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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

Mirafiori, Torino e la posta in gioco

 


Oltre la difesa, la rottura e il controllo operaio

L’11 febbraio 2026 davanti ai cancelli di Mirafiori è iniziato un presidio di tre giorni promosso dalla FIOM-CGIL, con il tentativo di coinvolgere i lavoratori dello stabilimento torinese di Stellantis, tra i più colpiti dalla crisi. Noi, come Partito Comunista dei Lavoratori, eravamo presenti per distribuire “Lotte operaie” il nostro bollettino di intervento nelle fabbriche, e per rimarcare la nostra distanza dalle burocrazie sindacali. La mobilitazione precede e si collega direttamente alla manifestazione del 14 febbraio, “Innamorati di Torino”, organizzata dalle principali sigle metalmeccaniche. Il contesto, tuttavia, va oltre la pur significativa protesta: è il sintomo di una crisi profonda dell’automotive e, più in generale, della deindustrializzazione torinese.

Il presidio iniziato l’11 febbraio davanti ai cancelli di Mirafiori non è un rito consolatorio, ma la cartina di tornasole della crisi di un modello: quello di un capitalismo automobilistico che ha esaurito la sua promessa di progresso e integrazione sociale. I numeri parlano chiaro: nel 2025 la produzione Stellantis in Italia è scesa a 250.000 veicoli, minimo storico dal 1954, mentre a Mirafiori la soglia di sopravvivenza (200.000 unità all’anno) resta un miraggio, con stime attorno a 80.000 vetture per l’anno in corso. Sono dati che non descrivono una “congiuntura”, ma una strategia di disinvestimento e delocalizzazione funzionale ai rendimenti degli azionisti, non ai bisogni dei lavoratori. Le parole pronunciate al presidio dal segretario generale della FIOM De Palma — «la fabbrica non è di Elkann, ma degli operai e degli italiani» — almeno in apparenza sembrano essere un enunciato politico che rimette al centro chi produce il valore e chi oggi ne decide il destino da lontano. In realtà mascherano le solite “parole forti” di rito al di là delle quali vi è un sindacato che fa della concertazione la sua unica arma di contesa, senza una reale prospettiva di lotta di lunga durata.

La manifestazione del 14 febbraio, preparata da tre giorni di presidio, segna l’unità delle principali sigle metalmeccaniche e l’ambizione di trasformare una vertenza “di stabilimento” in un tema cittadino. È un passaggio importante, perché Torino resta la capitale dell’indotto auto e della meccanica, con una filiera che vale un terzo della componentistica nazionale: quando si fermano i flussi a Mirafiori, il contraccolpo investe officine, subfornitori, logistica, competenze e scuole tecniche. Ma proprio perché la posta in gioco è cittadina e nazionale, la risposta non può limitarsi a una invocazione di “più investimenti” da parte dell’azienda e di “più attenzione” da parte delle istituzioni. È già successo e non ha funzionato. Serve cambiare il terreno della contesa.

L’errore sta nell’orizzonte difensivo. Quando l’unità sindacale si traduce in piattaforme che chiedono nuovi modelli e incentivi, ma non mettono in discussione proprietà, comando e profitti, il risultato è la gestione ordinata del declino. La 500 ibrida assegnata a Mirafiori è stata il frutto di mobilitazioni reali, ma già oggi appare insufficiente: senza volumi adeguati, ogni “riconversione” resta un ponte verso il vuoto. Se l’obiettivo minimo per la tenuta dello stabilimento è 200.000 vetture all’anno, restare a quota 80.000 significa precarietà permanente per operai e indotto. Continuare a chiedere nuovi modelli senza mettere le mani sul potere decisionale è un loop che consuma energie e tempo, mentre i cicli finanziari continuano a dettare legge.

Ciò che accade a Torino non è un’eccezione: è la forma italiana di un fenomeno globale, dove multinazionali come Stellantis agiscono su base transnazionale, ottimizzando costi e fiscalità, e dove i governi competono con sussidi e deregolazione per strappare una tranche di investimenti. In questo schema, lo Stato viene chiamato a fare l’arbitro e il finanziatore, ma non il protagonista. L’idea che la “buona politica industriale” possa bastare da sola è un’illusione, se non si tocca la leva proprietaria. A maggior ragione in un territorio in cui, nel giro di pochi anni, si sono sommate operazioni su asset strategici (da Iveco all’incertezza su Marelli), confermando che il criterio guida non è il lavoro, ma la redditività finanziaria. È questo il cuore del problema che i presidi e i cortei, se restano nel perimetro della concertazione, non possono risolvere. Quello che abbiamo di fronte è dunque un sindacato concertativo in difficoltà: l’unità sindacale, spesso celebrata come un valore, rischia di tradursi in un compromesso al ribasso. Come mostrano anche le richieste dei sindacati sull’Iveco e sulla componentistica, rimane forte un approccio interclassista, che vede nelle istituzioni e negli industriali interlocutori da convincere, non forze con cui contrapporsi sul piano dei rapporti di forza reali.

Per noi del Partito Comunista dei Lavoratori la strada è un’altra: nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che ridimensionano e delocalizzano e controllo operaio sui processi produttivi. Non un ritorno allo statalismo degli apparati, ma una pianificazione democratica a partire dai lavoratori che risponda a criteri sociali (occupazione, sicurezza, transizione ecologica reale) e non ai profitti per gli azionisti. Questo significa cominciare dove siamo: comitati eletti in reparto, coordinamenti tra siti, scioperi prolungati e blocchi mirati delle fasi logistiche, perché è lì che il capitale è più vulnerabile. Senza discontinuità conflittuale, ogni tavolo si limita a gestire esuberi, cassa integrazione e incentivi all’esodo. È storia recente.

C’è poi una questione di democrazia sindacale. La composizione della forza lavoro è cambiata: somministrati, appalti, subfornitura, linee spezzate tra stabilimenti e Paesi. Una lotta efficace non può essere delegata interamente alle burocrazie confederali; ha bisogno di strutture autonome e intersettoriali capaci di unire metalmeccanici, logistica, servizi in appalto e giovani precari. Mirafiori può essere il laboratorio di questa ricomposizione, ma solo se la mobilitazione smette di essere episodica e diventa processo: dal presidio alla costruzione di un fronte permanente di lotta su salario, orari, ritmi, sicurezza e controllo delle scelte industriali.

Vi è poi la transizione ecologica, che non può essere consegnata ai board aziendali. Elettrico, ibrido, piattaforme software, batterie: senza indirizzo pubblico e controllo dal basso, diventano alibi tecnologici per comprimere organici e delocalizzare in nome della competitività. La transizione, per essere sociale, deve essere pianificata, finanziata tagliando rendite e extraprofitti, e orientata a produzioni utili: dal trasporto collettivo alla riconversione ecologica della componentistica. Non è neutralità tecnologica: è scelta politica su cosa produrre e per chi. Mirafiori potrebbe essere un polo pubblico dell’e-mobility e della meccanica verde, ma questo comporta rompere la gabbia degli incentivi a pioggia e del “dialogo responsabile” che ha accompagnato il declino fino a qui.

Infine, c’è un nodo che non può essere ignorato: la crisi e la deindustrializzazione non riguardano solo lo stabilimento di Mirafiori, ma tutti gli stabilimenti Stellantis in Italia e l’intera filiera dell’indotto automotive. La politica portata avanti dalla FIOM e dal suo segretario De Palma di condurre vertenze e lotte stabilimento per stabilimento conduce in un vicolo cieco. Nel dibattito sulle rivendicazioni stabilimento per stabilimento dentro Stellantis, è utile ricordare come questa impostazione non sia nuova. Già nel 2010, di fronte al “patto per la fabbrica” imposto da Marchionne, Landini scelse di non firmare e di puntare sulla mobilitazione e sul referendum in ogni singolo sito produttivo. Una scelta che, pur animata dalla volontà di resistere, finì per rinchiudere la lotta dentro i confini di Mirafiori, Pomigliano e degli altri stabilimenti, lasciando all’azienda la possibilità di giocare una partita a scacchi su più tavoli, dividendo i lavoratori e isolando le resistenze.

Quell’esperienza dovrebbe essere una lezione chiara: quando il conflitto viene frammentato, il padrone vince. Marchionne lo capì perfettamente. La FIOM, pur opponendosi, accettò di fatto il terreno di scontro imposto dall’azienda, un terreno locale, spezzettato, dove ogni fabbrica era costretta a difendersi da sola. Il risultato fu che la forza potenziale di un’intera categoria venne dispersa in mille rivoli.

La frammentazione delle vertenze non è una scelta neutra: spezza la forza collettiva, isola i lavoratori e concede all’azienda un vantaggio strategico enorme. Oggi, con Stellantis che opera su scala globale e che usa la concorrenza interna tra stabilimenti come leva per comprimere salari e diritti, riproporre la stessa logica significa ripetere l’errore. Le rivendicazioni separate, per quanto combattive, non possono reggere l’urto di un gruppo multinazionale che decide investimenti, produzioni e chiusure guardando all’intero continente.

Come Partito comunista dei lavoratori sosteniamo la necessità di una vertenza nazionale unitaria, capace di collegare le lotte di Mirafiori, Pomigliano, Melfi, Cassino e di ogni altro sito produttivo. Solo un fronte comune può rompere la logica della competizione tra stabilimenti, che è esattamente ciò su cui Stellantis punta per comprimere salari, diritti e condizioni di lavoro. Un’unica battaglia nazionale permetterebbe di trasformare la rabbia dispersa in una forza organizzata, di rimettere al centro la solidarietà operaia e di imporre all’azienda un terreno di confronto che non sia quello, debole e frammentato, delle singole fabbriche.

La storia del movimento operaio insegna che quando i lavoratori si muovono insieme, nessun padrone è troppo grande. È questo il nodo politico: ricostruire un’unità reale dal basso, superare la logica difensiva delle vertenze locali e tornare a parlare il linguaggio della forza collettiva. Solo così la classe lavoratrice può tornare a incidere davvero sui rapporti di potere dentro e fuori le fabbriche.

La verità è dunque semplice: o la classe lavoratrice torna a incidere sulla proprietà e sul comando, o la storia la scriveranno i consigli d’amministrazione. Il presidio dell’11 febbraio e la piazza del 14 possono diventare tappe di un percorso se diventano l’inizio di una strategia offensiva: organizzazione autonoma, continuità della lotta, obiettivi chiari (nazionalizzazione, controllo operaio, gestione dal basso, vertenza nazionale che coinvolga l’intero settore automotive). In caso contrario, Torino continuerà a celebrare il suo passato industriale mentre negozia, pezzo dopo pezzo, il proprio futuro postindustriale. Mirafiori non chiede un altro modello: chiede un altro potere, quello operaio!