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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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La polizia di Berlino interrompe il Congresso sulla Palestina. La libertà di parola diventa una farsa

 


Con un'azione che ha pochi precedenti recenti di questo tipo, il governo tedesco è arrivato a disturbare, fino all'impedimento fisico, il Congresso sulla Palestina, una conferenza internazionale con centinaia di attivisti e militanti.

Pubblichiamo il resoconto della conferenza e delle gesta censorie delle autorità scritto dai compagni di ArbeiterInnenmacht, anch'essi oggetto di repressione poliziesca. A loro, e al movimento per la Palestina in Germania, va la nostra solidarietà.



Le restrizioni ai diritti democratici fanno ormai parte del normale stato di "democrazia". La "solidarietà incondizionata" con Israele, dichiarata da Angela Merkel e Olaf Scholz come la ragion d'essere dello stato tedesco, è chiaramente incompatibile con la libertà di espressione.

Libertà di espressione che è stata messa nel mirino, come raramente prima, il 12 aprile a Berlino, una città che può vantare una lunga storia di violenza e arbitrio da parte della polizia.

Ma mentre tale repressione si concentra "normalmente" su manifestazioni, occupazioni, blocchi stradali, oltre che su atti di disobbedienza civile o sulla ribellione di precari, questa volta l'attacco alla libertà di espressione ha avuto come obiettivo una conferenza organizzata democraticamente, il Congresso sulla Palestina.


RAGIONE DI STATO

La solidarietà con Israele è stata dichiarata, anzi esaltata, come interesse primario della Germania, anche se le sue forze armate hanno appena ucciso circa 40.000 persone, e a Gaza oltre un milione di persone sono state cacciate dalle loro case e le loro città ridotte in macerie. Ora centinaia di migliaia di persone sono minacciate dalla fame. Il governo tedesco, l'opposizione borghese e i media, di fatto coalizzati, si aggrappano alla finzione che Israele stia solo esercitando il suo "diritto all'autodifesa", invece di condurre una guerra di aggressione genocida. E non è tutto: la Germania sostiene la guerra non solo politicamente e diplomaticamente, ma anche militarmente. Solo nel 2023, le esportazioni di armi verso Israele sono decuplicate.

Di conseguenza, questa guerra viene portata avanti anche in Germania. Da un lato, ciò ha lo scopo di lavare ideologicamente la colpa dell'imperialismo tedesco per l'Olocausto, mentre dall'altro, lo stato tedesco sta perseguendo i suoi tangibili interessi economici e, soprattutto, geostrategici.

Lo stesso esercizio del diritto alla libertà di parola è quindi diventato un'attività quasi criminale. Per settimane, gli opinionisti "democratici", sia reazionari che liberali, hanno chiesto ai media di vietare il Congresso sulla Palestina. Poiché ciò non era legalmente possibile, per giorni sono state avanzate richieste e minacce, che sono poi state messe in atto dalla polizia il 12 aprile. Il sindaco conservatore di destra di Berlino Karl Wegner ha minacciato per settimane un "intervento rigoroso" al "minimo sospetto" di dichiarazioni illegali. In parole semplici, ciò non significa altro che la minaccia di criminalizzare qualsiasi critica aperta allo Stato di Israele e alle sue basi razziste, qualsiasi solidarietà con la Palestina, qualsiasi posizione antisionista e qualsiasi difesa dei diritti democratici del popolo palestinese, in particolare del suo diritto all'autodeterminazione nazionale.


UNA PROVOCAZIONE

La giornata di apertura del Congresso sulla Palestina ha quindi avuto inizio con vessazioni inverosimili e assurde. Le norme antincendio ed edilizie sono state usate come pretesto per far entrare solo 250 persone in un locale che può ospitarne 600. Fin dall'inizio, quindi, è stato impedito a centinaia di persone di partecipare all'evento. Inoltre, la polizia ha prolungato artificialmente per ore l'intero processo di ammissione dei partecipanti.

Mentre le autorità negavano l'ingresso a centinaia di persone munite di biglietto, la polizia ha fatto entrare di nascosto giornalisti filosionisti e provocatori del quotidiano conservatore Die Welt, che aveva condotto una campagna gravemente diffamatoria contro l'evento e i diritti dei suoi organizzatori. Inoltre, la polizia ha posto come condizione per l'inizio dei lavori la presenza massiccia di agenti (in uniforme e in borghese). La polizia di Berlino ha schierato circa 900 agenti per ottenere questo risultato e portare a termine questa missione politica. Ed è riuscita a farlo.


IL DISCORSO DI HEBH JAMAL

Nonostante tutte queste vessazioni, provocazioni e metodi da stato di polizia (da cui Putin, Erdogan, Netanyahu, Biden, ma anche Meloni e Macron potrebbero ancora imparare qualcosa), il Congresso è iniziato con un discorso commovente, quello di Hebh Jamal, una giornalista palestinese-americana residente in Germania. Nel suo intervento ha esposto le menzogne, ma anche la cooperazione degli oppressori di tutto il mondo, una cooperazione che non è una teoria del complotto, ma rivela gli interessi comuni di tutte le classi dominanti in un ordine imperialista basato sullo sfruttamento e sull'oppressione. Soprattutto, Hebh Jamal ha chiarito che una conferenza che mette in evidenza i crimini della Nakba, l'espulsione e l'oppressione dei palestinesi, e la complicità dell'imperialismo tedesco, è di per sé un atto di resistenza.

La condanna di questa politica, che la conferenza si è impegnata a promuovere, è necessaria e fa parte della rottura del silenzio. È stato un momento di solidarietà che ci spinge ad agire, ad aumentare e a migliorare il coordinamento del nostro movimento.

Questo è esattamente ciò che l'intero establishment politico tedesco vuole evitare a tutti i costi. Questo "fronte unico" comprende i partiti della coalizione di governo, SPD, Verdi e Liberaldemocratici (FDP), e la principale forza di opposizione, i cristiano-democratici e cristiano-sociali della CDU-CSU, oltre all'estrema destra dell'AfD. Ma, vergognosamente, comprende anche parti del partito di sinistr Die Linke.


ECCO COS'È LA "DEMOCRAZIA" IMPERIALISTA

Il videomessaggio di Salman Abu Sitta, autore e ricercatore palestinese, cui lo stato tedesco aveva vietato l'ingresso nel paese a causa del suo coinvolgimento nel movimento di resistenza, è stato fermato dalla polizia dopo pochi minuti dall'inizio e senza alcun motivo apparente. Alla fine, all'avvocato degli organizzatori sono state fornite diverse motivazioni contraddittorie, molto discutibili anche dal punto di vista legale. A un certo punto la polizia ha spiegato che il discorso poteva contenere passaggi che potevano costituire un incitamento all'odio, e che ciò sarebbe stato oggetto di indagine. Sulla base del fatto che non si possono chiedere troppe "ragioni" per l'operato della polizia, è stato poi aggiunto che Salman Abu Sitta è stato bandito dall'attività politica in Germania.

La polizia non ha saputo dire quando e da chi ciò sia stato deciso, né se la riproduzione di un videomessaggio rientrasse nel divieto. Ma chi ha bisogno di motivazioni quando si ha a disposizione il monopolio dell'uso della forza? E per fugare ogni dubbio che il diritto alla libertà di riunione e di parola fosse calpestato, il congresso e tutti gli eventi successivi sono stati vietati e annullati sia il sabato che la domenica seguenti.

La polizia è così riuscita a interrompere e disperdere il Congresso. Ma non ci faranno tacere e non raggiungeranno il loro obiettivo di distruggere il nostro movimento, che sta crescendo e diventando sempre più forte.

Al contrario. Lo scioglimento arbitrario del congresso e l'attacco alla libertà di espressione non solo rivelano il carattere repressivo della polizia. Illustrano anche il carattere antidemocratico della politica del governo tedesco. E mostrano lo stretto legame tra la politica imperialista e la necessità di mantenere il monopolio dell'opinione pubblica. Oltre alla repressione, ci troviamo di fronte anche ad agitazioni e calunnie orchestrate, inclusa una massiccia ondata di razzismo antipalestinese, antimusulmano e antiarabo.

A nostro avviso, il fatto che i media tedeschi abbiano puntato anche i compagni dell'organizzazione ArbeiterInnenmacht [sezione tedesca della League for the Fifth International] e del suo gruppo giovanile REVOLUTION dimostra che abbiamo fatto qualcosa di buono. Tuttavia non vogliamo dimenticare che nelle ultime settimane l'establishment tedesco non ha nemmeno mancato di mostrare il suo lato antisemita, quando ha diffamato pubblicamente gli ebrei antisionisti, in particolare i compagni della Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East, e la cassa di risparmio di Berlino ha bloccato il loro conto associativo. Ma non dobbiamo dimenticare che sono soprattutto i nostri compagni palestinesi a essere brutalmente attaccati, le cui associazioni e organizzazioni sono minacciate e criminalizzate, e su cui pende la spada di Damocle dell'espulsione, mentre allo stesso tempo i loro amici e parenti muoiono o vengono buttati fuori dalle loro terre.

Oggi, 12 aprile 2024, i Wegner e i Giffey, gli Scholz e i Baerbock hanno potuto sciogliere il nostro congresso. Hanno i mezzi per farlo. Ma potrebbero non essere troppo sicuri del loro "successo", della loro "vittoria" sui nostri diritti democratici, e di certo non se la godranno troppo a lungo. Anche se sono riusciti a sciogliere il nostro congresso, esso è diventato - come una delle piccole ironie della storia - ancora più noto in tutto il mondo. Soprattutto, la repressione ha sensibilizzato molte più persone sul carattere reazionario e antidemocratico del capitalismo tedesco di quanto avrebbero potuto fare i nostri discorsi, contributi, discussioni e risoluzioni. L'imperialismo tedesco, in particolare, ha trascorso decenni a costruirsi l'immagine di essere relativamente "democratico" e "basato sui valori". Ma ora sta smascherando questa bugia autocelebrativa.

Faremo in modo che gli vada di traverso. Possono vietare un congresso, ma non spezzeranno la nostra resistenza, la nostra volontà di combattere, la nostra determinazione. Perché, a differenza loro, noi lottiamo per una causa giusta, per la libertà e l'autodeterminazione del popolo palestinese, per un mondo senza sfruttamento e oppressione.

Martin Suchanek

Solidarietà al Nouveau Parti Anticapitaliste


 Le autorità francesi hanno bloccato gli strumenti di comunicazione social del NPA (Nouveau Parti Anticapistaliste). La ragione risiede nel ruolo svolto da NPA nella promozione delle manifestazioni di solidarietà col popolo palestinese contro l'infame massacro in corso a Gaza per mano dello Stato di Israele.


È un fatto gravissimo. Un colpo inaccettabile alla libertà di espressione di una organizzazione rivoluzionaria da parte di un governo solidale con lo Stato sionista.
Purtroppo non si tratta di un fatto isolato. In larga parte d'Europa i governi borghesi di diverso colore hanno intrapreso una campagna di criminalizzazione delle iniziative di solidarietà con la Palestina e la sua resistenza. Il governo tedesco a guida socialdemocratica ha vietato le manifestazioni filopalestinesi. Il governo conservatore britannico pretendeva di proibire la manifestazione oceanica che si è svolta a Londra contro lo Stato sionista. Ovunque governi solidali coi crimini di guerra d'Israele cercano di tappare la bocca a chi li denuncia.

Non riusciranno nell'intento. La solidarietà con la Palestina cresce nel mondo.
Come Partito Comunista dei Lavoratori diamo piena solidarietà ai compagni e alle compagne di NPA contro le misure liberticide delle autorità francesi. La loro lotta è più che mai la nostra lotta: contro lo Stato sionista, a sostegno della resistenza palestinese, per il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese!
Giù le mani dal NPA!

Partito Comunista dei Lavoratori

Fedez e il Primo maggio

 


Quando i diritti civili non incontrano la lotta di classe

Il Primo maggio di quest’anno, nonostante la pandemia, è stato un importante momento di lotta, di mobilitazione e di confronto che ha visto scendere in piazza diverse migliaia di lavorator* unit* nella lotta in barba a differenze di etnia, di genere e di appartenenza politica e sindacale. Migliaia di persone scese in piazza per difendere i loro diritti, mettere in luce le contraddizioni dell’attuale gestione della pandemia, denunciare la colpevole inefficienza di un sistema sanitario martoriato da decenni di tagli, contrastare le manovre antioperaie del governo Draghi e denunciare la connivenza delle direzioni dei sindacati confederali rispetto a tale stato di cose.

Eppure la notizia che da giorni rimbalza su tutti i mezzi di comunicazione e sembra dividere l’arco parlamentare e anche il movimento stesso (LGBTQIA+ e non solo) riguarda il celebre "concertone" del Primo maggio. In particolare riguarda un intervento fatto dal rapper Fedez durante la sua esibizione su quel palco, vergognosamente perimetrato – come è stato notato – dalle insegne di ENI, sponsor dell’evento (a dire il vero, purtroppo, non per la prima volta).

Personalmente non crediamo sia necessario ricostruire qui la dinamica dei fatti (essa è ormai nota a quasi tutt* coloro che leggono i giornali, possiedono una televisione o hanno un profilo social). Non crediamo nemmeno sia necessario riportare il testo dell’intervento (rintracciabile un po’ ovunque anche per iscritto) o analizzarne il contenuto (esso sarebbe tutto sommato pienamente condivisibile). Sarebbe superfluo anche inserirsi all’interno della polemica sul timido ed impacciato tentativo di censura preventiva della RAI nei confronti dell’artista. Che la censura dei mezzi d’informazione esista e che la società borghese ne faccia ampio uso è noto ormai da secoli. Il fatto che molte persone se ne siano accorte soltanto pochi giorni fa può, al massimo, dare inizio ad alcune speculazioni, peraltro già trite, su quanto sia pervasiva l’illusione di libertà che caratterizza la nostra epoca.

Sarebbe abbastanza ridicolo anche dare ulteriore risalto al botta e risposta tra la Lega e il rapper, oppure denunciare l’incoerenza di Fedez sulla base dei testi delle sue canzoni (come fanno in molt* in questi ultimi giorni).

Altrettanto sciocco sarebbe insinuare – come fanno la UIL e alcune forze sedicenti comuniste – che un intervento sui diritti civili, a prescindere dal suo autore, sia “fuori contesto” perché il Primo maggio “si deve parlare solo di lavoro”. A parte che non si può ignorare il fatto che anche la maggioranza della popolazione LGBTQIA+, delle donne, delle minoranze etniche e religiose e delle altre soggettività discriminate da questo sistema rientrano a vario titolo nella classe lavoratrice, e che probabilmente il luogo di lavoro è uno dei luoghi dove più si fanno sentire le discriminazioni e la repressione delle differenze, comunque il Primo maggio – almeno per noi marxist* rivoluzionar* – è una giornata di lotta e di mobilitazione contro il capitalismo. E se – come abbiamo già sostenuto in altre occasioni – il capitalismo sta alla radice di tutte le diverse oppressioni, allora il Primo maggio è anche un’occasione in cui denunciare e lottare contro omo-lesbo-bi-transfobia, sessismo, razzismo, abilismo e ogni altra forma di oppressione. La lotta di classe, l’anticapitalismo e la rivoluzione sociale non sono chiostri riservati ai soli lavoratori (a questo punto il maschile plurale è d’obbligo), ma sono le strade maestre attraverso cui ogni sfruttat* e ogni oppress* può raggiungere finalmente la libertà, la dignità e i diritti di cui è stat* ingiustamente privat* fino a questo momento.

Tornando a quanto avvenuto, non stiamo parlando di un evento sorprendente. In fondo, ciò a cui abbiamo assistito è un copione già noto da oltre un secolo: un borghese rampante (in questo caso esponente di spicco dello star system nazionale) che indossa i panni del filantropo e coglie l’occasione per ergersi in maniera spettacolare a paladino dei “meno fortunati” e delle “minoranze”, guadagnando così nuovi consensi e ulteriore popolarità (operazione perfettamente riuscita, dobbiamo ammettere). Quanto egli creda in ciò che dice o fa non è particolarmente importante.

Molto più importante è analizzare come le sue parole siano state recepite dalla comunità LGBTQIA+ e, in generale, dalla cosiddetta sinistra. Molto più interessante è vedere come il dibattito pubblico sui diritti civili da alcuni giorni giri tutto attorno alle parole del signor Lucia.
Il fatto che un rapper commerciale e personaggio televisivo milionario (nonché testimonial ufficiale di Amazon Prime) venga osannato come fulgido esempio di artista engagé da tutto il variegato mondo del cosiddetto centrosinistra – dal PD a Sinistra Italiana, da Arcigay alla burocrazia CGIL passando per la cosiddetta stampa progressista e per il M5S, sempre più confuso e ambiguo sui diritti civili (tra uscite misogine e machiste di Grillo e posizioni contraddittorie interne con favorevoli e contrari al DDL Zan) – non è altro che l’ennesima dimostrazione della definitiva bancarotta del riformismo, privo ormai di qualsiasi riferimento politico e culturale credibile e completamente incapace di agire, anche solo formalmente, in favore de* sfruttat* e de* oppress* di queste società.

Quel centrosinistra, rappresentato in massima parte dal PD, che ogni giorno agisce contro la nostra classe rendendo sempre più precarie le nostre vite e sbriciolando un pezzo alla volta i nostri diritti in nome del profitto e del dominio della borghesia e delle sue organizzazioni.

Quel centrosinistra che ipocritamente tenta di nascondersi dietro al paravento dei diritti civili, salvo poi mostrare la propria vera natura anche in questo campo. Basti pensare al Decreto Minniti, alla mancata abolizione dei Decreti Salvini (che sono stati anzi potenziati in alcune delle loro funzioni repressive) o, per ritornare al tema principale, al DDL Cirinnà e al DDL Zan.

Due leggi fortemente insufficienti, dei meri atti formali privi di qualsivoglia forza effettiva. Il primo nasce già come compromesso, per espressa volontà dei suoi autori, e subisce poi una lunga serie di manomissioni (anche da parte dei suoi promotori) che rendono molto debole il risultato finale. Il secondo, non ancora approvato, è un testo di legge che si propone di contrastare l’omo-lesbo-bi-transfobia e la misoginia attraverso un quanto mai discutibile inasprimento delle pene in un’ottica che, senza troppe remore, ci sentiamo di definire securitaria. All’interno di un più ampio contesto, caratterizzato da una sempre più diffusa e capillare repressione di stato e di una sempre più intransigente cultura dell’ordine, tale manovra, malgrado i propositi nobili, mostra dei risvolti inquietanti ed esecrabili, in quanto si accompagna ad un inadeguato sistema di prevenzione delle discriminazioni e di formazione sul tema ulteriormente indebolito dal celebrato articolo 4 del DDL che garantisce il ‘pluralismo delle idee’ e la ‘libertà delle scelte’ (ironicamente significa che qualsiasi persona o organizzazione omofoba che non voglia istituire un lager o organizzare un pogrom è libera di continuare ad esporre le proprie posizioni pubblicamente e senza limitazione alcuna). Non possiamo negare che questa legge presenti anche alcuni aspetti positivi, quali, per esempio, il potenziamento dei centri contro le discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, il monitoraggio statistico nazionale delle discriminazioni e della violenza omo-lesbo-bi-transfobica, l’elaborazione di una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere e l’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia in data 17 maggio. Ma essi risultano pur sempre alquanto incerti e l’impianto generale della legge propende in ogni caso verso la semplice punizione dei reati e non verso l’eliminazione del problema (1).

D’altro canto sarebbe impossibile eliminare il problema senza individuarne ed eliminarne la causa, ovvero la criminale e marcescente struttura del capitalismo. Compito che ovviamente neanche * più sincer* de* riformist* sarebbe disposto ad assolvere. Figuriamoci che cosa può essere disposto a fare il gruppo parlamentare del PD.

Ed è questo il centro della questione. La comunità LGBTQIA+ non può continuare a pendere dalle labbra di questo centrosinistra ipocrita, non può continuare a credere nelle promesse e nelle fantomatiche conquiste del gradualismo riformista, non può continuare a fare affidamento sulle celebrità che fanno coming out o che si schierano “dalla parte giusta” (come Fedez), e non può continuare a tacciare chi non concorda con il metodo descritto pocanzi di essere divisiv*, estremista o perennemente scontent*. Continuando lungo questo vicolo cieco, l’unico risultato possibile è il perpetuarsi della nostra condizione di subalternità.

L’unica via praticabile resta il recupero della combattività che caratterizzava questo movimento alle origini, a partire dal recupero e dalla rivendicazione della nostra condizione di esseri “fuorinorma” e, in seguito, con la costruzione di un fronte ampio capace di convogliare tutte quelle forze, soggettività ed esperienze che in questo sistema si sentono sfruttate ed oppresse, scomode ed inascoltate, sole e indifese: lavorator*, migrant*, donne, precar*, persone discriminate sulla base del loro stato fisico o psicologico e ogni altro “dannat*” di questa Terra. Tutto questo deve avvenire chiaramente in un’ottica di rottura anticapitalista, antifascista, femminista, internazionalista e anticlericale.

Ovvero nell’ottica dell’instaurazione del socialismo e della conquista del potere da parte di tutt* coloro che il potere borghese ha oppresso e continua ad opprimere.




(1) Con quanto abbiamo detto riguardo al DDL Zan non intendiamo – come fanno altri soggetti politici – rigettare l’importanza di una legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia. Una legge di questo tipo è assolutamente necessaria, urgente, attesa e voluta dalla comunità LGBTQIA+. Semplicemente questa legge non è il DDL Zan (per quanto quest’ultimo possa rappresentare un minuscolo passo avanti rispetto al nulla esistente) per i motivi già citati.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Per la democrazia nell’opposizione CGIL-Il sindacato è un'altra cosa

Una lettera censurata

21 Gennaio 2020
È purtroppo necessario indicare ai compagne e alle compagne che seguono il nostro sito che nell'ultima fase, in seno all’area di opposizione CGIL-Il sindacato è un'altra cosa (Riconquistiamo tutto!) si è aperto un grave problema di democrazia. Senza entrare nei dettagli, cosa che non è lo scopo di questa breve introduzione alla lettera che segue, possiamo riassumere il tutto dicendo che si è aperta una polemica esasperata, fatta di mancanza di rispetto e atteggiamento insofferente nei confronti di ogni elemento di critica, ad esempio anche nei confronti di semplici emendamenti a documenti dell’area, visti come fossero inaccettabili elementi distruttivi.
In questo quadro si è sviluppata la situazione descritta nella lettera che pubblichiamo, sottoscritta dalla compagna Giusi Di Pietro, delegata metalmeccanica e dirigente dell'opposizione CGIL in Toscana. I compagni e le compagne potranno vedere i fatti leggendo il testo della lettera. Diciamo solo che un gruppo di operai combattivi, ma estremamente settario, presente con un ruolo importante alla Piaggio di Pontedera, ha sviluppato un'azione di gestione totalmente antidemocratica nella FIOM di Pisa, cercando non solo di marginalizzare, ma addirittura di annullare, con trucchi formalistici del tutto irregolari, il ruolo e la presenza di chi non era d’accordo con loro, come appunto la compagna Di Pietro e i/le compagni/e a lei più vicini. Ciò in aperto contrasto con la stragrande maggioranza del Coordinamento regionale toscano dell'area di opposizione CGIL, ma con una sostanziale copertura o almeno passività politica del nucleo dirigente centrale dell’area, a partire della sua coordinatrice nazionale.
Alla fine è stato lo stesso organismo statutario nazionale della CGIL a dover ripristinare, almeno in parte, le regole – formalmente democratiche – dell'organizzazione. Da qui il titolo, volutamente ironico-provocatorio, della lettera della compagna Di Pietro. La compagna ha chiesto che la lettera venisse pubblicata sul sito dell'opposizione; cosa logica, visto che così si era fatto nel passato, anche per le discussioni interne, e visto che l’opposizione CGIL
non dispone di nessuna forma di bollettino interno.
L’esecutivo dell’area sindacale ha respinto a larga maggioranza la richiesta. Una censura antidemocratica che ha obbligato il nostro compagno Luca Scacchi, uno dei due gestori del sito, ad autosospendersi da tale ruolo.
Segnalando la gravità del tutto e il suo inserirsi in un quadro di limiti democratici più generali, per rendere finalmente pubblico quanto avvenuto abbiamo quindi deciso di pubblicare sul nostro sito la lettera della compagna Di Pietro.

FG, FD






È LA BUROCRAZIA CGIL A GARANTIRE LA RAPPRESENTANZA A PISA

La scorsa settimana siamo entrati nel Comitato Direttivo Provinciale della FIOM di Pisa.
Ci è voluto oltre un anno – e quasi 1 Kg di incartamenti – affinché la CGIL, tramite il Collegio Statutario Nazionale, rimediasse (non completamente) alla nostra esclusione avvenuta a opera dei compagni del documento “Riconquistiamo tutto!” che hanno gestito il Congresso a Pisa.

Ricordiamo in sintesi i fatti che si collocano nella situazione dell’area pisana, che vede la componente delle compagne e dei compagni FIOM presenti in Piaggio contrapporsi al resto delle compagne e dei compagni dell’area della FIOM e delle altre categorie.

Nella fase precongressuale, nel comitato direttivo CGIL Pisa erano presenti quattro compagni dell’area, 2 afferenti a una parte e 2 all’altra.
Per risolvere la questione del congresso imminente, pur informati dal coordinamento regionale circa tutti i risvolti della situazione a Pisa, la prima firmataria del documento "Riconquistiamo tutto" in via unilaterale dà la gestione del congresso alla componente Piaggio nonostante le scorrettezze da questi praticate verso gli altri compagni e compagne di Pisa e la loro scarsissima partecipazione sia alla vita dell’area provinciale e Toscana, che a qualunque vertenza esterna alla propria fabbrica.
Visti tali pregressi e non ritenendosi in alcun modo garantiti, il resto dei compagni e delle compagne dell’area si vede quindi costretto a non partecipare al congresso di Pisa pur rendendosi disponibile a fare assemblee nelle altre province.

Fermo restando quanto sopra, come compagne e compagni di 3 aziende metalmeccaniche pisane decidiamo di presentare una lista del 3% in appoggio a “Riconquistiamo tutto!” nei nostri luoghi di lavoro, lista che ottiene complessivamente il 5,21% dei voti FIOM su Pisa, corrispondenti al 18,46% dei voti ottenuti in FIOM a Pisa dal documento 2.
La componente Piaggio, presente con un proprio esponente in CGT-Pisa – nonostante la presa di posizione di compagne e compagni dell’area della Toscana inviata anche al coordinamento nazionale – si attribuisce i resti della lista del 3%, e ci troviamo quindi a partecipare al congresso provinciale FIOM con un numero di delegati insufficiente per poter presentare una nostra lista.
Nonostante il 18,46% dei voti ottenuti dal documento 2 derivi dalla lista del 3%, la componente Piaggio non inserisce nessuno di noi nell’elenco del documento 2 per il direttivo provinciale FIOM, appropriandosi dell’intera nostra quota e di fatto cancellando la nostra rappresentanza nell’organismo.
Questo a riprova del fatto che assegnare la rappresentanza del documento congressuale alla corrente Piaggio non avrebbe dato garanzie al resto delle compagne e dei compagni qualora si fossero impegnati nel congresso a Pisa.
(Tra l’altro, il 2 novembre 2018 è stato inviato agli organismi nazionali dell’area un documento firmato da 40 compagne e compagni dell’area della Toscana, poi diffuso in cartaceo al coordinamento nazionale di dicembre, in cui si mettono in fila fatti che evidenziano dati congressuali anomali per il
documento 2, riferiti al congresso pisano).

Nella riunione dell’esecutivo nazionale dell’area del 20 ottobre, un compagno e una compagna della Toscana relazionano sulla questione e i compagni Grisolia e Scacchi presentano una risoluzione che, senza entrare nel merito della spaccatura pisana, pone la questione democratica della rappresentanza; tale risoluzione viene messa in votazione e respinta a larga maggioranza dall’esecutivo, perseverando così nel non riconoscere legittimità ad una parte delle compagne e dei compagni dell’area di Pisa.

Parallelamente, presentiamo ricorsi alle varie istanze di garanzia congressuali (la CGT di Pisa rigetta il ricorso all’unanimità!) e successivamente, dato che la commissione nazionale di garanzia congressuale aveva concluso il proprio mandato lasciando in sospeso il nostro ricorso, alle istanze di garanzia ordinarie.

Con la delibera del CSN del 16/09/2019 è la burocrazia della CGIL che riconosce il diritto di rappresentanza alla lista del 3%, seppur ci assegni meno di quanto ci spetti. Diritto che ci è stato negato dagli organismi nazionali della nostra area che su Pisa, da tempo, attuano nei confronti della parte “non Piaggio” i metodi che con tanta veemenza criticano alla maggioranza.

Sottolineiamo anche che, per via della scelta fatta dal nazionale a inizio congresso, solo la corrente Piaggio è presente nel direttivo CGIL di Pisa, col rischio che si usi questo risultato distorto a pretesto di ulteriori “conferimenti” di ruoli.

Oggi la democrazia in CGIL fa un piccolo passo avanti. Sarebbe importante che lo facesse anche all’interno della nostra area.


Pisa, 10 novembre 2019

Giusi Di Pietro
(RSU FIOM Scienzia e Fabrica Machinale)



P.S. Cogliamo l’occasione per ringraziare le compagne e i compagni dell’area che ci hanno sostenuto, a cominciare dai nostri compagni presenti negli organismi confederali nazionali di garanzia.

P.P.S. Siamo disponibili a fornire ulteriori documenti nonché chiarimenti e delucidazioni riguardanti l’intera questione (e-mail: giusi.dipietro@yahoo.it).