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FaSTLAne 2030: il piano di Filosa e la nuova fase del capitalismo automobilistico tra ristrutturazione, sfruttamento e resistenza operaia

 


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Il 21 maggio 2026 Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ha presentato il nuovo piano industriale del gruppo, significativamente intitolato FaSTLAne 2030. Dietro la retorica trionfalistica della crescita e dell’innovazione, si dispiega in realtà un nuovo capitolo della crisi capitalistica dell’automobile: una crisi strutturale, inscritta nelle leggi stesse dell’accumulazione individuate da Marx e da lui espresse già nel primo libro del Capitale.
Sessanta miliardi di investimenti, sessanta nuovi modelli, espansione dei ricavi e taglio dei costi: questi i numeri agitati davanti agli investitori come prova della vitalità del gruppo.
È sul terreno del capitalismo e dell’accumulo più selvaggio che va letto l’intero impianto del piano Filosa, in piena continuità con le politiche degli Agnelli e degli Elkann.

IL CONTENUTO DEL PIANO: ADATTAMENTO DEL CAPITALE ALLA CRISI

FaSTLAne 2030 segna un punto di svolta rispetto alla precedente fase ideologica dell’elettrificazione totale. Il gruppo adotta ora una strategia “multi‑energia”, che combina elettrico, ibrido e motori termici.
Questa scelta non è altro che la conferma di una verità elementare: il padronato non ha alcun interesse verso l’ambiente, ma si adatta alle condizioni di mercato per garantire la redditività, senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
La distribuzione degli investimenti (con una netta prevalenza verso il Nord America) consacra la gerarchia imperialista dei mercati. L’Europa, e in essa l’Italia, scivola a ruolo subordinato. Qui si manifesta la legge dello sviluppo diseguale e combinato, teorizzato da Trotsky pochi anni prima della grande crisi del 1929: territori interi vengono compressi per sostenere i poli di accumulazione più remunerativi.
Parallelamente, il gruppo prevede tagli strutturali ai costi per miliardi di euro e una riduzione significativa della capacità produttiva degli stabilimenti, con conseguenti esuberi e tagli della manodopera. In linguaggio borghese si parla di “efficientamento”; nella realtà si tratta di un’intensificazione dello sfruttamento.

EUROPA E ITALIA: LA STABILITÀ APPARENTE, LA RISTRUTTURAZIONE REALE

Filosa promette continuità: nessuna chiusura, nessun arretramento formale del perimetro industriale. Nella sostanza però, il piano dispiega una riorganizzazione profonda che richiama con forza l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Per Lenin, infatti, il passaggio al capitalismo monopolistico non si limita alla concentrazione produttiva, ma comporta una pianificazione privata su scala internazionale, in cui pochi grandi gruppi ridistribuiscono continuamente investimenti, produzione e lavoro in funzione del profitto globale.
Lo riscontriamo nel piano Stellantis, non con una distruzione frontale degli stabilimenti europei, con ma una loro progressiva subordinazione e ridimensionamento all’interno di una divisione internazionale del lavoro dominata dai centri di profitto più elevato. L’Europa non viene abbandonata: viene riorganizzata come spazio produttivo a redditività compressa, dove la forza-lavoro deve adattarsi a volumi variabili, cicli produttivi incerti, continui aggiustamenti.
Sempre nell’Imperialismo, Lenin diceva che i monopoli non eliminano la concorrenza, ma la organizzano su un piano superiore, trasformandola in competizione tra grandi blocchi e tra territori. Così gli stabilimenti italiani, francesi, tedeschi non sono più unità produttive autonome, ma nodi di una rete globale che li mette in concorrenza permanente tra loro. La promessa di “non chiudere”, che vediamo da anni come strumento per rabbonire i lavoratori diventa, nell’ottica padronale, uno strumento di disciplinamento: ogni sito sopravvive solo se dimostra di poter garantire livelli di produttività e riduzione dei costi superiori agli altri. Il caso della chiusura di Termini Imerese e della trasformazione radicale di Melfi e Pomigliano d’Arco ci insegna molto.
Si realizza così una forma moderna di ciò che Lenin chiamava “spartizione del mondo” tra capitali: non più colonie in senso classico, ma aree produttive differenziate, gerarchicamente ordinate, dove il capitale decide quali territori sviluppare e quali comprimere. L’Italia rientra pienamente in questa logica: mantenuta all’interno della catena produttiva, ma progressivamente marginalizzata rispetto ai poli più redditizi.
In questa prospettiva, la stabilità proclamata dal management si rivela per ciò che è: una stabilità puramente giuridica, formale, dietro cui si nasconde una instabilità materiale crescente per la classe operaia. Le fabbriche non chiudono, ma lavorano a singhiozzo; i posti non spariscono immediatamente, ma diventano precari, intermittenti, sempre più ricattabili sotto la minaccia delle delocalizzazioni.
È qui che l’intuizione di Lenin conserva tutta la sua attualità: il capitalismo monopolistico non distrugge soltanto, ma riorganizza continuamente lo sfruttamento, spostando i suoi pesi e le sue contraddizioni lungo la catena globale. E in questa riorganizzazione, i lavoratori europei, e italiani in particolare, sono chiamati a pagare il prezzo di una competizione che non controllano, ma che subiscono quotidianamente sulla propria pelle.

GLI STABILIMENTI ITALIANI: TRA ILLUSIONI DI RILANCIO E REALTÀ DELLA SUBORDINAZIONE

Nel racconto ufficiale, l’Italia continua a occupare una posizione centrale. Ma osservando da vicino lo sviluppo concreto del piano, emerge un quadro ben diverso: una geografia industriale segnata da incertezza, frammentazione produttiva e precarietà sociale.
A Pomigliano, cuore storico della produzione popolare, viene agitata la promessa di una nuova vettura elettrica a basso costo, presentata come ritorno all’auto “per il popolo”.
Tuttavia questa prospettiva è rinviata al 2028 (forse…), sospesa a condizioni di mercato ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la forza-lavoro continua a vivere nella precarietà delle linee produttive ridotte e nella minaccia permanente della cassa integrazione.
A Mirafiori, simbolo della grande storia operaia italiana e delle lotte degli anni ’70, la realtà è ancor più contraddittoria. Il sito sopravvive grazie alla produzione della 500 e a varianti ibride che ne allungano artificialmente il ciclo di vita.
Dietro però questa continuità si cela una lenta asfissia: nessun nuovo modello, volumi incerti, una fabbrica che resta aperta ma senza una prospettiva industriale organica. È la trasformazione di un grande stabilimento in un presidio produttivo residuale.
Melfi viene presentato come polo avanzato, laboratorio della piattaforma multi‑brand.
Qui si concentra la logica più “moderna” del capitale: standardizzazione estrema, piattaforme comuni, differenziazione puramente commerciale. Il lavoro viene frammentato, reso intercambiabile, sottoposto a ritmi sempre più intensi.
Cassino rappresenta invece il volto più brutale della crisi: l’incertezza elevata a metodo. La produzione legata a Maserati viene rinviata, sospesa, rimessa a futuri piani.
Nel presente, domina la discontinuità, con operai sospesi tra lavoro e inattività, mentre il territorio paga il prezzo della dipendenza da un unico grande datore di lavoro.
A Termoli e Atessa, il capitale mantiene una presenza, ma in forma subordinata: motori ibridi, veicoli commerciali, segmenti meno esposti alla competizione diretta internazionale.
È una continuità che non garantisce alcuna sicurezza, ma lega questi stabilimenti alle oscillazioni del mercato globale.
In questo quadro, la classe operaia italiana si trova schiacciata tra promesse di rilancio e realtà quotidiana di precarietà, riduzione dei turni, incertezza salariale. È la materializzazione concreta di ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”: una massa di lavoratori sempre disponibile, sempre ricattabile.

LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di fronte a questo piano il Partito Comunista dei Lavoratori non si limita a una critica tecnica o riformista. Esso individua nel progetto Filosa la conferma della natura irriformabile del capitalismo.
Per il PCL, il piano non è un “rilancio industriale”, ma un’operazione di ristrutturazione del capitale che scarica i costi della crisi sui lavoratori. La promessa di non chiudere stabilimenti viene letta come una mistificazione: la vera questione non è la chiusura formale, ma il controllo dei volumi produttivi, dell’occupazione, dei ritmi di lavoro.
In una lettura coerentemente marxista, il partito sottolinea come il nodo centrale sia la proprietà dei mezzi di produzione. Finché le grandi aziende restano in mano al capitale finanziario internazionale, ogni piano industriale sarà subordinato alla logica del profitto.
Da qui nascono le rivendicazioni di nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio, come risposta alla crisi industriale; di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione e di unità internazionale della classe lavoratrice, contro la concorrenza tra siti produttivi.
Il linguaggio non è quello della concertazione, ma quello del conflitto. Non si tratta di “negoziare migliori condizioni” entro il piano, ma di opporsi alla sua logica complessiva. Come scriveva Lenin già nel 1899, “la lotta economica si trasforma inevitabilmente in lotta politica”: gli stabilimenti Stellantis diventano così terreno di scontro tra due logiche inconciliabili, quella del capitale e quella del lavoro.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DI CLASSE

FaSTLAne 2030 non è semplicemente un piano industriale: è l’espressione contemporanea delle contraddizioni del capitalismo, della sua incapacità di sviluppare le forze produttive senza distruggere la sicurezza sociale.
Dietro i numeri e le promesse, si intravvede il volto reale del sistema: riduzione dei costi, flessibilità, precarizzazione. Una dinamica che conferma, ancora una volta, l’attualità dell’analisi marxiana.
Proprio in queste contraddizioni si apre lo spazio della lotta. Gli operai di Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Cassino non sono semplici ingranaggi di un meccanismo, ma soggetti potenziali di trasformazione.
Se il piano Filosa rappresenta l’offensiva del capitale, la risposta non potrà che essere la ricostruzione di un movimento operaio indipendente, capace di contrapporre alla logica del profitto un’alternativa di classe.
Infatti, oggi come ieri, la questione decisiva resta quella indicata da Marx: chi controlla la produzione, controlla la società. E su questo terreno, la partita è tutt’altro che conclusa.

Mirafiori, Torino e la posta in gioco

 


Oltre la difesa, la rottura e il controllo operaio

L’11 febbraio 2026 davanti ai cancelli di Mirafiori è iniziato un presidio di tre giorni promosso dalla FIOM-CGIL, con il tentativo di coinvolgere i lavoratori dello stabilimento torinese di Stellantis, tra i più colpiti dalla crisi. Noi, come Partito Comunista dei Lavoratori, eravamo presenti per distribuire “Lotte operaie” il nostro bollettino di intervento nelle fabbriche, e per rimarcare la nostra distanza dalle burocrazie sindacali. La mobilitazione precede e si collega direttamente alla manifestazione del 14 febbraio, “Innamorati di Torino”, organizzata dalle principali sigle metalmeccaniche. Il contesto, tuttavia, va oltre la pur significativa protesta: è il sintomo di una crisi profonda dell’automotive e, più in generale, della deindustrializzazione torinese.

Il presidio iniziato l’11 febbraio davanti ai cancelli di Mirafiori non è un rito consolatorio, ma la cartina di tornasole della crisi di un modello: quello di un capitalismo automobilistico che ha esaurito la sua promessa di progresso e integrazione sociale. I numeri parlano chiaro: nel 2025 la produzione Stellantis in Italia è scesa a 250.000 veicoli, minimo storico dal 1954, mentre a Mirafiori la soglia di sopravvivenza (200.000 unità all’anno) resta un miraggio, con stime attorno a 80.000 vetture per l’anno in corso. Sono dati che non descrivono una “congiuntura”, ma una strategia di disinvestimento e delocalizzazione funzionale ai rendimenti degli azionisti, non ai bisogni dei lavoratori. Le parole pronunciate al presidio dal segretario generale della FIOM De Palma — «la fabbrica non è di Elkann, ma degli operai e degli italiani» — almeno in apparenza sembrano essere un enunciato politico che rimette al centro chi produce il valore e chi oggi ne decide il destino da lontano. In realtà mascherano le solite “parole forti” di rito al di là delle quali vi è un sindacato che fa della concertazione la sua unica arma di contesa, senza una reale prospettiva di lotta di lunga durata.

La manifestazione del 14 febbraio, preparata da tre giorni di presidio, segna l’unità delle principali sigle metalmeccaniche e l’ambizione di trasformare una vertenza “di stabilimento” in un tema cittadino. È un passaggio importante, perché Torino resta la capitale dell’indotto auto e della meccanica, con una filiera che vale un terzo della componentistica nazionale: quando si fermano i flussi a Mirafiori, il contraccolpo investe officine, subfornitori, logistica, competenze e scuole tecniche. Ma proprio perché la posta in gioco è cittadina e nazionale, la risposta non può limitarsi a una invocazione di “più investimenti” da parte dell’azienda e di “più attenzione” da parte delle istituzioni. È già successo e non ha funzionato. Serve cambiare il terreno della contesa.

L’errore sta nell’orizzonte difensivo. Quando l’unità sindacale si traduce in piattaforme che chiedono nuovi modelli e incentivi, ma non mettono in discussione proprietà, comando e profitti, il risultato è la gestione ordinata del declino. La 500 ibrida assegnata a Mirafiori è stata il frutto di mobilitazioni reali, ma già oggi appare insufficiente: senza volumi adeguati, ogni “riconversione” resta un ponte verso il vuoto. Se l’obiettivo minimo per la tenuta dello stabilimento è 200.000 vetture all’anno, restare a quota 80.000 significa precarietà permanente per operai e indotto. Continuare a chiedere nuovi modelli senza mettere le mani sul potere decisionale è un loop che consuma energie e tempo, mentre i cicli finanziari continuano a dettare legge.

Ciò che accade a Torino non è un’eccezione: è la forma italiana di un fenomeno globale, dove multinazionali come Stellantis agiscono su base transnazionale, ottimizzando costi e fiscalità, e dove i governi competono con sussidi e deregolazione per strappare una tranche di investimenti. In questo schema, lo Stato viene chiamato a fare l’arbitro e il finanziatore, ma non il protagonista. L’idea che la “buona politica industriale” possa bastare da sola è un’illusione, se non si tocca la leva proprietaria. A maggior ragione in un territorio in cui, nel giro di pochi anni, si sono sommate operazioni su asset strategici (da Iveco all’incertezza su Marelli), confermando che il criterio guida non è il lavoro, ma la redditività finanziaria. È questo il cuore del problema che i presidi e i cortei, se restano nel perimetro della concertazione, non possono risolvere. Quello che abbiamo di fronte è dunque un sindacato concertativo in difficoltà: l’unità sindacale, spesso celebrata come un valore, rischia di tradursi in un compromesso al ribasso. Come mostrano anche le richieste dei sindacati sull’Iveco e sulla componentistica, rimane forte un approccio interclassista, che vede nelle istituzioni e negli industriali interlocutori da convincere, non forze con cui contrapporsi sul piano dei rapporti di forza reali.

Per noi del Partito Comunista dei Lavoratori la strada è un’altra: nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che ridimensionano e delocalizzano e controllo operaio sui processi produttivi. Non un ritorno allo statalismo degli apparati, ma una pianificazione democratica a partire dai lavoratori che risponda a criteri sociali (occupazione, sicurezza, transizione ecologica reale) e non ai profitti per gli azionisti. Questo significa cominciare dove siamo: comitati eletti in reparto, coordinamenti tra siti, scioperi prolungati e blocchi mirati delle fasi logistiche, perché è lì che il capitale è più vulnerabile. Senza discontinuità conflittuale, ogni tavolo si limita a gestire esuberi, cassa integrazione e incentivi all’esodo. È storia recente.

C’è poi una questione di democrazia sindacale. La composizione della forza lavoro è cambiata: somministrati, appalti, subfornitura, linee spezzate tra stabilimenti e Paesi. Una lotta efficace non può essere delegata interamente alle burocrazie confederali; ha bisogno di strutture autonome e intersettoriali capaci di unire metalmeccanici, logistica, servizi in appalto e giovani precari. Mirafiori può essere il laboratorio di questa ricomposizione, ma solo se la mobilitazione smette di essere episodica e diventa processo: dal presidio alla costruzione di un fronte permanente di lotta su salario, orari, ritmi, sicurezza e controllo delle scelte industriali.

Vi è poi la transizione ecologica, che non può essere consegnata ai board aziendali. Elettrico, ibrido, piattaforme software, batterie: senza indirizzo pubblico e controllo dal basso, diventano alibi tecnologici per comprimere organici e delocalizzare in nome della competitività. La transizione, per essere sociale, deve essere pianificata, finanziata tagliando rendite e extraprofitti, e orientata a produzioni utili: dal trasporto collettivo alla riconversione ecologica della componentistica. Non è neutralità tecnologica: è scelta politica su cosa produrre e per chi. Mirafiori potrebbe essere un polo pubblico dell’e-mobility e della meccanica verde, ma questo comporta rompere la gabbia degli incentivi a pioggia e del “dialogo responsabile” che ha accompagnato il declino fino a qui.

Infine, c’è un nodo che non può essere ignorato: la crisi e la deindustrializzazione non riguardano solo lo stabilimento di Mirafiori, ma tutti gli stabilimenti Stellantis in Italia e l’intera filiera dell’indotto automotive. La politica portata avanti dalla FIOM e dal suo segretario De Palma di condurre vertenze e lotte stabilimento per stabilimento conduce in un vicolo cieco. Nel dibattito sulle rivendicazioni stabilimento per stabilimento dentro Stellantis, è utile ricordare come questa impostazione non sia nuova. Già nel 2010, di fronte al “patto per la fabbrica” imposto da Marchionne, Landini scelse di non firmare e di puntare sulla mobilitazione e sul referendum in ogni singolo sito produttivo. Una scelta che, pur animata dalla volontà di resistere, finì per rinchiudere la lotta dentro i confini di Mirafiori, Pomigliano e degli altri stabilimenti, lasciando all’azienda la possibilità di giocare una partita a scacchi su più tavoli, dividendo i lavoratori e isolando le resistenze.

Quell’esperienza dovrebbe essere una lezione chiara: quando il conflitto viene frammentato, il padrone vince. Marchionne lo capì perfettamente. La FIOM, pur opponendosi, accettò di fatto il terreno di scontro imposto dall’azienda, un terreno locale, spezzettato, dove ogni fabbrica era costretta a difendersi da sola. Il risultato fu che la forza potenziale di un’intera categoria venne dispersa in mille rivoli.

La frammentazione delle vertenze non è una scelta neutra: spezza la forza collettiva, isola i lavoratori e concede all’azienda un vantaggio strategico enorme. Oggi, con Stellantis che opera su scala globale e che usa la concorrenza interna tra stabilimenti come leva per comprimere salari e diritti, riproporre la stessa logica significa ripetere l’errore. Le rivendicazioni separate, per quanto combattive, non possono reggere l’urto di un gruppo multinazionale che decide investimenti, produzioni e chiusure guardando all’intero continente.

Come Partito comunista dei lavoratori sosteniamo la necessità di una vertenza nazionale unitaria, capace di collegare le lotte di Mirafiori, Pomigliano, Melfi, Cassino e di ogni altro sito produttivo. Solo un fronte comune può rompere la logica della competizione tra stabilimenti, che è esattamente ciò su cui Stellantis punta per comprimere salari, diritti e condizioni di lavoro. Un’unica battaglia nazionale permetterebbe di trasformare la rabbia dispersa in una forza organizzata, di rimettere al centro la solidarietà operaia e di imporre all’azienda un terreno di confronto che non sia quello, debole e frammentato, delle singole fabbriche.

La storia del movimento operaio insegna che quando i lavoratori si muovono insieme, nessun padrone è troppo grande. È questo il nodo politico: ricostruire un’unità reale dal basso, superare la logica difensiva delle vertenze locali e tornare a parlare il linguaggio della forza collettiva. Solo così la classe lavoratrice può tornare a incidere davvero sui rapporti di potere dentro e fuori le fabbriche.

La verità è dunque semplice: o la classe lavoratrice torna a incidere sulla proprietà e sul comando, o la storia la scriveranno i consigli d’amministrazione. Il presidio dell’11 febbraio e la piazza del 14 possono diventare tappe di un percorso se diventano l’inizio di una strategia offensiva: organizzazione autonoma, continuità della lotta, obiettivi chiari (nazionalizzazione, controllo operaio, gestione dal basso, vertenza nazionale che coinvolga l’intero settore automotive). In caso contrario, Torino continuerà a celebrare il suo passato industriale mentre negozia, pezzo dopo pezzo, il proprio futuro postindustriale. Mirafiori non chiede un altro modello: chiede un altro potere, quello operaio!

Sulla via di Damasco

 


L'ipocrisia dell'imperialismo italiano. E non solo

17 Dicembre 2024

Cosa rivelano le relazioni "segrete" dell'intelligence italiana con i servizi di Assad e il doppiogiochismo di governo e diplomazia

La caduta del regime dispotico di Assad e l'avvento al potere di un blocco politico islamista sostenuto dal regime reazionario di Erdogan hanno aperto la competizione tra gli stati imperialisti per guadagnare o preservare proprie entrature in Siria. Zone di influenza, equilibri militari, ricostruzione economica della Siria, tutto diventa terreno di sgomitamento tra interessi rivali per occupare il vuoto prodottosi.
L'imperialismo russo, grande protettore di Assad e ora dunque grande sconfitto, cerca di preservare le proprie basi militari costiere, Tartus e Lakatia, ma è costretto a una probabile ritirata, trasferendo forze e uomini nella vicina Libia. Sono invece gli imperialismi d'Occidente a farsi avanti. “Garantire e controllare una transizione democratica in Siria nell'interesse dell'integrità e della sovranità del Paese” recita la loro immancabile retorica di accompagnamento. Una ipocrisia rivoltante quando si vede che lo stato sionista non solo continua a massacrare i palestinesi con armi e copertura degli imperialismi “democratici” ma anche a bombardare impunemente la Siria e occupare parte del suo territorio nel sostanziale silenzio della diplomazia mondiale (imperialismo russo incluso); mentre Erdogan nel nord-est siriano stringe d'assedio i curdi, sperando in un via libera di Trump al loro massacro.

Ma c'è di più. Qualcosa che riguarda il nostro imperialismo tricolore. Dagli armadi spalancati del vecchio regime esce infatti la documentazione delle relazioni tra i servizi segreti italiani e i servizi di Assad, quelli che si occupavano ordinariamente di incarcerazioni, torture, assassini, fosse comuni. Tali relazioni sono continuate, a quanto pare, sino alla vigilia del crollo del regime. The Independent Arabia, versione digitale del britannico Indipendent, riporta infatti la testimonianza della telefonata del capo dell'agenzia italiana di intelligence per l'estero (AISE), Giovanni Caravelli, al suo omologo siriano Hassan Luqa due giorni prima del tracollo di Assad: «Ho ricevuto una telefonata dal generale Giovanni Caravelli, capo dei servizi segreti italiani, su sua richiesta, in cui ha sottolineato il sostegno del suo Paese alla Siria in questo momento difficile», riporta Hassan Luqa. In altri termini, il sostegno dell'Italia al boia Assad, sino vigilia della sua fuga.

Inverosimile? Niente affatto. L'imperialismo italiano nell'agosto scorso aveva riaperto l'ambasciata italiana a Damasco, unico tra gli imperialismi d'Occidente, in segno di normalizzazione delle relazioni col regime. «La Siria da tempo sembra essere stata relegata ai margini dell'agenda internazionale, e questo sarebbe un errore strategico» dichiarava pubblicamernte in quella occasione Antonio Tajani, ministro degli esteri del governo Meloni.
La verità è che l'Italia puntava a una propria entratura in Siria, a dispetto della concorrenza, nel mentre continuava formalmente a sostenere le sanzioni economiche contro la Siria degli imperialismi alleati. Normale doppiogiochismo tra banditi. Cosa c'è di più naturale in un contesto simile del messaggio di sostegno italiano ad Assad, seppur ormai fuori tempo massimo?

La Farnesina, non a caso, non ha commentato l'imbarazzante notizia, per il semplice fatto che non poteva smentirla. L'ha fatto invece la stampa borghese di casa nostra, in particolare quella che fa capo alla cosiddetta opposizione liberale, la stampa del gruppo GEDI (Elkann). Se non che, a fare scandalo ai suoi occhi non è il sostegno italiano a un massacratore, ma il fatto che a dare la notizia sia stata la stampa britannica. Cioè la stampa di un imperialismo concorrente. «Chi ha interesse in questo momento a far sì che l'Italia venga guardata con sospetto dai nuovi leader della Siria post-Assad? Non dimentichiamo quali sono i dossier più importanti delle relazioni bilaterali Italia-Siria: da un lato la gestione del flusso di profughi, dall'altra la ricostruzione del Paese, in cui aziende e compagnie italiane potrebbero essere coinvolte, visto che già da qualche mese, con la riapertura dell'ambasciata, avevano avuto modo di cominciare a tastare il terreno. Evidentemente non sono le sole, ed è questo che ieri ci hanno voluto ricordare». (La Stampa, 16 dicembre).

Chiaro, no? Il fatto che il governo Meloni avesse aperto al criminale Assad per tastare il terreno a vantaggio di aziende e compagnie italiane è ordinaria diplomazia, e anzi merita il plauso dei liberali. Ciò che invece indigna La Stampa è che imperialismi “democratici” alleati documentino questa verità al solo fine (indubbio) di compromettere agli occhi del nuovo governo siriano gli interessi e affari dei capitalisti italiani in Siria.
Questo è l'ambiente putrido della cosiddetta democrazia mondiale. Solo una rivoluzione può liberare il mondo da questa fogna.

Partito Comunista dei Lavoratori

Crisi industriale e parassitismo borghese

 


La crisi dell'auto e gli utili di Agnelli

1 Ottobre 2024

L'industria dell'auto è investita da una crisi di fondo in tutta Europa. La recessione tedesca, i costi della transizione all'elettrico, la concorrenza capitalistica della Cina sul mercato europeo dell'auto elettrica sono tre fattori tra loro combinati che si abbattono sul vecchio continente.

Il passaggio programmato dall'auto endotermica all'auto elettrica entro il 2035, reso necessario dalla drammatica crisi climatica, riduce l'importo della componentistica lungo l'intera filiera. O si ripartisce fra tutti i salariati il lavoro che c'è con una riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga, o la riconversione si abbatterà sui salariati con la distruzione concentrata dei posti di lavoro. L'annuncio della prossima chiusura di uno stabilimento della Volkswagen in Germania è solo la punta emergente di un grande iceberg che investirà la lotta di classe nell'industria automobilistica in tutta la prossima fase.

I capitalisti europei non reggono la concorrenza cinese. Gli stati borghesi dell'Unione Europea non hanno i margini di manovra necessari nei propri bilanci nazionali per sostenere i costi della riconversione. Il ricorso al debito pubblico è minato dal ritorno del patto di stabilità, con le relative restrizioni di bilancio. Il ricorso a un nuovo indebitamento continentale, fortemente richiesto di Mario Draghi, si scontra con l'indisponibilità del capitalismo tedesco a farsi carico degli indebitamenti mediterranei.
La concorrenza mondiale nella riduzione delle tasse per i capitalisti mina la capacità fiscale degli stati, mentre la corsa generale dei paesi UE all'incremento delle spese militari, sospinta dalle contraddizioni interimperialistiche su scala mondiale, complica ulteriormente la questione delle risorse. In poche parole, i novecento miliardi annui aggiuntivi che Draghi considera necessari per l'unione dei capitalismi europei per sostenere la loro transizione ecologica e digitale, e insieme il salto della loro potenza militare, paiono oggi al di fuori della costituzione materiale della UE.

In Italia la crisi dell'auto si inscrive in una lunga parabola. Negli ultimi diciassette anni la produzione di FIAT, poi FCA e Stellantis, si è ridotta di quasi il 70%, da 911000 alle 300000 stimate quest'anno. Delle 505000 auto vendute in Italia, meno della metà è stata prodotta in Italia. La promessa di Stellantis di aumentare la produzione nel paese si è rivelata, una volta di più, una truffa: un modo di battere cassa per incassare incentivi a tutela degli azionisti.
In ogni paese i capitalisti dell'auto battono cassa presso i governi nel nome della “tutela del lavoro” nel momento stesso in cui gestiscono delocalizzazioni e programmano chiusure. Tavares implora un “piano Marshall” per la transizione all'elettrico attraverso la formazione di un fondo europeo per l'automobile, nella speranza di offrire ai propri azionisti una ragione valida per confermarlo amministrazione delegato. In realtà si prepara a gestire lo scontro sociale contro i propri salariati.

Nel frattempo le società partecipate dalla holding della famiglia Agnelli-Elkann celebrano un utile record per il primo semestre del 2024: quasi 15 miliardi di euro. È il frutto dei successi di borsa delle azioni del gruppo sui molteplici fronti del proprio investimento finanziario: dal settore del tech alla sanità privata. La furibonda guerra interna alla famiglia Agnelli per la spartizione dell'eredità non ha ostacolato dunque il comune incasso degli utili finanziari.

La natura parassitaria del capitalismo trova una conferma tanto più clamorosa nel quadro della crisi dell'auto. La lotta per l'esproprio della borghesia e per la proprietà pubblica sotto controllo operaio delle leve della produzione non è solo l'unica via di una transizione ecologica rispettosa degli operai e del loro lavoro. È anche una misura elementare di igiene morale. Porteremo questa verità nel prossimo sciopero sindacale di tutto il settore auto e componentistica del 18 ottobre.

Partito Comunista dei Lavoratori

Perché la stampa padronale di mezzo mondo solleva il tema delle diseguaglianze sociali?

 


Il sonno inquieto della borghesia

17 Novembre 2020

Il Guardian britannico pochi giorni or sono ha fatto i conti in tasca al grande capitale internazionale, sollevando il tema dell'allargamento enorme delle disuguaglianze sociali. L'analisi ha individuato i capitalisti che nel mondo hanno in tasca più di un miliardo di dollari (850 milioni di euro): 2189 "super-ricchi", il numero più alto di sempre, che nell'anno del lockdown hanno accresciuto il proprio patrimonio complessivo del 27%, passando da 8000 miliardi a 10200 miliardi. Paradigmatica la ricchezza di Bezos, fondatore di Amazon, che in poche settimane è passato da un patrimonio di 115 miliardi a quello di 189 miliardi.

Questi dati sulla ricchezza dei grandi capitalisti americani sono ricorrenti da tempo sulla stampa borghese europea. Trasudano anche il dispetto dei governi imperialisti del vecchio continente per la sfrontata evasione fiscale dei monopoli delle piattaforme on line, peraltro protetti in misura determinante dalla potenza statale degli USA, alla faccia dei teorici di un capitale talmente globalizzato da fare a meno degli Stati nazionali. Di certo quei dati riflettono la gigantesca concentrazione capitalista al livello più elevato e scandaloso. Tanto più sullo sfondo della pandemia mondiale e delle sue ricadute sociali sulla maggioranza dell'umanità.


LA POLARIZZAZIONE DELLA RICCHEZZA

Tuttavia l'attenzione verso questa ristrettissima “élite mondialista”, possibilmente estera – che tanto appassiona i sovranisti – rischia di occultare lo scandalo della classe capitalista di casa propria, quella tutelata dal “nostro” Stato borghese.
Prendiamo FCA. Tutti conosciamo la copertura di risorse pubbliche di cui ha goduto in fatto di crediti bancari, per quasi 7 miliardi. Tutti sappiamo che la sola fusione con la francese PSA arricchirà gli azionisti di altri 3,3 miliardi. Tutti sappiamo che al pari di tutti i capitalisti, FCA ha avuto in dono il taglio dell'IRAP, con soldi presi dalla sanità, e il taglio dell'IRES (tassa sui profitti) dal 34,5% al 20% circa nel corso degli ultimi tredici anni. Ma alle cedole parassitarie degli azionisti si aggiungono gli stipendi sontuosi dei manager dell'azienda, che peraltro normalmente sono anche azionisti della stessa. Il caso di John Elkann è emblematico. Dopo aver incassato in quanto azionista tutto ciò che poteva incassare, John Elkann ha fatto il pieno anche in quanto manager. Per la precisione, nel 2019 ha intascato come stipendio 37,7 milioni di euro. Cioè 1250 volte quanto guadagna il salariato medio della FCA. Il quale per guadagnare quanto Elkann dovrebbe lavorare 1250 anni.

Qualcuno dirà che si tratta di un caso estremo. No, è un dato esemplificativo della divaricazione generale della ricchezza.
Prendiamo un altro angolo di misurazione: il livello di risparmio delle classi sociali. Carlo Bonomi, nel minuetto con Landini, ha affermato che è meglio evitare (persino) la detassazione degli aumenti salariali, perché significherebbe incentivare non i consumi ma i risparmi. L'argomento non solo è insultante, perché suppone che un salariato a 1200 euro mensili possa oggi risparmiare qualcosa; ma è scandaloso perché occulta una realtà esattamente opposta: l'enorme crescita dei depositi bancari delle imprese italiane, quelle che Bonomi rappresenta. Il Sole 24 Ore (16 novembre) mette nero su bianco le cifre: nell'anno della nuova grande recessione, le imprese italiane hanno accresciuto del 21% le proprie somme in banca, per 365 miliardi di euro. La borghesia che non rinnova i contratti piangendo miseria è quella che fa lo sciopero degli investimenti mettendo in banca ciò che succhia dal lavoro salariato. Mentre dieci milioni di lavoratori e lavoratrici italiani/e su diciotto, secondo i dati della Fondazione Di Vittorio, guadagnano meno di 1200 euro, e in media tra 700 e 800.


LIBERARE IL MONDO DA UNA CLASSE DI PARASSITI

Questa voragine sociale che sta ulteriormente precipitando inquieta alcuni ambienti della borghesia. Nel 2006 il finanziere americano Warren Buffett poteva dire trionfante: “la lotta di classe la stiamo facendo noi ricchi contro i poveri e la stiamo vincendo”. Era la vigilia della grande crisi del capitalismo mondiale. Oggi la stessa stampa borghese che documenta l'abisso delle disuguaglianze si interroga sui possibili contraccolpi sociali. Il capo del gigante bancario svizzero UBS si chiede «Esiste il rischio che i ricchi finiscano sotto accusa? Sì. Ne sono consapevoli? Sì».
Il nuovo quotidiano di De Benedetti, dal nome augurante (Domani), chiede alla politica di trovare il modo di «disinnescare questa bomba sociale» per tempo.

Paradossalmente, lo stesso padronato che si arricchisce sulla miseria degli operai ha una coscienza della loro forza che è maggiore di quella che oggi hanno gli operai stessi. Dare una coscienza di classe al proletariato è il compito più che mai di tutte le avanguardie. L'unico modo per sgombrare la via della rivoluzione e liberare il mondo dalla classe di parassiti che lo governa.

Partito Comunista dei Lavoratori

Libertà di stampa in Italia: il monopolio del capitale

La notizia è del 30 novembre: John Elkann ha "scalato" il gruppo Gedi. La CIR Group spa (Compagnie Industriali Riunite), holding della famiglia De Benedetti, aveva confermato: «Ci sono in corso discussioni con Exor [la holding lussemburghese degli Agnelli-Elkann] per una possibile operazione di riassetto»; oppure, come ha scritto La Repubblica, quotidiano di punta del gruppo, «la holding CIR è in trattativa con Exor per vendere la quota di controllo di Gedi». Senza contare il fatto che John Elkann è già vicepresidente del gruppo.
Le vicende familiari di due lignaggi del tutto rilevanti del capitalismo italiano si riflettono sulle sorti dell’informazione nazionale.
L'interlocuzione tra le parti è cominciata, a quanto pare, a causa di litigi familiari dei De Benedetti. Secondo la ricostruzione del Messaggero, oltre al tentativo di scalata degli Agnelli-Elkann ci sarebbe anche l’interesse di più parti, come il fondo Peninsula di Luca Cordero di Montezemolo e Flavio Cattaneo, così come del gruppo che fa capo a Vincent Bolloré, a cui si rimanda all’articolo del 2017 di Marta Gatti pubblicato sulla rivista Nigrizia.


GIGANTE GEDI: TRE QUOTIDIANI E UN CROGIOLO DI TESTATE

Numeri e nomi a parte, il Gruppo Gedi ed Exor hanno per diverso tempo rispettivamente confermato il reciproco interesse nella fase di interlocuzione in atto. Già prima della scalata della Giovanni Agnelli BV, questa era azionista per il 6,9% di Gedi. Al momento, come riportato da Repubblica in un articolo del 29 novembre, il capitale ordinario della società era così suddiviso: «Cir 43,78% (pari al 45,753% della quota sul capitale volante), Exor 5,992% (pari al 6,262 della quota volante)».
Il gruppo editoriale in oggetto, tuttavia, non è solo «Repubblica», «La Stampa» e «Il Secolo XIX», che di per sé rappresenterebbe una fetta imponente dell’informazione, o come si è soliti dire in questi decenni disgraziati, del “mercato dell’informazione”. Rappresenta, tuttavia, anche una porzione imponente del flusso di notizie (senza calcolare tutti gli inserti dei quotidiani prima citati) che passano attraverso i giornali e periodici a diffusione nazionale e a pubblicazione settimanale, mensile o bimestrale, quali: «Il Tirreno», «Il messaggero» (Udine), «Il Piccolo» (Trieste) , «La Provincia» (Pavia), «Il Mattino» (Padova), «La Gazzetta di Mantova», «La Nuova Ferrara,», «La Nuova Venezia», «Il Corriere delle Alpi» (Belluno), «La Sentinella» (Ivrea), «La Tribuna» di Treviso, «La gazzetta di Modena», la «Gazzetta di Reggio» (Reggio Emilia)»; «L’Espresso», «National Geographic», «Mind», «Limes» «Le Scienze», «MicroMega», «Travellers» passando per le testate nazionali digitali come «Huffington Post Italia», «Mashable Italia», «Business Insider» e il portale «Kataweb», senza contare le emittenti radiofoniche (Deejay, Capital, m2O). Un impero dell’informazione che può vantare 648,7 milioni di euro di ricavi.


RCS: L'OCCHIO DEL CAIRO

Andando ad esaminare gli azionisti di un altro colosso dell’informazione italiana, che da anni si contende il primato con Gedi, notiamo che l’azionista di maggioranza è Urbano Cairo col 59,831%, seguito da Mediobanca e da Diego Della Valle (rispettivamente aventi il 9,930% e il 7,624%), non meno importanti gli ultimi due azionisti: Unipol (4,891%) e la China National Chemical Corporation (4,732%).
Il gruppo Rcs, tuttavia, rappresenta anche un colosso transnazionale, detenendo «El Mundo», «Expansiòn» e «Marca», così come gestendo le seguenti pubblicazioni quotidiane a diffusione nazionale e digitale: «Corriere della Sera» (con relativi inserti «Economia», «La Lettura», «Corriere Salute», «Corriere Innovazione» e la Tv Corriere Tv), «Diritti e risposte», «La Gazzetta dello Sport», «Buone notizie», «Il rumore della memoria» e il portale di Milena Gabanelli «Dataroom».
Le testate locali che fanno capo al gruppo sono: «Corriere di Bergamo», «Corriere di Bologna», «Corriere di Brescia», «Corriere Fiorentino», «Corriere Milano», «Corriere Roma», «Corriere del Mezzogiorno», «Corriere Torino», «Corriere Veneto» senza contare i periodici cartacei e digitali (1).
Ultimo dato importante, l’apertura della casa editrice Solferino, parte del gruppo stesso, ça va sans dire.

Se ci limitassimo a prendere in esame solamente i casi più grandi dei gruppi industriali legati all’informazione, ci si renderebbe presto conto che la libertà d’informazione è del tutto legata al profitto e ad interessi che tutto concernono tranne quello che dovrebbe guidare un quotidiano o un periodico. Fornire, cioè, una lettura di quel che accade, dare una propria interpretazione sui fatti, fornire la base per la formazione di una propria opinione in lettori che non sempre sono “addetti ai lavori” di quel che accade nelle stanze della politica o dei retroscena legati a questo o quel personaggio politico, e avviare un dibattito che sia il più aperto e scevro dalle posizioni da “tifoseria” di questi ultimi venti/trent’anni.

La funzione della carta stampata è, nel corso degli anni, diventata del tutto altra rispetto a come la si intendeva negli anni ’80 o ’90, o come poteva essere quella di partito, quando questi non erano semplicemente dei comitati elettorali permanenti e attenti solo alla mediaticità del piatto di pasta mangiato dal leader su Instagram o della foto con il tenero asinello postata su Facebook.
Di fronte alla volontà di soppressione del finanziamento pubblico all’editoria, che certamente ha generato casi tutt’altro che onorevoli riguardo al suo utilizzo, l’informazione dell’Italia del 2000 rappresenta il prodotto della transnazionalizzazione delle imprese che traggono profitto dall’informazione e che gestiscono quotidiani e periodici in base all’utile che ne ricavano.
I giornali diventano, così, delle veline che molto spesso riempiono le proprie pagine di retroscena e di interviste ben calibrate a personaggi in cerca di ribalta, o che devono porre in essere il proprio pensiero in articoli che spesso non arrivano al concetto e si limitano a rimanere sulla superficie delle cose.
Il pensiero diventa unico, ed è quello del capitalismo e dei suoi alfieri. Con buona pace di Giorgia Meloni, che ritiene come il pensiero unico sia quello LGBT. Il quotidiano resta un vettore di notizie, le quali debbono, necessariamente, possedere "notiziabilità", altrimenti non presentano alcun margine di interesse da parte di chi la pubblica. E se non possiede interesse (leggi: possibile ritorno di profitto) per chi la pubblica, automaticamente non è da proporre al lettore.

L’interesse delle aziende transnazionali ad avere un proprio gruppo editoriale sta nel fatto che, più o meno, i maggiori gruppi industriali di ogni paese hanno un legame con il mondo dell’informazione: la compenetrazione tra aziende, holding, banche, società assicurative e quant’altro, rende estremamente complicato il districarsi del lettore tra le pagine dei giornali e tra le notizie proposte: discernere la veridicità dei fatti con quanto accaduto nella realtà (vedi Arthur Schopenhauer, “Velo di Maya” e affini), formarsi un’opinione che non sia già nell’alveo di quelle già pre-confezionate dai quotidiani nazionali (e anche locali, come abbiamo visto) è molto complicato, per non dire impossibile.

L’interconnessione degli interessi dei gruppi industriali nel creare profitto là dove ci dovrebbe essere un interesse pubblico sovrasta qualsiasi buona intenzione, di cui la strada del capitalismo (non già del proverbiale inferno) è lastricatissima: le grandi acquisizioni da parte di aziende transnazionali o holdings rappresentano il volto più spietato della distorsione delle coscienze nel nostro paese. Non più formazione, bensì aprioristica distorsione.
A questo si affiancherebbe il dibattito relativo al ruolo del giornalista, stante la situazione attuale, ma questa è un’altra storia.



(1) http://www.rcsmediagroup.it/pagine/brands/#i-periodici
Marco Piccinelli