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Sulle elezioni amministrative 2021

 


Un’occasione per opporsi al governo unito del capitale con un programma di rivoluzione

27 Maggio 2021

Le elezioni amministrative, che vedranno in ottobre le “cittadine e i cittadini” esprimersi per il rinnovo dei consigli comunali di numerosi comuni, tra cui molte città capoluogo, da Roma a Milano, Napoli, Torino, Bologna, etc., cadono a ridosso della combinazione della più grave crisi sanitaria e la più grande crisi economica del dopoguerra.

La crisi sanitaria si è trasformata in una tragedia dettagliata dall’elevatissimo numero di morti e persone debilitate in permanenza, provocato sicuramente dall’aggressività del Coronavirus, ma altrettanto indubbiamente dallo sfacelo del sistema sanitario nazionale debilitato da decenni di tagli e privatizzazioni. Un sistema sanitario che già prima dell’epidemia contava decine centinai di ospedali in meno e la carenza di decine di migliaia tra medici, infermieri e personale sanitario.

Semplicemente il sistema sanitario non ha retto l’impatto del contagio e la risultante è stata la conta dei morti.

A ciò si sono aggiunte le incompetenze del governo e la sua acquiescenza alle criminali interessi dei capitalisti che, finché hanno potuto, si sono opposti al lockdown in molti territori, continuando a fare lavorare i propri dipendenti spesso in assenza dei presidi sanitari essenziali.

Nonostante le resistenze, il governo ha dovuto prendere misure di restrizione sanitaria drastiche che hanno bloccato interi settori industriali (il settore del turismo, il settore dell’auto, il settore dei servizi, etc.) determinando una crisi che ha colpito tutti, anche se, come sempre, alcuni settori capitalistici si sono ingrassati proprio grazie ad essa (industria farmaceutica, le grandi piattaforme per il commercio on-line come Amazon, la logistica, le banche che speculano sul debito pubblico in crescita esponenziale).

La crisi economica è divenuta così l’ombra di quella pandemica.

Large fasce di piccola borghesia (piccoli commercianti, del settore turistico, dei servizi alla persona, etc.) sono stati rovinati, e dovendo garantire il grande capitale (garanzie pubbliche sul credito ed ulteriori defiscalizzazioni) il governo ha concesso loro risorse insufficienti (ristori) per di più caricandoli sulla fiscalità generale (anche con condoni e minori controlli sull’evasione fiscale), ossia sulle spalle del lavoro dipendente che vi contribuisce all’80%.

La crisi, dunque, è come un cerino acceso che dal grande capitale viene passato alla piccola borghesia per finire immancabilmente per scottare le mani alle lavoratrici e ai lavoratori, in definitiva la solita vittima sacrificale.

Le misure prese dalle grandi centrali imperialistiche, la UE e gli Usa, sono straordinarie. Nell’ambito del Recovery Plan all’Italia spettano 248 miliardi di euro in 6 anni, oltre alla possibilità dello scostamento del rapporto debito-PIL permesso dalla sospensione del patto di stabilità.

La misura per dimensioni appare una sorta di riedizione del piano Marshall. Si connota sostanzialmente per una parte di un vero e proprio prestito “agevolato” (a basso interesse) e per un’altra di un esborso a fondo perduto, caricato sulla socializzazione del debito a livello europeo. Ciò significa che da una parte il prestito contratto si dovrà restituire, con gli interessi, direttamente, andando a gravare sulle disponibilità finanziarie per il futuro; dall’altra occorrerà metter mano a “riforme” che sostanzialmente taglieranno ulteriormente lo stato sociale, dalle pensioni ai servizi (scuola, sanità).

Insomma, questi finanziamenti sono carburante per far ripartire l’economia capitalista e la proiezioni imperialista italiana (Libia, Medioriente), unitamente ad una loro ristrutturazione (Industria 4.0) a scapito delle condizioni di vita e dei diritti della classe lavoratrice e del complesso del mondo del lavoro.

La macelleria sociale conseguente è già in corso e non potrà che aggravarsi con lo sblocco dei licenziamenti, necessario a questa ristrutturazione, secondo l’ineluttabile logica del capitale.

La borghesia italiana e i suoi partiti si sono attrezzati a questo durissimo passaggio di fase. Il varo del governo Draghi, un governo di unità nazionale sostenuto dalla grande maggioranza dei partiti dell’arco parlamentare, rappresenta esattamente il varo di un autentico comitato di gestione delle misure abnormi per il rilancio e la ristrutturazione del capitalismo italiano.

Da tempo il PCL è impegnato in diversi percorsi e iniziative di unità d’azione d’avanguardia, sempre con l’obbiettivo e nella prospettiva della costruzione del più ampio fronte unitario di classe che avanzi un la vertenza generale sulla base delle rivendicazioni del programma transitorio, quale principio tattico per creare un ponte tra i bisogni immediati della classe lavoratrice e la prospettiva della rivoluzione socialista. L’unità dei capitalisti e dei partiti borghesi dietro il vessillo del governo Draghi rende ancora più urgente la risposta della classe operaia con la forza della sua mobilitazione unitaria, ciò che implica l’ulteriore attivazione delle forze del Partito.

Tuttavia, il programma di rivoluzione del Partito non si limita solo alle misure rivendicative che il fronte unico di classe dovrebbe portare avanti per aprirsi la strada verso un’inversione degli attuali rapporti di forza tra le classi, ma indica l’unica soluzione politica che possa assicurare l’alternativa di società: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza organizzata.

Le elezioni amministrative rappresentano l’occasione per presentare questo programma di rivoluzione all’attenzione della più vasta platea di lavoratrici e di lavoratori e delle classi popolari. Di fronte alla portata della crisi l’appuntamento elettorale assume un significato nazionale e non può essere ridotto ad un fatto locale. Lo stesso commentario mass-mediatico lo afferma quotidianamente. Dappertutto bisogna far crescere l’opposizione al governo Draghi. Ciò è assolutamente necessario.

Ma non basta: senza un programma di rivoluzione che non tragga conforto dal bilancio politico del disastro compiuto negli ultimi decenni dalle sinistre riformiste, con il loro appoggio nei più diversi paesi dell’Europa a governi borghesi e alle loro politiche di sacrifici ai danni della classe lavoratrice, si è condannati a ripetere gli stessi errori e ad indebolire le possibilità del risveglio della mobilitazione operaia.

Per questo, sul terreno elettorale non è possibile l’unità con i riformisti, destinata immancabilmente ad un mercato di programmi e di parole d’ordine sul terreno del minimo comune denominatore. Un minimo comune denominatore di cui oggi misuriamo la drammatica sproporzione e inadeguatezza di fronte alla catastrofe sociale.

La sirena unitaria per liste genericamente di sinistra può esercitare un’attrattiva anche nei confronti di tante compagne e compagni del tutto in buona fede, ma ciò che vien sempre rimosso al piede di partenza della composizione di tali liste è appunto il bilancio politico del riformismo. Alcune compagne e compagni possono credere, con tutta onestà, che la candidatura in liste unitarie possa facilitare la visibilità del Partito laddove non avesse le forze per la presentazione elettorale autonoma. Tuttavia, il prezzo da pagare è troppo salato: proprio le ragioni del Partito verrebbero messe da parte, a partire dal suo impegno per l’unità d’azione delle avanguardie per il fronte unico di classe e lo sbocco politico che dovrebbe avere per garantire le sue rivendicazioni: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Il vantaggio sarebbe solo delle organizzazioni riformiste, che, come un’agenzia interna al movimento operaio, lavorano incessantemente, ora con frasi scarlatte, ora con argomenti “ragionevoli” e concreti, a consegnarlo mani e piedi nelle mani della politica borghese e degli interessi capitalistici.

Le militanti e i militanti del PCL, senza smentire per un attimo, anzi proprio per rilanciare il loro impegno unitario riferito a tutte le organizzazioni che fanno riferimento alla classe lavoratrice, rifiutano il metodo delle liste unitarie con i riformisti, riaffermano la tattica elettorale leninista, che vuole utilizzare le elezioni come una tribuna rivoluzionaria, e lavorano controcorrente per la presentazione elettorale autonoma delle liste del Partito Comunista dei Lavoratori alle prossime elezioni amministrative.

Partito Comunista dei Lavoratori

Riconquistiamo il diritto alla salute!

 


I dati che la cronaca sottolinea quotidianamente evidenziano l'enorme prezzo che il nostro paese sta pagando in termini di vite umane alla pandemia da coronavirus in atto, e con esso le pesanti ricadute sul piano economico e sociale. Ciò non è casuale, ma la diretta conseguenza della crisi del nostro Servizio Sanitario Nazionale, frutto delle politiche succedutesi negli ultimi decenni all'insegna del liberismo, dell'austerità, degli interessi del capitale finanziario. Politiche promosse peraltro in tutta Europa, da ogni governo.

Quanto emerso durante la prima fase ha reso palese tutto ciò ed evidenziato la necessità di intervenire con decisione sul terreno del contenimento della diffusione della pandemia, della cura. Ciò per tanta parte non è accaduto: le misure adottate si sono rivelate confuse, contrastanti, largamente inadeguate, e ciò che si temeva, ossia una seconda ondata di contagi, è divenuta realtà.

Un disastro annunciato, la cui responsabilità è da attribuire in egual misura al governo centrale ed ai vari governi regionali, accomunati dalla volontà di non rompere con la logica della regionalizzazione dell'organizzazione e gestione della sanità, della corsa alla privatizzazione del sistema, al punto che il vero soggetto vincente ad un anno dall'inizio della pandemia sembra essere paradossalmente la sanità privata.

Oggi, a fronte di quella che per molti è una terza ondata, l'attenzione si è giocoforza spostata sul terreno della somministrazione dei vaccini, finalmente disponibili, ed ancora una volta i limiti del sistema emergono con forza.

L'avere abbandonato la strada di un polo pubblico volto alla ricerca, alla produzione ed alla distribuzione degli stessi, come di altri farmaci e presidi medico sanitari, l'avere rispettato gli interessi delle multinazionali farmaceutiche ed il loro monopolio dei brevetti ha esposto il nostro paese, così come l'intera Unione Europea, alla quale ne è stato delegato l'acquisto e la distribuzione, ad un ricatto inaccettabile, dettato unicamente dalla volontà di profitto.

Ciò che ad oggi si evidenzia è una insufficiente trasparenza circa i termini degli accordi sottoscritti, una immotivata disparità di costi tra un vaccino e l'altro, ritardi consistenti sui tempi della consegna ai diversi stati, e quindi un allungamento dei tempi per il raggiungimento della “immunità di gregge” necessaria al superamento della pandemia, ed il rischio concreto è che a tanti paesi del mondo quei vaccini non arrivino affatto, e comunque con tempi assai diversi, evidenziando ancora una volta quanto il diritto alla salute continui ad essere subordinato alla ricchezza disponibile (ad oggi sono 130 i paesi che non hanno avviato la vaccinazione).

Ciò conferma che è il sistema a dovere essere ripensato alla radice. Noi riteniamo necessario che i vaccini siano considerati un bene comune globale, che si superi la logica imperante dei brevetti, che la sua somministrazione sia gratuita ed a disposizione dell'intera umanità, e ci sentiamo pertanto
impegnati a sostenere le iniziative che muovono in tal senso.

Per quanto concerne il nostro paese chiediamo che il governo e le regioni mettano in campo uno sforzo assai maggiore di quello in essere, affinché si stringano i tempi della vaccinazione di massa (ai ritmi odierni occorrerebbero almeno tre anni), garantendone sempre e comunque la gratuità, e per fare questo occorre utilizzare, nel rispetto delle procedure, ogni spazio e modalità disponibile, mettere a disposizione molto più personale di quello ad oggi utilizzato, garantire tutta la strumentazione necessaria.

Al di là della decisiva questione della vaccinazione, resta l'esigenza di una profonda riforma del Servizio Sanitario Nazionale nella direzione da noi indicata con la campagna “ Riconquistiamo il diritto alla salute”, a sostegno di proposte chiare, fattibili.

Oggi più che mai occorre rivendicare la ridefinizione dell'assetto dei servizi di prevenzione, cura, riabilitazione, ospedalieri e territoriali, anche attraverso la riapertura di ospedali soppressi, la definizione di strutture ad hoc, attuando processi di reinternalizzazione, etc.

Ciò che serve è un vero e proprio piano che muova in tale direzione, un piano pubblico, per strutture pubbliche, che rompa con la logica del ricorso al privato parassitario di questi anni, i cui risultati fallimentari sono sotto gli occhi di tutti.

La sanità deve essere interamente pubblica.
Ciò che occorre affermare è un piano straordinario di stabilizzazione di tutto il personale precario e di assunzioni di almeno 40000 unità di personale medico, di almeno 80000 unità di personale infermieristico, nonché di un congruo numero di personale ausiliario, con contratti a tempo indeterminato, che passa attraverso la definizione di idonei percorsi formativi, ed una politica davvero volta a riconoscere adeguatamente il lavoro dello stesso.

Tutto ciò deve e può essere finanziato: le risorse ci sono.
Qui si colloca la questione del recovery fund, che a fronte di una disponibilità complessiva di 209 miliardi di euro, ne prevede soltanto 19 per la sanità, nonostante lo stesso governo uscente abbia a più riprese parlato di un fabbisogno complessivo di almeno 40 miliardi, nonché dello stesso recovery plan, che allo stato si è soffermato soprattutto sul processo di digitalizzazione del sistema. Una scelta, quella del mettere in campo risorse attraverso il ricorso al recovery fund, che rappresenta nel suo complesso una operazione di indebitamento pubblico, che in prospettiva finirà con l'essere scaricato ancora una volta sulle masse popolari, sullo stesso sistema sanitario, che va ostacolata. Occorre che l'investimento nella sanità pubblica sia finanziato da una patrimoniale sulle grandi ricchezze.

Ciò che serve è mettere in campo un'azione di lotta, ampia ed articolata, in grado di imporre tale scelta, di sostenere le proposte formulate per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale; ciò è parte della necessaria opposizione al governo Draghi, espressione delle élite economico-finanziarie che in Italia come in Europa portano la responsabilità del progressivo smantellamento del sistema di welfare, segnatamente del sistema sanitario.

È necessario riconquistare il diritto alla salute, affermare una sanità pubblica, universale, laica, gratuita.
La campagna continua, noi ci siamo!


Marzo 2021



Nessun profitto sulla pandemia

 


Perché e con quali posizioni il PCL appoggia la petizione europea

Il PCL sottoscrive e sostiene la petizione europea “Nessun profitto sulla pandemia”, promossa da un variegato arco di forze politiche, sindacali, associative (1).

Sosteniamo la petizione perché condividiamo lo sdegno nei confronti dei colossi dell'industria farmaceutica da parte di milioni di lavoratori, di lavoratrici, di giovani, di anziani, tutti già penalizzati da servizi sanitari disossati, dall'assenza di personale sanitario e di strutture, dal fallimento dei sistemi di tracciamento, dalla distruzione della medicina territoriale e preventiva, dalle difficoltà e dai costi degli stessi tamponi, dall'obbligo di lavorare e produrre senza reali garanzie di sicurezza. E ora privati del diritto ad una vaccinazione tempestiva, generale, sicura, a causa della proprietà intellettuale dei brevetti, una proprietà su cui fa leva un pugno di monopoli farmaceutici, che prima hanno intascato dai rispettivi Stati enormi regalie pubbliche, senza le quali non vi sarebbe vaccino, poi hanno ottenuto da quegli stessi Stati contratti segreti su prezzi e responsabilità giuridiche per poter fare affari in tutto il mondo, e infine hanno persino disatteso le promesse di dosi pattuite nell'impunità generale.
Non esiste oggi al mondo scandalo sociale più grande del sequestro privato del diritto pubblico alla salute.

Per la stessa ragione non abbiamo alcuna illusione sui poteri di una petizione istituzionale. La Commissione Europea e i governi europei cui si rivolge la petizione sono gli stessi che hanno accordato alle grandi ditte farmaceutiche la piena libertà di profitto. Lo hanno fatto tutti i governi europei, nessuno escluso, dalla Francia di Macron alla Germania di Merkel, dall'Italia di Conte (e oggi di Draghi) alla Spagna di Sanchez e Iglesias.
Non sarà una petizione a cambiare la loro natura di comitati d'affari dei capitalisti. Lo stesso vale per i monopoli farmaceutici.
La petizione dice che «le grandi aziende farmaceutiche non dovrebbero trarre profitto da questa pandemia a scapito della salute delle persone». Ma le grandi aziende capitaliste esistono proprio, e solo, in ragione del profitto, sia che producano carri armati sia che producano farmaci e vaccini. La salute è l'ultima loro preoccupazione, e tale resterà.
La petizione afferma che «Non deve essere consentito a Big Pharma di depredare i sistemi di assistenza sociale». Ma i Big Pharma ingrassano proprio con risorse pubbliche ricavate dal taglio della spesa sociale, sanità inclusa; e controllano spesso direttamente o indirettamente l'enorme business della sanità privata a sua volta beneficiata dallo smantellamento di quella pubblica. La conversione morale dei Big Pharma è tanto improbabile quanto quella dei serial killer in angeli azzurri.

Insomma, l'idea che possa esistere un capitalismo umanitario opportunamente riformato è e resta una pietosa illusione, su scala nazionale e continentale. La drammatica esperienza della pandemia dimostra esattamente l'opposto, e cioè che il capitalismo è incompatibile con l'umanità e viceversa. E che l'unica alternativa vera è anticapitalista e rivoluzionaria. Il fatto che sia difficile realizzarla non toglie che sia l'unica soluzione possibile.

Cancellazione dei brevetti e della cosiddetta proprietà privata intellettuale!

Abolizione del segreto industriale e commerciale sulla produzione di farmaci e vaccini!

Diritto universale di vaccinazione, gratuita, tempestiva e sicura!

Esproprio dell'industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori!


Solo radicali misure anticapitaliste possono determinare una svolta vera nella lotta contro la pandemia. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, su scala nazionale e internazionale, può realizzare compiutamente e sino in fondo tali misure. Ricondurre le rivendicazioni immediate a questa prospettiva generale è la ragione del nostro partito.

Con queste posizioni il PCL parteciperà a tutte le iniziative unitarie che si terranno attorno alla petizione “Nessun profitto sulla pandemia”, a partire dalla
giornata dell'11 marzo.



(1) https://noprofitonpandemic.eu/it/

Partito Comunista dei Lavoratori

La seconda ondata e il fallimento del governo

 


Un programma di svolta per l'emergenza sanitaria

17 Ottobre 2020

Non doveva più accadere, e invece sta di nuovo accadendo sotto i nostri occhi. Tutto è rimasto come prima, al di là di chiacchiere e promesse che non nascondono il fallimento e l'impotenza di un intero sistema. Non se ne esce se non rovesciandolo da cima a fondo

A giugno erano 8966, ora sono 9251. Sono i tracciatori dei contatti del coronavirus sull'intero territorio nazionale. Stando a un numero quotidiano di nuovi contagi giunto ormai a 10000, questo infimo gruppo di tracciatori dovrebbe telefonare, registrare, monitorare 160000 persone ogni giorno. Invece ne coprono complessivamente 1300 circa. In questi numeri sta la misura e la natura del dramma in corso: il crollo della prima linea di resistenza a fronte della seconda ondata dell'epidemia. In questi numeri sta anche la responsabilità del governo, che per sei mesi ha annunciato “nulla sarà più come prima” e invece ha lasciato immutata la condizione di fondo del Servizio Sanitario Nazionale sotto ogni aspetto, con un effetto domino a cascata.


NON DOVEVA PIÙ ACCADERE MA ACCADE

Non doveva più accadere, e invece sta di nuovo accadendo sotto i nostri occhi. La stessa stampa borghese è attonita di fronte al disastro.
Il virus dilaga in misura esponenziale, anche nei luoghi relativamente risparmiati dalla prima ondata (Milano città, Campania).
La medicina territoriale è inesistente e non può far da filtro.
Il famoso sistema Immuni si è rivelato un fiasco, inapplicabile su molti cellulari, disattivo di fatto quando applicato.
Non ci sono tamponi se non in misura inadeguata, nonostante il governo abbia ridotto da due ad uno i test necessari per l'uscita dalla quarantena.
Non ci sono i medici che fanno i test, perché solo il 25% dei medici di base si è detto disponibile a farli.
Mancano sedi e luoghi protetti dove i test possano essere fatti in condizioni di sicurezza per medico e paziente, e questo spiega l'indisponibilità dei medici.
Non ci sono luoghi protetti per l'isolamento di decine di migliaia di positivi, spesso reclusi in abitazioni sovraffollate che diventano nuovi veicoli di contagio.
Le unità mediche che dovrebbero controllare i malati in casa (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) sono in numero irrisorio (14 medici USCA in tutta Milano!), sicché decine di migliaia di malati non solo vivono sequestrati in casa ma sono privi di assistenza medica.

Tutto questo disastro si riversa fatalmente sugli ospedali, con una massa di positivi, o sospetti tali, che si ammassa presso i Pronto Soccorso, quale unica sede di assistenza. I Pronto Soccorso a loro volta crollano sotto la pressione della massa, dirottando migliaia di persone su altri ospedali limitrofi, o chiudendo le porte a malati non Covid, con un effetto domino inevitabile. Intanto il crescente numero dei ricoveri Covid, seppur ancora inferiore a quello di marzo, allunga ulteriormente i tempi di trattamento di altre patologie, con decine di migliaia di malati oncologici, reali o possibili, ormai parcheggiati in liste d'attesa infinite o che si vedono respingere persino la prenotazione degli esami necessari. Mentre anche le terapie intensive si trovano nuovamente minacciate, oltre a essere spesso prive di ventilatori e personale necessari.

Questa vera e propria catastrofe sanitaria non è una condanna del destino. È il prodotto di 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica degli ultimi dieci anni, della trasformazione degli ospedali in aziende attente più al fatturato che alle cure, della riduzione delle piante organiche ospedaliere, del massiccio allargamento della sanità privata, la stessa che copre ormai il 50% delle prestazioni grazie ai fondi sottratti alla sanità pubblica, e che in Borsa moltiplica i propri dividendi.


IL FALLIMENTO SANITARIO DEL GOVERNO

Crollata la diga delle chiacchiere e delle promesse, il governo non sa più che fare. Non può e non vuole ricorrere a nuovi lockdown generalizzati dopo il crollo economico pauroso del 2020: tutti i governi d'Europa hanno stretto un accordo di ferro su questo; ma non riesce a gestire in forma ordinata e protetta la convivenza col virus, in attesa di un vaccino che non sarà disponibile a livello di massa per larga parte del 2021 (secondo l' ipotesi più ottimista), tra scoperta, validazione, produzione, distribuzione di massa.

Preso dal panico, il governo oscilla tra misure simboliche dagli effetti improbabili (le raccomandazioni sulle frequentazioni domestiche) e la tentazione di concentrare l'affondo sull'anello debole della catena: l'istruzione pubblica. Un'istruzione pubblica già colpita al pari della sanità da decenni di tagli, classi pollaio, precariato cronico, e ora minacciata da nuovi lockdown col relativo ricorso alla didattica a distanza: quella che nell'ultimo anno ha discriminato di fatto il 30% degli studenti delle famiglie più povere.
In questa direzione si è mosso il governo campano, in un luogo in cui la chiusura della scuola è spesso l'apertura al degrado della strada. Nella stessa direzione muovono ora altri governi regionali, in particolare nel Nord, pressati dalla crisi del trasporto urbano: se non ci sono bus e metropolitane in numero sufficiente, se il trasporto degli studenti a scuola diventa fonte di contagio, la soluzione è semplice. Non predisporre altri mezzi di trasporto, ma chiudere, in tutto o in parte, le scuole. Del resto, le fabbriche “non possono chiudere”, come l'esperienza di marzo dimostra, neppure in presenza di focolai epidemici abnormi, la bergamasca insegna. Se i Bonometti e i Bonomi misero un veto criminale già allora, immaginiamoci oggi di fronte al crollo economico. Invece si possono chiudere le scuole, magari mantenendo in piedi un concorso grottesco. E tutto questo per cosa? Per coprire con misure tampone il fallimento di un intero sistema. Lo stesso sistema che ovunque è incapace di affrontare la pandemia se non al prezzo di nuove ingiustizie, inuguaglianze, umiliazioni.


MISURE NECESSARIE E URGENTI DI FRONTE AL COLLASSO SANITARIO

La verità è che non esiste soluzione progressiva possibile dell'emergenza sanitaria in atto senza misure di rottura. Non il ritorno alla “normalità”, quella che ci ha portato dove siamo ora, ma il ribaltamento radicale della “normalità” degli ultimi quarant'anni.

Immediato reclutamento di 10000 unità del personale medico e infermieristico. Non coi vergognosi contratti a termine, usa e getta, della primavera scorsa, ma con assunzione a tempo indeterminato e l'ampliamento di tutte le piante organiche. Tracciamenti, test, laboratori, medicina territoriale, terapie intensive, trattamento ospedaliero di tutte le gravi patologie, fine delle liste d'attesa, richiedono un raddoppio dell'investimento nella sanità pubblica, a partire da un grande piano di assunzioni. Altro che numero chiuso a Medicina.

Riapertura dei 200 ospedali soppressi nell'ultimo decennio e immediata requisizione, senza indennizzo, delle strutture della sanità privata, per ampliare e riorganizzare i pronto soccorso, i reparti ospedalieri, i trattamenti sanitari, le sedi e gli strumenti della diagnostica. La salute non è merce, via il profitto dalla sanità!

Nazionalizzazione, senza indennizzo, della grande industria farmaceutica, e controllo pubblico sulla produzione dei dispositivi individuali (mascherine), dei test rapidi, dei vaccini antinfluenzali, tutti a somministrazione gratuita. Una famiglia povera di quattro persone non può spendere tra 200 e 500 euro al mese di sole mascherine FFP2. La protezione della vita non può dipendere dalla classe sociale di appartenenza.

Requisizione del grande patrimonio immobiliare necessario (spesso di proprietà delle banche e delle assicurazioni) per consentire l'isolamento protetto in quarantena per i positivi, l'ampliamento dei presidi sanitari territoriali, il tetto massimo dei 15 alunni per classe, che oggi è anche una misura sanitaria.

Gratuità e universalità del servizio sanitario, finanziate dall'abbattimento delle spese militari e dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, a partire da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Paghi chi non ha mai pagato, non la salute o il lavoro.

Requisizione immediata delle compagnie di trasporto private, sull'intero territorio nazionale, per riorganizzare il trasporto locale di pendolari e studenti in condizioni di sicurezza. Bus, metropolitane, treni regionali possono non essere fonte di contagio se si impone il controllo pubblico sull'intero sistema dei trasporti.

Controllo operaio sulle condizioni di sicurezza dei lavoratori: nelle fabbriche, nella logistica, nei trasporti, negli ospedali, nelle scuole, e ovunque. Perché il primo presidio sanitario è il controllo dei lavoratori sulle condizioni del proprio lavoro.

Questo non è un insieme di consigli al governo dei capitalisti, che ha fallito sul fronte sanitario, o ai governi regionali che vogliono chiudere le scuole. È una piattaforma di lotta per il movimento operaio, da portare in ogni organizzazione di classe e di massa, come in ogni ambito di avanguardia politica e sindacale. Con un elemento di coscienza da introdurre ovunque: queste misure, necessarie e urgenti, reclamano un altro ordine di società. Una società in cui a comandare siano i lavoratori e le lavoratrici, non i capitalisti e i loro politicanti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Chi paga il conto della pandemia?


Una enorme valanga si sta per abbattere sui lavoratori e le lavoratrici
. La stessa legge del profitto che ha moltiplicato i morti della pandemia, coi tagli di vent'anni alla sanità pubblica, presenta ora il conto ai salariati.


Altro che “siamo tutti sulla stessa barca”!

In questi mesi, capitalisti, grandi azionisti, uomini d'affari, hanno ottenuto un nuovo taglio di tasse e contributi; hanno beneficiato, a partire da FCA, di crediti bancari coperti da garanzie pubbliche per decine di miliardi; si sono serviti della cassa integrazione anche quando continuavano a macinare fatturato e profitti. Ora annunciano un’ondata di licenziamenti sino alla distruzione (dichiarata) di un milione di posti di lavoro, e il rifiuto di rinnovare i contratti a cinque milioni di lavoratori spesso con la paga falcidiata dalla cassa. Mentre 600.000 precari sono già stati buttati su una strada e centinaia di migliaia di lavoratrici sono state costrette a rinunciare al lavoro nel lockdown per accudire i figli in assenza di asili.
L'emergenza sanitaria è ormai la coperta che giustifica ogni arbitrio nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche.

Parallelamente, la famosa pioggia di miliardi annunciati dal governo e dall'Unione Europea e presentati come “la fine dell'austerità” si rivela per quello che è: un nuovo gigantesco debito pubblico, nazionale ed europeo. Soldi ricavati vendendo titoli pubblici alle banche e da ripagare alle banche che li hanno comprati. Soldi messi sul conto dei salariati. Quelli che le tasse le pagano, che non dispongono di paradisi fiscali, che già hanno pagato con trent'anni di sacrifici il debito pubblico col capitale finanziario.
E tutto questo perché? Per tutelare i profitti, le grandi rendite, i grandi patrimoni. Quelli che si sono arricchiti sul precariato, il super sfruttamento, la cancellazione dei diritti, non solo in Italia ma in tutta Europa e nel mondo.

La pandemia ha rivelato agli occhi di tutti il massacro degli ultimi trent'anni e i suoi disastri.
Servizi sanitari ridotti a colabrodo, senza posti letto, senza infermieri, senza medicina territoriale, mentre la sanità privata sbarca in Borsa con profitti da favola e lascia i dipendenti senza contratto da 14 anni. Così la scuola, che non sa come riaprire in sicurezza, perché mancano insegnanti, mancano aule, i mezzi di trasporto locale sono stati tagliati e privatizzati. Né i Comuni possono venire in soccorso perché hanno dismesso il patrimonio pubblico per ovviare ai tagli e pagare anch'essi il debito alle banche.

Tutto questo ha un nome: si chiama capitalismo. Un'organizzazione fallita della società, che non ha più niente da dare ma solo da togliere.

È allora necessario dire basta! È ora di unire in una lotta sola tutte le lotte di resistenza. È ora di contrapporre al programma del padronato un programma di segno uguale e contrario:

- Blocco dei licenziamenti
- Nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori
- Ripartizione fra tutti del lavoro che c'è attraverso la riduzione dell'orario a 30 ore pagate 40
- Grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici nella sanità, nella scuola, nei trasporti pubblici, nel risanamento ambientale
- Tassazione progressiva dei profitti e dei grandi patrimoni
- Cancellazione del debito pubblico verso le banche e nazionalizzazione di quest'ultime

Solo queste misure possono segnare una svolta. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzarle. Solo la generalizzazione della lotta può aprire dal basso questa prospettiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

Riconquistiamo il diritto alla salute!

Dibattito pubblico, in diretta oggi dalle 18:00 alle 19:30, tra i promotori della campagna di raccolta firme sulla petizione "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita"

L'emergenza sanitaria derivata dall'epidemia da coronavirus ha messo in luce i molteplici gravi limiti del nostro Servizio Sanitario Nazionale, fino a decretarne la crisi.
All'insegna della riduzione della spesa pubblica, dell'austerità, giustificando tutto con il debito crescente, il Servizio Sanitario Nazionale è stato progressivamente definanziato, oggetto di tagli lineari, ed i vincoli del patto di stabilità interna e del pareggio di bilancio hanno ridotto le risorse delle Regioni, di 37 miliardi negli ultimi dieci anni, con la progressiva espansione, in tutti i campi, della sanità privata nelle diverse regioni del paese (emblematiche il Lazio e la Lombardia), mirata esclusivamente al profitto, cresciuta con gli accreditamenti e le convenzioni.

È necessario rimettere al centro il Servizio Sanitario Nazionale, garantire le necessarie risorse, ridare senso al dettato costituzionale in materia.
Per questo proponiamo una vera mobilitazione perché curarsi torni ad essere un diritto di tutti, garantito come tale, e che comprenda anche il diritto a vivere in ambienti salubri, la lotta all'inquinamento, la lotta per condizioni di lavoro non dannose, tutto ciò, in definitiva, che porta alla buona salute.
Questo è parte per noi dell'idea di una società alternativa a quella basata sul profitto e sullo sfruttamento, che evidenzia una parte crescente della popolazione sempre più povera, insicura, sola.

La salute non è una merce!
Via il profitto dalla sanità che deve essere pubblica, laica, gratuita e di qualità!

Dibattito pubblico tra i promotori della campagna di raccolta firme sulla petizione "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita" (Per firmare: https://change.org/riconquistiamo-salute)

Il dibattito verrà trasmesso in diretta sulla pagina "Riconquistiamo il diritto alla salute".

Intervengono: Mauro Alboresi, Lisa Canitano, Beniamino Caputo, Eliana Como, Carla Corsetti, Giovanni Ferraro, Erne Guidi, Francesca Anna Perri, Rosa Rinaldi. Modera: Alessio Arena

Promuovono: Democrazia Atea, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Marxista-Leninista Italiano, Potere al Popolo, Risorgimento Italiano, Sinistra Anticapitalista

Patto d'azione anticapitalista: In Italia come negli USA: contro sfruttamento e razzismo di stato

Pubblichiamo il comunicato nazionale del Patto d’azione anticapitalista, cui il PCL partecipa, a sostegno della campagna di solidarietà con la ribellione di massa negli USA

Da Minneapolis a tutte le città USA, da settimane si sviluppa in tutte le forme un grande movimento di massa contro le uccisioni razziste della polizia che è divenuta una lotta contro Trump e l'intero sistema del capitale USA, fondato sullo sfruttamento e il razzismo interno e sul dominio e l'oppressione dei proletari e dei popoli oppressi dall'imperialismo.

Alla rivolta di massa che ha risposto colpo su colpo e in tutte le forme alla repressione di Stato con l'uso della guardia nazionale e dell'esercito, si è un unito un vasto movimento, Black Lives Matter, con la diffusa partecipazione di bianchi, e un ampio movimento giovanile a fianco della popolazione nera ha infranto le barriere razziali in nome della comune condizione di sfruttamento e di oppressione.
In molte piazze le masse manifestano insieme a gruppi sindacali classisti e combattivi a dimostrazione del fatto che il barbaro omicidio di George Floyd ha fatto da detonatore di un malcontento che covava già da tempo in seno al proletariato a seguito di una crisi capitalistica resa ancor più profonda con l'emergenza CoVid 19.
Dagli Stati Uniti  è partito un vento di protesta operaia e popolare che tocca diversi paesi del mondo, e, in Europa, la Francia e la Gran Bretagna in particolare.
Da esso ci viene quindi la spinta a rilanciare, sviluppare anche in Italia, la lotta contro lo sfruttamento capitalista/imperialista e il razzismo di Stato, che in questi ultimi anni è stato ulteriormente inasprito con i due Decreti Sicurezza di Salvini e confermato da una sanatoria-farsa che non riconosce ai lavoratori immigrati la possibilità di denunciare le condizioni di supersfruttamento, lasciando l’emersione al buon cuore (o convenienza) dei padroni e dei capitali, cioè gli unici veri beneficiari delle politiche razziste e xenofobe.
Anche e ancor più in Italia la violenza contro gli immigrati è insita e funzionale al sistema del capitale, è esercitata sistematicamente e direttamente come arma di ricatto dai caporali e dai padroni, nei campi come nei ristoranti, nelle fabbriche come nei magazzini.
Come hanno dimostrato e stanno dimostrando i lavoratori della logistica, solo la lotta unitaria dei lavoratori e delle lavoratrici, autoctoni e immigrati da ogni angolo della terra, può imporre una battuta d'arresto sia alle logiche schiavistiche dei padroni, sia al veleno del razzismo profuso a piene mani dalle destre e alimentato dalle politiche dell'UE e dei governi al servizio dei padroni di scaricamento della crisi sulle condizioni di lavoro, reddito, diritti, salute , sicurezza
Non a caso, quando i lavoratori con dure lotte riescono a conquistare dignità e diritti nei luoghi di lavoro, il capitale chiama lo Stato ad esercitare la violenza di classe, come dimostra chiaramente quanto è avvenuto e sta avvenendo alla Fedex/TNT di Peschiera Borromeo nei pressi di Milano.,

La rivolta statunitense, così come l'impatto drammatico che la crisi-Covid sta determinando sulle vite di miliardi di proletari a ogni angolo della terra, richiamano con forza la necessità storica del rovesciamento del capitalismo , dei suoi stati e dei suoi governi Serve l'organizzazione politica e sociale di classe e la costruzione di un ampio fronte  unito di classe organizzato, sia in Italia che su scala internazionale.
È quindi con questo spirito di unità internazionalista che il Patto d’Azione invita a partecipare alle iniziative in corso in questi giorni davanti ai consolati USA, in consonanza con le iniziative analoghe negli altri paesi europei, e come momento di un’iniziativa più generale contro il razzismo in Italia, strumento di divisione e oppressione del proletariato.
Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe

MANCATA ZONA ROSSA AD ALZANO LOMBARDO E NEMBRO - COMUNICATO STAMPA

Comunicato del Partito Comunista dei Lavoratori sull’inchiesta per la mancata “zona rossa” ad Alzano e Nembro denunciata dallo stesso PCL il 9 aprile


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria soddisfazione per la scelta della procura di Bergamo di interrogare il presidente del Consiglio e i ministri degli Interni e della Salute in merito alla mancata istituzione della nei comuni di Alzano e Nembro. E non potrebbe essere altrimenti: è stato il Pcl infatti, tramite il suo Portavoce Nazionale Marco Ferrando a presentare per primo (alle procure di Bergamo, Brescia, Milano e Roma) denuncia contro il Governo, nonché contro la Regione Lombardia e Confindustria. E lo ha fatto in tempi certamente non sospetti: il 9 aprile scorso. Quando tutti facevano muro minimizzando ciò che accadeva e rimpallandosi le responsabilità. A cominciare dalla Lega di Salvini che oggi sostiene ma allora difendeva a spada tratta la politica delle fabbriche aperte a tutti i costi. I costi di migliaia di morti. 
Nel nostro esposto abbiamo sottolineato come la mancata zona rossa non era frutto di un semplice “errore” di valutazione del rischio ma era stata il risultato di un cinico calcolo economico: “costava troppo” chiudere una zona ad alta concentrazione industriale. Era la tesi di Confindustria Lombardia e sia la Regione che il governo l’hanno fatta propria. Adesso assistiamo allo squallido palleggiamento di responsabilità su chi poteva e doveva decidere: potevano e dovevano sia la Regione che il Governo. Ma hanno lasciato che, nei fatti, decidessero gli industriali. E il risultato sono stati i cortei dei camion militari pieni di bare.
Questo dimostra la vera natura di questo governo, che qualcuno si illude sia “progressista”. Pur sapendo che solo le mobilitazioni di massa di lavoratori e giovani - e un governo che riflette i loro interessi – possono cambiare le cose ci auguriamo che tutti i responsabili di questo massacro ne rispondano davanti alla giustizia.

https://www.giornalettismo.com/zone-rosse-denuncia-pcl/

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI                                                                                             
10/06/2020

Il capitalismo reale e i suoi scandali del tempo della pandemia

La disgustosa farsa della concordia nazionale che presenta l’Italia tutta raccolta dietro lo sventolare dei tricolori per fare fronte comune contro la pandemia non ha potuto rimuovere il dato di un sistema di ruberie e di operazioni affaristiche che, anche in questa drammatica circostanza, ha alimentato indegne speculazioni contro la salute pubblica.
Clamorosa è la vicenda delle tangenti sugli appalti delle forniture sanitarie che ha coinvolto i vertici della sanità siciliana.

In Sicilia è stato scoperto un giri di tangenti nella sanità, del valore di 600 milioni di euro. Un vero e proprio terremoto che ha coinvolto numerosi manager pubblici e imprenditori, al coordinatore della struttura regionale per l’emergenza Covid-19 Antonino Candela al direttore generale dell’ASP di Trapani Fabio Damiani, accusati di reati ben noti: corruzione, istigazione alla corruzione, appropriazione indebita, rivelazione di segreto d ufficio ecc.
Le indagini hanno permesso di portare alla luce un vero e proprio centro di potere composto da politici, imprenditori, faccendieri; insomma cose note e manifeste.

La sanità pubblica e quella privata, convenzionata da oltre un trentennio, sono il settore che non conosce crisi; immune a qualsiasi terremoto economico-finanziario.
In questi anni lo hanno capito dirigenti sanitari corrotti (da Duilio Poggiolini in poi), lo hanno capito ex ministri (dal ministro della sanità Francesco De Lorenzo), medici senza scrupoli (Michele Summa e Giuseppe Poletti), politici corrotti (Formigoni e Ottaviano Del Turco), ma l’hanno capito soprattutto le organizzazioni criminali che investono da anni in questo settore i loro soldi sporchi, per poi beneficiare attraverso loro prestanome di guadagni esponenziali e puliti.
Soprattutto la sanità privata, cui è stata demandata la funzione della nuova accumulazione capitalistica, ha trovato nella complicità politica, attraverso il sistema delle convenzioni, la sua peculiarità di scambio: accreditamento-gestione di centinaia di miliardi pubblici-tangenti-voto elettorale.
Il cerchio del malaffare è chiuso in questo paradigma ben noto e funzionale.
Ecco che il capitale, il profitto, l'aziendalizzazione della salute, i manager della razionalizzazione, gli imprenditori della peggior specie entrano dalla porta principale nell’unico settore che oggi consente di fare profitto e rendita a due cifre di percentuale.

E chi sono oggi i padroni della salute (privata) gestita con questo modello di connivenze e di malaffare, di sfruttamento di un'intera categoria di professionisti?
Sono i vecchi e nuovi capitalisti ben noti, che vanno da De Benedetti ai fratelli Rocca, Giampaolo Angelucci, Emmanuel Miraglia, Giuseppe Rotelli, la famiglia Garofalo; sono loro che si spartiscono un business che in Italia vale centinaia di miliardi di euro.
E non ultima la Chiesa, che gestisce tra fondazioni, ordini religiosi e diocesi, centinaia di strutture sanitarie accreditate al sistema sanitario nazionale che non sono tenute a rendere pubblici i propri bilanci.

Sanità, politica, soldi e criminalità organizzata: un mix diffuso e vincente.
Gli appalti nella sanità, soprattutto privata, sono pilotati a favore delle ditte dei prestanome o ditte “vicine” a camorra, mafia, 'ndrangheta, non solo nel meridione ma in tutto il paese. Gli strumenti di persuasione si sono affinati, non si usa più la violenza, la lupara. Si utilizza la corruzione, più efficace e che riscuote più successo; non più spietati killer, ma dirigenza ben istruita e capace.
Sono ben note le inadempienze contrattuali che esistono in questo settore (nel silenzio più totale delle burocrazie sindacali). Per massimizzare i profitti, da anni vi è un attacco ai diritti e garanzie dei lavoratori impiegati nella sanità privata, un attacco al costo e al valore del lavoro, con contratti mai applicati o mai rinnovati (il contratto della sanità privata è scaduto da quattordici anni, una vergogna). Sempre nella sanità privata è partito l'attacco al contratto nazionale, dove si è inaugurato il dumping contrattuale, economico e normativo (nel più assoluto silenzio di CIGL, CISL e UIL: una vergogna).

Solo una rinnovata stagione di lotta, che sappia unire e radicalizzare queste vertenze, indicando in un nuovo modello di sanità pubblico, gratuito, universale, equo, potrà riscattare i tanti, le migliaia di lavoratori e cittadini che mai come in questo periodo hanno sacrificato tutto, finanche la vita.
Li hanno chiamati eroi: solo retorica e ipocrisia, frutto di questo sistema politico economico fallimentare. Erano lavoratori e cittadini, e proprio per questo noi comunisti, partito dei lavoratori, abbiamo il dovere, la responsabilità politica e morale di riscattarli da questo sfruttamento che è il fondamento dell’arricchimento capitalistico.

Ma oltre a questo episodio si è sviluppata una catena di scandali e di latrocini inqualificabili. Irene Pivetti è stata pesantemente coinvolta in una vicenda di forniture farlocche di mascherine. Sempre sulle mascherine si è assistito alla speculazione e all’imboscamento di enormi quantità di questi fondamentali strumenti di protezione per aggirare il prezzo di produzione calmierato di 50 centesimi deciso dal commissario Arcuri, e al contemporaneo sviluppo di un mercato nero lucroso e fiorente.
Allucinante è poi lo spreco di 21 milioni di euro per la realizzazione dell’ospedale anti-Covid della fiera di Milano, in grado di assicurare solo 25 posti di ricovero. Questa operazione, che ha visto la riesumazione del dottor Bertolaso ai vertici della protezione civile in Lombardia, arricchisce lo scenario della catastrofe di una sanità in mano ai privati, una sanità che in questa regione ha sulle spalle il peso di migliaia di morti, soprattutto anziani. (In ogni caso, i dati della pandemia a livello nazionale sono sottostimati rispetto alla sua reale diffusione.)
Indegna poi è stata la vicenda dei tamponi dati ai privati, con una punta scandalosa verificatesi in Calabria, dove è stato sottoposto a tampone neanche l’1% della popolazione. Indegna perché questo gioco al ribasso è stato finalizzato a ridimensionare i dati della diffusione della pandemia per consentire una rapida e avventurosa apertura, con il conseguente rischio di una nuova catastrofe della sanità.

Tutto ciò in un paese che vive oltre che un’emergenza sanitaria uno spaventoso collasso economico, con speculatori e mafiosi che soprattutto nel Sud mettono le mani sull’Italia.

Come PCL ribadiamo la necessità di nazionalizzare senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori il settore della sanità privata, di avviare una patrimoniale progressiva sulle grandi proprietà, di colpire le banche e il loro ruolo vampiresco, di annullare il debito pubblico, di finirla con spese militari e realizzazioni di grandi opere pubbliche.
Deve finire l’ipocrisia. La sinistra di opposizione deve farsi ancor più sentire, deve cessare il clima di passività sindacale. Ai lavoratori deve essere fatto capire che solo un governo diretto da loro può impedire che la pandemia sfoci nella reazione. Il quadro offerto in questa fase dal capitalismo reale rende suicida qualsiasi altra strada.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione meridionale

VIDEO: Il capitalismo non si può riformare: si può rovesciare!

Il capitalismo non si può riformare: si può rovesciare!
Unire nella stessa organizzazione tutti coloro che in ogni lotta quotidiana vogliono perseguire questo fine è la necessità storica del nostro tempo.
Costruiamo insieme il partito rivoluzionario, costruiamo insieme il Partito Comunista dei Lavoratori!

Video di Marco Ferrando portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori




PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Pioggia di miliardi per i capitalisti, elemosine per i lavoratori

Con il decreto rilancio Confindustria va di nuovo all'incasso

«Con il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi ci siamo confrontati spesso». Le parole del ministro Patuanelli danno la chiave di lettura del "decreto rilancio", un decreto scritto in larga misura da Confindustria. Per le imprese una pioggia di miliardi, per il resto spiccioli e avanzi.


CONFINDUSTRIA VA ALL'INCASSO

Gli industriali ottengono di tutto e a mani basse. Innanzitutto viene soppressa l'IRAP per la tranche di giugno. Quattro miliardi regalati a tutte le imprese che stanno dentro un fatturato di 250 milioni. In piena emergenza sanitaria si amputa la principale base fiscale d'appoggio della sanità pubblica. Uno scandalo. Aggravato dal fatto che la regalia riguarda indistintamente tutte le imprese, anche quelle – non poche – che si sono arricchite in questi mesi di crisi (farmaceutico, digitale, parte dell'alimentare...). Confindustria ha ottenuto un acconto (il 40% del gettito IRAP), ora chiede che la prossima Legge di stabilità cancelli integralmente la tassa.

A questo si aggiungono il credito d'imposta del 60% per le imprese sotto i 5 milioni, contributi a fondo perduto in base al volume del fatturato, una detrazione del 30% per gli aumenti di capitale dai 5 ai 50 milioni, altri 6 miliardi di risorse pubbliche per le PMI sotto i 250 dipendenti attraverso il fondo pubblico Invitalia, chiamato a comprare i titoli di debito delle aziende in questione, da ripagare in sei anni.
Attenzione: “Se le aziende manterranno i livelli occupazionali il rimborso del debito avverrà senza interessi”. Dunque il decreto già annuncia di fatto la prossima fine del blocco dei licenziamenti. Se licenziare o meno lo deciderà il padrone in base alle proprie convenienze. E non c'è l'articolo 18 a fare barriera.

Il governo non dimentica certo le grandi imprese, sopra la soglia dei 250 milioni di fatturato. Qui opera la Cassa Depositi e Prestiti, opportunamente rimpinguata con un volume patrimoniale a regime di 50 miliardi. La Cassa provvede alla ricapitalizzazione delle grandi aziende in difficoltà attraverso l'acquisto diretto di pacchetti azionari, ma restando al di fuori del consiglio di amministrazione aziendale per non violare il recinto della proprietà. Insomma, un puro soccorso assistenziale ai capitalisti coi soldi di tutti, cioè dei lavoratori.

«Per le imprese intanto ci sono oltre 20 miliardi in questo decreto. La cosa più importante ora è agire sulla fiducia: lo Stato deve lasciare libere le imprese», dichiara orgoglioso il ministro Patuanelli (La Repubblica, 14 maggio). Non sappiamo se i capitalisti ricambino la fiducia. Ma certo la fiducia del governo verso i capitalisti non poteva essere più incondizionata di così. Una pioggia di miliardi a tutti.
“Dobbiamo salvare le imprese” recita il credo generale. Ma se per salvare i capitalisti sono necessarie, ancora una volta, immense risorse pubbliche, perché non nazionalizzare le aziende e porle sotto controllo operaio? Sarebbe ad un tempo una misura di risparmio e di razionalità sociale. La vera lotta agli sprechi che piace tanto a Confindustria avrebbe finalmente una traduzione vera.


GLI AVANZI PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

La verità è che fuori da questa soluzione anticapitalista e rivoluzionaria c'è posto solo per le elemosine, come mostra bene il resto del decreto. Avanzi, scarti, frattaglie, tra mille paletti e restrizioni. Le briciole che cadono dal tavolo dei padroni.

Una cassa integrazione centellinata per non sforare i limiti di spesa. Nessuna soluzione per i moltissimi cassaintegrati in deroga che non hanno visto ancora un centesimo e che non sanno come campare. L'anticipo del 40% della cassa da parte dell'INPS per le domande prossime, il resto “attendere”.
Quanto al reddito di emergenza di ultima istanza rimane una miseria di 400 euro, un obolo penoso di carità, meno di un miliardo di euro.
Infine la regolarizzazione sbandierata dei lavoratori irregolari taglia fuori l'edilizia e la logistica, centinaia di migliaia di sfruttati, i due terzi della platea potenziale, mentre il terzo beneficiato (braccianti, colf, pescatori) ottiene una precaria regolarizzazione a tempo, alla quale per di più può accedere solo chi sopravvive al setaccio di mille condizioni. Un decreto fatto non per i lavoratori e i loro diritti, ma per Coldiretti e Confagricoltura, che cercano braccia, non persone.

Le burocrazie sindacali sembra non abbiano nulla da dire, anche se non hanno toccato palla. Si accontentano di fare da tappeto per gli incontri fra Bonomi e governo.

Costruire una iniziativa indipendente di classe e di massa attorno ad una piattaforma indipendente è più che mai una esigenza centrale e prioritaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

HANNO SPENTO L’AGORA'


Citare George Orwell può apparire la ricerca, dura e senza sconti, di appigli in terre lontane e miscredenti verso la celebrazione della democrazia, o soltanto una minchiata da intellettuali. Lo scrittore ci ha però insegnato, tra puntiglio e sadismo, che riscrivere il passato, e reprimere il libero fluire della memoria, sono i presupposti opportunisti e virali all’avvitarsi nel solido del potere totalitario. Ancor oggi le manipolazioni di bugia e rilettura nei contenuti dell’informazione, agiscono autorevoli per la costruzione della realtà, che diventa tale anche se priva di sostanza intrinseca.
Per mettere a tacere, e depistare, non sono più necessarie metodologie ferali, quelle sì, riservate ai dissidenti di rango anche nei regimi democratici, ma i sistemi adottati risultano efficaci, perché coinvolgono le masse, con il fine di ricondurle a una condizione di lumpenproletariat, senza una identità da spendere e opporre.

Entriamo nel merito, ai tempi del coronavirus. Straordinario passe-partout per una ulteriore avanzata verso l’atomizzazione della società, e la disgregazione della solidarietà tra individui e di quella residua pietas, in grado di diventare forma di supporto al singolo e di resistenza al sistema. 

Triturata l’identità di appartenenza a una classe sociale (condizione che presuppone lo sviluppo di un conflitto e l’identificazione del fronte avverso) resta l’uomo nudo. Schiacciato in termini economici. Frustrato dalla politica, in quanto consapevole di non poter esercitare alcuna forma di reale influenza. Pure assediato da una scarsa libertà di genere. Questa è la quotidianità della estraniazione e dell’impotenza.

Ora in un quadro dove l’espropriazione dei diritti procede spedita, vengono a iscriversi nuovi strumenti: l’isolamento e il distanziamento sociale. Prima domanda: imposti dal virus? Oppure obbligati, in pessima sostanza, da venti anni di tagli alla sanità pubblica?  Ecco presentarsi una impellente necessità di riscrivere il passato. Entra in gioco la retorica, che usa il carburante estremamente inquinante, dell’eroismo e dell’appartenenza. Scivolano via le notizie, lontane meno di un mese, quando si è dovuto decidere chi lasciar morire e a chi rendere speranza.
Un mondo di eroi che salva le sorti di una battaglia immane. Peccato che tale sia stata, immane per l’appunto, perché l’idea di una sanità pubblica non andava proprio giù a nessuno, riformisti e camerati, indifferenti a quali vestiti indossassero. Non piaceva a destra e a sinistra la sanità di stato. Tranne che per quelle azioni mediche che non potevano rendere plusvalore al capitale. E così, per una iperbole purtroppo concreta, capitava spesso di passare una giornata di attesa al Pronto Soccorso.
Ma come è stato possibile un avanzamento, in maniera tanto efficace, di quella che a tutti gli effetti risulta essere una necrosi della memoria?
Perché, mai come in questi due ultimi mesi, abbiamo sperimentato con tanta forza, e per la prima volta in Italia dopo la parentesi fascista, l’intrusione di altro virus, altrettanto pernicioso, quello del pensiero unico.
L’offensiva del pensiero unico, vivissimo senza particolari dissidenze, è stata facilitata e per certi versi indotta dall'adozione di misure quali il distanziamento sociale e l’isolamento. Abbiamo già detto del dilagare della retorica dell’eroismo e dell’appartenenza. Ed è altrettanto corretto osservare oggi, l’espressione opposta di quello stesso pensiero unico: la carica massiccia di paggi e vassalli della politica verso la riapertura di ogni distretto economico del paese. Ritenuta a furor di popolo immediatamente necessaria, da effettuarsi in maniera totale e assoluta. Istantanea se possibile.
Si è giocato con la diffusione di una vecchia pratica, quella della persuasione di massa, che ha avuto dalla sua parte alleati forti: la paura della morte, la negazione del futuro, il peccato originale. E badate bene non c’è stato bisogno di manovre occulte. Tutto è stato agito in chiaro. E oggi il meccanismo medesimo si trasforma in impazienza, nella negazione di ciò che è stato, e ancora può accadere. Un altro copione, che nega il precedente.
L’incapacità di adottare posizioni intermedie, o se preferite alternative ha toccato la maggior parte di noi. Rare le dissidenze, ma sempre trascinate dalla corrente dello stesso fiume. Non è il momento della polemica, ricorderete questa parola d’ordine. Forse.
Tutto questo è accaduto, anche, perché siamo stati costretti ad abbeverarci alla fonte unica dell’informazione: l’establishment. Quella fonte possiamo chiamarla in alternativa governo, o capitale, o sistema. E come ancora si preferisce, e certo non mancano altri termini. Soprattutto nel primo periodo di lock down è stato impossibile qualsiasi processo di controinformazione e di analisi indipendente.
L’isolamento ci ha privato del confronto sociale, e della fisicità del trovarsi faccia a faccia. In assemblea, in sezione, in fabbrica. In Parlamento, o in un Consiglio comunale. Più semplicemente al bar. E ha costretto i media, a subire e dover utilizzare quasi esclusivamente fonti ufficiali, interessate appunto a riscrivere una realtà addomesticata.
Provate a guardare lo stesso programma televisivo, restando in casa e a commentarlo al telefono. Se il giudizio non coinciderà, in ogni caso la discussione verrà portata avanti con gli argomenti contenuti in quel format e appena stampati nella vostra memoria. È molto probabile che si resti chiusi in una gabbia mentale, che non ci farà guardare altrove. Ripetendo il meccanismo perverso del Truman Show, dove si comandano vite apparentemente libere.
Nell’agorà si forma l’opinione della polis. Nella piazza vive (almeno così dovrebbe essere), il confronto tra i cittadini che comanda alla politica l’indirizzo non derogabile. L’agorà in questo momento ci è stata tolta. È stata spenta. Se verranno ripristinati pienamente i nostri diritti, questo avverrà il 31 luglio. Ma è giusto interrogarci sul dopo. Abbiamo parlato non erroneamente di peccato originale. Ogni reclusione porta con sé senso di colpa e frustrazione. Poi, nella reclusione si può trovare rassicurazione. Uno stato d’animo dove delegare la gestione dei propri diritti diventa una opzione possibile e semplificatrice. Assolutoria come una penitenza dopo la confessione. Leggi: la ricerca dell’uomo forte; la scelta dell’autoreclusione del libero pensiero.
Se ci pensate bene, siamo di fronte all’invenzione di un dio profano, anzi a dire meglio al riconoscimento unilaterale dell’esistenza di una entità, che per noi decide senza troppe chiacchiere e garanzie. Volete chiamarla destino? Così sia. Ma a dio e al destino come si fa opposizione?
Per tornare con i piedi per terra, da oggi 11 maggio, il Transatlantico parlamentare è stato chiuso ai cronisti accreditati. Non accadeva dal 1946. Che si tratti di una interdizione temporanea, o diventerà costume e imposizione permanente? Non è dato saperlo.

Mario De Pasquale

Lo sfruttamento degli operai agricoli e l'oscena ipocrisia della morale borghese

La polemica sulla regolarizzazione dei braccianti immigrati

Il capitalismo è un modo di produzione fallito. Esso produce un ordine sociale in putrefazione. “La cancrena del capitalismo porta con sé quello della società moderna, diritto e morale compresi”. Sono le parole di Trotsky nel 1939, riportate nel suo scritto La loro morale e la nostra. A guardare quello che succede sul capo delle operaie e degli operai agricoli, sembrano scritte oggi.

Tra le altre conseguenze dell'emergenza da coronavirus c'è la crisi del settore agricolo di produzione primaria. La stagione è bella e ci si aspetterebbe un buon raccolto. A causa delle restrizioni necessarie per il contrasto dell'epidemia, però, sono venuti a mancare 300.000 braccianti agricoli in gran parte provenienti da paesi come la Romania e la Bulgaria. Il padronato agricolo lancia l'allarme, i propri investimenti sono a rischio e occorre che il governo provveda a integrare le braccia mancanti.
Il problema è che però la maggioranza dei braccianti immigrati sono tenuti nella clandestinità a causa di un mostruoso apparato giuridico che li costringe all'illegalità.
In condizioni normali questi “clandestini” vivono nell'ombra, come si dice, lontano dagli occhi e dal cuore. Ora l'emergenza sanitaria lancia la sua luce sinistra e costringe tutte le forze politiche, i soggetti sociali e l'opinione pubblica a gettare uno sguardo su questa categoria di lavoratrici e lavoratori essenziali che ogni giorno assicurano l'approvvigionamento alimentare a decine di milioni di italiani.

A questi lavoratori essenziali – eroi, stando ai parametri etici al tempo del coronavirus – viene normalmente riconosciuta l'ingente somma di 3 o 4 euro lordi per ora di lavoro! Un salario da fame che li costringe a vivere in squallide baraccopoli, senza riscaldamento, non dotate di apparato fognario, con servizi igenici fatiscenti e scarso accesso all'acqua potabile.

A questo punto lo scandalo assale l'ipocrita democratico piccolo-borghese, che subitaneamente individua la causa del male: il caporalato!
Certo, come se non bastasse, questi operai sono tormentati anche dai caporali, approfittatori di una forma illegale di intermediazione di mano d'opera dei cui proventi si interessa spesso anche la criminalità organizzata. Ma i caporali costituiscono solo l'ultimo anello di una catena criminale di sfruttamento. Tutta la filiera alimentare è segnata dallo sfruttamento dei braccianti. Su di esso si costituisce il margine di profitto dell'imprenditore agricolo, dal piccolo al grande, i cui prezzi di vendita del proprio prodotto sono in larga misura imposti dai grossisti, i quali a loro volta sono legati a doppia mandata alle capacità di smercio della Grande Distribuzione Organizzata in grado di imporgli le proprie condizioni.
Pochi grandi gruppi della GDO, tra i quali Coop, Conad, Esselunga, Eurospin, controllano il 75% del mercato al consumo. Hanno ricavi altissimi che si sono ulteriormente incentivati (oltre il 10%) a causa dell'emergenza sanitaria. La posizione dominante consente loro di comprimere al ribasso i prezzi, a tutto danno della filiera che porta i prodotti agricoli sugli scaffali. È uno dei meccanismi infernali del capitalismo, quello di abbassare i costi dei fabbisogni necessari al lavoratore per riprodurre semplicemente la propria forza lavoro, e perciò abbassare il salario medio a prezzi da discount. Mente al contempo si può aumentare il loro sfruttamento fino alle estreme conseguenze della condizioni inumane in cui vivono centinaia di migliaia di operaie e di operai del settore agricolo.

Quello descritto è il retroscena davanti al quale si esibisce la squallida rappresentazione teatrale delle forze politiche di governo e opposizione.
Un ministro di uno dei partiti più filopadronali, Italia Viva, la ministra dell'agricoltura Bellanova, si ingegna a tappare il buco di una tale mancanza di forza lavoro. La sua premura è evidentemente soccorrere gli interessi del capitalismo agrario, anche se non manca di rivestirla di una patina mielosa di sensibilità, a suo dire, verso le condizioni difficili in cui vivono i braccianti. Purtroppo per lei, il fatto stesso che proponga una regolarizzazione solo temporanea rende amaro quel miele e svela i suoi reali interessi.

Tuttavia basta questo a scatenare la canea nel governo, e tra questo e le forze di opposizione.
La destra, dall'opposizione, con il suo carico di propaganda xenofoba e razzista si scatena contro la sanatoria per “i clandestini” con l'intento di accontentare il piccolo e medio proprietario agricolo, in trattativa diretta con i caporali che gli offrono manodopera a prezzi stracciati. Nel governo, il M5S, il partito sedicente "degli onesti" e della moralizzazione della politica, in cerca di un recupero elettorale nel meridione (dove sono le aree agricole in cui avvengono i più gravi fenomeni di sfruttamento), rigurgita la pulsione anti-immigrazione di una grande parte della sua base militante e blocca perfino le modestissime proposte della ministra Bellanova. La risibile scusa è che ciò consentirebbe l'impunità dei caporali.

Insomma, un teatro osceno sulla pelle di lavoratrici e lavoratori che provvedono giornalmente all'approvvigionamento alimentare di milioni di concittadini al prezzo di forme inumane di sfruttamento.
Potremmo dire che il capitalismo fa abbastanza schifo da sé, senza bisogno di queste scene vomitevoli. Ma l'imputridimento morale della borghesia apre un baratro senza fondo nella coscienza collettiva tra la loro morale e quella proletaria, la loro morale e la nostra, appunto.
Una volta di più, allo sfacelo politico e morale dell'ordine borghese l'unica soluzione è la lotta unita delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori, indigeni e migranti, sulla base di una vertenza unitaria di tutto il mondo del lavoro che includa tra le altre, le rivendicazioni:

- abolizione del reato di clandestinità;
- abolizione di tutte le leggi discriminanti contro i migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini ai più recenti decreti sicurezza;
- liberalizzazione dei flussi migratori;
- istituzione in agricoltura del collocamento pubblico obbligatorio sotto il controllo delle associazioni dei lavoratori bracciantili;
- contratto collettivo nazionale per le operaie e gli operai agricoli;
- nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle aziende grossiste dei prodotti agro-zootecnici;
- nazionalizzazione della GDO del settore agro-zootecnico sotto controllo operaio e senza indennizzo per i grandi azionisti


Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste rivendicazioni in tutte le occasioni di azione unitaria delle forze politiche e sindacali classiste, così come in tutte le mobilitazioni della classe lavoratrice contro le politiche del padronato, del governo, di istituzioni e forze politiche sue complici, e contro il capitalismo e la sua ennesima crisi.
Partito Comunista dei Lavoratori