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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Il pride di Budapest e il suo significato

 


Diversi media italiani hanno parlato del gay pride tenutosi a Budapest il 28 giugno scorso e della sua importanza. In effetti, l’importanza di questo evento non è certo stata il fatto che quest’anno ricorresse il suo trentesimo anniversario, ma dal fatto che si sia svolto sfidando una legge appositamente fatta da Orbán per impedirlo.


Diamo un po’ di contesto: poco prima della data del gay pride, Orbán aveva approvato una legge che lo vietava esplicitamente, con la motivazione di proteggere i bambini (esattamente quella usata dall’alleato Putin in Russia da molto più tempo), ma che introduceva anche pene più severe per i partecipanti a manifestazioni non autorizzate, che potevano essere filmati anche in mancanza di comportamenti aggressivi (a differenza da quanto stabilito in precedenza).

Eppure, la legge anti-pride di Orbán non ha avuto l’effetto sperato, grazie alla sfida presentata dal sindaco di Budapest, il liberale Karácsonyi, recentemente rieletto con una piccolissima differenza di voti rispetto ai suoi avversari. Mentre qualunque manifestazione dichiarata da terzi necessita del permesso della polizia, come in Italia, Karácsonyi ha deciso di organizzare il pride come evento comunale, in quanto tale esente da questo requisito. Ciò è stato fatto nonostante le esplicite minacce del governo e della polizia, che hanno paventato multe salate e anni di galera non solo per gli organizzatori, ma anche per gli eventuali partecipanti (notare che si minacciava di utilizzare anche il famigerato riconoscimento facciale per identificare i manifestanti).

Il risultato è certamente stato un grande smacco simbolico per Orbán: mentre negli anni passati il pride registrava una media di 30.000 presenze, quest’anno ce ne sono state 200.000, con decine di migliaia provenienti dall’estero. È evidente che questa enorme partecipazione non è stata limitata alla comunità LGBTQ+: moltissime persone dall’Ungheria e dall’estero hanno partecipato per principio, per difendere la libertà di espressione e di manifestazione, per dire che sono stanchi del semi-regime di Orbán che dura ormai dal 2010. E per quanto riguarda le minacce della polizia, può darsi che non possano concretizzarsi per una serie di motivi: a parte la difficoltà a identificare e multare 200.000 persone, pare che i software di riconoscimento facciale a disposizione della polizia ungherese siano ancora pionieristici e non facili da usare. Insomma, gli sbirri devono ancora studiare un po’ per poterli usare come si deve, e saremo molto curiosi di seguire i loro progressi.

Nonostante questo enorme smacco simbolico, però, alcune considerazioni si impongono. In primis, è poco probabile che questo evento rappresenti l’inizio della fine di Orbán. Il perverso sistema elettorale ungherese, infatti, fa si che al caudillo magiaro basti una maggioranza relativa dei voti per ottenere i due terzi del parlamento (alle ultime elezioni ha ottenuto poco più del 50% dei voti), ed è assai improbabile che i suoi elettori fidelizzati e indottrinati lo lascino (e in ogni caso, 200.000 persone sono ben poca cosa rispetto ai 3 milioni circa che regolarmente votano Orbán). Anzi, essi sono certamente d’accordo con lui sulla pericolosità del “gender” in quanto corruttore dei minori ecc. (con una mezza battuta, verrebbe da dire che il leader del Paese europeo che produce più pornografia potrebbe avere altre preoccupazioni).

In secundis, la lotta per l’uguaglianza di genere è importante, ma può essere poca cosa o risultare addirittura ipocrita se essa non viene coerentemente accompagnata dalla lotta antirazzista e da quella di classe (questo lungi dai rossobruni, che mettono in contraddizione queste tre lotte, mentre è proprio la loro unione che è necessaria). Purtroppo, nella cosiddetta opposizione ungherese non risulta che nessuno voglia approvare leggi meno vessatorie verso i lavoratori (nuove recenti norme approvate nell’indifferenza generale mettono a rischio l’assistenza sanitaria ai lavoratori precari, per dirne una), in un Paese che ha già sindacati debolissimi o inesistenti, dove le lavoratrici sono costantemente lasciate indifese e intimidite, ecc.

Lo stesso dicasi sulla questione del razzismo: nessuno dei cosiddetti oppositori propone niente di concreto per discriminare di meno gli immigrati (al di là di qualche chiacchiera generica), anzi si chiarisce che il muro costruito al confine della Serbia verrà mantenuto in caso di loro vittoria. Più nello specifico il sindaco Karácsonyi, che si è esposto in prima persona per il gay pride, è d’accordo con il divieto governativo delle manifestazioni in favore della Palestina, considerate un sostegno al terrorismo. Insomma, per il sindaco liberale la libertà di espressione e manifestazione va difesa (giustamente) per la comunità LGBTQ+ ungherese, ma non per un popolo vittima di genocidio (con sostegno attivo del governo Orbán). Contraddizioni e ipocrisie che è bene sottolineare, al di là dei commenti trionfalistici della grande stampa straniera.

Elia Spina

Libertà e rientro immediato per Ilaria!

 


Giù le mani dagli antifascisti!

3 Dicembre 2023

Dal mese di febbraio nelle carceri dell'Ungheria del regime di Orban è rinchiusa Ilaria Salis, compagna anarchica delle occupazioni del Ticinese, da sempre attiva nelle lotte per il diritto alla casa e nella solidarietà verso detenuti anarchici come Cospito, per aver partecipato secondo l'accusa agli scontri contro neonazisti provenienti da tutta Europa durante una parata organizzata dai neonazisti nostalgici del regime fascista e fortemente antisemita dell'ammiraglio Horthy.

Le ultime notizie provenienti dalla prima lettera che è riuscita a inviare dopo più di sei mesi di detenzione ai suoi avvocati ci parlano di condizioni insopportabili, di celle piene di topi e cimici, di detenute costrette a lavorare per 50 euro al mese e dell'impossibilità per la compagna di accedere anche agli accessori per garantirle il minimo di igiene personale.

Come negli scorsi mesi abbiamo solidarizzato con la battaglia in carcere di Alfredo Cospito, da comunisti internazionalisti non possiamo non auspicare che nasca una mobilitazione in solidarietà in tutto il paese per il rilascio ed il rientro di Ilaria e contro il trasferimento nelle carceri ungheresi di Gabriele Marchesi, l'altro compagno anarchico arrestato a Budapest in quei giorni.

Contro il reazionario regime bonapartista di Orban, che gode del convinto sostegno di partiti di governo come la Lega. Per la libertà delle compagne e dei compagni!

Partito Comunista dei Lavoratori

Una nuova stagione di lotta di classe per contrastare il programma oscurantista dei sovranisti

 


La carta dei valori siglata tra i 16 principali partiti sovranisti e conservatori europei, tra cui Lega e Fratelli d’Italia, testimonia il ruolo da protagonista che l’estrema destra vuole giocare in Europa nei prossimi anni. In nome di un’Europa che rimette al centro le singole identità nazionali, le forze dell’estrema destra nazionalista chiamano a raccolta quanti vogliono un continente senza immigrati, islamici e omossessuali.

I sovranisti, rivendicando «l’eredità giudaico-cristiana dell’Europa», ripropongono la difesa della famiglia tradizionale, lo stop all’immigrazione, l’opposizione "all’iperattivismo morale dell’Unione europea". Questo manifesto ideologico disvela un’Europa cupa e reazionaria: quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate, quella che discrimina le donne e la comunità Lgbtq+.
Le dure parole di molti leader europei arrivano tardi e servono a poco. Non saranno certo le élite liberali del continente, le stesse che negli ultimi vent’anni non hanno mosso un dito per salvare le decine di migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, a difendere i diritti civili e democratici. Solo la ridiscesa in campo di una forte mobilitazione operaia su scala continentale, capace di saldare in un unico fronte la battaglia per i diritti civili e democratici con quelli sociali, può spazzare via la folata reazionaria che attraversa gran parte d’Europa. Solo una nuova stagione di lotta che rimetta al centro i bisogni e le aspirazioni delle classi subalterne può essere il lampo di magnesio che illumina una notte senza stelle.


UN FRONTE COMPOSITO ALLA RICERCA DI UNA CONVERGENZA

Questo manifesto ideologico è stato sottoscritto dalle forze politiche che fanno parte di tre gruppi diversi nel Parlamento UE, ovvero Identità e Democrazia (ID) e Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), più Fidesz. Accanto al Rassemblement National di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, spicca la presenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán, recentemente uscito dal PPE, e del partito del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, due forze di governo che confermano il peso rilevante che le nazioni dell’Europa centrale rivestono in questo schieramento. Anche i sovranisti di casa nostra rivestono un ruolo importante. Matteo Salvini e Giorgia Meloni ricoprono un ruolo apicale all’interno dei loro rispettivi gruppi europei, e in caso di successo elettorale nelle prossime elezioni politiche, possono aspirare a diventare il perno imprescindibile del mondo conservatore e sovranista del vecchio continente, potenzialmente in grado di saldare le forze politiche dell’Europa Occidentale con quelle dei paesi di Visegrad.

La convergenza realizzata dal documento siglato lo scorso 2 luglio rende manifesto un duplice obiettivo: allargare l’area delle forze identitarie e al contempo rassicurare l’establishment sul fatto che il fronte sovranista in via di costruzione non sarà di stampo puramente estremista. Non a caso, la dichiarazione d’intenti non contiene le posizioni più schiettamente euroscettiche che alcuni dei sottoscrittori avevano sostenuto nel recente passato, come l’uscita dalla UE e l’abbandono della moneta unica. L’edulcorazione delle posizioni più accesamente antieuropeiste è funzionale al progetto di trasformare quest’area composita in un baricentro politico capace di attrarre quelle forze di centrodestra che si sentono a disagio nel Partito Popolare Europeo. Anche per questo dall’elenco dei firmatari sono state escluse le forze che più di altre vengono percepite come forze radicali e antisistema, come i tedeschi dell’AfD.


LE INCOGNITE DEL PROCESSO IN CORSO

L’arco politico che ha siglato la “carta dei valori” potenzialmente potrebbe associare 115 deputati, diventando a Strasburgo la terza formazione dopo i popolari e i socialdemocratici. Un numero ragguardevole, che potrebbe anche fungere da leva per accaparrarsi presidenze di commissioni e quote rilevanti dei finanziamenti dell’europarlamento.
Ovviamente la costituzione di un gruppo comune non rappresenterebbe il primo passo verso la costruzione di un’internazionale sovranista, che in sé sarebbe un vero e proprio ossimoro. Più realisticamente questo confronto che si è aperto nel campo sovranista potrebbe favorire la definizione di un nuovo contenitore politico dell’estrema destra al parlamento europeo, anche se la strada appare scoscesa e irta di ostacoli. La galassia sovranista, del resto, è assai composita e conflittuale, e le convergenze fra i suoi membri sono spesso parziali e momentanee. Da sempre questo mondo è attraversato da rivalità non episodiche, ma vi sono anche interessi specifici e questioni di merito assai significative che in alcuni casi riflettono visioni diametralmente opposte, come nel caso di Vlaams Belang e di Vox, entrambi uniti nel richiedere una ferrea regolamentazione dell’immigrazione, ma con gli spagnoli feroci nemici degli indipendentisti di casa loro, e con i fiamminghi che si battono apertamente per la secessione delle Fiandre dal Belgio. Altre formazioni, invece, all’ultimo momento si sono defilate dalla dichiarazione congiunta, come gli olandesi di JA21, che volevano che nella dichiarazione comune fosse contemplato il no al trasferimento di risorse dal Nord al Sud dell’Europa.

L’evoluzione di questo processo dipenderà anche dai rapporti di forza tra la Lega e Fratelli d’Italia, una partita che si gioca a Strasburgo ma soprattutto a Roma, dove in palio c’è la conquista del primato nella coalizione di destra che concorrerà alle prossime elezioni politiche. Da verificare saranno anche le linee di faglia che, nel prossimo periodo, si possono aprire all’interno delle singole forze politiche, come nella Lega, dove il ministro dello sviluppo economico Giorgetti può appoggiarsi a settori importanti del Carroccio, quelli maggiormente legati ai ceti produttivi del Nord Italia, per perseguire un indirizzo politico diverso da quello salviniano: scolorire il profilo sovranista della Lega per avvicinarsi al PPE.
Anche nel partito di Marine Le Pen si possono aprire delle contraddizioni, come si è iniziato a vedere al recente congresso di Perpignan, dove l’estrema destra transalpina ha iniziato ad interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta dédiabolisation, una strategia volta a presentare un’immagine rassicurante intesa a conquistare il consenso tra i ceti moderati che tradizionalmente votano per le formazioni che collocano al centro. Una strategia che alle ultime elezioni regionali ha segnato il passo, non riuscendo ad allargare il consenso e creando malumore tra la base militante (con la chiusura di alcune federazioni) ed anche tra l’elettorato più radicale, che in previsione delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere attratto dai proclami accesamente retrivi di Eric Zemmour, se il noto commentatore deciderà di correre per l’Eliseo.


L’INEFFICACIA DELLA RISPOSTA EUROPEISTA

A questa ventata oscurantista, lo schieramento liberale e socialdemocratico contrappone i valori della costruzione europea, che a loro dire difenderebbero i diritti civili e democratici dei cittadini. In questo quadro, le cancellerie europee hanno usato parole di fuoco per denunciare la deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán. Da quando è uscito dal PPE, il premier magiaro è costantemente pressato dalla critica dei governi dell’Unione Europea che gli imputano il non rispetto dei valori comunitari in merito allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Gli strali si sono appuntati soprattutto sulla legge omofoba e discriminatoria approvata dal parlamento di Budapest. Persino il Consiglio d’Europa si è sentito in dovere di prendere posizione per il rispetto dei diritti Lgbtq+. Tali vibranti proteste in difesa dei diritti civili sono una novità assoluta per i paludati ambienti di Bruxelles, visto che non hanno proferito parola per una legge approvata alla fine del 2018 che impone ai lavoratori ungheresi di effettuare una mole di ore di lavoro straordinario non pagato. Una legge significativamente ribattezzata “legge schiavitù”, che ha gonfiato i profitti non solo degli imprenditori locali, ma anche dei capitalisti stranieri (in specie tedeschi) che lì hanno delocalizzato una parte della loro produzione. Segno che per l’Unione Europea le necessità dell’economia capitalista prevalgono sui valori, e che i diritti sociali si fermano davanti ai cancelli delle fabbriche.


LA NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA DI CLASSE

Al di là delle fortune elettorali altalenanti, le forze della destra e dell’estrema destra europea dimostrano di essere ben radicate nella società. Non solo confermano la capacità di produrre fatti politici rilevanti, ma soprattutto continuano ad essere in grado di veicolare le loro posizioni reazionarie, xenofobe e razziste in amplissimi strati della società.

In un’Europa ferita dalla pandemia, dove chi già subiva gli effetti delle politiche di austerità si ritrova ancora più povero ed abbandonato, la malapianta della predicazione sovranista può trovare nuova linfa vitale, riproponendo falsi miti, nuove identità e facili capri espiatori a cui addossare la colpa del disagio e della crisi. Il razzismo nei confronti dei migranti, la contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi, e la discriminazione delle minoranze, possono cioè conoscere una nuova stagione capace di occultare le contraddizioni di fondo – quelle di classe – che muovono e determinano i destini individuali e collettivi.
Lo scenario dominato dalla falsa contrapposizione tra élite europeista e nazionalismo sovranista si potrà nuovamente riprodurre se le forze del movimento operaio non abbandoneranno la fallimentare politica collaborazionista, per rilanciare invece una decisa e coerente mobilitazione anticapitalista che si batta contro i veri responsabili della crisi economica e sociale. Anche perché la narrazione reazionaria dei nazionalisti si è finora nutrita di quel groviglio di risentimento e di senso di abbandono che negli ultimi decenni è cresciuto nel seno delle classi subalterne, mentre i cosiddetti progressisti sposavano la causa della “buona globalizzazione” e lasciavano le classi inferiori preda delle loro paure e delle loro sofferenze.

Piero Nobili

Abolire il Concordato!

 


Lo scontro sulla legge Zan conferma la natura reazionaria del Vaticano e del papato

La Segreteria di Stato vaticana ha compiuto un passo ufficiale presso lo Stato italiano per chiedere la modifica della legge Zan, invocando il rispetto del Concordato.
Non si tratta della abituale ingerenza delle gerarchie cattoliche in fatto di legislazione ordinaria, ma di un passo formale da Stato a Stato. C'è un solo parziale precedente: la denuncia della proposta di legge sul divorzio come lesione al Concordato da parte di Paolo VI nel lontano 1967. Ma in quel caso non intervenne la Segreteria di Stato; parlò direttamente il monarca assoluto della Chiesa. Qui interviene il suo braccio diplomatico, con la minaccia di un'impugnazione giuridica.

L'interpretazione per cui saremmo in presenza di una divisione interna alla Chiesa, di un atto non condiviso dal Papa, è ridicola. Sia perché il segretario di Stato, cardinal Parolin, è un fedelissimo di Bergoglio, sia perché il Papa presunto “progressista” ha sempre espresso le posizioni più reazionarie in fatto di omosessualità. Anche ai tempi del suo vescovato a Buenos Aires, quando denunciò la legalizzazione dei matrimoni gay da parte del governo argentino come «un attacco devastante ai piani di Dio, ispirato dall'invidia del diavolo» (2010). Solo una sinistra italiana papalina ha potuto, e può, presentare Bergoglio come riferimento progressista, indicandolo addirittura ad esempio.

L'iniziativa vaticana si commenta da sé. Nello stesso momento in cui le gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo sono travolte dall'emersione di centinaia di migliaia di crimini, abusi, violenze, normalmente occultati e impuniti, in fatto di pedofilia, la Chiesa chiede che le scuole cattoliche siano esentate dalla legge italiana in fatto di omofobia. Chiede che la Chiesa e le sue proprietà siano un territorio franco sottratto allo Stato. Chiede insomma che la legge italiana si subordini ai dogmi del catechismo.
Nella nota vaticana infatti si legge: «Ci sono espressioni della sacra scrittura e della tradizione ecclesiale e del magistero autentico del Papa e dei vescovi che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa rivelazione divina». Dunque se la “rivelazione divina” considera l'omosessualità peccato, le scuole cattoliche non possono legittimare l'omosessualità parlando di omofobia e transfobia. È il modello di Orban, che vieta si parli di omosessualità nelle scuole prima dei 18 anni.

I partiti più reazionari, da FdI alla Lega, naturalmente esultano. La separazione tra Chiesa e Stato vale per loro solo se si tratta di Islam. Con la Chiesa cattolica vale invece il principio opposto: i dogmi religiosi diventano linea di confine della legge, lo scudo dell'“identità italiana” contro la minaccia degli “invasori”. Il fatto che ci sia qualche partito cosiddetto comunista che gioca di sponda con questi ambienti fa davvero venire il voltastomaco.

Ma se i reazionari esultano, i partiti borghesi liberalprogressisti balbettano. Rassicurano la Chiesa, professano “volontà di dialogo”, annunciano mediazioni. Di Maio attiva il ministero degli Esteri, Letta comprende “il nodo giuridico”, Draghi impegna governo e Parlamento nella ricerca di una soluzione concordata. Lo stesso presentatore della legge, Zan, si affretta a dichiarare al Corriere che la Chiesa non deve temere nulla: le scuole cattoliche potranno continuare a fare quello che vogliono, in virtù del «principio di autonomia scolastica, che è generale e si applica a tutte le scuole, pubbliche e private». Di più: «In Aula alla Camera, proprio per venire incontro alle preoccupazioni di parte del mondo cattolico, è stato precisato che le iniziative dovranno essere coerenti con il piano triennale dell'offerta formativa e con il patto di corresponsabilità educativa tra scuole e famiglie. Questo per ribadire oltre ogni ragionevole dubbio che il tutto potrà – non dovrà – avvenire nel rispetto dell'autonomia scolastica» (Alessandro Zan, Corriere della Sera, 23 giugno).

Oltre ogni ragionevole dubbio, il messaggio in soldoni è il seguente: “Cari vescovi e cardinali, potrete continuare a far ciò che volete, come prevede il Concordato e le stesse leggi scolastiche; vi abbiamo già dato tutte le garanzie possibili, al punto che alla Camera anche Lega e FdI hanno votato la legge; ora in cambio dateci la solita finta patacca da esibire come “vittoria” agli occhi del mondo laico e progressista. Per voi non cambierà nulla, permetteteci almeno di salvare la faccia”. Sarà questo il mercimonio dei prossimi giorni.

La verità è che solo rompendo con la Chiesa, a partire dalla cancellazione del Concordato, è possibile salvaguardare con coerenza i principi più elementari di laicità, e con essi i diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi. Il punto vero non è se la legge Zan viola il Concordato o meno, ma che l'intervento della Segreteria di Stato vaticana chiarisce una volta di più, se ve ne era bisogno, che il Concordato è un'arma intollerabile in mano alla Chiesa a tutela dei suoi privilegi. Inclusa la scandalosa evasione fiscale di 5 miliardi di euro sottratti allo Stato, da tempo accertati e che nessuno le chiede.

A sua volta non si può rompere con la Chiesa, e cancellare il Concordato, senza rompere con la borghesia italiana, i suoi partiti, i suoi governi.

La Chiesa è da sempre parte organica del capitalismo italiano, con le sue banche, le sue partecipazioni azionarie, le sue gigantesche proprietà immobiliari. Il Concordato del 1929 tra il cardinal Gasparri e Benito Mussolini non fece che sancire giuridicamente questa realtà, con un matrimonio di reciproci interessi. Il PCI di Togliatti lo mise in Costituzione col famigerato articolo 7. Il suo aggiornamento nel 1984, sotto il governo Craxi, assicurò al matrimonio lunga vita. La presenza della Chiesa in tutte le istituzioni dello Stato borghese e della vita pubblica (scuola, sanità, giustizia, esercito) lo testimonia quotidianamente.

Non è un caso che i partiti della sinistra cosiddetta radicale (PRC, PdCI) che si sono avvicendati nei governi con la borghesia e/o che aspirano a parteciparvi non solo non hanno mai rivendicato l'abolizione del Concordato, ma hanno cercato di legittimarsi presso gli ambienti clericali, a volte esaltando il Papa di turno. È la ragione per cui solo un partito marxista rivoluzionario, proprio in quanto anticapitalista, può essere coerente sino in fondo sullo stesso terreno delle libertà democratiche e dei diritti civili.

Via il Concordato!
Giù le mani della Chiesa dai corpi e dai diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi!

Partito Comunista dei Lavoratori

L'anticomunismo di Marco Rizzo

 


Anche sul ddl Zan, Rizzo non si smentisce e sa da che parte stare: ancora una volta, come sempre, con la destra e i reazionari di tutti i tipi, con le loro idee e i loro argomenti

Il 10 maggio Marco Rizzo ha ottenuto una pagina intera sulla Verità di Maurizio Belpietro per esporre le proprie idee a proposito del ddl Zan e più in generale sui diritti civili.
L'ospitalità non è casuale: le posizioni di Rizzo sui diritti civili sono le stesse posizioni della destra più reazionaria, col vantaggio di essere espresse “da sinistra”. Un boccone ghiotto per la stampa misogina e bigotta.

L'intervistatore chiede: «come mai, con una pandemia in corso, il PD insiste così tanto sul ddl Zan?» Domanda scontata. Non la risposta. «Se vogliamo dirla tutta, la mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni settanta, con l’avvento del femminismo e dell’ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la scuola.»

Attribuire al '68 e all'«avvento del femminismo» i colpi subiti dal lavoro è un distillato della vecchia cultura dominante e dei luoghi comuni più reazionari. Ma volendo essere seri, perché contrapporre i diritti sociali ai diritti civili? Proprio l'esperienza degli anni '70 dimostra l'opposto. Furono anni di grande avanzata del movimento operaio e delle sue conquiste sociali su tutti i terreni indicati: nel campo del lavoro (Statuto dei lavoratori), della casa (equo canone), della salute (riforma sanitaria del 1978), della scuola (scolarizzazione di massa). E proprio per questo, guarda caso, furono gli anni della conquista del divorzio, del diritto all'aborto, più in generale dei diritti delle donne. Cosa dimostra questo se non che l'avanzata del movimento operaio porta con sé l'avanzata di tutti i diritti democratici più elementari?
La controprova è stata l'esperienza dei decenni successivi, quando l'arretramento del movimento operaio, per responsabilità delle direzioni politiche e sindacali della sinistra, ha finito col trascinare nel baratro o sotto processo i diritti democratici conquistati negli anni '70, spianando la strada alla rivincita delle destre peggiori. Quelle che contrappongono i diritti sociali ai diritti civili. Quelle che vogliono abolire la legge 194 e i diritti degli omosessuali. Quelle che celebrano la vecchia cara famiglia patriarcale contro i guasti della modernità. Quelle benedette dalla Conferenza Episcopale e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (già conosciuta come Santa Inquisizione). È la compagnia che oggi Rizzo si sceglie e che gli dà spazio.

Il problema è che “il comunista” Rizzo fa propri esattamente gli argomenti della reazione. Non è che li contrasta insufficientemente, è che li assume in proprio.

«L’ho detto e lo ripeto: la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. [...] La definizione del sesso. Mi sveglio una mattina e decido che sono una donna, e posso usufruire delle quote rosa? [...] Io sono contro ogni discriminazione: ma non voglio nemmeno essere “indirizzato” a darmi lo smalto sulle unghie».

Ora, non sappiamo se la riduzione dell'identità di genere al capriccioso risveglio di un mattino sia più prodotto dell'ignoranza o del cinismo o di entrambe le cose. Sappiamo invece che gli argomenti di Rizzo sono gli stessi con cui il governo reazionario polacco o il regime di Orban in Ungheria si oppongono ai diritti degli omosessuali e dei transessuali. Anche Orban rappresenta i diritti delle minoranze come insidia all'identità sessuale dell'uomo e della donna, quindi alla “famiglia naturale”. Non sono dunque le unghie di Rizzo ad essere insidiate dallo smalto, è Rizzo ad essere ormai intriso di cultura misogina ed omofoba.

«Sta contestando la cosiddetta “ideologia gender”?» chiede l'intervistatore.
«È un'ideologia piegata al consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano più di una coppia sotto lo stesso tetto».

Dunque, stando alla logica proposta, una coppia convivente di omosessuali o di lesbiche, o a maggior ragione un matrimonio tra persone dello stesso sesso, sarebbe un colpo al mercato capitalistico? È vano cercare una logica razionale in queste farneticazioni.
In una società capitalista il profitto cerca ovunque uno spazio di mercato, nella vita dei single come delle coppie conviventi come della famiglia tradizionale. Semmai ciò che oggi inquieta il mercato è la riduzione del tasso di natalità, connesso anche alla crisi capitalistica e alla crisi della famiglia. Le campagne per gli assegni familiari o i bonus bebè sono nel segno della celebrazione della famiglia, non dei single, e non solo in Italia. Del resto una società che scarica sul privato di casa la riproduzione della forza lavoro scarica sulla famiglia, cioè sulla donna, il peso della schiavitù domestica, in cambio di qualche obolo.
La ragione vera per cui si negano i diritti degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, sta nel fatto che non rientrano nel modello della famiglia patriarcale, quella prediletta dal capitale, dalla Chiesa e da Marco Rizzo. Che in realtà scopiazza Diego Fusaro.

«Sta dicendo che le battaglie contro la discriminazione sessuale rispondono a una strategia di marketing?» chiede l'intervistatore sempre più incoraggiato dalle parole dell'intervistato.
Rizzo risponde sicuro: «Anche e soprattutto. Vogliamo dirla tutta? Io da giovane usavo una crema cosmetica per tutto il corpo, adesso ho amici che hanno quella per le rughe, il copriocchiaie, quella per le mani e quella per i piedi e via di seguito. La confusione sessuale di oggi risponde a una precisa logica di mercato, prima ancora che ideologica».

Ora, noi non vogliamo occuparci delle creme di Rizzo o dei suoi amici. Ma a prescindere da ogni altra considerazione, per quale ragione riconoscere i diritti di sesso e di genere contro le discriminazioni moltiplicherebbe... la tipologie delle creme? Non c'è alcun nesso logico, come chiunque può capire. La verità è che Rizzo sente insidiata la natura del vero maschio, possibilmente alfa, quello che come lui tirava di boxe e si vanta di essere uno sciupafemmine. Insidiata da cosa? Dalla «confusione sessuale», lo spettro che agita il sonno di tutti i bigotti in ogni tempo.

L'intervista si conclude con la denuncia della «gabbia euroatlantica» che lede «la sovranità dell'Italia» impedendole di acquistare il vaccino Sputnik di Putin e di debellare il Covid. Del resto chi più di Putin può meglio incarnare la difesa dei valori della famiglia cristiana contro la «confusione sessuale» dell'Occidente?

In conclusione. Nella tradizione leninista la classe operaia deve porsi alla testa delle ragioni di tutti gli oppressi, come mostrò la Rivoluzione d'ottobre che riconobbe i diritti degli omosessuali e dei transessuali, poi tramutati in crimini da Stalin nel 1933, con tanto di condanne ai gulag e ai lavori forzati. In Rizzo l'eredità stalinista vive non più come tragedia ma come farsa. L'unica vera tragedia è che nella «confusione» generale vi sia chi scambia Rizzo per un comunista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il colpo di mano reazionario di Viktor Orbán

Il premier ungherese Viktor Orbán ha realizzato un colpo di mano di chiaro stampo reazionario in Ungheria, imprimendo una ulteriore torsione bonapartista al proprio regime. I sogni analoghi di Matteo Salvini spiegano il suo prontissimo plauso al premier magiaro.

Facendo leva sull'emergenza sanitaria del coronavirus, Orbán ha concentrato nelle proprie mani poteri eccezionali senza limiti di tempo, incluso quello di prolungare ad libitum lo stato d'emergenza già in vigore. In aggiunta, chi dovesse diffondere “notizie false” sul virus (false per il regime) rischia cinque anni di carcere. Una enormità.

Le leggi speciali non sono un inedito per Orbán. Al governo dal 2010, forte di un consenso maggioritario nella società magiara (ma non nella città di Budapest), il premier ha progressivamente rafforzato il proprio potere, con ripetute leggi speciali che hanno subordinato i media e la magistratura al controllo dell'esecutivo. L'ultimo colpo di mano rappresenta un ulteriore passo di questa deriva. Il voto parlamentare a favore dei poteri eccezionali da parte della maggioranza assoluta del Parlamento, con l'opposizione dei borghesi liberali e socialdemocratici da un lato e del partito fascista Jobbik dall'altro, è solo la formale copertura “democratica” del colpo di mano. Il premier infatti, grazie ai poteri conferitigli dal proprio partito, può giungere a sciogliere il Parlamento stesso e a modificare qualsiasi legge. I principali gruppi imprenditoriali del paese, a partire dal blocco dei grandi oligarchi, sostiene apertamente Orbán, da cui riceve servigi straordinari, tra cui tasse irrisorie.

Colpisce il balbettio del liberalismo borghese europeo nei confronti del regime ungherese. Il PPE, cui Orbán appartiene, si divide combinando critiche formali e imbarazzati silenzi. Lo stesso fanno i diversi governi europei. È un silenzio eloquente. Da un lato rivela la paura che una rottura con l'Ungheria possa trascinare con sé una rottura col gruppo di Visegrád e precipitare un processo di dissoluzione della UE. Dall'altro lato, misura indirettamente i processi di involuzione della stessa democrazia liberale in Europa sotto la pressione dell'emergenza sanitaria e della recessione continentale che si profila.

Di certo, sul piano interno, l'unica alternativa al regime di Orbán è il movimento operaio ungherese. I processi di investimento estero in Ungheria, attratti dai vantaggi fiscali e salariali, hanno ammassato nel paese un proletariato industriale di grandi dimensioni, concentrato in molte grandi e medie fabbriche. Un anno fa importanti scioperi operai hanno sfidato per la prima volta il governo e le sue leggi favorevoli all'allungamento dell'orario di lavoro, ed in particolare straordinari obbligatori e non pagati. Questa è la classe sociale che può prendere la testa di una più ampia opposizione sociale e politica al regime e dare a questa una prospettiva politica realmente alternativa. Di certo non lo possono fare i gruppi dell'opposizione liberal-democratica, che erano disposti a negoziare con Orbán la prosecuzione dei poteri eccezionali per tre mesi, offrendogli in cambio i propri voti, e che alla fine sono stati ignorati e scaricati dal premier, dopo essere stati umiliati.

Lo stesso vale, in altra forma e contesto, su scala continentale. L'aggravarsi della crisi sociale porrà sul tappeto, una volta di più, il bivio di prospettiva tra rivoluzione e reazione in Europa. Solo la prospettiva di un governo dei lavoratori, sul terreno della lotta di classe, può indicare un'alternativa progressiva alla crisi della vecchia democrazia borghese liberale. I fatti di Ungheria ci dicono una volta di più che, fuori da questa prospettiva, la crisi del liberalismo può generare mostri.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il nuovo scenario politico

Risoluzione del Comitato Centrale del PCL

La caduta del governo Conte e la configurazione di un nuovo governo PD-M5S segnano un passaggio politico centrale della crisi italiana.

La caduta del governo M5S-Lega è lo sbocco di una prolungata crisi strisciante delle relazioni tra Lega e M5S, dopo il ribaltamento dei rapporti di forza sancito dalle elezioni europee. La leadership della Lega ha operato la rottura col governo nell'attesa di ottenere le elezioni anticipate, capitalizzare sul piano politico la spinta favorevole dei sondaggi, guadagnare la maggioranza assoluta del Parlamento alla testa di una coalizione di centrodestra, in direzione di un progetto reazionario bonapartista (regime Orban all'italiana).

La dinamica convulsa e grottesca della crisi politica ha segnato il fallimento dell'operazione salviniana. Determinante a tal fine il congiungersi di due fattori politici. Da un lato l'apertura imprevedibile di Matteo Renzi al M5S, dettata dalla volontà di salvaguardare i "propri" gruppi parlamentari e di guadagnare tempo prezioso per la costruzione di un proprio soggetto politico. Dall'altro l'apertura del M5S al PD, coperta dall'ingresso in scena del “garante” (Grillo) e sospinta dalla volontà di garantire la sopravvivenza politico-istituzionale del movimento.

Il nuovo governo M5S-PD configura l'alleanza tra un partito populista e un partito borghese liberale legato all'establishment nazionale ed europeo. Il vero programma costitutivo del nuovo governo è la riforma della legge elettorale in senso proporzionale e l'elezione in questo Parlamento del futuro Presidente della Repubblica, in funzione del contrasto del progetto salviniano. Il PD vede nel recupero della propria collocazione di governo – imprevisto nei tempi dati – l'occasione di rinsaldare i propri rapporti fiduciari coi poteri forti attraverso il ritorno a una “normale” governabilità di sistema sul piano nazionale ed europeo. Il suo disegno è quello di trasformare il governo col M5S nel laboratorio di un blocco politico stabile, come polo di governo europeista, alternativo alla Lega. Una sorta di rifondazione del bipolarismo su basi nuove.

Una stabilizzazione della legislatura attorno all'asse tra M5S e PD non può essere esclusa, ma è difficile. Il governo nasce attorno a una manovra trasformista di scarso richiamo. La base di consenso su cui il governo poggia è ristretta, a fronte della tenuta del blocco sociale reazionario. Il suo spazio di manovra sul terreno sociale è limitato dalle condizioni della finanza pubblica e dalla stagnazione capitalistica. Le forze politiche della maggioranza di governo sono entrambe segnate da profonde contraddizioni interne, senza che nessuna delle due sia in grado di rappresentare il perno politico della coalizione. Il ruolo del Presidente del Consiglio è rafforzato dalla debolezza dei partiti che lo sostengono, ma è anche esposto ai suoi contraccolpi. Da qui nuove possibili dinamiche di instabilità politica.

Le sinistre riformiste politiche e sindacali offrono il proprio appoggio, in forme diverse, al nuovo governo della borghesia italiana. La burocrazia sindacale della CGIL, già disponibile a concertare col governo precedente, saluta il nuovo governo come occasione di ritorno a un quadro organico di concertazione.
La rappresentanza parlamentare di Liberi e Uguali contratta il proprio ingresso al governo. Sinistra Italiana saluta il nuovo esecutivo come possibile governo di svolta alla ricerca di qualche sottosegretariato. Il PRC ha fatto campagna a favore della formazione del governo PD-M5S con premier Conte per «mettere Salvini all'opposizione», vedendo nella possibile riforma proporzionale della legge elettorale l'elemento decisivo di discontinuità e attestandosi su una linea di pressione critica sull'esecutivo. Con ciò tutta la sinistra riformista tende a rimuovere la propria collocazione di opposizione al governo, recuperando la tradizione governista di Rifondazione Comunista. Il fatto che ciò avvenga dopo gli effetti catastrofici di quella esperienza, per il movimento operaio e la sinistra stessa, dà la misura una volta di più della coazione a ripetere del riformismo.

L'argomento per cui il governo PD-M5S va rivendicato e appoggiato in quanto unica alternativa al disegno reazionario di Salvini è insostenibile e confonde i piani. In primo luogo non si tratta di discutere la legittimità del governo e della sua formazione, ma la sua natura di classe. Rivendicare e/o sostenere un governo PD-M5S al fianco dei poteri forti del paese è un'obiettiva enormità per un partito di classe. In secondo luogo un governo della borghesia liberale, nella situazione di crisi sociale, spiana spesso la strada allo sfondamento reazionario; ciò che è accaduto coi governi di centrosinistra a guida PD che sono stati un carburante dell'ascesa populista, e dello stesso Salvini. Lasciare a Salvini il monopolio dell'opposizione può dunque allargare il suo spazio di crescita e di rilancio.

Per tutte queste ragioni è necessario che il movimento operaio si collochi all'opposizione del nuovo governo, con una propria iniziativa di lotta indipendente, a partire dalle proprie ragioni di classe. È una necessità che si pone per tutti i movimenti di lotta. Ogni subordinazione dei movimenti al quadro di governo nel nome del “meno peggio” può solo preparare il peggio, come è sempre accaduto in passato. Il PCL si batterà nel movimento operaio e sindacale, e in ogni
movimento di lotta, per la piena indipendenza dal nuovo governo e per la più ampia unità d'azione sul terreno dell'opposizione di classe, a livello di massa e di avanguardia.

In questo quadro proponiamo una iniziativa unitaria nazionale di tutte le sinistre di opposizione: un'iniziativa di promozione di un'assemblea nazionale unitaria che discuta l'agenda dell'opposizione al nuovo governo.

Il Comitato Centrale dà mandato alla Segreteria del partito di attivare i contatti necessari per cercare di concretizzare la proposta nelle forme possibili, e acquisire le risposte dei soggetti interlocutori. Analoghe iniziative vanno intraprese su scala locale nei rispettivi territori di riferimento.
La Segreteria valuterà le possibili convergenze con altre eventuali iniziative unitarie promosse da altri soggetti.

In questo quadro generale il CC impegna il partito a sostenere l'iniziativa sindacale di sciopero promossa per il 25 ottobre da CUB/SGB/SICobas/USI contro governo e padronato. Ciò per il fatto che al di là dei suoi limiti questa iniziativa di sciopero è, allo stato attuale delle cose, l'unica iniziativa sindacale di opposizione al nuovo governo.
Riteniamo importante che l'insieme delle forze del sindacalismo di classe convergano nelle forme possibili su questa iniziativa di sciopero, contro ogni atteggiamento di frammentazione dell'iniziativa classista.

Il CC impegna il partito a sostenere l'iniziativa nazionale del 29 settembre contro il progetto dell'autonomia differenziata, verificando la possibilità di costruire e/o di partecipare a comitati territoriali locali che possano contribuire con diritto di intervento all'assemblea nazionale.

Importante è la scadenza di mobilitazione nazionale del Fridays For Future del 27 settembre: il partito si impegna ad intervenirvi nelle diverse situazioni territoriali con la propria proposta antigovernativa e anticapitalista.

In ogni movimento (sindacale, antirazzista, ambientalista, femminista, studentesco, etc.) il partito di batterà per il rifiuto di ogni subordinazione al governo, a difesa dell'autonomia dei movimenti e della loro ricomposizione unitaria di lotta sul terreno dell'opposizione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Crollo del M5S e avanzata leghista

2 giugno 2019 - Analisi del voto - Le elezioni europee del 26 maggio riflettono in forma distorta la dinamica di classe sullo sfondo della grande crisi sociale. L'arretramento profondo del movimento operaio, dei suoi livelli di mobilitazione e di coscienza, e a maggior ragione la mancata risposta anticapitalistica alla crisi, hanno dirottato il malcontento di ampi strati sociali e le loro domande di cambiamento verso sbocchi reazionari o innocue illusioni. Lo scenario europeo e il contesto italiano sono entrambi paradigmatici. 

LA DINAMICA DEL VOTO EUROPEO 

Su scala continentale, con poche eccezioni, prosegue e si acuisce la crisi dei partiti tradizionali del Partito Popolare Europeo (PPE) e del Partito Socialista Europeo (PSE), entrambi gestori della lunga stagione dell'austerità e per questo identificati con l'establishment. Da un lato la crisi della CDU, del PP spagnolo, di Forza Italia; dall'altro il collasso di SPD, della socialdemocrazia francese, dello stesso laburismo inglese. Ma la crisi dei partiti tradizionali non viene capitalizzata a sinistra, ma da forze reazionarie o dai partiti verdi.

Le destre reazionarie e nazionaliste nel loro variegato spettro (conservatori, lepenisti, area Farage) non conoscono uno sviluppo omogeneo, e in alcuni paesi addirittura arretrano (Austria, Spagna); ma complessivamente si consolidano (Francia) e in altri casi sfondano (Gran Bretagna e Italia). Per non parlare dello straordinario successo del partito di Orban in Ungheria, che pur essendo parte ancora del PPE, va considerato a pieno titolo una componente di punta della reazione europea. Al di là delle diverse specificità nazionali, si raccoglie attorno a questi partiti un vasto blocco sociale a egemonia reazionaria che subordina a sé ampi settori della classe lavoratrice e della popolazione povera, urbana e rurale.

I partiti verdi conoscono un'avanzata generale, a scapito sia dei partiti borghesi tradizionali ma soprattutto della socialdemocrazia (SPD) e delle forze collocate alla sua sinistra. Essi capitalizzano in larga misura l'ondata della mobilitazione giovanile sui cambiamenti climatici (fenomeno Greta), che in assenza di un riferimento di classe si è raccolta attorno a un ambientalismo piccolo-borghese più o meno progressista, talvolta scopertamente liberista, in ogni caso estraneo alle preoccupazioni sociali del lavoro. Un voto principalmente cittadino, radicato tra gli studenti e nella classe media acculturata. L'aumento diffuso dell'affluenza al voto su scala continentale (non in Italia) è in parte un risvolto di questo fenomeno: enorme in Germania, rilevante in Francia, diffuso nel Nord Europa.

In questo quadro generale, le formazioni a sinistra della socialdemocrazia (con l'unica eccezione del Bloco de Esquerda portoghese) non solo non capitalizzano neppure in minima parte la crisi di PPE e PSE, ma conoscono un generale arretramento. A volte a vantaggio della socialdemocrazia stessa (Spagna), a volte dei Verdi (Germania), a volte in direzioni diverse e combinate (Francia).
Diversi fattori hanno concorso a questo esito.
In primo luogo la caduta della bandiera di Tsipras, che con la sua capitolazione alla Troika ha privato la sinistra europea di una ragione pubblica riconoscibile, a tutto vantaggio dei nazionalismi reazionari.
In secondo luogo, il fallimento clamoroso di tutte le operazioni populiste di sinistra: il disegno di Mélenchon di capitalizzare elettoralmente il movimento spurio dei gilet gialli sventolando la bandiera tricolore e sposando lo sciovinismo antitedesco si è risolto in un crollo; l'arretramento netto di Podemos in Spagna ha confermato la stessa legge. La narrazione populista concima per sua natura il terreno della destra, non della sinistra. Il sovranismo “di sinistra” è una contraddizione in termini che il voto semplicemente rivela.
Infine, la flessione della sinistra europea è un sottoprodotto del ripiegamento sociale. Syriza e Podemos erano stati in larga misura un sottoprodotto di movimenti sociali. Il tradimento delle loro ragioni (Grecia) e in ogni caso il riflusso sociale hanno prosciugato il bacino di queste formazioni.


IN ITALIA IL VOTO PEGGIORE

Il voto italiano è stato il voto peggiore in Europa.

Tutti gli elementi dello scenario europeo hanno trovato in Italia una espressione concentrata e radicale, a destra. Già le elezioni politiche del 4 marzo 2018 avevano sospinto una soluzione politica d'eccezione: l'Italia è l'unico paese imperialista d'Europa a essere retto da forze populiste reazionarie con base di massa. Ora il voto europeo del 26 maggio fotografa un ulteriore peggioramento del quadro: non solo il governo Conte conserva la propria base complessiva di consenso (oltre il 50% dei votanti), ma al suo interno si sviluppa la componente più reazionaria. Per di più in un quadro in cui l'unico contraltare alla reazione appare il PD liberal-borghese, con la sinistra politica ridotta a una larva.

È l'esito elettorale più a destra del dopoguerra italiano.


LA LEGA, PARTITO DELLA NAZIONE 

L'ascesa della Lega non ha eguali in Europa. Per la sua progressione straordinaria (dal 17% al 34% in un anno di governo, con l'aumento di oltre tre milioni di voti assoluti, a fronte del calo di affluenza di 7 milioni di elettori); per il suo sfondamento su scala nazionale (aumento ulteriore al Nord, allargamento al Centro, quadruplicazione delle percentuali di voto al Sud); per il suo radicamento nell'Italia profonda della provincia, delle cittadine, dei piccoli paesi, delle campagne. La Lega è oggi “il partito della nazione”. Il suo blocco sociale si è esteso: dietro l'egemonia della piccola-media impresa dei distretti, la Lega raccoglie un settore più ampio della classe operaia dell'industria e vaste fasce di popolazione povera del Meridione. È paradossale: nel momento stesso in cui il suo progetto di autonomia differenziata colpisce in primo luogo (ma non solo) la popolazione povera del Sud, significativi settori del popolo del Sud si rivolgono alla Lega, che oggi nel Meridione supera il PD. In parte irretiti dal richiamo razzista (il voto di Riace e Lampedusa è emblematico), in parte richiamati dalle suggestioni regionaliste, in parte delusi dalle speranze riposte nel M5S e dunque alla ricerca di un riferimento nuovo. La possibile ricollocazione al fianco della Lega di potentati locali, clientelari o malavitosi, completa il quadro.
Colpisce su scala nazionale una dinamica di espansione elettorale in tutte le direzioni. La Lega continua a svuotare Forza Italia (in crisi verticale), capitalizza il 14% del voto in uscita dal M5S, soprattutto nei luoghi di lavoro a partire dalle fabbriche, prosciuga persino il bacino elettorale delle formazioni fasciste CasaPound e Forza Nuova. L'unica eccezione è quella di Fratelli d'Italia, non a caso in concorrenza ma anche in convergenza con la Lega, e per questo socio beneficiario della spinta reazionaria.

Il voto alla Lega non è più solo un voto protestatario contro le élite nazionali ed europee. È naturalmente anche questo, ma non solo. È anche e sempre più un voto d'ordine. Contro "l'invasione” e “i delinquenti”, “legge e ordine” e “legittima difesa”: questa è l'insegna. Il ministro degli Interni in divisa di polizia non è solo un'offerta di rappresentanza agli apparati repressivi dello Stato, è anche una promessa di ordine e disciplina nella società italiana, come il ritorno dei grembiulini a scuola. Ordine, disciplina e tradizione. Il bacio al crocifisso, le preghiere alla Madonna, l'esaltazione del presepe, l'idolatria della famiglia tradizionale celebrata a Verona, non sono affatto esagerazioni retoriche, casualmente sfuggite. Sono un messaggio lanciato all'Italia dei piccoli borghi antichi, spaventati dalla modernità, nostalgici della tradizione. Sono ingredienti di un impasto ideologico mirato a celebrare la reazione, nel senso letterale e storico di questo termine, e a raccogliere attorno ad essa il blocco sociale più vasto. Non a caso è lo stesso blocco sociale su cui si reggono il regime di Orban e il regime polacco, due regimi che il progetto di Salvini mira ad emulare. Non certo il fascismo, ma neppure solamente il ritorno a un centrodestra con guida leghista. Bensì un regime reazionario di massa, con tratti bonapartisti (regime neoautoritario centrato attorno al capo).


LE FORTUNE DEL PD 

In alternativa alla Lega è apparso il PD liberale. Un partito borghese, legato a doppio filo alle classi dominanti d'Italia e d'Europa, protagonista delle lunghe politiche di austerità, irriformabile nella sua natura sociale. Ma riverniciato dalla segreteria Zingaretti come “sinistra progressista” in contrapposizione a Salvini. Il voto del 26 maggio ha visto un relativo successo di questa truffa. Dal punto di vista elettorale, il PD non guadagna voti assoluti rispetto a un anno fa, anzi ne perde. Ma a fronte di un calo consistente dell'affluenza al voto – unico caso in Europa – le percentuali del PD aumentano nettamente, dal 18% al 22%. Il PD non conquista nulla sulla sua destra, il travaso dal M5S è minimo, nonostante il tracollo dei pentastellati. Recupera invece settori di elettorato di sinistra che il renzismo aveva respinto e allontanato, che si erano indirizzati verso Liberi e Uguali o si erano rifugiati nell'astensione (il 10% del voto PD proverrebbe secondo l'Istituto Cattaneo dagli astenuti del 2018). L'immagine di un PD derenzizzato e più attrattivo, a sinistra si è unita purtroppo al richiamo del voto utile contro Salvini.

Ma il successo politico di Zingaretti va oltre il dato elettorale: il recupero percentuale del PD depotenzia nell'immediato i disegni scissionisti di Matteo Renzi, che permangono, e soprattutto si combina col netto sorpasso del M5S. Un sorpasso che avviene in discesa, grazie al tracollo del M5S, ma avviene. E questo politicamente conta. Il PD liberale può oggi cercare di presentarsi come il baricentro dell'alternativa a Salvini, attorno a cui raccogliere le sparse membra di un nuovo centrosinistra: i liberali di Bonino, i Verdi, e le sinistre disponibili all'ennesima subordinazione. Ma anche, eventualmente, un domani, un nuovo partito di centro borghese uscito dal laboratorio di Calenda e affini.

Il problema più grosso del PD, e del ricostituendo centrosinistra, è il confine rigido del proprio blocco sociale. Un partito che regge nella maggioranza delle grandi città, grazie al voto di settori impiegatizi, in particolare nella scuola, e di un'opinione pubblica progressista di classe media, ma incapace di proiettarsi oltre le soglie di quel recinto. La leva retorica dell'opposizione a Salvini e la finzione di una “sinistra” ritrovata possono funzionare (purtroppo) in rapporto al popolo di sinistra, ma non smuovono minimamente il blocco sociale reazionario e la sua avanzata. Il voto del 26 maggio fotografa anche questo.


IL CROLLO DEL M5S 

Il M5S è il grande sconfitto del 26 maggio.

La sconfitta ha proporzioni elettorali enormi: in un solo anno, sei milioni di voti in meno, il 43% del proprio elettorato. Un crollo diffuso su scala nazionale, una grande fuga in direzioni diverse: ma soprattutto verso la Lega (il 14% del voto in uscita), e molto di più verso l'astensione (40%). La dinamica del voto del M5S è speculare a quello della Lega. Mentre la Lega si trasforma in partito della nazione, il M5S restringe il proprio baricentro nel sud d'Italia, l'esatto capovolgimento delle origini nordiste del M5S. Ma proprio nel Sud, pur restando il primo partito, conosce uno smottamento profondo. Il reddito di cittadinanza ha fatto solo in parte da paracadute. Un blocco sociale costruito attorno all'egemonia delle libere professioni sulla massa dei disoccupati e della popolazione povera ha subito una frattura del proprio architrave proprio nel Sud, a volte, come in Sardegna, con un travaso diretto verso la Lega, più spesso in direzione del semplice abbandono passivo. La diminuzione dell'affluenza al voto è stata in larga parte l'effetto diretto del crollo Cinque Stelle e si è concentrata soprattutto nel Meridione, mentre nel Nord l'ambizione di Di Maio di combinare voto operaio e voto dell'impresa ha subito un rovescio su entrambi i versanti per mano della Lega. Di certo il grande invaso del M5S è esploso a destra. Il M5S è stato in definitiva, elettoralmente, una stazione di transito verso la Lega. Tutti coloro che a sinistra, e persino nell'estrema sinistra, salutavano il M5S come forza di sinistra, o comunque democratico-progressista, sono di fronte alla disfatta delle proprie tesi.

Peraltro la crisi del M5S è ben lungi dall'essersi conclusa. Il M5S è un partito in cerca d'autore, privo di una ragione pubblica riconoscibile. Partito anti-casta, partito degli onesti, partito sociale, persino partito di sinistra che fa argine alla destra, tutte le maschere sono state indossate con cinica disinvoltura in un turbinio interminabile di pose teatrali in funzione dei sondaggi. Ma larga parte del pubblico ha abbandonato il teatro, e non sarà facile richiamarlo.

Il M5S è un partito privo di sbocchi politici. La continuità di governo lo espone alla dominazione di Salvini e a nuove disfatte. Una rottura col governo rischia di regalare a Salvini un nuovo raccolto. Tutti i nodi si stringono attorno al collo del gruppo dirigente grillino, che per la prima volta vede chiamata in causa la sua stessa costituzione materiale e catena di comando. Di Maio può farsi incoronare dal plebiscito web con il viatico di Grillo e Casaleggio, pur di reggere il confronto nei gruppi parlamentari, ma proprio questo dimostra che il vaso di Pandora si è aperto. Richiuderlo sarà molto difficile, soprattutto senza una prospettiva politica indolore.


LA DISFATTA DELLA SINISTRA 

A sinistra del PD si è consumata l'ennesima disfatta.

Il PCL ha dato indicazione di voto a sinistra del PD contro le destre reazionarie e in alternativa ai liberali, ma senza mai tacere il proprio giudizio critico. A maggior ragione non lo tacitiamo ora.

Le liste de La Sinistra (Rifondazione Comunista e Sinistra Italiana) hanno riportato 1,7%, in voti assoluti meno della metà di quanto raccolto poco più di un anno fa alle elezioni politiche a sinistra del PD, che già rappresentava il livello minimo raggiunto dalla sinistra italiana nella sua storia politica. Il richiamo del voto utile contro Salvini del PD zingarettiano, la paura di disperdere il voto, persino il richiamo della lista Verde (un 2,5% dal nulla) hanno sicuramente privato La Sinistra di un bacino di consenso. Tanto è vero che nelle elezioni amministrative, dove minore era la paura di dispersione e il confronto era spesso col PD renziano (per esempio in Toscana), lo stesso elettorato schieratosi con Zingaretti alle europee si è ricollocato a sinistra in contrapposizione al PD (Firenze, Livorno).

Ma non è il fattore Zingaretti che spiega da solo il risultato. Altri fattori hanno concorso: l'ennesimo accrocchio di laboratorio attorno all'ennesima sigla, ogni volta diversa, e sconosciuta alla massa; ma anche e soprattutto la rimozione di una linea di demarcazione classista che motivasse la ragione sociale della sinistra politica e potesse far argine al PD liberale (e ai Verdi). La dispersione della centralità del riferimento di classe è stata una costante della cosiddetta sinistra radicale proprio negli anni della grande crisi capitalista. La classe lavoratrice è stata rimpiazzata dalla cittadinanza progressista, con qualche tinta sociale. Tutte le sperimentazioni di laboratorio del decennio (Arcobaleno, Rivoluzione Civile con Ingroia e Di Pietro, L'Altra Europa con Tsipras insieme a Barbara Spinelli...) hanno recitato, in forme diverse, questo spartito. La lista improvvisata de La Sinistra, seppur con un profilo più politico e meno civico, non si è discostata, per impostazione e programmi, da quel solco, né poteva in ogni caso rimuoverne il lascito. Per di più col gravame del riferimento a uno Tsipras ormai compromesso nell'austerità e infatti usato dallo stesso PD e dal PSE (“una maggioranza in Europa da Macron a Tsipras”). Poteva essere Tsipras la linea di demarcazione dal PD? La presa del voto utile per Zingaretti è stata agevolata anche da questo.

Il PC stalinista di Marco Rizzo ha riportato lo 0,88%. Un buon risultato, sia in percentuale che in voti assoluti, con un netto incremento rispetto alle elezioni politiche del 2018.
È la misura della capacità attrattiva del “richiamo comunista” su un settore certo minoritario ma reale dell'elettorato di sinistra. È uno spazio che si sovrappone in larga misura a quello del Partito Comunista dei Lavoratori, e che Rizzo ha potuto occupare anche in ragione della nostra assenza, causata da una legge elettorale reazionaria. La campagna promossa da Rizzo (all'insegna di “è tornato il partito comunista”) ha apertamente investito in questo spazio. Il suo carattere completamente abusivo (da parte di chi sostenne i governi Prodi e D'Alema, e dunque i bombardamenti su Belgrado) non inficia il dato di realtà: un piccolo partito stalinista ha messo piede attorno al trasformismo di un camaleonte.

Resta il fatto che, complessivamente, la sinistra politica ha registrato una débâcle senza precedenti. È una débâcle inseparabile dal quadro generale di deriva reazionaria dello scenario politico, nel corso di una lunga parabola. Una parabola innescata dal sostegno suicida al governo Prodi da parte dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale. Un passaggio che ha distrutto Rifondazione Comunista abbattendo ogni argine e spianando la strada a un arretramento verticale del movimento operaio e della sua coscienza. Arriva oggi a valle la valanga formatasi allora, alimentata poi dalla grande crisi sociale e dall'assenza, in essa, di un'opposizione di classe: ciò che ha dirottato a destra larga parte del malcontento operaio e popolare. Renzismo, grillismo, leghismo hanno rappresentato, in rapida successione, il riflesso politico di questa dinamica. La sinistra, nel suo complesso, ne è stata vittima. I suoi gruppi dirigenti, politici e sindacali, pienamente responsabili, senza eccezioni.

Non si può rimontare la china di questa disfatta senza combinare il lavoro di unificazione e rilancio dell'opposizione di classe e di massa con la costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio. Solo l'ingresso sulla scena della classe lavoratrice, su base di massa, attorno a una propria piattaforma di mobilitazione, può unificare le lotte di resistenza, scomporre i blocchi sociali reazionari, liberare i lavoratori stessi dal richiamo delle sirene populiste. Ma solo la costruzione di un partito comunista e rivoluzionario, estraneo ai gruppi dirigenti della disfatta, può connettere il rilancio dell'opposizione alla prospettiva del potere dei lavoratori e delle lavoratrici, l'unica vera alternativa alla reazione.
Partito Comunista dei Lavoratori

"Non saremo schiavi": la ribellione contro il regime di Orban

Per la prima volta dopo dieci anni, il regime reazionario di Orban incontra un'opposizione di massa.
Centinaia di migliaia di lavoratori e di giovani in larga parte del paese hanno preso la parola contro il governo. La miccia è stata una legge antioperaia varata dal governo dai caratteri scopertamente provocatori. Una legge che prevede 400 ore di straordinari all'anno, una settimana lavorativa di sei giorni o oltre dieci ore giornaliere per cinque giorni. Il lavoratore può formalmente rifiutare, salvo rischiare il licenziamento. Si tratta dunque di uno strumento di legge offerto ai padroni per incrementare in modo massiccio lo sfruttamento del lavoro. Il padronato ungherese plaude entusiasta alla legge. Ancor più plaudono la Opel, la Mercedes, l'Audi, le grandi aziende straniere in particolare tedesche, ma anche italiane, che in Ungheria fanno affari d'oro. La sovranità nazionale sbandierata da Orban è a tutti gli effetti la sovranità dei padroni contro i lavoratori.

“Non saremo schiavi”. Questo è lo slogan che ha animato le proteste contro la legge. Le manifestazioni indette dai sindacati hanno registrato un'ampia partecipazione operaia, e hanno visto l'ingresso in campo di decine di migliaia di studenti. Gli studenti già erano in fase di mobilitazione a favore della libertà di studio e di ricerca nelle università. La saldatura con le manifestazioni dei lavoratori è apparsa loro naturale. Non si tratta di rituali manifestazioni dell'opposizione liberaldemocratica, si tratta di manifestazioni di massa e di classe, le prime dopo lungo tempo nella storia d'Ungheria. Le manifestazioni si sono susseguite con una parabola ascendente negli ultimi cinque giorni, e con tratti radicali. A Budapest la polizia ha dovuto disperdere più volte la folla di lavoratori e giovani che assedia gli edifici dell'Assemblea Nazionale, il Parlamento ungherese. La parola d'ordine dello sciopero generale per la revoca della “legge della schiavitù” ha fatto il suo ingresso nelle strade e nelle piazze della capitale.

Com'è naturale, tutte le forze politiche dell'opposizione cercano il proprio posto al sole nella protesta: Momentum, Dialogo per l'Ungheria, persino i fascisti di Jobbik. Ma la linea dello scontro è estranea all'impostazione liberale come all'impostazione nazionalista e xenofoba. Al contrario, essa è dettata come non mai dalla contrapposizione tra capitale e lavoro, tra capitalisti e operai. Il ruolo dei sindacati è non a caso centrale. La campagna ossessiva di Orban contro i migranti, che ha intossicato milioni di ungheresi, svela sempre più il suo carattere ipocrita. Il problema dell'Ungheria non sono i migranti, praticamente assenti, ma la massiccia emigrazione di 600.000 ungheresi verso altri paesi in cerca di migliori condizioni di vita. La battaglia contro la legge della schiavitù mette a nudo questa verità, e conquista il senso comune di massa.

Chi profetizzava che destra e sinistra sono categorie novecentesche ritrova questo confine proprio in Ungheria, proprio nel paese indicato a modello dai sovranismi nazionalisti alla Salvini, proprio nel paese presentato dai populismi reazionari di tutta Europa come paradigma di stabilità e di ordine. Naturalmente siamo solo all'inizio di una battaglia di massa, di cui seguiremo dinamica e sviluppi. Ma certo i fatti dimostrano che neppure i regimi più consolidati in apparenza sono al riparo della lotta di classe, che prima o poi si riaffaccia e presenta il conto.

La vicenda ungherese ci parla anche di questo.
17 dicembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori