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Cospito e Benetton, il mondo capovolto della società borghese


 La società borghese, come diceva Marx, è un mondo capovolto che poggia sulla testa anziché sui piedi.


Il crollo del Ponte Morandi, dovuto al “risparmio” sulle manutenzioni, ha assassinato 46 persone. Eppure Benetton non solo non è in galera ma ha incassato 8 miliardi da Cassa Depositi e Prestiti, cioè dallo Stato, che ha generosamente acquistato le sue azioni. Alfredo Cospito non ha ammazzato nessuno, eppure, per volontà dello Stato, giace al 41 bis senza poter appendere al muro della cella la foto dei propri cari.

Rovesciare l'ordine esistente, rimettere il mondo sui propri piedi, è l'unico modo di fare giustizia.
Solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Pioggia di miliardi per i capitalisti, elemosine per i lavoratori

Con il decreto rilancio Confindustria va di nuovo all'incasso

«Con il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi ci siamo confrontati spesso». Le parole del ministro Patuanelli danno la chiave di lettura del "decreto rilancio", un decreto scritto in larga misura da Confindustria. Per le imprese una pioggia di miliardi, per il resto spiccioli e avanzi.


CONFINDUSTRIA VA ALL'INCASSO

Gli industriali ottengono di tutto e a mani basse. Innanzitutto viene soppressa l'IRAP per la tranche di giugno. Quattro miliardi regalati a tutte le imprese che stanno dentro un fatturato di 250 milioni. In piena emergenza sanitaria si amputa la principale base fiscale d'appoggio della sanità pubblica. Uno scandalo. Aggravato dal fatto che la regalia riguarda indistintamente tutte le imprese, anche quelle – non poche – che si sono arricchite in questi mesi di crisi (farmaceutico, digitale, parte dell'alimentare...). Confindustria ha ottenuto un acconto (il 40% del gettito IRAP), ora chiede che la prossima Legge di stabilità cancelli integralmente la tassa.

A questo si aggiungono il credito d'imposta del 60% per le imprese sotto i 5 milioni, contributi a fondo perduto in base al volume del fatturato, una detrazione del 30% per gli aumenti di capitale dai 5 ai 50 milioni, altri 6 miliardi di risorse pubbliche per le PMI sotto i 250 dipendenti attraverso il fondo pubblico Invitalia, chiamato a comprare i titoli di debito delle aziende in questione, da ripagare in sei anni.
Attenzione: “Se le aziende manterranno i livelli occupazionali il rimborso del debito avverrà senza interessi”. Dunque il decreto già annuncia di fatto la prossima fine del blocco dei licenziamenti. Se licenziare o meno lo deciderà il padrone in base alle proprie convenienze. E non c'è l'articolo 18 a fare barriera.

Il governo non dimentica certo le grandi imprese, sopra la soglia dei 250 milioni di fatturato. Qui opera la Cassa Depositi e Prestiti, opportunamente rimpinguata con un volume patrimoniale a regime di 50 miliardi. La Cassa provvede alla ricapitalizzazione delle grandi aziende in difficoltà attraverso l'acquisto diretto di pacchetti azionari, ma restando al di fuori del consiglio di amministrazione aziendale per non violare il recinto della proprietà. Insomma, un puro soccorso assistenziale ai capitalisti coi soldi di tutti, cioè dei lavoratori.

«Per le imprese intanto ci sono oltre 20 miliardi in questo decreto. La cosa più importante ora è agire sulla fiducia: lo Stato deve lasciare libere le imprese», dichiara orgoglioso il ministro Patuanelli (La Repubblica, 14 maggio). Non sappiamo se i capitalisti ricambino la fiducia. Ma certo la fiducia del governo verso i capitalisti non poteva essere più incondizionata di così. Una pioggia di miliardi a tutti.
“Dobbiamo salvare le imprese” recita il credo generale. Ma se per salvare i capitalisti sono necessarie, ancora una volta, immense risorse pubbliche, perché non nazionalizzare le aziende e porle sotto controllo operaio? Sarebbe ad un tempo una misura di risparmio e di razionalità sociale. La vera lotta agli sprechi che piace tanto a Confindustria avrebbe finalmente una traduzione vera.


GLI AVANZI PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

La verità è che fuori da questa soluzione anticapitalista e rivoluzionaria c'è posto solo per le elemosine, come mostra bene il resto del decreto. Avanzi, scarti, frattaglie, tra mille paletti e restrizioni. Le briciole che cadono dal tavolo dei padroni.

Una cassa integrazione centellinata per non sforare i limiti di spesa. Nessuna soluzione per i moltissimi cassaintegrati in deroga che non hanno visto ancora un centesimo e che non sanno come campare. L'anticipo del 40% della cassa da parte dell'INPS per le domande prossime, il resto “attendere”.
Quanto al reddito di emergenza di ultima istanza rimane una miseria di 400 euro, un obolo penoso di carità, meno di un miliardo di euro.
Infine la regolarizzazione sbandierata dei lavoratori irregolari taglia fuori l'edilizia e la logistica, centinaia di migliaia di sfruttati, i due terzi della platea potenziale, mentre il terzo beneficiato (braccianti, colf, pescatori) ottiene una precaria regolarizzazione a tempo, alla quale per di più può accedere solo chi sopravvive al setaccio di mille condizioni. Un decreto fatto non per i lavoratori e i loro diritti, ma per Coldiretti e Confagricoltura, che cercano braccia, non persone.

Le burocrazie sindacali sembra non abbiano nulla da dire, anche se non hanno toccato palla. Si accontentano di fare da tappeto per gli incontri fra Bonomi e governo.

Costruire una iniziativa indipendente di classe e di massa attorno ad una piattaforma indipendente è più che mai una esigenza centrale e prioritaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

A chi vanno i quattrocento miliardi? E chi li paga?

Il “poderoso” intervento del governo a favore delle banche e a spese dei salariati

7 Aprile 2020
Le imprese vengono garantite dalle banche. Che vengono garantite dallo Stato. Che viene garantito da... lavoratori dipendenti e pensionati
«Un volume di fuoco mai visto», «l'intervento più poderoso della storia d'Italia». Le iperboli si sprecano sulla bocca del Presidente del Consiglio per magnificare le misure economiche varate ieri. Al netto della propaganda tronfia, c'è un nucleo di verità nelle parole di Conte, perché l'intervento è davvero poderoso. Ma a favore di quale classe? E chi è chiamato a pagare il conto? Questi interrogativi elementari sgonfiano il pallone della retorica e riportano le cose alla realtà. Realtà purtroppo assai miserabile. Nella più grande crisi sanitaria e sociale del dopoguerra, il governo italiano ha stanziato 3,5 miliardi per la sanità mentre ha posto 400 miliardi di risorse pubbliche a garanzia delle banche e a favore delle imprese, incluse naturalmente le imprese della sanità privata, che destinano l'1% alle terapie intensive perché poco remunerative. Oppure le imprese che gestiscono il ricco business delle residenze per anziani e case di riposo dove si sono condannati a morte in stato di abbandono centinaia di ospiti indifesi.


LA GIOIA DEI CAPITALISTI

Ma è bene andare più nel dettaglio. Garantire la liquidità alle imprese è la parola d'ordine di tutti i partiti borghesi, al governo e all'opposizione. La liquidità la garantiscono le banche attraverso i prestiti. Ma le banche devono essere garantite a loro volta dal rischio, tutt'altro che remoto, che le imprese non ripaghino il debito contratto. Chi, dunque, garantisce le banche? Lo Stato, che mette una montagna di miliardi pubblici a copertura dei loro prestiti. Il messaggio è esplicito: prestate pure alle imprese “senza valutazione andamentale”, cioè senza far loro i conti in tasca. I conti in tasca fateli a un cassaintegrato, a un precario, a un disoccupato che non sa come pagare affitto o mutuo, e a cui infatti negate il credito. Ma ai capitalisti no, a quelli dovete dar soldi a prescindere, con un tasso più basso e a lunga scadenza (6 anni), perché sulle imprese avete le spalle coperte dallo Stato. Il quale stanzia peraltro altri trenta miliardi a copertura delle proprie garanzie. Ma chi copre a sua volta, di grazia, le spalle allo Stato? I contribuenti, naturalmente. Cioè in primo luogo i lavoratori dipendenti e i pensionati che reggono sulle proprie spalle l'80% del carico fiscale, mentre le tasse sui profitti (Ires) sono passate in poco più di dieci anni dal 34% al 20%. Qui il cerchio si chiude. Il «più poderoso intervento economico del dopoguerra» è a carico dei lavoratori e delle lavoratrici: quelli che vengono mandati in fabbrica, negli ospedali, nei supermercati, senza protezioni e sicurezza, dalle stesse imprese che intascano il malloppo. Chi può meravigliarsi se ieri la borsa di Milano è esplosa di gioia al solo annuncio di queste misure? Nello stesso giorno in cui la città contava 112 morti di coronavirus in ventiquattr'ore, Piazza Affari brindava a champagne. Del resto gli affari sono affari, e la pecunia certo non olet.


IL SORRISO DELLE BANCHE

Intascano i padroni di ogni taglia. I padroni piccoli e medi (fino a 499 dipendenti) con le garanzie offerte da un apposito fondo, ma anche i grandi padroni (da 500 dipendenti in su) grazie al sostegno della SACE, controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti. Intascano soprattutto le banche, che possono prestar soldi à gogo senza rischiare praticamente nulla.

Già, le banche. C'è una ragione di fondo che spiega la protezione delle banche da parte dello Stato. Le banche sono le detentrici del debito pubblico italiano. Sono quelle che assieme alle assicurazioni comprano la maggior quantità di titoli pubblici emessi dallo Stato. Quando si parla di debito pubblico si parla del debito dello Stato verso le banche. E non le banche tedesche, come vorrebbe la propaganda sovranista un tanto al chilo, che purtroppo furoreggia anche in ambienti della sinistra. Ma le banche italiane: Unicredit, Banca Intesa, le grandi banche del salotto buono, quelle che controllano con propri pacchetti azionari parecchi organi di stampa. Più lo Stato ha tagliato le tasse sui capitalisti, più ha dovuto indebitarsi sul mercato finanziario con le banche (anch'esse beneficiarie a loro volta dei tagli fiscali ai profitti), pagando ogni anno gli interessi sul debito, da 60 a 80 miliardi annui. Interessi che cumulandosi gli uni sugli altri hanno trascinato un debito pubblico mostruoso, che oggi si attesta sul 130% sul Pil, ma che ora, gravato dai nuovi sostegni alle imprese, veleggia verso il 150%. Coprire le spalle alle banche è allora coprire le spalle ai propri creditori, mentre le banche trovano nello Stato il proprio cliente preferito, quello che può mettere a loro disposizione una montagna di risorse pubbliche pagate da tutti. Il poderoso intervento del governo ha innanzitutto questo significato.


L'ASSISTENZA PUBBLICA DEL PROFITTO PRIVATO

Contro le favole raccontate a sinistra sul primato del capitalismo “liberista”, da correggere con l'intervento dello Stato (“più Stato, meno mercato”), il capitalismo è più che mai un capitalismo assistito. In ogni paese e continente. Né le imprese né tanto meno le banche potrebbero mai fare a meno della montagna di miliardi che lo Stato mette a loro disposizione prelevandoli dal portafoglio dei salariati o tagliando la sanità, le pensioni, l'istruzione. Così è stato in particolare dopo la grande crisi del 2008, così sarà a fronte della nuova grande recessione che si annuncia.

Questa verità è rivoluzionaria. Se grandi imprese e banche vivono di assistenza pubblica, salvo portare in Lussemburgo o in Olanda la residenza fiscale, per quale ragione non dovrebbero essere nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori? Per quale ragione l'intera società deve essere salassata per continuare a sorreggere un piccolo mondo parassitario di tagliatori di cedole? Per quale ragione le risorse pubbliche debbono porsi al servizio del profitto privato invece che dei bisogni della collettività, della salute, del lavoro?

L'esperienze delle politiche borghesi, sullo sfondo del coronavirus, ripropone una volta di più la prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria quale unica soluzione razionale dei grandi problemi della società. L'unica via che possa restituirle l'umanità.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sostegno pubblico a un'azienda criminale?

Una vera nazionalizzazione è l'unica via

20 Novembre 2019
Un clamoroso paradosso sta emergendo su ArcelorMittal. Diverse procure aprono indagini sulle condotte del gruppo. Roba pesante: aggiotaggio, false comunicazioni, appropriazione indebita. I nuovi acquirenti di ex Ilva compravano materie prime a prezzi gonfiati da altre imprese del gruppo, e vendevano a prezzi stracciati a proprie consociate che hanno sede in Olanda e Lussemburgo (dove pagano tasse irrisorie); i parchi minerari sono stati progressivamente svuotati in sei mesi nella prospettiva di una chiusura già programmata; le manutenzioni ordinarie sono state da tempo dismesse, aggravando l'insicurezza del lavoro in fabbrica. In poche parole, gli azionisti di ArcelorMittal hanno volutamente depauperato l'azienda per poi imporne la chiusura. Si sono appropriate dell'Ilva non per continuare a produrre acciaio italiano da vendere all'estero, ma per vendere anche in Italia acciaio prodotto all'estero dopo aver chiuso Taranto.
Una condotta truffaldina e criminale.

Eppure nelle stesse ore in cui tutto questo emerge, il governo Conte moltiplica le offerte sottobanco all'azienda per convincerla a restare. L'offerta del menù è varia: o l'ingresso nel capitale della Cassa Depositi e Prestiti, o la partecipazione diretta del Tesoro, o uno spezzatino aziendale con lo Stato che si fa carico degli esuberi (bad company), o una combinazione di tutte queste misure. Il loro significato è semplice: lo Stato soccorre con risorse pubbliche il profitto privato degli azionisti. Non solo. Se gli azionisti accettano, il governo offre loro il sospirato scudo penale, che l'azienda chiede non a caso sulla stessa sicurezza sul lavoro.

In conclusione: il governo Conte offre ad un'azienda criminale non solo risorse pubbliche, ma l'impunità. Non sappiamo se ArcelorMittal accetterà, sappiamo che è un mercimonio immondo. Le burocrazie sindacali, Maurizio Landini in testa, non hanno nulla da dire su questo? Sembra di no. Anzi, sembrano essere il principale supporto del governo Conte e della sua linea, sull'Ilva come sulla finanziaria.

La nazionalizzazione dell'ex Ilva, senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori, si conferma una volta di più non solo come l'unica premessa di una necessaria riconversione a tutela del lavoro e della salute, ma anche come l'unica soluzione morale, per gli operai e per la popolazione tarantina.
Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio e i padroni

Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore ha ospitato sabato 8 dicembre una lunga lettera aperta agli industriali del Ministro Luigi Di Maio, con tanto di titolo di apertura di prima pagina: “Di Maio alle imprese: lavoriamo insieme”.

Il titolo tiene fede all'articolo. Un ministro del lavoro che ignora le pietose richieste di incontro delle burocrazie sindacali propone formalmente ai padroni «un metodo di confronto continuo»: l'avvio di un «tavolo permanente per le piccole e medie imprese» per «permettervi di fare gli imprenditori» e «capire insieme qual è la direzione che deve prendere lo sviluppo dell'Italia».

Il cuore mieloso della lettera è naturalmente la Legge di stabilità.
Nello stesso momento in cui il governo svuota ulteriormente le proprie elemosine sociali su reddito e pensioni per rassicurare le banche e la Commissione Europea, Di Maio garantisce pubblicamente i padroni sui vantaggi della finanziaria per i loro profitti: abbassamento delle tasse al 15% per le piccole imprese nel 2019, con la promessa di estenderlo nel 2020; abbattimento dell' IRES dal 24% al 15% (anche per chi “assume” lavoro precario); proroga del superammortamento renziano per gli investimenti; sgravio contributivo sino a 80.000 euro l'anno per le assunzioni a tempo indeterminato; un miliardo ogni anno per la sovvenzione degli investimenti in “alta tecnologia”... Infine l'annuncio per il futuro di 200 miliardi mobilitati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti per le infrastrutture, e l'ulteriore liberalizzazione del codice degli appalti (quella che moltiplica gli omicidi bianchi).

Dopo l'offerta di un simile bengodi, Di Maio conclude la lettera ai padroni con parole alate: «L'Italia è come una maestosa aquila che si è spezzata le zampe... Se lavoreremo insieme presto potremmo nuovamente spiccare il volo». A prescindere dall'incerta sintassi, il messaggio è inequivoco: il M5S offre le ali ai capitalisti, come hanno fatto negli ultimi decenni tutti i governi padronali, nessuno escluso. Con una differenza duplice: il M5S si rivolge a tutti i padroni, non solo ai grandi; e porta loro in dote il consenso sociale di milioni di operai, impiegati, disoccupati, cioè di quelli che continueranno a pagare l'80% del carico fiscale per finanziare le regalie alle imprese.

In conclusione: Di Maio vuole contendere alla Lega il blocco piccolo-medio borghese proprietario del Nord, per la stessa ragione per cui Salvini vuole scendere a Sud e invadere le roccaforti elettorali 5 Stelle. I due imbroglioni di governo si disputano le grazie dei padroni, mentre invocano i voti degli sfruttati.
Sino a quando reggerà questa truffa?
10 dicembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio & Salvini, tangenti e costruttori

Il "governo del cambiamento" e lo scandalo di Roma

14 Giugno 2018

“Onesta, onestà” hanno gridato a gran voce i capi pentastellati per incassare i voti.
“Basta Roma ladrona” ha urlato per vent'anni il megafono della Lega.
Oggi la vicenda dello Stadio di Roma fa tabula rasa di tanta candida innocenza.

Il punto non è giudiziario, è politico. Non ci interessa la cronaca minuta dei dettagli, ma l'assoluta evidenza del dato di fondo: lo stretto intreccio tra capitale e governo, non solo a livello capitolino.

Intanto guardiamo i fatti. Un grande costruttore (Luca Parnasi) promuove il progetto del nuovo stadio di Roma a immagine e somiglianza dei propri interessi. Il supermanager di riferimento del M5S (l'avvocato Alfredo Lanzalone) diventa il primo referente del costruttore e del suo progetto edilizio, in cambio di contropartite per il proprio studio legale e della sponsorizzazione all'ingresso in Cassa Depositi e Prestiti. La giunta Raggi è il luogo istituzionale dello scambio: un vero comitato d'affari dell'operazione. Al punto che l'assessore Paolo Berdini, contrario al progetto, viene “dimesso” per sgombrare il campo da ogni ostacolo.

Una vicenda locale, si obietterà, che riguarda la Raggi e il suo destino. Sbagliato. Il costruttore Parnasi è tra i maggiori finanziatori a livello nazionale della Lega di Salvini, oggi ministro degli Interni, tramite il foraggiamento di una sua onlus (“Più voci”). L'avvocato Lanzalone è il principale consulente legale a livello nazionale del M5S, al punto da essere l'estensore del nuovo statuto pentastellato; è il principale reclutatore di nomine in quota M5S per le aziende partecipate e per il sottogoverno; è il grande procacciatore di relazioni per Luigi di Maio - capo politico del M5S, ministro del Lavoro e Vicepresidente del Consiglio - negli ambienti confindustriali e finanziari; è legato direttamente e a doppio filo a Casaleggio e Grillo, e per loro tramite a Bonafede, oggi ministro della Giustizia, e a Fraccaro, oggi ministro dei Rapporti con il Parlamento.

Ciò significa che non solo la sindaca Virginia Raggi, ma anche i massimi vertici del M5S e del governo sono toccati, in forme diverse, dallo scandalo di Roma. Un progetto di stadio sventra-Capitale, offerto al “popolo” per una contropartita elettorale, è diventato una mina vagante di prima grandezza per il governo leghista a cinque stelle.

Vedremo gli sviluppi giudiziari. Ma il significato della vicenda è indubbio. Chi governa il sistema capitalista, a qualsiasi livello, è inevitabilmente coinvolto nelle regole del gioco, corruzione inclusa. Tutta la partita della cosiddetta urbanistica contrattata lega le amministrazioni agli interessi dei costruttori. Tutti i partiti di governo, locali e nazionali, finiscono sul libro paga dei capitalisti, in forma diretta o indiretta, chiara o opaca. È stato così per i partiti tradizionali della Prima e Seconda Repubblica; è così per i nuovi partiti di governo della Terza.

Il fatto che tutto questo accada a pochi giorni dalla nascita del nuovo governo nel nome solenne del cambiamento, misura solo la distanza tra rappresentazione e realtà. I governi cambiano, ma la realtà resta: quella del capitalismo. Quella che «...nessun mutamento di partiti, persone, istituzioni potrà mai cambiare» (Lenin, 1919)
Partito Comunista dei Lavoratori