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Il disegno di legge sull’antisemitismo: un pezzo della costruzione autoritaria del regime italiano

 


Il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo. Ora si attende ola passaggio alla Camera. Ha avuto un consenso trasversale, infatti è stato votato dalla destra di governo e da parte del centrosinistra, con il voto favorevole di alcuni senatori e l’astensione della maggioranza dei senatori del PD

AVS e M5S hanno votato contro. Questo ddl vuole consolidare a livello giuridico la repressione del grande movimento per la libertà della Palestina che ha attraversato il nostro Paese nei mesi scorsi. Insieme al decreto sicurezza, che colpisce il diritto a manifestare e aumenta i poteri di polizia, esso costituisce un dispositivo articolato inteso a colpire i movimenti sociali, a cominciare dalle lotte dei lavoratori, i movimenti per i diritti civili e per la salvaguardia dell’ambiente, e i movimenti di solidarietà internazionale come quello per la libertà della Palestina.

Questo articolato complesso giuridico segna un salto di qualità nel carattere autoritario del regime italiano, funzionale agli interessi dell’imperialismo italiano, sia sul piano interno, prevenendo mobilitazioni di massa destabilizzanti, sia sul piano internazionale, tutelando le sue relazioni speciali, economiche e militari con lo Stato sionista ed in generale in tutto il Medio Oriente.

Lo scopo reale del ddl antisemitismo, che ufficialmente è quello di combattere la recrudescenza di questa forma di razzismo, in realtà è quella di equiparare antisemitismo e antisionismo e di perseguitare ogni critica ed ogni opposizione al governo e allo Stato di Israele.

Il testo aderisce completamente alla definizione di antisemitismo coniata all’organizzazione sionista dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Questa definizione, pur concedendo che si possano fare critiche “generiche” al governo di turno dello stato sionista, tende invece a stigmatizzare come antisemite la denuncia delle politiche dello Stato di Israele, e non solo di un suo congiunturale governo.

Cosi avviene che forme di boicottaggio economico dello stato di Israele, come quelle del movimento internazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che si prefiggono di colpire Israele in quanto tale, vengano definite come azioni antisemite. La stessa sorte può perfino toccare al rapporto di Amnesty International. La stessa denuncia dell’apartheid di cui sono vittime i palestinesi e del genocidio di Gaza divengono espressioni antisemite.

Ora, se le definizioni dell’IHRA diventano legge, per cui esse debbano costituire la base della formazione al contrasto dell’antisemitismo di polizia, forze armate e magistratura, il punto di riferimento per il contrasto dell’antisemitismo sul web, nondimeno costituiscono la base giuridica per la repressione delle espressioni di denuncia della politica dello Stato sionista, e ancor più nella messa in discussione della sua stessa esistenza.

Bisogna sgombrare il campo dai dubbi. È certo che non verrà mai accusata di antisemitismo la teoria dei due stati per due popoli, ossia il diritto per i palestinesi ad avere uno staterello angusto e senza poteri, più simile ad un bantustan che ad uno Stato, e la cui esistenza peraltro non sarà mai consentita dallo Stato di Israele.

Questa è solo una scappatoia ipocrita per quelle forze politiche ed intellettuali che in realtà negano o addirittura si oppongono ad ogni sostegno serio della causa palestinese. Non è una possibile soluzione diplomatica ma una vera e propria parola d’ordine reazionaria.

La rivendicazione della liberazione della Palestina “dal fiume al mare” e del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese diventa ipso facto una espressione di antisemitismo che deve essere repressa dalle forze dell’ordine a termini di legge.

La libertà del popolo palestinese “dal fiume al mare” è stata la rivendicazione gridata nelle piazze piene di centinaia di migliaia di manifestanti tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Un movimento di solidarietà con la Palestina ed il popolo palestinese così imponente da scardinare le misure di polizia contenute nel decreto sicurezza. Ma soprattutto un movimento popolare, di studenti e lavoratori finalmente chiamati alla mobilitazione unitaria dalle proprie organizzazioni sindacali, così vasto da far tremare il governo italiano e mettere in seria discussione la sua complicità con i crimini dello Stato sionista.

La stessa possibilità futura di una nuova mobilitazione esplosiva deve essere preventivamente scongiurata, cominciando da subito a perseguitarne le possibili avanguardie, accusate di antisemitismo e per questo accusate di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, alla stregua delle organizzazioni terroristiche.

Di fatto, la sacrosanta lotta senza quartiere contro un’ideologia politica colonialista e razzista come quella sionista viene equiparata all’antisemitismo, e per questo repressa dall’apparato giudiziario e di polizia dello Stato italiano.

Quale che sia l’esito parlamentare del ddl antisemitismo, il Partito Comunista dei Lavoratori, che si riallaccia alle posizioni della Quarta Internazionale del 1948 (che, unica organizzazione politica, si oppose alla creazione di uno stato sionista e si pronunciò invece per l’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente), non si farà intimidire e continuerà a sostenere la necessità della distruzione rivoluzionaria dello stato sionista, l’eroica resistenza del popolo palestinese e di tutti i popoli attaccati dal sionismo, la liberazione della Palestina, per una Palestina libera democratica e socialista nell’ambito della federazione socialista di tutto il Medio oriente.

È ciò che i marxisti rivoluzionari devono sostenere se vogliono essere coerenti con le ragioni dei popoli oppressi e del proletariato internazionale.

Federico Bacchiocchi

Cuba: sovranità popolare, democrazia e responsabilità storica


 Una corrispondenza da Cuba

Socialistas en Lucha (SeL) respinge l’intensificazione delle politiche coercitive del governo degli Stati Uniti contro Cuba. Le recenti misure volte a penalizzare i paesi terzi che commerciano petrolio o prodotti petroliferi con l’isola costituiscono misure unilaterali di pressione economica extraterritoriale che incidono direttamente sulle condizioni di vita della popolazione cubana. Queste politiche non sono strumenti di democratizzazione: sono meccanismi di punizione collettiva che trasferiscono le controversie geopolitiche alla sfera sociale.

L’attuazione di queste misure coincide con un momento di estrema vulnerabilità. L’interruzione delle forniture energetiche dal Venezuela – quasi 30.000 barili al giorno, tra il 30 e il 40% del fabbisogno nazionale – ha lasciato Cuba priva di uno dei suoi principali supporti operativi. A gennaio, il Paese ha ricevuto solo 84.900 barili in un’unica spedizione dal Messico, ben al di sotto della media giornaliera di 37.000 barili registrata nel 2015. Il risultato è una profonda crisi energetica, con prolungati blackout, calo della produttività e gravi interruzioni dei servizi di base.

In questo contesto, è necessario riconoscere un’innegabile realtà sociale: lo sfinimento materiale e politico ha portato settori crescenti della popolazione a percepire la pressione esterna – e persino l’intervento – come una possibile soluzione. Questa percezione non deriva dalla fedeltà a una potenza straniera, ma piuttosto dall’assenza di prospettive interne credibili, dal soffocamento del dibattito politico e dalla mancanza di meccanismi efficaci per influenzare la direzione del Paese. Comprendere questa tendenza è essenziale per delegittimarla.

Da una prospettiva di sinistra democratica, affermiamo con chiarezza che nessuna trasformazione emancipativa può derivare da coercizioni esterne. Le grandi potenze non agiscono in nome dei diritti dei popoli, ma piuttosto in nome dei propri interessi strategici. La storia latinoamericana dimostra che la pressione economica e la tutela politica generano dipendenza, frammentazione sociale e nuove forme di subordinazione, non certo democrazia o giustizia sociale.

Ma allo stesso modo, sarebbe politicamente improduttivo attribuire la crisi cubana esclusivamente a fattori esterni. La responsabilità dell’attuale blocco al potere è centrale. Per decenni, si è consolidato un modello di potere altamente centralizzato, con scarsa predisposizione a rendere conto di ciò che fa, ostile al pluralismo politico e sempre più slegato dalle reali dinamiche sociali. La riduzione del socialismo a amministrazione burocratica e controllo politico ha svuotato del suo contenuto il progetto emancipativo che un tempo mobilitava ampi settori della società.

La sovranità non può essere sostenuta solo attraverso il rifiuto delle interferenze straniere. È inscindibile dalla democrazia politica, dai diritti civili e da un’effettiva partecipazione popolare. Quando i cittadini non hanno canali autentici per deliberare, organizzare e contestare le decisioni strategiche, la sovranità diventa una formula retorica amministrata dall’alto.

Le sanzioni, le restrizioni finanziarie e le politiche di isolamento commerciale imposte dagli Stati Uniti sono reali e profondamente dannose. Ma il loro impatto è amplificato da una situazione di stallo interno fatta di rigidità economiche, mancanza di trasparenza, criminalizzazione del dissenso e una cultura politica che confonde la stabilità con la paralisi. Questa situazione complessa spiega perché ampi settori della società non vedano soluzioni che vengano dall’interno del Paese, e finiscano per riporre speranze contraddittorie e disperate in fattori esterni.

Oggi Cuba si trova ad affrontare una crisi a diversi livelli: una popolazione che invecchia di oltre il 20%, pensioni che non coprono il costo della vita, un sistema sanitario in deterioramento, un sistema educativo in declino, servizi pubblici intermittenti, infrastrutture al collasso e un processo informale di dollarizzazione che esaspera le disuguaglianze. A ciò si aggiunge la continuità della repressione politica, con oltre 1.185 persone incarcerate per aver esercitato diritti fondamentali, che erode ulteriormente la fiducia dei cittadini.

Noi di Socialistas en Lucha (SeL) sosteniamo che il modo migliore per prevenire l’intervento straniero non sia l’inazione, ma una profonda democratizzazione. Solo un’autentica espansione dei diritti politici, il riconoscimento del pluralismo sociale, la legalizzazione delle organizzazioni indipendenti e il ripristino della sovranità popolare possono ricostruire una visione condivisa e restituire legittimità al progetto socialista.

Cuba non si trova di fronte a una scelta tra coercizione esterna e continuità autoritaria. La vera alternativa è tra dipendenza e democrazia, tra amministrazione burocratica e protagonismo popolare.

La nostra posizione è inequivocabile: rifiuto di ogni forma di dominio esterno e opposizione all’ordine interno che ha soffocato la partecipazione sociale. Difendiamo un socialismo democratico, basato sui diritti, sulle decisioni pubbliche e sul controllo popolare del potere.

Né controllo imperiale né chiusura burocratica.

Per la sovranità popolare, la democrazia politica e il socialismo dal basso.

Socialistas en Lucha

Capitalismo, democrazia ed elezioni USA 2024

 


3 Novembre 2024

English translation

In tutte le principali elezioni statunitensi, il coro di liberali, socialdemocratici, stalinisti e poststalinisti esorta a votare per i candidati del Partito Democratico. “I democratici hanno i loro difetti”, dicono, "ma una vittoria repubblicana sarebbe un disastro".

Quest'anno il coro è più forte che mai. “È in gioco la democrazia!”, dicono i sostenitori del voto per i democratici. Ma è vero? L'elezione di Donald Trump distruggerebbe la democrazia negli Stati Uniti? L'elezione di Kamala Harris lo impedirebbe? In realtà, nessuna delle due asserzioni è vera.

Negli USA le ezioni sono divenute sempre più polarizzate negli ultimi trent'anni. Il Partito Repubblicano si è fatto sempre più stridente nella sua retorica sull'immigrazione, la criminalità, l'aborto, il gender, le tasse, i vincoli governativi “che ammazzano il lavoro”, e le élite liberali "woke". Il Partito Democratico si è presentato principalmente come il partito moderato, il partito del “loro no”, il partito del mantenimento dello status quo. La campagna di Bernie Sanders del 2016 è stata solo una parentesi.

I democratici sono il male minore, rispetto ai repubblicani, ma a parte la retorica, poco è cambiato dall'amministrazione Trump a quella Biden. La politica del governo è rimasta in gran parte la stessa, non solo per quanto riguarda il militarismo, la guerra e l'economia, ma anche per quanto riguarda la polizia, l'immigrazione e l'ambiente.

Nonostante l'aumento della polarizzazione, la democrazia rimane il miglior involucro possibile per il governo capitalista, e il sistema bipartitico funziona bene per i padroni. Il governo può fare solo ciò che la classe dominante vuole che esso faccia, e l'alternanza tra democratici e repubblicani intrappola i lavoratori nella continua ricerca del male minore.

I rivoluzionari dovrebbero sfruttare il momento didattico delle elezioni per educare i lavoratori alla trappola del male minore dei capitalisti, alla necessità di un partito operaio di massa, al nostro programma per quel partito, ai limiti della politica elettorale e alla necessità di un'azione di massa per resistere efficacemente.

Non dovremmo entrare in dispute con i lavoratori sul come votare, ma dovremmo raccomandare ai lavoratori politicamente avanzati che vogliono andare oltre la ricerca del male minore di votare per un candidato verde, indipendente o altri candidati non capitalisti, piuttosto che astenersi passivamente.


DEMOCRAZIA E FASCISMO

Una parte della sinistra statunitense dipinge le elezioni del 2024 come una battaglia tra democrazia e fascismo. Entrambi i termini devono essere esaminati. In Stato e rivoluzione, Lenin, citando Engels, descrive la democrazia come “il miglior involucro possibile per il capitalismo”:

«Nella repubblica democratica – continua Engels – "la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura", in primo luogo con la "corruzione diretta dei funzionari" (America), in secondo luogo con "l'alleanza tra governo e Borsa" (Francia e America).

Nel momento attuale, l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" sino a farne un'arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di difesa e di realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza. [...]

La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito [...] di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo.
»

Il fascismo è un movimento reazionario di massa con componenti politiche, sociali, culturali, elettorali e paramilitari. Si basa su settori della popolazione che si sentono minacciati dalla crisi economica e dai cambiamenti sociali, in particolare la classe media, ma anche settori della classe operaia. Utilizza una demagogia razzista, sciovinista, xenofoba e sessista. Promette di rendere di nuovo grande la nazione e il suo popolo.

Storicamente, i capitalisti si sono rivolti al fascismo per schiacciare il movimento operaio durante le gravi crisi in cui la classe operaia si solleva e il miglior guscio possibile dei capitalisti non è in grado di contenere la rivolta. Se una leadership timida fa vacillare i lavoratori, i fascisti colgono l'occasione.

Il ricorso al fascismo è rischioso per i capitalisti. I fascisti hanno interessi e basi proprie, che li rendono, nel migliore dei casi, un parassita pericoloso e costoso. Possono provocare una rivoluzione operaia e perdere. Se vincono, possono portare il paese al disastro. I capitalisti non sceglieranno questa strada se non quando temeranno, in caso non la scegliessero, di perdere tutto.


IL SISTEMA POLITICO STATUNITENSE

Il sistema politico degli Stati Uniti è stato progettato e perfezionato per far sì che l'azione del governo si limiti solo a ciò che vuole la classe dirigente, ovvero ciò che vuole la totalità o la maggioranza della classe dirigente.

Gli Stati Uniti hanno tre livelli di governo: il governo federale, i cinquanta governi statali e migliaia di governi locali. All'interno di ogni unità governativa, i rami legislativo, esecutivo e giudiziario hanno poteri separati. Possono controllarsi e bilanciarsi a vicenda, come dicono i libri di scuola. I rami esecutivi hanno burocrazie permanenti di vario tipo, tra cui la polizia e l'esercito, che possono minare le decisioni democratiche.

Il Presidente degli Stati Uniti è scelto dal Collegio elettorale, non dal voto popolare. Ogni Stato ha un numero di elettori pari al numero di membri della Camera dei Rappresentanti e del Senato. Nella maggior parte degli Stati, il partito che vince la maggioranza del voto popolare ottiene tutti gli elettori. Nel 2016 Hillary Clinton ha vinto il voto popolare con tre milioni di voti, ma ha perso il Collegio elettorale. Nel 2020, Joe Biden ha dovuto vincere il voto popolare con sette milioni di voti per vincere il Collegio elettorale.

La Camera dei Rappresentanti dovrebbe essere il ramo più democratico del governo federale, eppure raramente riesce ad approvare leggi progressive. Il Senato è meno democratico, con due senatori per ogni Stato, indipendentemente dalle dimensioni, e regole che richiedono una supermaggioranza del 60% per approvare tutte le leggi tranne quelle di routine. Tuttavia, il Senato serve spesso a moderare le misure reazionarie adottate dalla Camera.

La Corte Suprema è il ramo meno democratico del governo federale. I suoi nove giudici, nominati dal Presidente con l'approvazione del Senato, restano in carica a vita. Eppure la Corte Suprema ha ripetutamente avviato riforme che il Presidente e il Congresso non hanno avuto il coraggio di avviare, dalla desegregazione scolastica negli anni Cinquanta al diritto all'aborto nel 1973, fino al matrimonio omosessuale nel 2015.

Con la nomina di tre giudici da parte di Donald Trump durante il suo primo mandato, la Corte è tornata al suo precedente ruolo di blocco delle riforme. Un sistema disfunzionante da cima a fondo, tranne quando la classe dirigente vuole agire.


DEMOCRATICI E REPUBBLICANI

A questa struttura si sovrappone il sistema bipartitico. I democratici e i repubblicani sono entrambi partiti capitalisti. Dipendono dalle donazioni dei capitalisti e dal riconoscimento dei media capitalisti. I loro politici di punta fanno la spola tra il governo, l'esercito, le imprese e il mondo accademico. Se non sono già ricchi personalmente quando entrano in politica, lo diventano rapidamente.

Sin dall'amministrazione di Woodrow Wilson del 1912-20, i democratici si sono posizionati come il partito capitalista liberale, o di centrosinistra, mentre i repubblicani si sono posizionati come il partito capitalista conservatore, o di centrodestra. Il loro terreno comune è l'agenda della classe dominante, che da oltre quarant'anni è l'imperialismo neoliberista.

Ci sono differenze tra i due partiti capitalisti. I democratici sono favorevoli a un maggiore intervento del governo per promuovere l'occupazione, ridurre la povertà e proteggere l'ambiente. Sono più favorevoli ai diritti civili, ai diritti riproduttivi e ai diritti LGBTQ+. Sono favorevoli al multilateralismo in politica estera.

I repubblicani sono favorevoli a tasse più basse, a una minore regolamentazione governativa e a lasciare le questioni economiche al mercato e quelle politiche ai singoli stati (e non al governo federale). Hanno un'ala isolazionista che vuole una politica estera ispirata all'“America first”. Proiettano un'immagine di legge e ordine, e proclamano le virtù del matrimonio, dei nuclei famigliari e della religione.

Il sistema bipartitico riduce la maggior parte delle differenze alla retorica. I democratici hanno controllato la presidenza, la Camera e il Senato con le elezioni del 1992, 2008 e 2020, senza cambiare nulla di fondamentale. I repubblicani hanno controllato la presidenza, la Camera e il Senato nel 2000 e nel 2016, e non hanno cambiato nulla di fondamentale. Negli altri anni, l'amministrazione è stata divisa, e ha potuto realizzare ben poco.

Le amministrazioni Trump e Biden hanno aumentato la spesa militare annuale a oltre 750 miliardi di dollari di spesa diretta e 1.500 miliardi di dollari di spesa totale (diretta e indiretta). Le amministrazioni hanno stanziato 3,5 trilioni di dollari ciascuna per contrastare la pandemia di Covid e lo sconvolgimento economico che ha causato. Trump ha imposto ingenti dazi sulle merci cinesi per aiutare la produzione statunitense a competere. Biden ha mantenuto le tariffe e ha aggiunto 1.000 miliardi di dollari di sussidi “buy American”.

Nonostante una retorica più umanitaria, l'amministrazione Biden ha attuato le politiche dell'amministrazione Trump per rendere chiuso il confine degli Stati Uniti con il Messico e tenere lontani i richiedenti asilo. I due partiti cercano di superarsi a vicenda sul sostegno a Israele.


KAMALA HARRIS E DONALD TRUMP

Le elezioni del 2020 hanno registrato la più alta affluenza alle urne dal 1952. Un terzo degli aventi diritto al voto ha scelto di non esercitare il suo diritto. Poco più di un terzo ha votato per Biden. Poco meno di un terzo ha votato per Trump. Le elezioni presidenziali del 2024 si preannunciano con un margine di risultato ancora più stretto.

I non votanti sono per lo più disillusi. Non hanno fiducia in nessuno dei due partiti, non credono che il governo agirà nel loro interesse, ripongono la loro fiducia unicamente in se stessi, nella famiglia e negli amici.

La base tradizionale dei democratici fin dagli anni '30 è costituita da lavoratori sindacalizzati, neri, latinos e altre persone di colore, liberi professionisti e capitalisti illuminati. Questa base si è frammentata, poiché il partito ha abbracciato il neoliberismo e si è spostato a destra. Alcuni elettori democratici credono alla retorica del partito; la maggior parte vede Harris e i democratici come il male minore, soprattutto per quanto riguarda l'aborto.

La base repubblicana tradizionale è costituita da grandi capitalisti, manager, piccoli imprenditori, agricoltori e lavoratori delle periferie e delle piccole città. Alcuni elettori repubblicani sono razzisti, xenofobi, autoritari e persino fascisti. Ma la maggior parte vede Trump e i repubblicani come il male minore, in base alla percezione dei loro interessi economici e alle loro opinioni sull'aborto e su altre questioni.

Una seconda amministrazione Trump renderebbe la politica degli Stati Uniti ancora più incattivita, ma il principale effetto pratico sarebbe sul diritto all'aborto. Con la sentenza Roe v. Wade del 1973, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che la Costituzione dà alle donne il diritto di abortire fino alla vitalità fetale. Nel 2022, la Corte Suprema, con tre giudici nominati da Trump, ha rovesciato questa decisione.

La battaglia si è ora spostata nei singoli Stati. Un terzo degli Stati vieta l'aborto, un altro sesto lo consente in circostanze limitate, la metà di essi lo protegge. Le donne negli Stati che vietano l'aborto si recano in altri Stati per abortire, se hanno le risorse per farlo, oppure ricorrono ad aborti medici attraverso reti che aggirano i divieti. In alcuni Stati in cui i legislatori hanno emanato dei divieti, i cittadini hanno lanciato dei referendum per annullarli.

È improbabile che una seconda amministrazione Trump sia in grado di emanare un divieto di aborto a livello nazionale, dal momento che una maggioranza sostanziale della popolazione è favorevole al diritto all'aborto. Ma l'amministrazione potrebbe interferire con la distribuzione di mifepristone e misoprostolo, rendendo più difficile l'aggiramento delle leggi statali.


LA NECESSITÀ DI UN PARTITO DEI LAVORATORI DI MASSA

La guerra genocida di Israele contro Gaza, la pulizia etnica della Cisgiordania, l'attacco al Libano e l'escalation con l'Iran hanno mostrato a molti non solo la natura coloniale del sionismo, ma anche la complicità degli Stati Uniti in tutto ciò che Israele fa. L'opinione popolare si è sostanzialmente spostata dall'essere filoisraeliana a essere filopalestinese.

Gli elettori progressisti si trovano in una posizione difficile. Dovrebbero votare per Harris per proteggere il diritto all'aborto, sapendo che lei sostiene il genocidio di Israele? O dovrebbero rifiutare di acconsentire al genocidio e rischiare un'ulteriore restrizione del diritto all'aborto? Non c'è modo di uscire da questo dilemma rimanendo all'interno del sistema bipartitico.

Il problema è più generale. I lavoratori vogliono un lavoro, una pensione, l'assistenza sanitaria, l'istruzione, del tempo da trascorrere con le persone che amano e l'opportunità di perseguire i propri interessi. La maggior parte di loro è favorevole alla parità di diritti e di opportunità. Vogliono un ambiente pulito.
Dubitano che queste cose siano possibili, perché non le hanno mai viste, e i politici e i media dicono loro che sono impossibili da ottenere. Inseguono quello che percepiscono come il male minore, poiché non vedono la strada per qualcosa di meglio.

All'inizio degli anni '90, il Labor Party Advocates (LPA) aveva uno slogan accattivante: “I padroni hanno due partiti. A noi serve uno per noi”. Questo punto di vista era condiviso dalla maggior parte dei militanti della sinistra di classe nel mondo del lavoro e dai leader di alcuni sindacati, tra cui l'Oil, Chemical and Atomic Workers (OCAW), lo United Electrical Workers (UE), l'International Longshore and Warehousemen's Union (ILWU), la California Nurses Association (CNA), e altri.

Un congresso tenutosi nel giugno 1996 ha dato vita al Labor Party, guidato da questi sindacati. Il congresso ha adottato un programma socialdemocratico che, incoerentemente, non includeva il diritto all'aborto. Un congresso del 1998 ha rettificato la situazione.

Il Labor Party ha adottato quello che ha definito un “nuovo modello organizzativo per la politica”. Il modello consisteva nel “costruire il potere” prima che il partito presentasse i propri candidati alle elezioni. Questo linguaggio nascondeva un compromesso in base al quale i sindacati principali concedevano ai sindacati vicini al LPA di divertirsi nel loro parco giochi, a patto che non presentassero effettivamente candidati contro il Partito Democratico. Non avendo alcuna vera utilità, il Labor Party si è presto affievolito, dissolvendosi nel 2007.

Questo schema si è ripetuto più volte nei sindacati, nei movimenti sociali e nelle organizzazioni politiche socialdemocratiche, compresi i DSA (Democratic Socialists of America) resuscitati a nuova vita. Essi concedono al Partito Democratico il monopolio della rappresentanza politica. I loro leader sostengono che non è possibile fare altro. Questo rende i democratici il male minore rispetto ai repubblicani, il che porta quasi tutti gli attivisti a votare per loro. Una profezia che si autoavvera.


CHE TIPO DI PARTITO DEI LAVORATORI?

Il fondo di verità nel modello di costruzione del potere prima di correre alle elezioni è che non c'è modo di vincere le elezioni negli Stati Uniti senza avere un potere extraparlamentare. Il potere dei capitalisti è la loro ricchezza e il controllo che questa dà loro sulla vita politica. I partiti capitalisti spenderanno 12 miliardi di dollari per le elezioni del 2024, due miliardi solo per le elezioni presidenziali [si terranno elezioni anche per rieleggere la Camera dei Rappresentanti, un terzo dei seggi del Senato e numerose altre cariche locali, ndt]. Nemmeno i sindacati sono in grado di eguagliare questa cifra, per non parlare degli svantaggi derivanti dal mancato controllo dei media e dell'amministrazione.

L'azione di massa potrebbe superare l'impasse: costruire sindacati e altre organizzazioni di massa, organizzare manifestazioni, scioperi e occupazioni. Queste potrebbero creare una situazione in cui i capitalisti dovrebbero scegliere tra l'abbandono della democrazia e l'attuazione di riforme elettorali e di altro tipo che permettano a un partito dei lavoratori di poter competere efficacemente.

Ai capitalisti ciò non piacerebbe, e potrebbero provare ad impedirlo dapprima con misure autoritarie. Ma in tutti gli altri paesi capitalistici avanzati, i padroni hanno imparato da tempo a convivere con i partiti operai borghesi, cioè con partiti con una base operaia e con una linea politica di riforma del capitalismo attraverso l'azione di governo.

I rivoluzionari dovrebbero sostenere anche un partito operaio riformista come passo avanti per la classe operaia statunitense. Ma noi proponiamo per questo partito un programma di transizione anticapitalista: un programma per il lavoro, la sanità, l'istruzione, l'abolizione della polizia e delle carceri, i diritti riproduttivi, i diritti LGBTQ+, i tagli drastici alle spese militari, la pace e una giusta transizione verso l'energia pulita, l'industria, i trasporti, l'edilizia e l'agricoltura, che solo un governo dei lavoratori potrebbe attuare.

Proponiamo che questo partito non si limiti a partecipare alle elezioni, ma mobiliti i lavoratori per affrontare i capitalisti e il loro governo, per difendere il movimento operaio, per costruire consigli e altri organi del potere operaio e della democrazia operaia, al fine di istituire un governo operaio.

In Gran Bretagna, in Canada e in molti altri Paesi, il livello di lotta in cui la classe lavoratrice ha ottenuto una rappresentanza politica era troppo basso perché il partito dei lavoratori potesse essere rivoluzionario fin dalla nascita. Se questo si rivelerà essere anche il caso degli Stati Uniti, i rivoluzionari si troveranno sul terreno già noto della lotta al riformismo.

Tutto questo, ovviamente, è musica del futuro. Non accadrà nel 2024. Ma i rivoluzionari dovrebbero alzare lo sguardo e impegnarsi fin da ora su questo.


LA TATTICA ELETTORALE MARXISTA

I marxisti, a partire da Karl Marx e Friederich Engels, hanno visto le elezioni come un momento in cui i lavoratori sono più concentrati del solito sulla politica, un momento in cui i comunisti dovrebbero presentare le loro opinioni. Come spiegarono Marx ed Engels nel 1850 nell'Indirizzo del Comitato Centrale alla Lega dei Comunisti:

«A questo proposito il proletariato deve curare: 1) Che per nessun cavillo di autorità locali o di commissari del governo sia escluso, sotto nessun pretesto, un certo numero di operai. 2) Che dappertutto, accanto ai candidati democratici borghesi, siano presenti candidati operai, i quali dovranno il più che è possibile essere scelti fra i membri della Lega e per la cui elezione si deve lavorare con tutti i mezzi. Anche là dove non esiste nessuna speranza di successo, gli operai debbono presentare i loro candidati, per salvaguardare la loro indipendenza, per contare le proprie forze, per manifestare pubblicamente la loro posizione rivoluzionaria e il punto di vista del partito».

Quando un partito rivoluzionario non può presentare i propri candidati, o decide di non farlo per ragioni tattiche, il sostegno critico ai candidati di altri partiti può essere un modo per promuovere le proprie idee. La spiegazione più famosa di questa politica è quella di Lenin nel capitolo "Il comunismo di sinistra in Inghilterra", tratto da L’estremismo, malattia infantile del comunismo.

Oggi negli Stati Uniti non esistono partiti rivoluzionari in grado di organizzare una campagna elettorale a livello nazionale. Alle elezioni presidenziali del 2024, gli unici candidati non filocapitalisti sulla scheda elettorale nella maggior parte degli Stati sono Jill Stein del Partito Verde e Cornel West, un nero della sinistra radicale che corre da indipendente. Nel 2012 Jill Stein ha ottenuto 0,47 milioni di voti, nel 2016 ha ottenuto 1,45 milioni.

Stein e West hanno essenzialmente lo stesso programma socialdemocratico. Sono candidati piccolo-borghesi, cioè interclassisti, non candidati di un partito dei lavoratori. Ma non sono capitalisti, e il loro programma si colloca a sinistra di qualsiasi partito del Nouveau Front Populaire (NFP) in Francia.

I dirigenti del Partito Democratico preferirebbero che la sinistra votasse per i democratici. Ma la loro preoccupazione maggiore è quella di preservare il monopolio della rappresentanza politica. Finché lo avranno, la logica del male minore intrappolerà la maggior parte degli attivisti a sostenerli. “Non competere alle elezioni” è la loro linea rossa con i sindacati e i movimenti.

Per i rivoluzionari e gli anticapitalisti, la scelta tattica è quella di sostenere il voto per Stein o West o di astenersi. Io sono favorevole a sostenere il voto per Stein o West, per incoraggiare i sindacalisti, gli attivisti dei movimenti, i DSA – e, prima o poi, le loro organizzazioni – a superare la linea rossa imposta dai democratici.

Peter Solenberger

Quel pasticciaccio brutto di Paolo Maddalena


 La candidatura di un antiabortista a Presidente della Repubblica da parte di Rizzo e PRC

«Quella [la candidatura] di Paolo Maddalena è un’ottima proposta che come Rifondazione Comunista non possiamo che apprezzare non solo perché tra proponenti ci sono anche parlamentari che ci rappresentano e collaborano con noi. Maddalena è un giurista che da anni condivide con noi la critica del neoliberismo [...] È un giurista democratico che crede fermamente nei principi costituzionali [...] Un candidato che [...] risponde al principale requisito per un Presidente della Repubblica: essere il garante della Costituzione.». È la pubblica dichiarazione di Maurizio Acerbo che campeggia sul sito del Partito della Rifondazione Comunista.

Disgraziatamente Paolo Maddalena, ex membro della Corte Costituzionale, a lungo consulente della DC all'epoca della Prima Repubblica, è un fervente cattolico antiabortista, nemico della legge 194 che accusa di aver «provocato milioni di morti innocenti». Siccome la Costituzione tutela la vita, si tratta di una legge anticostituzionale che va cancellata (post Facebook di Paolo Maddalena, 22 maggio 2018). Questa posizione reazionaria non appartiene solamente alla biografia della persona, ma anche al suo orientamento attuale. Com'è possibile che partiti della sinistra di classe possano presentare come “candidato dell'alternativa” (testuale) un ex magistrato antiabortista?

Di certo non si può sostenere che il tema dell'aborto sia materia secondaria, visto che riguarda direttamente metà del genere umano e un diritto democratico universale, oltretutto oggetto oggi di scontro e mobilitazioni di massa del movimento delle donne in ogni angolo del pianeta. Il fatto che sia stata eletta alla Presidenza del Parlamento europeo una dichiarata antiabortista (la maltese Roberta Metsola), votata anche dal centrosinistra, è la riprova della sua attualità. Né si può sostenere che il tema non riguardi la materia istituzionale, visto che rientra più che mai nel rapporto tra Stato e Chiesa, per di più in Italia, per di più in un contesto politico di conflitto aperto riproposto dal tema dell'eutanasia. Ribadiamo dunque la domanda: come è possibile che Rifondazione Comunista e Potere al Popolo possano aver anche solo pensato di candidare un simile personaggio alla Presidenza della Repubblica?

Capiamo l'entusiasmo con cui il PC di Marco Rizzo sostiene la candidatura di Maddalena. Per un partito stalinista tendenzialmente misogino, che contrappone i diritti sociali ai diritti civili, la candidatura di un antiabortista, nemico dichiarato dei matrimoni gay, è persino naturale. Ma cosa c'entrano con tutto questo PRC e PaP, da sempre presenti nei diversi movimenti di emancipazione e liberazione?

Abbiamo letto che ieri sera PaP ha ritirato il proprio sostegno a Maddalena, dopo l'esplosione dello scandalo sui social. Potremmo dire: meglio tardi che mai. Anche se il ripetersi di pentimenti tardivi (dopo quello sul candidato D'Orsi pro PD a Torino) qualche interrogativo dovrebbe porlo sulla chiarezza della linea.

E tuttavia sarebbe troppo semplice liquidare la questione come un errore. Non solo perché la candidatura resta in piedi col pieno sostegno del PC e del PRC. Ma anche perché la candidatura di Maddalena è in ultima analisi il riflesso condizionato di un orientamento politico culturale aclassista presente da tempo nella galassia post-Rifondazione. È l'eterna ricerca di candidati civici, al di sopra dei partiti e della classi, nel nome della Costituzione (borghese) di De Gasperi e Togliatti come “Costituzione di tutti”. È la ricerca che ha selezionato Ingroia e Di Pietro, poi Barbara Spinelli, e oggi De Magistris, recentemente proposto dal PRC come candidato dell'alternativa per le prossime elezioni politiche. Persone certo diverse tra loro in fatto di biografie personali, ma tutte attinte da un vivaio populista di sinistra. Che può anche mimare, all'occasione, una retorica sociale antiliberista, spesso peraltro declinata in chiave sovranista e patriottica (“difesa della sovranità dell'Italia dalla finanza tedesca e dalla burocrazia di Bruxelles”, ecc. ecc.), come spesso fa anche la cultura reazionaria. Ma assumere queste pose come prova di affidabilità, anche solo democratica, significa prendere lucciole per lanterne e andare inevitabilmente a schiantarsi.

E infatti. Ogni volta i candidati civici prescelti cui viene affidato (sempre solennemente) il futuro della sinistra, si rivelano bidoni autocentrati, unicamente vincolati al mandato del proprio ego e delle proprie ambizioni. Ogni volta segue l'immancabile autocritica, più o meno impacciata, di chi li ha proposti. Ma ogni volta si ricomincia da capo come se nulla fosse accaduto. L'infortunio di Maddalena antiabortista non è minore dell'infortunio di Ingroia e Di Pietro questurini, contrari persino all'indagine sulla polizia del G8 di Genova. Quando si cercano candidati al di sopra delle classi, “amici del popolo” (e dello Stato), è un esito fatale. Non un'eccezione ma la norma, aggravata dalla coazione a ripetere.

Come Partito Comunista dei Lavoratori ritroviamo in tutto questo una ragione in più per confermare la nostra politica classista, proprio per questo coerente anche sul terreno democratico. Una sinistra che non ritrovi coerentemente il proprio campo di classe difficilmente avrà un futuro diverso dal suo presente.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Senato affossa il DDL Zan, la lotta prosegue nelle piazze e nell’autorganizzazione

 


Per il rilancio di una lotta anticapitalista e rivoluzionaria per i diritti civili

Secondo qualcun* quanto accaduto nell’aula del Senato sarebbe disgustoso in un paese civile. In questa sede non possiamo esimerci dal dire che i fatti in questione non mettono in dubbio il grado di civiltà di un singolo paese, ma confermano invece la nostra analisi sul grado di civiltà di un intero sistema.

Facciamo un passo indietro. Il giorno 27 ottobre il Senato è stato chiamato a votare a scrutinio segreto la cosiddetta “tagliola” (voluta da Lega e Fratelli d’Italia) sul DDL Zan. La “tagliola” è un provvedimento previsto dall’articolo 96 del Capo XII del Regolamento del Senato. Si tratta della proposta, che può essere avanzata da singole senatrici e singoli senatori, di non procedere all’esame dei vari articoli di cui si compone un disegno di legge. Quando tale richiesta viene approvata l’iter del disegno di legge in oggetto viene bloccato e sostanzialmente deve essere ridiscusso, dopo almeno sei mesi dal voto, con una nuova proposta di legge, dalla commissione competente. Durante la seduta del 27 ottobre tale misura è stata approvata con 154 voti favorevoli, 131 voti contrari e 2 astensioni, portando alla fine del percorso della proposta di legge “contro omofobia, misoginia e abilismo”.

Prima di tutto, vogliamo esprimere sinceramente la nostra solidarietà e unirci alla sacrosanta rabbia di tutte le persone LGBTQIA+, di tutte le donne* e di tutte le persone con disabilità che continueranno a subire senza alcuna tutela il peso dell’esistenza all’interno di un sistema capitalista, cis-eteronormativo e patriarcale. Una legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia, la misoginia e l’abilismo è una necessità urgente e quanto accaduto in questi giorni si configura come un attacco violento e diretto contro la vita di tutte queste persone e come tale va contrastato.

Il voto di pochi giorni fa conferma per l’ennesima volta la bancarotta definitiva e irreversibile di qualsiasi illusione riformista. Qualsiasi proposta di cambiamento calata dall’alto è destinata al fallimento e all’oblio entro questa compagine sociale. Questo non a causa dei contenuti, dei modi o delle forme di tale cambiamento, ma semplicemente perché il sistema capitalista non è e non è mai stato riformabile.

Oltretutto smaschera anche la natura opportunista dei sostenitori della legge a partire dal PD, che cerca già di smarcarsi goffamente dalla sconfitta distribuendo responsabilità e accuse a destra e a manca (peraltro senza tenere conto della propria fronda interna subordinata ai diktat delle gerarchie cattoliche), fino al M5S, che continua ad alternare prese di posizione apparentemente progressiste con uscite degne della più becera reazione, passando per Italia Viva, che per prima ha accolto le richieste di revisione della legge proposte dal centro-destra finalizzate alla rimozione del concetto di identità di genere e della conseguente tutela delle persone transgender e non binarie, e infine per le insignificanti e inconsistenti rimostranze dei radicali (+Europa) e di Liberi e Uguali.

È necessario ribadire che ancora una volta l’avanzamento dei diritti civili non è stato affossato, come si sente dire da più parti in questi giorni, per l’eccessiva radicalità della proposta. Vale la pena ricordare che il DDL Zan è una legge, seppur necessaria, con grandi limiti politici e culturali, caratterizzata da un impianto espressamente punitivo che lascia intatta la struttura su cui si sviluppa l’oppressione e la discriminazione, oltre che dalla tendenza sistematica ad invisibilizzare molte soggettività LGBTQIA+. Altrettanto importante è ricordare che i proponenti e i sostenitori del DDL Zan, lungi dalla linea dura e muscolare di cui sono stati accusati, hanno cercato in più occasioni di giungere a patti con la controparte politica proponendo o accettando talvolta modifiche ulteriormente a ribasso del testo.

Ancora una volta l’illusione è crollata su sé stessa a causa della fragilità delle proprie fondamenta: l’assenza di un movimento ampio e combattivo (malgrado non siano assenti esperienze anche molto positive in diverse città), l’atteggiamento delle direzioni del movimento LGBTQIA+ mainstream volte a delegare tutte le proprie “lotte” in sede istituzionale, l’attuale debolezza del movimento LGBTQIA+ e femminista dopo due anni di pandemia e l’incapacità di far convergere in modo generalizzato le lotte per i diritti civili e la lotta di classe, la lotta transfemminista e le lotte del movimento operaio, in una fase storica di arretramento della coscienza di classe che rende difficile ogni avanzamento – ma persino la difesa – dei diritti civili e sociali, sono fattori che vanno sommati al tradimento operato dal centrosinistra in Parlamento.

D’altra parte non possiamo ovviamente restare indifferenti di fronte all’atteggiamento trionfale tenuto dalle forze reazionarie, clericali e fasciste dopo l’affossamento della legge tantomeno in un periodo caratterizzato da numerose espressioni reazionarie (come, per esempio, l’assalto squadrista alla CGIL oppure le “grandi” manifestazioni No green pass che si avvicendano di continuo nelle nostre città). Questa purtroppo è una vittoria che assume un significato simbolico molto importante nel quadro della conservazione dello status quo classista e patriarcale e nell’ottica di un rilancio dell’offensiva clerico-fascista e oscurantista contro i diritti civili e le soggettività oppresse.

La nostra reazione non può ridursi a sporadiche azioni difensive e a espressioni pubbliche di sdegno e rabbia, come le proteste che in questi giorni stanno animando le piazze di Roma, Milano, Torino e altre città italiane. Ad esse (indubbiamente positive in questo preciso momento) deve legarsi la volontà di organizzarsi e di lottare con pratiche radicali contro capitalismo e cis-eteropatriarcato.

È necessario – ora più che mai – perseverare nell’attuazione di un programma rivoluzionario e di classe che, unendo tutt* l* sfruttat* e tutt* l* oppress* attorno alle parole d’ordine della rottura e del sovvertimento radicale del paradigma capitalistico, possa finalmente portare a compimento una società socialista libera da ogni forma di sfruttamento, violenza e oppressione.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Il capitalismo statunitense in cammino contro le libertà civili


 Da Socialist Resurgence

Sotto la copertura della protesta di destra "Stop the Steal" (1) del 6 gennaio, i governi statali si stanno rapidamente muovendo a scrivere nuove leggi antiprotesta, o a rafforzare quelle già esistenti.
La punta acuminata di queste leggi è baldanzosamente puntata contro i movimenti di sinistra e dei lavoratori, e rivolta più che altro allo sgonfiare il massiccio movimento "giustizia per George Floyd" esploso nelle strade la scorsa estate.

Lo Stato è uno strumento del dominio di classe. Il suo scopo è garantire la legge e l'ordine della classe dominante. Negli Stati Uniti, e praticamente ovunque, questa è la regola del capitalismo. Mentre lo stato federale americano porta avanti la repressione, eccetto straordinarie situazioni di crisi, esso dipende dal consenso dei lavoratori e degli oppressi nel senso limitato dalla democrazia rappresentativa. Il meccanismo di sfruttamento in una democrazia capitalista significa continuare a mantenere il consenso di coloro che sono sfruttati. Ciò significa mantenere un'illusione e un'aspettativa di diritti democratici elementari come la libertà di parola e la libertà di riunione. Allo stesso tempo, la classe dominante desidera smobilitare e rendere inoffensivi gli oppositori politici quali gli attivisti della giustizia sociale.

Come sottolineava lo scomparso trotskista George Novack (2) durante il culminare del maccartismo nel 1953, «quali che siano le libertà democratiche di cui possano godere il popolo americano, il movimento dei lavoratori, e gli afroamericani, per statuto e per prassi, queste non ci sono state generosamente concesse come donazioni liberali da detentori di proprietà e potere dal cuore generoso, ma sono state strappate al potere della classe dominante attraverso amare e prolungate battaglie, qualche volta anche armi alla mano... E anche quando dopo che tali leggi sono concesse per mezzo di una strenua lotta, un'incessante vigilanza è richiesta per prevenire che esse siano ignorate, violate o limitate dalle autorità ai vari livelli».


PERSONAGGI INVENTATI: REPRESSIONE DI STATO CONTRO LA SINISTRA E LA DESTRA

I politici della sinistra liberale sono stati enfatici nel loro ripudio del tentativo «sedizioso» e «insurrezionale» dei fascisti e delle forze di estrema destra che hanno preso d'assalto gli edifici congressuali. Questi pronunciamenti hanno il potenziale di spargere confusione fra la sinistra e la classe lavoratrice. In primo luogo, quello degli attacchi alle «insurrezioni» è un vecchio metodo per far abbattere la legge sul movimento dei lavoratori. Per esempio la costruzione dei depositi di armi della guardia nazionale nelle capitali di stato, nel primo Novecento, fu il risultato di un crescente movimento dei lavoratori, e dello spettro della rivoluzione russa del 1917.

In secondo luogo, dobbiamo domandarci: chi è più qualificato a sconfiggere un crescente movimento di estrema destra? Il politico capitalista di sinistra "antinsurrezionalista" o una classe operaia mobilitata e combattiva? I metodi puramente legislativi per respingere il fascismo non solo sono falliti ma storicamente sono stati usati contro la classe operaia. Oltretutto, assumere la lotta contro il fascismo in una direzione legislativa toglie autorità alla classe operaia e alla strategia del fronte unico e della mobilitazione di massa. Invece della costruzione del movimento, la classe operaia è smobilitata e il potere dello stato capitalista è rafforzato.

Perché esiste il fascismo? Quale scopo serve? Il fascismo è uno strumento della classe capitalista in crisi. Sia i capitalisti di sinistra che di destra nel momento della crisi conferiscono il potere al fascismo per salvare i loro interessi di classe, sebbene questo non sia il loro metodo di dominio preferito. Il fascismo è come un cane al guinzaglio. A volte essi allentano il guinzaglio e il cane avanza, altre volte tirano il guinzaglio indietro per trattenere il cane. Ecco perché è estremamente improbabile trovare uno scenario nel quale il governo assuma atti formali contro i gruppi fascisti. Anche se il governo segue questa direzione, l'effetto reale sarà quello di minacciare le basi legali delle proteste organizzate in generale.

Con le parole di Lev Trotsky: «La messa fuori legge dei gruppi fascisti avrebbe inevitabilmente un carattere fittizio: in quanto organizzazioni reazionarie, possono facilmente cambiare colore e adattarsi ad ogni tipo di forma organizzativa, dal momento che le sezioni influenti della classe dominante e dell'apparato governativo simpatizzano considerevolmente con loro, e queste simpatie aumentano inevitabilmente durante i periodi di crisi sociale... Una soppressione dei diritti politici e della libertà, non importa contro chi sono dirette inizialmente, alla fine inevitabilmente graveranno sopra la classe lavoratrice, in particolare sui suoi elementi più avanzati».


LEGGI STORICHE IN MOVIMENTO: L'EREDITÀ DI MARTIN DIES (3)

Durante il massiccio slancio del movimento operaio degli anni Trenta del Novecento, un movimento reazionario apertamente nazista nacque dalla crisi globale del capitalismo. Nel loro libro Right wing populism in America, Matthew Lyons e Chip Berlet abbozzano l'emergere della Commissione per le Attività Antiamericane (HUAC) (4), di come sia originata da una strategia di sinistra per rallentare il "pericolo bruno". Offrendo "un'alternativa" legale alle mobilitazioni antifasciste indipendenti della classe operaia, la commissione speciale sulle attività antiamericane autorizzò l'investigazione della propaganda nazista e altre attività di propaganda inizialmente prendendo di mira i Friends of New Germany e le Silver Shirts. Queste investigazioni condussero alla formale dissoluzione dei Friends of New Germany, i quali furono rapidamente ricostituiti come American Bund (5).

Usando l'apparato della commissione speciale, l'HUAC fu fondato nel 1938 sotto la presidenza del deputato Martin Dies Jr., un democratico del Texas. Ancora una volta con il sostegno della sinistra liberale "antifascista", la commissione Dies si mise presto al lavoro. Immediatamente dopo essere stata insediata, la commissione ascoltò testimoni che denunciarono "non meno di 640 organizzazioni, 483 giornali, e 280 sindacati dei lavoratori" di essere presuntamente "comunisti". Lo scopo di questa testimonianza era quello di rimuovere gli elementi radicali dal movimento operaio, che aveva appena raggiunto l'apice con l'ondata di scioperi iniziati a Flint nel Michigan, così come di promuovere i programmi del New Deal. Sotto Dies l'organizzazione dell'HUAC è rimasta famosa per aver chiesto al capo programmazione del progetto Federal Theaters se Christopher Marlowe, un autore teatrale del XVI secolo, fosse un membro del partito comunista.

Analogamente, in tutto il paese, gli stati e le comunità locali vararono leggi "antisovversive" che contenevano «sentimenti antifascisti ma in primo luogo bersagliavano la sinistra». Un tema comune nel definire la "sovversione" all'epoca era la non qualificabile nozione di "americanismo". Così il vero obiettivo di queste leggi erano immigrati, persone di sinistra, e gente contraria all'intervento degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale. Questi sviluppi, molecolari e di carattere parlamentare, culminarono nella firma dell'Alien Registration Act, popolarmente conosciuto come lo Smith Act, nel 1940. Questa legge venne usata per sorvegliare milioni di lavoratori immigrati e per alimentare sentimenti interventisti. Come verrà illustrato di seguito, una delle maggiori caratteristiche dello Smith Act fu quella di fornire ampia giustificazione nella repressione degli attivisti comunisti.

Il testo dello Smith Act minacciava conseguenze penali e finanziarie «chiunque scientemente e deliberatamente sostenga, favorisca, consigli, o insegni il dovere, la necessità, la desiderabilità, o la correttezza di rovesciare o distruggere il governo degli Stati Uniti, [così come] chiunque, con l'intento di causare il rovesciamento o la distruzione di ogni detto governo, stampi, pubblichi, editi, emetta, faccia circolare, venda, distribuisca, o pubblicamente mostri qualsiasi cosa scritta o stampata che sostenga, favorisca, consigli, o insegni il dovere, la necessità, la desiderabilità, o la correttezza di rovesciare o distruggere il governo degli Stati Uniti con la forza e la violenza».

Il 22 giugno 1941, lo stesso giorno in cui le armate naziste invadevano l'URSS, ventitré leader del Socialist Workers Party furono arrestati con una serie di accuse connesse con l'opposizione all'entrata nella Seconda guerra mondiale, e con il sostegno alla rivoluzione mondiale. Queste accuse, che determinarono i primi arresti sotto lo Smith Act, furono un attacco da più lati sferrato dall'amministrazione Roosevelt e dalla burocrazia sindacale non solo contro l'SWP ma anche contro l'intero movimento della classe operaia industriale.

Per sette anni, a cominciare con la grande ondata di scioperi del 1934, l'SWP aveva guidato uno dei più dinamici movimenti operai sotto la guida dei trasportatori di Minneapolis. Essi rappresentavano una significativa minaccia per la capacità dei capitalisti di fare la guerra senza opposizione. Sarebbero stati i membri dell'SWP nell'esercito ad avere un ruolo alla fine della Seconda guerra mondiale nell'organizzare i soldati per chiedere la smobilitazione e il ritorno a casa. Gli imputati vennero condannati l'8 dicembre 1941, il giorno dopo Pearl Harbor. Si riteneva che li avrebbero impiccati.

Quando l'HUAC indagò invece i gruppi di estrema destra, come Lyons e Bertlet sottolineano, ciò fu fatto per guadagnare il sostegno della sinistra a un generalizzato attacco alle libertà civili, mentre veniva inoltre costruita una narrativa estremista di destra: "straniero" invece che "americano"; il primo doveva essere fronteggiato mentre l'ultimo poteva accomodarsi negli organismi dell'HUAC. Investigazioni condotte sul Bund nel 1939 o sul Ku Klux Klan nel 1942 aiutarono a giustificare il ruolo della commissione. In realtà, su oltre 50 estremisti di destra fermati per varie accuse di sedizione nei primi anni Quaranta, solo uno, George W. Christians, venne arrestato. Il resto delle accuse venne lasciato cadere per errori giudiziari (vedi sentenza Stati Uniti contro McWilliams) o assoluzione in appello ("Mankind United"). Lo stesso Dies implorò il mago imperiale del KKK, James Colescott, di ricondurre il gruppo "agli obiettivi originali del Klan".

Uno strumento concreto da questo momento in poi è il Foreign Agents Registration Act (FARA) (6), trasformato in legge nel 1938, che ha visto un grande aumento in casi rilevanti negli anni recenti. Il FARA è un esempio di legislazione costruita allo scopo di essere usata per condurre cacce alle streghe. Lo scopo originario venne spacciato come un quello di un mezzo di controllo più "democratico" per controllare l'opposizione politica rispetto ai mezzi dell'aperta repressione. Significato del FARA è costringere ogni persona od organizzazione legata a un "committente straniero" a riferire una quantità di informazioni altamente pervasiva al governo federale e ad annunciare "in modo evidente" di comportarsi da "agente estero". In caso contrario avrebbe ricevuto una sanzione.

Nel 2018, quattro enti ambientalisti senza fini di lucro furono costretti a registrarsi presso il FARA, fondamentalmente in ragione del fatto di aver incontrato gente di diversi paesi. Stando a un articolo della Duke Law Review, «il principale indizio contrario [al Natural Resources Defense Council, Inc., NRDC], che ha determinato la sua necessità di registrarsi al FARA, è che questa organizzazione è stata più critica verso la politica ambientale degli Stati Uniti che verso quella della Cina». Entrambi i maggiori partiti statunitensi sono stati rapidi nell'usare il FARA per perseguitare attivisti a guadagnare politicamente contro i propri avversari, ma da Biden in particolare ci si attende una grande espansione dell'utilizzo del FARA con il pretesto delle misure anticorruzione.

Il Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA), stalinista, sostenne le iniziali leggi e azioni penali, invocando le più dure sentenze verso i movimenti filonazisti. Con una mossa opportunista, il CPUSA abbandonò anche la sua stessa strategia di difesa apartitica dei lavoratori. Il CPUSA plaudì all'arresto e all'imprigionamento dei membri del Socialist Workers Party, in quanto gli stalinisti sostenevano l'ingresso statunitense nella Seconda guerra mondiale come alleato dell'Unione Sovietica. Fu inoltre per essi un comodo mezzo per mettere un freno a un concorrente politico e sindacale. La militanza operaia costituiva una reale minaccia per il successo della mobilitazione bellica. Agli ordini di Stalin, il CPUSA collaborò in pieno con il governo degli Stati Uniti usando i suoi sostenitori nelle dirigenze sindacali per impegnarsi contro gli scioperi.

L'effetto netto di queste manovre fu di rafforzare lo stato, smobilitare i potenziali sostenitori operai degli attivisti antibellici, e offuscare il giusto modo per combattere veramente il fascismo. Infine, l'abdicazione da parte del CPUSA dal difendere i martiri della lotta di classe lasciò lo stesso partito in balia di severe repressioni di stato dopo la guerra. Il CPUSA venne praticamente spinto alla clandestinità durante il regno di McCarthy. A causa della sua strategia di collaborazione di classe, dell'iniziale sostegno alla caccia alle streghe dello Smith Act, e il generale del suo comportamento settario, esso fu isolato e frenato nel costruire una politica di difesa all'interno del movimento operaio.


I DISORDINI NELLA CAPITALE E LA REPRESSIONE DI STATO OGGI

In seguito ai disordini nella capitale e nel paese del 6 gennaio, la stampa padronale e quella della sinistra liberale si sono rapidamente messe in moto denunciando l'attacco alla democrazia borghese. Queste dimostrazioni sono state un tentativo consapevole da parte dell'estrema destra di mostrare i muscoli e creare uno spettacolo per incoraggiare il reclutamento per le strade. Se da una parte le proteste erano alimentate da vecchie idee razziste sulle frodi messe in pratica dai votanti di colore, esse non hanno minacciato seriamente lo stato borghese. Nondimeno, nei grandi giornali della sinistra liberale l'asse della discussione ha immediatamente ruotato intorno alla necessità del sostegno allo stato capitalista e all'opporsi a chi voleva smantellarlo. Le grandi corporations istintivamente hanno percepito la minaccia alla stabilità sociale rappresentata da potenziali disordini nelle strade e si sono mosse per isolare temporaneamente gli elementi più attivi fra i sostenitori di Trump nel Congresso e nei ranghi della destra estrema.

Praticamente l'intero Partito Democratico è stato impegnato nell'opporsi "all'insurrezione", alla "sedizione", e al comportamento antiamericano, in un clamore che, se pensato parallelamente all'isteria sulle influenze russe nella politica degli Stati Uniti, ha inquietanti similarità con l'iniziale giustificazione "antifascista" per la caccia alle streghe anticomunista, anti-neri, ecc. degli anni Trenta e Quaranta. Ci saranno forse poche serie azioni penali contro coloro che hanno partecipato all'invasione del Campidoglio, ma le conseguenze durature minacciano di essere un tentativo bipartisan di respingere indietro le più elementari libertà civili.

Come esempio della permeabilità di questo tipo di pensiero nella sinistra riformista, la deputata democratica Cori Bush, membro dei Socialisti Democratici d'America (DSA), ha proposto una normativa per investigare le assemblee elettive locali pro-Trump, basata su questo ambito di legittimazione della democrazia degli Stati Uniti. Questa proposta di legge, ampiamente sostenuta dai DSA, chiede che vengano perseguiti gli estremisti di destra sul presupposto che "il quattordicesimo emendamento della Costituzione dichiara che nessun individuo che sia stato coinvolto in slealtà o sedizione contro gli Stati Uniti può essere membro della Camera dei deputati... [e i membri del parlamento devono] essere devoti agli Stati Uniti, alla Costituzione degli Stati Uniti, alle regole della Camera dei deputati, e sostenere il giuramento d'ufficio".

Dovrebbe adesso essere ovvio che la normativa C. Bush, se adottata, potrebbe essere usata per tenere sotto controllo candidati indipendenti della classe operaia che potrebbero essere eletti nel prossimo futuro. Un membro eletto di un partito marxista rivoluzionario è un partigiano della lotta di classe che lotta per un programma rivoluzionario. Ogni degno programma rivoluzionario avanza la conclusione che il governo capitalista degli Stati Uniti dev'essere rimpiazzato da uno stato operaio. Perfino con le formalità legali esistenti, le leggi antidemocratiche di accesso alle elezioni rendono molto difficile la presenza indipendente di candidati della classe operaia.

In un senso più largo, lo stato e i governi locali stanno usando i disordini del Campidoglio come uno strumento per introdurre leggi antiprotesta destinate a fermare una mobilitazione come quella dell'estate 2020. The Intercept (7) riporta che nove stati hanno introdotto 14 decreti antiprotesta dal 6 gennaio in poi. Mentre questi decreti mirano formalmente a colpire le proteste di destra, in realtà essi mirano ai movimenti per la giustizia sociale. Ciò è palese in Florida, dove hanno atteso fin da settembre nell'agenda del legislatore.

I quattordici nuovi ed estensivi testi legislativi introdotti dal 6 gennaio giungono nel contesto di uno sfogo di nuove leggi antiprotesta degli ultimi cinque anni. Come reazione alle proteste di massa del NoDAPL (8) e del movimento Black Lives Matter, dal 2016 almeno 162 decreti sono stati introdotti in 42 stati. Gli effetti delle 26 leggi approvate in questo periodo includono addebiti aumentati per sabotaggio di oleodotti, per scritte su monumenti razzisti, per partecipazione ad accampamenti politici e blocchi stradali. C'è anche una sfilza di cosiddetti atti legislativi antisommossa che sono talmente generici da includere perfino le proteste pacifiche. Inoltre, le leggi introdotte quest'anno in New Hampshire, Missouri, Mississippi, Indiana e Florida creano nuove protezioni legali per coloro che usano la violenza contro i manifestanti, fino a includere la violenza mortale.


COMBATTERE IL FASCISMO, PROTEGGERE I DIRITTI CIVILI, COSTRUIRE IL MOVIMENTO OPERAIO!

La crisi del capitalismo non si placherà sotto il nuovo governo federale democratico. Il capitale è politicamente organizzato a ogni livello per continuare a sopprimere diritti democratici dall'alto, mentre mobilitazioni protofasciste contro i movimenti per giustizia sociale continueranno dal "basso". La classe operaia è l'unica forza che può combattere questa minaccia a due facce contro le libertà politiche, la salute pubblica e i diritti civili.

Un programma di azione per combattere il fascismo.

Il fascismo è interamente sconfitto quando lo stato capitalista è distrutto ovunque e il proletariato governa direttamente. Nello stesso tempo, il compito impellente dei rivoluzionari è conquistare la classe operaia a un programma di azione che effettivamente rappresenti una soluzione per la crisi di tutti quelli che vengono massacrati dalle banche e dalle multinazionali. Lo scopo di questo programma non è presentare riforme che siano "ben disposte" con il capitalismo, bensì indicare ciò che è possibile in una società che sia razionalmente organizzata. Solo mobilitando e organizzando la nostra classe attraverso lotte coraggiose che forniscano una reale visione di un futuro diverso di quello proposto dal capitalismo in declino possiamo strappare il popolo alla destra populista.

Allo stesso tempo, sono necessarie mobilitazioni contro i tentativi fascisti di tenere manifestazioni, dimostrare, perseguitare la classe lavoratrice e le comunità BIPOC (9). Tali mobilitazioni sono un'opportunità per costruire riunioni di massa con discussioni aperte su strategie e tattiche. Sindacati, comunità e gruppi dei diritti civili possono muoversi insieme per mostrare ai fascisti che non sono i benvenuti, senza concedere un grammo di giustificazione allo stato capitalista per l'estensione della sua capacità repressiva.

Ottimi esempi storici di tali mobilitazioni di successo sono le decine di migliaia di militanti organizzati contro l'estrema destra a Boston, San Francisco, e attraverso tutto il paese contro la dimostrazione "Unite the Right" del 2017 a Charlottesville, Virginia, e i 20.000 lavoratori, ebrei e attivisti mobilitatisi contro un meeting dell'American Bund al Madison Square Garden nel 1939.

Mobilitazione di massa per difendere i diritti civili.

Durante le proteste per George Floyd oltre 10.000 attivisti sono stati arrestati. Mentre molte delle accuse sono cadute, rimangono ancora un numero di manifestanti che fanno fronte a multe e a potenziali condanne alla galera. Ognuno di questi casi è un'importante opportunità per costituire ampie e non settarie coalizioni di difesa per far cadere tutte le accuse. Lo stato testa la propria capacità di arrestare militanti senza che ci sia opposizione. Ogni campagna di difesa riuscita darà ai lavoratori e agli oppressi maggiore fiducia, e nello stesso tempo spingerà i sindacati a essere coinvolti in questo tipo di lavoro. Allo stesso modo, tutte le organizzazioni che puntano a difendere i diritti democratici devono essere portate in piazza contro nuove leggi repressive e contro il rafforzamento di quelle già esistenti. Libertà di parola, di riunione, e di manifestazione sono risultati ottenuti con duri e spesso sanguinosi conflitti. Al contempo, la legge è solo una parte del conflitto di classe. L'attuale bilanciamento di forze è anche un fattore determinante nella possibilità di organizzare dimostrazioni. Se c'è un alto livello di organizzazione e solidarietà fra gruppi, su una base di classe, lo stato avrà maggiori difficoltà nell'isolare e reprimere diverse parti del movimento.

Combattere il capitalismo, costruire il partito dei lavoratori.

Mobilitazioni di strada e campagne di fronte unico sono assolutamente necessarie per aumentare l'esperienza e la capacità di lotta per lavoratori, disoccupati e oppressi. Allo stesso tempo, senza uno strumento politico indipendente, le lotte rimangono disconnesse e saltuarie.

Il Partito Democratico ha mantenuto la sua presa sui movimenti per la giustizia economica e sociale. Il compito più pressante oggigiorno per la classe lavoratrice è di rompere con l'oppressione di questo partito e colpire in autonomia, politicamente e organizzativamente. In mezzo ad un'ondata di persone che si organizzano contro la pandemia e nella lotta per la liberazione dei neri, con un crescente numero di giovani e di persone di colore nell'industria di base, i sindacati sono nella posizione di lanciare un reale contrattacco contro i colpi politici ed economici dei padroni. Questa lotta potrebbe essere organizzata attraverso un congresso nazionale di tutti i sindacati aperto ai lavoratori e ai disoccupati a prescindere dallo status di immigrati, per costituire un'organizzazione politica indipendente per la classe lavoratrice.

Senza indugiare, le organizzazioni di classe e del sindacato debbono respingere qualsiasi idea di "male minore" (10), e essere presenti alle elezioni con candidature di classe indipendenti. La presenza elettorale autonoma non solo oppone ai programmi capitalisti quelli della classe lavoratrice, ma da anche una larga protezione legale e pubblicità ai gruppi socialisti.

Presa nel suo insieme, la combinazione di questi orientamenti punta direttamente al bisogno immediato di forgiare un partito rivoluzionario che possa fornire la guida e la direzione per il movimento di massa di oggi.

Lo stato capitalista continuerà a spingere sulla condizione dei disperati che danno vita al fascismo, mentre incrementerà la repressione di quegli elementi che combattono per un futuro di speranza. Solo conducendo le lotte per la liberazione dei neri, per l'autodeterminazione indigena, e per il potere operaio alla loro conclusione l'umanità potrà iniziare a risolvere gli infiniti problemi che il capitalismo ha creato. Solo un ordine socialista, basato sulla pianificazione centralizzata e sul controllo operaio della produzione, può spingersi oltre gli stretti limiti imposti dalla società classista.





(1) Stop the Steal (fermate il furto) è una teoria complottista di destra diffusa negli Stati Uniti. La teoria sostiene che durante le elezioni presidenziali americane del 2020 si sia verificata una diffusa frode elettorale per negare la vittoria al presidente in carica Donald Trump sull'ex vicepresidente Joe Biden.

(2) George Novack (5 agosto 1905, Boston, Massachusetts - 30 luglio 1992, New York City) è stato un teorico marxista americano, importante figura del trotskismo statunitense. Ha fatto parte dal 1940 al 1973 del comitato nazionale del Socialist Workers Party, sezione USA della Quarta Internazionale.

(3) Martin Dies Jr. (5 novembre 1900 - 14 novembre 1972) è stato un politico texano e parlamentare democratico, fu il primo presidente della "Commissione per le attività antiamericane" dal 1938 al 1944.

(4) House Un-American Activities Committee (HUAC), "Commissione per le attività antiamericane", venne creata nel 1938 per indagare presunte slealtà e attività sovversive di privati cittadini, dipendenti pubblici, e di quelle organizzazioni sospettate di avere legami fascisti o comunisti.

(5) Il German-American Bund fu un movimento di ispirazione nazista organizzatosi negli Stati Uniti d'America a partire dal 1933, principalmente negli ambienti della comunità dei tedeschi americani. Finanziariamente sostenuto dal governo della Germania nazista, il movimento era incaricato di propagandare gli ideali del nazismo negli Stati Uniti.

(6) Foreign Agents Registration Act (FARA) è una legge federale del 1938 richiedente che agenti o rappresentanti di potenze estere "coinvolti in attività politiche o para politiche" manifestino le loro relazioni con i governi stranieri e informino sui relativi legami e finanziamenti.

(7) The Intercept, agenzia di stampa indipendente, inizialmente finanziata dal capitalista Pierre Omidyar, fondatore di EBay.

(8) #NODAPL, altrimenti noto come la protesta contro l'oleodotto del Dakota.

(9) BIPOC, acronimo di “black, indigenous and people of color” (neri, indigeni e persone di colore).

(10) vedi "voto utile" da noi.

Erwin Freed

Salvini applaude Rizzo sui migranti

Marco Rizzo ha espresso a Coffee Break, su La7, l'opinione del proprio partito circa la vicenda dei migranti e del loro diritto d'accesso nei porti italiani.
Alla domanda se riteneva giusto o meno aprire i porti per consentire lo sbarco dei migranti sequestrati in mare, Marco Rizzo non solo non ha risposto, ma ha dato sponda ai peggiori argomenti della destra, sul filo di un'ambiguità calcolata e non nuova.

Rizzo ha criticato «le politiche della pseudosinistra contro il lavoro» (giusto) e «l'indifferenza dei sindaci del PD sul problema della casa» (giusto); ha rivendicato l'importanza della redistribuzione del lavoro tra tutti consentita dalla tecnologia e dalla scienza (giusto). Ma ha concluso testualmente che «i diritti civili sono diritti della borghesia, sono cose che vengono dopo», e che difenderli fa il gioco di Salvini. In altri termini, Rizzo ha contrapposto di fatto i diritti del lavoro ai diritti dei migranti.

Questa conclusione è francamente indecente.

I comunisti, se sono tali, difendono i diritti di tutti gli sfruttati. La centralità della classe operaia in un progetto di liberazione dell'umanità passa per la sua capacità di porsi alla testa delle rivendicazioni di tutti gli oppressi, contro tutti i soprusi e tutte le ingiustizie che il capitale infligge loro. I diritti alla vita e alla dignità dei migranti sono sicuramente tra questi. Non sono “i diritti civili della borghesia” (che oltretutto se sono diritti democratici andrebbero comunque difesi dalla reazione), sono i diritti elementari di chi è condannato alla fuga dalle proprie terre dallo sfruttamento dell'imperialismo e dalle sue guerre. Sono i diritti oggi colpiti nel modo più infame da un governo reazionario M5S-Lega che scavalca a destra le peggiori misure di Minniti. Può essere che difendere questi diritti non sia “popolare” presso ampi settori di lavoratori italiani, calpestati da trent'anni da tutti i governi del capitale (inclusi quelli che Rizzo ha appoggiato) e oggi aizzati contro i migranti. Ma i comunisti, se sono tali, non barattano una questione di principio con la ricerca di popolarità. Tanto meno fanno da sponda alla campagna reazionaria contro i migranti di un ministro degli Interni forcaiolo. Semmai combattono per liberare la propria classe di riferimento da tutti i pregiudizi reazionari e da chi li fomenta.

Contrapporre i diritti sociali su casa e lavoro ai diritti degli immigrati è oggi il cuore della campagna di Salvini, con Di Maio perfettamente complice. Sentire Marco Rizzo che a nome dei “comunisti” liscia il pelo a questa campagna, e le fa il verso, è davvero scandaloso. Ma non ci sorprende: la cultura stalinista non conosce ragioni di principio ma solo di opportunità.

Certo è comprensibile che tutta la peggiore stampa reazionaria, incluso il Secolo d'Italia e Il Primato Nazionale (giornale legato a Casapound!), abbia dato ampia pubblicità alle dichiarazioni di Rizzo, con un plauso convinto. A noi spetta il dovere di chiarire che i comunisti non hanno nulla a che fare con questo cinismo.
6 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori