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FaSTLAne 2030: il piano di Filosa e la nuova fase del capitalismo automobilistico tra ristrutturazione, sfruttamento e resistenza operaia

 


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Il 21 maggio 2026 Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ha presentato il nuovo piano industriale del gruppo, significativamente intitolato FaSTLAne 2030. Dietro la retorica trionfalistica della crescita e dell’innovazione, si dispiega in realtà un nuovo capitolo della crisi capitalistica dell’automobile: una crisi strutturale, inscritta nelle leggi stesse dell’accumulazione individuate da Marx e da lui espresse già nel primo libro del Capitale.
Sessanta miliardi di investimenti, sessanta nuovi modelli, espansione dei ricavi e taglio dei costi: questi i numeri agitati davanti agli investitori come prova della vitalità del gruppo.
È sul terreno del capitalismo e dell’accumulo più selvaggio che va letto l’intero impianto del piano Filosa, in piena continuità con le politiche degli Agnelli e degli Elkann.

IL CONTENUTO DEL PIANO: ADATTAMENTO DEL CAPITALE ALLA CRISI

FaSTLAne 2030 segna un punto di svolta rispetto alla precedente fase ideologica dell’elettrificazione totale. Il gruppo adotta ora una strategia “multi‑energia”, che combina elettrico, ibrido e motori termici.
Questa scelta non è altro che la conferma di una verità elementare: il padronato non ha alcun interesse verso l’ambiente, ma si adatta alle condizioni di mercato per garantire la redditività, senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
La distribuzione degli investimenti (con una netta prevalenza verso il Nord America) consacra la gerarchia imperialista dei mercati. L’Europa, e in essa l’Italia, scivola a ruolo subordinato. Qui si manifesta la legge dello sviluppo diseguale e combinato, teorizzato da Trotsky pochi anni prima della grande crisi del 1929: territori interi vengono compressi per sostenere i poli di accumulazione più remunerativi.
Parallelamente, il gruppo prevede tagli strutturali ai costi per miliardi di euro e una riduzione significativa della capacità produttiva degli stabilimenti, con conseguenti esuberi e tagli della manodopera. In linguaggio borghese si parla di “efficientamento”; nella realtà si tratta di un’intensificazione dello sfruttamento.

EUROPA E ITALIA: LA STABILITÀ APPARENTE, LA RISTRUTTURAZIONE REALE

Filosa promette continuità: nessuna chiusura, nessun arretramento formale del perimetro industriale. Nella sostanza però, il piano dispiega una riorganizzazione profonda che richiama con forza l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Per Lenin, infatti, il passaggio al capitalismo monopolistico non si limita alla concentrazione produttiva, ma comporta una pianificazione privata su scala internazionale, in cui pochi grandi gruppi ridistribuiscono continuamente investimenti, produzione e lavoro in funzione del profitto globale.
Lo riscontriamo nel piano Stellantis, non con una distruzione frontale degli stabilimenti europei, con ma una loro progressiva subordinazione e ridimensionamento all’interno di una divisione internazionale del lavoro dominata dai centri di profitto più elevato. L’Europa non viene abbandonata: viene riorganizzata come spazio produttivo a redditività compressa, dove la forza-lavoro deve adattarsi a volumi variabili, cicli produttivi incerti, continui aggiustamenti.
Sempre nell’Imperialismo, Lenin diceva che i monopoli non eliminano la concorrenza, ma la organizzano su un piano superiore, trasformandola in competizione tra grandi blocchi e tra territori. Così gli stabilimenti italiani, francesi, tedeschi non sono più unità produttive autonome, ma nodi di una rete globale che li mette in concorrenza permanente tra loro. La promessa di “non chiudere”, che vediamo da anni come strumento per rabbonire i lavoratori diventa, nell’ottica padronale, uno strumento di disciplinamento: ogni sito sopravvive solo se dimostra di poter garantire livelli di produttività e riduzione dei costi superiori agli altri. Il caso della chiusura di Termini Imerese e della trasformazione radicale di Melfi e Pomigliano d’Arco ci insegna molto.
Si realizza così una forma moderna di ciò che Lenin chiamava “spartizione del mondo” tra capitali: non più colonie in senso classico, ma aree produttive differenziate, gerarchicamente ordinate, dove il capitale decide quali territori sviluppare e quali comprimere. L’Italia rientra pienamente in questa logica: mantenuta all’interno della catena produttiva, ma progressivamente marginalizzata rispetto ai poli più redditizi.
In questa prospettiva, la stabilità proclamata dal management si rivela per ciò che è: una stabilità puramente giuridica, formale, dietro cui si nasconde una instabilità materiale crescente per la classe operaia. Le fabbriche non chiudono, ma lavorano a singhiozzo; i posti non spariscono immediatamente, ma diventano precari, intermittenti, sempre più ricattabili sotto la minaccia delle delocalizzazioni.
È qui che l’intuizione di Lenin conserva tutta la sua attualità: il capitalismo monopolistico non distrugge soltanto, ma riorganizza continuamente lo sfruttamento, spostando i suoi pesi e le sue contraddizioni lungo la catena globale. E in questa riorganizzazione, i lavoratori europei, e italiani in particolare, sono chiamati a pagare il prezzo di una competizione che non controllano, ma che subiscono quotidianamente sulla propria pelle.

GLI STABILIMENTI ITALIANI: TRA ILLUSIONI DI RILANCIO E REALTÀ DELLA SUBORDINAZIONE

Nel racconto ufficiale, l’Italia continua a occupare una posizione centrale. Ma osservando da vicino lo sviluppo concreto del piano, emerge un quadro ben diverso: una geografia industriale segnata da incertezza, frammentazione produttiva e precarietà sociale.
A Pomigliano, cuore storico della produzione popolare, viene agitata la promessa di una nuova vettura elettrica a basso costo, presentata come ritorno all’auto “per il popolo”.
Tuttavia questa prospettiva è rinviata al 2028 (forse…), sospesa a condizioni di mercato ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la forza-lavoro continua a vivere nella precarietà delle linee produttive ridotte e nella minaccia permanente della cassa integrazione.
A Mirafiori, simbolo della grande storia operaia italiana e delle lotte degli anni ’70, la realtà è ancor più contraddittoria. Il sito sopravvive grazie alla produzione della 500 e a varianti ibride che ne allungano artificialmente il ciclo di vita.
Dietro però questa continuità si cela una lenta asfissia: nessun nuovo modello, volumi incerti, una fabbrica che resta aperta ma senza una prospettiva industriale organica. È la trasformazione di un grande stabilimento in un presidio produttivo residuale.
Melfi viene presentato come polo avanzato, laboratorio della piattaforma multi‑brand.
Qui si concentra la logica più “moderna” del capitale: standardizzazione estrema, piattaforme comuni, differenziazione puramente commerciale. Il lavoro viene frammentato, reso intercambiabile, sottoposto a ritmi sempre più intensi.
Cassino rappresenta invece il volto più brutale della crisi: l’incertezza elevata a metodo. La produzione legata a Maserati viene rinviata, sospesa, rimessa a futuri piani.
Nel presente, domina la discontinuità, con operai sospesi tra lavoro e inattività, mentre il territorio paga il prezzo della dipendenza da un unico grande datore di lavoro.
A Termoli e Atessa, il capitale mantiene una presenza, ma in forma subordinata: motori ibridi, veicoli commerciali, segmenti meno esposti alla competizione diretta internazionale.
È una continuità che non garantisce alcuna sicurezza, ma lega questi stabilimenti alle oscillazioni del mercato globale.
In questo quadro, la classe operaia italiana si trova schiacciata tra promesse di rilancio e realtà quotidiana di precarietà, riduzione dei turni, incertezza salariale. È la materializzazione concreta di ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”: una massa di lavoratori sempre disponibile, sempre ricattabile.

LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di fronte a questo piano il Partito Comunista dei Lavoratori non si limita a una critica tecnica o riformista. Esso individua nel progetto Filosa la conferma della natura irriformabile del capitalismo.
Per il PCL, il piano non è un “rilancio industriale”, ma un’operazione di ristrutturazione del capitale che scarica i costi della crisi sui lavoratori. La promessa di non chiudere stabilimenti viene letta come una mistificazione: la vera questione non è la chiusura formale, ma il controllo dei volumi produttivi, dell’occupazione, dei ritmi di lavoro.
In una lettura coerentemente marxista, il partito sottolinea come il nodo centrale sia la proprietà dei mezzi di produzione. Finché le grandi aziende restano in mano al capitale finanziario internazionale, ogni piano industriale sarà subordinato alla logica del profitto.
Da qui nascono le rivendicazioni di nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio, come risposta alla crisi industriale; di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione e di unità internazionale della classe lavoratrice, contro la concorrenza tra siti produttivi.
Il linguaggio non è quello della concertazione, ma quello del conflitto. Non si tratta di “negoziare migliori condizioni” entro il piano, ma di opporsi alla sua logica complessiva. Come scriveva Lenin già nel 1899, “la lotta economica si trasforma inevitabilmente in lotta politica”: gli stabilimenti Stellantis diventano così terreno di scontro tra due logiche inconciliabili, quella del capitale e quella del lavoro.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DI CLASSE

FaSTLAne 2030 non è semplicemente un piano industriale: è l’espressione contemporanea delle contraddizioni del capitalismo, della sua incapacità di sviluppare le forze produttive senza distruggere la sicurezza sociale.
Dietro i numeri e le promesse, si intravvede il volto reale del sistema: riduzione dei costi, flessibilità, precarizzazione. Una dinamica che conferma, ancora una volta, l’attualità dell’analisi marxiana.
Proprio in queste contraddizioni si apre lo spazio della lotta. Gli operai di Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Cassino non sono semplici ingranaggi di un meccanismo, ma soggetti potenziali di trasformazione.
Se il piano Filosa rappresenta l’offensiva del capitale, la risposta non potrà che essere la ricostruzione di un movimento operaio indipendente, capace di contrapporre alla logica del profitto un’alternativa di classe.
Infatti, oggi come ieri, la questione decisiva resta quella indicata da Marx: chi controlla la produzione, controlla la società. E su questo terreno, la partita è tutt’altro che conclusa.

Il disegno di legge sull’antisemitismo: un pezzo della costruzione autoritaria del regime italiano

 


Il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo. Ora si attende ola passaggio alla Camera. Ha avuto un consenso trasversale, infatti è stato votato dalla destra di governo e da parte del centrosinistra, con il voto favorevole di alcuni senatori e l’astensione della maggioranza dei senatori del PD

AVS e M5S hanno votato contro. Questo ddl vuole consolidare a livello giuridico la repressione del grande movimento per la libertà della Palestina che ha attraversato il nostro Paese nei mesi scorsi. Insieme al decreto sicurezza, che colpisce il diritto a manifestare e aumenta i poteri di polizia, esso costituisce un dispositivo articolato inteso a colpire i movimenti sociali, a cominciare dalle lotte dei lavoratori, i movimenti per i diritti civili e per la salvaguardia dell’ambiente, e i movimenti di solidarietà internazionale come quello per la libertà della Palestina.

Questo articolato complesso giuridico segna un salto di qualità nel carattere autoritario del regime italiano, funzionale agli interessi dell’imperialismo italiano, sia sul piano interno, prevenendo mobilitazioni di massa destabilizzanti, sia sul piano internazionale, tutelando le sue relazioni speciali, economiche e militari con lo Stato sionista ed in generale in tutto il Medio Oriente.

Lo scopo reale del ddl antisemitismo, che ufficialmente è quello di combattere la recrudescenza di questa forma di razzismo, in realtà è quella di equiparare antisemitismo e antisionismo e di perseguitare ogni critica ed ogni opposizione al governo e allo Stato di Israele.

Il testo aderisce completamente alla definizione di antisemitismo coniata all’organizzazione sionista dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Questa definizione, pur concedendo che si possano fare critiche “generiche” al governo di turno dello stato sionista, tende invece a stigmatizzare come antisemite la denuncia delle politiche dello Stato di Israele, e non solo di un suo congiunturale governo.

Cosi avviene che forme di boicottaggio economico dello stato di Israele, come quelle del movimento internazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che si prefiggono di colpire Israele in quanto tale, vengano definite come azioni antisemite. La stessa sorte può perfino toccare al rapporto di Amnesty International. La stessa denuncia dell’apartheid di cui sono vittime i palestinesi e del genocidio di Gaza divengono espressioni antisemite.

Ora, se le definizioni dell’IHRA diventano legge, per cui esse debbano costituire la base della formazione al contrasto dell’antisemitismo di polizia, forze armate e magistratura, il punto di riferimento per il contrasto dell’antisemitismo sul web, nondimeno costituiscono la base giuridica per la repressione delle espressioni di denuncia della politica dello Stato sionista, e ancor più nella messa in discussione della sua stessa esistenza.

Bisogna sgombrare il campo dai dubbi. È certo che non verrà mai accusata di antisemitismo la teoria dei due stati per due popoli, ossia il diritto per i palestinesi ad avere uno staterello angusto e senza poteri, più simile ad un bantustan che ad uno Stato, e la cui esistenza peraltro non sarà mai consentita dallo Stato di Israele.

Questa è solo una scappatoia ipocrita per quelle forze politiche ed intellettuali che in realtà negano o addirittura si oppongono ad ogni sostegno serio della causa palestinese. Non è una possibile soluzione diplomatica ma una vera e propria parola d’ordine reazionaria.

La rivendicazione della liberazione della Palestina “dal fiume al mare” e del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese diventa ipso facto una espressione di antisemitismo che deve essere repressa dalle forze dell’ordine a termini di legge.

La libertà del popolo palestinese “dal fiume al mare” è stata la rivendicazione gridata nelle piazze piene di centinaia di migliaia di manifestanti tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Un movimento di solidarietà con la Palestina ed il popolo palestinese così imponente da scardinare le misure di polizia contenute nel decreto sicurezza. Ma soprattutto un movimento popolare, di studenti e lavoratori finalmente chiamati alla mobilitazione unitaria dalle proprie organizzazioni sindacali, così vasto da far tremare il governo italiano e mettere in seria discussione la sua complicità con i crimini dello Stato sionista.

La stessa possibilità futura di una nuova mobilitazione esplosiva deve essere preventivamente scongiurata, cominciando da subito a perseguitarne le possibili avanguardie, accusate di antisemitismo e per questo accusate di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, alla stregua delle organizzazioni terroristiche.

Di fatto, la sacrosanta lotta senza quartiere contro un’ideologia politica colonialista e razzista come quella sionista viene equiparata all’antisemitismo, e per questo repressa dall’apparato giudiziario e di polizia dello Stato italiano.

Quale che sia l’esito parlamentare del ddl antisemitismo, il Partito Comunista dei Lavoratori, che si riallaccia alle posizioni della Quarta Internazionale del 1948 (che, unica organizzazione politica, si oppose alla creazione di uno stato sionista e si pronunciò invece per l’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente), non si farà intimidire e continuerà a sostenere la necessità della distruzione rivoluzionaria dello stato sionista, l’eroica resistenza del popolo palestinese e di tutti i popoli attaccati dal sionismo, la liberazione della Palestina, per una Palestina libera democratica e socialista nell’ambito della federazione socialista di tutto il Medio oriente.

È ciò che i marxisti rivoluzionari devono sostenere se vogliono essere coerenti con le ragioni dei popoli oppressi e del proletariato internazionale.

Federico Bacchiocchi

USA. Dopo le elezioni

 


14 Novembre 2024

English translation

Le operazioni di voto delle dolorose e dispendiose elezioni americane 2024 sono terminate il 5 di novembre. La conta dei voti sta andando avanti mentre sto scrivendo, 10 novembre, ma i risultati generali sono chiari.

Donald Trump ha vinto il suo secondo mandato presidenziale. I repubblicani hanno la maggioranza al Senato e sembrano avviati verso una sottile maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. L'equilibrio nei governatorati statali è invariato. Sette dei dieci referendum statali sull'aborto sono stati vinti dalla parte pro choice. In Florida, un'iniziativa a favore dell'aborto ha ottenuto il 57% dei voti, ma non ha superato la soglia del 60% per l'approvazione.

In questo articolo, che fa seguito al mio precedente, affronterò quattro domande: 1) Cosa è successo nelle elezioni statunitensi del 2024? 2) Perché è successo? 3) Cosa succederà dopo? 4) Cosa si deve fare?


CHE COSA È SUCCESSO NELLE ELEZIONI 2024?

Si stima che siano stati 154,8 milioni di persone ad aver votato alle elezioni statunitensi del 2024, su 244,7 milioni di aventi diritto al voto.
Un tasso di partecipazione del 63,3%. Questo dato è in calo rispetto al tasso di partecipazione del 2020, pari al 66,4%, ma è ancora piuttosto elevato per gli standard statunitensi.

Trump ha attualmente 74,7 milioni di voti, il 50,5% del conteggio. Kamala Harris ha 71,0 milioni di voti, il 48,0% del conteggio. Questi numeri cambieranno man mano che verranno conteggiati altri voti. Molto probabilmente Harris ridurrà il divario tra il suo totale e quello di Trump, dal momento che la maggior parte dei voti non conteggiati si trova in aree democratiche, ma il divario è troppo grande perché possa recuperare. Trump ha attualmente un vantaggio di 312 a 226 nel Collegio Elettorale, un dato che difficilmente cambierà.

I repubblicani hanno guadagnato tre seggi al Senato e probabilmente ne guadagneranno un altro, ottenendo così una maggioranza di 53 a 47. Finora i repubblicani hanno conquistato 213 seggi alla Camera, i democratici 205 seggi, in 17 competizioni sono testa a testa. Quando queste saranno decise, è probabile che i repubblicani avranno mantenuto la loro risicata maggioranza.

A livello statale, come già detto, nessun governatore è passato di mano, e le battaglie per il diritto dell'aborto hanno vinto in sette referendum, hanno ottenuto la maggioranza in otto e hanno perso solo in due.

L'attuale risultato di Trump, pari a 74,7 milioni di voti, è in leggero aumento rispetto a quello del 2020, pari a 74,2 milioni. L'attuale risultato di Harris, pari a 71,0 milioni, è in netto calo rispetto al conteggio di Biden per il 2020, pari a 81,3 milioni. Il divario potrebbe ridursi man mano che vengono conteggiati altri voti, ma il dato principale sembra chiaro: milioni di persone che hanno votato per Biden nel 2020 non hanno votato per Harris.

I tre candidati presidenti di sinistra hanno ottenuto quasi 900,000 voti: 699,151 per Jill Stein del Green Party, 124,635 per Claudia De la Cruz del Party of Socialism and Liberation (PSL), e 67,867 per Cornel West, un indipendente nero radicale.


PERCHÉ È SUCCESSO?

La sconfitta di Harris è in parte espressione del razzismo e del sessismo endemici nella politica statunitense e fomentati dalla demagogia di Trump. La candidatura di Barack Obama riuscì nel 2008 a superare la barriera razziale. La candidatura di Hillary Clinton non riuscì a superare la barriera di genere nel 2016. La candidatura di Harris non è riuscita a sfondare la doppia barriera nel 2024.

La sconfitta di Harris è anche un'espressione del funzionamento del sistema politico statunitense, già descritto in Capitalismo, democrazia ed elezioni americane del 2024. La separazione dei poteri, il sistema di pesi e contrappesi, il collegio elettorale, il Senato, l'ostruzionismo, la nomina a vita dei giudici della Corte Suprema, i diritti degli Stati, l'influenza corruttrice del denaro in politica, la porta girevole tra governo e imprese, i media istituzionali e tutti gli altri aspetti antidemocratici del sistema politico statunitense fanno sì che il governo possa fare solo ciò che la classe dirigente vuole.

Il risultato a livello federale è un'alternanza di governo tra i due partiti capitalisti, generalmente ogni otto anni. Un partito fa promesse, mobilita la sua base, viene eletto, non riesce a mantenere le sue promesse, scoraggia la sua base, non viene votato, dando all'altro partito il suo turno. L'alternanza tra democratici e repubblicani intrappola i lavoratori nella ricerca infinita del male minore.

Nel 2008, Barack Obama ha promesso un «change we can believe in» (cambiamento in cui credere), non è riuscito a mantenerlo e ha deluso la base democratica. Nel 2016, Hillary Clinton, Segretario di Stato di Obama, si è candidata come continuatrice dell'amministrazione Obama. Un numero sufficiente di elettori l'ha abbandonata e ha perso, consegnando la presidenza a Trump.

Nel 2020, Joe Biden è stato eletto grazie alla repulsione popolare nei confronti di Trump, ma questo ha interrotto, piuttosto che annullato, lo schema. L'amministrazione Biden ha prodotto pochi cambiamenti nella politica del governo, anche in materia di immigrazione, dove la retorica di Biden e Trump era molto diversa. Nel luglio 2024, l'amministrazione Biden è tornata alla politica di Trump di respingimento di tutti i richiedenti asilo al confine meridionale rimandandoli in Messico.

Nel 2024, Trump ha conquistato la maggioranza degli elettori bianchi della classe lavoratrice grazie a due temi principali: l'economia e l'immigrazione. L'amministrazione Biden si è vantata di quanto l'economia stesse andando bene: un “atterraggio morbido” dalla crisi del Covid. Ma per la maggior parte dei lavoratori, questo “atterraggio morbido” è stato un ritorno al punto in cui si trovavano sotto Trump prima del Covid, con la differenza che i tassi di interesse e i costi di cibo, energia e abitazioni erano adesso molto più alti. Per quanto riguarda l'immigrazione, l'amministrazione democratica è sembrata aver adottato la politica di Trump.

I democratici non hanno dato una risposta adeguata né sull'economia né sull'immigrazione. Non hanno potuto sostenere misure per redistribuire il reddito dai capitalisti ai lavoratori, perché sono nelle mani dei capitalisti. Non sono abbastanza coraggiosi da dire che gli Stati Uniti hanno bisogno di più immigrati per compensare l'invecchiamento della popolazione, e che gli immigrati hanno bisogno di pari diritti.

Harris e i democratici hanno fatto campagna elettorale principalmente sul tema della democrazia e sul diritto all'aborto. La democrazia era un argomento forte per i progressisti relativamente benestanti, ma aveva poca risonanza con la maggior parte degli elettori. I democratici erano troppo corresponsabili della deportazione degli immigrati, dello smantellamento degli accampamenti dei senzatetto, della militarizzazione della polizia e della repressione delle azioni di solidarietà con la Palestina per essere credibili. I loro tentativi di perseguire penalmente Trump hanno avuto l'apparenza di un utilizzo delle loro cariche per punire i loro nemici.

Il diritto all'aborto è stato il tema più sentito dai democratici. Trump ha dichiarato di essere stato contrario a un divieto di aborto a livello nazionale. e che porrebbe il veto se arrivasse sulla sua scrivania. Ma ci si può aspettare che sosterrà misure per impedire alle donne, negli Stati che vietano l'aborto, di ottenere aborti terapeutici o fuori dallo Stato. L'argomento aborto era forte, ma non era sufficiente.


COSA CI ASPETTA?

Se i repubblicani conquistano la Camera dei Rappresentanti avranno realizato una tripletta – la presidenza ed entrambe le camere del Congresso – e una maggioranza dia sei a tre alla Corte Suprema. Il secondo governo Trump si muoverà sicuramente per estendere i tagli fiscali per i ricchi varati dal primo governo Trump e destinati a scadere l'anno prossimo.

Cercherà di ridurre i regolamenti governativi sui limiti alle emissioni, alle trivellazioni e al fracking per il petrolio e il gas, e a quelli per promuovere i veicoli elettrici. I tagli saranno dannosi, ma il governo Biden non stava facendo neanche minimamente abbastanza. E l'amministrazione ha i suoi conflitti interni: il più grande sostenitore di Trump è Elon Musk, che guadagna miliardi vendendo veicoli elettrici.

L'amministrazione Trump renderà più duro il controllo delle frontiere, ma l'amministrazione Biden era già tornata alla politica trumpiana di respingimento dei richiedenti asilo. Trump parla di radunare e deportare gli immigrati privi di documenti, ma l'economia statunitense ha bisogno di loro, in particolare nell'agricoltura, nell'edilizia, nella lavorazione della carne, nei ristoranti e negli alberghi. Lo stesso Trump guadagna milioni di euro grazie a lavoratori senza documenti nei suoi hotel, casinò e campi da golf. Questo limiterà ciò che potrà fare, a parte sbraitare.

La Corte Suprema ha stabilito che gli Stati possono fissare le condizioni del diritto all'aborto. La maggioranza degli Stati ora protegge questo diritto, compresi i sette che hanno votato in tal senso quest'anno. Sarebbe molto difficile per i governi degli Stati anti-choice (anti-aborto) impedire alle donne di recarsi in altri Stati per abortire o di ottenere mifepristone e misoprostolo per aborti terapeutici.

Il Dipartimento di Giustizia di Trump tornerà probabilmente alla posizione del 2017, secondo cui il Titolo VII della Legge sui diritti civili del 1964, che vieta la discriminazione basata sul sesso, non si applica all'identità di genere. Negli Stati più progressisti, le persone transessuali saranno ancora protette dalla legge statale, ma i loro diritti saranno costantemente attaccati.

Nel complesso, Trump aspira a fare più danni di quanti ne possa fare. La sua amministrazione sarà crudele e odiosa, ma anche inetta. Probabilmente presiederà alla prossima recessione, che potrebbe condannare il prossimo candidato repubblicano.


CHE FARE?

L'elezione di Trump è un duro colpo, ma non è la fine della democrazia statunitense o della lotta di classe. La democrazia è ancora il miglior involucro possibile per il capitalismo, e il sistema bipartitico serve ancora molto bene i capitalisti. La lotta deve continuare nei picchetti e nelle strade.

I compiti dei rivoluzionari rimangono fondamentalmente quelli di prima: costruire sindacati e altre organizzazioni di massa, promuovere la democrazia e la militanza, guidare le lotte, smascherare il capitalismo, l'imperialismo e il sistema bipartitico, resistere al militarismo e alla guerra, creare solidarietà con la Palestina e impegnarsi in tutte le altre lotte contro l'oppressione, costruire partiti dei lavoratori, partiti rivoluzionari e un'Internazionale rivoluzionaria.


(traduzione di Antonio Banchetti)

Peter Solenberger

Liguria, i lavoratori irrompono nella campagna elettorale

 


Nella mattinata di oggi, i lavoratori del bar ristorante Moody di Genova hanno fatto irruzione a Palazzo Ducale all'inizio del confronto promosso dal quotidiano Il Secolo XIX tra i candidati presidenti della Regione, sfidando pubblicamente i candidati a prendere posizione sulla loro vicenda.


La nuova proprietà del locale, subentrata alla Qui! Group (società che ha seminato negli ultimi anni una lunga scia di disastri a catena, non solo a Genova, con licenziamenti e chiusure, a seguito del suo fallimento), ha deciso di chiudere definitivamente il bar ristorante senza nemmeno un'ombra di investimento, mettendo lavoratori e lavoratrici davanti alla scelta fra il licenziamento puro e semplice o il trasferimento in altre regioni.

Il sindaco Bucci, ora candidato della destra alla successione a Toti, ha avuto come unica preoccupazione quella di spegnere la contestazione con la promessa di un incontro martedì prossimo (guardacaso, a elezioni archiviate). Orlando, candidato di PD e alleati, ha auspicato un tavolo di confronto tra i padroni di Moody e i sindacati.
Nell'un caso come nell'altro, raccomandazioni a futura memoria, senza alcuna conseguenza concreta e immediata per i lavoratori, secondo un minuetto già sperimentato con la chiusura della Rinascente anni fa. Promesse rinnovate a ogni occasione utile (magari sotto elezioni, appunto) che non deviano di un millimetro il corso degli eventi. "Tavoli di confronto" annunciati per anni, e licenziamenti che procedevano intatti.

Anche Marco Ferrando, candidato per il PCL, ha discusso con i lavoratori durante la loro azione di protesta, confrontandosi con le loro proposte e tentando di contrastare le promesse a buon mercato degli altri candidati. Durante il confronto con i lavoratori, Ferrando è stato l'unico a rivendicare il blocco dei licenziamenti, e in caso contrario, la requisizione della proprietà, a difesa incondizionata del lavoro.

Accettare l'ipotesi dell'utilizzo degli ammortizzatori sociali (che comunque la nuova proprietà ha già dichiarato di non voler attivare), come chiesto fin da subito dal segretario della FILCAMS-CGIL Genova, significa accettare in partenza l'ipotesi della chiusura, e quindi di conseguenza l'inevitabilità dei licenziamenti. È una logica della sconfitta, che non può e non deve trovare spazio. Occorre invece dare ai lavoratori e alle lavoratrici una prospettiva di vittoria contro l'arroganza padronale, che raccolga la loro volontà di mobilitazione e la faccia valere per una lotta che miri in primo luogo, senza cedimenti, alla salvaguardia del loro lavoro e dei loro diritti.

Il sostegno alla lotta e all'organizzazione dei lavoratori (di Moody e non solo), per un'alternativa di potere e di società, è la ragione della presenza del Partito Comunista dei Lavoratori alle elezioni, in Liguria e altrove.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una vita contro gli operai

 


La storia vera di Giorgio Napolitano, il "comunista" preferito di Kissinger

In queste ore la memoria di Giorgio Napolitano è omaggiata a reti unificate. Non è un caso.
La sua biografia riassume storia e deriva della sinistra italiana tra prima e seconda Repubblica. Dallo stalinismo al liberalismo borghese. La massima coerenza nel trasformismo. La massima coerenza contro gli operai.

Da dirigente stalinista del Partito Comunista Italiano, promosso nel Comitato Centrale col fatidico VIII Congresso (1956) si guadagnò i galloni dorati di Togliatti partecipando attivamente al plauso dei carri armati di Mosca contro gli operai ungheresi. Un bagno di sangue che Napolitano, appena trentunenne, salutò come «difesa del socialismo» e «contributo decisivo alla pace mondiale».

Negli anni '60, responsabile del PCI per il Mezzogiorno al posto del vecchio Li Causi, e pupillo prediletto di Giorgio Amendola, inaugurò la propria carriera nell'ala destra della burocrazia PCI, quella che chiedeva una politica di apertura al governo del centrosinistra, e in particolare al partito socialista, in funzione di una promozione istituzionale del PCI. Fu il celebre congresso del 1966, con la dialettica interna all'apparato stalinista tra la posizione movimentista di Ingrao e la destra amendoliana. L'ambizione di Napolitano era quella di succedere a Luigi Longo quale segretario del partito. Ma la sua posizione di confine nella dialettica d'apparato non giocò a suo favore. La nomina di Berlinguer fu per lui uno smacco che si appuntò al dito.

Negli anni '70, aperti dall'autunno caldo e conclusi con l'unità nazionale, Napolitano giocò un ruolo importante. Al fianco dell'anziano Giorgio Amendola combinò la massima diffidenza verso le lotte dei lavoratori e “il ribellismo del '68” con la massima postura governista.
L'allentamento delle relazioni del PCI con Mosca sancito dal «franco dissenso» sull'invasione della Cecoslovacchia (agosto 1968) e al tempo stesso, e soprattutto, l'ascesa di massa che attraversava il paese spinsero i settori decisivi della borghesia italiana (Carli, Agnelli, La Malfa) ad aprire al PCI per una sua corresponsabilizzazione di governo. Era l'unica via per fermare la classe operaia e ricondurla all'ovile. Napolitano fu un uomo di punta dell'operazione. Attivo sostenitore del compromesso storico di Berlinguer, in omaggio alla tradizione togliattiana del dopoguerra, Napolitano fu il principale elaboratore della politica di austerità e sacrifici che accompagnò la politica dei governi di unità nazionale tra il 1976 e il 1978 (prima manomissione della scala mobile, apertura alle privatizzazioni, esaltazione della produttività...). Il "Piano a medio termine" del PCI, che razionalizzò l'austerità, fu scritto da Giorgio Napolitano, quale responsabile economico del partito.
Ma il suo ruolo e scopo principale da allora divenne un altro: quello di legittimare il PCI quale partito di governo presso la diplomazia dell'imperialismo USA. Napolitano fu il primo dirigente del PCI ospitato a Washington. Kissinger, appena reduce dal golpe fascista di Pinochet, chiamò Napolitano «il mio comunista preferito» (1978). Una onorificenza meritata.

Negli anni '80, gli anni del declino del PCI, Napolitano fu il capofila della cosiddetta ala migliorista del partito, il settore della burocrazia maggiormente legato alle amministrazioni locali, quello più aperto verso le socialdemocrazie europee e in Italia verso il PSI di Bettino Craxi.
Quando il governo Craxi varò il decreto di San Valentino del 1984 contro la scala mobile, costringendo Berlinguer a replicare col referendum per tutelare il peso negoziale del PCI, Napolitano capeggiò l'ala della burocrazia più refrattaria a ogni forma di conflitto col PSI. Ebbe dalla sua anche Luciano Lama, che si allineò a Berlinguer solo per disciplina. Dopo la morte di Berlinguer, quando si aprì nella burocrazia la lotta per la successione, Napolitano puntò a rilanciare una propria candidatura: ma la sua posizione di confine nell'apparato ancora una volta gli precluse quello sbocco, aprendo la via prima a Natta e poi a Occhetto.

Fu solo negli anni '90 che Napolitano cominciò finalmente ad andare all'incasso dei meriti acquisiti in precedenza presso la borghesia italiana (e non solo italiana).
In prima fila nello scioglimento del PCI alla Bolognina, dopo la caduta del Muro di Berlino, Napolitano incrociò il crollo della prima Repubblica e l'avvio della seconda.
Eletto Presidente della Camera nel 1992, fu sufficientemente abile per evitare di restare sotto le macerie del craxismo e al tempo stesso sufficientemente spregiudicato per puntare in prima persona a ruoli di governo.
Quando nacque il primo governo Berlusconi, nel 1994, intervenne in Parlamento per censurare ogni opposizione pregiudiziale. Berlusconi andò platealmente a stringergli la mano. Napolitano divenne il primo ministro degli Interni di estrazione PCI, nel governo di Romano Prodi (1996-1998), quello che con i voti della Rifondazione di Bertinotti, Ferrero, Rizzo, varò il lavoro interinale e il record delle privatizzazioni in Europa. Da ministro degli interni di scuola Pecchioli, Napolitano contribuì col varo di una legge che per la prima volta istituiva la detenzione amministrativa dei migranti (legge Turco-Napolitano), la legge antesignana dei futuri CPR. Una legge infame. Erano gli anni del tentato blocco navale contro l'”invasione” degli albanesi, quello con cui nel 1997 si speronò e affondò nel mare d'Otranto un barcone con più di cento migranti. Un crimine impunito. Il ministro degli Interni Napolitano gestì e coprì l'operazione, e la sua cancellazione successiva dalla memoria nazionale della sinistra.

Ma la carriera di Napolitano nella sua seconda vita era appena iniziata. Nel 2006, forte del suo prestigio, venne nominato Presidente della Repubblica. Da Presidente della Repubblica, collaborò prima col secondo governo di Romano Prodi tra il 2006 e il 2008 (quello che col voto di Rifondazione detassò i profitti passando l'IRES dal 34% al 27,5%), poi col terzo governo Berlusconi (2008-2011), di cui coprì per “responsabilità istituzionale” tutta la legislazione ad personam, le leggi contro il lavoro, la controriforma Gelmini contro la scuola pubblica, firmando e controfirmando tutte le peggiori schifezze.
Quando nel 2011 precipitò la crisi della maggioranza che sorreggeva Berlusconi, cercò di fare l'impossibile per cercare di garantirgli la sopravvivenza. Lo mollò solo sotto la pressione del capitale finanziario nazionale e internazionale con lo spread a 575 punti. Ma invece di convocare le elezioni, patrocinò il governo di unità nazionale di Mario Monti e la sua politica di lacrime e sangue contro i salariati, a partire dalla famigerata legge Fornero. Una politica sostenuta dal PD e consentita dalla CGIL – con la pubblica benedizione di Napolitano – che spianò la strada all'ondata populista tra i salariati.
Rieletto nel 2013 per mancanza di alternative, Napolitano sospinse il tentativo di riforma reazionaria delle istituzioni con un esplicito appello al Parlamento italiano nel nome della governabilità. Fu Matteo Renzi a raccogliere il mandato di Napolitano. La sua gestione personalistica dell'operazione la condannò, com'è noto, alla rovina. Napolitano fu abile ancora una volta a sottrarsi alle macerie di quel renzismo che aveva sospinto, e poi a concludere la propria carriera con un ritiro onorato.

Napolitano uomo delle istituzioni? Certamente. Un servitore fedele dello Stato borghese in tutte le vite che ha attraversato. Sempre dall'altra parte della barricata di classe. Sempre contro i lavoratori.
La borghesia giustamente lo acclama, col coro unanime di tutti i partiti. Landini ha parlato in queste ore, vergognosamente, di «uno di quei padri di cui possiamo sempre andare fieri» (testuale). A noi allora il compito di ricostruire tra i lavoratori la memoria vera di un loro ostinato avversario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Autunno precario per la scuola

 


L’ennesimo settembre all’insegna del precariato e delle incertezze per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola

Anche quest’anno scolastico, come i precedenti, è iniziato all’insegna dell’incertezza per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola che, in mancanza di un reale piano di stabilizzazione, si vedono per l’ennesima volta in una snervante attesa che si sta prolungando anche oltre l’inizio dell’anno scolastico, iniziato con decine di migliaia di cattedre vacanti, visto che neanche quest’anno verranno coperti tutti i posti vacanti e disponibili, con il 200% di insegnanti precari in più rispetto al 2015. Circa 150mila sono i posti in organico di fatto di cui almeno 117mila sono per il sostegno agli alunni con disabilità. Una situazione che vede nei fatti la negazione della continuità didattica per circa la metà delle alunne e degli alunni con disabilità. Anche per quanto riguarda il personale ATA la situazione non è affatto rosea, con le nomine autorizzate, infatti, che andrebbero a coprire a malapena il 30% dei posti vacanti, quando gli incarichi ATA coperti con supplenze vanno a costituire più del 10% del totale.


GPS NEL CAOS: IL CASO DELLA LOMBARDIA

L’attesa per migliaia di insegnanti è stata resa ancora più snervante dagli errori nella convocazione tramite GPS, dove precari storici con un punteggio alto si sono visti scavalcare nella nomina da colleghe e colleghi con un punteggio molto più basso, e supplenze annuali conferite a docenti già inseriti in ruolo da concorso straordinario bis e concorso ordinario. Questa situazione sta penalizzando fortemente i docenti che avevano espresso la preferenza per cattedre che di fatto allo stato attuale sono rimaste vacanti, poiché i docenti con assegnazione finalizzata al ruolo non assumeranno ovviamente servizio nell’altra sede. Una logica del “figli e figliastri” che sta danneggiando docenti e studenti, attaccando salario e dignità dei primi, negando la necessità della continuità didattica per i secondi, soprattutto per le studentesse e gli studenti con disabilità. Queste sedi verranno assegnate, in seconda convocazione, a docenti con punteggio in graduatoria molto inferiore a quello dei colleghi che ne avrebbero avuto diritto. Parecchi docenti che avrebbero avuto diritto alla cattedra annuale, se le procedure fossero state eseguite all’insegna del rispetto dei diritti e della dignità degli insegnanti, risultano allo stato attuale destinatari di cattedra con termine 30 giugno, ed in molti casi di un incarico che nemmeno raggiunge le 18 ore settimanali, con forti ripercussioni anche sul salario e quindi sulla qualità della vita di centinaia, se non migliaia, di docenti.


LA TOTALE CHIUSURA DELL’UST DI MILANO

In tutto ciò le dirigenze dell’ufficio scolastico di Milano, differentemente da quanto sta capitando in altri uffici scolastici provinciali, come Mantova e Cremona, hanno ribadito di non avere alcuna intenzione di ripetere la nomina del primo turno di convocazioni da GPS, rimuovendo dal sistema i docenti che hanno già preso servizio nelle sedi designate per il ruolo.Penalizzando i docenti delle GPS con maggiore punteggio a favore di quelli con punteggio inferiore che, non essendo stati ancora convocati, potranno ottenere incarichi fino al 31 agosto. Ciò vuol dire, oltre l’attuare una letterale umiliazione nei confronti di tanti docenti, della loro dignità come anche della loro anzianità di servizio, la gran parte dei quali provenienti dalle più remote province del Meridione, il cui unico desiderio è quello di poter riprendere a lavorare dopo il licenziamento estivo, il fomentare una vera e propria guerra tra poveri della quale se ne avvantaggeranno soltanto le realtà sindacali corporativistiche e la propaganda dei partiti reazionari come la Lega che sul precariato stanno provando da anni a costruire un bacino di voti.


SE MILANO PIANGE, ROMA NON RIDE

Non troppo diversa è la situazione delle GPS nella capitale. A Roma migliaia di precari hanno vissuto momenti poco piacevoli agli inizi di agosto, quando un errore nelle GPS ha causato punteggi errati, gettando nel panico gli insegnanti e causando un enorme carico di lavoro per l’ufficio scolastico provinciale. Pochi giorni fa, al momento dell’assegnazione, l’algoritmo delle GPS ha assegnato a numerosi docenti incarichi in scuole dove non vi era alcuna sede vacante. Oltre al danno la beffa.
Situazioni simili a quelle di Milano e Roma si sono riscontrate anche in altri territori, come in Toscana, con numerose proteste.


UNA SITUAZIONE CHE NON È PIÙ TOLLERABILE!

Per risolvere il problema del precariato e contrastare l'ormai palese progetto di privatizzazione della scuola, portato avanti indistintamente dai governi di centrodestra e centrosinistra a favore di multinazionali e Chiesa ci battiamo per queste rivendicazioni:

La stabilizzazione di tutti i precari della scuola, insegnanti e ATA

Siamo per un piano di assunzioni che parta dalla trasformazione dell'organico di fatto in organico di diritto, e l'ingresso di tutti gli insegnanti con tre anni di servizio in un processo di formazione e stabilizzazione che non sia diviso, a differenza di come hanno sinora fatto i governi, con il risultato che migliaia di insegnanti abilitati sono ancora senza ruolo (basti pensare alle eterne attese di migliaia di vincitori del concorso 2016 e del concorso 2018, abilitati con le SSIS ed i PAS, del concorso straordinario 2020 come anche dell’ultimo concorso ordinario e dello straordinario bis).

Abolizione dell'algoritmo e convocazioni in presenza

Assistiamo da anni a errori nelle convocazioni dovute alle impostazioni dell'algoritmo. Tutto questo porta a ripetute cancellazioni e ripetizioni delle nomine da GPS che allungano i tempi ad ogni inizio di anno scolastico. Il ripristino delle convocazioni in presenza permetterebbe un più equo scorrimento della graduatoria, evitando che chi ha più punteggio si veda scavalcare da chi è in posizione inferiore per un vizio di forma.
-pubblicazione delle disponibilità al momento della scelta delle sedi. Terribilmente grave è l'inesattezza delle disponibilità, che aumenta nelle migliaia di docenti presenti nelle GPS un senso di incertezza e angoscia che ogni estate si rinnova. È accertato come spesso nei file pubblicati dagli uffici territoriali risultino molte meno cattedre di quelle realmente esistenti.

Lauree abilitanti

Per porre fine al mercimonio dei crediti formativi post-laurea; nello specifico un biennio magistrale abilitante per posto comune e un percorso analogo abilitante per il sostegno.

No al blocco per i neoassunti, sì a pensioni dignitose

Ogni lavoratore deve avere il diritto di poter lavorare dove preferisce. Con ciò condanniamo fermamente il blocco triennale dei neoassunti contenuto nell’ultimo CCNL 2019/2021. Oggi i docenti over 60 ( dato del 2022) sono il 18%: praticamente il doppio della media europea.( 9%)

Analogo il dato dei docenti ultracinquantenni: il 20% dei docenti ha infatti tra i 54 e i 59 anni, mentre il 19% ha tra i 50 e i 54 anni.Più della metà degli insegnanti italiani ha più di 50 anni, con una percentuale complessiva del 57,2%. La media di docenti over 50 in Europa è di circa il 36% (dati SBC del 05/08/2023).

Se vogliamo creare lavoro per i giovani, soprattutto nel Meridione, riducendo l’esodo delle mobilità che ogni anno coinvolge migliaia di docenti e ATA, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

- In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.

- Pensione pari all’80% dell’ultimo salario con ripristino del calcolo retributivo

Internalizzare tutti gli educatori

Il settore delle cooperative sociali è una vera giungla dove migliaia di educatori, soprattutto giovani e donne, sono sfruttati con salari minimi. Chiediamo l'assunzione di tutti gli educatori con lo stesso profilo negli enti locali.
Con queste rivendicazioni, come lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori, siamo intervenuti in tutti gli scioperi dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola degli ultimi anni, e restiamo al fianco dei precari per bloccare ogni scellerato progetto di privatizzazione e divisione della scuola e degli insegnanti.


VIA IL GOVERNO MELONI, VIA BANCHE E CONFINDUSTRIA, POTERE AI LAVORATORI!

Solo con la lotta questo governo nemico dei lavoratori e dei precari potrà essere cacciato, contro ogni compromesso con i partiti nemici delle lavoratrici e dei lavoratori, per la sconfitta delle burocrazie sindacali complici di governo e padronato , burocrazia CGIL e Landini in primis, e di quelle di alcune realtà del sindacalismo di base, che perseguono una politica di microburocrazie, con una politica settaria, divisiva e autocentrata. Ma anche e soprattutto contro ogni logica corporativistica. Perché solo l'unità delle lotte può realmente portare ad un governo dei lavoratori, l'unico che possa realmente difendere gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici.

Lavoratori e Lavoratrici della scuola – Partito Comunista dei Lavoratori

L'Italia scavalca la Francia. In Tunisia

 


La caccia di manodopera a basso costo dei capitalisti italiani

La competizione internazionale tra poli imperialisti coinvolge le rotte internazionali degli investimenti. La cosiddetta deglobalizzazione segna l'accorciamento delle catene del valore, cioè la ricerca da parte di ogni imperialismo di fonti di approvvigionamento più vicine geograficamente, e soprattutto il più possibile sottratte alle incognite di misure sanzionatorie e protezionistiche degli imperialismi rivali.
In questo senso si rafforza in particolare sia la tendenza al reshoring, cioè al reimpatrio delle produzioni industriali (soprattutto da Cina e dall'Asia), sia parallelamente la ricerca di un proprio cortile di prossimità in cui concentrare gli investimenti esteri.

È il caso dell'imperialismo italiano in Tunisia. Già ci siamo occupati recentemente del rischio di default di questo paese, per via dei gravami del debito estero connesso al salto dei tassi di interesse sospinto dalle banche centrali. Un rischio tuttora presente dettato dalla pratica usuraia del capitale finanziario. Ma le politiche di rapina in Tunisia riguardano anche, più direttamente, le pratiche d'impresa, innanzitutto italiane.

In Tunisia il costo del lavoro è un sesto di quello italiano. «La Tunisia ha soprattutto il grande vantaggio di avere tanti lavoratori disponibili, per di più in una zona agricola come questa dalla disoccupazione elevata» dichiara candidamente il padrone dell'azienda di Cornedo Vicentino che ha scelto la Tunisia come seconda patria. Un'azienda di materiale elettronico che investe anche in Romania e Cina ma che ora fa rotta sulla Tunisia. Duecento dipendenti, prossimamente trecento, in località Mornaguia. Prevalentemente giovani e donne. È una delle 911 aziende italiane presenti nel paese, con quasi 80000 posti di lavoro complessivi, prevalentemente nella meccanica e nel tessile abbigliamento, con 135 progetti nuovi nel prossimo anno. Sono aziende che hanno sostituito per lo più le produzioni in Oriente dopo la vicenda Covid e poi con la guerra in Ucraina.

L'Italia fa la parte del leone in Tunisia, sbalzando la Francia al primo posto come partner commerciale, con un incremento delle esportazioni del 39,1% rispetto al 2021 per un totale di 4 miliardi di euro. Il titolare della Sparco, azienda di Torino con 1200 dipendenti, conferma le ragioni della scelta tunisina: «A causa della disoccupazione persone più qualificate accettano di fare lavori al livello più basso». È la stessa ragione che spinge in Tunisia il gruppo Calzedonia con quattro fabbriche, e il gruppo Zoppas.

Il default non è un problema che preoccupa gli investitori italiani. Al contrario: «Un eventuale default potrebbe provocare un indebolimento del dinaro e addirittura una ulteriore riduzione dei costi» dichiara Albino Bellazzi, amministratore delegato di Sparco. In altri termini, più la Tunisia va in rovina, più cresce la disoccupazione, più i giovani e le donne tunisine saranno disponibili a subire un ribasso dei loro già miserabili salari pur di lavorare e sopravvivere. A tutto vantaggio dei nostri capitalisti. Il che spiega oltretutto l'avversione di quest'ultimi all'immigrazione tunisina verso l'Italia e l'Europa. Troppi emigrati riducono la riserva di manodopera disoccupata e dunque il potere di ricatto salariale dei padroni italiani.

Quando Giorgia Meloni gira l'Africa, dalla Tunisia all'Etiopia, con tanto di foto coloniali di scolaresche locali festanti che sventolano il tricolore per renderle omaggio, si occupa solo dell'interesse dei capitalisti italiani. Che non a caso seguono la premier con proprie delegazioni d'affari. La bandiera della Nazione e della Patria, purtroppo oggi rivalutate a sinistra, serve solo ad offrire un paravento di nobiltà all'imperialismo italiano e alla sua ricerca di manodopera a basso costo nelle periferie del mondo. È una ragione in più per una politica internazionalista contro l'imperialismo di casa nostra e contro ogni tossina di sovranismo.

Partito Comunista dei Lavoratori

La manovra economica della destra

 


Una truffa per i salariati. Un colpo alla popolazione povera

I conti in tasca alla manovra della destra sono molto semplici. Una manovra di 32 miliardi di cui ventuno sulle bollette, recita lo spartito di Palazzo Chigi. Ma non vuol dire nulla. Il punto è capire da chi prendono i soldi e a chi vanno, a fronte di una mattanza salariale senza precedenti (+13% di aumenti sul carrello della spesa con stipendi in calo).

Ventun miliardi “sulle bollette” sono in deficit, cioè ricavati dalla vendita di titoli di stato a banche e assicurazioni, che andranno ripagate con tanto di interessi (a tassi accresciuti). Dunque messi a carico della fiscalità generale (che grava all'80% su salariati e pensionati) o finanziati dal taglio futuro alle spese sociali. In ogni caso pagati da lavoratori e lavoratrici.

In cosa consiste il beneficio, e a chi va? Una prima voce riguarda il sussidio per benzina e gasolio alla pompa. Un sussidio che però si riduce del 40%. Dai 25 centesimi attuali a 15 centesimi, per la durata di tre o quattro mesi. Il mantenimento del sussidio integrale “costerebbe un miliardo al mese” dichiara Fazzolari, responsabile economico di Fdi, e dunque l'elemosina viene dimezzata. I risparmi ricavati andranno in aiuti per il caro bollette di ospedali e amministrazioni locali (costi extra del trasporto pubblico): 1,9 miliardi alla sanità, a fronte di un calo progressivo della spesa sanitaria sul PIL già programmato dal DEF; 350 milioni ai trasporti; più 200 milioni alla regione Marche per le recenti alluvioni. In poche parole qualche cerotto mal messo sulle emergenze sociali a spese della popolazione povera, mentre si alza a 5000 euro il tetto al contante a vantaggio degli evasori, e si revoca persino la misura annunciata del taglio dell'IVA su pane e latte perché “troppo costosa”.

Una voce centrale della manovra riguarda le imprese, che si vedono confermati e maggiorati i benefici elargiti da Draghi. Maggiorazione del credito d'imposta (dal 30% al 35%) per bar, ristoranti, piccole attività. Maggiorazione dal 35% al 40% dei bonus fiscali alle imprese a forte consumo di energia elettrica e gas. Rifinanziamento per 500 milioni delle agevolazioni fiscali per le imprese che investono in macchinari. Rinnovo di un anno del credito d'imposta per attività di formazione 4.0. Sostegno con nuove risorse (pubbliche) al made in Italy. Inoltre si prevede l'estensione della flat tax al 15% per le partite IVA che raggiungono gli 85000 euro l'anno, e una flat tax sempre per le partite IVA sui cosiddetti redditi incrementali, cioè sull'aumento di reddito annuo rispetto alla media dei tre anni precedenti. A fronte di un fisco che già si appoggia quasi integralmente sui salariati, si amplia ulteriormente il principio discriminatorio a loro danno.

Il governo cerca di mascherare la realtà, vantando l'investimento di 4,2 miliardi per aumentare la busta paga dei dipendenti attraverso la riduzione del cuneo fiscale. È una truffa. Si tratta di un taglio dei contributi previdenziali a carico dell'erario pubblico senza che i padroni debbano scucire un solo euro. Non a caso l'operazione cuneo fiscale è una bandiera di Confindustria, che chiede formalmente una riduzione di 16 miliardi pagata col taglio del 4% della spesa pubblica. Il governo dà un primo acconto al padronato muovendosi nella direzione richiesta. Per i salariati un apparente beneficio di 10 euro netti al mese in busta paga (a proprie spese), per i padroni la decontribuzione totale per le assunzioni under 36. Un'operazione simbolo dell'età renziana che ha saccheggiò il bilancio pubblico senza un solo vero occupato in più.

L'abbattimento del reddito di cittadinanza finanzia la riduzione del cuneo fiscale. Il governo muove verso la soppressione del reddito nel 2024 per tutti “gli occupabili”. Ossia per coloro che, tra i 18 e i 59 anni, “possono lavorare”. La misura è odiosa. Colpisce chi non trova lavoro, attribuendogli la colpa della propria miseria. Colpisce coloro che lavorano per 3/4 euro all'ora e per questo beneficiano di un sussidio di integrazione. Complessivamente milioni di persone, concentrate soprattutto nel Sud ma non solo, a fronte di una crescita impressionante della povertà assoluta documentata da tutti i rilevatori. L'operazione risponde a un duplice scopo. Da un lato ricava risorse da destinare alle imprese, dall'altro abbatte uno scudo, per quanto precario, di difesa sociale dal supersfruttamento. Che è la vera ragione della canea piccolo e medio-borghese a favore dell'abolizione del reddito. Il governo onora una cambiale presso il proprio elettorato, ma si espone al rischio di un contraccolpo sociale.

Sulle pensioni la truffa è non meno scoperta. “Evitare il ritorno della legge Fornero” è stata una bandiera propagandistica della destra, in particolare di Salvini. In realtà, com'è noto, la legge Fornero non è stata mai abrogata da nessuno, e nessuno dei partiti borghesi rivendica la sua cancellazione. In una società che invecchia, anche in ragione della miseria crescente, la previdenza è un costo troppo grande (più 50 miliardi entro il 2025) per chi deve pagare il debito pubblico alle banche. Si ragiona pertanto solo di finestre per piccole quote di salariati. La soluzione fresca di giornata è quella di quota 63, 41 anni di anzianità contributiva e 62 di vecchiaia, con penalizzazione per chi ne usufruisce. Per di più, siccome, al netto del deficit sulle bollette, ogni spesa si deve autofinanziare all'interno del proprio settore, l'obolo di quota 63 viene pagato dalla riduzione dell'indicizzazione delle pensioni per chi riceve una pensione di 2100 euro lordi. Mentre le pensioni minime vengono portate a 570 euro: il nulla rispetto ai 1000 euro promessi in campagna elettorale.

La conclusione è una sola. Nel momento della nuova precipitazione della crisi sociale, il governo non ha nulla da offrire alla classe operaia. La sua manovra combina la continuità della politica economica di Draghi con le marchette offerte alla piccola e media borghesia, ai suoi privilegi, ai suoi umori reazionari. La sola rendita di posizione di cui l'esecutivo dispone è la pace sociale offerta dalle burocrazie sindacali. Una piattaforma di lotta generale che possa unire gli sfruttati è l'unico modo di sbarrare la strada alla reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dichiarazione del Comitato Centrale del RRP (Russia) sulla situazione attuale

 


5 Ottobre 2022

Pubblichiamo il comunicato del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) sull'avvio e sui primi effetti della cosiddetta mobilitazione parziale annunciata da Putin. Il comunicato critica duramente e coraggiosamente la guerra e la mobilitazione, e invita a ricorrere a mezzi legali per evitare laddove possibile la chiamata al fronte. Siamo al fianco dei compagni e delle compagne russe in questa loro importante e decisiva battaglia di classe, che è per loro oggi innanzitutto una battaglia contro la loro borghesia imperialista affamatrice e criminale.



L'annuncio e l'inizio della mobilitazione parziale in Russia è l'evento più significativo da molto tempo a questa parte.

A malincuore, dopo un lungo ritardo, le autorità hanno comunque deciso di adottare pratiche di mobilitazione su larga scala. Non c'è stato nulla di paragonabile a questo fin dalla Grande Guerra Patriottica.

La riluttanza a mobilitarsi è ovvia e comprensibile.

Lo Stato russo, come è noto alla persona media, mirava alla DE-mobilitazione della popolazione; il governo non aveva bisogno di opposizione, ma non aveva nemmeno bisogno di sostenitori. Tutte le funzioni politiche sono state assunte dall'apparato burocratico, che ha cercato di trasformare tutta la vita pubblica in una cerimonia ufficiale. Questo era il quadro che si stava delineando all'inizio del regno di Putin, quando l'avanguardia operaia era stata frantumata nelle lotte di classe degli anni Novanta, e poi sono arrivati i “sazi” anni 2000. Così la maggioranza della popolazione ha "accettato" questo tacito patto: i cittadini non si occupano di politica, la politica non si occupa dei cittadini. E così è stato per molto tempo, e i singoli – seppur numerosi – eccessi non sono diventati un sistema.

E anche quando "esperti" e orchestratori dilettanti hanno iniziato a operare in Ucraina, l'illusione ha retto. Ma ora quell'accordo è finito per sempre. Ora la macchina statale ha iniziato a mostrare e ad accrescere il dispotismo, interferendo con la forza nella vita dei cittadini, sbattendo le persone al fronte, distruggendo l'abituale vita da retrovia, e per di più su scala massiccia, colpendo milioni di persone alla volta. Il modo in cui i cittadini russi hanno percepito il cambiamento è visibile nella crescita dell'ansia, nella scomparsa del patriottismo, negli stati d'animo di panico, nell'indignazione della gente. E questi sono solo i primi giorni, ma non si vede fine della mobilitazione. La famigerata operazione rischia di diventare permanente.

La violenza sul fronte interno e la crescita dell'illegalità e dello sfruttamento non potranno che aumentare. I funzionari sono in combutta con il capitale.

Lo Stato ha teoricamente (!) garantito che i mobilitati manterranno il loro posto di lavoro. Ovviamente qui si parla solo di coloro che lavorano con un contratto, quando milioni di persone lavorano senza contratto, grazie allo stesso governo. Non ci saranno posti di lavoro per loro. Anche questo patetico emendamento non è comparso immediatamente, ma sotto la pressione dell'opinione pubblica.

La Duma ha apparentemente (!) approvato una legge per il blocco dei debiti per i mobilitati. Il presidente dell'Associazione bancaria ha dichiarato che se iniziassero a condonare i debiti, le banche potrebbero fallire. Quindi anche la morte non è una scusa per non pagare: il giogo fiscale sarà ereditato. Resta da vedere se la soluzione del blocco rimarrà, dato che le leggi vengono stampate e passano attraverso il ciclo completo di approvazione nel giro di poche ore.

Questa è la situazione dei mobilitati. Non andrà meglio per il fronte interno: lo sradicamento di trecentomila specialisti abili e qualificati dall'economia porterà nel prossimo futuro a un aumento dello sfruttamento dei lavoratori rimasti, perché ora sarà necessario lavorare per se stessi e per gli uomini arruolati al fronte. Allo stesso tempo, nessuno parla di un aumento dei salari. L'inflazione e l'aumento dei prezzi continueranno a devastare il già esiguo paniere alimentare dei lavoratori. E nessuno parla di misure contro l'inflazione. Non si parla nemmeno della nazionalizzazione delle imprese strategiche oggi nelle mani di proprietari "efficienti". Lasciamo che siano i lavoratori a pagare l'operazione con il loro sudore nelle retrovie, con il loro sangue nella zona di guerra, mentre la proprietà e i profitti sono affari privati della borghesia, e i funzionari non si intrometteranno negli affari privati.

Violenza, oppressione e sfruttamento sono diventati una realtà per milioni di cittadini russi, grazie a questa decisione, seppur "parziale".

Non sappiamo esattamente quando l'usura dei pezzi di ricambio dovuta alla mancata sostituzione delle importazioni e l'obsolescenza del parco macchine utensili dovuta all'industria delle macchine utensili "ottimizzata" porteranno all'inceppamento dell'industria nel suo complesso.

Non sappiamo quando le istituzioni statali, divorate dalla corruzione e dalle tangenti, inizieranno a sgretolarsi e a crollare sulle teste dei cittadini comuni.

Né possiamo dire con esattezza quante altre decisioni sbagliate saranno prese da una "élite" decaduta e invecchiata al fronte e sul fronte interno. E quante migliaia di vittime costerà ai lavoratori.

Ma ciò che è certo è che la lotta sta diventando l'unico mezzo di autoconservazione per la classe operaia. I lavoratori non sono bestiame e non si lasceranno degradare a bestiame, aspettando obbedientemente le rappresaglie.

Se la borghesia e i burocrati iniziano una guerra di classe contro i lavoratori, sappiamo che i lavoratori non esiteranno a rispondere. E che i lavoratori hanno tutto per vincere.

Compagni! Se siete stati chiamati al fronte, il partito ha un ufficio di assistenza legale che può consigliarvi sulla legalità della chiamata, e sulle modalità e strategie che possono aiutarvi in questa situazione. Contattate i nostri gruppi tramite messaggio privato o i compagni che ne fanno parte.

Nessuna operazione che non sia un'operazione di classe!

Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario)

VIDEO: Contro il governo Draghi! - Marco Ferrando (18 febbraio 2021) - Piazza S.Silvestro - Roma

 


Contro il governo Draghi, per il più ampio fronte unico delle lavoratrici e dei lavoratori!














Intervento del compagno Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, alla manifestazione unitaria contro il governo Draghi, tenutasi a Roma il 18 febbraio 2021. L’unità nazionale attorno a Draghi richiede la costruzione del fronte unitario più ampio dell’opposizione di classe. I padroni e il governo hanno paura di una sola cosa: la lotta di classe. Al fronte unico di padroni e governo opponiamo il fronte unico delle lavoratrici e dei lavoratori! L'alternativa vera è tra capitale e lavoro. Lottare coerentemente contro il capitalismo e i suoi governi significa battersi per un'alternativa politica anticapitalista e rivoluzionaria. Significa ricondurre ogni lotta alla prospettiva generale di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione! Avanti!


Partito Comunista dei Lavoratori


Le balle insultanti della Stampa sui rider

 


Spudorata propaganda dei giornali al servizio (come sempre) dei padroni

È di giorni fa la notizia di un rider che riesce a guadagnare 2000 euro al mese (Da commercialista a rider felice, La Stampa, 15 gennaio). Notizia di per sé ampiamente criticata, poi smentita da diverse testate, fino al giornale stesso che l'ha pubblicata.
Senza entrare nel vivo della polemica, che poco ci interessa poiché sappiamo bene quali sono le condizioni dei rider, e dei rider abbiamo già scritto molto, se è vero che il rider Emiliano Zappalà (persino il nome è risultato essere falso) di cui parla l'articolo della Stampa guadagna 2000 euro (ma a volte fino a 4000) al mese, questo non può essere preso come caso tipo.
La Stampa aggiunge alla fine dell’articolo una nota, dove smentisce parte dell’articolo. In particolare, che un rider guadagna mediamente 7.50€ l’ora, e in media 839€ al mese.

Quello che ci interessa però è il messaggio di fondo trasmesso da questa notizia. Un messaggio che delinea perfettamente il pensiero medio della borghesia, della nostra classe dominante: lavora sodo, lavora molto, non lamentarti e i risultati arrivano! I risultati non arrivano? Allora vuol dire che sei tu lavoratore il problema. Evidentemente sei tu stesso la causa del fatto che non trovi lavoro o che invece di guadagnare 2000 euro al mese ne guadagni a malapena 600. Chiaro, no?

Nell’epoca del CoViD molti si sono dedicati al lavoro di rider, ed è molto aumentata la richiesta di consegne. Molti di essi lamentano di essere sottopagati, spesso di fare consegne per pareggiare i costi, dipendenti spesso da una app controllata da un sistema con dietro una multinazionale che rifiuta qualunque tipo di trattativa. Una nuova falange di classe operaia sottoposta ad uno sfruttamento devastante, e chi si lamenta viene immediatamente allontanato e prontamente sostituito.
Ora la notizia di Zappalà, che riesce a guadagnare oltre 2000 euro al mese facendo 100 km al giorno in bicicletta (quasi una tappa del Giro d’Italia, con il borsone sulla schiena a consegnare roba). Uno schiaffo a tutti i riders.

Non ci stupisce la complicità della stampa borghese, che nonostante l'evidenza dei fatti non cede di un millimetro nel diffondere queste fantasticherie, per portare avanti il sogno liberale dello sfruttamento giocando sulla crisi di migliaia di lavoratori che oggi più che mai sono sotto la ghigliottina padronale.

Riproponiamo quindi l’unità di tutti i lavoratori con la lotta dei rider, proprio ora che sono diventati una categoria fondamentale per buona parte del commercio, insieme ai lavoratori della logistica.

Partito Comunista dei Lavoratori

Chi paga il conto della pandemia?


Una enorme valanga si sta per abbattere sui lavoratori e le lavoratrici
. La stessa legge del profitto che ha moltiplicato i morti della pandemia, coi tagli di vent'anni alla sanità pubblica, presenta ora il conto ai salariati.


Altro che “siamo tutti sulla stessa barca”!

In questi mesi, capitalisti, grandi azionisti, uomini d'affari, hanno ottenuto un nuovo taglio di tasse e contributi; hanno beneficiato, a partire da FCA, di crediti bancari coperti da garanzie pubbliche per decine di miliardi; si sono serviti della cassa integrazione anche quando continuavano a macinare fatturato e profitti. Ora annunciano un’ondata di licenziamenti sino alla distruzione (dichiarata) di un milione di posti di lavoro, e il rifiuto di rinnovare i contratti a cinque milioni di lavoratori spesso con la paga falcidiata dalla cassa. Mentre 600.000 precari sono già stati buttati su una strada e centinaia di migliaia di lavoratrici sono state costrette a rinunciare al lavoro nel lockdown per accudire i figli in assenza di asili.
L'emergenza sanitaria è ormai la coperta che giustifica ogni arbitrio nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche.

Parallelamente, la famosa pioggia di miliardi annunciati dal governo e dall'Unione Europea e presentati come “la fine dell'austerità” si rivela per quello che è: un nuovo gigantesco debito pubblico, nazionale ed europeo. Soldi ricavati vendendo titoli pubblici alle banche e da ripagare alle banche che li hanno comprati. Soldi messi sul conto dei salariati. Quelli che le tasse le pagano, che non dispongono di paradisi fiscali, che già hanno pagato con trent'anni di sacrifici il debito pubblico col capitale finanziario.
E tutto questo perché? Per tutelare i profitti, le grandi rendite, i grandi patrimoni. Quelli che si sono arricchiti sul precariato, il super sfruttamento, la cancellazione dei diritti, non solo in Italia ma in tutta Europa e nel mondo.

La pandemia ha rivelato agli occhi di tutti il massacro degli ultimi trent'anni e i suoi disastri.
Servizi sanitari ridotti a colabrodo, senza posti letto, senza infermieri, senza medicina territoriale, mentre la sanità privata sbarca in Borsa con profitti da favola e lascia i dipendenti senza contratto da 14 anni. Così la scuola, che non sa come riaprire in sicurezza, perché mancano insegnanti, mancano aule, i mezzi di trasporto locale sono stati tagliati e privatizzati. Né i Comuni possono venire in soccorso perché hanno dismesso il patrimonio pubblico per ovviare ai tagli e pagare anch'essi il debito alle banche.

Tutto questo ha un nome: si chiama capitalismo. Un'organizzazione fallita della società, che non ha più niente da dare ma solo da togliere.

È allora necessario dire basta! È ora di unire in una lotta sola tutte le lotte di resistenza. È ora di contrapporre al programma del padronato un programma di segno uguale e contrario:

- Blocco dei licenziamenti
- Nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori
- Ripartizione fra tutti del lavoro che c'è attraverso la riduzione dell'orario a 30 ore pagate 40
- Grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici nella sanità, nella scuola, nei trasporti pubblici, nel risanamento ambientale
- Tassazione progressiva dei profitti e dei grandi patrimoni
- Cancellazione del debito pubblico verso le banche e nazionalizzazione di quest'ultime

Solo queste misure possono segnare una svolta. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzarle. Solo la generalizzazione della lotta può aprire dal basso questa prospettiva.

Partito Comunista dei Lavoratori