifica a sua volta il pregiudizio razziale tra le forze dell'ordine. Soprusi, umiliazioni, violenze poliziesche sono pane quotidiano nelle grandi periferie americane, segnando l'esperienza di vita di milioni di giovani. L'omicidio razziale, spesso impunito, ne è solo il risvolto più tragico. Per questo la rivolta oggi si scaglia contro la polizia, le sue macchine, i suoi edifici, sino a dare alle fiamme il commissariato dei quattro agenti assassini.

A tutto questo si aggiunge il fattore politico. Trump ha investito sin dall'inizio nella divisione razziale per capitalizzare il consenso bianco e dividere la classe operaia americana. L'operazione è in parte riuscita con la conquista di un settore importante del proletariato bianco della grande industria. Il nuovo corso protezionista anticinese all'insegna dell'America first mira a consolidare questo blocco sociale. Ma ora la pandemia e la nuova grande crisi capitalista mettono Trump in difficoltà. La sua gestione dell'emergenza sanitaria, concausa della tragedia, è stata rovinosa.
Il sistema sanitario privato, nel quale Trump più di ogni altro si è identificato, è stato un moltiplicatore criminale, non solo nei fatti ma agli occhi di larga parte della società americana, inclusi tanti proletari bianchi. Ora il Presidente USA cerca di risolvere il problema dell'ordine pubblico minacciando di sparare o di scatenare cani feroci (ricorso tragico dell'Alabama schiavista), e mobilitando le truppe federali a sostegno della polizia, come non accadeva dal 1992. Ma la radicalità della risposta d'ordine a difesa della polizia, nel momento in cui proprio la polizia è sotto accusa, rischia di ampliare il fossato. Nel mentre, la pandemia è ben lungi dall'essere liquidata, e la nuova recessione è ormai in pieno corso.

Il Partito Democratico degli USA , a partire dal candidato Joe Biden e dal suo sponsor Obama, criticano naturalmente l'assassinio poliziesco, ma lavorano al riflusso della protesta di piazza, una protesta che non controllano e in larga parte subiscono. L'unico loro timore è che Trump possa recuperare nei sondaggi come uomo d'ordine contro "le violenze" dei manifestanti. Non si distingue in questo la cosiddetta ala “socialista” del Partito Democratico, che ha visto scendere in piazza il suo stesso popolo e non sa bene come riportarlo all'ovile.
L'evocazione di (fantasiose) presunte infiltrazioni di suprematisti bianchi nelle manifestazioni da parte di questo ambiente mira a boicottare il movimento, provocare defezioni, riportare la calma. Il commentario delle sinistre riformiste italiane avalla, in varie forme, l'operazione. Così come ha avallato il ritiro di Sanders dalla competizione elettorale in obbedienza allo stato maggiore democratico, in omaggio all'eterno bipolarismo USA.

Noi stiamo, da marxisti rivoluzionari, su un altro binario, quello della costruzione di un movimento di classe e di massa indipendente negli USA, e in esso di una egemonia anticapitalista.
Per questo salutiamo la ribellione dell'avanguardia della gioventù americana, bianca e nera, e ne rivendichiamo senza riserve la radicalità antipoliziesca e antigovernativa. Per questo diciamo che il futuro della ribellione e delle sue ragioni è affidato all'incontro col più vasto proletariato americano.
Decine di milioni di lavoratori e di lavoratrici sono e saranno investiti da una nuova gigantesca crisi sociale, che colpirà nuovamente lavoro, salari, diritti. Una irruzione sulla scena della lotta di classe di questa immensa massa di salariati è il fattore che potrebbe fare la differenza e segnare davvero una svolta.
In questi anni di Trump, contro tante previsioni disfattiste, si sono sviluppate lotte importanti dei salariati USA, dal movimento nazionale dei fazzoletti rossi nella scuola alle lotte operaie, radicali e prolungate, della General Motors. Vedremo quale sarà l'impatto della crisi su queste dinamiche sociali. Di certo la ribellione in corso dell'avanguardia della gioventù parla anche e soprattutto a loro.
Partito Comunista dei Lavoratori

10 NOVEMBRE MANIFESTAZIONE NAZIONALE

Sabato, 10 Novembre 2018 alle ore 14.00 - Piazza della Repubblica ROMA

È il momento di reagire, mobilitarsi e unirsi contro gli attacchi del governo, a cui Minniti ha aperto la strada, contro l’escalation razzista e il decreto Salvini che attacca la libertà di tutte e tutti. 
– Per il ritiro immediato del Decreto immigrazione e sicurezza varato dal governo. NO al disegno di legge Pillon. 
– Accoglienza e regolarizzazione per tutti e tutte. 
– Solidarietà e libertà per Mimmo Lucano! Giù le mani da Riace e dalle ONG. 
– Contro l’esclusione sociale. 
– No ai respingimenti, alle espulsioni, agli sgomberi. 
– Contro il razzismo dilagante, la minaccia fascista, la violenza sulle donne, l’omofobia e ogni tipo di discriminazione. 


Il Partito Comunista dei Lavoratori parteciperà alla manifestazione.

Il governo SalviMaio si rafforza. Costruire l'opposizione di classe e di massa!

Il governo SalviMaio si è rafforzato in questi mesi. La sua base di consenso si è allargata, anche tra i lavoratori. M5S e Lega avevano un consenso complessivo del 50% il 4 marzo, oggi i sondaggi assegnano loro oltre il 60%, con uno sfondamento impressionante della Lega. Le campagne d'ordine contro i migranti, la gestione pubblica della tragedia di Genova, il successo d'immagine dell'accordo Ilva hanno rafforzato la percezione diffusa di un governo di svolta presso ampi strati popolari. In ogni caso hanno alimentato una aspettativa positiva. Il governo non cresce solamente o prevalentemente per quello che fa o per quello che promette, cresce innanzitutto perché appare contro “quelli di prima”. Per questo l'opposizione liberale del PD, dal versante degli interessi delle imprese, come gli ammonimenti di provenienza UE su immigrazione e conti pubblici, sono oggi un fattore di rafforzamento del governo SalviMaio.

Inoltre il governo capitalizza la crisi verticale delle opposizioni liberali. PD e Forza Italia vedono precipitare ulteriormente le proprie fortune, sotto ogni aspetto. Il loro consenso sociale cala (PD) o crolla (FI). I loro assetti interni sono scompaginati dal tramonto delle vecchie leadership (Renzi e Berlusconi) e dalla estrema difficoltà a trovarne di nuove. Le loro prospettive politiche sono buie: il PD è orfano del centrosinistra e lontano mille miglia da un possibile ritorno al governo, che è la sua stessa ragione di vita; Forza Italia vede dileguarsi il miraggio di una possibile ricomposizione di governo con Salvini, a fronte dello sfondamento della Lega e di un riequilibrio irreversibile dei rapporti di forza. Il risultato d'insieme di questi fattori è l'assenza di ogni soluzione di ricambio politico del governo in carica, nell'immediato e per la prossima fase; ciò che può allargare le disponibilità di dialogo dell'establishment col governo in carica, al di là delle contraddizioni esistenti.

Ma soprattutto pesa l'assenza di una opposizione sociale al nuovo governo dal versante di classe.
La CGIL è del tutto paralizzata dalla preoccupazione di salvaguardare e sviluppare il patto col padronato e dalla lotta interna per la successione alla Camusso. Mentre il candidato emergente, Maurizio Landini, è più aperto al dialogo col governo giallo-verde della destra interna filo-PD (Colla). L'USB, che pure ha avuto un ruolo positivo nella lotta dei braccianti di Rosarno e Foggia, continua ad essere segnata da una ambiguità di fondo verso il M5S che condiziona il suo rapporto col governo. L'esaltazione dell'accordo Ilva da parte di FIOM e USB ha rappresentato non solo un falso sotto il profilo sindacale, ma un'insperata sponda politica al governo - in particolare a Di Maio - e alla sua presa tra i lavoratori.


UN GOVERNO PER TUTTO IL PADRONATO 
Contrariamente al suo successo d'immagine tra i salariati, il governo giallo-verde non ha nulla a che spartire coi loro interessi. È vero, non prende ordini direttamente dalle grandi famiglie del capitale (Benetton) come i governi precedenti (inclusi quelli appoggiati da Rifondazione Comunista). Esso cerca di costruire un nuovo equilibrio politico col capitale finanziari: allargamento delle partecipazioni statali, promozione di propri fiduciari ai vertici delle istituzioni finanziarie (Consob) e dell'amministrazione pubblica, negoziazione delle politiche di bilancio. Ma il suo fine preminente è la protezione e rappresentanza della piccola e media impresa, cui vuole estendere i privilegi di cui gode la grande: riduzione ulteriore e massiccia della tassazione sui profitti (Ires), estensione del super-ammortamento, flat tax prioritaria al 15% per le partite Iva e le libere professioni, condono fiscale rivolto principalmente ai piccoli e medi imprenditori (con un tetto al milione?). Lega e M5S sgomitano tra loro per la rappresentanza di questi interessi sociali. La Lega con l'occhio al capitalismo dei distretti, il M5S con l'occhio alle libere professioni. Entrambi alla ricerca di una propria solida radice nella società del capitale, comunque dominata dal capitale finanziario, quello che compra i titoli di Stato, quello che incassa gli interessi sul debito, quello che si proietta su scala europea e mondiale. Quello dei grandi gruppi capitalistici cui in questi giorni Di Maio sta procurando lucrosi affari in Cina.

Al capitale finanziario il governo SalviMaio offre un accordo vantaggioso: “Noi rispettiamo i vincoli di fondo del debito pubblico e del fiscal compact, le leggi antioperaie dei precedenti governi, incluso la distruzione dell'articolo 18 che è la principale vittoria vostra nella guerra contro il lavoro. Tutto questo non lo tocchiamo. Voi lasciateci uno spazio di manovra per soddisfare la piccola e media borghesia, e ingannare salariati e disoccupati. Perché solo così potremo portarvi in dote il loro consenso, che è la garanzia della vostra stabilità”.

Tutta la bagarre che oggi attraversa il governo sulla prossima legge di bilancio ruota attorno alla ricerca di questo accordo. Di Maio e Salvini battono cassa, il ministro dell'economia Tria tiene il freno, a garanzia di Bankitalia e d'intesa con Mattarella. Vedremo quale sarà la risultante.


LE PROMESSE SOCIALI ALLA PROVA 
Ma se si garantisce al capitale il pagamento del debito pubblico e dei suoi interessi (in crescita), e insieme una riduzione ulteriore del prelievo fiscale sui profitti, cosa resterà delle promesse sociali su Fornero e reddito di cittadinanza? Qualcosa di sicuro resterà, perché Salvini e Di Maio non sono votati al suicidio. Ma cosa? L'abolizione della Fornero è già diventata la sua riforma, e la sua riforma sembra combinare un anticipo dell'età pensionabile con la riduzione degli assegni per via del ricalcolo contributivo. Il reddito di cittadinanza - condizionato all'accettazione di lavoro precario - sembra ridursi alla sola povertà assoluta, dimezzando il proprio bacino di riferimento.

Ma soprattutto chi paga il conto? Se si finanzia l'operazione col deficit si finisce col pagarlo con gli interessi alle banche, attingendo prima o poi al portafoglio dei salariati. Se la si finanzia col taglio delle spese, si finisce col comprimere, al di là delle chiacchiere, le prestazioni sociali. Se la si finanzia con l'aumento delle imposte, si riduce a una partita di giro in cui pagano sempre i soliti noti. Intanto si tagliano i fondi alle periferie, si ipotizza un aumento selettivo dell'Iva, si discute persino del taglio (improbabile) degli 80 euro. L'unica cosa certa è che i lavoratori salariati continuano a reggere sulle proprie spalle l'80% del carico fiscale, l'articolo 18 resta distrutto, i contratti a termine sono portati dal 20% dell'organico aziendale (Poletti) al 30% (Di Maio). A proposito di lotta al precariato! Mentre centinaia di migliaia di lavoratori immigrati, forzatamente “clandestini” per le leggi infami che li vogliono tali, saranno più vessati e sfruttati di prima, e dunque usati come arma di ricatto contro i salariati italiani per nutrire le campagne xenofobe.
Sarebbe questo un governo di svolta per la classe operaia? Non prendiamoci in giro.


PER UN'OPPOSIZIONE DI CLASSE AL GOVERNO DELLE DESTRE

Il problema allora è entrare nella contraddizione tra le aspettative e la realtà. Lo può fare solo un'opposizione di classe, che punti a liberare i salariati da un blocco sociale costruito contro di loro. Che fa di loro i portatori d'acqua, e la borghesia (grande, media, piccola) la beneficiaria dell'incasso.

Un'opposizione di classe richiede tre cose.

La prima è la nettezza dell'opposizione a un governo reazionario. Tutte le posizioni di stampo sovranista, che in forme diverse aprono brecce a sinistra, vanno denunciate per quello che sono: un cedimento alla pressione reazionaria, alle sue ideologie e alle sue suggestioni. Non siamo in presenza di un governo da “incalzare con una politica di pressione”, critica. Siamo in presenza di un governo da combattere. Senza ambiguità.

La seconda è che un'opposizione di classe è tale se muove da un'angolazione opposta a quella liberale del PD. Tutte le posizioni neofrontiste che teorizzano il blocco democratico col PD contro le destre, sono oggi di fatto un aiuto alle destre e alla tenuta del loro blocco sociale. L'autonomia dal PD è la condizione stessa della ricostruzione di una opposizione classista credibile.

La terza è la costruzione di un fronte unitario di massa che punti a unire nell'azione tutte le forze disponibili all'opposizione di classe. Tutte le posizioni autocentrate, che in campo sindacale o politico mirano unicamente a preservare il proprio spazio a scapito dell'unità d'azione ed anzi contro di essa, rappresentano oggi, ancor più di ieri, un fattore di disorientamento e dispersione.

La prossima legge di stabilità può e deve essere l'occasione di un'azione generale di contrasto delle misure filopadronali, a partire da quelle fiscali.

Ma non basta l'azione di contrasto, c'è bisogno di una piattaforma generale del mondo del lavoro che tracci una linea di demarcazione verso il governo e indichi una prospettiva di mobilitazione. Senza una piattaforma autonoma, i lavoratori vengono abbandonati a corpo morto al martello della demagogia della destra, riducendosi a discutere e a commentare le sue promesse o le sue misure, magari accontentandosi del cambio di registro della propaganda, o di qualche elemosina sociale. In ogni caso, restando in una posizione subalterna, che gioca di rimessa, a tutto vantaggio dei propri avversari.

Per il recupero dell'articolo 18 e la sua estensione a tutti i lavoratori e lavoratrici

Per la cancellazione di tutte le le leggi di precarizzazione del lavoro e l'assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori precari

Per la piena uguaglianza di diritti tra lavoratori italiani e immigrati

Per la riduzione generale dell'orario a 32 ore, pagate 40

Per la reale abolizione della legge Fornero, età pensionabile a 60 anni o 35 di lavoro, finanziata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite

Per un salario dignitoso ai disoccupati che cercano lavoro, finanziato dall'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese

Per la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio si tutte le aziende che delocalizzano o licenziano o inquinano

Per la nazionalizzazione di tutte le aziende e servizi privatizzati negli ultimi venticinque anni, senza indennizzo e sotto controllo sociale, a partire dai beni comuni (autostrade, servizi idrici, trasporti...)

Una piattaforma generale di questo tipo mira a unire tutto ciò che il capitale e il governo vogliono dividere, e al tempo stesso disegna una linea di frontiera che separa chi sta di qua e chi sta di là. Chi sta col padronato, chi sta col lavoro salariato. Una linea di frontiera che punta al recupero di quella grande massa di lavoratori oggi irretita dal governo giallo-verde anche perché priva di una prospettiva propria, di una ragione sociale indipendente in cui credere e per cui battersi.


PER UN PUNTO DI VISTA DI CLASSE E ANTICAPITALISTA SULLO STESSO TERRENO DEMOCRATICO 

Non si tratta di confinare l'opposizione al governo entro il perimetro economico sociale. Tanto più in presenza di un governo reazionario, l'esigenza di un'opposizione sul terreno democratico non può essere né rimossa né sottovalutata.
È il caso del rilancio dell'iniziativa antifascista in aperto contrasto delle iniziative squadriste che si vanno moltiplicando sulla scia del salvinismo.
È il caso della mobilitazione contro le campagne xenofobe e a difesa dei diritti dei migranti, a partire dal diritto a corridoi sicuri e a un'accoglienza dignitosa. È il caso della mobilitazione a difesa dei diritti delle donne e di tutte le minoranze oppresse contro l'orientamento particolarmente misogino e reazionario del nuovo ministro della famiglia. Del resto, l'esperienza delle mobilitazioni del movimento LGBT nello scorso giugno, ma anche le manifestazioni antirazziste, come quella di Milano, hanno misurato l'esistenza nonostante tutto di una disponibilità all'opposizione democratica contro la reazione a volte persino sorprendente, dati i tempi. Lo stesso successo di partecipazione alle proiezioni del film sul caso Cucchi negli ultimi giorni testimonia l'esistenza di questa risorsa.

E tuttavia occorre essere chiari. Nessuna opposizione di tipo esclusivamente democratico è oggi in grado di smuovere il blocco sociale reazionario se non si collega a ragioni sociali riconoscibili a livello di larghe masse. Di più. Una mobilitazione di tipo esclusivamente democratico, confinata nel proprio recinto, per quanto importante e necessaria, rischia di essere usata dal governo in carica come strumento di consolidamento del proprio blocco nazional-popolare contro “il democraticismo delle élite”, come recita la propaganda delle destre. Per questo è necessario portare anche sul terreno democratico la necessità di un punto di vista di classe.

A chi dice “non c'è lavoro, casa, asili per noi italiani, come fa ad esservi per i migranti?” non puoi rispondere solo col giusto richiamo alla difesa dei loro diritti. Devi indicare una alternativa di società capace di ripartire il lavoro tra tutti, di assicurare a tutti una casa, di sviluppare un grande piano di nuovo lavoro in fatto di risanamento ambientale, sicurezza antisismica, sicurezza della viabilità: ciò che implica una prospettiva di rottura anticapitalista (riduzione generale dell'orario, esproprio delle grandi proprietà immobiliari, abolizione del debito pubblico verso le banche e loro nazionalizzazione senza indennizzo...) e dunque la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Non si può contrastare la polarizzazione reazionaria oggi in atto se non con un lavoro di polarizzazione classista e anticapitalista. Non si può contrastare il programma della reazione se non con un programma di rivoluzione.


Partito Comunista dei Lavoratori

RAZZISMO ISTITUZIONALE E RIABILITAZIONE DEL FASCISMO: IL BIGLIETTO DA VISITA DEL GOVERNO DELLA TERZA REPUBBLICA DI DI MAIO E SALVINI


Polizia schierata in forze e munita di mezzi corazzati e cannoni idranti a difesa del comizio dei nazisti di Forza Nuova a Bologna nel febbraio: una grande manifestazione per impedirla. 4 compagni colpiti dalla repressione della magistratura
L’insegnante Flavia Lavinia Cassaro licenziata politica per la sua militanza antifascista in una manifestazione per contestare il comizio di Casapound sempre nel febbraio: il SAP (Sindacato autonomi di Polizia) applaude
Mozione del consiglio comunale di Roma proposta dai filofascisti di FdI e votata dal gruppo M5S per intitolare una strada ad Almirante, storico capo fascista e sottoscrittore del Manifesto in difesa della Razza
Omicidio del compagno sindacalista di USB Soumayla Sacko impegnato da anni nell'organizzazione della lotta dei braccianti della Piana di Gioa Tauro, in Calabria:  silenzio assordante di Di Maio e Salvini, poi solo uno scarno e ipocrita comunicato di Conte che costa poco e, spentisi i riflettori,  non muterà in nulla le terribili condizioni di sfruttamento dei braccianti della Piana e di tante altre zone del Paese
Chiusura dei porti e abbandono in mare dei migranti per i quali il Ministro degli Interni Salvini (quello più a destra nel secondo dopo guerra) annuncia che “è finita la pacchia”.
Ci vuole altro per capire che questo governo è nemico degli antifascisti e antirazzisti e che le istituzioni “democratiche” (siano della prima, della seconda o terza repubblica) non sono loro amiche?
E’ necessario rilanciare unitariamente la mobilitazione antifascista e antirazzista dal versante della classe lavoratrice.
Intanto esprimiamo la nostra massima solidarietà a tutti gli antifascisti e antirazzisti colpiti!



MIGLIAIA E MIGLIAIA IN CORTEO PER IDY DIENE E CONTRO RAZZISMO E FASCISMO


e il protagonismo dello spezzone anticapitalista dell'Ass. Mariano Ferreyra e del PCL Firenze

10 Marzo 2018
Oggi Firenze ha vissuto una giornata di riscatto. Dopo il barbaro omicidio di Idy la risposta della città si è fatta sentire.
Quasi 30.000 persone sono scese in piazza per onorare la memoria di Idy Diene ma anche per rilanciare la lotta contro razzismo e fascismo, che sono le cause della morte di Idy Diene, di Samb Modu e Diop Mor nel 2011 sempre a Firenze (uccisi dal militante di Casapound Gianluca Casseri) come dell'atto terroristico di alcuni giorni fa a Macerata, quando un militante della Lega ha sparato a sei migranti cercando la strage.
Le istituzioni cittadine come buona parte della stampa e delle tv hanno fatto di tutto, come cercarono di fare con il fascista Casseri, per far passare l'omicidio razzista di Idy come l'atto di un pazzo.
Noi oggi, insieme a migliaia di persone, siamo scesi in piazza per dire NO.

L'omicidio di Idy è un omicidio razzista, la mano che ha sparato è quella di una persona messa su dai continui sproloqui della destra fascista e razzista, a partire da Salvini (mandante morale sia dell'atto terroristico di Macerata che dell'omicidio razzista di Firenze) fino ad arrivare alla feccia nera delle organizzazioni neofasciste.

Come Associazione Mariano Ferreyra e come Partito Comunista dei Lavoratori abbiamo costruito uno spezzone con centinaia di migranti che si è caratterizzato come il più combattivo del corteo. Uno spezzone che voleva urlare, con tutta la rabbia che abbiamo dentro, come la lotta contro razzismo e fascismo sia possibile solo nell'unità tra lavoratori italiani e migranti.

Per questo non ci siamo limitati, come avrebbero voluto alcuni esponenti di "alto rango" delle comunità migranti, a scandire slogan contro il razzismo, ma abbiamo voluto individuare come il razzismo ed il fascismo non sono altro che un sottoprodotto della società capitalista, per questo abbiamo voluto scandire slogan contro i mandanti morali dell'assassinio di Idy, per questo abbiamo scandito slogan contro i fascisti e per la chiusura delle loro sedi.

CON SAMB, CON DIOP, CON IDY
UNITI VINCEREMO
ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI FIRENZE

Il PCL aderisce al corteo di solidarietà internazionalista

Il PCL aderisce al corteo di solidarietà internazionalista a fianco di migranti e profughi, per un'Europa senza barriere, indetto dal Si Cobas Bologna, sabato 19 settembre, ore 15

 

Il Partito Comunista dei Lavoratori aderisce alla manifestazione nazionale indetta dal Si Cobas per il prossimo 19 settembre a Bologna per sostenere le ragioni dei migranti e dei profughi che sono giunti e che stanno giungendo nei paesi dell'Unione Europea.
La cosiddetta "emergenza profughi" non è un problema umanitario a seguito di una catastrofe naturale, ma la conseguenza diretta di fenomeni politici che chiamano in causa direttamente il cosiddetto Occidente. La fuga dalla guerra e dalla povertà é figlia diretta delle politiche dei paesi capitalisti, dell'imperialismo dei paesi europei (concretizzatosi anche con veri e propri interventi militari anche da parte dell'Italia come in Libia, con i brillanti risultati oggi evidenti a tutti), del colonialismo e della guerra permanente perseguiti dallo stato sionista israeliano che oggi è di fatto un alleato militare indiretto dell'Isis. La stessa distinzione che i governi Ue vogliono imporre tra profughi di guerra e migranti per motivi economici rispecchia in pieno il classismo a cui si ispirano le varie scelte di politica estera.
Il PCL rigetta ogni approccio "buonista e solidale", ma rilancia la necessità di una politica internazionale rivoluzionaria che ponga il tema della fine dei conflitti e il rovesciamento dei regimi attuali per una transizione verso una federazione laica e socialista nel Medio Oriente, in un quadro in cui venga riconosciuto al popolo curdo il pieno diritto all'autodeterminazione.
Dall'altro versante deve essere lanciata una vera e propria battaglia contro il razzismo istituzionale dei regimi di destra e estrema destra dei paesi dell'est Europa - Ungheria, Polonia, Repubblica ceca; così come contro la campagna di odio della Lega Nord e dei suoi alleati fascisti che ancora una volta tentano di distogliere il proletariato dall'attenzione ai suoi nemici naturali per portarli sul terreno della più becera xenofobia.

Il concentramento del corteo è previsto SABATO 19 SETTEMBRE 2015, ore 15 a Piazza Unità, BOLOGNA:
alle spalle della Stazione centrale della città, circa 600 metri; uscire dal retro in Via Carracci (area della stazione TAV) e prendere via Antonio di Vincenzo (perpendicolare nella zona della via a destra dell’uscita); alla quinta strada a destra – via Donato Creti – girare a destra per 150 metri e arrivate in piazza dell’Unità.
Partito Comunista dei Lavoratori

CON I LAVORATORI MIGRANTI, PER L'UNITÀ DI LOTTA DEL LAVORO!

[testo del volantino che sarà distribuito sabato 13 giugno alla manifestazione regionale dei migranti a Bologna: ritrovo dello spezzone PCL in piazza dell'Unità alle 15]

 Il Partito Comunista dei Lavoratori marcia oggi al fianco dei migranti dell'Emilia- Romagna nella loro lotta per condizioni di vita decenti, contro la linea politica discriminatoria e razzista adottata, in modo più o meno aperto, da tutti i partiti dominanti e presenti in parlamento.


Parla chiaro la risposta delle istituzioni italiane e europee alla tragedia dei milioni di migranti che anno dopo anno cercano un futuro lontano da disoccupazione di massa, guerre, carestie: blocco delle vie di transito, taglio ai fondi per le missioni di soccorso in mare, campi-lager dove detenere i migranti colpevoli di...volere un vita degna! Tutto questo mentre fuori dall'Europa si continua a inondare di armi i paesi (ex)coloniali, dove si provano gli armamenti più sofisticati e letali (droni, missili, bombe...nucleari! Come quelle sganciate pochi giorni fa in Yemen).
L'Unione Europea intanto si barrica dentro i suoi confini e riduce i fondi per il soccorso dei migranti che attraversano il Mediterraneo. Aver coscientemente e volutamente ridotto il soccorso non poteva ridurre le partenze, poteva solo moltiplicare i morti. A tutti gli effetti, proprio per questo, autentici omicidi. Omicidi di cui portano la responsabilità tutti i firmatari della missione Triton, governo italiano e autorità europee in primo luogo. Come tutte le canaglie razziste reazionarie, dai salviniani ai loro simili in tutta Europa, che costruiscono la propria carriera politica ( stipendi e poltrone incluse) alimentando il gioco cinico della paura dei migranti nel più totale disprezzo di ogni senso umano di pietà.
I capitalisti e i loro partiti non fanno che approfondire la crisi che loro stessi hanno creato, continuando a fare danni dopo aver schiavizzato e spolpato interi continenti.

LE FALSE “SOLUZIONI”
Ora gli stessi responsabili italiani ed europei dell'ecatombe in corso, si affrettano ad annunciare “soluzioni”. Ma le “soluzioni” sono tanto poco credibili quanto coloro che le propugnano.
“Blocco navale davanti alle coste libiche” grida Salvini, “per respingere l'invasione”. Questa “soluzione” significherebbe abrogare il diritto di fuga e di asilo dei profughi di guerra, consegnandoli ai loro aguzzini.
Azione di polizia internazionale, targata UE e ONU, davanti alle coste libiche, per istituire centri di identificazione e smistamento dei migranti” propone Renzi. Questa “soluzione” ipotizzata da ambienti del governo italiano, a prescindere da ogni problema di praticabilità, si scontra con un interrogativo elementare: quale sarebbe il criterio dello smistamento? Si dice che occorrerebbe distinguere tra “migranti economici” e profughi di guerra, i primi da respingere e i secondi da accogliere. Ma non è chiaro che il grosso del flusso è oggi una fuga dalla morte? La verità è che si cerca il modo di bloccare la fuga dalla morte di masse umane disperate istituendo una barriera “legale” e “democratica” di respingimento. Potrebbe essere forse una “soluzione” per Renzi e i governi europei: si fa mostra di bloccare l'afflusso con argomenti “umanitari”, non si paga il prezzo d'immagine delle morti in mare, si contrasta la concorrenza elettorale dei Salvini di turno. Ma sarebbe una “soluzione” per i migranti quella di morire nel deserto, o di tornare nelle fauci delle proprie domestiche dittature sanguinarie, o di finire preda e trofeo dell'ISIS?

L'IPOCRISIA DEI GOVERNI BORGHESI EUROPEI
La verità è che i governi borghesi d'Europa, senza eccezione alcuna, cercano una soluzione per sé, non per i migranti. Di fronte alla più grande migrazione di massa del secondo dopoguerra, ogni regime borghese cerca il massimo utile per gli interessi della propria classe col minimo prezzo in termini di consenso. A questo sono servite e servono le leggi anti-migranti nella UE. Non hanno bloccato la migrazione, perché nessuna migrazione dalla fame e dalla morte può essere bloccata. In compenso hanno trasformato la vita di grandi masse di migranti in un inferno “clandestino” quotidiano, merce ricattabile per il massimo profitto delle imprese, e per di più oggetto di aggressioni xenofobe e concorrenze elettorali.
Oggi la storia si ripete. Di fronte alla nuova tragica impennata del flusso migratorio, per di più “incontestabile” trattandosi di profughi, si cerca di mascherare il loro respingimento con argomenti “umanitari” e persino “democratici”( lotta agli “scafisti schiavisti”, ai possibili “terroristi” ISIS mascherati, alla “tragedia delle morti in mare”). In realtà otterranno solo due risultati: renderanno ancor più difficile e disperata la fuga, accrescendo il rischio di morte. Creeranno una nuova leva di massa di cosiddetti “clandestini” da sfruttare entro le proprie frontiere.
Le grandi migrazioni di masse umane sono sempre state nella storia un riflesso di disuguaglianze e contraddizioni planetarie. Così fu a fine 800 e primo 900 nelle migrazioni europee verso le Americhe. Così è oggi nelle grandi migrazioni africane e asiatiche in Europa.
Quanto agli accoglimenti “legali”, ridotti al minimo, ogni Stato cercherà di scaricare sull'altro il fardello dei relativi costi di accoglienza riducendo al minimo, sotto ogni più elementare livello di decenza, i “costi” di accoglienza della “propria quota”. Non senza mangiatoie di sprechi e ruberie, gestite da cooperative bianche e “rosse” sulla pelle dei migranti, ridotti ad appestati senza diritti nei campi di detenzione senza aver commesso alcun delitto.
La differenza è che le stesse migrazioni prodotte dai crimini imperialisti trovano oggi un'Europa in declino, stagnante, distruttrice di posti di lavoro e di diritti dei propri proletari. E quindi un'Europa ancor meno “accogliente” dell'America di un secolo fa. Dovrebbe essere una ragione in più perché il movimento operaio europeo faccia quanto fece il movimento socialista americano del primo 900: una battaglia contro la xenofobia, contro le leggi anti-migranti, per la fratellanza tra gli sfruttati e gli oppressi al di là di ogni confine e bandiera.

PER UNA SOLUZIONE SOCIALISTA DEL DRAMMA MIGRATORIO

No ai respingimenti, aperti o mascherati, dei migranti.
Per un piano di accoglienza dignitosa dei migranti, a partire dai profughi, su scala europea.
Per una libera circolazione dei migranti in Europa.
Cancellazione delle leggi anti migranti, in ogni paese e su scala europea. A parità di diritti parità di lavoro, tra lavoratori europei e migranti
Ripartizione fra tutti del lavoro esistente, con la riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga. A vantaggio dei lavoratori europei e migranti.
Piano del lavoro, in ogni paese e su scala europea, per opere sociali, finanziato dalle grandi ricchezze. A vantaggio dei lavoratori europei e migranti.
Requisizione, in ogni paese, dei grandi patrimoni immobiliari, per dare reale diritto di abitazione a lavoratori europei e migranti.

Altro che balbettii “umanitari” delle sinistre riformiste europee!
Solo un governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea, può seriamente affrontare la
tragedia migratoria nell'interesse comune degli sfruttati.
Solo gli Stati Uniti Socialisti d'Europa possono incoraggiare in tutti i continenti la lotta e ribellione degli sfruttati contro la dominazione del capitalismo e dell'imperialismo.
Per recidere alla radice la causa stessa dell'emigrazione di massa.
Solo la rivoluzione cambia le cose”. Per tutti: europei e migranti.