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8 marzo. Lottare per costruire una opposizione di classe anticapitalista e rivoluzionaria

 


Pandemia e guerra hanno impattato pesantemente sulla vita di milioni di persone.


Dopo una nuova recessione causata dal dilagare del coronavirus a livello globale, si è avuta forte ripresa economica nel 2021 e una crescita occupazionale, dovuta a politiche di forte indebitamento pubblico da parte degli stati capitalisti e a politiche espansive delle banche centrali. Ciò trascina con sé un forte aumento inflazionistico, legato al rincaro delle materie prime e dei beni di approvvigionamento e amplificato in questo ultimo anno dalla guerra in Ucraina. Si registra ovunque un peggioramento delle condizioni dei lavoratori salariati. In Italia, la realtà riflette uno scenario di impoverimento generale poiché all’aumento dell’inflazione (11,6%), si accompagna il peggioramento dei contratti, la compressione salariale e l’allungamento dell’età lavorativa (migliaia di lavoratori più anziani dopo i 64 anni).

La fase politica che vede al governo la coalizione di destra a guida Meloni ottiene già il plauso di Confindustria: lo stop al superbonus e al reddito di cittadinanza accompagnati dai forti tagli alla spesa pubblica su scuola e sanità, il progetto di autonomia differenziata, il preannunciato taglio dell’Irap e l’aumento al 2% delle spese militari in funzione del rafforzamento dell’imperialismo italiano. Sul versante dei diritti civili mostra una pesante torsione reazionaria, che colpirà soprattutto le donne e la comunità LGBTQIAP+, gli immigrati e più in generale il proletariato “scomodo” sul quale dirottare il malcontento sociale. Ne abbiamo avuto un assaggio con la repressione politica nei confronti dei ravers e ancor più nei confronti dell’anarchico Alfredo Cospito.

Cosa farà nel concreto questo governo?

“La legge 194 non verrà abolita, ha affermato Meloni, ma vanno messi sullo stesso piano donne che vogliono abortire e obiettori”. Dal nostro punto di vista questo è da respingere se pensiamo che in Italia il 70% dei ginecologi sono obiettori e 31 strutture sanitarie hanno il 100% di obiettori; alcune regioni sono tra le peggiori in termini di presenza di obiettori sul numero di strutture, in ordine Molise, Puglia e Marche. I tagli alla sanità hanno inoltre causato la diminuzione dei reparti di ostetricia e/o ginecologia, dei quali solo una parte (il 63%) pratica l’IVG. L’autonomia differenziata in futuro determinerà ulteriori disuguaglianze e ostacoli per le donne, soprattutto nel sud. La Campania risulta già tra le regioni con il solo 30% di strutture che praticano l’IVG.

Il tanto sbandierato diritto alla maternità rimane un fermo riferimento ideologico di stampo reazionario, tant’è che persino la propaganda sui congedi parentali si è trasformata in nulla di fatto.

Il governo, inoltre, non è intenzionato nemmeno parlare di DDL Zan, di legalizzazione della Cannabis, di Eutanasia. Leggi non risolutive ma che garantiscono, quantomeno ad una democrazia borghese, un maggiore livello di civiltà. Del resto, cosa aspettarsi da chi parla in maniera delirante di “ideologia gender” e di “lobby LGBT”? Cosa aspettarsi da esponenti di governo, come Roccella e Nordio apertamente omofobi? Il punto è che l’omobilesbotransfobia e il razzismo istituzionale sono fenomeni che incentivano e autorizzano l’attuazione della violenza già presente in quella che viene definita “la società civile”, per ragioni strutturali legate all’intreccio molto forte tra capitalismo e patriarcato.

In alcuni paesi si solleva il vento della protesta. In Francia dal 19 gennaio si continua a scioperare e a lottare contro l’innalzamento dell’età pensionabile, misura voluta da Macron per tagliare sulle spese sociali e garantire investimenti ad imprese e spese militari. In Iran le coraggiose donne hanno sfidato il regime da quando, il 16 settembre la ventiduenne curda Mahsa Amini fu assassinata a bastonate dalla polizia religiosa perché portava irregolarmente il velo. Una protesta che ha assunto un carattere di massa, coinvolgendo la gioventù e l’avanguardia operaia iraniana.

In Italia quando? Dobbiamo forse sperare nell’immobilismo di Landini e della burocrazia CGIL?

L’indizione dello sciopero da parte di alcuni sindacati è apprezzabile ma insufficiente, poiché è legata a logiche minoritarie e autocentrate. Non è stato fatto nessuno sforzo per concepire una data unitaria di tutto il sindacalismo di base che potesse fungere da catalizzatore anche per migliaia di lavoratrici iscritte ad altri sindacati ma intenzionati a mobilitarsi. Se giungerà un segnale nelle prossime settimane, sarà purtroppo un segnale tardivo nell’ambito di questa scadenza, che ricordiamo, non è una giornata commemorativa ma una data di lotta internazionale. Questa debolezza è dovuta anche al fatto che il movimento Non Una Di Meno, seppur continua a riempire le piazze per alcune scadenze importanti, registra un calo di partecipazione di dinamiche machiste ed egemoniche, che contribuiscono indirettamente a indebolire la costruzione di un’opposizione dal basso in Italia.

In questa fase è necessario ripartire e cercare di costruire una forza uguale e contraria a quella dei nostri oppressori e sfruttatori ed è ancor più necessario coinvolgere la grande massa astensionista, per trasformare la disillusione nella spinta alla lotta. Come femministe rivoluzionarie vorremmo contribuire a questo scopo, portando ovunque il nostro programma, sui luoghi di lavoro, nelle piazze e tra le mura domestiche.
Ci battiamo per:

• La difesa del lavoro, unico effettivo strumento di autodeterminazione, con l’abolizione di tutte le leggi che hanno precarizzato il lavoro e ne hanno eliminato le tutele: il pacchetto Treu, la legge Biagi, il Jobs Act e le controriforme degli ultimi trenta anni ci espongono ai ricatti sociali e sessuali; introduzione del collocamento pubblico a chiamata numerica; la ripartizione del lavoro con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga; parità salariale per tutte.
• La nazionalizzazione sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori delle imprese che chiudono, inquinano o delocalizzano: ci serve lavoro, non un reddito di povertà alternativo al lavoro!
• La reintroduzione dell’articolo 18 sui licenziamenti, esteso a tutte le aziende con almeno dipendenti.
• Il salario garantito per chi è in cerca di occupazione: contro ogni forma di reddito di base universale, voluto anche da Bill Gates, Zuckerberg ed Elon Musk! E quindi contro ogni forma di reddito di autodeterminazione slegato dalla condizione lavorativa, che non garantisce autonomia, ma al contrario prospetta maggiori possibilità di rinchiuderci nell’ambiente domestico. Contro la logica del salario minimo in fase di compressione salariale, per una scala mobile che, al contrario, adegui i salari all’aumento dell’inflazione.
• Riforma delle pensioni che faccia a pezzi tutte le controriforme pensionistiche, per ritornare al sistema retributivo al 2% annuo con 60 anni per la pensione di vecchiaia e 35 anni per la pensione di anzianità, dopo una vita lavorativa in cui a tutte e tutti sia garantito un lavoro completo di tutele in ogni settore.
• Tutela della maternità e congedi parentali retribuiti per tutte/i (affinché la genitorialità non sia prerogativa delle sole donne).
• Revisione e aggiornamento della sicurezza sui posti di lavoro; istituzione del delitto di omicidio sul lavoro.
• Un welfare statale che non ci renda schiave all’interno della famiglia, con l’istituzione di un ampio programma di servizi sociali che si prenda in carico l’enorme quantità di lavoro di cura che oggi pesa maggiormente sulle spalle delle donne, nella prospettiva della socializzazione del lavoro di cura.
• Requisizione di tutte le case sfitte da assegnare in primo luogo a tutte le persone con difficoltà di inserimento lavorativo e alle persone con disabilità, a garanzia dello sviluppo della propria autonomia personale.
• Abolizione dell’obiezione di coscienza nelle strutture sanitarie pubbliche, nonché la fine delle erogazioni statali alle strutture private, con il loro esproprio senza indennizzo e la determinazione dell’unicità del Servizio Sanitario Nazionale pubblico. Fuori i religiosi e i capitalisti dalla nostra vita e dalla nostra salute!
• Libero e gratuito accesso all’interruzione di gravidanza e alla contraccezione.
• Consultori pubblici per le donne e per le persone LGBT*QIAP+, sotto il controllo delle utenti e con accesso a tutte le tecniche e alle informazioni mediche per autodeterminare le decisioni sul proprio corpo.
• Auto-organizzazione e autodifesa della comunità LGBT*QIAP+ per rispondere colpo su colpo e al di fuori delle logiche riformiste ed opportuniste all’offensiva reazionaria e clerico-fascista che si preannuncia nell’immediato futuro.
• Superamento della Legge 164/82 e di tutte le leggi che patologizzano e discriminano l’esistenza e i percorsi di autodeterminazione delle soggettività T* e, più in generale, di tutte le persone LGBT*QIAP+.
• Apertura dei confini e l’eliminazione di tutte le leggi securitarie che opprimono le donne e soggettività LGBT*QIAP+ migranti e legittimano le violenze nei loro confronti.
• Educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole, rigorosamente laica che chiami medici ed educatrici/educatori, escludendo associazioni collegate alla Chiesa. Questo per garantire la promozione di una contraccezione consapevole e di un libero sviluppo della propria sessualità.
• Lotta senza quartiere alla concezione abilista e neurotipica dell’esistente, figlia delle necessità del sistema di produzione capitalistico, e di ogni altra forma di abilismo. Perché il mondo che vogliamo deve essere invece adatto ai bisogni e ai desideri di tutte e tutti, incluse le persone con disabilità e neurodivergenti.

Non si può pensare di sconfiggere il patriarcato senza abbattere il capitalismo e viceversa, qualsiasi rivoluzione è destinata a fallire senza un nuovo progetto di società che spezzi le catene dei soggetti doppiamente oppressi.

Alla lotta!

Partito Comunista dei Lavoratori

È uscito il nuovo numero di Unità di Classe

 


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1 Dicembre 2021

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In questo numero:


Draghi, what else? Editoriale - Federico Bacchiocchi

Nucleare e capitalismo - Stefano Falai

Il Senato affossa il DDL Zan - Commissione donne e altre oppressioni di genere del PCL

La questione Taiwan - Alessio Dell'Anna

No vax, No green pass. La confusione a sinistra - Marco Ferrando

Recensione del film "Marx può aspettare" - Elia Spina

Partito Comunista dei Lavoratori

La nostra cura? Abbattere il capitalismo e spezzare le catene dell’oppressione!

 


25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne e di genere

L'aggravarsi della crisi con il prolungamento della situazione pandemica continua a restituirci uno scenario inquietante.
Nel più ampio contesto internazionale il Covid-19 impatta ancora sull'alto numero di decessi e richiama in alcuni paesi alla necessità di lockdown e restrizioni, non solo per la renitenza al vaccino ma soprattutto per l'incapacità dei sistemi sanitari di far fronte alla situazione, indeboliti da anni di tagli e dal progressivo smantellamento del servizio pubblico. In alcune zone del mondo le popolazioni non hanno ancora avuto la possibilità di accedere alla prima dose di vaccino a causa delle dinamiche concorrenziali mirate al profitto delle case farmaceutiche, che detengono i brevetti su questi farmaci.

Questi due anni hanno mostrato chiaramente come la pandemia abbia colpito i lavoratori e soprattutto le lavoratrici: in Italia nel 2020 si registrava il 21% delle richieste di part-time o flessibilità lavorativa per fronteggiare le difficoltà delle chiusure. Ancora nei primi mesi del 2021 si rimarcava un calo dei posti di lavoro (su 101mila nuovi disoccupati, 99mila erano donne) e un divario salariale crescente a cui si aggiungeva l'aumento dei lavori di cura non retribuiti e l'assenza di un sistema di welfare in grado di offrire soluzioni.
La ripresa nel settembre 2021 segnalata dall'Istat non deve farci illudere: i 59.000 posti di lavoro recuperati sono ovviamente a tempo determinato e i posti occupati dalle donne sono ancora inferiori rispetto ai livelli pre-Covid (370mila occupate in meno).
Gli ultimi provvedimenti del governo Draghi inoltre annullano qualsiasi ipotesi di miglioramento: dopo aver consegnato un lauto bottino ad imprese e sanità privata con i decreti varati in estate, la traiettoria segnata per le pensioni punta al solo calcolo dei contributi, senza tenere conto della parte retributiva, penalizzando dunque i settori più precarizzati della società: donne, giovani e persone con disabilità.
A ciò si aggiunge il “contributo universale per i figli” a partire da marzo 2022, con il quale si punta a sostenere l'aumento demografico, elargendo elemosine in base alla fascia ISEE e al numero di figli per famiglia, senza cercare soluzioni strutturali che puntino a migliorare le condizioni di vita de* lavorator*.
Insomma lo stato borghese non ha soluzioni da offrire per uscire dalla crisi e soprattutto dimostra come in questa lunga fase di recessione non sia possibile trovare soluzioni di miglioramento se non con rivendicazioni inserite in un percorso di lotta su un programma anticapitalista.

Le nostre vite sono quindi segnate dalla violenza, dai suoi tanti volti. A quella economica si somma la violenza subita quotidianamente, frutto di sessismo e di omo-bi-lesbo-transfobia, agita spesso entro le mura domestiche, alle quali siamo espost* per colpa della precarietà e della disoccupazione. La causa principale è la natura del sistema capitalistico ed eterocispatriarcale. Un sistema che vive e si riproduce proprio su queste dinamiche di violenza e sfruttamento. 103 donne uccise solo in Italia, a cui si sommano 5 persone trans e gender diverse e i numerosi episodi di discriminazione e violenza subite nei vari contesti sociali. Questa situazione è fomentata dalla becera propaganda clericale e dei partiti reazionari, in primo luogo Lega e FDI, come dimostrato dall'affossamento del DDL Zan e dai continui attacchi alla salute riproduttiva delle donne.

Donne e persone LGBT*QIA+ migranti hanno pagato il prezzo più alto dell’aggravamento della crisi generato dalla fase pandemica, per la difficoltà di accesso alle cure sanitarie e la maggiore esposizione al Covid-19, e per l’aumento della disoccupazione e della precarietà delle loro condizioni lavorative.

Per rispondere radicalmente alle violenze e alle oppressioni che subiamo sotto ogni aspetto nelle nostre vite, dobbiamo organizzare un fronte che unisca tutte le lotte in corso, da quelle transfemministe a quelle per il lavoro e la difesa dell’ambiente:


• Per la difesa del lavoro: blocco permanente dei licenziamenti e cancellazione di tutte le controriforme del lavoro; cancellazione degli appalti e nazionalizzazione senza indennizzo delle imprese che chiudono, inquinano e delocalizzano, sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori;

• Contro l'elemosina di Stato, lavorare meno lavorare tutt*: ripartizione del lavoro esistente, con la riduzione dell'orario a 30 ore e con l’introduzione di un salario intercategoriale di 1500 euro; salario garantito in disoccupazione o inoccupazione, contro ogni ipotesi di reddito universale o di autodeterminazione slegato dal lavoro; copertura salariale del 100% in caso di malattia, cassa integrazione, congedi parentali.

• Cancellazione delle controriforme delle pensioni e ritorno al sistema retributivo;

• Servizi sociali (scuola, sanità...) pubblici e sotto il controllo de* lavorator* e dell* utenti per i servizi legati alla cura. La prospettiva deve essere la socializzazione del lavoro di cura, da finanziare con la patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione e con un sistema di aliquote fortemente progressivo;

• Accesso all'IVG libero, sicuro e gratuito; accesso all’aborto farmacologico; contraccezione gratuita e garantita; abolizione dell’obiezione di coscienza e consultori pubblici e laici; accesso ai consultori anche per le donne T*.

• Contro la violenza e l'oppressione di genere: autorganizzazione della autodifesa femminista e queer; fondi ai centri antiviolenza autogestiti, senza nessun finanziamento a enti privati e case-famiglia religiose;

• Contro la violenza e l'oppressione omo-lesbo-bi-transfobica: per un movimento queer autorganizzato e rivoluzionario in grado di contrastare gli attacchi reazionari, l'invisibilizzazione e il rainbow-washing; contro i trattamenti patologizzanti nei confronti delle persone T*, contro la cancellazione delle soggettività Bi e Pan e anche contro la misoginia, il razzismo e la transfobia dentro la comunità LGBT*QIA+;

• Eliminazione di tutte le leggi securitarie e delle forme di lavoro schiavistico che violano i diritti delle donne immigrate;

• Per il libero amore e la libera sessualità: lotta alla tratta e allo sfruttamento della prostituzione, contro i Daspo urbani e la criminalizzazione delle prostitute. Abbattimento della famiglia borghese, cellula di riproduzione capitalistica: per nuovi legami basati sull'affetto e la condivisione.

• Per il più ampio fronte di classe, anticapitalista e rivoluzionario, organizzato su scala internazionale, che unisca tutte le lotte per i diritti civili e sociali, per il lavoro, per la tutela dell’ambiente, in una lotta sola!

Solo rovesciando questo sistema basato sul capitalismo e l'etero-cis-patriarcato è possibile spezzare le catene dell'oppressione. Solo la rivoluzione socialista può liberarci dallo sfruttamento e dalla violenza e garantire la nostra piena emancipazione!


ANTIPATRIARCALI, ANTICAPITALIST*, ANTIFASCIST*,

ANTICLERICALI FEMMINIST* RIVOLUZIONARI*


Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Contro la transfobia e tutte le oppressioni di genere. Contro la violenza del capitalismo

 


20 novembre, Transgender Day of Remembrance

Il Transgender Day of Remembrance (TDoR) è una delle giornate più importanti ed impegnative del calendario della comunità LGBT*QIA+. Si tratta del momento in cui la comunità si stringe attorno ad una delle sue componenti più esposte e oppresse, la popolazione trans*, per ricordare tutte le vittime di transfobia del mondo e per rivendicare un cambiamento reale nell’esistenza di queste persone.

Solo negli ultimi decenni l’attivismo della comunità T* e dell* solidali ha permesso che si cominciasse a parlare seriamente di transfobia e di lotta ad essa. Secondo il progetto di ricerca, monitoraggio e analisi internazionale Trans Respect versus Transphobia (TvT) “2021 is set to be the deadliest year for trans and gender-diverse people” [il 2021 è destinato a essere l'anno più mortale per le persone trans e gender-diverse]. Questo dato dovrebbe farci riflettere sulla gravità della situazione.

Nel periodo intercorso tra 1° ottobre 2020 e 30 settembre 2021, secondo i dati raccolti da tale progetto, le persone morte per cause riconducibili alla transfobia sono 375 (in percentuale il 7% in più rispetto all’anno precedente quando erano state 350) con un’età media di 30 anni. Guardando allo storico del rilevamento si sono registrate 4042 morti violente a sfondo transfobico nel mondo tra il 1° gennaio 2008 e il 30 settembre 2021. Queste cifre sono sicuramente e ampiamente in difetto a causa delle differenze di trattamento - anche legale e giudiziario - che le persone trans* subiscono nei diversi paesi, dei tanti luoghi in cui è difficile o impossibile effettuare il monitoraggio e la raccolta dei dati necessari, della tendenza da parte di conoscenti o familiari delle vittime di non denunciare i reati transfobici o peggio della loro connivenza in azioni atte ad invisibilizzare l’identità della persona scomparsa (misgendering in atti ufficiali o durante le cerimonie funebri, eccetera…).

Un’analisi più approfondita dei dati mostra come la transfobia sia saldamente intrecciata anche ad altre forme di oppressione e discriminazione, oltre che a determinati contesti sociali e geografici. Infatti, sul totale dei casi di quest’anno, il 96% ha coinvolto donne trans o persone transfemminili dimostrando l’interdipendenza esistente tra oppressione femminile (e i fenomeni correlati quali, per esempio, femminicidi e altre forme di violenza e molestia) e oppressione della comunità LGBT*QIA+ (e in particolar modo delle persone T*); il 70% è avvenuto in America Latina ovvero una delle zone del mondo in cui sono più evidenti il divario socio-economico tra le classi e la rapacità del sistema di sfruttamento capitalistico, il 58% delle vittime mondiali è costituito da sex workers (molt* dell* quali uccis* in situazioni o per cause correlate alla loro condizione). Guardando a due casi circoscritti, possiamo notare come anche xenofobia e razzismo abbiano un ruolo non indifferente nella genesi di crimini transfobici: negli USA l’89% delle vittime totali è costituito da persone di colore e in Europa il 43% da migranti. Infine, non possiamo evitare di ricordare come la condizione di classe abbia un ruolo fondamentale nell’oppressione e molto spesso nella morte delle persone T*. Le difficoltà insormontabili a cui si va incontro nel mondo del lavoro, l’isolamento e l’allontanamento dal proprio contesto sociale che molto spesso segue al coming out, lo smantellamento totale dei sistemi di welfare, l’inesistenza in molti paesi di leggi adeguate alla tutela delle minoranze, l’attuale debolezza delle reti associative e dell’attivismo queer e l’impossibilità di ricevere un adeguato supporto socio-sanitario e psicologico, fanno sì che molt* appartenenti alla comunità si ritrovino in condizioni di completa emarginazione e in contesti di disagio sociale ed economico molto marcati (un certo numero di persone trans*, per esempio, è homeless o vive sotto la soglia di povertà o in condizioni di precarietà assoluta). Tutte condizioni ottime per il maturare di situazioni di rischio potenzialmente mortali.

Il silenzio ipocrita e l’indifferenza che regnano in Italia sul tema nascondono una situazione a dir poco pericolosa e su cui non è possibile sorvolare in una occasione come questa. L’Italia detiene il triste primato di paese con il più alto numero di crimini di matrice transfobica in Europa (42 quelli registrati dal 1° gennaio 2008 al 30 settembre 2020) e nell’ultimo anno qui sono state uccise 5 persone trans* (erano state 7 – il numero più alto in assoluto in tutta Europa - l’anno scorso). Quest’anno il nostro paese ha registrato purtroppo anche la più giovane vittima di transfobia nel mondo, un* student* di 13 anni che si è suicidat* - a causa di frequenti atti di bullismo transfobico avvenuti in ambito scolastico – il 6 giugno scorso a Roma. Nonostante tutto ciò, durante i vari passaggi parlamentari del DDL Zan, si sono registrate diverse dichiarazioni di natura transfobica da parte di esponenti del cosiddetto centrodestra. Forse la più eclatante e assurda è quella secondo cui il riconoscimento delle identità non binarie da parte di una legge provocherebbe il caos nell’impianto giuridico del paese e perciò tale legge deve essere rigettata.

Il problema della transfobia non si può ridurre ad una questione di educazione, ad un fattore puramente culturale che si può risolvere con tanta buona volontà, un po’ di informazione e magari qualche legge dal carattere simbolico, deterrente e punitivo. La transfobia è solamente una delle molte facce, probabilmente una delle peggiori, del sistema capitalista ed eterocispatriarcale. Un sistema costruito, come abbiamo ripetuto molte volte, sulla prevaricazione, la violenza e lo sfruttamento di ogni essere vivente e sulla repressione di qualunque forma di ribellione o semplicemente di vita ritenuta “fuorinorma”. Un sistema che viene protetto e rafforzato dagli ambienti ecclesiastici e clericali – che in nome di una concezione bigotta e reazionaria della società e interessati a conservare la propria egemonia hanno sempre agito per evitare o disinnescare qualsiasi anche minimo avanzamento progressivo – e dai molteplici settori della reazione, più o meno dichiaratamente fascisti e fondamentalisti, a loro volta – come ben sappiamo – semplici strumenti nelle mani di chi detiene il controllo dei rapporti sociali in questa fase storica. L’esistenza delle persone T* (come quella di tutte le persone LGBQIA+, delle donne, delle persone disabili e delle popolazioni razzializzate) non potrà mai essere realmente accolta entro i ristretti orizzonti di questa società e anzi, finché esisterà il sistema attuale, la loro esistenza sarà sempre messa in discussione e minacciata. Come ha dimostrato anche il recentissimo e gravissimo affossamento del DDL Zan, qualunque illusione riformista od opportunista sulla possibilità di ottenere migliori condizioni di vita senza mettere in discussione lo status quo è ormai priva di ogni validità e di ogni razionale fiducia. L’unica via ancora aperta è quella che conduce alla rottura rivoluzionaria dell’esistente e all’abbattimento del capitalismo e conseguentemente dell’eterocispatriarcato e di tutte le altre forme strutturali di oppressione.

È quindi fondamentale e necessario secondo noi rilanciare l’importanza dell’autorganizzazione nelle lotte per i diritti civili e sociali e ribadire l’esigenza dell’autodifesa per il movimento e per la comunità intera. Soltanto il protagonismo unitario e combattivo delle soggettività oppresse – un protagonismo capace anche di costruire reti durature di solidarietà, supporto e tutela - potrà infatti agire tempestivamente e contrastare con successo le offensive reazionarie e clerico-fasciste di chi difende ogni giorno senza alcuna remora l’esistente, ovvero coloro che attentano ogni giorno alla vita di ogni oppress*.

Anche la lotta alla transfobia e alla cisnormatività deve partire dalle piazze, dalle strade, dai luoghi dove le soggettività trans* vivono e agiscono (gli stessi dove di frequente si consumano violenza e discriminazione), evitando inutili ipocrisie (talvolta istituzionali) e vaghi atti simbolici.

Le soggettività trans* hanno diritto, in particolar modo, ad un’esistenza che non debba più passare per le forche caudine della patologizzazione e della medicalizzazione forzata dei loro desideri e dei loro corpi (che in molti contesti sono solamente forme subdole e socialmente accettate di violenza). Inoltre, è ormai evidente come sia necessario distruggere il paradigma del binarismo che imbriglia ogni essere vivente nel binomio essenzialista maschio-femmina togliendo legittimità e visibilità a qualsiasi tipo di identità non binaria e genderqueer. Purtroppo diverse leggi varate nel corso degli ultimi quarant’anni a tutela della popolazione trans* (per esempio la Legge 164/82 sulla rettifica del nome vigente in Italia) hanno un’impostazione di tipo patologizzante e intrinsecamente binaria e talvolta obbligano la persona trans* alla medicalizzazione per ottenere il riconoscimento della propria condizione. Tale impianto legislativo è decisamente arretrato, discriminatorio e ambiguo in fatto di rispetto dei diritti civili e va eliminato al più presto.

La diffusa condizione di sex worker tra le soggettività trans* – dettata molto spesso dalla semplice necessità di sopravvivere all’interno di un sistema sociale che impedisce loro di emergere come soggettività autodeterminate e libere o peggio da ricatti e coercizioni – ci porta anche a ribadire come sia importante, senza porci per questo in modo stigmatizzante ed escludente nei confronti dell* lavorator* sessuali, ottenere un futuro in cui nessun* sia costrett* per sopravvivere a sessualizzare il proprio corpo e quindi a lottare contro l’esclusione dal mondo del lavoro delle soggettività reputate non conformi e più in generale contro le condizioni di precarietà, ipersfruttamento e ricatto economico che il capitalismo impone a tutt* l* sfruttat* in questa fase.

Molte soggettività trans/non-binary (ma più in generale moltissime persone LGBQIA+) sono costrette ad abbandonare il luogo in cui sono nat* (molto spesso per motivi legati proprio alla loro identità di genere o al proprio orientamento sessuale). Quasi sempre l’allontanamento dal paese d’origine non determina però un miglioramento nelle condizioni di vita. Anzi per la maggior parte dei migranti LGBT*QIA+ l’arrivo in un altro paese significa ghettizzazione, xenofobia e razzismo oltre che frequentemente completa emarginazione all’interno della comunità dei propri connazionali. Lo stesso ottenimento dello status di rifugiato LGBT non garantisce alcuna prospettiva di miglioramento della propria esistenza, ma si trasforma molto spesso in un lungo e insidioso percorso burocratico che espone l* richiedente a stress inutili.

È necessario allora lottare per l’abbattimento delle frontiere e per la fine dei fenomeni sistemici di razzismo in un’ottica internazionalista e rivoluzionaria rifiutando anche i rigurgiti xenofobi latenti nella stessa comunità LGBT*QIA+.

Visto quanto accade quotidianamente attorno a noi riteniamo importante che il movimento LGBT*QIA+ riparta da posizioni coerentemente rivoluzionarie e dalla solidarietà con tutte le altre lotte progressive (come già si sta facendo con i movimenti femminista, antirazzista e contro l'abilismo, ma cercando di allargare il campo anche al movimento operaio e a quello ambientalista). Per ottenere questo scopo, oltre a smarcarsi in via definitiva da ogni velleità riformistica, si renderà obbligatorio anche contrastare tutte quelle posizioni, tipiche di una certa parte delle formazioni staliniste e di altre aree sedicenti comuniste, che tendono a sminuire l’importanza dei diritti civili per l’avanzamento delle lotte e che talvolta assumono pose smaccatamente machiste, misogine e omo-lesbo-bi-transfobiche; nonché abbattere tutte quelle posizioni, sì residuali ma a cui non possiamo restare indifferenti, del femminismo essenzialista, incapace di comprendere la questione relativa all’identità di genere, se non addirittura schierato su posizioni assimilabili a quelle dei peggiori movimenti reazionari.

Il nostro obiettivo resta la costruzione di una società socialista, una società senza classi in cui non esistono più sfruttamento ed oppressione e dove ogni soggettività è libera di autodeteminarsi. Per questo lottiamo a fianco di tutt* l* oppress* e contro ogni singolo oppressore.


- Per l’unità e l’autoorganizzazione dei movimenti per i diritti civili in una direzione conseguentemente rivoluzionaria e perciò anticapitalista, femminista, antifascista e anticlericale. Solamente con questa parola d’ordine sarà possibile ottenere un vero cambiamento nelle vite delle donne, delle persone LGBT*QIA+ e delle minoranze razzializzate.

- Per l’autodifesa della comunità LGBT*QIA+. Soltanto rispondendo colpo su colpo sarà possibile ridurre lo straziante stillicidio di vite umane a cui assistiamo ogni anno ed affrontare ad armi pari gli assalti reazionari e clerico-fascisti alle vite e ai diritti delle persone LGBT*QIA+.

- Per il superamento della Legge 164/82 in Italia e di tutte le leggi che patologizzano la vita delle persone trans* e per il pieno diritto all’autodeterminazione di tutt*.

- Per la fine dell’oppressione e della violenza xenofoba e razzista sulle donne, sugli uomini e sulle soggettività LGBT*QIA+ migranti.

- Contro lo stalinismo e l’essenzialismo. Non esiste nessun conflitto e nessuna competizione tra diritti sociali e diritti civili: la lotta per i diritti deve essere portata avanti senza inutili compartimentazioni e privilegi. Non esiste nessuna essenza biologica binaria, standardizzata e insormontabile: le identità trans e gender-diverse sono tutte valide e non sono affatto misogine.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Il Senato affossa il DDL Zan, la lotta prosegue nelle piazze e nell’autorganizzazione

 


Per il rilancio di una lotta anticapitalista e rivoluzionaria per i diritti civili

Secondo qualcun* quanto accaduto nell’aula del Senato sarebbe disgustoso in un paese civile. In questa sede non possiamo esimerci dal dire che i fatti in questione non mettono in dubbio il grado di civiltà di un singolo paese, ma confermano invece la nostra analisi sul grado di civiltà di un intero sistema.

Facciamo un passo indietro. Il giorno 27 ottobre il Senato è stato chiamato a votare a scrutinio segreto la cosiddetta “tagliola” (voluta da Lega e Fratelli d’Italia) sul DDL Zan. La “tagliola” è un provvedimento previsto dall’articolo 96 del Capo XII del Regolamento del Senato. Si tratta della proposta, che può essere avanzata da singole senatrici e singoli senatori, di non procedere all’esame dei vari articoli di cui si compone un disegno di legge. Quando tale richiesta viene approvata l’iter del disegno di legge in oggetto viene bloccato e sostanzialmente deve essere ridiscusso, dopo almeno sei mesi dal voto, con una nuova proposta di legge, dalla commissione competente. Durante la seduta del 27 ottobre tale misura è stata approvata con 154 voti favorevoli, 131 voti contrari e 2 astensioni, portando alla fine del percorso della proposta di legge “contro omofobia, misoginia e abilismo”.

Prima di tutto, vogliamo esprimere sinceramente la nostra solidarietà e unirci alla sacrosanta rabbia di tutte le persone LGBTQIA+, di tutte le donne* e di tutte le persone con disabilità che continueranno a subire senza alcuna tutela il peso dell’esistenza all’interno di un sistema capitalista, cis-eteronormativo e patriarcale. Una legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia, la misoginia e l’abilismo è una necessità urgente e quanto accaduto in questi giorni si configura come un attacco violento e diretto contro la vita di tutte queste persone e come tale va contrastato.

Il voto di pochi giorni fa conferma per l’ennesima volta la bancarotta definitiva e irreversibile di qualsiasi illusione riformista. Qualsiasi proposta di cambiamento calata dall’alto è destinata al fallimento e all’oblio entro questa compagine sociale. Questo non a causa dei contenuti, dei modi o delle forme di tale cambiamento, ma semplicemente perché il sistema capitalista non è e non è mai stato riformabile.

Oltretutto smaschera anche la natura opportunista dei sostenitori della legge a partire dal PD, che cerca già di smarcarsi goffamente dalla sconfitta distribuendo responsabilità e accuse a destra e a manca (peraltro senza tenere conto della propria fronda interna subordinata ai diktat delle gerarchie cattoliche), fino al M5S, che continua ad alternare prese di posizione apparentemente progressiste con uscite degne della più becera reazione, passando per Italia Viva, che per prima ha accolto le richieste di revisione della legge proposte dal centro-destra finalizzate alla rimozione del concetto di identità di genere e della conseguente tutela delle persone transgender e non binarie, e infine per le insignificanti e inconsistenti rimostranze dei radicali (+Europa) e di Liberi e Uguali.

È necessario ribadire che ancora una volta l’avanzamento dei diritti civili non è stato affossato, come si sente dire da più parti in questi giorni, per l’eccessiva radicalità della proposta. Vale la pena ricordare che il DDL Zan è una legge, seppur necessaria, con grandi limiti politici e culturali, caratterizzata da un impianto espressamente punitivo che lascia intatta la struttura su cui si sviluppa l’oppressione e la discriminazione, oltre che dalla tendenza sistematica ad invisibilizzare molte soggettività LGBTQIA+. Altrettanto importante è ricordare che i proponenti e i sostenitori del DDL Zan, lungi dalla linea dura e muscolare di cui sono stati accusati, hanno cercato in più occasioni di giungere a patti con la controparte politica proponendo o accettando talvolta modifiche ulteriormente a ribasso del testo.

Ancora una volta l’illusione è crollata su sé stessa a causa della fragilità delle proprie fondamenta: l’assenza di un movimento ampio e combattivo (malgrado non siano assenti esperienze anche molto positive in diverse città), l’atteggiamento delle direzioni del movimento LGBTQIA+ mainstream volte a delegare tutte le proprie “lotte” in sede istituzionale, l’attuale debolezza del movimento LGBTQIA+ e femminista dopo due anni di pandemia e l’incapacità di far convergere in modo generalizzato le lotte per i diritti civili e la lotta di classe, la lotta transfemminista e le lotte del movimento operaio, in una fase storica di arretramento della coscienza di classe che rende difficile ogni avanzamento – ma persino la difesa – dei diritti civili e sociali, sono fattori che vanno sommati al tradimento operato dal centrosinistra in Parlamento.

D’altra parte non possiamo ovviamente restare indifferenti di fronte all’atteggiamento trionfale tenuto dalle forze reazionarie, clericali e fasciste dopo l’affossamento della legge tantomeno in un periodo caratterizzato da numerose espressioni reazionarie (come, per esempio, l’assalto squadrista alla CGIL oppure le “grandi” manifestazioni No green pass che si avvicendano di continuo nelle nostre città). Questa purtroppo è una vittoria che assume un significato simbolico molto importante nel quadro della conservazione dello status quo classista e patriarcale e nell’ottica di un rilancio dell’offensiva clerico-fascista e oscurantista contro i diritti civili e le soggettività oppresse.

La nostra reazione non può ridursi a sporadiche azioni difensive e a espressioni pubbliche di sdegno e rabbia, come le proteste che in questi giorni stanno animando le piazze di Roma, Milano, Torino e altre città italiane. Ad esse (indubbiamente positive in questo preciso momento) deve legarsi la volontà di organizzarsi e di lottare con pratiche radicali contro capitalismo e cis-eteropatriarcato.

È necessario – ora più che mai – perseverare nell’attuazione di un programma rivoluzionario e di classe che, unendo tutt* l* sfruttat* e tutt* l* oppress* attorno alle parole d’ordine della rottura e del sovvertimento radicale del paradigma capitalistico, possa finalmente portare a compimento una società socialista libera da ogni forma di sfruttamento, violenza e oppressione.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

MASSIMA SOLIDARIETA' AGLI ATTIVISTI APS COLPITI DALL' AGGRESSIONE OMOFOBA: LA LOTTA CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE DI GENERE E LA NECESSITA' DELL'AUTODIFESA

 

I


Il Partito Comunista dei Lavoratori-sezione di Bologna esprime la massima solidarietà verso gli/le attivisti/e del Gruppo Trans APS per l'aggressione di stampo omofobo subita sabato notte all'esterno della loro sede in via dell'Unione, a Bologna.

Purtroppo non è la prima volta che queste/i attiviste/I subiscono episodi di questo stampo e tanto più questo richiama la necessità della vigilanza contro qualsiasi atto discriminatorio contro il genere sessuale e l'organizzazione di forme ormai urgenti di autodifesa. 

Crediamo altresì che normative come il DDL Zan debbano entrare al più presto in vigore per tutelare le persone LGBTQI+ da simili episodi.

Da comunisti rivoluzionari e marxisti conseguenti non abbiamo fiducia nella legislazione borghese, e pensiamo che le normative che vi si inseriscono non possano risolvere i problemi e le discriminazioni a cui quotidianamente sono esposte le minoranze, ma difendiamo ogni singolo passo in avanti nella conquista di maggiori diritti per esse.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
SEZ. DI BOLOGNA

Fedez e il Primo maggio

 


Quando i diritti civili non incontrano la lotta di classe

Il Primo maggio di quest’anno, nonostante la pandemia, è stato un importante momento di lotta, di mobilitazione e di confronto che ha visto scendere in piazza diverse migliaia di lavorator* unit* nella lotta in barba a differenze di etnia, di genere e di appartenenza politica e sindacale. Migliaia di persone scese in piazza per difendere i loro diritti, mettere in luce le contraddizioni dell’attuale gestione della pandemia, denunciare la colpevole inefficienza di un sistema sanitario martoriato da decenni di tagli, contrastare le manovre antioperaie del governo Draghi e denunciare la connivenza delle direzioni dei sindacati confederali rispetto a tale stato di cose.

Eppure la notizia che da giorni rimbalza su tutti i mezzi di comunicazione e sembra dividere l’arco parlamentare e anche il movimento stesso (LGBTQIA+ e non solo) riguarda il celebre "concertone" del Primo maggio. In particolare riguarda un intervento fatto dal rapper Fedez durante la sua esibizione su quel palco, vergognosamente perimetrato – come è stato notato – dalle insegne di ENI, sponsor dell’evento (a dire il vero, purtroppo, non per la prima volta).

Personalmente non crediamo sia necessario ricostruire qui la dinamica dei fatti (essa è ormai nota a quasi tutt* coloro che leggono i giornali, possiedono una televisione o hanno un profilo social). Non crediamo nemmeno sia necessario riportare il testo dell’intervento (rintracciabile un po’ ovunque anche per iscritto) o analizzarne il contenuto (esso sarebbe tutto sommato pienamente condivisibile). Sarebbe superfluo anche inserirsi all’interno della polemica sul timido ed impacciato tentativo di censura preventiva della RAI nei confronti dell’artista. Che la censura dei mezzi d’informazione esista e che la società borghese ne faccia ampio uso è noto ormai da secoli. Il fatto che molte persone se ne siano accorte soltanto pochi giorni fa può, al massimo, dare inizio ad alcune speculazioni, peraltro già trite, su quanto sia pervasiva l’illusione di libertà che caratterizza la nostra epoca.

Sarebbe abbastanza ridicolo anche dare ulteriore risalto al botta e risposta tra la Lega e il rapper, oppure denunciare l’incoerenza di Fedez sulla base dei testi delle sue canzoni (come fanno in molt* in questi ultimi giorni).

Altrettanto sciocco sarebbe insinuare – come fanno la UIL e alcune forze sedicenti comuniste – che un intervento sui diritti civili, a prescindere dal suo autore, sia “fuori contesto” perché il Primo maggio “si deve parlare solo di lavoro”. A parte che non si può ignorare il fatto che anche la maggioranza della popolazione LGBTQIA+, delle donne, delle minoranze etniche e religiose e delle altre soggettività discriminate da questo sistema rientrano a vario titolo nella classe lavoratrice, e che probabilmente il luogo di lavoro è uno dei luoghi dove più si fanno sentire le discriminazioni e la repressione delle differenze, comunque il Primo maggio – almeno per noi marxist* rivoluzionar* – è una giornata di lotta e di mobilitazione contro il capitalismo. E se – come abbiamo già sostenuto in altre occasioni – il capitalismo sta alla radice di tutte le diverse oppressioni, allora il Primo maggio è anche un’occasione in cui denunciare e lottare contro omo-lesbo-bi-transfobia, sessismo, razzismo, abilismo e ogni altra forma di oppressione. La lotta di classe, l’anticapitalismo e la rivoluzione sociale non sono chiostri riservati ai soli lavoratori (a questo punto il maschile plurale è d’obbligo), ma sono le strade maestre attraverso cui ogni sfruttat* e ogni oppress* può raggiungere finalmente la libertà, la dignità e i diritti di cui è stat* ingiustamente privat* fino a questo momento.

Tornando a quanto avvenuto, non stiamo parlando di un evento sorprendente. In fondo, ciò a cui abbiamo assistito è un copione già noto da oltre un secolo: un borghese rampante (in questo caso esponente di spicco dello star system nazionale) che indossa i panni del filantropo e coglie l’occasione per ergersi in maniera spettacolare a paladino dei “meno fortunati” e delle “minoranze”, guadagnando così nuovi consensi e ulteriore popolarità (operazione perfettamente riuscita, dobbiamo ammettere). Quanto egli creda in ciò che dice o fa non è particolarmente importante.

Molto più importante è analizzare come le sue parole siano state recepite dalla comunità LGBTQIA+ e, in generale, dalla cosiddetta sinistra. Molto più interessante è vedere come il dibattito pubblico sui diritti civili da alcuni giorni giri tutto attorno alle parole del signor Lucia.
Il fatto che un rapper commerciale e personaggio televisivo milionario (nonché testimonial ufficiale di Amazon Prime) venga osannato come fulgido esempio di artista engagé da tutto il variegato mondo del cosiddetto centrosinistra – dal PD a Sinistra Italiana, da Arcigay alla burocrazia CGIL passando per la cosiddetta stampa progressista e per il M5S, sempre più confuso e ambiguo sui diritti civili (tra uscite misogine e machiste di Grillo e posizioni contraddittorie interne con favorevoli e contrari al DDL Zan) – non è altro che l’ennesima dimostrazione della definitiva bancarotta del riformismo, privo ormai di qualsiasi riferimento politico e culturale credibile e completamente incapace di agire, anche solo formalmente, in favore de* sfruttat* e de* oppress* di queste società.

Quel centrosinistra, rappresentato in massima parte dal PD, che ogni giorno agisce contro la nostra classe rendendo sempre più precarie le nostre vite e sbriciolando un pezzo alla volta i nostri diritti in nome del profitto e del dominio della borghesia e delle sue organizzazioni.

Quel centrosinistra che ipocritamente tenta di nascondersi dietro al paravento dei diritti civili, salvo poi mostrare la propria vera natura anche in questo campo. Basti pensare al Decreto Minniti, alla mancata abolizione dei Decreti Salvini (che sono stati anzi potenziati in alcune delle loro funzioni repressive) o, per ritornare al tema principale, al DDL Cirinnà e al DDL Zan.

Due leggi fortemente insufficienti, dei meri atti formali privi di qualsivoglia forza effettiva. Il primo nasce già come compromesso, per espressa volontà dei suoi autori, e subisce poi una lunga serie di manomissioni (anche da parte dei suoi promotori) che rendono molto debole il risultato finale. Il secondo, non ancora approvato, è un testo di legge che si propone di contrastare l’omo-lesbo-bi-transfobia e la misoginia attraverso un quanto mai discutibile inasprimento delle pene in un’ottica che, senza troppe remore, ci sentiamo di definire securitaria. All’interno di un più ampio contesto, caratterizzato da una sempre più diffusa e capillare repressione di stato e di una sempre più intransigente cultura dell’ordine, tale manovra, malgrado i propositi nobili, mostra dei risvolti inquietanti ed esecrabili, in quanto si accompagna ad un inadeguato sistema di prevenzione delle discriminazioni e di formazione sul tema ulteriormente indebolito dal celebrato articolo 4 del DDL che garantisce il ‘pluralismo delle idee’ e la ‘libertà delle scelte’ (ironicamente significa che qualsiasi persona o organizzazione omofoba che non voglia istituire un lager o organizzare un pogrom è libera di continuare ad esporre le proprie posizioni pubblicamente e senza limitazione alcuna). Non possiamo negare che questa legge presenti anche alcuni aspetti positivi, quali, per esempio, il potenziamento dei centri contro le discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, il monitoraggio statistico nazionale delle discriminazioni e della violenza omo-lesbo-bi-transfobica, l’elaborazione di una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere e l’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia in data 17 maggio. Ma essi risultano pur sempre alquanto incerti e l’impianto generale della legge propende in ogni caso verso la semplice punizione dei reati e non verso l’eliminazione del problema (1).

D’altro canto sarebbe impossibile eliminare il problema senza individuarne ed eliminarne la causa, ovvero la criminale e marcescente struttura del capitalismo. Compito che ovviamente neanche * più sincer* de* riformist* sarebbe disposto ad assolvere. Figuriamoci che cosa può essere disposto a fare il gruppo parlamentare del PD.

Ed è questo il centro della questione. La comunità LGBTQIA+ non può continuare a pendere dalle labbra di questo centrosinistra ipocrita, non può continuare a credere nelle promesse e nelle fantomatiche conquiste del gradualismo riformista, non può continuare a fare affidamento sulle celebrità che fanno coming out o che si schierano “dalla parte giusta” (come Fedez), e non può continuare a tacciare chi non concorda con il metodo descritto pocanzi di essere divisiv*, estremista o perennemente scontent*. Continuando lungo questo vicolo cieco, l’unico risultato possibile è il perpetuarsi della nostra condizione di subalternità.

L’unica via praticabile resta il recupero della combattività che caratterizzava questo movimento alle origini, a partire dal recupero e dalla rivendicazione della nostra condizione di esseri “fuorinorma” e, in seguito, con la costruzione di un fronte ampio capace di convogliare tutte quelle forze, soggettività ed esperienze che in questo sistema si sentono sfruttate ed oppresse, scomode ed inascoltate, sole e indifese: lavorator*, migrant*, donne, precar*, persone discriminate sulla base del loro stato fisico o psicologico e ogni altro “dannat*” di questa Terra. Tutto questo deve avvenire chiaramente in un’ottica di rottura anticapitalista, antifascista, femminista, internazionalista e anticlericale.

Ovvero nell’ottica dell’instaurazione del socialismo e della conquista del potere da parte di tutt* coloro che il potere borghese ha oppresso e continua ad opprimere.




(1) Con quanto abbiamo detto riguardo al DDL Zan non intendiamo – come fanno altri soggetti politici – rigettare l’importanza di una legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia. Una legge di questo tipo è assolutamente necessaria, urgente, attesa e voluta dalla comunità LGBTQIA+. Semplicemente questa legge non è il DDL Zan (per quanto quest’ultimo possa rappresentare un minuscolo passo avanti rispetto al nulla esistente) per i motivi già citati.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

La centralità della questione di classe nella lotta per i diritti civili

 


La comunità LGBTQIA+ sta lentamente ottenendo la visibilità che merita dopo secoli di invisibilità. Negli ultimi decenni i movimenti per i diritti civili stanno conquistando sempre più terreno e il numero delle conquiste e delle rivendicazioni cresce di anno in anno. La pandemia da Covid-19 ha segnato un brusco arresto di questo processo mettendo in luce le contraddizioni del sistema esistente, le aporie del movimento LGBTQIA+ e mostrando la fragilità di gran parte dei risultati ottenuti fino ad ora. In Italia, il più arretrato dei paesi dell’Europa Occidentale sulla questione, la situazione dopo un intero anno di emergenza sembra essersi ulteriormente aggravata. Basta dare uno sguardo a qualche dato ufficiale per notare la gravità della situazione.


Nel 2020 ILGA Europe (International Lesbian and Gay Association Europe, NdA) segnala 138 crimini dettati da odio omobitransfobico avvenuti in Italia tra cui alcuni omicidi. Dato inquietante e purtroppo parziale visto che la maggior parte degli atti violenti e discriminatori avviene lontano dagli occhi e dalle orecchie di eventuali testimoni (soprattutto in ambiente domestico) e che la maggior parte delle vittime di violenza o discriminazione non denuncia i fatti alle associazioni LGBTQIA+ e tantomeno alle autorità (i dati OSCAD disponibili per il 2019 riportano 107 casi, nello stesso anno ILGA Europe ne segnalava ben 187!).

Soltanto nel periodo compreso tra febbraio e oggi sono state segnalate (soprattutto dalle associazioni LGBTQIA+ o dalle vittime stesse) almeno sette casi tra aggressioni fisiche, aggressioni verbali e altri atti determinati da odio omobitransfobico. La lista effettiva dei casi avvenuti dall’inizio dell’anno è probabilmente più lunga.

Passando velocemente in rassegna i fatti ci troviamo davanti un quadro desolante.
Il 31 gennaio a Inverigo (Como) un gruppo di quindici ragazzi prende di mira un ragazzo omosessuale prima insultandolo e poi cercando di colpirlo a sassate.
Il 26 febbraio alla stazione di Valle Aurelia a Roma l’attivista di GayNet Jean Pierre Moreno, omosessuale e rifugiato LGBT di origine nicaraguense, e Alfredo Zenobio sono stati prima insultati e poi aggrediti fisicamente da un uomo dopo essersi baciati sulla banchina. Fortunatamente l’attivista ha saputo reagire prontamente, difendendo se stesso e il partner e costringendo l’aggressore a dileguarsi. Il video dell’attacco, girato da un amico della coppia, è diventato virale e ha destato anche l’attenzione della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che ha espresso una inaspettata quanto ipocrita condanna dell’aggressione omofoba.
Il 2 marzo a Brugherio (Monza e Brianza) l’auto di Danilo Tota, organizzatore di eventi dichiaratamente omosessuale, viene ricoperta di sputi da un gruppo di ragazzi che poco prima aveva insultato ripetutamente il proprietario con epiteti omofobi.
Il 14 marzo in un parco di Vicenza si consuma un vero e proprio atto di squadrismo omofobico. Il giovanissimo Andrea Casuscelli, studente medio e promessa del pattinaggio artistico nazionale, viene adescato da un coetaneo su Instagram e finisce vittima di un pestaggio (dodici contro uno) che fortunatamente non ha avuto conseguenze gravi.
Il 18 marzo a Catania un controllo di polizia nei confronti di una sex worker trans di origine ecuadoregna diventa una mattanza con fermi arbitrari e manganellate (anche tra i passanti e gli abitanti del quartiere) oltre alla perquisizione non autorizzata in casa della sex worker durante la quale la madre di lei è oggetto di botte, minacce e insulti da parte degli agenti. La sex worker, che portava segni di percosse in viso e sul corpo, è stata condannata all’obbligo di firma in direttissima per oltraggio, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Le associazioni locali denunciano la più completa sospensione dei diritti democratici e la totale gratuità e inutilità della violenza poliziesca. Ovviamente la versione dei fatti narrata dalle vittime e dai testimoni è stata prontamente negata dal segretario provinciale del Sindacato Italiano Appartenenti Polizia (SIAP) e dai rappresentanti locali del Coordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia (COISP) che parlano invece di agenti aggrediti dalla sex worker e da sua madre (come risulterebbe nel rapporto dell’operazione) e della necessità del pugno duro per scongiurare una situazione di pericolo per i colleghi.
Il 24 marzo in un parco di Voghera (Pavia) una giovane coppia lesbica viene aggredita verbalmente da una coppia di genitori per un bacio a stampo scambiato a poca distanza dall’area giochi del parco. La prontezza di spirito delle ragazze riesce rapidamente ad indurre gli aggressori a ripiegare. Il 26 marzo ad Asti * youtuber e influencer Cruella viene aggredit* verbalmente, mentre siede sull’altalena di un parco, da un uomo che * apostrofa violentemente e * costringe ad allontanarsi dall’area accampando come scusa la presenza di alcuni bambini. Più di qualcuno ha giustificato l’azione dell’uomo perché, citando testualmente uno dei tanti commenti sui social, “le altalene sono solo per i bambini”.
Nella notte tra il 27 e il 28 marzo l’automobile di un ragazzo omosessuale di Perugia è stata danneggiata da ignoti che hanno rigato le fiancate del mezzo e inciso la frase “sono gay” sul cofano.

Come se non bastasse in molte città, già dall’estate 2020, vengono proposte mozioni contro l’approvazione del DDL Zan – già approvato dalla Camera dei Deputati il 4 novembre 2020 con 265 favorevoli e 193 contrari; mossa preventiva messa in campo da Lega-FdI-FI contro una legge che rappresenta un ben misero avanzamento nella tutela e nel riconoscimento delle persone discriminate a causa del loro orientamento sessuale e della loro identità ed espressione di genere. Tra le città che hanno approvato tali mozioni troviamo Pisa, Crotone, Potenza, Monfalcone (EDR di Gorizia) e Ladispoli (Roma Capitale). In questo campo la regione più attiva sembra essere il Veneto: Verona è stata tra le prime ad approvare la mozione e ad oggi nella regione sono molti i comuni e le città ad aderire all’iniziativa reazionaria (ultimi in ordine cronologico Bassano del Grappa nel vicentino e Fontaniva nel padovano). Nel frattempo la proposta di legge (definita “liberticida” dai suoi oppositori) subisce l’ostruzionismo del senatore Andrea Ostellari (Lega), presidente della Commissione Giustizia del Senato della Repubblica, che la ritiene “divisiva” ed è arrivato a proporre come possibile relatore il “compagno” di partito Simone Pillon, noto omofobo e misogino. Le dichiarazioni di Ostellari hanno causato un acceso scontro mediatico tra le forze politiche e sociali favorevoli all’approvazione della legge e le altre forze in seno al governo.

Tutto questo accade negli stessi giorni (notizia del 16 marzo) in cui una certa fetta del movimento LGBTQIA+ (e anche del movimento femminista) giubila perché Amazon ha rimosso dalla sua offerta tutti i libri che descrivono la condizione delle persone trans come patologica. Questa notizia è arrivata ad eclissare in parte l’annuncio del primo sciopero nazionale di Amazon, lanciato dai sindacati confederali, contro le condizioni di lavoro servili e le nuove richieste dell’azienda del miliardario Bezos e di Assoespressi per il rinnovo del CCNL della logistica.

Niente di sorprendente, purtroppo. Da un lato il capitalismo affonda le sue radici nel pieno dominio dei corpi – per fini produttivi e riproduttivi – e utilizza a questo scopo mezzi patriarcali, eteronormativi e binari che – apparsi contemporaneamente con la proprietà privata – avevano permesso di stabilire come uniche forme “naturali” il dominio del maschile sul femminile e la famiglia come unità sociale e produttiva minima con la “logica” conseguenza di elevare al grado di dogma il binarismo di genere e l’eterosessualità. Ciò comporta un controllo serrato nei riguardi della sessualità dei soggetti e legittima la negazione e la repressione di ogni soggettività non conforme al modello prestabilito.

Questo conduce ad un’unica ovvia conclusione. L’omo-lesbo-bi-transfobia, la misoginia, il sessismo, l’abilismo, la xenofobia e il razzismo non sono – come sostiene qualcuno – errori, sbavature o note stonate, causate da improvvise ricadute nell’inciviltà e nell’ignoranza, all’interno della perfetta partitura del capitalismo e dello stato di diritto liberale. Sono, invece, la più chiara ed elementare conseguenza di un sistema di relazioni sociali basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento di esseri umani e risorse, ovvero una delle caratteristiche strutturali del capitalismo.

La repressione dell’alterità può assumere forme molteplici come ci raccontano gli esempi tratti dalla cronaca. Tutte sono correlate con l’attuale sistema di sfruttamento e con le sue componenti culturali ed educative. La società capitalista ed eteropatriarcale ha praticamente naturalizzato costruzioni sociali e culturali astratte conformi alle necessità del pensiero e del potere borghese dando loro una materialità granitica e una valenza univoca e universalistica sulla base della quale ogni soggetto viene educato e abituato ad intendere l’attuale sistema delle oppressioni di classe e di genere come “normale” e moralmente “giusto”. Tra le conseguenze di questa egemonia vi è il compimento e la giustificazione di atti repressivi individuali o collettivi contro coloro che vengono percepiti o agiscono come “fuori norma”. La diffusione di idee propriamente dette reazionarie – cioè che accettano, introiettano e condividono l’odierno sistema di dominio e oppressione e sono disposti ad agire per difenderlo e sostenerlo – soprattutto tra le soggettività oppresse è una delle armi più potenti (ed imprevedibili) a disposizione della borghesia per conservare il potere. Nei fatti il sistema capitalista ed eteropatriarcale è sempre il mandante unico e il principale protettore de* autor* di queste azioni anche quando, per mezzo delle sue istituzioni, se ne dissocia o punisce le condotte ritenute “eccessive”, cioè quelle che rischiano di compromettere l’equilibrio delle forze in campo causando la rottura dello status quo precedente ai fatti.

Dall’altro lato il capitalismo stesso riconosce la necessità di preservare condizioni favorevoli alla propria sopravvivenza e riesce a vedere il potenziale economico che può derivare dalla normalizzazione e dal recupero di istanze progressive o di movimenti ed individui precedentemente esclusi e oppressi dalle logiche di mercato e perciò potenzialmente pericolosi. L’emergere, a seguito di lunghi cicli di lotte, di numerose soggettività fino a prima completamente emarginate per motivi razziali, sessuali e omobitransfobici ha portato allo sviluppo di precise agende istituzionali atte a ricondurre – con la collaborazione di determinati settori dei movimenti – alla completa compatibilità tra le richieste delle soggettività in ascesa e il regime classista e borghese.

Ma non è necessario essere de* marxist* rivoluzionar* per notare che le condizioni di vita delle minoranze oppresse non possono realmente cambiare attraverso il dibattimento parlamentare, l’inclusività delle istituzioni (le stesse che poi arrestano, picchiano, minacciano e uccidono ad ogni piè sospinto), il cosiddetto “empowerment” de* lavorator* nelle aziende private e qualche moderata e parziale concessione di diritti (quali possono essere, per rimanere in Italia, il DDL Cirinnà o il DDL Zan).

Infatti noi ci manteniamo equamente lontani dalle pericolose sirene del riformismo e del liberalismo - che tentano di mantenere un’aura di rispettabilità con vuote promesse e piccole riforme dell’assetto giuridico mentre sono complici e artefici dello sfruttamento e dell’impoverimento che colpisce equamente tutt* * sfruttat*. Ovviamente con questo non intendiamo sposare la tesi – tanto amata in alcuni partiti e movimenti sedicenti comunisti e marxisti – di una contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali, dell’inconciliabilità tra una sinistra “fucsia” o “arcobaleno” e una “vera” sinistra fatta di operai maschi, bianchi e eterosessuali. Pertanto rigettiamo l’ipocrisia riduzionistica dello stalinismo che dimostra su questi temi la propria natura controrivoluzionaria con una purezza a dir poco cristallina.

Siamo ben consapevoli di come le lotte per l’acquisizione di diritti democratici (siano essi sociali o civili non è discriminante) siano momenti fondamentali per l’avanzamento del livello di consapevolezza delle soggettività sfruttate ed oppresse, ma esse non devono essere il fine ultimo, bensì una fase intermedia utile ad ottenere maggiore visibilità e maggiore concentrazione attorno alle parole d’ordine della rivoluzione sociale e della liberazione di tali soggettività.

Questo non perché riteniamo esista una sola ed unica forma d’oppressione uguale per tutt* * oppress* in ogni angolo del mondo, in ogni epoca e in ogni cultura. Siamo assolutamente consapevoli della natura molteplice, intersecante e differenziata delle forme d’oppressione e della loro tendenza ad evolversi nel corso del tempo e a cambiare nello spazio. Però, correndo il rischio di ripetere quanto abbiamo già detto in precedenza, riconosciamo la natura singolare della causa delle varie forme d’oppressione, ovvero il modo in cui esse sono state foggiate nel processo di sfruttamento e divisione storica del lavoro salariato per ottenere plusvalore. Questo non significa appunto ridurre tutto al “classismo” negando l’importanza (o l’esistenza) di altre forme d’oppressione, ma prendere atto del fatto che - in una società fondata sull’accumulo di capitale e sulla divisione in classi – la questione di classe è inevitabilmente centrale e svolge un ruolo niente affatto trascurabile nelle battaglie per i diritti civili.

L’ingresso sulla scena sociale di larghe fette di popolazione prima invisibili ha portato anche alla nascita di fenomeni di marketing – per ricollegarci al nostro tema intendiamo pinkwashing e rainbow washing – attraverso i quali il mercato trasforma le nuove soggettività entrate in scena in pletore di nuov* sfruttat* e di nuov* consumator* potenziali, spesso appropriandosi di parole d’ordine progressive o di atti dichiaratamente ribelli per farne innocui slogan pubblicitari o semplici prodotti. In anni recenti, in tutto il mondo, il fenomeno ha assunto una rilevanza molto ampia ottenendo anche l’attenzione del mondo accademico e causando frizioni all’interno dei movimenti LGBTQIA+ e femminista (e anche negli universi variegati dell’antirazzismo e dell’ambientalismo) tra coloro che guardano favorevolmente a tali iniziative in quanto cenni di progresso (“per i liberali la libertà è in ultima analisi la stessa cosa che il mercato”, per citare Trotsky) e coloro che, con la giusta dose di disincanto, denunciano l’incoerenza e l’insignificanza di tali iniziative, smascherandone la natura esclusivamente consumistica e mettendo in luce come molte delle aziende impegnate in queste manovre siano anche le prime in fatto di sfruttamento, repressione sindacale, sospensione dei diritti de* lavorator* e spesso anche in discriminazione (!), inquinamento e estrattivismo (con buona pace delle dichiarazioni dei loro uffici di pubbliche relazioni, dei loro agenti pubblicitari e dei governi da cui ricevono supporto).

Ad oggi, purtroppo, non è ancora giunto il momento di fare un bilancio definitivo di questo periodo straordinario e risulta molto difficile delineare con chiarezza gli scenari che affronteremo nei prossimi mesi. Non possiamo esimerci dall’esporre comunque la necessità di sostenere con tutti i mezzi a nostra disposizione la comunità e il movimento LGBTQIA+ nelle sue lotte coerentemente con il nostro impegno anticapitalista e rivoluzionario. Dobbiamo altresì contribuire a portare ad un nuovo livello la conflittualità del movimento stesso contribuendo a riportare al suo interno la centralità delle istanze anticapitaliste e anticlericali, spingendo per la fine dei compromessi con la borghesia e i suoi partiti (come il PD) e di una nuova unità tra tutti i movimenti per i diritti civili e il movimento operaio. Solo così, infatti, è possibile arrivare all’unica vera forma di liberazione da ogni tipo di oppressione e sfruttamento, cioè quella che passa per l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione del governo de* lavorator* e di tutt* * oppress*.

Achlys Nakta