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La crisi del secondo governo Conte

 


I giochi politico-istituzionali nel campo della borghesia italiana

La crisi in corso del secondo governo Conte richiama due ordini di considerazioni. Il primo contingente, il secondo di carattere più generale.

Perché Renzi ha aperto la crisi del governo che lui stesso aveva fatto nascere?
Consentendo la nascita del secondo governo Conte nel settembre 2019 Renzi aveva fatto un suo calcolo politico. Non solo quello di intestarsi l’emarginazione (e umiliazione) di Salvini. Ma anche quello di capitalizzare a proprio vantaggio una “inevitabile” crisi del PD stretto nell’abbraccio coi Cinque Stelle. La scissione del PD e la nascita di Italia Viva – ad appena un mese dalla nascita del governo – avrebbero dovuto calamitare questa decomposizione del PD. Il punto è che l’operazione è clamorosamente fallita, come mostrano le ultime elezioni regionali. Dove neppure in Toscana Italia Viva riesce a schiodarsi dal 4%. I sondaggi successivi sono peraltro ben più impietosi, con IV sotto la soglia del 3% con tanto di sorpasso della formazione di Calenda (Azione).


LA PARTITA DI POKER DI UN PARVENU

Mettiamoci allora nei panni di Renzi. Un parvenu che ha fatto la folgorante scalata del PD, che da suo segretario ha toccato la vetta del 41%, che dall’alto di quella vetta ha provato l’ebbrezza di un progetto istituzionale bonapartista ritagliato a propria immagine e somiglianza, si trova nella polvere pochi anni dopo sotto la soglia del 2%, dopo esser passato di sconfitta in sconfitta. Mentre il PD che avrebbe dovuto distruggere (“gli faremo fare la fine che Macron ha riservato al Partito Socialista francese” aveva detto Renzi) non solo ha retto la prova della scissione ma ha tenutole proprie percentuali. Un disastro, insomma, su tutta la linea.

Matteo Renzi è oggi nella condizione di chi non ha più nulla da perdere perché sostanzialmente ha già perso tutto. Ciò che gli resta è solo un drappello di parlamentari trasformisti, rotti a ogni uso, senza futuro, se non quello di sbarcare il lunario della legislatura. Il leader usa allora al tavolo da poker della politica borghese l’ultima carta che gli rimane. L’ultima occasione della vita per provare a riabilitare le proprie fortune, a porsi al centro dell'’attenzione pubblica, a scuotere l’albero politico istituzionale per vedere se qualche frutto cadrà mai nel suo cesto.

Qual è esattamente l’obiettivo che Renzi si pone provocando la crisi? Ve ne sono molti e tra loro intrecciati. Sgombrare il campo dalla figura di un premier percepito come abusivo perché (indubbiamente) più fortunato di lui; provare a sparigliare in casa PD e M5S mettendo entrambi sotto pressione; puntare a costruire una relazione privilegiata con i nuovi vertici di Confindustria attraverso il rilancio su MES, investimenti infrastrutturali, nuovi soldi alle imprese; riabilitare la propria immagine agli occhi del mondo della scuola, attraverso la rivendicazione della riapertura, ma anche del settore turistico alberghiero (“allarghiamo i ristori”); rinegoziare un equilibrio di governo in cui accrescere il proprio peso specifico e il proprio controllo sui flussi di spesa. E forse soprattutto negoziare una nuova legge elettorale al posto di quella concordata a suo tempo con PD e M5S: perché un proporzionale con soglia di sbarramento al 5% (ma anche al 4%) sarebbe oggi una sentenza di morte per IV, mentre un maggioritario gli darebbe potere negoziale nei collegi.


UN CALCOLO RISCHIOSO

Ma Renzi non ha paura che la crisi porti alle elezioni anticipate provocando così la sua rovina? No. È convinto che lo spazio di elezioni politiche non vi sia, non solo e non tanto per la pandemia, ma perché Mattarella non porterebbe al voto con la legge elettorale vigente. La quale, combinata col taglio referendario dei parlamentari, darebbe probabilmente al centrodestra una maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento, assicurandogli in un colpo solo la guida del governo, la nuova Presidenza della Repubblica (gennaio 2022), la gestione dei 209 miliardi di provenienza UE. Del resto – calcola Renzi – o si vota subito, ed è difficile per la pandemia, oppure da agosto si entra nel semestre bianco e il Parlamento non può più essere sciolto sino all’inizio dell’anno successivo. Ecco perché Renzi spariglia da autentico acrobata. È convinto di avere una rete istituzionale protettiva.

È un rischio azzardato? Indubbiamente.
Lo spazio negoziale nella maggioranza uscente poggia su un filo sottilissimo. Renzi non può uscirne vincente se Conte resta al suo posto, ma PD e M5S hanno in Conte il proprio punto di equilibrio. “Morto un Conte se ne fa un altro” si potrebbe dire, come del resto accadde nel settembre del 2019. Ma la terza volta il gioco trasformista è più difficile perché il filo è molto più logoro. E le intemperanze del Presidente del Consiglio, stretto tra la prudenza di Mattarella e le proprie ambizioni di sfida, non aiutano oltretutto la ricomposizione attorno a lui. Vedremo. La possibilità che il gioco sfugga di mano resta tutta.


LE CONTRADDIZIONI NEL CAMPO DELLA DESTRA

Tuttavia, il gioco di Renzi, per quanto azzardato, non è privo di basi d’appoggio.
Il centrodestra chiede formalmente le elezioni anticipate. Di fronte alla crisi della maggioranza è un passo obbligato. Ma in realtà è anch’esso attraversato da mille crepe.

Forza Italia vuole da tempo sganciarsi dalla tutela sovranista nel nome del proprio rapporto col PPE. Non può farlo in un quadro di polarizzazione frontale, ma cerca un proprio spazio di manovra e di emancipazione. In ogni caso è contraria ad elezioni che oggi ne falcerebbero la rappresentanza. La stessa Lega è assai cauta. I suoi governatori del Nord, a partire da Zaia, sono contrari a elezioni perché vogliono stabilità (“Le elezioni oggi con la pandemia sarebbero una follia” dichiara il governatore Veneto). La sua base sociale concentrata nella piccola e media impresa vuole certezza immediata dei ristori e delle risorse europee promesse, e guarda con diffidenza ai trambusti politici.

Un pezzo importante della Lega, che gravita attorno a Giorgetti, e che ha relazioni familiari con Bruxelles, predica da tempo una ricollocazione moderata della Lega, fuori dal campo del lepenismo europeo, capace di riabilitarne l’immagine agli occhi del capitale finanziario e dei suoi circoli dominanti.
Questa parte della Lega sa che se si andasse al voto in uno scontro frontale col centrosinistra, Salvini e Meloni vincerebbero. Ma poi dovrebbero governare. Senza relazioni con le capitali europee, in una crisi economica drammatica, nella necessità di predisporre i piani di rientro da un debito pubblico sempre più fuori controllo (altro che “quota 100”). Il rischio di rompersi l’osso del collo sarebbe altissimo.

Un governo istituzionale retto dai principali partiti e col coinvolgimento della Lega (a garanzia dei suoi interessi politici) sarebbe agli occhi di Forza Italia e di questa parte della Lega una soluzione assai preferibile. Sminerebbe il terreno sobbarcandosi equamente la corresponsabilità del governo, favorirebbe una riabilitazione della Lega sul terreno europeo, preparerebbe condizioni favorevoli per una prospettiva di vittoria più duratura nella prossima legislatura. Matteo Salvini, a modo suo, capisce questo messaggio che gli proviene da parte del suo mondo. È prigioniero in parte del proprio personaggio, ma è assai più flessibile di come appare (come peraltro questa legislatura ha dimostrato). A volere le elezioni resta la Meloni con Fratelli d’Italia, l’unica che ne verrebbe realmente beneficiata. Il suo condizionamento degli spazi di manovra di Salvini è indubbio. Ma né Salvini né tanto meno Berlusconi vogliono assecondarne il disegno.


LA CRISI POLTICA ITALIANA

Vedremo le mosse dei diversi attori politici e istituzionali in questo ginepraio di contraddizioni. Ogni scenario è possibile.
Ma s’impone una considerazione di fondo. La borghesia italiana è oggi vincente sul piano sociale, ma fatica a darsi un quadro politico e istituzionale stabile.

Manca un baricentro politico in Italia. Sia in termini di una forza borghese di massa maggioritaria capace di fare da pivot del sistema politico. Sia in termini di equilibri politico istituzionali. Il vecchio pendolarismo fra centrosinistra e centrodestra che ha incardinato per oltre 20 anni la vita della Seconda Repubblica, gestendo in alternanza le medesime politiche antioperaie, è da tempo crollato sotto la pressione materiale della grande crisi capitalistica del 2008/2012 e dei suoi effetti sociali dirompenti in particolare in Italia. Ma al posto della vecchia alternanza non è subentrato un equilibrio nuovo. Già le elezioni politiche del 2018, con lo sfondamento del M5S, certificarono un quadro di instabilità. Il corso della legislatura l’ha confermato e aggravato. Due governi con maggioranze opposte, equilibri parlamentari che non corrispondono più alla forza politica dei partiti (crollo del M5S, ascesa e discesa della Lega, avanzata di FdI). Lo spazio di manovra del Presidente del Consiglio, con le sue acrobazie trasformiste, è cresciuto in misura proporzionale alla instabilità politica. Ma oltre una certa soglia rischia di esserne ora travolto.

Qual è dunque la base materiale su cui si regge nonostante tutto il dominio politico della borghesia e la continuità delle sue politiche di rapina, nonostante l’instabilità politica dei suoi assetti? La debolezza del movimento operaio, il profondo riflusso dei suoi livelli di mobilitazione, di organizzazione, di coscienza, per responsabilità preminente delle sue direzioni, ed oggi innanzitutto della burocrazia CGIL. Rilanciare la prospettiva di un fronte unico di classe attorno ad una piattaforma indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici non ha solo una valenza sindacale, ma politica. È l’unica via per sgomberare il campo dalla politica borghese e da tutte le sue miserie, e aprire dal basso uno scenario nuovo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sfruttamento degli operai agricoli e l'oscena ipocrisia della morale borghese

La polemica sulla regolarizzazione dei braccianti immigrati

Il capitalismo è un modo di produzione fallito. Esso produce un ordine sociale in putrefazione. “La cancrena del capitalismo porta con sé quello della società moderna, diritto e morale compresi”. Sono le parole di Trotsky nel 1939, riportate nel suo scritto La loro morale e la nostra. A guardare quello che succede sul capo delle operaie e degli operai agricoli, sembrano scritte oggi.

Tra le altre conseguenze dell'emergenza da coronavirus c'è la crisi del settore agricolo di produzione primaria. La stagione è bella e ci si aspetterebbe un buon raccolto. A causa delle restrizioni necessarie per il contrasto dell'epidemia, però, sono venuti a mancare 300.000 braccianti agricoli in gran parte provenienti da paesi come la Romania e la Bulgaria. Il padronato agricolo lancia l'allarme, i propri investimenti sono a rischio e occorre che il governo provveda a integrare le braccia mancanti.
Il problema è che però la maggioranza dei braccianti immigrati sono tenuti nella clandestinità a causa di un mostruoso apparato giuridico che li costringe all'illegalità.
In condizioni normali questi “clandestini” vivono nell'ombra, come si dice, lontano dagli occhi e dal cuore. Ora l'emergenza sanitaria lancia la sua luce sinistra e costringe tutte le forze politiche, i soggetti sociali e l'opinione pubblica a gettare uno sguardo su questa categoria di lavoratrici e lavoratori essenziali che ogni giorno assicurano l'approvvigionamento alimentare a decine di milioni di italiani.

A questi lavoratori essenziali – eroi, stando ai parametri etici al tempo del coronavirus – viene normalmente riconosciuta l'ingente somma di 3 o 4 euro lordi per ora di lavoro! Un salario da fame che li costringe a vivere in squallide baraccopoli, senza riscaldamento, non dotate di apparato fognario, con servizi igenici fatiscenti e scarso accesso all'acqua potabile.

A questo punto lo scandalo assale l'ipocrita democratico piccolo-borghese, che subitaneamente individua la causa del male: il caporalato!
Certo, come se non bastasse, questi operai sono tormentati anche dai caporali, approfittatori di una forma illegale di intermediazione di mano d'opera dei cui proventi si interessa spesso anche la criminalità organizzata. Ma i caporali costituiscono solo l'ultimo anello di una catena criminale di sfruttamento. Tutta la filiera alimentare è segnata dallo sfruttamento dei braccianti. Su di esso si costituisce il margine di profitto dell'imprenditore agricolo, dal piccolo al grande, i cui prezzi di vendita del proprio prodotto sono in larga misura imposti dai grossisti, i quali a loro volta sono legati a doppia mandata alle capacità di smercio della Grande Distribuzione Organizzata in grado di imporgli le proprie condizioni.
Pochi grandi gruppi della GDO, tra i quali Coop, Conad, Esselunga, Eurospin, controllano il 75% del mercato al consumo. Hanno ricavi altissimi che si sono ulteriormente incentivati (oltre il 10%) a causa dell'emergenza sanitaria. La posizione dominante consente loro di comprimere al ribasso i prezzi, a tutto danno della filiera che porta i prodotti agricoli sugli scaffali. È uno dei meccanismi infernali del capitalismo, quello di abbassare i costi dei fabbisogni necessari al lavoratore per riprodurre semplicemente la propria forza lavoro, e perciò abbassare il salario medio a prezzi da discount. Mente al contempo si può aumentare il loro sfruttamento fino alle estreme conseguenze della condizioni inumane in cui vivono centinaia di migliaia di operaie e di operai del settore agricolo.

Quello descritto è il retroscena davanti al quale si esibisce la squallida rappresentazione teatrale delle forze politiche di governo e opposizione.
Un ministro di uno dei partiti più filopadronali, Italia Viva, la ministra dell'agricoltura Bellanova, si ingegna a tappare il buco di una tale mancanza di forza lavoro. La sua premura è evidentemente soccorrere gli interessi del capitalismo agrario, anche se non manca di rivestirla di una patina mielosa di sensibilità, a suo dire, verso le condizioni difficili in cui vivono i braccianti. Purtroppo per lei, il fatto stesso che proponga una regolarizzazione solo temporanea rende amaro quel miele e svela i suoi reali interessi.

Tuttavia basta questo a scatenare la canea nel governo, e tra questo e le forze di opposizione.
La destra, dall'opposizione, con il suo carico di propaganda xenofoba e razzista si scatena contro la sanatoria per “i clandestini” con l'intento di accontentare il piccolo e medio proprietario agricolo, in trattativa diretta con i caporali che gli offrono manodopera a prezzi stracciati. Nel governo, il M5S, il partito sedicente "degli onesti" e della moralizzazione della politica, in cerca di un recupero elettorale nel meridione (dove sono le aree agricole in cui avvengono i più gravi fenomeni di sfruttamento), rigurgita la pulsione anti-immigrazione di una grande parte della sua base militante e blocca perfino le modestissime proposte della ministra Bellanova. La risibile scusa è che ciò consentirebbe l'impunità dei caporali.

Insomma, un teatro osceno sulla pelle di lavoratrici e lavoratori che provvedono giornalmente all'approvvigionamento alimentare di milioni di concittadini al prezzo di forme inumane di sfruttamento.
Potremmo dire che il capitalismo fa abbastanza schifo da sé, senza bisogno di queste scene vomitevoli. Ma l'imputridimento morale della borghesia apre un baratro senza fondo nella coscienza collettiva tra la loro morale e quella proletaria, la loro morale e la nostra, appunto.
Una volta di più, allo sfacelo politico e morale dell'ordine borghese l'unica soluzione è la lotta unita delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori, indigeni e migranti, sulla base di una vertenza unitaria di tutto il mondo del lavoro che includa tra le altre, le rivendicazioni:

- abolizione del reato di clandestinità;
- abolizione di tutte le leggi discriminanti contro i migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini ai più recenti decreti sicurezza;
- liberalizzazione dei flussi migratori;
- istituzione in agricoltura del collocamento pubblico obbligatorio sotto il controllo delle associazioni dei lavoratori bracciantili;
- contratto collettivo nazionale per le operaie e gli operai agricoli;
- nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle aziende grossiste dei prodotti agro-zootecnici;
- nazionalizzazione della GDO del settore agro-zootecnico sotto controllo operaio e senza indennizzo per i grandi azionisti


Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste rivendicazioni in tutte le occasioni di azione unitaria delle forze politiche e sindacali classiste, così come in tutte le mobilitazioni della classe lavoratrice contro le politiche del padronato, del governo, di istituzioni e forze politiche sue complici, e contro il capitalismo e la sua ennesima crisi.
Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta alla GM e la lezione per la vertenza ArcelorMittal

La necessità di una campagna unitaria per una vertenza radicale

8 Novembre 2019
I 40 giorni di sciopero radicale e combattivo dei lavoratori e delle lavoratrici della General Motors, negli Stati Uniti, hanno piegato uno dei colossi del grande capitale. Assumiamo quell'esempio per una lotta generale combattiva per la nazionalizzazione sotto controllo sociale e dei lavoratori di ArcelorMittal e di tutto il settore siderurgico
GENERAL MOTORS E UAW: 40 GIORNI E 40 NOTTI DI LOTTA

Nel cuore industriale della metropoli imperialista è successo qualcosa che ha scosso il grande capitale. Proprio laddove, con la narrazione ideologica dominante – fondata sul concetto di società postindustriale – si gioca a presentare come superati i concetti di classe operaia e di lotta di classe che ne dovrebbe conseguire, per spostare il focus sulla mobilitazione della middle/lower class nello scontro geopolitico e imperialistico con la Cina che ha, ormai, assunto i tratti di una vera e propria guerra commerciale, con i suoi alti e bassi, condotta attraverso le oscillazioni del populista Trump.

Per 40 giorni consecutivi, dopo oltre un decennio di assenza totale di anche minime mobilitazioni, la classe lavoratrice del settore automobilistico ha scioperato e preso per la gola la General Motors. Un riscatto di classe e un moto di orgoglio nascosto da ogni canale di comunicazione ufficiale, per non fornire esempi pericolosi alle classi sfruttate. Un silenzio funzionale anche a non mettere in cattiva luce e in difficoltà un settore di grande capitale coinvolto in un'aperta guerra capitalistica mondiale, con cui affrontare una nuova rivoluzione industriale che costringe tutti gli attori in campo a mettere in moto riconversioni e investimenti per intercettare la tendenza del mercato all'auto elettrica e la corsa ad un inedito mercato utile per l'espansione del capitale, alimentata anche dalla retorica borghese e piccolo-borghese di un nuovo capitalismo "green".

La classe lavoratrice ha messo in mostra di possedere ancora, nelle sue mani, un potere capace di mettere in ginocchio e far tremare le grandi borghesie ed i governi anche laddove possano sembrare inattaccabili e intoccabili. Un potere che si può esplicitare solo con l'unità di classe e con la radicalità di mobilitazioni e di scioperi ad oltranza, conquistando i cuori della società e raccogliendo solidarietà in loro sostegno. Un potere che può scavalcare anche le stesse burocrazie sindacali, costringendole a rincorrere la mobilitazione, alla ricerca di un accordo che possa soddisfare una base compattata dall'esperienza della lotta unitaria.
Quaranta giorni in cui oltre 48.000 lavoratori hanno fatto pagare un conto di profitti perduti alla GM di quasi 3 miliardi di dollari, costringendoli ad andare incontro alla maggior parte delle rivendicazioni e richieste, strappando: un premio di 11.000 dollari a dipendente; due aumenti salariali del 3%, con due erogazioni una tantum del 4% del salario; la rimozione del tetto di partecipazione agli utili (dopo anni in cui l'azienda macinava miliardi sulla pelle di salari al palo e diritti in smantellamento); il mantenimento delle coperture sanitarie ai livelli attuali; l'accordo per la stabilizzazione a tempo indeterminato dei lavoratori precari e ricattati che abbiano lavorato per almeno tre anni in azienda (sconfiggendo un modello che imponeva ad un settore di lavoratori di rimanere a livelli salariali nettamente più bassi e a non poter godere di benefit, coperture assicurative, diritti sindacali etc.).

I principi su cui si è costruita la mobilitazione sono stati proprio la rivendicazione di una forte redistribuzione a fronte di un'azienda che aumentava il proprio potere nello scacchiere mondiale macinando sempre più utili, ma che annunciava la chiusura di stabilimenti e la cancellazione di posti di lavoro; e il contrasto della divisione del fronte dei lavoratori con una sempre maggior differenziazione delle condizioni di lavoro, salariali e dei diritti e benefit tra lavoratori a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato, lavoratori a pieno salario e altri a salario crescente, qualificati e forzosamente non qualificati, e così via.


DALL'ESEMPIO DELLA GENERAL MOTORS ALLA BATTAGLIA CONTRO ARCELOR MITTAL

Da questo punto di vista, parlando di un settore strategico per gli USA come quello dell'automobile, non può non venire in mente il contraltare del contesto di attualità italiano, in cui diverse aziende strategiche aggrediscono le condizioni di lavoro e minacciano delocalizzazioni, chiusure, licenziamenti – come nel caso della Whirlpool – o che minacciano di chiudere la baracca dell'industria siderurgica italiana, rilanciando ricatti per ottenere pieni poteri e mani totalmente libere di fare profitti incondizionati sulla pelle dei lavoratori e dei livelli occupazionali, su quella degli abitanti, dell'ambiente e delle condizioni di vita generali. Parliamo ovviamente di Arcelor Mittal e delle acciaierie di Taranto, Novi Ligure, Cornigliano, Racconigi e Marghera – in tutto 10.600 dipendenti – con tutte le inevitabili ricadute sull'enorme indotto, che coinvolge oltre 9.000 dipendenti.

Invece di fare aperture alla linea di cedimento al ricatto, come immediatamente proposto da Landini in supporto alla logica del PD e della nuova creatura di Renzi, Italia Viva, per fornire immunità penale al più grande colosso dell'acciaio mondiale in cambio del mantenimento degli impianti, i cui livelli occupazionali sono già stati ridimensionati, e con operazioni di bonifica fatte con i pochi quattrini sottratti ai Riva.
Invece di inutili piagnistei su accordi ormai divenuti carta straccia, fondati sull'illusione che si possa inchiodare la grande borghesia a pezzi di carta o promesse di politicanti passati.
Invece di mobilitazioni di qualche ora, peraltro spezzettando il fronte dei lavoratori su base geografica e sulla base di singoli impianti produttivi, spesso costruendo rivendicazioni addirittura contrapposte.

Oggi bisogna cogliere proprio l'esperienza e l'esempio dei lavoratori della GM, inchiodare il grande capitale e i governi al loro servizio, nel ridicolo teatrino di slogan urlati e cedimenti nei fatti di ogni parte politica. Inchiodarli con la forza di una mobilitazione unitaria della classe lavoratrice, per lo meno di tutto il settore siderurgico italiano, ponendo in campo la forza compatta e combattiva di chi nei fatti tiene in piedi gli stabilimenti e ne paga anche il maggior scotto della loro nocività.
Una mobilitazione che metta in chiaro come non esistano padroni singoli o loro cordate che possano realmente curarsi degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, dei territori, dell'ambiente e della salute (considerate dal grande capitale esternalità negative da scaricare sulla collettività) contemporaneamente. Una mobilitazione che blocchi il paese fino a che non si assume una soluzione reale, credibile e nell'interesse di lavoro, salute e ambiente.
Il tutto con la consapevolezza che la sola classe lavoratrice può assumere questo impegno, costringendo lo Stato a requisire tutte le proprietà di chi si è arricchito su sangue, sudore, tumori e inquinamento; nazionalizzando senza indennizzo l'Ilva e tutto il settore siderurgico, ponendolo sotto il controllo dei lavoratori e dei loro rappresentanti reali, non delle burocrazie al soldo della controparte.

Per cui, oggi più che mai, è importante che tutta la sinistra di classe, anticapitalista e rivoluzionaria, tutto il sindacalismo combattivo e conflittuale, tutto il mondo delle associazioni e dei movimenti per l'ambiente – Fridays For Future compreso – si uniscano nel rivendicare la difesa di un lavoro a condizioni dignitose, dei livelli occupazionali, della nazionalizzazione del settore siderurgico e di una sua radicale riconversione, accompagnate dalla bonifica di tutte le aree devastate e dalla cura e compensazione dei danni alla salute collettiva. Imponendo il costo di tutto questo ai pochi che, negli anni, si sono garantiti con questo settore profitti, potere e ricchezze. Partendo proprio dall'organizzazione e dal sostegno di uno sciopero generale e prolungato del settore e dall'istituzione di casse di solidarietà e organizzazione di mutuo soccorso per il sostegno degli scioperanti.
Unire le forze per una campagna e una battaglia nell'interesse di quei lavoratori e dei cittadini coinvolti, nella consapevolezza di portare avanti una battaglia per tutta la società e per la collettività.

Cristian Briozzo