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Continuano le presentazioni di "Stalin e il PCI. Tra mito e realtà": il calendario di aprile

 


Se desideri avere informazioni o conoscerci, ricevere copie del libro, o se vuoi aiutarci a organizzare una presentazione nel tuo comune, scrivici una e-mail a info@pclavoratori.it o un messaggio sulla pagina Facebook nazionale del PCL

Le presentazioni del libro Stalin e il PCI. Tra mito e realtà (Marco Ferrando, Red Star Press editore) continuano in tutta Italia.

Gli appuntamenti del mese di aprile sono in Umbria, Toscana e Liguria: a Perugia, Spoleto (Perugia), Terni, Arezzo, Follonica (Grosseto), Pisa, Siena, Viareggio (Lucca), Massa, Capannori (Lucca), Firenze e Ceriale (Savona). Parteciperà l'autore, Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL.

Le informazioni sulle presentazioni sono nella pagina Appuntamenti di questo sito.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il PD ai tempi dello sblocco dei licenziamenti

 


Un articolo che mostra in maniera impeccabile come il PD intenda risolvere il problema dei 422 licenziamenti alla GKN

Sul quotidiano «La Nazione» è apparsa un'arabescante intervista all’ex presidente della Regione Toscana, nonché ex ministro e parlamentare per il Partito Democratico, Vannino Chiti.

L’intervista prende le mosse dal licenziamento dei 422 operai della GKN nel fiorentino, ma più che per il tenore delle domande del foglio della Monrif SPA (che pur rivelano al fondo un significativo turbamento della borghesia per le reazioni possibili e già in corso di strutturazione della classe operaia a seguito dello sblocco dei licenziamenti) è interessante, in ordine alle risposte che di seguito verranno citate, la figura dell’intervistato. Fondamentale è, di fronte al ciclone epocale che ha già cominciato a risucchiare il proletariato, comprendere quanto nemiche siano le posizioni del PD, cioè del più grande partito che ancora si pretende iscritto nella storia della sinistra pur essendo oggettivamente fuori anche dal ventaglio del riformismo “di sinistra”. Nelle parole del "Seneca" dem si preannuncia la linea cui il Partito Democratico si atterrà saldamente per tutto il corso di aggressioni padronali che incombe e già si abbatte sul proletariato.

Se si dovesse prescegliere una figura che rappresenti inappuntabilmente la continuità della politica liberale e antioperaia degli ultimi decenni, demolitrice dei diritti dei lavoratori e, con essi, della fiducia di massa verso la sinistra politica; se si dovesse trovare il prisma di tutte le ipocrisie, le imposture, i voltafaccia dell'illusionismo riformista dalla fondazione della Repubblica ad oggi; se si unissero i puntini della camaleontica catena di tradimenti verso la classe operaia, a partire dallo stalinista PCI di Togliatti per arrivare all’odierno Partito Democratico passando per la svolta della Bolognina, ecco il tratto d’unione disegnerebbe distintamente la serafica maschera del cattocomunista Vannino Chiti.

Appassionato studioso e prolifico saggista circa il ruolo del cattolicesismo nel Partito Comunista, Chiti è stato nel PCI dal 1970 al 1991, anno della sua dissoluzione; dal 1991 al 1998 nel PDS; dal 1998 al 2007 nei DS; dal 2007 ad oggi nel PD. Negli anni in cui abbiamo visto pontefici abdicare e D’Alema in minoranza, l’imperturbabile Chiti è rimasto semper fidelis all’Ordine. Simboli e colori per la fodera del pugnale sulla schiena dei lavoratori, ne ha cambiati per tutte le stagioni e i trenta denari li ha intascati nei coni più disparati. Eppure il «compagno tra i compagni» - così lo epìteta il primo quotidiano toscano - con la stoica impudenza dell’accademia togliattiana sermoneggia: «Bisogna ricostruire un progetto di società, un programma coerente con i valori dichiarati, battersi contro povertà e ingiustizie».

Né è dato sapere all’indirizzo di chi sarebbe da scagliare l’accusa per non averlo mai fatto in anni di politiche padronali e oggi stesso, visto che a parlare è l’uomo del governo secolare e visto che al governo si trova proprio il sempiterno partito di Chiti.

«Sulla Toscana - prosegue con ineffabile gesuitismo - come su altri territori, in Italia, in Europa, nel mondo, si abbatte la logica di una visione che non guarda all'impresa, alle produzioni, ai lavoratori ma ai soli interessi finanziari. Si perde quella funzione sociale della proprietà, che non solo è scritta nella nostra Costituzione, ma è ciò che fonda e giustifica il compromesso tra capitalismo e lavoro».

Per il Vangelo Secondo Chiti il problema non sta nei padroni e nel costituzionalissimo diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione che li legittima oggi, li ha legittimati ieri, li legittimerà domani a vendere i siti e/o fuggire in caccia di più ridenti lidi, cioè regioni con un minor peso fiscale a carico dei capitalisti. Chiaro che no; quale scismatica apostasia potrebbe portar mai a una simile conclusione? È evidente invece che, in primis, la proprietà privata abbia una «funzione sociale» (algebra rispetto alla quale non solo Marx ma il più ubriaco dei semiologi trasalisce) che, ahinoi, sta progressivamente smarrendo, senza che il cardinale di partito si degni tuttavia di responsabilizzare - fosse anche vera, nel mondo alla rovescia, tale tesi - il governo che questa privatizzazione della già privata proprietà potrebbe impedire mentre invece assistiamo, a distanza nemmeno di cinque giorni, alla seconda fabbrica che chiude i battenti dopo la Giannetti Ruote in Brianza. Ciò, per tenerci al solo periodo del dopo-sblocco. E, conseguentemente con la sua partigianeria per il sistema privato che avrebbe una utilità sociale, il progressista del regresso postula che la frattura non è da rinvenire tra i lavoratori, i salariati, gli espropriati della loro produzione di valore da una parte e dall’altra i loro espropriatori, i capitalisti, i pionieri del massimo profitto; ma, con tutta evidenza, l'unico conflitto che sussiste è tra questi ultimi e le banche. I capitalisti industriali, i buoni, contro i capitalisti finanziari, i cattivi.

La teologia cattolica era sorda nell’identificare religione e clero; così è sorda la teologia capitalistica nell’immedesimare capitalisti e capitale. Chiti potrà vedere coi suoi occhi che l’industriale della GKN è il medesimo che compartecipa delle azioni di Borsa del fondo bancario al quale l’ha alienata, potrà studiare per anni come la speculazione finanziaria non è che la superfetazione della speculazione sulla produzione, che capitale industriale e capitale finanziario sono due facce di un’unica medaglia - del capitalismo appunto - ma non lo confesserà. Così si ricorre, contro ogni evidenza storica e logica, materiale e teorica, al protestantesimo capitalista che da tempo va contrabbandando le sue tesi economiche presso circoli liberali, sciovinisti di sinistra e di destra e perfino fascisti con canali di diffusione di stampa nazionale, televisione, web.

Che Chiti mente sapendo di mentire lo si evince dalle farisaiche recriminazioni che muove al suo partito: «Il PD spesso, e nelle campagne elettorali, visita le imprese, i candidati si fotografano con imprenditori e manager e magari dimenticano di incontrare i consigli di fabbrica. Noi dovremmo essere il partito del mondo del lavoro, anzi dei lavori». Chi nutrisse del feticismo per la logica formale sarebbe autorizzato a chiedersi per quale ragione, vista la perorata utilità sociale degli imprenditori, è sbagliato che il partito dell’utilità sociale, degli interessi dei lavoratori quale Chiti pretende che il PD sia, sia per l'appunto amico degli imprenditori e non disdegni di esibirlo. Ma noi della logica formale ce ne facciamo poco e la contraddizione di questa uscita con le dichiarazioni di sopra non ci confondono, al contrario ci danno ulteriormente ragione.

Quando si dice che la stampa borghese favorisce la narrativa borghese non è un estremismo ideologico. È dimostrato in domande come: «L'impresa fa e disfa specialmente se si tratta di multinazionali che non hanno radici sul territorio. Dove sono le istituzioni? Che possono fare?». Con quel «specialmente se si tratta di multinazionali che non hanno radici sul territorio» questa si rivela come la domanda combinata che fa esattamente il gioco dell’intervistato. Chiti afferma la tesi che assolve dai propri crimini gli industriali, scarica ogni responsabilità sull’inafferrabile nebulosa della finanza extraterritoriale, extranazionale, addirittura extracontinentale («Occorre una visione internazionale, non solo europea»«Sono temi non confinabili più nei soli Stati nazionali, come nel vecchio compromesso socialdemocratico», ecc. Andremo a chiedere ai seleniti se per caso la colpa del capitalismo l’hanno loro) per concludere che le «politiche di distribuzione dei vantaggi della globalizzazione sui ceti popolari» sono responsabilità internazionale e sottintendere che, sul luogo e sul momento dato, un governo italiano e finanche europeo nulla può. Che la GKN delocalizzi a ridosso del G20 non imbarazza le ricette di Chiti. Chiliasmo della libertà! Messianesimo dell’uguaglianza! Millenarismo dell’ecologia! Le tre reliquie che Chiti riesuma alla frase: «Mi dica tre cose di sinistra». I termini in cui il giornalista formula la domanda ratificano la visione di Chiti e la pongono a base di partenza per ogni soluzione che ormai si rarefà nella metafisica pura.

«Un compromesso - quello tra capitale e lavoro scritto nella costituzione, insiste il “saggio” - da aggiornare e riformare profondamente, non da archiviare a vantaggio di chi ora si sente più forte. Ciò provocherà tensioni sociali che non giovano alla ripresa economica, dopo crisi e pandemia. La Gkn è entrata in coma quando a rilevarla qualche anno fa è stato un Fondo finanziario».

Se da aggiornare fosse invece il sistema che ha espresso questo compromesso da sempre assurdo sancito dalla Costituzione di De Gasperi e Togliatti? Se ad aggiornarlo fosse proprio quell’esplosione della tensione sociale da parte dei più deboli invece di illuderli senza neanche più le carte per farlo? Se tre anni fa la GKN fosse stata sì acquisita dalla Melrose Industries, ma per volontà degli stessi padroni dello stabilimento che il fondo britannico ingozzò per la bellezza di 11 miliardi di dollari?

Se nella parabola di Chiti, infine, i cattivi sono cattivi ma fossero cattivi anche quelli che, per giustificare ogni pilatismo del governo, egli prova a presentare come i buoni? Risulterebbe che i buoni si trovano da tutt’altra parte, la parte sociale che è il vero tabù, il più grande rimosso di ogni narrativa dominante nel ventunesimo secolo: la classe lavoratrice.

Ma è tutta l’intervista ad aprirsi nel solco del surrealismo, il colpo di teatro in seguito al quale è poi tutto in discesa contenuto nell’appello: «Il governo Draghi deve intervenire e mettere in campo il suo peso politico, essere dalla parte dei lavoratori e del territorio».

L’identico governo che, con lo sblocco dei licenziamenti, ha appena armato la mano del criminale, che il suo peso politico lo ha messo in campo proprio a favore dei carnefici, dovrebbe essere chi interviene in difesa delle vittime. Le dichiarazioni a carattere sociale di Chiti e Landini in questi giorni sono xilografie demoniache viventi, di quelle con la faccia nel deretano. Il PD vive in una sorta di carnevale classisticamente capovolto: imbastisce un mondo sottosopra apotropaico solo per i padroni.

Chiti, appassionato di cattolicesimo, conoscerà la fine del mentitore e traditore per eccellenza, Giuda Iscariota. Il Nuovo Testamento racconta che l’apostolo, pentito per aver venduto "il sangue innocente", gettò ai piedi dei sommi sacerdoti le trenta monete, dichiarò la sua colpa al tempio e andò a impiccarsi.

Ma il personaggio di Giuda non è storico come gran parte dei testi che ne ospitano l’episodio. Nella assai meno nobile realtà materiale, può toccare i livelli di abiezione più profondi solo chi è integralmente e irreversibilmente marcio. E tali soggetti non confesseranno da soli, non restituiranno il prezzo del tradimento, non commetteranno alcun redentivo suicidio politico. Al contrario andranno sempre più in fondo, come dei perpetui Dorian Gray orbati di finale. La catarsi può venire solo da una forza esterna. Per questo il Partito Democratico non può e non deve passare più per l'equivoco progressista; per questo è da identificare nella spettroscopia della politica come destra finanziaria accanto alla destra populista del M5S e della destra radicale e fascista di Lega e Fratelli d’Italia; per questo la logica del «meno peggio», del voto di sinistra utile per il PD è priva di ogni logica ed è ogni giorno più urgente tornare a dare contributo, partecipazione, militanza alla sinistra di classe, alla sinistra rivoluzionaria, alla sinistra bolscevica. Quella che i Chiti, come nel corso stesso dell’intervista in esame, dileggiano malgrado sia ai minimi storici perché ancora al solo pensarla, sapendo a quale destino li condannerebbe il ritorno di un suo trionfo, tremano di terrore.

Nella storia del movimento operaio, le crisi spargono lacrime e sangue, ma fanno anche da carburante per il disgelo delle illusioni, per il rilancio della lotta, per la fine della ritirata.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si impegnerà affinché questa duplice crisi, la crisi sanitaria dentro la crisi economica, dispieghi tutte le energie operaie imbrigliate e represse da generazioni, ma ogni giorno più capaci di fare nell’inferno di questo mondo il paradiso che altrimenti nessun dio, nessun governo, nessun capitalista industriale o finanziario regalerà mai.

Salvo Lo Galbo

Il massacro nelle residenze per anziani

La vita degli anziani e il profitto delle RSA

17 Aprile 2020
In una società organizzata attorno al profitto e non in funzione del genere umano, l'anziano è una figura residuale. Non una persona cui rivolgere maggiori attenzioni, ma essenzialmente un costo.
Si eleva l'età pensionabile per ridurre questo costo, ma l'alzarsi delle aspettative di vita ripropone disgraziatamente il “problema”. La riduzione della spesa dev'essere dunque perseguita per altra via. Una di queste è relegare al privato l'assistenza degli anziani: la famiglia, soprattutto la donna, su cui si scarica il “peso” dell'assistenza; o le case di riposo, le famose residenze per gli anziani di cui si occupano le cronache di questi giorni. Cronache sanitarie ma anche giudiziarie.

Le residenze per anziani sono in larga misure strutture private, in parte religiose, in parte laiche, in ogni caso votate al profitto. Spesso controllate da grandi padroni immobiliari che attorno ad esse hanno costruito un impero. Le stesse residenze per anziani a volte controllano grandi cliniche private attraverso intrecci azionari di varia natura e/o che hanno interessi nell'industria farmaceutica. Per entrambe gli anziani sono un mercato, anzi il principale mercato. E sul mercato si compra e si vende di tutto, perché tutto può fare profitto: il fine vita e persino la morte.

Nella vicenda del coronavirus le residenze per anziani si sono trasformate, com'è noto, nel luogo di un massacro. Una sorta di fossa comune. È accaduto a Milano, ma anche a Torino, a Genova, in Toscana, in Campania. E non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Francia.
L'argomento per cui la cosa è naturale in quanto “il virus colpisce prevalentemente gli anziani, a maggior ragione se già sofferenti” non riesce a spiegare i numeri abnormi della strage. Lo spiegano invece altri fattori. Ad esempio la volontà di trasferire nelle case di riposo i malati dimessi dagli ospedali. Dimessi ma non guariti, dunque veicolo di contagio presso i degenti delle case di riposo e il loro personale, tanto più in assenza degli strumenti di protezione più elementari. In Lombardia quindici case per anziani hanno accolto a braccia aperte i malati dimessi dagli ospedali. Addirittura il 30% dei malati dimessi nel mese di marzo hanno trovato ospitalità presso le residenze, a seguito della delibera regionale dell'8 marzo. È il dato riconosciuto dalla Regione Lombardia, quindi al di sopra di ogni sospetto. Bene. Nel solo Pio Albergo Trivulzio, sacra istituzione milanese, 230 anziani in poche settimane hanno tolto il disturbo. Ma dopo aver reso, loro malgrado, l'ultimo servizio al profitto. La Regione paga infatti 150 euro al giorno la degenza nella RSA di un malato di Covid-19, a fronte di un contributo che oscilla tra i 29 e i 49 euro per i degenti di altre patologie. Un guadagno netto di 100 e 120 euro al giorno per ogni ospite affetto da coronavirus. Questo vale, dunque, la vita di un anziano per i padroni delle RSA?

Solo una rivoluzione può fare pulizia.
Partito Comunista dei Lavoratori

Per la democrazia nell’opposizione CGIL-Il sindacato è un'altra cosa

Una lettera censurata

21 Gennaio 2020
È purtroppo necessario indicare ai compagne e alle compagne che seguono il nostro sito che nell'ultima fase, in seno all’area di opposizione CGIL-Il sindacato è un'altra cosa (Riconquistiamo tutto!) si è aperto un grave problema di democrazia. Senza entrare nei dettagli, cosa che non è lo scopo di questa breve introduzione alla lettera che segue, possiamo riassumere il tutto dicendo che si è aperta una polemica esasperata, fatta di mancanza di rispetto e atteggiamento insofferente nei confronti di ogni elemento di critica, ad esempio anche nei confronti di semplici emendamenti a documenti dell’area, visti come fossero inaccettabili elementi distruttivi.
In questo quadro si è sviluppata la situazione descritta nella lettera che pubblichiamo, sottoscritta dalla compagna Giusi Di Pietro, delegata metalmeccanica e dirigente dell'opposizione CGIL in Toscana. I compagni e le compagne potranno vedere i fatti leggendo il testo della lettera. Diciamo solo che un gruppo di operai combattivi, ma estremamente settario, presente con un ruolo importante alla Piaggio di Pontedera, ha sviluppato un'azione di gestione totalmente antidemocratica nella FIOM di Pisa, cercando non solo di marginalizzare, ma addirittura di annullare, con trucchi formalistici del tutto irregolari, il ruolo e la presenza di chi non era d’accordo con loro, come appunto la compagna Di Pietro e i/le compagni/e a lei più vicini. Ciò in aperto contrasto con la stragrande maggioranza del Coordinamento regionale toscano dell'area di opposizione CGIL, ma con una sostanziale copertura o almeno passività politica del nucleo dirigente centrale dell’area, a partire della sua coordinatrice nazionale.
Alla fine è stato lo stesso organismo statutario nazionale della CGIL a dover ripristinare, almeno in parte, le regole – formalmente democratiche – dell'organizzazione. Da qui il titolo, volutamente ironico-provocatorio, della lettera della compagna Di Pietro. La compagna ha chiesto che la lettera venisse pubblicata sul sito dell'opposizione; cosa logica, visto che così si era fatto nel passato, anche per le discussioni interne, e visto che l’opposizione CGIL
non dispone di nessuna forma di bollettino interno.
L’esecutivo dell’area sindacale ha respinto a larga maggioranza la richiesta. Una censura antidemocratica che ha obbligato il nostro compagno Luca Scacchi, uno dei due gestori del sito, ad autosospendersi da tale ruolo.
Segnalando la gravità del tutto e il suo inserirsi in un quadro di limiti democratici più generali, per rendere finalmente pubblico quanto avvenuto abbiamo quindi deciso di pubblicare sul nostro sito la lettera della compagna Di Pietro.

FG, FD






È LA BUROCRAZIA CGIL A GARANTIRE LA RAPPRESENTANZA A PISA

La scorsa settimana siamo entrati nel Comitato Direttivo Provinciale della FIOM di Pisa.
Ci è voluto oltre un anno – e quasi 1 Kg di incartamenti – affinché la CGIL, tramite il Collegio Statutario Nazionale, rimediasse (non completamente) alla nostra esclusione avvenuta a opera dei compagni del documento “Riconquistiamo tutto!” che hanno gestito il Congresso a Pisa.

Ricordiamo in sintesi i fatti che si collocano nella situazione dell’area pisana, che vede la componente delle compagne e dei compagni FIOM presenti in Piaggio contrapporsi al resto delle compagne e dei compagni dell’area della FIOM e delle altre categorie.

Nella fase precongressuale, nel comitato direttivo CGIL Pisa erano presenti quattro compagni dell’area, 2 afferenti a una parte e 2 all’altra.
Per risolvere la questione del congresso imminente, pur informati dal coordinamento regionale circa tutti i risvolti della situazione a Pisa, la prima firmataria del documento "Riconquistiamo tutto" in via unilaterale dà la gestione del congresso alla componente Piaggio nonostante le scorrettezze da questi praticate verso gli altri compagni e compagne di Pisa e la loro scarsissima partecipazione sia alla vita dell’area provinciale e Toscana, che a qualunque vertenza esterna alla propria fabbrica.
Visti tali pregressi e non ritenendosi in alcun modo garantiti, il resto dei compagni e delle compagne dell’area si vede quindi costretto a non partecipare al congresso di Pisa pur rendendosi disponibile a fare assemblee nelle altre province.

Fermo restando quanto sopra, come compagne e compagni di 3 aziende metalmeccaniche pisane decidiamo di presentare una lista del 3% in appoggio a “Riconquistiamo tutto!” nei nostri luoghi di lavoro, lista che ottiene complessivamente il 5,21% dei voti FIOM su Pisa, corrispondenti al 18,46% dei voti ottenuti in FIOM a Pisa dal documento 2.
La componente Piaggio, presente con un proprio esponente in CGT-Pisa – nonostante la presa di posizione di compagne e compagni dell’area della Toscana inviata anche al coordinamento nazionale – si attribuisce i resti della lista del 3%, e ci troviamo quindi a partecipare al congresso provinciale FIOM con un numero di delegati insufficiente per poter presentare una nostra lista.
Nonostante il 18,46% dei voti ottenuti dal documento 2 derivi dalla lista del 3%, la componente Piaggio non inserisce nessuno di noi nell’elenco del documento 2 per il direttivo provinciale FIOM, appropriandosi dell’intera nostra quota e di fatto cancellando la nostra rappresentanza nell’organismo.
Questo a riprova del fatto che assegnare la rappresentanza del documento congressuale alla corrente Piaggio non avrebbe dato garanzie al resto delle compagne e dei compagni qualora si fossero impegnati nel congresso a Pisa.
(Tra l’altro, il 2 novembre 2018 è stato inviato agli organismi nazionali dell’area un documento firmato da 40 compagne e compagni dell’area della Toscana, poi diffuso in cartaceo al coordinamento nazionale di dicembre, in cui si mettono in fila fatti che evidenziano dati congressuali anomali per il
documento 2, riferiti al congresso pisano).

Nella riunione dell’esecutivo nazionale dell’area del 20 ottobre, un compagno e una compagna della Toscana relazionano sulla questione e i compagni Grisolia e Scacchi presentano una risoluzione che, senza entrare nel merito della spaccatura pisana, pone la questione democratica della rappresentanza; tale risoluzione viene messa in votazione e respinta a larga maggioranza dall’esecutivo, perseverando così nel non riconoscere legittimità ad una parte delle compagne e dei compagni dell’area di Pisa.

Parallelamente, presentiamo ricorsi alle varie istanze di garanzia congressuali (la CGT di Pisa rigetta il ricorso all’unanimità!) e successivamente, dato che la commissione nazionale di garanzia congressuale aveva concluso il proprio mandato lasciando in sospeso il nostro ricorso, alle istanze di garanzia ordinarie.

Con la delibera del CSN del 16/09/2019 è la burocrazia della CGIL che riconosce il diritto di rappresentanza alla lista del 3%, seppur ci assegni meno di quanto ci spetti. Diritto che ci è stato negato dagli organismi nazionali della nostra area che su Pisa, da tempo, attuano nei confronti della parte “non Piaggio” i metodi che con tanta veemenza criticano alla maggioranza.

Sottolineiamo anche che, per via della scelta fatta dal nazionale a inizio congresso, solo la corrente Piaggio è presente nel direttivo CGIL di Pisa, col rischio che si usi questo risultato distorto a pretesto di ulteriori “conferimenti” di ruoli.

Oggi la democrazia in CGIL fa un piccolo passo avanti. Sarebbe importante che lo facesse anche all’interno della nostra area.


Pisa, 10 novembre 2019

Giusi Di Pietro
(RSU FIOM Scienzia e Fabrica Machinale)



P.S. Cogliamo l’occasione per ringraziare le compagne e i compagni dell’area che ci hanno sostenuto, a cominciare dai nostri compagni presenti negli organismi confederali nazionali di garanzia.

P.P.S. Siamo disponibili a fornire ulteriori documenti nonché chiarimenti e delucidazioni riguardanti l’intera questione (e-mail: giusi.dipietro@yahoo.it).

Fascisti su Marte con il sidecar

Il blitz contro un gruppo di terroristi fascisti che in provincia di Siena stavano pianificando un attentato contro una moschea non sorprende chi, come noi, da tempo conosce il ritrovato dinamismo delle formazioni di estrema destra e invoca un'azione dal basso per fermarle.

La vicenda del gruppo senese, costituito da appartenenti al Movimento Idea Sociale fondato da Pino Rauti, oltre a destare impressione per la quantità di armi a disposizione dei protagonisti, ci riporta in mente il periodo in cui la Toscana era uno snodo chiave del neofascismo armato. Nei primi anni Settanta infatti, tra le provincie di Arezzo, Siena, Firenze e Lucca, venne fondato il Fronte Nazionale Rivoluzionario, ma sopratutto operarono cellule della rete di Ordine Nero, organizzazione coinvolta nello stragismo e responsabile dell'attentato al treno Italicus. Sempre nei dintorni di Arezzo si svolgevano i conciliaboli golpisti di Gelli e Borghese per pianificare il tentato colpo di Stato del 1970.
Sebbene in un contesto storico diverso, anche in tempi più recenti la Toscana è stata teatro di continue provocazioni e aggressioni anche armate. La memoria corre subito alla strage di Piazza Dalmazia del 2011, operata a Firenze da Gianluca Casseri, attivista di CasaPound. Ma non solo. Nel 2018, sempre a Firenze, Idy Diene, un ragazzo senegalese, venne brutalmente ucciso da mano razzista.
Poi ci sono una serie di episodi che hanno trovato minore risonanza mediatica nazionale, ma sono ugualmente significativi. A Lucca, per alcuni anni esponenti del neofascismo locale con frequentazioni nella tifoseria della Lucchese calcio e nella destra extraparlamentare, hanno imposto a suon di coltellate e agguati la loro linea dentro lo stadio e negli ambienti giovanili locali. Per capire la pericolosità dei soggetti in questione basti pensare che uno degli ex ultrà lucchesi è ora uno dei capi di una milizia fascista filorussa impiegata nella guerra del Donbass.
Venendo ai giorni nostri, soltanto in questa settimana ci sono giunte notizie di un'ulteriore aggressione a sfondo razzista a Firenze, ai danni di un venditore ambulante africano da parte di almeno due soggetti incappucciati, e dell'imbrattamento a Pontedera della lapide in memoria del già citato Idy Diene.

Non possiamo rimanere a guardare mentre è in fermento l'attività di chi nelle nostre città, favorito dalla propaganda reazionaria locale e nazionale, diffonde odio orizzontale tra lavoratori, fomenta guerre tra poveri e arriva ad aggredire fisicamente e pianificare stragi. Mentre i comuni toscani targati Lega e Fratelli d'Italia escono dalle reti di antidiscriminazione, tagliano fondi SPRAR e intitolano strade e rotatorie a politici missini, i gruppi fuori da quello che una volta si sarebbe chiamato “arco costituzionale” sfruttano il clima favorevole a un loro sostanziale sdoganamento per compiere iniziative sempre più audaci.
Senza contare che la continua tolleranza di aperture di sedi neofasciste, come quella di Forza Nuova a Montevarchi e quelle di CasaPound a Pontedera e a Castiglion Fiorentino (benedetta dal locale assessore alla cultura, avvocato Lachi), offre anche una sponda logistica a queste organizzazioni.
Alla connivenza spudorata della destra si aggiungono anche gesti ambigui da parte di esponenti del centrosinistra (poi impegnati in un borghese antifascismo da salotto e di facciata), come quando il sindaco del PD di Siena Valentini nel 2017 si fece fotografare a bordo di un sidecar delle SS.

La lotta al fascismo è per il Partito Comunista dei Lavoratori un terreno sul quale organizzare un fronte unico delle organizzazioni anticapitaliste e delle sinistre di opposizione, proprio come la difesa del lavoro per cui in questi giorni abbiamo lanciato una assemblea nazionale a Roma.
In Toscana nel 2009 le sezioni del PCL di Massa-Carrara e Lucca-Versilia furono tra i fondatori del Coordinamento Antifascista e Antirazzista Toscano (CAAT), cui poi presero parte le altre sezioni toscane del PCL e anche numerose sigle tra partiti, organizzazioni sindacali di base, centri sociali e altri raggruppamenti. In quel periodo le destre proponevano di organizzare ronde, utilizzando e gonfiando artatamente il clima della paura instaurato anche con l'ausilio dei mezzi di comunicazione borghese. In questo contesto si inserivano le solite sigle fasciste che cercavano, a volte camuffando il proprio nome, di accreditarsi come tutori dell'ordine, e avere così l'autorizzazione a colpire immigrati e "rossi". Il CAAT contribuì a sensibilizzare l'opinione pubblica su questo pericolo (poi scampato) con manifestazioni pubbliche, e contrastò efficacemente iniziative fasciste come quella di “Destra Unita”, raggruppamento dietro cui si celava Forza Nuova, che avrebbe dovuto tenersi a Viareggio nel giugno del 2010 ma che fu annullata dopo che centinaia di antifascisti scesi in piazza misero in chiaro i rapporti di forza tra le due realtà.
Oggi serve rilanciare un fronte unico antifascista e anticapitalista che operi in nome di quella che Victor Serge chiamava vigilanza rivoluzionaria. Con lo stesso spirito venne creato il CAAT, e allo stesso risultato dobbiamo mirare tenendo conto del mutato contesto storico e politico rispetto a dieci anni fa.

Partito Comunista dei Lavoratori - coordinamento Toscana