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Una testimonianza della lotta dei lavoratori Whirlpool


Pubblichiamo una dichiarazione di un operaio della Whirlpool sugli ultimi sviluppi della lotta di resistenza contro la chiusura dello stabilimento di Napoli della multinazionale

Buonasera, sono Antonio Donnarumma, operaio della Whirlpool di Napoli, e voglio aggiornarvi su quello che sta succedendo nella fabbrica dove lavoro.

La vertenza Whirlpool è ormai tristemente nota per tutto quello che sta rappresentando, sia per il mondo sindacale sia per il mondo del lavoro, in quanto il 31 ottobre scorso ha licenziato 350 operai della fabbrica e altri 700 operai facenti parte dell’indotto.
Dal primo novembre la fabbrica è presidiata 24 ore su 24 dagli operai, e nonostante l’emergenza Covid, stiamo gestendo le turnazioni in modo da non lasciare mai il presidio, ma allo stesso tempo di non creare assembramenti. Il presidio è davanti alla portineria, e mantenendo il distanziamento possono starci al massimo 40 persone.

Siamo in una situazione di stallo totale, ma ancora più preoccupante è che siamo in una situazione di silenzio totale. Mentre il sindacato chiede la costituzione di tavoli permanenti, dall’altra parte il governo sembra non sentire la voce dei lavoratori e soprattutto sembra essersi arreso alla volontà della multinazionale. Questo lo dico perché in settimana durante un’interrogazione parlamentare fatta dai senatori Ruotolo ed Errani, il Ministro per lo Sviluppo Economico Patuanelli ha detto che non ci sono più mezzi per fare in modo che la direzione Whirlpool torni indietro, e che sono state avviate trattative con diversi imprenditori “seri” che dovrebbero rilevare la fabbrica con tutti i lavoratori.
Noi lavoratori non crediamo a questa soluzione, anche perché in più di un’occasione, soprattutto durante l’ultima campagna elettorale, il ministro Patuanelli, la candidata alla Regione Campania per il M5S Valeria Ciarambino, e il ministro Di Maio assicurarono che la fabbrica non avrebbe chiuso, e che sarebbe stato loro preciso impegno scongiurare tale chiusura, fatto sta che la chiusura c’è stata.

Riteniamo inaccettabile sia che in diciotto mesi il governo non abbia preparato un piano, da una parte per costringere la multinazionale Whirlpool a tenere la fabbrica aperta, dall’altra per tutelare oltre mille posti di lavoro; sia che venga data la possibilità ad una multinazionale di aprire una fabbrica e poi di chiuderla alla bisogna.
Prendiamo atto pertanto della mancanza di autorevolezza e di competenza dello Stato nel gestire queste situazioni.

Se le restrizioni anti-Covid lo permetteranno, nelle prossime settimane intraprenderemo ulteriori azioni di lotta, in aggiunta a quelle già fatte in autostrada, ferrovia e aeroporto. Purtroppo non è facile con le restrizioni adottate nelle zone rosse, ma contiamo di riuscire a portare avanti la nostra causa.
Nel frattempo stiamo aspettando una convocazione al MISE per una soluzione seria e che includa Whirlpool, e voglio ribadire che non è tollerabile che sia consentito ad una multinazionale di entrare, acquisire soldi pubblici e chiudere licenziando migliaia di lavoratori.

Colgo l’occasione per ringraziare l’area di minoranza CGIL, che ha fatto mettere all'ordine del giorno una relazione sulla nostra situazione, e che si è impegnata a promuovere la nostra cassa di resistenza, istituita lo scorso anno per far fronte alle spese delle manifestazioni e del presidio permanente. Assieme agli altri operai ringrazio e ringraziamo tutti i sodali, la risposta che stiamo ricevendo, sia come partecipazione alle iniziative di lotta sia come contributo alla cassa di resistenza. Significa che dopo anni si sta ricostituendo una coscienza di classe, che è stata nel tempo progressivamente e colpevolmente smantellata, ma che ora stiamo dimostrando di avere.
Concludo dicendo solo che uniti si vince!



Per sostenere la cassa di resistenza:

Conto Cral - 106810, intestato a Cral aziendale Whirlpool Napoli

Codice IBAN IT81 N030 6909 6061 0000 0106 810

Antonio Donnarumma

Pioggia di miliardi per i capitalisti, elemosine per i lavoratori

Con il decreto rilancio Confindustria va di nuovo all'incasso

«Con il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi ci siamo confrontati spesso». Le parole del ministro Patuanelli danno la chiave di lettura del "decreto rilancio", un decreto scritto in larga misura da Confindustria. Per le imprese una pioggia di miliardi, per il resto spiccioli e avanzi.


CONFINDUSTRIA VA ALL'INCASSO

Gli industriali ottengono di tutto e a mani basse. Innanzitutto viene soppressa l'IRAP per la tranche di giugno. Quattro miliardi regalati a tutte le imprese che stanno dentro un fatturato di 250 milioni. In piena emergenza sanitaria si amputa la principale base fiscale d'appoggio della sanità pubblica. Uno scandalo. Aggravato dal fatto che la regalia riguarda indistintamente tutte le imprese, anche quelle – non poche – che si sono arricchite in questi mesi di crisi (farmaceutico, digitale, parte dell'alimentare...). Confindustria ha ottenuto un acconto (il 40% del gettito IRAP), ora chiede che la prossima Legge di stabilità cancelli integralmente la tassa.

A questo si aggiungono il credito d'imposta del 60% per le imprese sotto i 5 milioni, contributi a fondo perduto in base al volume del fatturato, una detrazione del 30% per gli aumenti di capitale dai 5 ai 50 milioni, altri 6 miliardi di risorse pubbliche per le PMI sotto i 250 dipendenti attraverso il fondo pubblico Invitalia, chiamato a comprare i titoli di debito delle aziende in questione, da ripagare in sei anni.
Attenzione: “Se le aziende manterranno i livelli occupazionali il rimborso del debito avverrà senza interessi”. Dunque il decreto già annuncia di fatto la prossima fine del blocco dei licenziamenti. Se licenziare o meno lo deciderà il padrone in base alle proprie convenienze. E non c'è l'articolo 18 a fare barriera.

Il governo non dimentica certo le grandi imprese, sopra la soglia dei 250 milioni di fatturato. Qui opera la Cassa Depositi e Prestiti, opportunamente rimpinguata con un volume patrimoniale a regime di 50 miliardi. La Cassa provvede alla ricapitalizzazione delle grandi aziende in difficoltà attraverso l'acquisto diretto di pacchetti azionari, ma restando al di fuori del consiglio di amministrazione aziendale per non violare il recinto della proprietà. Insomma, un puro soccorso assistenziale ai capitalisti coi soldi di tutti, cioè dei lavoratori.

«Per le imprese intanto ci sono oltre 20 miliardi in questo decreto. La cosa più importante ora è agire sulla fiducia: lo Stato deve lasciare libere le imprese», dichiara orgoglioso il ministro Patuanelli (La Repubblica, 14 maggio). Non sappiamo se i capitalisti ricambino la fiducia. Ma certo la fiducia del governo verso i capitalisti non poteva essere più incondizionata di così. Una pioggia di miliardi a tutti.
“Dobbiamo salvare le imprese” recita il credo generale. Ma se per salvare i capitalisti sono necessarie, ancora una volta, immense risorse pubbliche, perché non nazionalizzare le aziende e porle sotto controllo operaio? Sarebbe ad un tempo una misura di risparmio e di razionalità sociale. La vera lotta agli sprechi che piace tanto a Confindustria avrebbe finalmente una traduzione vera.


GLI AVANZI PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

La verità è che fuori da questa soluzione anticapitalista e rivoluzionaria c'è posto solo per le elemosine, come mostra bene il resto del decreto. Avanzi, scarti, frattaglie, tra mille paletti e restrizioni. Le briciole che cadono dal tavolo dei padroni.

Una cassa integrazione centellinata per non sforare i limiti di spesa. Nessuna soluzione per i moltissimi cassaintegrati in deroga che non hanno visto ancora un centesimo e che non sanno come campare. L'anticipo del 40% della cassa da parte dell'INPS per le domande prossime, il resto “attendere”.
Quanto al reddito di emergenza di ultima istanza rimane una miseria di 400 euro, un obolo penoso di carità, meno di un miliardo di euro.
Infine la regolarizzazione sbandierata dei lavoratori irregolari taglia fuori l'edilizia e la logistica, centinaia di migliaia di sfruttati, i due terzi della platea potenziale, mentre il terzo beneficiato (braccianti, colf, pescatori) ottiene una precaria regolarizzazione a tempo, alla quale per di più può accedere solo chi sopravvive al setaccio di mille condizioni. Un decreto fatto non per i lavoratori e i loro diritti, ma per Coldiretti e Confagricoltura, che cercano braccia, non persone.

Le burocrazie sindacali sembra non abbiano nulla da dire, anche se non hanno toccato palla. Si accontentano di fare da tappeto per gli incontri fra Bonomi e governo.

Costruire una iniziativa indipendente di classe e di massa attorno ad una piattaforma indipendente è più che mai una esigenza centrale e prioritaria.
Partito Comunista dei Lavoratori