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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

No alla violenza capitalista e patriarcale sui nostri corpi! Senza consenso è stupro!

 


La senatrice leghista Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha stravolto il testo approvato all’unanimità dalla Camera nel novembre 2025, cancellando il concetto di “consenso libero e attuale” e sostituendolo con quello di “volontà contraria” — cioè il dissenso. In altri termini: non basta più l’assenza del sì. Serve la prova di un no.

Si tratta di un rovesciamento ideologico. La donna che subisce violenza dovrà dimostrare di aver resistito, di aver detto no in modo abbastanza manifesto, abbastanza riconoscibile, abbastanza credibile. Il “tenendo conto della situazione e del contesto” inserito nel testo è una porta spalancata alla vittimizzazione secondaria, all’interrogatorio sugli abiti indossati, sull’ora di rientro, sulla storia personale della sopravvissuta. Il fenomeno del freezing, per cui nella vittima di violenza subentra una sorta di blocco fisico e psicologico, verrebbe dunque considerato un elemento per incolpare la vittima e scagionare l’aggressor*.

Non è un caso che questa norma venga da un governo che serve gli interessi del capitale e del profitto, che taglia i servizi sociali, che lascia le donne prive di rifugi antiviolenza, di reddito autonomo, di tutele sul lavoro. Non è un caso che venga dallo stesso governo che, proprio in questi giorni, ha avviato l’iter di discussione parlamentare del disegno di legge Schillaci-Roccella che punta a regolamentare in modo restrittivo l’accesso e l’uso dei farmaci sospensori della pubertà per le persone trans* minorenni. Un altro chiodo sulla bara del diritto alla salute per le persone LGBTQIAP+. Il patriarcato non è un’aberrazione culturale separata dal sistema economico: è uno dei pilastri strutturali del capitalismo. La subordinazione della donna nella famiglia, nel lavoro, nel corpo, è funzionale alla riproduzione del profitto e del consenso sociale alla classe dominante.

Le donne proletarie sono le più esposte alla violenza maschile e le meno protette dalle istituzioni borghesi. Sono quelle che non possono permettersi avvocati, percorsi psicoterapeutici, case protette. Sono quelle che spesso dipendono economicamente dal loro aggressore. Il DDL Bongiorno non fa che aggravare la loro condizione, rendendo ancora più ardua la via giudiziaria e scoraggiando ulteriormente le denunce.

I dati ISTAT 2025 mostrano un aumento vertiginoso delle denunce, specialmente tra giovani e giovanissime. La risposta di questo governo è stata quella di mettere in discussione la legge che avrebbe dovuto rafforzare le protezioni.

Non ci sfugge che il centrosinistra parlamentare si è indignato per il tradimento del centrodestra, ma quella stessa area politica – che fa capo a PD, M5S e AVS – non ha mai messo in discussione le fondamenta di uno Stato che strutturalmente non protegge, ma anzi opprime le donne e le soggettività queer. La fiducia nelle istituzioni dello Stato borghese non libera le donne: le ingabbia nell’attesa di una riforma che non arriverà mai, o arriverà mutilata e sempre troppo tardi.

La nostra difesa dalla violenza di genere e la nostra liberazione possono avvenire solo fuori e contro ogni logica riformista. Dobbiamo costruire un unico fronte di lotta che riunisca le ragioni delle donne e delle persone LGBTQIAP+ a quelle più generali di tutta la classe lavoratrice e abbattere questo governo reazionario e post-fascista, ma non per sostituirlo con un ipocrita governo di centrosinistra. L’unico governo amico dellɜ sfruttatɜ e dellɜ oppressɜ è quello delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unica società finalmente libera dal ciseteropatriarcato e da ogni tipo di sfruttamento e oppressione è quella socialista.

Questo è l’obiettivo che come Femministə Rivoluzionariə perseguiamo. Unisciti a noi!

Scarica il nostro volantino:

Lo scenario post-referendum

 


Cacciare Meloni. Rilanciare l’opposizione di massa. Liberare la via di una alternativa anticapitalista

Dopo quasi quattro anni di governo, Giorgia Meloni ha conosciuto la sua prima sconfitta politica. Una sconfitta seria che investe l’intero scenario italiano, e carica di nuove responsabilità le organizzazioni del movimento operaio.

LA SCONFITTA PESANTE DEL GOVERNO

La misura della sconfitta governativa è innanzitutto nei numeri. L’affluenza al voto è stata molto alta, nel segno di una forte polarizzazione. Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni europee del 2024 è andato a votare per il referendum. Il No ha vinto con due milioni di scarto, dopo una rapida rimonta. Ha vinto in tutte le grandi città e nella larga maggioranza delle regioni, anche in quelle governate dalla destra. Ha vinto tra i giovani sotto i 34 anni (61%), e ancor più marcatamente fra gli studenti (63,6%). Ha vinto nella popolazione femminile occupata (56%).

Il travaso diretto di voti dal blocco sociale del centrodestra in direzione del No c’è stato (il 10% dell’elettorato di Forza Italia, il 12% di quello leghista, il 3% di Fratelli d’Italia) ma in misura complessivamente contenuta. È vero invece che una parte significativa dell’elettorato della destra nelle regioni del Sud si è astenuto dal voto, mentre una parte di astenuti “di sinistra” alle ultime elezioni europee è andato a votare per il No. La destra non ha perso il proprio blocco sociale ma ha registrato una sua crisi di motivazione. Mentre il fronte del No, relativamente parlando, ha fatto il pieno, nonostante le defezioni a favore del Sì di alcuni segmenti di elettorato PD (9%) e più significativamente del M5S (17%).

Come è evidente, il voto del 22-23 marzo non è stato un voto “per le procure” (a dispetto dell’impostazione dei comitati del No), e neppure un voto “per il centrosinistra”. È stato principalmente un voto politico contro il governo a guida postfascista. Ed in particolare contro la premier.

Giorgia Meloni si era spesa fortemente nell’ultima fase della campagna, combinando i toni istituzionali da Presidente del Consiglio con il ricorso agli argomenti più truci di taglio trumpiano: contro «gli stupratorii pedofili, i devastatori, gli spacciatori», persino «i ladri di bimbi strappati alle madri», tutti attribuiti ai possibili effetti del No. La sua speranza era quella di trascinare al voto i bassifondi della propria base elettorale, usarli come ariete di sfondamento, incassare la vittoria prevista, spianare per questa via il cammino plebiscitario del premierato. Questo disegno è clamorosamente fallito.

UN VOTO CONTRO MELONI, CONTRO TRUMP, CONTRO NETANYAHU

I fatti internazionali hanno avuto un ruolo importante in questo fallimento. La sovrapposizione di immagine fra Trump e Meloni si è trasformata col tempo in una zavorra per la Presidente del Consiglio, con un crescendo traumatizzante.

Prima il pieno sostegno di Trump alla guerra genocida di Netanyahu; poi la pirateria in Venezuela; poi le minacce contro Cuba; poi le pretese sulla Groenlandia; poi gli assassinii di Minneapolis in mondovisione; infine la nuova guerra sionista americana contro l’Iran, con le sue ricadute sul portafoglio ma anche con le sue incognite globali. Questa escalation del trumpismo ha suscitato una progressiva reazione di rigetto, sempre più radicale, nel senso comune di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica. Nel mondo, in Europa, anche in Italia. Una Presidente del Consiglio che aveva esibito pubblicamente la propria relazione speciale con Trump, che aveva vantato il ruolo di pontiere fra Trump e la UE, che si era spesa elettoralmente a sostegno dell’internazionale trumpiana (da Orban a Milei), che aveva portato l’Italia nel Board of Peace anche per tutelare l’intesa con Trump, è stata inevitabilmente colpita da questo rigetto. Il suo tentativo di sottrarvisi, con qualche contorta dissociazione passiva dell’ultima ora, non le ha risparmiato l’immagine di complicità. L’ha paradossalmente sottolineata.

Il movimento di settembre-ottobre 2025 ha pesato nell’urna. In forma indiretta ma evidente. I giovani avevano già segnalato in precedenza un orientamento contrario alle destre. Nelle stesse elezioni politiche del settembre 2022 (dove però l’astensionismo giovanile era stato elevato) e a maggior ragione nella prova successiva delle elezioni europee. Non a caso in occasione del referendum CGIL sui temi del lavoro di un anno fa la fascia generazionale under 34 è stata l’unica a superare il quorum di affluenza al voto, naturalmente a sostegno dei quesiti. Ma certo il genocidio di Gaza e le complicità del governo italiano col sionismo hanno sospinto un salto netto di radicalizzazione del sentimento giovanile. Le straordinarie mobilitazioni del 22 settembre e del 4 Ottobre nelle strade e nelle piazze di tutta Italia ne sono state il riflesso. Quel movimento non ha conosciuto continuità per responsabilità prevalenti delle direzioni sindacali, ma ha lasciato un segno nel senso comune sia dei protagonisti che di un’area più vasta della società italiana. Il voto referendario contro il governo è stato anche un voto per la Palestina.

UN GOVERNO NETTAMENTE INDEBOLITO

La sconfitta referendaria è gravida di conseguenze politiche. Non precostituisce affatto, in quanto tale, una sconfitta della destra nelle elezioni del 2027. Ma certo complica pesantemente la vita del governo nell’anno decisivo di fine legislatura.

Il progetto delle riforme istituzionali è azzerato, e con esso quello scambio tra riforma della giustizia, autonomia differenziata e premierato su cui era stato costruito il patto di maggioranza tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Resta la proposta di riforma della legge elettorale, incentrata sull’eliminazione dei collegi. Ma la Lega non sembra ora disponibile a mollare i collegi del Nord, tanto più a fronte dell’insidia Vannacci. Forza Italia obietta all’indicazione del candidato premier della coalizione perché teme una penalizzazione elettorale a vantaggio di Meloni. E Meloni dopo la sconfitta ha un potere negoziale con i suoi alleati obiettivamente ridotto.

Il campo della politica estera, cui Meloni aveva affidato una parte importante del proprio prestigio, sia in Italia che nella UE, è stato investito dal ciclone del trumpismo e dalla sua crisi. Il marchio dell’”unico governo stabile” d’Europa è ormai materiale d’archivio. Non è un fatto secondario. La stabilità di governo era fino a ieri la principale dote di Meloni nel rapporto col grande capitale. Ora tutto si complica anche su quel versante. Lo scontro fra Confindustria e governo sugli incentivi fiscali alle imprese prima concessi e poi revocati non è solo un riflesso dei costi imprevisti della guerra, ma anche una registrazione della novità di scenario: Confindustria batte cassa presso un governo più debole, al quale tanto più oggi non concede licenza di sgarro.

Più in generale, è proprio il terreno economico-sociale il punto più problematico per il governo. Le risorse del PNRR sono finite. La crisi industriale si acuisce. La crisi energetica si fa drammatica per l’Italia, in particolare per le forniture di gas, per via degli effetti della guerra. La crescita di prezzo dei carburanti, ma anche a cascata dei beni alimentari, insidia il consenso del governo presso più ampi settori popolari. L’obiettivo della fuoriuscita dalla procedura d’inflazione, che sembrava acquisito, è contraddetto dagli ultimi dati: ciò che impedirebbe al governo di finanziare fuori bilancio l’aumento annunciato delle spese militari. Ogni ipotesi di rinegoziazione o di nuova sospensione del Patto di stabilità continentale, per via dell’emergenza guerra, appare molto improbabile. Mentre l’ampliamento del possibile ricorso ai cosiddetti “aiuti statali” all’industria, sponsorizzato non a caso dalla Germania, cozza nel caso dell’Italia con un indebitamento pubblico gigantesco, in progressivo incremento, privo oltretutto del precedente sostegno della BCE.

In ogni caso, l’impatto politico della sconfitta pesa sulla percezione di massa. Per quasi quattro anni la Presidente del Consiglio aveva usufruito di una immagine pubblica di “invincibilità”: una sua rendita di posizione, per quanto abusiva, presso ampi settori popolari e di classe media. Questo mito è crollato. E questo crollo trascina con sé l’indebolimento politico reale della sua figura, nel mentre incoraggia i sentimenti ostili del blocco sociale di opposizione. Meloni ha rappresentato per quattro anni il volto pubblico del governo e della sua comunicazione sociale. Per molti aspetti l’unico volto “presentabile” di una compagine molto posticcia. Ora la sconfitta, sfregiando quel volto, zavorra la credibilità dell’esecutivo. Le dimissioni imposte a Delmastro, Bartolozzi, Santanchè sono il tentativo di un colpo d’ala della Presidente del Consiglio alla ricerca affannosa di capri espiatori. Ma sono anche la misura del colpo subito, e per alcuni aspetti una sua oggettiva amplificazione, al di là delle intenzioni. Mentre la crisi interna di Forza Italia, sotto il pressing proprietario della famiglia Berlusconi, e le spinte divaricanti che attraversano la Lega, aggiungono nuovo piombo sulle ali della coalizione.

LA GUERRA INTERNA AL CENTROSINISTRA LIBERALE

Il campo largo del centrosinistra borghese è sicuramente beneficiario della sconfitta governativa. Con effetti immediati. La segretaria del PD si rafforza nel proprio partito. Si rafforza l’asse PD-M5S-AVS come baricentro della coalizione. Si indebolisce il peso negoziale di Renzi. Va fuori campo l’opzione terzopolista di Calenda. Nel complesso, un consolidamento degli stati maggiori del centrosinistra.

Ma paradossalmente questo successo, proprio perché rafforza le chance di una futura alternanza di governo, radicalizza lo scontro fra PD e M5S per la guida del centrosinistra. Uno scontro di ambizioni apparentemente irrinunciabili per la guida della borghesia italiana.

Giuseppe Conte vuole correre per guidare il suo terzo governo. Rifiuta la soluzione Schlein quale leader del principale partito di centrosinistra. Rivendica “primarie aperte”, con voto on line, che possano ribaltare il rapporto di forza col PD. Punta a beneficiare di una possibile moltiplicazione di candidature concorrenti a danno di Schlein. Investe su una postura politica anfibia che da un lato occhieggia ai sentimenti pacifisti (piegati soprattutto in chiave anti-Ucraina), dall’altro liscia il pelo alle politiche legge e ordine, come già sul tema anti-immigrati, e corteggia gli appetiti fiscali delle imprese. È la postura populista spregiudicata di un premier per tutte le stagioni.

Elly Schlein capitalizza la sconfitta di quelle minoranze interne al PD che si erano schierate per il Sì, a favore obiettivo di Meloni, pur di contrastare la segretaria. Può contare sul sostegno di Bonaccini e Franceschini, e con essi sulla non belligeranza di un apparato interno di partito oggi privo di possibili alternative. Ma resta per molti aspetti prigioniera della costituzione materiale borghese del partito che dirige. Un partito costretto ad affidarsi a Schlein per battere la concorrenza dei Cinque Stelle e tornare alla guida del governo del capitale, ma che non si identifica nella segreteria, e si riserva in prospettiva di rimpiazzarla.

Non a caso nella partita annunciata delle primarie Schlein punta sul “sostegno esterno” della burocrazia CGIL, non potendosi fidare del proprio partito. Mentre una schiera di padri nobili del PD, Prodi in primis, evoca dietro le quinte un candidato premier super partes per la coalizione, che possa non solo evitare primarie di scontro Schlein-Conte (e le sue incognite) ma anche offrire al grande capitale una maggiore garanzia di autorevolezza sul piano nazionale ed europeo.

Non è tutto. Sul lato destro della coalizione sono al lavoro diverse ingegnerie di improbabili soggetti di centro in cerca di autore (Ruffini, Spadafora, Onorato, Manfredi, Sala, Silvia Salis…), con l’obiettivo di riequilibrare l’assetto interno del centrosinistra. Il principale architetto dell’operazione è Matteo Renzi e la sua Italia Viva, che si erano schierati in larga misura per il Sì nel referendum, a vantaggio del governo Meloni, ma che PD, M5S e la stessa AVS hanno da tempo accettato incondizionatamente come socio di coalizione, rimuovendo ogni veto. Non è un caso, e non è solo questione elettorale. Le credenziali antioperaie di Renzi convalidate dall’esperienza di governo (2014-2016) sono un canale utile di relazione con ambienti del grande capitale. E gli ambienti del grande capitale sono centrali per un’alternanza borghese di governo, come nella storia degli ultimi trent’anni.

IL GOVERNO MELONI RESTA IN SELLA. L’IGNAVIA DELLE OPPOSIZIONI LIBERALI. LA DOMANDA DI STABILITÀ DELLA BORGHESIA

Nel frattempo nessun partito di centrosinistra ha chiesto le dimissioni del governo Meloni a seguito della sua sconfitta referendaria. Nessuno. Rimproverano ovviamente a Meloni il ritardo e l’ipocrisia del repulisti interno di figure da tempo impresentabili. Ma la richiesta di dimissioni dell’esecutivo viene rimossa. È clamoroso. Un governo reazionario che da quattro anni governa “nel nome del popolo” con il 44% dei votanti e il 59% dei parlamentari grazie a una legge elettorale truffaldina varata dal PD (il Rosatellum); che “nel nome del popolo” ha varato una legge di riforma costituzionale sottratta ad ogni mediazione parlamentare persino all’interno della propria maggioranza; che ha cercato su questa legge l’investitura del popolo in funzione di un progetto bonapartista di pieni poteri; che è stato clamorosamente sfiduciato dallo stesso “popolo” che ha evocato… viene risparmiato dalla richiesta di dimissioni. Quale la ragione di tanta generosità?

Ragioni diverse. Incide la lotta irrisolta per la guida del centrosinistra. Ma non solo. Incide anche la “responsabilità istituzionale” dei partiti borghesi liberali, in uno scenario internazionale di crisi profonda. Il Presidente di Confindustria è esplicito: «Serve un grande senso di responsabilità da parte di tutti i partiti. Abbiamo troppe cose da fare… bisogna mettersi a a lavorare a testa bassa per il bene delle imprese e dei cittadini..Sarebbe nell’interesse del Paese oggi vedere le forze di maggioranza e di opposizione sedersi insieme per scrivere un patto per lo sviluppo, per mettere a fuoco, in pochi punti, le priorità dell’industria..La stabilità è una delle poche cose che ci vengono riconosciute in Europa. Quindi la stabilità non può essere messa in discussione» (Il Foglio, 26 marzo).

La stessa domanda di stabilità e collaborazione viene dagli ambienti del Quirinale, e persino dai vertici rinnovati della Associazione Nazionale Magistrati («vogliamo ripristinare un clima di dialogo col nostro interlocutore politico», cioè col governo Meloni). Naturalmente oggi non vi sono le condizioni politiche per un patto generale fra opposizioni e governo. Ma le pressioni di Confindustria e dei piani alti dello Stato borghese non sono irrilevanti per quegli stati maggiori del centrosinistra che si candidano a governare in loro nome.

La stessa burocrazia CGIL, subalterna al centrosinistra, non solo evita di affondare il colpo contro Meloni ma giunge ad avanzare una proposta pubblica di reciproco “ascolto”. «Questo governo non ha la maggioranza di consenso nel Paese. E quindi deve avere l’umiltà di smetterla di comandare per mettersi finalmente a governare… Il governo deve accettare di confrontarsi con le parti sociali e con il Parlamento. Perché mediazione sociale e compromesso non sono brutte parole… Soprattutto in un momento in cui siamo di fronte ad una situazione del tutto inedita… col ritorno della guerra, con l’aumento delle disuguaglianze, c’è bisogno di un coinvolgimento delle persone e delle parti sociali». Sono le parole di Maurizio Landini sul quotidiano La Stampa (25 marzo). Il capo della principale organizzazione di massa del movimento operaio non solo non chiede le dimissioni del governo reazionario ma fa leva sulla sua sconfitta per rivendicare il compromesso politico e sociale con Meloni e col padronato. Non importa che si tratti di un pio desiderio, già tante volte frustrato. Importa il significato della profferta in sé, quale misura della subalternità CGIL alla borghesia italiana.

Inutile aggiungere che né Alleanza Verdi-Sinistra né il Rifondazione Comunista hanno qualcosa da dire sulla linea CGIL. È il risvolto fisiologico della loro subalternità al centrosinistra, e delle proprie ambizioni di governo.

In questo quadro, protetto dall’ignavia delle opposizioni, Giorgia Meloni può disporre di un proprio spazio di manovra per sopravvivere alle proprie difficoltà. Può decidere di tentare un rilancio, magari sul terreno di quelle politiche forcaiole contro i migranti che hanno ottenuto il viatico dell’Unione Europea (col voto di settori della socialdemocrazia continentale). Come potrebbe invece valutare conveniente andare un domani a elezioni anticipate, per evitare uno sfarinamento della sua maggioranza. In ogni caso, sarebbe lei a decidere, al riparo da ogni vera opposizione, e da ogni prospettiva di alternativa vera.

UNA VERA OPPOSIZIONE PER UN’ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA. UNITÀ E RADICALITÀ STANNO INSIEME

Una vera opposizione e una vera alternativa sono dunque più che mai indissolubilmente intrecciate.

“Cacciare il governo Meloni” è tanto più oggi una rivendicazione elementare. I manifestanti No Kings della grande manifestazione del 28 marzo a Roma hanno fatto giustamente della parola d’ordine “governo Melonidimissioni” la propria colonna sonora corale. Un sentimento pubblico liberatorio dopo la vittoria referendaria. Se non ora, quando?

Ma la cacciata del governo è inseparabile dal rilancio di una mobilitazione di massa capace di imporla. Il tema è delicato e decisivo.

Se le grandi mobilitazioni di settembre-ottobre 2025 hanno lasciato il segno nel senso comune di ampi settori di massa, e in particolare della gioventù, la loro disattivazione – per volontà soprattutto delle direzioni sindacali – non è stata priva di conseguenze. È vero, il governo ha subito ugualmente una sconfitta politica pesante, ma il suo blocco sociale è ancora in piedi. Oltre la metà dei salariati ha votato Sì al referendum. La maggioranza della popolazione femminile impiegata nel lavoro domestico ha votato Sì. Tre grandi regioni del Nord conservano un’egemonia reazionaria piccolo-medio-borghese sulla maggioranza della popolazione. La riserva reazionaria della provincia profonda resta intatta. L’astensione dal voto nel Meridione ha premiato il No, ma il rapporto di forza tra blocchi sociali rimane in larga misura inalterato, come registrano tutti i sondaggi post-referendum sugli orientamenti di voto.

Solo una mobilitazione straordinaria può smuovere il blocco sociale reazionario, dilatare le sue contraddizioni, precipitarne la crisi. Ma una mobilitazione straordinaria ha bisogno di una bandiera di riferimento, di una piattaforma di rivendicazioni in cui riconoscersi e per cui battersi. Una piattaforma capace non solo di unire nella lotta i diversi attori del blocco sociale alternativo, ma anche di parlare ai salariati che votano a destra, di favorire la loro autonomia e lo sviluppo di una loro coscienza.

La richiesta di un forte aumento generale dei salari e di una scala mobile a protezione dall’inflazione; di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare sanità, istruzione, servizi, un piano di opere sociali e ambientali; dell’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro; di una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga capace di ripartire fra tutti il lavoro che c’è; di una vertenza unificante per le centinaia di aziende in crisi (Stellantis ed Ilva in primis) con la richiesta della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori; di una nazionalizzazione e riconversione dell’industria bellica, senza indennizzo e sotto controllo operaio, come dei grandi monopoli energetici… Sono tutte rivendicazioni che nel loro insieme possono incunearsi nel blocco sociale reazionario e favorire una sua scomposizione.

Al tempo stesso sono richieste che possono e debbono saldarsi con rivendicazioni democratiche già fatte proprie dal senso comune e/o di facile comprensione popolare. Come il rifiuto di ogni guerra imperialista, l’abbattimento delle spese militari, la chiusura delle basi, il ritiro dalle missioni di guerra, la rottura con la NATO e con lo Stato coloniale di Israele, la difesa del diritto di autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dal popolo di Palestina. Ma anche la cancellazione dei privilegi fiscali del Vaticano, la soppressione delle misure liberticide di Meloni-Salvini-Piantedosi-Valditara, una legge elettorale interamente proporzionale a difesa del principio di rappresentanza e dell’uguaglianza di ogni voto…

Nessuno di questi obiettivi – tanto più il loro insieme- è compatibile col centrosinistra liberal-borghese, la cui costituzione materiale regala alla destra e al suo blocco sociale una rendita di posizione resistente, come mostra la storia della seconda Repubblica. Solo le organizzazioni del movimento operaio possono assumersi la responsabilità di promuovere un’opposizione di massa e di classe su una piattaforma generale di svolta. Solo un fronte unico delle sinistre sindacali, associative, politiche, di movimento, può sostenere uno sciopero generale vero mirato a ribaltare i rapporti di forza tra le classi. Ciò che implica la rottura col centrosinistra ed una iniziativa politica indipendente.

L’autonomia dal centrosinistra liberale non è un fine a sé ma il passaggio decisivo per un’opposizione di massa e di classe, in funzione di una prospettiva anticapitalista. Non si tratta di disertare il fronte unico dei movimenti, come ha fatto Potere al Popolo in occasione della grande manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma, a favore di un proprio percorso separato e autocentrato. Al contrario. Si tratta di battersi per il più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento; e di portare dentro ogni occasione di fronte unico, e dentro ogni organizzazione di classe e di massa, la proposta della rottura col centro borghese liberale per la promozione di un’alternativa anticapitalista. Unità e radicalità debbono stare insieme. Non si dà l’una senza l’altra. È la linea che caratterizza, oggi come ieri, il Partito Comunista dei Lavoratori.

Marco Ferrando

Una prima lettura del risultato referendario


 Il risultato referendario, pur nella sua parzialità, è una cartina di tornasole dello scenario italiano. Di valenza politica e sindacale. Su questo esprimiamo una primissima valutazione di carattere generale, che segnala gli aspetti contraddittori del risultato ma soprattutto pone l'esigenza di una svolta generale di linea politica e sindacale del movimento operaio italiano. Lo facciamo con tanta più determinazione avendo partecipato, con una nostra autonoma impostazione, alla campagna referendaria per i cinque "sì".



LE CONTRADDIZIONI DI UN RISULTATO

1) Dodici milioni di voti a sostegno del "sì" sui temi del lavoro non sono in sé un dato irrilevante. Né lo è il 30% di partecipazione complessiva al voto. Tanto più considerando il fatto che il calcolo percentuale è fatto comprendendo tra gli aventi diritto gli italiani all'estero, spesso ignari dell'esistenza stessa del referendum. Una autentica truffa dal punto di vista democratico, taciuta e rimossa paradossalmente dagli stessi promotori del referendum, e non solo. Inoltre l'esclusione dalla partita referendaria, per decisione della Consulta, dell'Autonomia differenziata ha sicuramente ridimensionato l'afflusso al voto, com'era prevedibile, in particolare nel Sud (ma non solo). Così a loro volta i primi dati di domenica sull'affluenza hanno contribuito a ridurre ulteriormente la partecipazione.

2) Il voto raccoglie il grosso dell'elettorato di sinistra e di centrosinistra, senza scalfire la massa abnorme dell'astensione (secondo i sondaggi, il 58% dei lavoratori salariati alle ultime elezioni europee), e senza incidere sul blocco sociale ed elettorale della destra (tra cui un 39% di voto operaio sull'elettorato attivo per Fratelli d'Italia, sempre secondo i sondaggi). Nel complesso, i blocchi elettorali e i relativi rapporti di forza appaiono sostanzialmente intatti. Dopo due anni e mezzo di governo Meloni, la destra tiene la propria base sociale. Ma la pretesa della destra di intestarsi l'astensione come proprio consenso politico è abusivo. La destra tiene ma non è maggioranza nella società italiana. Se ha il 59% dei parlamentari a fronte del 44% dei voti (elezioni politiche del 2022) è grazie ad una legge elettorale varata dal PD, il "Rosatellum". Ciò che nessuno ricorda.

3) La distribuzione geografica e territoriale del voto ricalca l'articolazione interna dei due principali blocchi elettorali. I fenomeni di passivizzazione conoscono un'espressione particolarmente concentrata nel Meridione, nei piccoli centri, nella provincia profonda. Che sono anche, in linea generale, il principale bacino della destra. Mentre le grandi città nel loro complesso rivelano una maggiore sensibilità sociale e democratica. Significa che la città non egemonizza la provincia, e che quest'ultima continua a fare da zavorra.

4) Mentre il voto sui quesiti del lavoro raccoglie al proprio interno oltre un 80% di consenso al "sì" (attorno ai 12 milioni di voti), il 35% per il "no" sul quesito della cittadinanza (quasi 5 milioni di voti) riflette la perdurante influenza di posizioni e pregiudizi reazionari sul tema dell'immigrazione all'interno della stessa base elettorale del centrosinistra. Un fatto eloquente. Un riflesso della presa della destra sul senso comune di ampi settori popolari. Ma anche delle politiche del centrosinistra.


UN BILANCIO DI VERITÀ. L'ESIGENZA CENTRALE DI UNA SVOLTA

Questi primi elementi di osservazione richiamano l'esigenza di un bilancio, e soprattutto di un cambio radicale di prospettiva.

La gestione della campagna referendaria da parte dei suoi promotori è stata un riflesso della loro natura. Il PD liberalprogressista ha dovuto contorcersi per motivare la richiesta di abrogazione di misure come il Jobs act, che aveva votato e varato. Il M5S contiano ha pensato bene di dissociarsi sul quesito relativo alla cittadinanza, avendo coltivato nel tempo politiche anti-immigrazione (la denuncia dei «taxi del mare»). Senza potersi ancorare per loro natura a contenuti di classe, PD e M5S hanno condotto essenzialmente una campagna referendaria “contro la destra”, incapace di incunearsi nel suo blocco sociale.
La burocrazia CGIL, con Maurizio Landini, ha fatto in un certo senso l'opposto: si è richiamato giustamente alla centralità dei contenuti sociali dei quesiti ma dicendo che non erano contro il governo e la destra, con l'idea che spoliticizzare la campagna potesse allargare la sua presa.
Il risultato smentisce il combinato disposto di entrambe le impostazionien; mentre le contraddizioni passate e presenti del campo referendario hanno fornito armi preziose alla speculazione delle destre («il referendum è una lotta interna alla sinistra pagata dagli italiani»). La loro volontà di intestarsi politicamente l'astensione, per quanto abusiva, è stata parte di questa operazione.

Detto questo, il risultato non riflette tanto la gestione della campagna referendaria quanto i processi di più lungo corso. Processi inseparabili dalla linea generale delle direzioni del movimento operaio e sindacale.
La passivizzazione della maggioranza dei salariati, combinata con l'influenza delle destre nelle loro file, è il prodotto di una lunga stagione di subalternità e di compromissione, per responsabilità della sinistra politica sindacale. È il deposito di mezzo secolo. Non puoi pensare di dissolverlo e neppure di scuoterlo con una pura iniziativa di carattere referendario nei fatti concepita come surrogato della mobilitazione.
La stessa storia delle campagne referendarie dimostra che i risultati vincenti sono sempre stati un sottoprodotto, diretto o indiretto, di grandi mobilitazioni. Così fu per il divorzio (1974) e l'aborto (1981), così fu in un contesto diverso per la stessa vittoria referendaria sull'acqua pubblica nel 2011, sullo sfondo di un'ampia mobilitazione contro il governo Berlusconi. I referendum dell'8 e 9 giugno, invece, nonostante il loro carattere progressivo, avevano al piede la zavorra di una prolungata passività dell'azione sindacale, più che decennale, sul terreno della lotta di classe: nessuna piattaforma generale riconoscibile, nessuna unificazione di lotta delle centinaia di vertenze delle aziende in crisi, nessuna unificazione sul terreno delle vertenze contrattuali di categoria, nessuna azione di sciopero vero mirata ad incidere realmente sui rapporti di forza. Il fatto che la destra e/o i fautori del "no" abbiano contrapposto ai referendum il tema del salario («il problema oggi non è il Jobs act ma il fatto che i lavoratori non arrivano a fine mese...») non misura solamente la loro sconfinata ipocrisia, ma anche la mancanza di una battaglia salariale unificante, e di una piattaforma generale che la comprenda.

Tutto ciò ha conseguenze anche sul piano democratico. È vero, la CGIL si è pronunciata contro l'infame decreto sicurezza anche con manifestazioni e presidi. Ma senza legare la sacrosanta battaglia democratica alle ragioni di uno scontro sociale vero, nelle sue ragioni di classe riconoscibili e nelle sue forme d'azione, la stessa battaglia democratica non riesce ad incidere sul senso comune di massa. Il fatto che oggi i sondaggi ci dicano che il decreto sicurezza ha un consenso del 70% (!) nonostante il suo contenuto arcireazionario lo dimostra in modo drammatico.
Così la stessa ricomposizione di un blocco sociale alternativo, che recuperi le grandi masse del Mezzogiorno, è impensabile senza una piattaforma sociale unificante che connetta la classe operaia con la più larga massa della popolazione povera: il fatto che i sindacati abbiano subito senza una reale azione di lotta la cancellazione del reddito di cittadinanza (al di là della rituale critica nei talk show) è corresponsabile della passivizzazione nel Sud.
Lo stesso vale, infine, sul tema cruciale dell'immigrazione: senza un approccio di classe alla questione, che parta dall'organizzazione diretta dei salariati immigrati, e che comprenda i diritti dei migranti dentro una piattaforma di lotta unificante, il richiamo democratico resta più debole della semplificazione reazionaria, anche all'interno della classe lavoratrice («arrivano in massa, ci tolgono il lavoro, ci comprimono i salari...»).


“RIPARTIRE”: IN CHE MODO E PER ANDARE DOVE?

Landini ora dice che occorre ripartire dai milioni di "sì". Ma in che modo, e per andare dove? L'idea di recuperare l'esperienza della cosiddetta “coalizione sociale” di sette anni fa, cioè una rete di rapporti di vertice con diverse associazioni laiche e cattoliche progressiste, può forse servire alla burocrazia CGIL e al suo peso negoziale nel rapporto col centrosinistra, ma non serve al movimento operaio e sindacale. Ciò che serve è l'apertura di una vertenza generale vera, che rompa gli argini della pace sociale, e punti ad unificare realmente sul terreno della lotta i 18 milioni di salariati, e attorno a essi un più vasto blocco sociale alternativo. Senza lavorare a questa svolta generale non si sviluppa la coscienza della classe, non si scuote l'indifferenza, la passività, la demoralizzazione. Tanto meno si disgrega il blocco sociale della destra.

Solo una rivolta sociale vera, non solo declamata, può aprire dal basso una pagina nuova, ed anche strappare risultati parziali. È con questa linea di intervento che il PCL ha partecipato alla campagna dei cinque "sì", fuori da ogni illusione istituzionale. È con questa proposta che daremo battaglia nei sindacati di classe, tra i lavoratori e le lavoratrici, nella giovane generazione proletaria.

Ma battersi per questa svolta significa battersi per un'altra direzione del movimento operaio sul piano sia sindacale che politico. Milioni di lavoratori e lavoratrici sono senza una propria rappresentanza politica autonoma. Il rifiuto di Landini di rompere coi partiti borghesi di centrosinistra e di costruire un autonomo partito del lavoro concorre a questa privazione di rappresentanza. Occorre battersi per svilupparla.

Va costruito un partito indipendente della classe lavoratrice tanto radicale quanto sanno essere i partiti padronali a difesa della loro classe. Un partito che riconduca ogni battaglia immediata alla prospettiva di un'alternativa di società, nella quale a comandare siano i lavoratori e non i capitalisti. Un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, unica vera alternativa.

Il PCL si batte ogni giorno per la costruzione di questo partito, assieme ai marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Referendum CGIL. La nostra linea e proposta

 


Come è noto, la CGIL ha promosso quattro quesiti referendari in materia di lavoro. Rivendicando l'abrogazione del “contratto a tutele crescenti” (cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) introdotto dal governo Renzi col famigerato decreto 23/2015, il cuore del Jobs act; la cancellazione del tetto massimo di risarcimento ai lavoratori delle piccole imprese (previsto dalla legge 604 del 1966); l'abrogazione delle norme che liberalizzano i contratti a termine (articolo 19 del decreto legislativo 81/2015), anch'esse introdotte dal governo Renzi; l'abolizione delle norme che impediscono di estendere la responsabilità degli infortuni sul lavoro all'impresa appaltante, un tema quanto mai tragicamente attuale. Da notare che in quest'ultimo caso si tratta di norme varate a suo tempo dal governo Prodi, sostenuto da Rifondazione Comunista.


I referendum hanno dunque una natura progressiva nel loro contenuto. Il fatto, indubbio, che la burocrazia CGIL li abbia promossi in una logica sostitutiva dell'azione diretta nella lotta di classe non cambia la natura dei referendum; semmai conferma, se ve ne era bisogno, la natura della burocrazia. Certo, se la CGIL non avesse la direzione burocratica che si ritrova, se avesse avuto e avesse una direzione coerentemente classista e anticapitalista, l'intero scenario italiano sindacale e politico avrebbe preso negli anni un'altra piega, e con ogni probabilità non dovremmo ora occuparci di referendum. Ma i marxisti rivoluzionari si battono nella realtà qual è, non in quella che loro vorrebbero. E oggi i referendum sono e saranno, nelle condizioni date, uno dei terreni di scontro reale.

Non si tratta allora, per parte nostra, di contrapporre la lotta di classe ai referendum, ma di utilizzare ogni momento della battaglia referendaria per rivendicare la centralità di una proposta di svolta sul terreno della lotta di classe: per la vertenza generale, per una piattaforma di lotta unificante, per un vero sciopero generale. Mettendo in discussione apertamente la linea della burocrazia sindacale e ponendo l'esigenza di una direzione alternativa. Ciò che purtroppo l'attuale guida della minoranza CGIL (Le Radici del sindacato) non fa e non intende fare.

In questo quadro, compatibilmente coi nostri mezzi, intendiamo impegnarci per un ruolo attivo e riconoscibile nella battaglia referendaria. Partecipando ove possibile ai banchetti della raccolta firme, proponendo iniziative pubbliche a sostegno dei referendum, ponendo il tema di comitati unitari referendari come strutture di fronte unico. Ogni iniziativa può diventare infatti un'occasione di presentazione della proposta di lotta generale, ben al di là dei limiti del referendum. Più le avanguardie svolgeranno un ruolo riconoscibile nella battaglia referendaria, in questa o quella situazione e iniziativa, più potranno guadagnare uno spazio di ascolto e di attenzione per le proprie posizioni alternative.

Lo scontro referendario ha e avrà peraltro non solo una valenza sindacale ma politica.
Il governo a guida postfascista e l'intero fronte padronale si schierano per loro natura contro i referendum CGIL. Il PD, al di là della firma apposta dalla sua attuale segretaria, non può e non vuole appoggiare i referendum come partito, per il semplice fatto di aver promosso a suo tempo proprio il Jobs act. Il M5S di Conte, che ha preservato il Jobs act nella legislatura precedente pur detenendo a lungo la Presidenza del Consiglio, appone ora una firma pro forma giocando a scavalcare il PD per ragioni elettorali. A sinistra del PD, Alleanza Verdi e Sinistra e Rifondazione Comunista sostengono i referendum, ma su una linea totalmente schiacciata sulla burocrazia sindacale, senza avanzare alcuna proposta di svolta sul terreno della mobilitazione. Infine Potere al Popolo, in una logica settaria e autocentrata, ignora il terreno di scontro dei referendum per il solo fatto che sono promossi dalla CGIL, col risultato di lasciare campo libero alla politica della burocrazia.

Come PCL abbiamo dunque una nuova occasione per valorizzare la cifra caratterizzante della nostra politica nella combinazione dei suoi elementi fondanti: unità di classe e alternativa anticapitalista. La massima proiezione unitaria sul terreno del fronte unico di massa, contro ogni isolazionismo minoritario, e al tempo stesso la massima radicalità nell'indicazione dell'unica vera alternativa: la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, fuori e contro ogni illusione riformista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le elezioni in Sardegna e la capitolazione della sinistra


 Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista come ruote di scorta dei poli borghesi

Le elezioni regionali in Sardegna hanno registrato una sconfitta politica di Giorgia Meloni. Sul terreno strettamente elettorale le liste della destra hanno persino ampliato la propria percentuale di voto rispetto al risultato delle elezioni politiche del 25 settembre 2022. Ma l'impopolarità del candidato Paolo Truzzu, in particolare a Cagliari, ha zavorrato la coalizione trascinandola nel burrone.
Giorgia Meloni si era intestata sia il candidato sia la campagna elettorale, con punte di esibizione macchiettistica nella volata finale. La sconfitta di Truzzu è dunque a suo carico. Investe le relazioni interne alla destra e intacca l'immagine pubblica della premier. Meloni cerca naturalmente di minimizzare la valenza del risultato. Salvini ne approfitta per rilanciare la carta del terzo mandato per Zaia e i governatori del Nord, cercando di sopravvivere alla disfatta del proprio progetto di Lega Nazionale (“Per Salvini premier”). Nessun immediato terremoto in vista, beninteso, ma le acque della coalizione si increspano, in attesa del voto in Abruzzo.

La coalizione tra PD, M5S e Alleanza Verdi-Sinistra ha capitalizzato il tonfo di Truzzu. La candidata pentastellata Alessandra Todde ha beneficiato di un voto più largo di quello della sua coalizione, non senza l'apporto del voto disgiunto targato Lega e Partito Sardo D'Azione.
Il successo politico è stato in ogni caso superiore al successo elettorale. Non ha risolto né poteva risolvere le contraddizioni che attraversano il centrosinistra su scala nazionale, a partire dalla lotta tra PD e M5S per l'egemonia. Ma ha rafforzato Schlein all'interno del PD, disarmando per il momento i malumori interni sul terzo mandato, ed ha legittimato ruolo e ambizioni di Conte.
L'apertura di Calenda al centrosinistra dopo il fallimento dell'operazione Soru è un ulteriore portato del risultato sardo. L'alleanza borghese di liberalprogressisti, liberalconfindustrali e pentastellati rafforza in prospettiva la propria candidatura all'alternanza, in una logica bipolare. È, in prospettiva, un possibile governo di ricambio del capitalismo italiano, in un quadro NATO ed europeista. Il sostegno di PD e M5S alla missione navale nel Mar Rosso, in appoggio allo Stato sionista, riassume la loro natura.

Ciò che invece le elezioni sarde confermano impietosamente è l'assenza di una sinistra autonoma e alternativa ai poli borghesi.
Sinistra Italiana, in compagnia dei Verdi, rafforza il proprio ruolo di ancella subalterna del polo borghese liberale. L'unica vera preoccupazione di Fratoianni era di essere svuotato elettoralmente dall'effetto Schlein e di essere dunque scaricato dalla prossima coalizione di governo. Il 4% e rotti lo ha rassicurato su entrambi i fronti, come il fatto che Calenda non ponga problemi circa la presenza di Alleanza Verdi-Sinistra (AVS) in coalizione. La larga intesa in Abruzzo da AVS a Calenda, e persino a Italia Viva di Renzi, è in questo senso per Fratoianni un successo strategico.

Quanto a Rifondazione Comunista si è coalizzata con... Azione e +Europa di Emma Bonino attorno alla candidatura del padrone di Tiscali Renato Soru. Per noi nessuna meraviglia. Rifondazione Comunista è stata nella giunta di Renato Soru dal 2004 al 2009. Il suo segretario regionale ha rivendicato pubblicamente non a caso l'esperienza di governo con Soru per tutta la campagna elettorale, ringraziando Soru per il riconoscimento di Rifondazione. Il fatto che Soru, in perfetta coerenza con la propria natura padronale, abbia fatto una campagna elettorale denunciando il reddito di cittadinanza come assistenziale, col plauso naturale di Calenda e Bonino, non ha turbato Rifondazione. L'importante per Rifondazione era il proprio riconoscimento da parte di Soru. Penoso.
Non meno penosa l'assenza di una sola parola sul sito nazionale del PRC circa le elezioni in Sardegna. Delle due l'una. O la scelta di Soru era condivisa (o comunque coperta) dalla Segreteria nazionale, e allora era corretto rivendicarla e intestarsela, oppure non lo era, e allora occorreva dissociarsi. Il silenzio è l'opportunismo peggiore, che i militanti del PRC non si meritano.

La battaglia per un partito indipendente della classe lavoratrice sulla base di un programma anticapitalista è l'unica vera risposta alla capitolazione della sinistra politica. Il PCL è oggi l'unico partito che si batte controcorrente, con coerenza, per questa prospettiva. Costruiamolo insieme.

Partito Comunista dei Lavoratori

Basta pace sociale, è ora di un vero sciopero generale!

 


Basta regalare la pace sociale a Meloni. È l'ora di una lotta vera. È l'ora di uno sciopero generale vero


Per un anno intero Giorgia Meloni ha macinato politiche contro il lavoro. Eppure, ha goduto di una pace sociale senza pari in Europa. Francia, Gran Bretagna, Germania, ora anche gli Stati Uniti, sono stati attraversati da mobilitazioni di massa dei salariati. Il governo italiano a guida postfascista, e il padronato di casa nostra, sono stati invece risparmiati. Nonostante la massima precipitazione dei salari italiani, l’ulteriore ampliamento della precarietà del lavoro, la cancellazione del reddito di cittadinanza, la liberalizzazione criminogena degli appalti, il rifiuto di ogni forma di salario minimo, etc. La verità è che la burocrazia sindacale, con la sua straordinaria passività, ha contribuito alla stabilizzazione del governo. A Meloni si è addirittura offerta la passerella del congresso nazionale della CGIL in funzione della “correttezza delle relazioni”. Incredibile.

La nuova legge di stabilità che Meloni annuncia è una truffa per i salariati. Il taglio del cuneo fiscale (purtroppo esaltato per anni dalla burocrazia sindacale) è messo a carico dei lavoratori attraverso il ricorso al debito senza che i padroni debbano scucire un euro. In cambio si offre ai padroni un “concordato preventivo biennale”: se i loro profitti salgono le tasse per loro resteranno le stesse. E questo proprio mentre salgono ovunque i profitti che spingono a loro volta l’aumento dei prezzi falcidiando i salari... Infine si annunciano per i prossimi anni altri 20 miliardi di privatizzazioni!

È allora necessaria una svolta di fondo. Non basta la manifestazione del 7 ottobre e neppure un eventuale “sciopero generale” pro forma e una tantum, che, come in passato, servirebbe solo a testimoniare la presenza senza incidere realmente sui rapporti di forza e senza ottenere lo straccio di un risultato. È l’ora finalmente di una lotta vera. Di una piattaforma generale di lotta che milioni di lavoratrici e di lavoratori possano sentire come propria. Di una mobilitazione prolungata che punti a vincere.

Per un aumento salariale di almeno 300 euro netti per tutte le lavoratrici e i lavoratori
Per il ritorno della scala mobile dei salari
Per un salario minimo intercategoriale di 12 euro l’ora (1500 euro mensili).
Per un salario dignitoso ai disoccupati di almeno 1200 euro
Per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro varate dai governi di ogni colore negli ultimi vent’anni
Per il controllo operaio sulle condizioni del lavoro, a partire dalla sicurezza
Per una riduzione generale dell’orario di lavoro a 30/32 ore a parità di paga
Per una patrimoniale straordinaria di almeno 10% sul 10% più ricco, al fine di raddoppiare l’investimento nella sanità, nell’istruzione, nel risanamento ambientale del territorio, nelle energie rinnovabili
Per l’abbattimento delle spese militari e la cancellazione del debito pubblico verso le banche (ormai 100 miliardi di soli interessi ogni anno!)


È necessaria una assemblea nazionale di delegati eletti che possa definire una piattaforma di svolta e decidere un serio piano di lotta a suo sostegno. È necessario accompagnare la mobilitazione con una svolta radicale delle forme di lotta
, attraverso l’occupazione di tutte le aziende che licenziano (come hanno fatto in GKN) e la richiesta della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Tutti i sindacati di classe dovrebbero unire le proprie forze nell’azione comune.

Il principio è semplice: occorre unire 18 milioni di salariati contro il fronte padronale e governativo; occorre contrapporre alla radicalità dei padroni una radicalità uguale e contraria dei lavoratori. È l’unica via per strappare risultati.

Una mobilitazione radicale ha bisogno di una prospettiva politica generale. Il sistema capitalistico è fallito. Ovunque compressione dei diritti sociali. Ovunque saccheggio dell’ambiente naturale. Ovunque sviluppo delle spese militari. Vecchi e nuovi imperialismi si contendono la spartizione del mondo. La barbara guerra d’invasione dell’imperialismo russo in Ucraina si combina coi piani di allargamento degli imperialismi NATO e lo sviluppo di tutti i bilanci militari: non solo in Russia e Cina ma anche negli USA, in Europa, in Giappone. Mentre si propagano vecchie e nuove ondate xenofobe contro chi fugge dalla fame e dalle guerre.


Non c’è futuro per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, non c’è futuro per la salvezza ecologica del pianeta, non c’è futuro per la pace senza mettere in discussione il capitalismo e l’imperialismo. Senza una prospettiva di rivoluzione che in ogni paese e su scala mondiale punti a riorganizzare alla radice la società umana, liberandola dalla dittatura del profitto. Questa verità profonda è confermata, giorno dopo giorno, dall’esperienza dei fatti.

Occorre elevare la coscienza della classe lavoratrice all’altezza di questa verità. Per questo è necessario un partito che sviluppi contro corrente tale consapevolezza.

La classe operaia italiana è priva di un proprio partito. Nessuna sinistra italiana si pone il compito di costruirlo. Il fronte liberalprogressista (PD, M5S, Calenda), che ha governato a lungo contro il lavoro, si offre come carta di ricambio della borghesia italiana. Sinistra Italiana e Verdi si aggregano alla carovana del centrosinistra liberale. Ciò che resta di Rifondazione Comunista si subordina ciclicamente a personaggi in cerca d’autore, prima Ingroia, poi De Magistris, ora Santoro, rimuovendo la centralità della rappresentanza autonoma del lavoro.

Il PCL si batte per un partito indipendente della classe lavoratrice, basato su un programma anticapitalista, per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori. E vuole unire nella stessa organizzazione tutte e tutti coloro che condividono questo programma. Sul piano nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

La questione del salario minimo

 


Come i partiti borghesi si contendono il consenso dei salariati in assenza di un'opposizione di classe e di massa

15 Agosto 2023

La questione sociale è al centro dell'agenda politica. Ma l'assenza di una iniziativa di massa, per responsabilità preminente della burocrazia CGIL, consente ai partiti borghesi, e persino al governo Meloni, di farne uno strumento di manovra sul terreno di pure campagne di opinione. Il tema del salario minimo è esemplare

Le opposizioni borghesi liberalprogressiste hanno promosso, com'è noto, la campagna per un salario minimo a 9 euro. Il loro scopo è evidente: cercano di far dimenticare le proprie politiche antioperaie nei lunghi anni delle proprie partecipazioni di governo e di recuperare consenso nel lavoro dipendente. È il senso del nuovo corso politico di Elly Schlein e della nuova stagione del M5S, in concorrenza spietata col PD, sotto la gestione di Conte.

La proposta di merito sul salario è minimale. I 9 euro sono al di sotto del salario minimo vigente in altri paesi imperialisti, non sono indicizzati al costo della vita, prevedono sussidi pubblici (a carico dei salariati) per i padroni che accampano difficoltà nel rispettare la soglia. Sono le ragioni per cui persino Calenda, già uomo di Monti, si intesta in prima persona l'iniziativa.
Una parte della stampa borghese plaude apertamente alla proposta nel nome del principio di mercato: i 9 euro garantirebbero i capitalisti “onesti” dalla concorrenza spuria di padroni pirata. Un'altra parte arriccia il naso, ma riconosce la nobiltà dell'intento. Il capitalismo liberalprogressista vuole mostrarsi attento alle ragioni della povertà, anche perché è preoccupato dal rischio di un'esplosione sociale. D'altro canto l'assenza di una iniziativa di massa del movimento operaio attorno a una propria piattaforma di lotta consente ai buoni sentimenti liberali uno spazio di recita senza pagare dazio. Lo spazio delle opposizioni borghesi è quello che regala loro Maurizio Landini. Il suo rifiuto per anni (oggi fortunatamente rivisto) della richiesta elementare del salario minimo nel nome della difesa della contrattazione ha lasciato la proposta ai liberali. La sua attuale accettazione da parte della CGIL avviene a rimorchio dei liberali. Una prova per paradosso di subalternità, persino nel momento di un passo avanti.

Il governo Meloni, dal canto suo, guardando i sondaggi non intende lasciare a PD e M5S la rappresentanza delle ragioni sociali. Dopo aver distrutto il reddito di cittadinanza per onorare le cambiali presso il proprio blocco padronale di riferimento (ristorazione, alberghiero, turismo), in funzione della compressione dei salari, Meloni vuole riequilibrare la propria immagine pubblica sul versante sociale. Prima con la tassa sugli extraprofitti bancari, ora con l'apertura alle opposizioni sul salario minimo. Da qui l'incontro con le opposizioni sul tema, e l'annuncio di una proposta a settembre, col coinvolgimento del CNEL di Brunetta.

Nel merito l'operazione è falsa. La memoria già depositata da CNEL in Parlamento a luglio vede la soluzione del lavoro povero nel rilancio della contrattazione decentrata, l'intervento sul welfare aziendale, la detassazione degli aumenti contrattuali, la decontribuzione per le imprese che adottano forme di partecipazione dei lavoratori agli utili (Il Sole 24 Ore, 13 agosto). Tutti classici ricorsi padronali per dividere i lavoratori, per di più a loro spese.

Ma il senso politico dell'operazione va ben al di là del merito.
In primo luogo vuole esibire un volto dialogante del governo agli occhi di quei settori dell'establishment, in passato riferimento del centrosinistra, che ora hanno fatto un'apertura di credito a Meloni nel nome del superiore interesse nazionale (il gruppo Cairo e la cordata del Corriere della Sera, su cui non a caso Meloni ha scelto di motivare la propria apertura alle opposizioni con una lettera aperta).
In secondo luogo l'operazione mira a incunearsi nelle contraddizioni interne, reali o virtuali, delle opposizioni borghesi. Il CNEL è una sede istituzionale che formalmente coinvolge le parti sociali. La linea Brunetta si sposa guarda caso con le posizioni della CISL e di Italia Viva di Renzi, che hanno depositato proposte di legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili. Consolidare la sponda della CISL mira a creare problemi nel PD e a complicare lo spazio di smarcamento di CGIL e UIL.
In terzo luogo l'operazione ha una valenza propagandistica generale: mira a utilizzare la parzialità della proposta del salario minimo per contrapporre ad essa la questione generale del lavoro povero, cioè l'interesse più generale dei salariati. Del tipo: “i salari poveri non sono solo quelli sotto i nove euro, che sono minoranza, ma i salari medi dei lavoratori italiani: il governo vuole occuparsi di loro, a differenza delle opposizioni”. La volontà di confermare il taglio del cuneo fiscale nella prossima legge di bilancio copre questa manovra propagandista.

Naturalmente è facile denunciare l'ipocrisia di un governo che parla di salari poveri quando ha concorso a schiacciarli verso il basso sopprimendo il diritto alla sopravvivenza precaria per i senza lavoro, non ha messo un euro sul rinnovo dei contratti pubblici, ha mantenuto le accise sulla benzina dopo aver proclamato ai quattro aventi che l'avrebbe cancellata, dà sponda ai contratti pirata di UGL che sotto la direzione di Claudio Duringon, attuale sottosegretario al lavoro, è diventato braccio armato della Lega. Per non parlare dell'estensione del precariato e del rilancio dei voucher col decreto del primo maggio. Quanto al taglio del cuneo fiscale, è messo a carico dei salariati senza che i padroni e i loro profitti paghino un euro. Si potrebbe continuare a lungo. Ma il punto non sono le obiezioni necessarie e possibili. Il punto è la natura insidiosa dell'operazione del governo dal punto di vista propagandistico, in un quadro di assenza dell'opposizione di classe e di massa.

Rilanciare l'opposizione sociale di classe e di massa è allora la prima necessità. Il salario minimo per legge è una rivendicazione sacrosanta, che andrebbe semmai declinata nella richiesta di 12 euro l'ora (1500 euro mensili) e indicizzata all'inflazione.
Ma il punto centrale è ricondurla a una piattaforma generale di riferimento che parli all'insieme dei lavoratori salariati e sia in grado di mobilitarli. Non si tratta di giocare al “più uno” col PD e M5S in fatto di salario minimo (10 euro anziché 9), come ha fatto e fa Unione Popolare. Si tratta di unire le ragioni degli sfruttati attorno a una vertenza complessiva che li contrapponga al padronato e al governo. La rivendicazione di forti aumenti salariali di almeno 300 euro netti, e di una scala mobile dei salari, è il perno di una piattaforma generale di svolta. Assieme alla cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro (a proposito di lavoro povero), alla riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore, a una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare la ricostruzione della sanità pubblica e il riassetto idrogeologico del territorio.

I partiti borghesi si disputano il consenso passivo dei lavoratori parlando della loro povertà. È ora che i lavoratori e le lavoratrici intraprendano un percorso di lotta attorno a una propria piattaforma, in piena autonomia dai partiti borghesi. È il fronte della battaglia di autunno.

Partito Comunista dei Lavoratori