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Una prima lettura del risultato referendario


 Il risultato referendario, pur nella sua parzialità, è una cartina di tornasole dello scenario italiano. Di valenza politica e sindacale. Su questo esprimiamo una primissima valutazione di carattere generale, che segnala gli aspetti contraddittori del risultato ma soprattutto pone l'esigenza di una svolta generale di linea politica e sindacale del movimento operaio italiano. Lo facciamo con tanta più determinazione avendo partecipato, con una nostra autonoma impostazione, alla campagna referendaria per i cinque "sì".



LE CONTRADDIZIONI DI UN RISULTATO

1) Dodici milioni di voti a sostegno del "sì" sui temi del lavoro non sono in sé un dato irrilevante. Né lo è il 30% di partecipazione complessiva al voto. Tanto più considerando il fatto che il calcolo percentuale è fatto comprendendo tra gli aventi diritto gli italiani all'estero, spesso ignari dell'esistenza stessa del referendum. Una autentica truffa dal punto di vista democratico, taciuta e rimossa paradossalmente dagli stessi promotori del referendum, e non solo. Inoltre l'esclusione dalla partita referendaria, per decisione della Consulta, dell'Autonomia differenziata ha sicuramente ridimensionato l'afflusso al voto, com'era prevedibile, in particolare nel Sud (ma non solo). Così a loro volta i primi dati di domenica sull'affluenza hanno contribuito a ridurre ulteriormente la partecipazione.

2) Il voto raccoglie il grosso dell'elettorato di sinistra e di centrosinistra, senza scalfire la massa abnorme dell'astensione (secondo i sondaggi, il 58% dei lavoratori salariati alle ultime elezioni europee), e senza incidere sul blocco sociale ed elettorale della destra (tra cui un 39% di voto operaio sull'elettorato attivo per Fratelli d'Italia, sempre secondo i sondaggi). Nel complesso, i blocchi elettorali e i relativi rapporti di forza appaiono sostanzialmente intatti. Dopo due anni e mezzo di governo Meloni, la destra tiene la propria base sociale. Ma la pretesa della destra di intestarsi l'astensione come proprio consenso politico è abusivo. La destra tiene ma non è maggioranza nella società italiana. Se ha il 59% dei parlamentari a fronte del 44% dei voti (elezioni politiche del 2022) è grazie ad una legge elettorale varata dal PD, il "Rosatellum". Ciò che nessuno ricorda.

3) La distribuzione geografica e territoriale del voto ricalca l'articolazione interna dei due principali blocchi elettorali. I fenomeni di passivizzazione conoscono un'espressione particolarmente concentrata nel Meridione, nei piccoli centri, nella provincia profonda. Che sono anche, in linea generale, il principale bacino della destra. Mentre le grandi città nel loro complesso rivelano una maggiore sensibilità sociale e democratica. Significa che la città non egemonizza la provincia, e che quest'ultima continua a fare da zavorra.

4) Mentre il voto sui quesiti del lavoro raccoglie al proprio interno oltre un 80% di consenso al "sì" (attorno ai 12 milioni di voti), il 35% per il "no" sul quesito della cittadinanza (quasi 5 milioni di voti) riflette la perdurante influenza di posizioni e pregiudizi reazionari sul tema dell'immigrazione all'interno della stessa base elettorale del centrosinistra. Un fatto eloquente. Un riflesso della presa della destra sul senso comune di ampi settori popolari. Ma anche delle politiche del centrosinistra.


UN BILANCIO DI VERITÀ. L'ESIGENZA CENTRALE DI UNA SVOLTA

Questi primi elementi di osservazione richiamano l'esigenza di un bilancio, e soprattutto di un cambio radicale di prospettiva.

La gestione della campagna referendaria da parte dei suoi promotori è stata un riflesso della loro natura. Il PD liberalprogressista ha dovuto contorcersi per motivare la richiesta di abrogazione di misure come il Jobs act, che aveva votato e varato. Il M5S contiano ha pensato bene di dissociarsi sul quesito relativo alla cittadinanza, avendo coltivato nel tempo politiche anti-immigrazione (la denuncia dei «taxi del mare»). Senza potersi ancorare per loro natura a contenuti di classe, PD e M5S hanno condotto essenzialmente una campagna referendaria “contro la destra”, incapace di incunearsi nel suo blocco sociale.
La burocrazia CGIL, con Maurizio Landini, ha fatto in un certo senso l'opposto: si è richiamato giustamente alla centralità dei contenuti sociali dei quesiti ma dicendo che non erano contro il governo e la destra, con l'idea che spoliticizzare la campagna potesse allargare la sua presa.
Il risultato smentisce il combinato disposto di entrambe le impostazionien; mentre le contraddizioni passate e presenti del campo referendario hanno fornito armi preziose alla speculazione delle destre («il referendum è una lotta interna alla sinistra pagata dagli italiani»). La loro volontà di intestarsi politicamente l'astensione, per quanto abusiva, è stata parte di questa operazione.

Detto questo, il risultato non riflette tanto la gestione della campagna referendaria quanto i processi di più lungo corso. Processi inseparabili dalla linea generale delle direzioni del movimento operaio e sindacale.
La passivizzazione della maggioranza dei salariati, combinata con l'influenza delle destre nelle loro file, è il prodotto di una lunga stagione di subalternità e di compromissione, per responsabilità della sinistra politica sindacale. È il deposito di mezzo secolo. Non puoi pensare di dissolverlo e neppure di scuoterlo con una pura iniziativa di carattere referendario nei fatti concepita come surrogato della mobilitazione.
La stessa storia delle campagne referendarie dimostra che i risultati vincenti sono sempre stati un sottoprodotto, diretto o indiretto, di grandi mobilitazioni. Così fu per il divorzio (1974) e l'aborto (1981), così fu in un contesto diverso per la stessa vittoria referendaria sull'acqua pubblica nel 2011, sullo sfondo di un'ampia mobilitazione contro il governo Berlusconi. I referendum dell'8 e 9 giugno, invece, nonostante il loro carattere progressivo, avevano al piede la zavorra di una prolungata passività dell'azione sindacale, più che decennale, sul terreno della lotta di classe: nessuna piattaforma generale riconoscibile, nessuna unificazione di lotta delle centinaia di vertenze delle aziende in crisi, nessuna unificazione sul terreno delle vertenze contrattuali di categoria, nessuna azione di sciopero vero mirata ad incidere realmente sui rapporti di forza. Il fatto che la destra e/o i fautori del "no" abbiano contrapposto ai referendum il tema del salario («il problema oggi non è il Jobs act ma il fatto che i lavoratori non arrivano a fine mese...») non misura solamente la loro sconfinata ipocrisia, ma anche la mancanza di una battaglia salariale unificante, e di una piattaforma generale che la comprenda.

Tutto ciò ha conseguenze anche sul piano democratico. È vero, la CGIL si è pronunciata contro l'infame decreto sicurezza anche con manifestazioni e presidi. Ma senza legare la sacrosanta battaglia democratica alle ragioni di uno scontro sociale vero, nelle sue ragioni di classe riconoscibili e nelle sue forme d'azione, la stessa battaglia democratica non riesce ad incidere sul senso comune di massa. Il fatto che oggi i sondaggi ci dicano che il decreto sicurezza ha un consenso del 70% (!) nonostante il suo contenuto arcireazionario lo dimostra in modo drammatico.
Così la stessa ricomposizione di un blocco sociale alternativo, che recuperi le grandi masse del Mezzogiorno, è impensabile senza una piattaforma sociale unificante che connetta la classe operaia con la più larga massa della popolazione povera: il fatto che i sindacati abbiano subito senza una reale azione di lotta la cancellazione del reddito di cittadinanza (al di là della rituale critica nei talk show) è corresponsabile della passivizzazione nel Sud.
Lo stesso vale, infine, sul tema cruciale dell'immigrazione: senza un approccio di classe alla questione, che parta dall'organizzazione diretta dei salariati immigrati, e che comprenda i diritti dei migranti dentro una piattaforma di lotta unificante, il richiamo democratico resta più debole della semplificazione reazionaria, anche all'interno della classe lavoratrice («arrivano in massa, ci tolgono il lavoro, ci comprimono i salari...»).


“RIPARTIRE”: IN CHE MODO E PER ANDARE DOVE?

Landini ora dice che occorre ripartire dai milioni di "sì". Ma in che modo, e per andare dove? L'idea di recuperare l'esperienza della cosiddetta “coalizione sociale” di sette anni fa, cioè una rete di rapporti di vertice con diverse associazioni laiche e cattoliche progressiste, può forse servire alla burocrazia CGIL e al suo peso negoziale nel rapporto col centrosinistra, ma non serve al movimento operaio e sindacale. Ciò che serve è l'apertura di una vertenza generale vera, che rompa gli argini della pace sociale, e punti ad unificare realmente sul terreno della lotta i 18 milioni di salariati, e attorno a essi un più vasto blocco sociale alternativo. Senza lavorare a questa svolta generale non si sviluppa la coscienza della classe, non si scuote l'indifferenza, la passività, la demoralizzazione. Tanto meno si disgrega il blocco sociale della destra.

Solo una rivolta sociale vera, non solo declamata, può aprire dal basso una pagina nuova, ed anche strappare risultati parziali. È con questa linea di intervento che il PCL ha partecipato alla campagna dei cinque "sì", fuori da ogni illusione istituzionale. È con questa proposta che daremo battaglia nei sindacati di classe, tra i lavoratori e le lavoratrici, nella giovane generazione proletaria.

Ma battersi per questa svolta significa battersi per un'altra direzione del movimento operaio sul piano sia sindacale che politico. Milioni di lavoratori e lavoratrici sono senza una propria rappresentanza politica autonoma. Il rifiuto di Landini di rompere coi partiti borghesi di centrosinistra e di costruire un autonomo partito del lavoro concorre a questa privazione di rappresentanza. Occorre battersi per svilupparla.

Va costruito un partito indipendente della classe lavoratrice tanto radicale quanto sanno essere i partiti padronali a difesa della loro classe. Un partito che riconduca ogni battaglia immediata alla prospettiva di un'alternativa di società, nella quale a comandare siano i lavoratori e non i capitalisti. Un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, unica vera alternativa.

Il PCL si batte ogni giorno per la costruzione di questo partito, assieme ai marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

USA. Dopo le elezioni

 


14 Novembre 2024

English translation

Le operazioni di voto delle dolorose e dispendiose elezioni americane 2024 sono terminate il 5 di novembre. La conta dei voti sta andando avanti mentre sto scrivendo, 10 novembre, ma i risultati generali sono chiari.

Donald Trump ha vinto il suo secondo mandato presidenziale. I repubblicani hanno la maggioranza al Senato e sembrano avviati verso una sottile maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. L'equilibrio nei governatorati statali è invariato. Sette dei dieci referendum statali sull'aborto sono stati vinti dalla parte pro choice. In Florida, un'iniziativa a favore dell'aborto ha ottenuto il 57% dei voti, ma non ha superato la soglia del 60% per l'approvazione.

In questo articolo, che fa seguito al mio precedente, affronterò quattro domande: 1) Cosa è successo nelle elezioni statunitensi del 2024? 2) Perché è successo? 3) Cosa succederà dopo? 4) Cosa si deve fare?


CHE COSA È SUCCESSO NELLE ELEZIONI 2024?

Si stima che siano stati 154,8 milioni di persone ad aver votato alle elezioni statunitensi del 2024, su 244,7 milioni di aventi diritto al voto.
Un tasso di partecipazione del 63,3%. Questo dato è in calo rispetto al tasso di partecipazione del 2020, pari al 66,4%, ma è ancora piuttosto elevato per gli standard statunitensi.

Trump ha attualmente 74,7 milioni di voti, il 50,5% del conteggio. Kamala Harris ha 71,0 milioni di voti, il 48,0% del conteggio. Questi numeri cambieranno man mano che verranno conteggiati altri voti. Molto probabilmente Harris ridurrà il divario tra il suo totale e quello di Trump, dal momento che la maggior parte dei voti non conteggiati si trova in aree democratiche, ma il divario è troppo grande perché possa recuperare. Trump ha attualmente un vantaggio di 312 a 226 nel Collegio Elettorale, un dato che difficilmente cambierà.

I repubblicani hanno guadagnato tre seggi al Senato e probabilmente ne guadagneranno un altro, ottenendo così una maggioranza di 53 a 47. Finora i repubblicani hanno conquistato 213 seggi alla Camera, i democratici 205 seggi, in 17 competizioni sono testa a testa. Quando queste saranno decise, è probabile che i repubblicani avranno mantenuto la loro risicata maggioranza.

A livello statale, come già detto, nessun governatore è passato di mano, e le battaglie per il diritto dell'aborto hanno vinto in sette referendum, hanno ottenuto la maggioranza in otto e hanno perso solo in due.

L'attuale risultato di Trump, pari a 74,7 milioni di voti, è in leggero aumento rispetto a quello del 2020, pari a 74,2 milioni. L'attuale risultato di Harris, pari a 71,0 milioni, è in netto calo rispetto al conteggio di Biden per il 2020, pari a 81,3 milioni. Il divario potrebbe ridursi man mano che vengono conteggiati altri voti, ma il dato principale sembra chiaro: milioni di persone che hanno votato per Biden nel 2020 non hanno votato per Harris.

I tre candidati presidenti di sinistra hanno ottenuto quasi 900,000 voti: 699,151 per Jill Stein del Green Party, 124,635 per Claudia De la Cruz del Party of Socialism and Liberation (PSL), e 67,867 per Cornel West, un indipendente nero radicale.


PERCHÉ È SUCCESSO?

La sconfitta di Harris è in parte espressione del razzismo e del sessismo endemici nella politica statunitense e fomentati dalla demagogia di Trump. La candidatura di Barack Obama riuscì nel 2008 a superare la barriera razziale. La candidatura di Hillary Clinton non riuscì a superare la barriera di genere nel 2016. La candidatura di Harris non è riuscita a sfondare la doppia barriera nel 2024.

La sconfitta di Harris è anche un'espressione del funzionamento del sistema politico statunitense, già descritto in Capitalismo, democrazia ed elezioni americane del 2024. La separazione dei poteri, il sistema di pesi e contrappesi, il collegio elettorale, il Senato, l'ostruzionismo, la nomina a vita dei giudici della Corte Suprema, i diritti degli Stati, l'influenza corruttrice del denaro in politica, la porta girevole tra governo e imprese, i media istituzionali e tutti gli altri aspetti antidemocratici del sistema politico statunitense fanno sì che il governo possa fare solo ciò che la classe dirigente vuole.

Il risultato a livello federale è un'alternanza di governo tra i due partiti capitalisti, generalmente ogni otto anni. Un partito fa promesse, mobilita la sua base, viene eletto, non riesce a mantenere le sue promesse, scoraggia la sua base, non viene votato, dando all'altro partito il suo turno. L'alternanza tra democratici e repubblicani intrappola i lavoratori nella ricerca infinita del male minore.

Nel 2008, Barack Obama ha promesso un «change we can believe in» (cambiamento in cui credere), non è riuscito a mantenerlo e ha deluso la base democratica. Nel 2016, Hillary Clinton, Segretario di Stato di Obama, si è candidata come continuatrice dell'amministrazione Obama. Un numero sufficiente di elettori l'ha abbandonata e ha perso, consegnando la presidenza a Trump.

Nel 2020, Joe Biden è stato eletto grazie alla repulsione popolare nei confronti di Trump, ma questo ha interrotto, piuttosto che annullato, lo schema. L'amministrazione Biden ha prodotto pochi cambiamenti nella politica del governo, anche in materia di immigrazione, dove la retorica di Biden e Trump era molto diversa. Nel luglio 2024, l'amministrazione Biden è tornata alla politica di Trump di respingimento di tutti i richiedenti asilo al confine meridionale rimandandoli in Messico.

Nel 2024, Trump ha conquistato la maggioranza degli elettori bianchi della classe lavoratrice grazie a due temi principali: l'economia e l'immigrazione. L'amministrazione Biden si è vantata di quanto l'economia stesse andando bene: un “atterraggio morbido” dalla crisi del Covid. Ma per la maggior parte dei lavoratori, questo “atterraggio morbido” è stato un ritorno al punto in cui si trovavano sotto Trump prima del Covid, con la differenza che i tassi di interesse e i costi di cibo, energia e abitazioni erano adesso molto più alti. Per quanto riguarda l'immigrazione, l'amministrazione democratica è sembrata aver adottato la politica di Trump.

I democratici non hanno dato una risposta adeguata né sull'economia né sull'immigrazione. Non hanno potuto sostenere misure per redistribuire il reddito dai capitalisti ai lavoratori, perché sono nelle mani dei capitalisti. Non sono abbastanza coraggiosi da dire che gli Stati Uniti hanno bisogno di più immigrati per compensare l'invecchiamento della popolazione, e che gli immigrati hanno bisogno di pari diritti.

Harris e i democratici hanno fatto campagna elettorale principalmente sul tema della democrazia e sul diritto all'aborto. La democrazia era un argomento forte per i progressisti relativamente benestanti, ma aveva poca risonanza con la maggior parte degli elettori. I democratici erano troppo corresponsabili della deportazione degli immigrati, dello smantellamento degli accampamenti dei senzatetto, della militarizzazione della polizia e della repressione delle azioni di solidarietà con la Palestina per essere credibili. I loro tentativi di perseguire penalmente Trump hanno avuto l'apparenza di un utilizzo delle loro cariche per punire i loro nemici.

Il diritto all'aborto è stato il tema più sentito dai democratici. Trump ha dichiarato di essere stato contrario a un divieto di aborto a livello nazionale. e che porrebbe il veto se arrivasse sulla sua scrivania. Ma ci si può aspettare che sosterrà misure per impedire alle donne, negli Stati che vietano l'aborto, di ottenere aborti terapeutici o fuori dallo Stato. L'argomento aborto era forte, ma non era sufficiente.


COSA CI ASPETTA?

Se i repubblicani conquistano la Camera dei Rappresentanti avranno realizato una tripletta – la presidenza ed entrambe le camere del Congresso – e una maggioranza dia sei a tre alla Corte Suprema. Il secondo governo Trump si muoverà sicuramente per estendere i tagli fiscali per i ricchi varati dal primo governo Trump e destinati a scadere l'anno prossimo.

Cercherà di ridurre i regolamenti governativi sui limiti alle emissioni, alle trivellazioni e al fracking per il petrolio e il gas, e a quelli per promuovere i veicoli elettrici. I tagli saranno dannosi, ma il governo Biden non stava facendo neanche minimamente abbastanza. E l'amministrazione ha i suoi conflitti interni: il più grande sostenitore di Trump è Elon Musk, che guadagna miliardi vendendo veicoli elettrici.

L'amministrazione Trump renderà più duro il controllo delle frontiere, ma l'amministrazione Biden era già tornata alla politica trumpiana di respingimento dei richiedenti asilo. Trump parla di radunare e deportare gli immigrati privi di documenti, ma l'economia statunitense ha bisogno di loro, in particolare nell'agricoltura, nell'edilizia, nella lavorazione della carne, nei ristoranti e negli alberghi. Lo stesso Trump guadagna milioni di euro grazie a lavoratori senza documenti nei suoi hotel, casinò e campi da golf. Questo limiterà ciò che potrà fare, a parte sbraitare.

La Corte Suprema ha stabilito che gli Stati possono fissare le condizioni del diritto all'aborto. La maggioranza degli Stati ora protegge questo diritto, compresi i sette che hanno votato in tal senso quest'anno. Sarebbe molto difficile per i governi degli Stati anti-choice (anti-aborto) impedire alle donne di recarsi in altri Stati per abortire o di ottenere mifepristone e misoprostolo per aborti terapeutici.

Il Dipartimento di Giustizia di Trump tornerà probabilmente alla posizione del 2017, secondo cui il Titolo VII della Legge sui diritti civili del 1964, che vieta la discriminazione basata sul sesso, non si applica all'identità di genere. Negli Stati più progressisti, le persone transessuali saranno ancora protette dalla legge statale, ma i loro diritti saranno costantemente attaccati.

Nel complesso, Trump aspira a fare più danni di quanti ne possa fare. La sua amministrazione sarà crudele e odiosa, ma anche inetta. Probabilmente presiederà alla prossima recessione, che potrebbe condannare il prossimo candidato repubblicano.


CHE FARE?

L'elezione di Trump è un duro colpo, ma non è la fine della democrazia statunitense o della lotta di classe. La democrazia è ancora il miglior involucro possibile per il capitalismo, e il sistema bipartitico serve ancora molto bene i capitalisti. La lotta deve continuare nei picchetti e nelle strade.

I compiti dei rivoluzionari rimangono fondamentalmente quelli di prima: costruire sindacati e altre organizzazioni di massa, promuovere la democrazia e la militanza, guidare le lotte, smascherare il capitalismo, l'imperialismo e il sistema bipartitico, resistere al militarismo e alla guerra, creare solidarietà con la Palestina e impegnarsi in tutte le altre lotte contro l'oppressione, costruire partiti dei lavoratori, partiti rivoluzionari e un'Internazionale rivoluzionaria.


(traduzione di Antonio Banchetti)

Peter Solenberger

L'assassinio di Satnam Singh, uno squarcio sulla società borghese

 


Un invito alla mobilitazione generale

24 Giugno 2024

L'assassinio di Satnam Singh – spappolato dallo sfruttamento e gettato sanguinante davanti a casa con un braccio amputato in una cassetta di frutta – ha richiamato l'ennesimo pianto ipocrita di tutta la stampa borghese sulle condizioni del lavoro degli immigrati e delle immigrate, e l'immancabile giostra di promesse a futura memoria. Sino al prossimo crimine, naturalmente, dopo il quale il giro ricomincia ogni volta.

La situazione è semplice nella sua brutalità. Larga parte dell'agricoltura tricolore si fonda sul supersfruttamento di manodopera immigrata, prevalentemente asiatica e africana, ma anche est-europea. Quasi 300000 braccianti sono costretti a lavorare con salari da fame, sino a meno di un euro all'ora, per 12-14 ore giornaliere (e a volte più), senza le minime garanzie di sicurezza, condannati a pagare l'affitto in baracche di lamiera senza bagno, umiliati giorno dopo giorno da padroni e padroncini che li trattano alla stregua degli schiavi. Nel migliore dei casi si tratta di salariati con contratti stagionali, che non possono spesso essere trasformati in rapporti di lavoro a tempo determinato o indeterminato per via dell'esistenza di tetti massimi legali invalicabili. Contratti stagionali scritti peraltro sulla carta e per lo più ignorati nei fatti. Ma molte volte la realtà è anche peggiore.

Il metodo usato dall'azienda agricola del padron Lovato, assassino di Satnam, è esemplare. Il lavoratore viene assunto, lo si fa lavorare in condizioni invivibili per il numero di giorni necessari a fargli maturare il sussidio di disoccupazione, poi viene licenziato per finta, e lo si tiene a lavorare alle condizioni di prima o ancora più infami: in nero, ma con metà paga, dato che l'altra parte la paga l'INPS. In caso di accertamento giudiziario, l'accusa di truffa viene scaricata sul lavoratore.
Questo metodo dello sfruttamento in nero con truffa padronale non è affatto un caso limite, ma una regola diffusa. La ricattabilità del lavoratore è ovunque la leva del suo sfruttamento brutale. Il caporalato il braccio armato del padrone.

Non solo. I padroni sfruttatori, che truffano l'INPS attraverso il lavoro nero, sono gli stessi che la fanno franca. Sia perché le ispezioni sono rare, sia perché, anche quando incorrono in un accertamento imprevisto, risolvono la cosa col pagamento di qualche multa (già contabilizzata a bilancio) e con la promessa di riparare in futuro. Dopo di che tutto torna come prima. Ed anzi le stesse aziende che non dichiarano dipendenti grazie alla truffa del lavoro nero incassano spesso i fondi europei. Salvo poi portare in piazza i trattori per rivendicare sussidi maggiori. Questa è l'agricoltura tricolore che il ministro Lollobrigida invita a non criminalizzare. Ciò che significa letteralmente coprire i criminali. A partire dalla roccaforte elettorale di Fratelli d'Italia nell'agro pontino.

La disparità di trattamento è scandalosa. Un immigrato senza permesso di soggiorno, perché magari licenziato, finisce nel lager di un centro per il rimpatrio. Ma il padrone Lovato che ha scaricato davanti a casa un uomo morente e il suo braccio amputato in una cassa di frutta, che ha lavato le tracce di sangue dal furgone, che ha sequestrato i telefoni dei suoi compagni di lavoro per impedire loro di chiamare i soccorsi, resta tranquillamente a piede libero. Ed anzi accusa Satnam di leggerezza, cioè di essersela cercata e di avergli così procurato dei guai. La natura della democrazia borghese è riassunta alla perfezione da questa immonda vicenda.

Questa vicenda chiama in causa precise responsabilità politiche. Governi borghesi di ogni colore hanno vantato per decenni la “lotta al caporalato”. Il governo Renzi nel 2014 varò la trovata della Rete del lavoro agricolo di qualità come strumento di normalizzazione legale dei rapporti di lavoro nei campi. Tutti i governi successivi, inclusi i governi Conte e Draghi, si sono appoggiati sulla stessa retorica legalitaria. Sarebbe bastato “premiare” le aziende che non ricorrono al caporalato per risolvere il problema.
Ebbene, parlano i numeri. Dopo dieci anni dal suo varo, su una platea di 175000 aziende solo 6000 sono iscritte alla rete. Cosa significa? Significa che il mercato capitalista e l'assenza di controlli (anche per il taglio verticale degli ispettori) rende assai più conveniente il supersfruttamento illegale rispetto all'osservanza delle norme. Tanto più in assenza di punizioni reali per chi le viola. Quanto ai “premi” previsti per le aziende regolari (bollini di qualità per i loro prodotti o nuove decontribuzioni), sono ben poca cosa rispetto ai profitti assicurati dal lavoro schiavile. Per non parlare del fatto che i premi sono incassati assai spesso anche da aziende che “regolari” non lo sono affatto e non hanno alcuna intenzione di diventarlo.

Che fare, allora? È necessario che il movimento operaio e sindacale vada oltre la denuncia del malaffare nelle campagne, e apra una vertenza vera attorno a precise rivendicazioni di classe.
Certo, la Bossi-Fini, ben conservata da tutti i governi per oltre vent'anni, va cancellata perché funzionale allo sfruttamento. Ma non basta. Occorre rivendicare l'introduzione del reato penale per i padroni che ricorrono al lavoro nero; la regolarizzazione legale e contrattuale di tutti i salariati impiegati nei campi, a partire dall'immediato permesso di soggiorno per i lavoratori stranieri che denunciano irregolarità; un controllo sindacale capillare sull'intero territorio nazionale, anche col ricorso strutture di autodifesa contro violenze e minacce dei caporali.
Solo la forza del movimento operaio può imporre una svolta nelle campagne.

E non solo. Il tema del lavoro precario, supersfruttato, sottopagato, si estende a tutti i settori dell'economia: nella produzione, nei servizi, nella logistica, nell'edilizia, nei trasporti, nella ristorazione, nel turismo. Sei milioni di salariati guadagnano meno di 850 euro al mese, altri due milioni ricevono meno di 1200 euro. Il precariato, la pratica degli appalti e dei subappalti con la corsa al massimo ribasso, il dilagare del part time involontario, in particolare nel lavoro femminile, la vergogna degli stage non pagati per milioni di giovani, sono tutti strumenti fra loro combinati che schiacciano verso il basso salari e diritti. È necessaria allora una vertenza generale che metta insieme la rivendicazione di un forte aumento salariale per tutti con la cancellazione di tutte le forme di lavoro precario. Per i lavoratori e le lavoratrici del Nord e del Sud, per italiani/e e migranti. A pari lavoro, pari diritti per tutte e per tutti.

Ben vengano i referendum contro il Jobs Act promosso dalla CGIL. È una battaglia che deve impegnare tutti. Ma non basta. Occorre ricondurre l'impegno referendario ad una piattaforma generale che unisca in un unico fronte reale di lotta 18 milioni di salariati. Una forza enorme. Una forza che può ribaltare dal basso l'intero scenario politico. Una forza che se organizzata e cosciente può ambire a imporre un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa col capitalismo e riorganizzi tutta la società su basi nuove. L'unica vera alternativa per gli sfruttati e gli oppressi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una nuova stagione di lotta di classe per contrastare il programma oscurantista dei sovranisti

 


La carta dei valori siglata tra i 16 principali partiti sovranisti e conservatori europei, tra cui Lega e Fratelli d’Italia, testimonia il ruolo da protagonista che l’estrema destra vuole giocare in Europa nei prossimi anni. In nome di un’Europa che rimette al centro le singole identità nazionali, le forze dell’estrema destra nazionalista chiamano a raccolta quanti vogliono un continente senza immigrati, islamici e omossessuali.

I sovranisti, rivendicando «l’eredità giudaico-cristiana dell’Europa», ripropongono la difesa della famiglia tradizionale, lo stop all’immigrazione, l’opposizione "all’iperattivismo morale dell’Unione europea". Questo manifesto ideologico disvela un’Europa cupa e reazionaria: quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate, quella che discrimina le donne e la comunità Lgbtq+.
Le dure parole di molti leader europei arrivano tardi e servono a poco. Non saranno certo le élite liberali del continente, le stesse che negli ultimi vent’anni non hanno mosso un dito per salvare le decine di migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, a difendere i diritti civili e democratici. Solo la ridiscesa in campo di una forte mobilitazione operaia su scala continentale, capace di saldare in un unico fronte la battaglia per i diritti civili e democratici con quelli sociali, può spazzare via la folata reazionaria che attraversa gran parte d’Europa. Solo una nuova stagione di lotta che rimetta al centro i bisogni e le aspirazioni delle classi subalterne può essere il lampo di magnesio che illumina una notte senza stelle.


UN FRONTE COMPOSITO ALLA RICERCA DI UNA CONVERGENZA

Questo manifesto ideologico è stato sottoscritto dalle forze politiche che fanno parte di tre gruppi diversi nel Parlamento UE, ovvero Identità e Democrazia (ID) e Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), più Fidesz. Accanto al Rassemblement National di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, spicca la presenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán, recentemente uscito dal PPE, e del partito del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, due forze di governo che confermano il peso rilevante che le nazioni dell’Europa centrale rivestono in questo schieramento. Anche i sovranisti di casa nostra rivestono un ruolo importante. Matteo Salvini e Giorgia Meloni ricoprono un ruolo apicale all’interno dei loro rispettivi gruppi europei, e in caso di successo elettorale nelle prossime elezioni politiche, possono aspirare a diventare il perno imprescindibile del mondo conservatore e sovranista del vecchio continente, potenzialmente in grado di saldare le forze politiche dell’Europa Occidentale con quelle dei paesi di Visegrad.

La convergenza realizzata dal documento siglato lo scorso 2 luglio rende manifesto un duplice obiettivo: allargare l’area delle forze identitarie e al contempo rassicurare l’establishment sul fatto che il fronte sovranista in via di costruzione non sarà di stampo puramente estremista. Non a caso, la dichiarazione d’intenti non contiene le posizioni più schiettamente euroscettiche che alcuni dei sottoscrittori avevano sostenuto nel recente passato, come l’uscita dalla UE e l’abbandono della moneta unica. L’edulcorazione delle posizioni più accesamente antieuropeiste è funzionale al progetto di trasformare quest’area composita in un baricentro politico capace di attrarre quelle forze di centrodestra che si sentono a disagio nel Partito Popolare Europeo. Anche per questo dall’elenco dei firmatari sono state escluse le forze che più di altre vengono percepite come forze radicali e antisistema, come i tedeschi dell’AfD.


LE INCOGNITE DEL PROCESSO IN CORSO

L’arco politico che ha siglato la “carta dei valori” potenzialmente potrebbe associare 115 deputati, diventando a Strasburgo la terza formazione dopo i popolari e i socialdemocratici. Un numero ragguardevole, che potrebbe anche fungere da leva per accaparrarsi presidenze di commissioni e quote rilevanti dei finanziamenti dell’europarlamento.
Ovviamente la costituzione di un gruppo comune non rappresenterebbe il primo passo verso la costruzione di un’internazionale sovranista, che in sé sarebbe un vero e proprio ossimoro. Più realisticamente questo confronto che si è aperto nel campo sovranista potrebbe favorire la definizione di un nuovo contenitore politico dell’estrema destra al parlamento europeo, anche se la strada appare scoscesa e irta di ostacoli. La galassia sovranista, del resto, è assai composita e conflittuale, e le convergenze fra i suoi membri sono spesso parziali e momentanee. Da sempre questo mondo è attraversato da rivalità non episodiche, ma vi sono anche interessi specifici e questioni di merito assai significative che in alcuni casi riflettono visioni diametralmente opposte, come nel caso di Vlaams Belang e di Vox, entrambi uniti nel richiedere una ferrea regolamentazione dell’immigrazione, ma con gli spagnoli feroci nemici degli indipendentisti di casa loro, e con i fiamminghi che si battono apertamente per la secessione delle Fiandre dal Belgio. Altre formazioni, invece, all’ultimo momento si sono defilate dalla dichiarazione congiunta, come gli olandesi di JA21, che volevano che nella dichiarazione comune fosse contemplato il no al trasferimento di risorse dal Nord al Sud dell’Europa.

L’evoluzione di questo processo dipenderà anche dai rapporti di forza tra la Lega e Fratelli d’Italia, una partita che si gioca a Strasburgo ma soprattutto a Roma, dove in palio c’è la conquista del primato nella coalizione di destra che concorrerà alle prossime elezioni politiche. Da verificare saranno anche le linee di faglia che, nel prossimo periodo, si possono aprire all’interno delle singole forze politiche, come nella Lega, dove il ministro dello sviluppo economico Giorgetti può appoggiarsi a settori importanti del Carroccio, quelli maggiormente legati ai ceti produttivi del Nord Italia, per perseguire un indirizzo politico diverso da quello salviniano: scolorire il profilo sovranista della Lega per avvicinarsi al PPE.
Anche nel partito di Marine Le Pen si possono aprire delle contraddizioni, come si è iniziato a vedere al recente congresso di Perpignan, dove l’estrema destra transalpina ha iniziato ad interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta dédiabolisation, una strategia volta a presentare un’immagine rassicurante intesa a conquistare il consenso tra i ceti moderati che tradizionalmente votano per le formazioni che collocano al centro. Una strategia che alle ultime elezioni regionali ha segnato il passo, non riuscendo ad allargare il consenso e creando malumore tra la base militante (con la chiusura di alcune federazioni) ed anche tra l’elettorato più radicale, che in previsione delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere attratto dai proclami accesamente retrivi di Eric Zemmour, se il noto commentatore deciderà di correre per l’Eliseo.


L’INEFFICACIA DELLA RISPOSTA EUROPEISTA

A questa ventata oscurantista, lo schieramento liberale e socialdemocratico contrappone i valori della costruzione europea, che a loro dire difenderebbero i diritti civili e democratici dei cittadini. In questo quadro, le cancellerie europee hanno usato parole di fuoco per denunciare la deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán. Da quando è uscito dal PPE, il premier magiaro è costantemente pressato dalla critica dei governi dell’Unione Europea che gli imputano il non rispetto dei valori comunitari in merito allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Gli strali si sono appuntati soprattutto sulla legge omofoba e discriminatoria approvata dal parlamento di Budapest. Persino il Consiglio d’Europa si è sentito in dovere di prendere posizione per il rispetto dei diritti Lgbtq+. Tali vibranti proteste in difesa dei diritti civili sono una novità assoluta per i paludati ambienti di Bruxelles, visto che non hanno proferito parola per una legge approvata alla fine del 2018 che impone ai lavoratori ungheresi di effettuare una mole di ore di lavoro straordinario non pagato. Una legge significativamente ribattezzata “legge schiavitù”, che ha gonfiato i profitti non solo degli imprenditori locali, ma anche dei capitalisti stranieri (in specie tedeschi) che lì hanno delocalizzato una parte della loro produzione. Segno che per l’Unione Europea le necessità dell’economia capitalista prevalgono sui valori, e che i diritti sociali si fermano davanti ai cancelli delle fabbriche.


LA NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA DI CLASSE

Al di là delle fortune elettorali altalenanti, le forze della destra e dell’estrema destra europea dimostrano di essere ben radicate nella società. Non solo confermano la capacità di produrre fatti politici rilevanti, ma soprattutto continuano ad essere in grado di veicolare le loro posizioni reazionarie, xenofobe e razziste in amplissimi strati della società.

In un’Europa ferita dalla pandemia, dove chi già subiva gli effetti delle politiche di austerità si ritrova ancora più povero ed abbandonato, la malapianta della predicazione sovranista può trovare nuova linfa vitale, riproponendo falsi miti, nuove identità e facili capri espiatori a cui addossare la colpa del disagio e della crisi. Il razzismo nei confronti dei migranti, la contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi, e la discriminazione delle minoranze, possono cioè conoscere una nuova stagione capace di occultare le contraddizioni di fondo – quelle di classe – che muovono e determinano i destini individuali e collettivi.
Lo scenario dominato dalla falsa contrapposizione tra élite europeista e nazionalismo sovranista si potrà nuovamente riprodurre se le forze del movimento operaio non abbandoneranno la fallimentare politica collaborazionista, per rilanciare invece una decisa e coerente mobilitazione anticapitalista che si batta contro i veri responsabili della crisi economica e sociale. Anche perché la narrazione reazionaria dei nazionalisti si è finora nutrita di quel groviglio di risentimento e di senso di abbandono che negli ultimi decenni è cresciuto nel seno delle classi subalterne, mentre i cosiddetti progressisti sposavano la causa della “buona globalizzazione” e lasciavano le classi inferiori preda delle loro paure e delle loro sofferenze.

Piero Nobili

Il 19 tutte e tutti a Roma, per il diritto di sciopero e unità contro la repressione

 


Pubblichiamo l'appello approvato dall'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi e del Patto d'azione anticapitalista per un fronte unico di classe tenutasi domenica 6 giugno.


Al centro la proposta rivolta alle diverse organizzazioni del sindacalismo di classe e agli iscritti dei sindacati confederali per uno sciopero generale contro lo sblocco dei licenziamenti.
I compagni e le compagne del PCL hanno votato a favore del testo, valutando positivamente il fatto di rivolgersi alle altre organizzazioni sindacali classiste, e non solo ai loro iscritti, per una promozione unitaria dello sciopero.

Parallelamente abbiamo presentato al voto un ordine del giorno che declinava l'appello in termini più precisi: un appello rivolto anche alla CGIL, al fine di smascherare Landini e parlare coi settori più avanzati della sua base operaia nell'industria; per uno sciopero generale da realizzarsi a ridosso dei giorni dello sblocco dei licenziamenti (30 giugno, 1 luglio) come prima risposta tempestiva. L'ordine del giorno è stato respinto con 53 voti contrari e 14 voti a favore.

Sul dibattito che ha accompagnato la discussione e le prospettive d'azione del Patto torneremo con una nota specifica dopo la manifestazione nazionale del 19 giugno a Roma, che ci vede fortemente impegnati, tanto più dopo l'aggressione infame e squadrista contro i lavoratori a Tavazzano.





APPELLO PER UNO SCIOPERO GENERALE CONTRO I LICENZIAMENTI, LA REPRESSIONE, IL GOVERNO DRAGHI

In queste settimane nei palazzi del potere economico e politico, da Roma a Washington, si respira un’aria di grande ottimismo, se non proprio di festa. Dopo il tonfo dell’economia mondiale nel 2020, il più profondo da decenni, è in moto un processo di rilancio della produzione e dei profitti.

Se questo processo sarà duraturo o no, è tutto da vedere. La sola cosa certa è che è fondato su un enorme indebitamento di stato, e che il peso di questo debito verrà quanto prima scaricato sulla classe lavoratrice.

In Italia è in arrivo lo sblocco formale dei licenziamenti deciso dal governo Draghi dopo che ci sono già stati un massacro di posti di lavoro precari pari a 945.000 unità, in grandissima maggioranza donne, e una grandinata di licenziamenti disciplinari e anti-sindacali di avanguardie di lotta o di semplici lavoratori e lavoratrici con la spina dorsale diritta.

Tra l’estate e l’autunno altre centinaia di migliaia di proletari/e verranno gettati in mezzo a una strada. Nel contempo, agitando il ricatto della disoccupazione e della povertà, il padronato sta intensificando lo sfruttamento del lavoro con forme diffuse di vero e proprio schiavismo, perfino di lavoro totalmente gratuito, ai danni in particolare degli immigrati. Uno degli effetti più scontati e drammatici di questo processo è l’aumento dei morti sul lavoro.

Questo massacro sociale ha bisogno del pugno di ferro dentro e fuori i luoghi di lavoro. È quello che stiamo vedendo negli ultimi mesi contro gli scioperi nella logistica e contro le azioni di lotta dei movimenti sociali. Polizia e carabinieri sono ovunque ci sia un focolaio di lotta, affiancati anche da bande di mazzieri privati.

Davanti a quest’offensiva padronale, che viene dopo una gestione della pandemia sciagurata e criminale, le strutture direttive di CGIL, CISL, UIL si limitano a dichiarazioni verbali di protesta alle quali non segue mai un sola vera iniziativa di contrasto ai padroni e al governo. Anzi quello che continuano a diffondere tra i lavoratori è un sentimento di sfiducia e di passività.

Dal settembre dello scorso anno, invece, l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi si è impegnata a chiamare all’azione organizzata contro l’asse padronato-governo con ripetuti scioperi e manifestazioni costituendo un piccolo polo di riferimento per quanti/e intendano resistere. Ma siamo coscienti che per fermare questa nuova brutale aggressione del capitale al lavoro salariato è necessaria la scesa in campo di forze molto più ampie di quelle che siamo riusciti finora a mobilitare.

Per questo lanciamo oggi un appello a tutte le forze del sindacalismo di base, ai tanti/e iscritti ai sindacati confederali, anzitutto alla CGIL, sconcertati e scontenti per la politica di subordinazione ai padroni e al governo, ai tantissimi/e giovani senza sindacato e in formazione, per organizzare insieme un grande sciopero generale capace di scuotere l’intera classe lavoratrice e di opporre a Draghi e ai suoi mandanti un fronte di classe forte dei suoi numeri e delle sue ragioni.

Ciò che ci unisce – il no ai licenziamenti, alla repressione, all’intensificazione dello sfruttamento, al militarismo che incrementa spese belliche e missioni di guerra, al razzismo e alla legislazione speciale contro gli immigrati, alla demagogia del “femminismo” di stato proprio mentre peggiora la condizione della grande massa delle donne lavoratrici, alla farsa della “transizione ecologica” – è assai più decisivo di ciò che ci divide.

Mettiamoci perciò al lavoro per preparare insieme una grande risposta di lotta alla Confindustria e al “governo dei migliori” servitori del capitalismo, e lanciare un segnale anche ai proletari degli altri paesi, come hanno fatto le masse oppresse della Palestina e il movimento del Black Lives Matter.

Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi

Misure poliziesche in Francia

 


Una settimana di mobilitazioni contro la repressione e l'impunità della polizia, ora sancita dalla nuova legge sulla sicurezza

29 Novembre 2020

Nella notte tra lunedì e martedì scorsi la polizia francese ha caricato brutalmente a Parigi, in Place de la République, centinaia di immigrati richiedenti asilo, assieme a diversi giornalisti presenti. Il 21 novembre Michel Zecler, un uomo di colore, subisce ad opera della polizia un pestaggio della durata di un quarto d'ora, durante il quale viene anche insultato. Nella giornata di ieri, sabato 28, si sono contati cortei in tutto il paese, con 46 arresti a Parigi. Le immagini delle violenze poliziesche registrate negli ultimi giorni e settimane sono state talmente scioccanti per vasti settori di opinione pubblica che il Ministro degli Interni Gérald Darmanin ha dovuto dissociarsi e “chiedere spiegazioni” al prefetto.
Peccato che lo stesso ministro degli Interni sia, nelle stesse ore, il principale sostenitore di una legge chiamata “Per la sicurezza globale” che vieta la diffusione di immagini che «possano danneggiare l'integrità fisica o psichica di un poliziotto» (articolo 24). In altri termini vieta ai giornalisti e a chiunque di filmare o fotografare le violenze della polizia. Chi commettesse simile reato verrebbe colpito da un anno di galera o dalla multa di 45000 euro.

Questa legge forcaiola, applaudita naturalmente dalla polizia, è stata votata dall'Assemblea nazionale con 388 voti a favore, 104 voti contrari, 50 astenuti. Hanno votato a favore i deputati di LRM (La République en Marche), il partito di Macron, il gruppo gollista dei Repubblicani, l'estrema destra di Marine Le Pen. Contro, i deputati di centrosinistra (PS, Verdi, PCF, la LFI di Mélenchon). A gennaio la legge approderà al Senato per il suo varo definitivo, ma per il governo non sarà così semplice.

Il Presidente Macron e il primo ministro Jean Castex hanno investito apertamente su un'operazione securitaria. L'attentato terrorista di marca jihadista, settimane or sono, che ha orribilmente decapitato un insegnante reo di aver offeso l'Islam, è stata l'occasione pubblica dell'operazione “legge e ordine”. L'obiettivo cinico del governo era cavalcare la reazione di sdegno dell'opinione pubblica per recuperare consensi nel senso comune popolare, e rimontare la disfatta sul fronte sanitario e sociale. Il disegno ha esordito con una campagna islamofobica accompagnata dalla criminalizzazione pubblica della sinistra francese, accusata di complicità con l'integralismo islamico. Ma la legge poliziesca che doveva incoronarlo ha complicato le cose per Macron e Castex.

Il troppo stroppia, come dice un vecchio adagio. Il famigerato articolo 24, che vieta ogni documentazione delle violenze poliziesche, ha suscitato le proteste della stessa stampa borghese liberale, a partire da Le Monde. Gli ordini professionali dei giornalisti, i loro sindacati, l'intero associazionismo democratico si è schierato pubblicamente contro la legge chiedendo al primo ministro di ritirarla.
Ma soprattutto è in corso contro la legge un'importante mobilitazione in diverse città, a partire dalla capitale (nei termini consentiti dalla emergenza sanitaria).
La polizia non incontra in Francia il sostegno diffuso che conosce in Italia. Le mobilitazioni sociali degli ultimi anni hanno lasciato il segno. Le immagini delle violenze poliziesche nel corso delle mobilitazioni contro la Legge lavoro (il Jobs Act francese) e contro la riforma delle pensioni, ma anche durante il movimento spurio dei gilet gialli, hanno ripetutamente scosso l'opinione pubblica. Proteggere le violenza poliziesche dal reato di testimonianza è vissuto come la privazione di un diritto all'informazione. La coincidenza tra le violenze contro gli immigrati a Parigi e il varo di una legge che vieta di filmarle ha ulteriormente indebolito la credibilità del governo moltiplicando le proteste.

Chi si è mobilitato in Italia contro le leggi poliziesche di Minniti e Salvini ha dunque una ragione in più per sostenere la mobilitazione in Francia contro la legge di Macron e Castex. Nella consapevolezza che la battaglia per i diritti democratici è per noi inseparabile da quella contro i capitalisti e contro la loro “democrazia”. E che solo una società libera dallo sfruttamento sarà anche libera dalle violenze poliziesche.

Partito Comunista dei Lavoratori

Pioggia di miliardi per i capitalisti, elemosine per i lavoratori

Con il decreto rilancio Confindustria va di nuovo all'incasso

«Con il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi ci siamo confrontati spesso». Le parole del ministro Patuanelli danno la chiave di lettura del "decreto rilancio", un decreto scritto in larga misura da Confindustria. Per le imprese una pioggia di miliardi, per il resto spiccioli e avanzi.


CONFINDUSTRIA VA ALL'INCASSO

Gli industriali ottengono di tutto e a mani basse. Innanzitutto viene soppressa l'IRAP per la tranche di giugno. Quattro miliardi regalati a tutte le imprese che stanno dentro un fatturato di 250 milioni. In piena emergenza sanitaria si amputa la principale base fiscale d'appoggio della sanità pubblica. Uno scandalo. Aggravato dal fatto che la regalia riguarda indistintamente tutte le imprese, anche quelle – non poche – che si sono arricchite in questi mesi di crisi (farmaceutico, digitale, parte dell'alimentare...). Confindustria ha ottenuto un acconto (il 40% del gettito IRAP), ora chiede che la prossima Legge di stabilità cancelli integralmente la tassa.

A questo si aggiungono il credito d'imposta del 60% per le imprese sotto i 5 milioni, contributi a fondo perduto in base al volume del fatturato, una detrazione del 30% per gli aumenti di capitale dai 5 ai 50 milioni, altri 6 miliardi di risorse pubbliche per le PMI sotto i 250 dipendenti attraverso il fondo pubblico Invitalia, chiamato a comprare i titoli di debito delle aziende in questione, da ripagare in sei anni.
Attenzione: “Se le aziende manterranno i livelli occupazionali il rimborso del debito avverrà senza interessi”. Dunque il decreto già annuncia di fatto la prossima fine del blocco dei licenziamenti. Se licenziare o meno lo deciderà il padrone in base alle proprie convenienze. E non c'è l'articolo 18 a fare barriera.

Il governo non dimentica certo le grandi imprese, sopra la soglia dei 250 milioni di fatturato. Qui opera la Cassa Depositi e Prestiti, opportunamente rimpinguata con un volume patrimoniale a regime di 50 miliardi. La Cassa provvede alla ricapitalizzazione delle grandi aziende in difficoltà attraverso l'acquisto diretto di pacchetti azionari, ma restando al di fuori del consiglio di amministrazione aziendale per non violare il recinto della proprietà. Insomma, un puro soccorso assistenziale ai capitalisti coi soldi di tutti, cioè dei lavoratori.

«Per le imprese intanto ci sono oltre 20 miliardi in questo decreto. La cosa più importante ora è agire sulla fiducia: lo Stato deve lasciare libere le imprese», dichiara orgoglioso il ministro Patuanelli (La Repubblica, 14 maggio). Non sappiamo se i capitalisti ricambino la fiducia. Ma certo la fiducia del governo verso i capitalisti non poteva essere più incondizionata di così. Una pioggia di miliardi a tutti.
“Dobbiamo salvare le imprese” recita il credo generale. Ma se per salvare i capitalisti sono necessarie, ancora una volta, immense risorse pubbliche, perché non nazionalizzare le aziende e porle sotto controllo operaio? Sarebbe ad un tempo una misura di risparmio e di razionalità sociale. La vera lotta agli sprechi che piace tanto a Confindustria avrebbe finalmente una traduzione vera.


GLI AVANZI PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

La verità è che fuori da questa soluzione anticapitalista e rivoluzionaria c'è posto solo per le elemosine, come mostra bene il resto del decreto. Avanzi, scarti, frattaglie, tra mille paletti e restrizioni. Le briciole che cadono dal tavolo dei padroni.

Una cassa integrazione centellinata per non sforare i limiti di spesa. Nessuna soluzione per i moltissimi cassaintegrati in deroga che non hanno visto ancora un centesimo e che non sanno come campare. L'anticipo del 40% della cassa da parte dell'INPS per le domande prossime, il resto “attendere”.
Quanto al reddito di emergenza di ultima istanza rimane una miseria di 400 euro, un obolo penoso di carità, meno di un miliardo di euro.
Infine la regolarizzazione sbandierata dei lavoratori irregolari taglia fuori l'edilizia e la logistica, centinaia di migliaia di sfruttati, i due terzi della platea potenziale, mentre il terzo beneficiato (braccianti, colf, pescatori) ottiene una precaria regolarizzazione a tempo, alla quale per di più può accedere solo chi sopravvive al setaccio di mille condizioni. Un decreto fatto non per i lavoratori e i loro diritti, ma per Coldiretti e Confagricoltura, che cercano braccia, non persone.

Le burocrazie sindacali sembra non abbiano nulla da dire, anche se non hanno toccato palla. Si accontentano di fare da tappeto per gli incontri fra Bonomi e governo.

Costruire una iniziativa indipendente di classe e di massa attorno ad una piattaforma indipendente è più che mai una esigenza centrale e prioritaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Regolarizzare gli immigrati!

A pari lavoro, pari diritti. Tanto più in tempo di coronavirus

“C'è stato un tempo” in cui le destre reazionarie, con l'avallo di tanti liberal, promuovevano la campagna contro gli immigrati nel nome della “sicurezza” degli italiani. Ora il maledetto coronavirus ha sradicato l'albero della cuccagna elettorale dei Salvini e della Meloni rimettendo al centro della scena la condizione della sanità pubblica e lo scandalo dei 37 miliardi di tagli. Quelli che Salvini e Meloni hanno votato, se è vero com'è vero che il deputato Salvini ha votato prima i tagli drastici di Berlusconi (2008/2010) e poi il pareggio di bilancio in Costituzione, e che la deputata Meloni non solo ha votato quelle schifezze assieme a Salvini, ma vi ha aggiunto il voto favorevole alla legge Fornero, giusto per non farsi mancare nulla. Entrambi in omaggio a quelle raccomandazioni di Bruxelles che oggi denunciano come pestilenziali. È la giostra dell'ipocrisia più spudorata.

Anche per questo, ora che si diffonde, seppur timidamente, un nuovo angolo di sguardo sulla vicenda umana, è bene che quello sguardo si posi anche sulla condizione degli immigrati. Perché una condizione di vita e di lavoro già discriminatoria in tempi ordinari può diventare omicida in tempi di coronavirus. Non ci riferiamo ai migranti reclusi nei lager libici, lì sigillati con doppio lucchetto da reazionari e liberali di tutte le risme, e oggi dimenticati persino da quei progressisti che si erano interessati a quella condizione. No, ci riferiamo agli immigrati che stanno qui, e che qui lavorano per 10 o 12 ore al giorno nei campi di raccolta dei pomodori del foggiano, di Gioia Tauro o di Rosarno. Quelli che reggono sulla propria schiena, con paghe da fame, larga parte della filiera alimentare. A decine di migliaia sono privi di permesso di soggiorno o hanno un permesso di soggiorno scaduto senza la possibilità di rinnovarlo, perché trovano gli uffici chiusi o perché nell'“emergenza” viene respinto il rinnovo. Ombre che spesso si aggirano in cerca di cibo, e che vengono multati dalla polizia per trasgressione del divieto di circolazione. Persone costrette ad ammassarsi nella notte in ghetti fatiscenti e baracche di amianto, senza possibilità di distanziamento e di disinfettanti, non di rado senza acqua e senza bagni. Uomini e donne che senza permesso di soggiorno non hanno diritto neppure al triage e al pre-triage dei Pronto Soccorso.

Su di loro si è acceso in questi giorni un fascio di luce delle pubbliche autorità, inclusa la ministra Bellanova. Ritrovato senso di umanità, improbabile pentimento di una ex sindacalista oggi renziana? No, la ragione è meno nobile. Il blocco delle frontiere della Romania e della Bulgaria verso l'Italia ha tolto molti lavoratori all'orticoltura del Nord. La Coldiretti lamenta addirittura una mancanza di 200.000 lavoratori agricoli che “minaccia la raccolta primaverile ed estiva”. La regolarizzazione degli immigrati al Sud consentirebbe loro di spostarsi al Nord e rimpiazzare le braccia mancanti. Questa l'idea della ministra. Se non che la stessa Coldiretti fa presentare a “propri” parlamentari di Forza Italia e Italia Viva la proposta di un voucher semplificato per l'agricoltura che consentirebbe ai padroni una precarizzazione estrema del lavoro agricolo, senza controlli, senza tracciature, largamente in nero. La regolarizzazione al Sud si riduce dunque a un passaporto per lo sfruttamento al Nord?

Naturalmente la regolarizzazione di tutte le lavoratrici e i lavoratori immigrati è una priorità in ogni caso. Occorre una regolarizzazione immediata e incondizionata che consenta agli immigrati di godere dei sussidi previsti per tutti i lavoratori dipendenti. Lo han fatto in Portogallo, va fatto anche in Italia. La rivendicazione avanzata dalla Flai-Cgil è da questo punto di vista giustissima. E tuttavia è necessario combinarla con la battaglia per condizioni di vita e di lavoro realmente degne di ogni essere umano: via i voucher e via ogni forma di precarizzazione del lavoro! A parità di lavoro, parità di diritti e di salario. Il principio dell'uguaglianza sociale e della solidarietà di classe è nato col movimento operaio. In tempi di coronavirus è ancora più importante di ieri. E la lotta per l'abolizione del precariato in ogni sua forma è un tutt'uno con la battaglia contro i decreti sicurezza di Salvini (e di Minniti/Orlando).

La frontiera non passa per il colore della pelle, ma tra chi sfrutta e chi è sfruttato. E i padroni sono ovunque gli stessi, anche quando sono tricolori.
Partito Comunista dei Lavoratori

La Confindustria sta con il Def di Di Maio

«Non è tanto importante lo sforamento del deficit quanto i risultati che ne deriveranno in fatto di uso intelligente delle risorse [...] Le nostre proposte non sono antitetiche ma complementari a quelle del governo». Con queste parole di Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria, ha ufficialmente benedetto quel Documento di Economia e Finanza (Def) che Di Maio presenta, dal balcone di Palazzo Chigi, come “abolizione storica della povertà”. Come si spiega? Con una considerazione molto semplice: a differenza della sinistra sovranista, abbagliata dalla propaganda pentastellata, la Confindustria ragiona esclusivamente in termini di classe. È interessata, in altri termini, a quanto le entra in tasca, che non è poco, stando agli annunci e alle rassicurazioni ricevute.

Confindustria ha già incassato col Decreto dignità l'estensione dei contratti a termine, portati dal 20% al 30% dell'organico aziendale: un'estensione strutturale del precariato, altro che la sua Waterloo.
Ha già incassato la permanenza del Jobs act in fatto di distruzione dell'articolo 18, altro che la sua “abolizione”.
Ha incassato una soluzione vantaggiosa sulla questione Ilva, con la relativa riduzione degli organici, una compressione di diritti, e l'immunità giudiziaria della nuova proprietà sul versante ambientale, altro che la “salvezza di Taranto”.
Ora le viene promesso una nuova massiccia decontribuzione sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato, una ulteriore riduzione della tassa sui profitti (Ires), la stabilizzazione strutturale dei super-ammortamenti e degli incentivi all'Industria 4.0. In altre parole la conferma, la stabilizzazione, la maggiorazione delle regalie ricevute dai governi precedenti di ogni colore, ed in particolare da Renzi, Letta, Gentiloni. Una pioggia di miliardi, per di più strutturale. «Sembra che l'impianto tenga. Per noi è un fatto positivo» ha commentato Boccia. Come dargli torto?


ESTABLISHMENT E CONFINDUSTRIA 

Il governo giallo-verde non è certo nato come emanazione di Confindustria, ma Confindustria fa oggi al nuovo governo una indubbia apertura di credito. Sa di trovarsi di fronte a un governo potenzialmente stabile e di legislatura. Sa che non esistono a breve alternative politiche praticabili, di fronte al crollo delle opposizioni liberali. Dunque si prepara ad usare per l'inverno la legna che ha. Cerca di allargare i canali di dialogo col nuovo esecutivo, ed anzi avanza le proprie richieste “complementari”: aumento della dotazione del Fondo di Garanzia a favore delle imprese; detassazione dei premi di produttività; un nuovo codice degli appalti che lasci ancor più mano libera alle aziende (vedi Sole 24 Ore, 29 settembre). In altri termini, Confindustria batte cassa e rilancia su tutta la linea.

L'establishment nazionale europeista e i suoi giornali (La Repubblica, Il Corriere, La Stampa, Il Massaggero) contrastano il nuovo governo perché non si rassegnano alla propria decapitazione politica. E certo le posture plebee dei nuovi parvenu (vedi vicenda Casalino), la guerra dichiarata di posizione all'alta burocrazia statale (i “burocrati di merda” da estirpare), le ritorsioni giallo-verdi verso la stampa (tagli alla pubblicità e cancellazione dell'Ordine dei giornalisti), la promozione ovunque di propri fiduciari in ogni ruolo di responsabilità politica e amministrativa, dalla Consob alla magistratura, approfondiscono oggi questa linea di frattura, ben al di là della politica economica. Ma Confindustria si posiziona diversamente, fa altri calcoli, ha altri interessi. Non deve tutelare una propria rappresentanza nello Stato borghese, deve servirsi dello Stato borghese e di chi oggi lo guida, chiunque esso sia.


LA FALSA QUESTIONE DEL DEFICIT 

Le sinistre che accettano il dominio del capitale, salvo pretenderlo diverso da quello che è, hanno più volte enfatizzato in questi dieci anni la questione del deficit di bilancio come tema astratto di politica economica svincolandolo da ogni criterio di classe.

Ovviamente è vero che il Fiscal compact, la riduzione progressiva del deficit sul Pil, l'obiettivo del pareggio di bilancio, hanno rappresentato strumenti normativi funzionali a comprimere le condizioni di vita dei lavoratori e della popolazione povera. Ma non è vero l'inverso. Non è vero, cioè, che lo sforamento dei famigerati parametri europei rappresenti di per sé il metro di una svolta sociale. Lo può credere l'ex viceministro Fassina, oggi travolto dalla passione patriottica, che saluta il nuovo Def coma l'alba di una nuova storia. Ma i padroni, che sanno far di conto, ragionano in termini diversi: se lo sforamento del deficit al 2,4% per tre anni consecutivi consente di finanziare una nuova messe di regalie per i profitti, perché dovremmo impiccarci ai decimali? Peraltro i governi Renzi, Letta, Gentiloni, hanno fatto deficit superiori all'attuale deficit "rivoluzionario" per riempire il portafoglio di banche e imprese e dispensare mance elettorali, come quella degli 80 euro. Nel famigerato decennio 1997-2006 il deficit medio fu del 3,2, eppure mai come in quel decennio fu a tutto vantaggio dei padroni.


IL GOVERNO E IL PROPRIO BLOCCO SOCIALE 

Si obietterà: “Ma oggi è diverso, perché la nuova finanziaria è finalmente del popolo. Come non vedere che il nuovo deficit serve a finanziare reddito di cittadinanza e la revisione della legge Fornero?”.

Diceva il vecchio Cartesio che una falsità è una verità incompleta. Certo il nuovo governo giallo-verde deve le proprie fortune di consenso, e dunque la propria forza politica, alle promesse sociali avanzate. Non vuole e non può ammainare le proprie bandiere se non al prezzo di suicidarsi. Ma questa è solo una faccia della verità. L'altra faccia è che lo stesso governo deve e vuole amministrare le leggi del capitale finanziario, che è e resta la potenza sociale dominante. Deve dunque garantire i profitti d'impresa, tutelare la competitività del capitalismo italiano sul mercato internazionale, difendere gli interessi del grande capitale; e ciò oggi significa ovunque non solo colpire le ragioni del lavoro (precarizzazione, disarticolazione dei contratti nazionali...) ma riservare al padronato una quota ingente delle risorse pubbliche (detassazione, decontribuzione, incentivi).

Qui sta allora la ragione materiale dello sforamento triennale del deficit al 2,4%: provare a tenere insieme le elargizioni generose al capitale con una mancia di elemosine sociali: difendere i padroni col consenso delle loro vittime. È il senso dell'intera operazione giallo-verde.


UN'IMPOSSIBILE QUADRATURA DEL CERCHIO 

Riusciranno nell'ardita impresa?
La vera domanda è per quanto tempo riusciranno a governare le contraddizioni interne al proprio (composito) blocco sociale. Capitalismo dei distretti e disoccupati del Mezzogiorno, pressioni nordiste e suggestioni populiste, esigenze elettorali e mercato finanziario. La legge di stabilità sarà al riguardo un primo banco di prova, al di là della pura cornice del Def.

Non volendo tassare il grande capitale, ma anzi promettendogli la più grande detassazione del dopoguerra nel corso di questa legislatura; non volendo combattere l'evasione fiscale, ed anzi annunciando nuovi e più estesi condoni, il governo giallo-verde può finanziare le proprie bandiere elettorali - reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero - solo in due modi: facendo più deficit e tagliando le spese. Non esiste una terza possibilità.

L'ampliamento del deficit non è indolore, tanto più nel momento in cui lo sforamento si combina col terzo debito pubblico del mondo, e tanto più nel momento in cui il debito pubblico italiano è in prevalenza nella pancia delle banche tricolori. Lo vediamo in questi giorni. Una parte dei fondi esteri vende i titoli italiani. I grandi creditori tengono i titoli o rinnovano il loro acquisto solo in cambio di rendimenti maggiori, nella classica logica degli strozzini. Se i rendimenti salgono si produce una contraddizione: le banche e assicurazioni, innanzitutto italiane, che ne detengono la gran parte incassano più soldi grazie alla crescita degli interessi (il decennale Btp viaggia tra il 3 e il 4%); ma al tempo stesso i titoli si svalutano e dunque si svaluta il capitale bancario che li possiede: da qui la caduta delle azioni bancarie in Borsa. In ogni caso, il governo si candida a pagare maggiori interessi sul debito agli strozzini, al punto che la solita crescita dei rendimenti tra marzo ed oggi ha comportato il costo aggiuntivo di 4-5 miliardi. Chi pagherà i costi del debito accresciuto? I proletari e la popolazione povera. Gli stessi che hanno pagato nell'ultimo decennio. Gli stessi ai quali il nuovo governo promette la felicità e l'abolizione della povertà.

In che forma pagheranno i proletari? Intanto caricandosi sulla schiena l'80% del carico fiscale, e poi attraverso il taglio inevitabile di prestazioni sociali e di servizi. Il Def maschera il dato, ma non può rimuoverlo. Ventisette miliardi saranno presi in deficit, dietro il pagamento degli interessi. Tredici miliardi sono conteggiati come “minori spese”. In termini meno aulici si chiamano tagli. E siccome i tagli che possano assicurare una simile cifra non sono certo l'abolizione dei vitalizi o il taglio del numero dei parlamentari (che servono solo a ingannare i gonzi), ma solo misure antipopolari di ampia gittata, è su queste che prima o poi, in una forma o in un'altra, calerà la scure: sanità, scuola, agevolazioni fiscali per famiglie di lavoratori e classe media. Di certo non pagherà la Difesa, che anzi rinnova missioni militari vecchie (Afghanistan) e nuove (Niger), a tutela dell'interesse dell'imperialismo tricolore e delle sue alleanze internazionali, come quella con Trump. Pagherà la classe operaia.


LE BANDIERE ELETTORALI SCOLORISCONO 

Non a caso le stesse bandiere elettorali, che pur sono rivendicate, stemperano col passare dei giorni i propri colori.

Il reddito di cittadinanza viene limitato alla sola fascia di povertà assoluta e ai soli italiani. I 17 miliardi annunciati si riducono a 10 miliardi, promessi a sei milioni e mezzo di persone, fanno mediamente 128 euro a testa, 4 euro al giorno. Sarebbe questa l'abolizione della povertà? Peraltro sempre più si chiarisce la natura stessa di questo reddito quale strumento di pressione per l'accettazione di lavoro precario, nella logica dei mini jobs tedeschi. Sarebbe questa la svolta promessa alla giovane generazione?

L'abolizione della legge Fornero si è già da tempo trasformata nella “quota cento”. Ma ora la stessa quota 100 sembra scolorire in una nuova formula che prevede il vincolo inaggirabile di 38 anni di contributi. Sicché nei fatti centinaia di migliaia di beneficiari potenziali dovranno attendere quota 101, 102, 103... Per non parlare delle penalizzazioni economiche in termini di riduzione dell'assegno, e del mantenimento del meccanismo di aumento delle aspettative di vita (con l'eccezione dello scatto del 2019). È quello che sta nella camicia di forza dei 7 miliardi previsti. Sarebbe questo il passaporto della “felicità”, come dice Salvini?

Resterà la valvola di sfogo della campagna contro gli immigrati, che non solo pagheranno col taglio delle spese per l'accoglienza, e con l'amputazione dei diritti, ma resteranno più che mai il bersaglio delle campagne Legge e Ordine verso cui dirottare la frustrazione sociale della massa. Del resto cosa c'è di meglio di una campagna a costo zero che assicura consenso a chi la promuove?

Un governo reazionario per elemosine sociali. Così abbiamo caratterizzato da subito il nuovo governo Salvini-Di Maio. A differenza dei tanti a sinistra che l'hanno abbellito o addirittura abbracciato, non dobbiamo cambiare la nostra caratterizzazione. Il “popolo” interclassista oggi plaude al governo. Liberare i proletari dall'influenza piccolo borghese, restituire loro una coscienza indipendente, è il cuore tanto più oggi di una politica rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il reddito di cittadinanza razziale

Da “prima gli italiani” a “solo gli italiani”

Da “prima gli italiani” a “solo gli italiani”. Del famigerato reddito di cittadinanza sappiamo ancora poco, ma quel che sembra certo è che saranno esclusi gli immigrati. “Solo gli italiani” ha chiesto Salvini. “Solo gli italiani” ha assicurato Di Maio. Il vecchio testo di legge del M5S è stato prontamente adattato alla bisogna.

Non stiamo parlando dei cosiddetti “clandestini”, fiore all'occhiello delle campagne xenofobe. Stiamo parlando di “stranieri”. Saranno infatti esclusi dal reddito di cittadinanza i cittadini comunitari di altri paesi, e a maggior ragione i cittadini extracomunitari. Coloro che hanno un permesso di soggiorno di lungo periodo, o il permesso unico di lavoro (da rinnovare ogni due anni), o il permesso di protezione internazionale. Quasi due milioni di stranieri sotto la soglia della povertà assoluta. Persone che hanno lavorato o che lavorano versando regolarmente i contributi ma che verrebbero discriminate in base a una legge etnica, cioè fondata su una discriminazione di nazionalità.

Dovendo trovare la quadra dei conti, dovendo pagare il debito alle banche, dovendo detassare i ricchi, i giallo-verdi hanno trovato la prima voce facile su cui risparmiare: gli immigrati. Scavalcando la stessa Costituzione borghese e persino la normativa della UE.

I tanti sovranisti di sinistra avranno la loro soddisfazione.
Per noi è una ragione in più per l'opposizione a un governo reazionario senza pudore.
Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta dei braccianti immigrati

Assumere le rivendicazioni degli immigrati come parte di una piattaforma di mobilitazione!

La morte di sedici lavoratori immigrati nelle campagne di Foggia ha alzato il coperchio sullo sfruttamento di centinaia di migliaia di proletari nelle campagne italiane. Proletari per di più di colore, spesso privati del permesso di soggiorno, obbligati a piegare la schiena sino a 12 ore al giorno al prezzo di due euro all'ora, ammassati in baraccopoli fatiscenti senza acqua e senza servizi, costretti a pagare il pizzo ai caporali che li reclutano e li trasportano sul luogo di lavoro, e nel caso delle donne persino favori sessuali.
Un'infamia.

Un'infamia non meno grande è il circo dell'ipocrisia che si è levato sul “caso”.
Lo stesso ministro degli Interni che vuole cacciare 500.000 “clandestini” recita improvvisamente il proprio “disgusto” per la condizione loro imposta dalle... proprie leggi (Bossi-Fini), quelle che Salvini vuole non solo preservare ma inasprire.
Il PD trova il coraggio di vantare la legge sul caporalato dell'ex ministro Martina, che come i fatti dimostrano vale zero.
I prefetti annunciano per l'ennesima volta i “severi controlli” dello Stato, in realtà inesistenti e in ogni caso pura foglia di fico dell'omertà istituzionale.
La verità è che tutti gli amministratori della società borghese e del suo Stato - passati e presenti - sono complici consapevoli del supersfruttamento nelle campagne. Tutti conoscono la condizione quotidiana dei braccianti, altro che clandestinità! Tutti sanno che le aziende della grande distribuzione alimentare e le imprese di trasformazione impongono prezzi stracciati agli agricoltori, che a loro volta si rifanno sui braccianti. Le doppie aste al massimo ribasso, improvvisamente scoperte dalla grande stampa, sono pratica corrente da almeno dieci anni. Le condizioni di schiavitù dei salariati di colore (e non) sono solo la base d'appoggio di questa piramide sociale che fa capo al grande capitale. Quello che tutti i governi, nazionali e locali, tutelano quotidianamente e da sempre. La competitività del made in Italy in campo alimentare non è forse il fiore all'occhiello dell'attuale governo sovranista?

Ma la vicenda di Foggia, come già di Rosarno, dimostra che gli sfruttati si possono ribellare e organizzare. Gli scioperi e le manifestazioni che hanno visto sfilare migliaia di braccianti immigrati confermano che la questione dell'immigrazione non è solo un terreno di scontro culturale tra razzismo e solidarietà, come vorrebbe l'opinione borghese progressista. Può e deve essere anche terreno di lotta e autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici direttamente coinvolti e in contrapposizione frontale ai padroni e al governo. Può e deve essere anche terreno di mobilitazione generale del movimento operaio su scala nazionale (e internazionale) attorno a rivendicazioni di rottura.

La parola d'ordine del permesso di soggiorno per tutti i lavoratori migranti - centrale nelle lotte in corso - deve diventare una parola d'ordine dell'intero movimento operaio e sindacale: a pari lavoro, pari diritti; piena tutela contrattuale per tutti; requisizione immediata e senza indennizzo delle proprietà di chi usa il caporalato; reato penale per lo sfruttamento del lavoro nero. Il controllo sul territorio non può essere affidato a ispettori della Stato e prefetture, ma a comitati dei braccianti: sono loro a conoscere chi li sfrutta, sono loro che li possono denunciare. Così va avanzata la rivendicazione dell'esproprio sotto il controllo dei lavoratori della grande produzione e distribuzione alimentare, l'unica misura che può troncare alla radice la catena dello sfruttamento e il caporalato di ogni natura. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa con il capitalismo, potrà realizzare queste misure elementari.

In ogni caso, non c'è ripresa di una opposizione di classe e di massa senza coinvolgere l'organizzazione di classe dei proletari immigrati, senza assumere le rivendicazioni di classe degli immigrati come parte di una piattaforma generale di mobilitazione.
Il PCL porterà questa istanza elementare in tutte le manifestazioni antirazziste, in contrapposizione al governo Salvini-Di Maio, e alla passività della burocrazia sindacale.
Partito Comunista dei Lavoratori

L'abbraccio Di Maio-Salvini (con il benestare di Berlusconi)

Giunta sull'orlo di una autentica crisi istituzionale, la crisi politica italiana registra un improvviso colpo di scena. Silvio Berlusconi dà il proprio benestare ad un governo Di Maio-Salvini.
Che il benestare passi formalmente attraverso un voto di astensione critica o di opposizione responsabile cambia poco, avendo M5S e Lega nel loro insieme una autosufficienza di numeri parlamentari, seppur risicata al Senato. Il significato è politico. Da un lato Berlusconi ha ceduto alle pressioni dei propri gruppi parlamentari terrorizzati dal bagno di sangue annunciato del ritorno al voto. Dall'altro punta a fare di necessità virtù, con obiettivi diversi e complementari: capitalizzare le prevedibili difficoltà del nuovo governo senza rompere l'alleanza col centrodestra, mantenere un potere di condizionamento sugli equilibri politici (contrattazione di ruoli nelle commissioni parlamentari e nell'alta burocrazia statale), ottenere garanzie per le proprie aziende, guadagnare tempo sull'orologio del proprio declino in attesa della famosa sentenza di Strasburgo.


LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA EVITA LA CRISI ISTITUZIONALE 

Le pressioni su Berlusconi non sono venute peraltro dai soli gruppi parlamentari di Forza Italia. Sono venute anche dal PD, ugualmente impaurito dalla corsa al voto dopo la Caporetto del 4 marzo, e in una profondissima crisi interna. E sicuramente sono venute della stessa Presidenza della Repubblica, che voleva evitare l'umiliazione di un governo del Presidente bocciato dalle Camere, una precipitazione alle urne senza riforma della legge elettorale, la conseguente riproposizione dopo il voto di una impasse sostanzialmente immutata, il rischio di irruzione della speculazione finanziaria nella crisi politica. Non a caso Mattarella, nel suo discorso a conclusione dell'ultimo giro di consultazioni, pur annunciando un “governo neutro” di propria nomina, aveva lasciata aperta la finestra della possibile ricomposizione di una maggioranza politica, e per dilatare i tempi supplementari di questa possibile ricomposizione aveva fatto filtrare la propria disponibilità a rinviare lo scioglimento delle camere dopo l'annunciato voto di sfiducia verso il governo del Presidente. La preoccupazione di evitare una crisi istituzionale senza rete ha avuto dunque un ruolo decisivo nella svolta politica in atto.


LA VORACITÀ DEI GIOVANI PARVENU 

I giovani gruppi dirigenti di M5S e Lega, dopo aver scalato i propri partiti, ambiscono a scalare lo Stato borghese. Dietro di loro una pletora di aspiranti ministri e sottosegretari che non vogliono perdere l'occasione della (loro) storia. La Lega porta in dote al nuovo governo l'amministrazione delle regioni del Nord e la fitta rete di relazioni coi poteri forti dei propri territori. Il M5S vi porta il proprio controllo sul blocco sociale del Meridione e la fame insaziabile di poltrone borghesi. La spartizione tra Lega e M5S di quasi tutte le cariche istituzionali al piede di partenza della legislatura dava subito la misura della voracità dei parvenu. La svolta in corso la conferma nel modo più clamoroso: Di Maio e Salvini hanno scelto di sacrificare il proprio annunciato successo in nuove elezioni, a luglio o settembre, sull'altare del proprio accesso immediato al governo del capitale. Meglio l'uovo oggi, dice il vecchio adagio popolare. La soddisfazione delle ambizioni ministeriali ha prevalso su ogni altro calcolo.


LE CONTRADDIZIONI DEL NUOVO GOVERNO E LA MINACCIA REAZIONARIA 

Il negoziato tra M5S e Lega è in pieno corso. Sia in fatto di premiership, ministeri, sottosegretariati, sia sul programma e la sua gestione. La contraddizione è evidente. I blocchi sociali di riferimento di M5S e Lega sono diversi, e diversamente dislocati. Flat Tax al Nord e reddito di cittadinanza al Sud ne sono state le bandiere, assieme all'abolizione della legge Fornero come richiamo trasversale di entrambi. Al tempo stesso sia la Lega, sia soprattutto il M5S, si sono presentati al capitale finanziario italiano ed europeo come garanti dei patti siglati sulle politiche di bilancio pubblico, una garanzia offerta allo stesso Mattarella in cambio di una legittimazione istituzionale. Quale punto d'equilibrio potranno trovare tra la vecchia demagogia casereccia e il nuovo abito istituzionale?

Una mediazione in termini di sommatoria dei due programmi elettorali è facile da un punto di vista letterario, ma è incompatibile coi parametri di bilancio che M5S e Lega si sono impegnati a onorare. Mentre una mediazione costruita per elisione bilanciata delle rispettive promesse li esporrebbe al rischio di un rapido crollo di credibilità presso i rispettivi elettorati.

Il nuovo governo cercherà di affrontare il problema in due modi. In primo luogo con la diluizione delle promesse e della loro attuazione lungo l'arco della legislatura. In secondo luogo scaricando le contraddizioni sul lato più reazionario della propria politica. Non potendo dare al proprio popolo soddisfazioni sociali, si può offrirgli soddisfazioni morali: massimizzare le politiche di respingimento esemplare degli immigrati; indurire il regime carcerario; inasprire le normative sulla sicurezza e il “decoro” (sulla scia di Minniti-Orlando); liberalizzare la legittima difesa; e naturalmente sbandierare l'immancabile trofeo dell'abolizione dei vitalizi (15 milioni di risparmio annuo).
Dirottare la rabbia sociale su falsi bersagli sarà una tecnica di occultamento delle difficoltà. Anche per questo un Salvini ministro degli Interni segnerebbe una nuova frontiera della deriva reazionaria in Italia.


MATTARELLA VIGILA PER CONTO DEL CAPITALE 

Il nuovo governo Di Maio-Salvini non è la soluzione preferita dal grande capitale. Il grande capitale puntava ad un governo M5S-PD, col primo che portava in dote il consenso e il secondo con una funzione di garanzia e di controllo. Il quel quadro il M5S avrebbe potuto sacrificare più agevolmente le proprie promesse sociali attribuendone la responsabilità al PD, e il PD avrebbe potuto incoraggiare la costituzionalizzazione del M5S, portandola a compimento. Ma questo disegno non aveva i numeri parlamentari sufficienti, e in ogni caso è stato silurato da Renzi, per la sua partita interna al PD. Ora il nuovo governo ha una matrice interamente estranea alle tradizioni politiche delle famiglie borghesi europee, e nessuno dei due sodali può evocare facilmente il proprio alleato come alibi delle promesse mancate.

Per questo la Presidenza della Repubblica già si ritaglia il ruolo di supervisore esterno a garanzia dell'interesse superiore del capitale. Annuncia che vorrà avere voce sulle nomine dei ministeri chiave in Economia, Esteri, Giustizia. In un certo senso svolgerà quel ruolo di controllo politico sull'esecutivo “populista” che la borghesia voleva assegnare al PD. Sicuramente cercherà di spingere il nuovo governo verso una riforma della legge elettorale, in funzione della governabilità di sistema. Ma con questo non potrà certo risolvere le contraddizioni profonde che il nuovo quadro politico porta con sé.


RIPARTIRE DALL'OPPOSIZIONE DI CLASSE 

Prematuro pensare, in questo contesto, a un governo di legislatura.
Ma nessuna contraddizione del nuovo governo potrà precipitare a sinistra senza una ripresa dell'opposizione sociale, di classe e di massa.
L'opposizione del PD muoverà dalla difesa dei conti pubblici e dalle preoccupazioni dell'establishment, nazionale ed europeo. Le truppe disperse di Liberi e Uguali, che avevano sperato di riciclarsi in un governo M5S-PD, si attesteranno su un'opposizione “democratica”.
Ma non vi sarà una linea di resistenza efficace sullo stesso terreno democratico senza ricondurla alla centralità dello scontro tra capitale e lavoro: l'unica linea di scontro che può scomporre i blocchi reazionari e aprire dal basso uno scenario nuovo. Una linea di scontro che richiede non solo l'autonomia dal PD, ma l'aperta contrapposizione al M5S, fuori da ogni ambiguità e illusione.

Milioni di elettori avevano cercato nel M5S una nuova sinistra, e lo ritrovano a braccetto del lepenista Salvini. Milioni di lavoratori avevano cercato nel M5S uno strumento di difesa e cambiamento sociale, e lo ritrovano a braccetto di Confindustria e alla ricerca della sua benedizione. Tutte le illusioni sul M5S - purtroppo avvallate per anni dagli ambienti più diversi della sinistra politica e sindacale - sono e saranno sottoposti alla doccia gelida della realtà, mentre ciò che rimane del popolo disperso della sinistra è privo più che mai di un riferimento politico e di una proposta chiara.

Ricostruire una coscienza classista e anticapitalista tra gli sfruttati, radicarsi nelle loro organizzazioni, battersi per l'unificazione delle loro lotte, è il lavoro quotidiano, tanto più oggi, del Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori