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L'assassinio di Satnam Singh, uno squarcio sulla società borghese

 


Un invito alla mobilitazione generale

24 Giugno 2024

L'assassinio di Satnam Singh – spappolato dallo sfruttamento e gettato sanguinante davanti a casa con un braccio amputato in una cassetta di frutta – ha richiamato l'ennesimo pianto ipocrita di tutta la stampa borghese sulle condizioni del lavoro degli immigrati e delle immigrate, e l'immancabile giostra di promesse a futura memoria. Sino al prossimo crimine, naturalmente, dopo il quale il giro ricomincia ogni volta.

La situazione è semplice nella sua brutalità. Larga parte dell'agricoltura tricolore si fonda sul supersfruttamento di manodopera immigrata, prevalentemente asiatica e africana, ma anche est-europea. Quasi 300000 braccianti sono costretti a lavorare con salari da fame, sino a meno di un euro all'ora, per 12-14 ore giornaliere (e a volte più), senza le minime garanzie di sicurezza, condannati a pagare l'affitto in baracche di lamiera senza bagno, umiliati giorno dopo giorno da padroni e padroncini che li trattano alla stregua degli schiavi. Nel migliore dei casi si tratta di salariati con contratti stagionali, che non possono spesso essere trasformati in rapporti di lavoro a tempo determinato o indeterminato per via dell'esistenza di tetti massimi legali invalicabili. Contratti stagionali scritti peraltro sulla carta e per lo più ignorati nei fatti. Ma molte volte la realtà è anche peggiore.

Il metodo usato dall'azienda agricola del padron Lovato, assassino di Satnam, è esemplare. Il lavoratore viene assunto, lo si fa lavorare in condizioni invivibili per il numero di giorni necessari a fargli maturare il sussidio di disoccupazione, poi viene licenziato per finta, e lo si tiene a lavorare alle condizioni di prima o ancora più infami: in nero, ma con metà paga, dato che l'altra parte la paga l'INPS. In caso di accertamento giudiziario, l'accusa di truffa viene scaricata sul lavoratore.
Questo metodo dello sfruttamento in nero con truffa padronale non è affatto un caso limite, ma una regola diffusa. La ricattabilità del lavoratore è ovunque la leva del suo sfruttamento brutale. Il caporalato il braccio armato del padrone.

Non solo. I padroni sfruttatori, che truffano l'INPS attraverso il lavoro nero, sono gli stessi che la fanno franca. Sia perché le ispezioni sono rare, sia perché, anche quando incorrono in un accertamento imprevisto, risolvono la cosa col pagamento di qualche multa (già contabilizzata a bilancio) e con la promessa di riparare in futuro. Dopo di che tutto torna come prima. Ed anzi le stesse aziende che non dichiarano dipendenti grazie alla truffa del lavoro nero incassano spesso i fondi europei. Salvo poi portare in piazza i trattori per rivendicare sussidi maggiori. Questa è l'agricoltura tricolore che il ministro Lollobrigida invita a non criminalizzare. Ciò che significa letteralmente coprire i criminali. A partire dalla roccaforte elettorale di Fratelli d'Italia nell'agro pontino.

La disparità di trattamento è scandalosa. Un immigrato senza permesso di soggiorno, perché magari licenziato, finisce nel lager di un centro per il rimpatrio. Ma il padrone Lovato che ha scaricato davanti a casa un uomo morente e il suo braccio amputato in una cassa di frutta, che ha lavato le tracce di sangue dal furgone, che ha sequestrato i telefoni dei suoi compagni di lavoro per impedire loro di chiamare i soccorsi, resta tranquillamente a piede libero. Ed anzi accusa Satnam di leggerezza, cioè di essersela cercata e di avergli così procurato dei guai. La natura della democrazia borghese è riassunta alla perfezione da questa immonda vicenda.

Questa vicenda chiama in causa precise responsabilità politiche. Governi borghesi di ogni colore hanno vantato per decenni la “lotta al caporalato”. Il governo Renzi nel 2014 varò la trovata della Rete del lavoro agricolo di qualità come strumento di normalizzazione legale dei rapporti di lavoro nei campi. Tutti i governi successivi, inclusi i governi Conte e Draghi, si sono appoggiati sulla stessa retorica legalitaria. Sarebbe bastato “premiare” le aziende che non ricorrono al caporalato per risolvere il problema.
Ebbene, parlano i numeri. Dopo dieci anni dal suo varo, su una platea di 175000 aziende solo 6000 sono iscritte alla rete. Cosa significa? Significa che il mercato capitalista e l'assenza di controlli (anche per il taglio verticale degli ispettori) rende assai più conveniente il supersfruttamento illegale rispetto all'osservanza delle norme. Tanto più in assenza di punizioni reali per chi le viola. Quanto ai “premi” previsti per le aziende regolari (bollini di qualità per i loro prodotti o nuove decontribuzioni), sono ben poca cosa rispetto ai profitti assicurati dal lavoro schiavile. Per non parlare del fatto che i premi sono incassati assai spesso anche da aziende che “regolari” non lo sono affatto e non hanno alcuna intenzione di diventarlo.

Che fare, allora? È necessario che il movimento operaio e sindacale vada oltre la denuncia del malaffare nelle campagne, e apra una vertenza vera attorno a precise rivendicazioni di classe.
Certo, la Bossi-Fini, ben conservata da tutti i governi per oltre vent'anni, va cancellata perché funzionale allo sfruttamento. Ma non basta. Occorre rivendicare l'introduzione del reato penale per i padroni che ricorrono al lavoro nero; la regolarizzazione legale e contrattuale di tutti i salariati impiegati nei campi, a partire dall'immediato permesso di soggiorno per i lavoratori stranieri che denunciano irregolarità; un controllo sindacale capillare sull'intero territorio nazionale, anche col ricorso strutture di autodifesa contro violenze e minacce dei caporali.
Solo la forza del movimento operaio può imporre una svolta nelle campagne.

E non solo. Il tema del lavoro precario, supersfruttato, sottopagato, si estende a tutti i settori dell'economia: nella produzione, nei servizi, nella logistica, nell'edilizia, nei trasporti, nella ristorazione, nel turismo. Sei milioni di salariati guadagnano meno di 850 euro al mese, altri due milioni ricevono meno di 1200 euro. Il precariato, la pratica degli appalti e dei subappalti con la corsa al massimo ribasso, il dilagare del part time involontario, in particolare nel lavoro femminile, la vergogna degli stage non pagati per milioni di giovani, sono tutti strumenti fra loro combinati che schiacciano verso il basso salari e diritti. È necessaria allora una vertenza generale che metta insieme la rivendicazione di un forte aumento salariale per tutti con la cancellazione di tutte le forme di lavoro precario. Per i lavoratori e le lavoratrici del Nord e del Sud, per italiani/e e migranti. A pari lavoro, pari diritti per tutte e per tutti.

Ben vengano i referendum contro il Jobs Act promosso dalla CGIL. È una battaglia che deve impegnare tutti. Ma non basta. Occorre ricondurre l'impegno referendario ad una piattaforma generale che unisca in un unico fronte reale di lotta 18 milioni di salariati. Una forza enorme. Una forza che può ribaltare dal basso l'intero scenario politico. Una forza che se organizzata e cosciente può ambire a imporre un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa col capitalismo e riorganizzi tutta la società su basi nuove. L'unica vera alternativa per gli sfruttati e gli oppressi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sfruttamento degli operai agricoli e l'oscena ipocrisia della morale borghese

La polemica sulla regolarizzazione dei braccianti immigrati

Il capitalismo è un modo di produzione fallito. Esso produce un ordine sociale in putrefazione. “La cancrena del capitalismo porta con sé quello della società moderna, diritto e morale compresi”. Sono le parole di Trotsky nel 1939, riportate nel suo scritto La loro morale e la nostra. A guardare quello che succede sul capo delle operaie e degli operai agricoli, sembrano scritte oggi.

Tra le altre conseguenze dell'emergenza da coronavirus c'è la crisi del settore agricolo di produzione primaria. La stagione è bella e ci si aspetterebbe un buon raccolto. A causa delle restrizioni necessarie per il contrasto dell'epidemia, però, sono venuti a mancare 300.000 braccianti agricoli in gran parte provenienti da paesi come la Romania e la Bulgaria. Il padronato agricolo lancia l'allarme, i propri investimenti sono a rischio e occorre che il governo provveda a integrare le braccia mancanti.
Il problema è che però la maggioranza dei braccianti immigrati sono tenuti nella clandestinità a causa di un mostruoso apparato giuridico che li costringe all'illegalità.
In condizioni normali questi “clandestini” vivono nell'ombra, come si dice, lontano dagli occhi e dal cuore. Ora l'emergenza sanitaria lancia la sua luce sinistra e costringe tutte le forze politiche, i soggetti sociali e l'opinione pubblica a gettare uno sguardo su questa categoria di lavoratrici e lavoratori essenziali che ogni giorno assicurano l'approvvigionamento alimentare a decine di milioni di italiani.

A questi lavoratori essenziali – eroi, stando ai parametri etici al tempo del coronavirus – viene normalmente riconosciuta l'ingente somma di 3 o 4 euro lordi per ora di lavoro! Un salario da fame che li costringe a vivere in squallide baraccopoli, senza riscaldamento, non dotate di apparato fognario, con servizi igenici fatiscenti e scarso accesso all'acqua potabile.

A questo punto lo scandalo assale l'ipocrita democratico piccolo-borghese, che subitaneamente individua la causa del male: il caporalato!
Certo, come se non bastasse, questi operai sono tormentati anche dai caporali, approfittatori di una forma illegale di intermediazione di mano d'opera dei cui proventi si interessa spesso anche la criminalità organizzata. Ma i caporali costituiscono solo l'ultimo anello di una catena criminale di sfruttamento. Tutta la filiera alimentare è segnata dallo sfruttamento dei braccianti. Su di esso si costituisce il margine di profitto dell'imprenditore agricolo, dal piccolo al grande, i cui prezzi di vendita del proprio prodotto sono in larga misura imposti dai grossisti, i quali a loro volta sono legati a doppia mandata alle capacità di smercio della Grande Distribuzione Organizzata in grado di imporgli le proprie condizioni.
Pochi grandi gruppi della GDO, tra i quali Coop, Conad, Esselunga, Eurospin, controllano il 75% del mercato al consumo. Hanno ricavi altissimi che si sono ulteriormente incentivati (oltre il 10%) a causa dell'emergenza sanitaria. La posizione dominante consente loro di comprimere al ribasso i prezzi, a tutto danno della filiera che porta i prodotti agricoli sugli scaffali. È uno dei meccanismi infernali del capitalismo, quello di abbassare i costi dei fabbisogni necessari al lavoratore per riprodurre semplicemente la propria forza lavoro, e perciò abbassare il salario medio a prezzi da discount. Mente al contempo si può aumentare il loro sfruttamento fino alle estreme conseguenze della condizioni inumane in cui vivono centinaia di migliaia di operaie e di operai del settore agricolo.

Quello descritto è il retroscena davanti al quale si esibisce la squallida rappresentazione teatrale delle forze politiche di governo e opposizione.
Un ministro di uno dei partiti più filopadronali, Italia Viva, la ministra dell'agricoltura Bellanova, si ingegna a tappare il buco di una tale mancanza di forza lavoro. La sua premura è evidentemente soccorrere gli interessi del capitalismo agrario, anche se non manca di rivestirla di una patina mielosa di sensibilità, a suo dire, verso le condizioni difficili in cui vivono i braccianti. Purtroppo per lei, il fatto stesso che proponga una regolarizzazione solo temporanea rende amaro quel miele e svela i suoi reali interessi.

Tuttavia basta questo a scatenare la canea nel governo, e tra questo e le forze di opposizione.
La destra, dall'opposizione, con il suo carico di propaganda xenofoba e razzista si scatena contro la sanatoria per “i clandestini” con l'intento di accontentare il piccolo e medio proprietario agricolo, in trattativa diretta con i caporali che gli offrono manodopera a prezzi stracciati. Nel governo, il M5S, il partito sedicente "degli onesti" e della moralizzazione della politica, in cerca di un recupero elettorale nel meridione (dove sono le aree agricole in cui avvengono i più gravi fenomeni di sfruttamento), rigurgita la pulsione anti-immigrazione di una grande parte della sua base militante e blocca perfino le modestissime proposte della ministra Bellanova. La risibile scusa è che ciò consentirebbe l'impunità dei caporali.

Insomma, un teatro osceno sulla pelle di lavoratrici e lavoratori che provvedono giornalmente all'approvvigionamento alimentare di milioni di concittadini al prezzo di forme inumane di sfruttamento.
Potremmo dire che il capitalismo fa abbastanza schifo da sé, senza bisogno di queste scene vomitevoli. Ma l'imputridimento morale della borghesia apre un baratro senza fondo nella coscienza collettiva tra la loro morale e quella proletaria, la loro morale e la nostra, appunto.
Una volta di più, allo sfacelo politico e morale dell'ordine borghese l'unica soluzione è la lotta unita delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori, indigeni e migranti, sulla base di una vertenza unitaria di tutto il mondo del lavoro che includa tra le altre, le rivendicazioni:

- abolizione del reato di clandestinità;
- abolizione di tutte le leggi discriminanti contro i migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini ai più recenti decreti sicurezza;
- liberalizzazione dei flussi migratori;
- istituzione in agricoltura del collocamento pubblico obbligatorio sotto il controllo delle associazioni dei lavoratori bracciantili;
- contratto collettivo nazionale per le operaie e gli operai agricoli;
- nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle aziende grossiste dei prodotti agro-zootecnici;
- nazionalizzazione della GDO del settore agro-zootecnico sotto controllo operaio e senza indennizzo per i grandi azionisti


Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste rivendicazioni in tutte le occasioni di azione unitaria delle forze politiche e sindacali classiste, così come in tutte le mobilitazioni della classe lavoratrice contro le politiche del padronato, del governo, di istituzioni e forze politiche sue complici, e contro il capitalismo e la sua ennesima crisi.
Partito Comunista dei Lavoratori

Regolarizzare gli immigrati!

A pari lavoro, pari diritti. Tanto più in tempo di coronavirus

“C'è stato un tempo” in cui le destre reazionarie, con l'avallo di tanti liberal, promuovevano la campagna contro gli immigrati nel nome della “sicurezza” degli italiani. Ora il maledetto coronavirus ha sradicato l'albero della cuccagna elettorale dei Salvini e della Meloni rimettendo al centro della scena la condizione della sanità pubblica e lo scandalo dei 37 miliardi di tagli. Quelli che Salvini e Meloni hanno votato, se è vero com'è vero che il deputato Salvini ha votato prima i tagli drastici di Berlusconi (2008/2010) e poi il pareggio di bilancio in Costituzione, e che la deputata Meloni non solo ha votato quelle schifezze assieme a Salvini, ma vi ha aggiunto il voto favorevole alla legge Fornero, giusto per non farsi mancare nulla. Entrambi in omaggio a quelle raccomandazioni di Bruxelles che oggi denunciano come pestilenziali. È la giostra dell'ipocrisia più spudorata.

Anche per questo, ora che si diffonde, seppur timidamente, un nuovo angolo di sguardo sulla vicenda umana, è bene che quello sguardo si posi anche sulla condizione degli immigrati. Perché una condizione di vita e di lavoro già discriminatoria in tempi ordinari può diventare omicida in tempi di coronavirus. Non ci riferiamo ai migranti reclusi nei lager libici, lì sigillati con doppio lucchetto da reazionari e liberali di tutte le risme, e oggi dimenticati persino da quei progressisti che si erano interessati a quella condizione. No, ci riferiamo agli immigrati che stanno qui, e che qui lavorano per 10 o 12 ore al giorno nei campi di raccolta dei pomodori del foggiano, di Gioia Tauro o di Rosarno. Quelli che reggono sulla propria schiena, con paghe da fame, larga parte della filiera alimentare. A decine di migliaia sono privi di permesso di soggiorno o hanno un permesso di soggiorno scaduto senza la possibilità di rinnovarlo, perché trovano gli uffici chiusi o perché nell'“emergenza” viene respinto il rinnovo. Ombre che spesso si aggirano in cerca di cibo, e che vengono multati dalla polizia per trasgressione del divieto di circolazione. Persone costrette ad ammassarsi nella notte in ghetti fatiscenti e baracche di amianto, senza possibilità di distanziamento e di disinfettanti, non di rado senza acqua e senza bagni. Uomini e donne che senza permesso di soggiorno non hanno diritto neppure al triage e al pre-triage dei Pronto Soccorso.

Su di loro si è acceso in questi giorni un fascio di luce delle pubbliche autorità, inclusa la ministra Bellanova. Ritrovato senso di umanità, improbabile pentimento di una ex sindacalista oggi renziana? No, la ragione è meno nobile. Il blocco delle frontiere della Romania e della Bulgaria verso l'Italia ha tolto molti lavoratori all'orticoltura del Nord. La Coldiretti lamenta addirittura una mancanza di 200.000 lavoratori agricoli che “minaccia la raccolta primaverile ed estiva”. La regolarizzazione degli immigrati al Sud consentirebbe loro di spostarsi al Nord e rimpiazzare le braccia mancanti. Questa l'idea della ministra. Se non che la stessa Coldiretti fa presentare a “propri” parlamentari di Forza Italia e Italia Viva la proposta di un voucher semplificato per l'agricoltura che consentirebbe ai padroni una precarizzazione estrema del lavoro agricolo, senza controlli, senza tracciature, largamente in nero. La regolarizzazione al Sud si riduce dunque a un passaporto per lo sfruttamento al Nord?

Naturalmente la regolarizzazione di tutte le lavoratrici e i lavoratori immigrati è una priorità in ogni caso. Occorre una regolarizzazione immediata e incondizionata che consenta agli immigrati di godere dei sussidi previsti per tutti i lavoratori dipendenti. Lo han fatto in Portogallo, va fatto anche in Italia. La rivendicazione avanzata dalla Flai-Cgil è da questo punto di vista giustissima. E tuttavia è necessario combinarla con la battaglia per condizioni di vita e di lavoro realmente degne di ogni essere umano: via i voucher e via ogni forma di precarizzazione del lavoro! A parità di lavoro, parità di diritti e di salario. Il principio dell'uguaglianza sociale e della solidarietà di classe è nato col movimento operaio. In tempi di coronavirus è ancora più importante di ieri. E la lotta per l'abolizione del precariato in ogni sua forma è un tutt'uno con la battaglia contro i decreti sicurezza di Salvini (e di Minniti/Orlando).

La frontiera non passa per il colore della pelle, ma tra chi sfrutta e chi è sfruttato. E i padroni sono ovunque gli stessi, anche quando sono tricolori.
Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta dei braccianti immigrati

Assumere le rivendicazioni degli immigrati come parte di una piattaforma di mobilitazione!

La morte di sedici lavoratori immigrati nelle campagne di Foggia ha alzato il coperchio sullo sfruttamento di centinaia di migliaia di proletari nelle campagne italiane. Proletari per di più di colore, spesso privati del permesso di soggiorno, obbligati a piegare la schiena sino a 12 ore al giorno al prezzo di due euro all'ora, ammassati in baraccopoli fatiscenti senza acqua e senza servizi, costretti a pagare il pizzo ai caporali che li reclutano e li trasportano sul luogo di lavoro, e nel caso delle donne persino favori sessuali.
Un'infamia.

Un'infamia non meno grande è il circo dell'ipocrisia che si è levato sul “caso”.
Lo stesso ministro degli Interni che vuole cacciare 500.000 “clandestini” recita improvvisamente il proprio “disgusto” per la condizione loro imposta dalle... proprie leggi (Bossi-Fini), quelle che Salvini vuole non solo preservare ma inasprire.
Il PD trova il coraggio di vantare la legge sul caporalato dell'ex ministro Martina, che come i fatti dimostrano vale zero.
I prefetti annunciano per l'ennesima volta i “severi controlli” dello Stato, in realtà inesistenti e in ogni caso pura foglia di fico dell'omertà istituzionale.
La verità è che tutti gli amministratori della società borghese e del suo Stato - passati e presenti - sono complici consapevoli del supersfruttamento nelle campagne. Tutti conoscono la condizione quotidiana dei braccianti, altro che clandestinità! Tutti sanno che le aziende della grande distribuzione alimentare e le imprese di trasformazione impongono prezzi stracciati agli agricoltori, che a loro volta si rifanno sui braccianti. Le doppie aste al massimo ribasso, improvvisamente scoperte dalla grande stampa, sono pratica corrente da almeno dieci anni. Le condizioni di schiavitù dei salariati di colore (e non) sono solo la base d'appoggio di questa piramide sociale che fa capo al grande capitale. Quello che tutti i governi, nazionali e locali, tutelano quotidianamente e da sempre. La competitività del made in Italy in campo alimentare non è forse il fiore all'occhiello dell'attuale governo sovranista?

Ma la vicenda di Foggia, come già di Rosarno, dimostra che gli sfruttati si possono ribellare e organizzare. Gli scioperi e le manifestazioni che hanno visto sfilare migliaia di braccianti immigrati confermano che la questione dell'immigrazione non è solo un terreno di scontro culturale tra razzismo e solidarietà, come vorrebbe l'opinione borghese progressista. Può e deve essere anche terreno di lotta e autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici direttamente coinvolti e in contrapposizione frontale ai padroni e al governo. Può e deve essere anche terreno di mobilitazione generale del movimento operaio su scala nazionale (e internazionale) attorno a rivendicazioni di rottura.

La parola d'ordine del permesso di soggiorno per tutti i lavoratori migranti - centrale nelle lotte in corso - deve diventare una parola d'ordine dell'intero movimento operaio e sindacale: a pari lavoro, pari diritti; piena tutela contrattuale per tutti; requisizione immediata e senza indennizzo delle proprietà di chi usa il caporalato; reato penale per lo sfruttamento del lavoro nero. Il controllo sul territorio non può essere affidato a ispettori della Stato e prefetture, ma a comitati dei braccianti: sono loro a conoscere chi li sfrutta, sono loro che li possono denunciare. Così va avanzata la rivendicazione dell'esproprio sotto il controllo dei lavoratori della grande produzione e distribuzione alimentare, l'unica misura che può troncare alla radice la catena dello sfruttamento e il caporalato di ogni natura. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa con il capitalismo, potrà realizzare queste misure elementari.

In ogni caso, non c'è ripresa di una opposizione di classe e di massa senza coinvolgere l'organizzazione di classe dei proletari immigrati, senza assumere le rivendicazioni di classe degli immigrati come parte di una piattaforma generale di mobilitazione.
Il PCL porterà questa istanza elementare in tutte le manifestazioni antirazziste, in contrapposizione al governo Salvini-Di Maio, e alla passività della burocrazia sindacale.
Partito Comunista dei Lavoratori

Cosa significa «è finita la pacchia»

Due rifugiati del Mali nel casertano sono stati presi a fucilate al grido di “Salvini, Salvini”.
Contemporaneamente, a Carmagnola, presso Torino, una sindaca leghista ha fatto abbattere con la ruspa una casa abusiva di rom, con la gioia del Ministro degli Interni che ha twittato festante: “Dalle parole ai fatti”.

Sono episodi tra loro diversi, ma non sono cronaca. Sono il sintomo di un clima politico nuovo.“È finita la pacchia” in bocca al nuovo Ministro degli Interni non è semplicemente un messaggio elettorale. Sicuramente è anche quello, ma non è solo quello. È anche un messaggio capace di trascinamento sui sentimenti collettivi di settori reazionari, un incoraggiamento di fatto alla loro azione diretta. I peggiori bassifondi dell'umore popolare si sentono legittimati dai vertici dello Stato. Sentimenti vili di odio, magari in passato contenuti a fatica, si sentono oggi liberati. Non siamo ai pogrom, fortunatamente; ma siamo alla miccia d'innesco di dinamiche irrazionali ad altissimo rischio. Gli episodi sono ancora circoscritti, ma il loro numero aumenta. Del resto, nessuna muraglia cinese separa i sentimenti dall'azione. Le organizzazioni fasciste investiranno proprio su questa linea di frontiera giocando apertamente allo scavalco.

Tutto ciò rende ancor più nauseante la posizione di quegli ambienti sovranisti della sinistra che spalleggiano il nuovo governo, lo assumono come interlocutore, ne magnificano la “dinamica”: o con toni e argomenti estetizzanti di marca dannunziana, o addirittura nel nome del marxismo (!).
Un secolo fa alcuni ambienti di provenienza socialista e sindacalista furono incantati dal fascismo ed aderirono alle sue suggestioni. L'”Italia proletaria” contro le “plutocrazie europee” fu la bandiera di questo incantamento. Oggi, in ben altro contesto, il mito fasullo di un'Italia del Popolo contro l'élite mondialista ed europeista tende a riproporre riflessi condizionati potenzialmente simili in alcuni ambienti intellettuali, politici, sindacali di una sinistra in disarmo.

Come dice il vecchio adagio, la prima volta fu tragedia, la seconda fu farsa. Ma anche una farsa può essere carica alla lunga di effetti tragici, ben oltre le intenzioni degli attori.

Di certo il PCL si pone controcorrente dal lato opposto della barricata, contro il governo leghista a cinque stelle. Non dalla parte del PD di Minniti e dell' Unione Europea dei capitalisti, ma dalla parte dei braccianti in lotta contro la dittatura dei loro padroni, dei caporali e dei loro sgherri, per la ricomposizione di un fronte di massa che unisca lavoratori italiani e migranti attorno a una piattaforma comune. È la proposta portata il 16 giugno alla manifestazione di Roma. È la proposta che porteremo alla manifestazione del 23 giugno a Rosarno. “Prima gli sfruttati”, quale che sia il colore della pelle, è oggi più di ieri la parola d'ordine centrale nella contrapposizione alla reazione.
Partito Comunista dei Lavoratori