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Nessuno sconto a questa finanziaria di lacrime e sangue

 


Testo del volantino distribuito in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre

La Finanziaria 2026 è la fotografia più chiara della direzione presa da chi governa: un Paese dove chi lavora deve pagare tutto, mentre chi comanda continua a vivere al riparo da ogni sacrificio: l’ennesimo assalto ai diritti, ai salari e alla dignità della classe lavoratrice.

Aumentano le imposte indirette, diminuiscono le detrazioni, si riduce ciò che resta in busta paga. Ancora una volta, l’inflazione la pagano gli operai, i turnisti, i precari, chi vive davvero del proprio sudore. Chi sta al governo, invece, continua a recitare la farsa dei “redditi da tutelare”, mentre svuota le tasche proprio di quelli che lavorano per tenere in piedi ospedali, scuole, fabbriche, trasporti.

Un altro colpo arriva sul fronte del welfare. Invece di rafforzare le tutele in un paese dove milioni di persone sono intrappolate nella precarietà, la manovra taglia ancora. Meno fondi per la formazione, meno risorse per chi perde il lavoro, meno strumenti per affrontare transizioni industriali sempre più brutali.

E poi c’è la questione delle pensioni. Con la Finanziaria 2026 diventa ancora più difficile andare in pensione in tempi umani. Nuovi requisiti, nuove restrizioni, nuovi ostacoli. Come se chi ha passato una vita nei reparti, nelle officine, sui turni di notte o nei lavori usuranti potesse continuare eternamente.

Il tratto più rivelatore di questa manovra, però, è la totale assenza di un piano per alzare i salari, per creare occupazione stabile, per ridurre gli orari, per investire nei settori strategici. Zero. Solo tagli a difesa di un sistema che continua a imporre sacrifici a chi lavora mentre garantisce margini e rendite a chi vive di profitti.

La Finanziaria 2026 non è un incidente né un errore tecnico: è un documento politico che racconta chiaramente da che parte sta il potere. E non è certo dalla parte dei lavoratori. È dalla parte di chi considera la forza-lavoro un costo da ridurre. Dalla parte di chi preferisce alleggerire i conti dei privilegiati anziché riconoscere il valore della fatica quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori. Nel 2026, a quanto pare, chi lavora deve ancora pagare per tutti. È questa la linea: colpire chi crea la ricchezza per continuare a favorire
chi la accumula.

Nonostante le potenzialità che tutti abbiamo visto il 3-4 ottobre, la CGIL ed i sindacati di base non hanno trovato una data unitaria per dare vita ad una vertenza generale unificante in grado di contrapporsi a questa aggressione che il governo Meloni porta ai diritti della classe lavoratrice.

È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere:

aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di
quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400- 500 euro;

ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario;

abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici;

abolizione dell’autonomia differenziata, che riduce salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud;

abolizione di tutte le leggi antisciopero e del Decreto legge sicurezza che criminalizza le lotte;

nemmeno un euro per il riarmo! In Italia si passerà da 45 miliardi nel 2025 a oltre 146 miliardi annui nel 2035 (più dell’importo della spesa per la sanità pubblica), arrivando in un decennio a circa 964 miliardi per il riarmo.

Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un'assemblea di delegati e delegate eletti nei luoghi di lavoro, che guidi la lotta da Stellantis alla GKN, dalla ex Ilva a tutte le altre mille vertenze sparse per il paese, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giorgia Meloni e gli extraprofitti delle banche

 


Come l'assenza di un'opposizione di classe lustra l'immagine del governo

11 Agosto 2023

Dopo aver privato centinaia di migliaia di famiglie del diritto alla sopravvivenza, cancellando il reddito di cittadinanza, il governo cerca di riequilibrare il proprio profilo d'immagine sul terreno sociale con la trovata della tassa sugli extraprofitti bancari. Lo scopo? L'equità sociale, dichiara Salvini, a vantaggio dei mutuatari e della riduzione delle tasse.
Una somma di balle e di inganni.

Intanto va detto subito che la tassa è irrisoria.
Nei soli primi sei mesi del 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani (Intesa, Unicredit, Banco BPM, BPER e MPS) hanno realizzato quasi undici miliardi di profitti con un incremento del 65% sul 2022, e nel 2022 un incremento dei profitti del 60% sul 2021. Ciò che ora viene tassato non può superare lo 0,1% degli attivi. Meno di una spolveratina, che peraltro sarà ulteriormente alleggerita nel passaggio parlamentare previsto.
La cifra che si pensa di far su si abbassa infatti col passare dei giorni. In 48 ore è passata da tre miliardi a poco più di un miliardo. Se pensiamo che la tassazione prevista sugli extraprofitti delle aziende energetiche da parte di Draghi avrebbe dovuto fruttare dieci miliardi e ne sono arrivati meno di due, è lecito supporre che il ricavato dalle banche sarà davvero poco più che simbolico. Tanto più a fronte della continua crescita dei loro patrimoni azionari in Borsa, e soprattutto dei 300 (trecento!) miliardi di garanzie pubbliche – secondo le stime ufficiali della Banca d'Italia del 2022 – che i governi borghesi hanno girato alla banche dopo la crisi pandemica. Una montagna di soldi pubblici messi a copertura dei loro affari privati, e pagati dai salariati.

La finalità dichiarata del contributo richiesto (l'equità sociale) è una bufala. La tassa, oltre che irrisoria, è dichiaratamente una tantum. Come può finanziare misure strutturali? La soppressione del reddito di cittadinanza è strutturale, è per sempre. I mutui bancari hanno una lunga durata, e quelli variabili sono oggi del tutto insostenibili. E semmai c'è il fondato sospetto che le banche riverseranno sui propri clienti i costi del prelievo richiesto, non essendoci nulla che impedisca loro di farlo.
Quanto alla riduzione delle tasse annunciata dalla legge delega, strutturale anch'essa, beneficia unicamente i padroni. Nuovo abbattimento della tassa sui profitti (IRES), ulteriore riduzione della progressività fiscale, concordato preventivo e condoni vari per miliardari e plurimilionari... di quale “equità sociale” va parlando Salvini? A pagare la riduzione delle tasse per i padroni sarà la nuova riduzione annunciata della spesa sanitaria e dell'istruzione.

E tuttavia l'operazione d'immagine del governo Meloni per quanto truffaldina può avere successo grazie alla politica delle opposizioni.
Le opposizioni liberali progressiste oscillano tra il presentare la misura del governo come propria vittoria (“hanno dovuto darci ragione” dicono Conte e Fratoianni) e la preoccupazione di tutelare le banche (“non si può disturbare il mercato e le attese degli investitori” dichiara Calenda). In entrambi i casi un regalo alla propaganda del governo, che con Fazzolari si affretta a dichiarare: «Noi siamo i soli che non tutelano le banche, abbiamo fatto ciò che altri prima di noi non hanno fatto».

Quanto alla CGIL, chiede al governo analoghe misure verso gli extraprofitti di aziende farmaceutiche e alimentari. Un rilancio platonico che ripropone la logica di pressione su Giorgia Meloni senza uno straccio di piattaforma di mobilitazione (reale). La stessa linea fallita dell'ultimo anno, e non solo.

Il risultato è che il governo continua a brillare della miseria altrui. Della assenza di un'opposizione vera che rivendichi una alternativa di società e si batta per conquistarla. Costruire questa opposizione è il fronte della battaglia d'autunno. L'unica via per contrastare la demagogia ingannevole di un governo a guida postfascista, e sviluppare la coscienza politica degli sfruttati.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il portafoglio del clima

 


L'impossibilità di un capitalismo verde

Il 4 ottobre lo Swiss Re Institute ha messo nero su bianco il volume di miliardi necessario, a suo dire, per realizzare l'obiettivo delle emissioni zero entro il 2050 a livello mondiale. Si tratta di 290000 miliardi di dollari. Per rispettare questa esigenza, ogni anno andrebbero messi sul piatto a livello globale 9400 miliardi: elettrificazione delle strade, decarbonizzazione ed energie rinnovabili, infrastrutture, riconversione industriale...

Però lo stesso Swiss Re Istitute lamenta disgraziatamente il fatto che negli ultimi dieci anni «...appena il 2% delle risorse necessarie è stato realmente indirizzato a favore delle azioni di contrasto al cambiamento climatico».

È la confessione – se ve ne era bisogno – del fallimento del capitalismo sul versante climatico. Ossia dell'incapacità strutturale dell'economia di mercato fondata sul profitto di perseguire gli stessi obiettivi che formalmente declama. Se non che lo stesso istituto conclude che per cambiare la rotta «sarà cruciale l'impegno del settore privato... Perché ciò avvenga il pubblico deve creare un quadro... adeguato che spinga le aziende a reindirizzare il capitale esistente in investimenti sul clima». Detto in prosa: lo Stato riduca ulteriormente le tasse sugli investimenti ecologici dei capitalisti e la mano invisibile del mercato compirà il miracolo che sinora ha mancato.

Il capitale batte cassa nel momento stesso in cui dichiara fallimento. Un mondo capovolto che ruota su sé stesso. Solo una rivoluzione anticapitalista può salvare il pianeta riorganizzando alla radice l'economia mondiale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il programma necessario per un nuovo autunno caldo



...che questa volta vada davvero fino in fondo

Mentre i salari sono in picchiata e i tassi dei mutui in rialzo, i profitti delle banche e delle grandi imprese conoscono un'impennata impressionante.
In testa naturalmente i monopoli energetici, a partire da ENI, che accresce del 600% i propri utili. Ma non solo. Unicredit ha registrato il miglior semestre degli ultimi dieci anni, Banca Intesa il miglior risultato dal 2008. Stellantis ha realizzato 8 miliardi di profitto netto nel solo primo semestre 2022, nonostante le difficoltà del mercato automobilistico. Prysmian, Brembo, Campari, Essilux realizzano incrementi degli utili di oltre il 20%. Così il gruppo Mediobanca. Così tutta l'industria bellica, la farmaceutica, l'informatica. Ed anche l'industria alimentare.

Come si spiega questo Eldorado dei profitti? Nel modo più semplice. Da un lato salari schiacciati, precariato dilagante, 90% di nuove assunzioni con contratti a termine e part time involontario, contratti non rinnovati da anni per il 40% del lavoro privato e ampi settori dei dipendenti pubblici (scuola). Dall'altro una montagna di miliardi girati ai padroni in tutti i modi possibili: credito d'imposta, taglio dell'IRAP, miliardi a fondo perduto, copertura con risorse pubbliche del credito bancario alle imprese (per cui se l'impresa non paga è lo Stato che ripaga la banca), ristori à gogo a un numero enorme d'imprese che hanno usato abusivamente la cassa integrazione senza averne bisogno (mentre si apre il safari contro gli abusivi... del reddito di cittadinanza).
Secondo i calcoli degli stessi sindacati, che li citano senza imbarazzo, sono stati versati in due anni sul portafoglio del padronato oltre 170 miliardi di risorse pubbliche. A questo si aggiunge la pratica ormai universale del buy-back: quella per cui gli azionisti comprano in Borsa le proprie azioni per accrescerne il valore e ingrassare i dividendi. Il parassitismo più spudorato.

Se poi aumentano i costi delle materie prime e dell'energia, prima per la ripresa, poi per le strozzature dell'offerta, infine per la guerra e le sanzioni, nessun problema: si aumentano i prezzi delle merci, dei servizi, di tutto.
Di più. Se è ragionevole prevedere che determinati beni rincareranno ulteriormente nella prossima fase, si investe nei titoli di Borsa corrispondenti e si trasferisce il costo dell'investimento sui consumatori. L'inflazione fuori controllo è la risultante di questo gioco.

Naturalmente il gioco rende a una sola condizione: che non aumentino i salari in modo proporzionale. Per cui assistiamo all'inverecondo spettacolo di tutta la stampa padronale, liberale o reazionaria che sia, contro la “rincorsa tra prezzi e salari”, il vero spettro d'autunno. Che è il modo aulico per dire che devono correre solo i prezzi. Esattamente come sta avvenendo. Salvo che poi gli stessi giornali “progressisti” lamentano la crescita delle disuguaglianze e i rischi di una rivolta sociale. La lingua batte sempre dove il dente duole, anche quando è biforcuta.

In questo quadro generale spicca l'assenza di una risposta che sia proporzionale all'attacco. Anzi, di qualsiasi risposta.

Le burocrazie sindacali fanno tappezzeria penosa. L'ultimo incontro col governo dimissionario è un vero pezzo d'antologia. Il governo offre ai lavoratori precari 200 euro una tantum – il nulla – mentre nega persino il rinnovo di questa miseria ai lavoratori già “beneficiati”. Cancella anche il pannicello della tassa del 25% sugli extraprofitti dei monopoli energetici, visto che questi avevano aggrottato le ciglia. Annuncia un taglio del 2% del cuneo fiscale sui salari, che significa scaricare sull'erario pubblico, cioè sui lavoratori, il taglio dei contributi, salvando integralmente i profitti aziendali che non pagano un euro. Ebbene, i segretari confederali sono usciti soddisfatti dall'incontro vantando il positivo interessamento del governo. Salvo poi scoprire, con Landini, di essere stati buggerati e spendere le solite “critiche” platoniche. Una vergogna.

E a sinistra? Un altro spettacolo imbarazzante. Non per la sua divisione, ma per la sua subordinazione in ordine sparso alle forze avversarie (o estranee al lavoro).
Fratoianni si accoda al PD, quindi al confindustriale Calenda, salvo vedersi scaricato all'ultimo miglio e precipitare la crisi del proprio partito. Rizzo fa blocco con destre reazionarie nazionaliste nel nome del rossobrunismo. Rifondazione Comunista si accoda al civico De Magistris (come già ad Ingroia) e propone insistentemente l'alleanza ai Cinque Stelle, che hanno governato contro gli operai per cinque anni firmando decreti infami contro i loro stessi diritti. Potere al Popolo critica la proposta di blocco coi Cinque Stelle ma non mette in discussione l'impianto politico culturale da cui nasce.

Naturalmente tutti parlano di lotte, di ragioni sociali, di diritti ma senza una proposta reale di azione di massa in cui investire unitariamente le proprie forze. La vera speranza di questi gruppi dirigenti non è la sollevazione di massa contro i capitalisti, ma il proprio ritorno in Parlamento. Nella prospettiva un domani di tornare al governo in qualche combinazione cosiddetta progressista. Come già con Prodi, con Tsipras, con Sanchez (Podemos), con Boric... Come con Mélenchon, che fu già ministro di Jospin quando bombardò Belgrado e che oggi rimuove l'uscita dalla NATO per accordarsi col Partito Socialista...

Noi non ci aggreghiamo a questa carovana. In direzione ostinata e contraria, diciamo tanto più oggi che il tema vero e centrale su cui unire nell'azione tutte le forze della sinistra politica e sindacale è la rivolta di classe contro i capitalisti, i loro governi, tutti i loro partiti. Se c'è un momento in cui dopo anni di sacrifici immensi andrebbe detto “basta” è esattamente questo.

Al tempo stesso, una rivolta sociale, dopo decenni di arretramenti e sconfitte, ha bisogno di parole d'ordine. Semplici, dirette, unificanti, capaci di rispondere all'esperienza quotidiana di grandi masse e al tempo stesso di sviluppare la loro coscienza politica indipendente, che è innanzitutto la coscienza della propria forza. Per una grande vertenza generale di 18 milioni di salariati. Innanzitutto.


BLOCCO IMMEDIATO DEI PREZZI ALIMENTARI E DELLE TARIFFE DI GAS, LUCE, BENZINA

I prezzi reali sul carrello aumentano ben più rapidamente di quanto dicano i dati ufficiali. Occorre un controllo operaio e popolare sui prezzi, con la costituzione di un comitato nazionale indipendente di lavoratori e consumatori, e comitati corrispondenti sul territorio. Occorre rivendicare l'abolizione del segreto commerciale e industriale, paravento di mille speculazioni padronali. Nessuna fiducia nei capitalisti, apertura dei libri contabili in ogni azienda.


FORTE AUMENTO SALARIALE, SCALA MOBILE DEI SALARI, SALARIO MINIMO DI 1500 EURO NETTI

I salari italiani sono quelli che in tutta Europa hanno perso di più negli ultimi trent'anni, a esclusivo vantaggio dei profitti. Occorre innanzitutto recuperare il maltolto chiedendo l'aumento generale e immediato di almeno 300 euro netti per tutti i lavoratori e le lavoratrici. Occorre istituire un salario minimo per legge di almeno 12 ore all'ora, 1500 euro netti su scala mensile. Ma non basta. Di fronte a un'inflazione fuori controllo che sta falcidiando le buste paga, va reintrodotta la scala mobile dei salari, conquista storica del movimento operaio, cancellata trent'anni fa. Se c'è, come c'è, la rincorsa dei prezzi, ci vuole un incremento automatico e corrispondente dei salari, privati e pubblici. L'alternativa è la continuità dell'immiserimento progressivo


REQUISIZIONE INTEGRALE DEGLI EXTRAPROFITTI E NAZIONALIZZAZIONE DEI MONOPOLI ENERGETICI, SENZA INDENNIZZO E SOTTO CONTROLLO OPERAIO

Gli extraprofitti delle grandi compagnie energetiche (ENI, ENEL, SNAM, Edison) non hanno precedenti nell'ultimo mezzo secolo. Quaranta miliardi in soli sei mesi nel 2022. Accumulati anche attraverso una cinica speculazione riconosciuta a denti stretti persino dal (loro) ministro Cingolani. Il buffetto fiscale una tantum del 25%, peraltro impugnato legalmente dalle compagnie, è un insulto. L'intera somma degli extraprofitti va requisita, e investita nel blocco delle tariffe. I monopoli energetici vanno nazionalizzati, senza indennizzo (perché se lo sono già preso) e sotto il controllo dei lavoratori: condizione decisiva per pianificare una transizione ecologica vera, a partire dall'investimento massiccio nelle energie rinnovabili, altrimenti impossibile.


PATRIMONIALE STRAORDINARIA DEL 10% SUL 10% PIÙ RICCO

Negli ultimi trent'anni si sono ridotte progressivamente le tasse sui profitti mentre i salariati e in pensionati si caricano sulle proprie spalle oltre l'80% del carico fiscale. Ora basta. Esistono oltre 4000 miliardi di grandi patrimoni, esentasse o progressivamente detassati. Una patrimoniale straordinaria del 10% liberebbe la cifra imponente di 400 miliardi, da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al risanamento ambientale, ai lavori di bonifica, alla riparazione della rete idrica ridotta ormai a un colabrodo... È il caso di dire “paghi chi non ha mai pagato!”


CANCELLAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE E LORO NAZIONALIZZAZIONE SENZA INDENNIZZO PER I GRANDI AZIONISTI

La zavorra del debito pubblico è sempre più insopportabile. Lo stesso Stato che detassa i capitalisti si finanzia vendendo titoli alle banche e ripagandole con 70-80 miliardi di euro ogni anno di soli interessi. Sono soldi ricavati dal taglio della sanità, della scuola, delle pensioni, del lavoro. Un trasferimento di ricchezza nel portafoglio del capitale finanziario che è tanto più insopportabile di fronte ai suoi profitti da favola e alla sua cronica evasione fiscale. Questa corvée va cancellata. Il debito pubblico verso le banche va ripudiato. Una rivendicazione tanto più necessaria di fronte ai piani annunciati di ripagamento del nuovo enorme indebitamento pubblico, nazionale e continentale, accumulato negli anni della pandemia. Quanto alle banche, vanno nazionalizzate e unificate in una unica grande banca pubblica da porre al servizio di un piano di nuovo lavoro e investimenti sociali.


A chi obiettasse che questo programma è eccessivamente radicale rispondiamo che è tanto radicale quanto la politica quotidiana dei capitalisti. A chi obietta che i rapporti di forza attuali non consentono di realizzarlo rispondiamo che un programma per la ribellione di massa aiuta anche a ribaltare i rapporti di forza. A chi obietta che la coscienza dei lavoratori è oggi troppo arretrata per sostenere simili rivendicazioni rispondiamo che occorre lavorare ad elevare quella coscienza all'altezza delle necessità obiettive, e non confonderla con le solite utopie riformiste, o peggio con intossicazioni rossobrune. A chi obietta che oggi nessun governo realizzerà mai quel programma, rispondiamo che è vero: per questo ci battiamo per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione.

Questo è il punto decisivo. Solo una prospettiva di rivoluzione può indicare una vera svolta. Far maturare questa consapevolezza tra gli sfruttati è sempre molto difficile ma è l'unica via. Ed è anche l'unica via per strappare risultati concreti, seppure parziali. Perché tanto più oggi solo la paura di una sollevazione può indurre la borghesia a fare concessioni. Solo la minaccia di una rivoluzione può strappare riforme. La sola supplica di “riforme” resta lettera morta, come dimostra l'ultimo trentennio.

La borghesia italiana non ha certo paura del risultato elettorale del 25 settembre. Userà come sempre i vincitori. Troverà come sempre una combinazione parlamentare e istituzionale, fosse pure instabile e malferma, per gestire la propria politica.
L'unico evento che preoccupa realmente il capitale è l'insubordinazione delle masse. Le burocrazie sindacali lo sanno e si offrono preventivamente come salvagente. Le sinistre riformiste a loro volta presentano le proprie ricette progressiste per “riconciliare istituzioni e popolo” (De Magistris) a difesa delle istituzioni stesse. I comunisti rivoluzionari fanno l'opposto: costruiscono tra i lavoratori, controcorrente, una coscienza rivoluzionaria contro la borghesia e le sue istituzioni, approfondiscono da un versante anticapitalista la linea di frattura tra masse e Stato. Che è anche l'unico modo di evitare che quella frattura possa essere capitalizzata dal populismo reazionario.

È questa la linea che proponiamo in ogni ambito dell'avanguardia, in ogni movimento, in ogni sindacato, in ogni conflitto di classe e di massa. Per il più ampio fronte unitario di lotta di tutte le organizzazioni del movimento operaio. È la linea d'intervento del PCL, quando possibile, anche dalla tribuna delle elezioni borghesi. La normativa antidemocratica che prevede una montagna di firme autenticate in pochi giorni d'agosto, dispensando dall'onere i partiti borghesi, ostacola pesantemente e molto spesso preclude questa possibilità. Ma in ogni caso presenteremo ovunque questo programma e agiremo in funzione di esso. Perché questo è un programma per l'azione. Le elezioni passano, la lotta di classe resta. Solo una rivoluzione può cambiare le cose. Occorre costruire un partito rivoluzionario che sappia sviluppare controcorrente questa consapevolezza.

Partito Comunista dei Lavoratori

La legge di stabilità del governo Draghi

 


21 Ottobre 2021

Al riparo della cortina fumogena no green pass, il governo procede come un rullo compressore. È ora di una opposizione vera, come chiedono i compagni della GKN

Al riparo della cortina fumogena delle iniziative contro il green pass, il governo Draghi colpisce lavoratori e disoccupati. Le misure annunciate dalla nuova Legge di stabilità parlano chiaro.

Si cancella l'elemosina di "quota 100" tornando a grandi passi verso una legge Fornero a pieno regime (quota 102 il primo anno, quota 104 il secondo...). Si peggiora la miseria del reddito di cittadinanza, con l'obbligo di accettazione della seconda “offerta” pena l'abbattimento del sussidio. Si annuncia una riforma del fisco in cui al momento l'unica cosa certa è l'abbassamento delle tasse sulle rendite finanziarie (dal 26% al 23%), la cancellazione dell'IRAP (che finanzia la sanità pubblica), l'incentivo fiscale alle fusioni d'impresa (altri 4 miliardi ai padroni).
Per la sanità, in piena pandemia, si destinano le briciole (2 miliardi in più al fondo sanitario), meno della metà degli sconti fiscali offerti al padronato e alle banche. Per gli ammortizzatori sociali, la grande riforma epocale annunciata da Orlando, avanzano appena 3 miliardi e rotti: di conseguenza addio all'estensione della cassa integrazione alle imprese di piccole dimensioni (da 1 a 5 addetti). Quanto poi ai famosi provvedimenti contro le delocalizzazioni, il veto di Confindustria ha chiuso l'argomento. I padroni non solo continueranno a licenziare, ma vedranno allargato lo sblocco per la piccola impresa e l'industria tessile già a partire dal 31 ottobre. I padroni che non volessero licenziare possono beneficiare di una cassa gratuita per tredici settimane, a carico delle finanze pubbliche, cioè a carico dei lavoratori. Ma la loro libertà di licenziare è garantita.

“Libertà, libertà” gridano i cortei no vax e no green pass. Libertà dal vaccino o dal tampone o da entrambi. La libertà dai licenziamenti, dalla fatica di 67 anni di lavoro per pensioni da fame, dal precariato e dal lavoro nero, non incrocia la loro sensibilità. In compenso il governo usa il movimento no green pass e l'ambiente reazionario che lo guida per procedere indisturbato come un rullo compressore contro le condizioni dei salariati. Avevano annunciato ai mari e ai monti che i soldi europei avrebbero cambiato il volto dell'Italia, invece serviranno solo a irrorare i portafogli di industriali e banchieri. Per il resto, tutto come prima ed anzi peggio di prima. Con l'attiva corresponsabilità di una burocrazia sindacale che protesta giustamente contro i fascisti ma non muove un dito per difendere i lavoratori. Ed anzi fa leva sull'abbraccio di Draghi per iscriversi all'unità nazionale. Una politica che non tutelando chi lavora lo regala a volte ai demagoghi reazionari di turno, e agli irrazionalismi più demenziali.

Tutta la sinistra di classe, politica e sindacale, deve allora voltare pagina, ritrovando il passo di un'opposizione radicale a padronato e governo sui temi veri dello scontro sociale. Parliamoci chiaro. Lo sciopero dell'11 ottobre è stata un'occasione preziosa buttata al vento per inseguire i no green pass, col risultato di offrire loro una nuova passerella mediatica e di alimentare la confusione anche all'interno dell'avanguardia. Occorre ora cambiare registro. Riprendere la centralità della piattaforma originaria dello sciopero di ottobre. Recuperare le ragioni di classe poste dall'iniziativa di lotta dei lavoratori della GKN e dalla grande manifestazione del 18 settembre a Firenze. È il tema di uno sciopero generale vero, unitario e di massa, attorno a una piattaforma di lotta unificante che interessi diciassette milioni di salariati. Altro che star dietro a sindacati reazionari (Trieste) e alle Madonne di Medjugorje.

Partito Comunista dei Lavoratori

(Un altro) regalo di Natale ai capitalisti

 


In piena pandemia il governo detassa i fondi esteri

19 Dicembre 2020

Il paradiso fiscale per i capitalisti è l'inferno fiscale per i proletari

La stessa legge di stabilità che rifiuta le necessarie assunzioni di personale sanitario provvede a detassare ulteriormente i capitalisti. Dopo la continua discesa della tassa sui profitti (IRES) nel corso degli ultimi tredici anni (dal 34,5 al 20%); dopo la cancellazione della prima tranche dell'IRAP nel luglio del 2020 (per quasi 4 miliardi) a scapito della sanità pubblica e a vantaggio di tutte le aziende, anche di quelle che hanno maggiorato fatturato e utili (farmaceutica, informatica, alimentare, militare...), la nuova legge di stabilità dedica un pensiero di riguardo alle società estere che investono in Italia. I dividendi e le plusvalenze dei fondi esteri europei vengono infatti esentati da ogni tassazione. Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore (18 novembre) dà grande risalto al provvedimento, perché «eliminerà la discriminazione nei confronti dei fondi italiani, che beneficiano di un'esenzione totale da qualsiasi forma di trattenuta alla fonte».
Insomma un trionfo del principio di uguaglianza tra capitalisti, al di là dei confini nazionali. Del resto a cosa serve l'Unione Europea se non a garantire innanzitutto la libera circolazione di capitali esentasse?

Questo provvedimento misura una volta di più l'ipocrisia delle lamentele della stampa borghese circa l'esistenza di paradisi fiscali in Europa. Evidentemente non si tratta di privilegi da cancellare, ma da estendere. Del resto: estendendoli a tutti non cessano forse di essere privilegi? L'intera Unione Europea si fa paradiso fiscale dei ricchi nel nome della libertà e dell'uguaglianza. L'Italia semplicemente partecipa a questa gara per attrarre gli investimenti esteri in Borsa, evitando che si dirigano altrove. Questa concorrenza al ribasso tra tutte le aree continentali, e al loro interno, in fatto di tasse sui capitali, ha un preciso risvolto economico e sociale. Aumenta sempre più il debito pubblico degli stati capitalisti, e parallelamente mina le fondamenta stesse di ciò che resta del welfare: sanità, istruzione, pensioni, servizi sociali. Tutti massacrati negli ultimi quarant'anni per finanziare la detassazione dei profitti e gli interessi sul debito alle banche. Oggi la corsa continua con nuove detassazioni e nuovo debito da scaricare sui salariati, quelli che pagano l'80% delle tasse. Il paradiso fiscale per gli uni è l'inferno fiscale per gli altri.
I riformatori che sognano un capitalismo umano e giusto cercano un cerchio che si faccia quadrato. Solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio e i padroni

Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore ha ospitato sabato 8 dicembre una lunga lettera aperta agli industriali del Ministro Luigi Di Maio, con tanto di titolo di apertura di prima pagina: “Di Maio alle imprese: lavoriamo insieme”.

Il titolo tiene fede all'articolo. Un ministro del lavoro che ignora le pietose richieste di incontro delle burocrazie sindacali propone formalmente ai padroni «un metodo di confronto continuo»: l'avvio di un «tavolo permanente per le piccole e medie imprese» per «permettervi di fare gli imprenditori» e «capire insieme qual è la direzione che deve prendere lo sviluppo dell'Italia».

Il cuore mieloso della lettera è naturalmente la Legge di stabilità.
Nello stesso momento in cui il governo svuota ulteriormente le proprie elemosine sociali su reddito e pensioni per rassicurare le banche e la Commissione Europea, Di Maio garantisce pubblicamente i padroni sui vantaggi della finanziaria per i loro profitti: abbassamento delle tasse al 15% per le piccole imprese nel 2019, con la promessa di estenderlo nel 2020; abbattimento dell' IRES dal 24% al 15% (anche per chi “assume” lavoro precario); proroga del superammortamento renziano per gli investimenti; sgravio contributivo sino a 80.000 euro l'anno per le assunzioni a tempo indeterminato; un miliardo ogni anno per la sovvenzione degli investimenti in “alta tecnologia”... Infine l'annuncio per il futuro di 200 miliardi mobilitati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti per le infrastrutture, e l'ulteriore liberalizzazione del codice degli appalti (quella che moltiplica gli omicidi bianchi).

Dopo l'offerta di un simile bengodi, Di Maio conclude la lettera ai padroni con parole alate: «L'Italia è come una maestosa aquila che si è spezzata le zampe... Se lavoreremo insieme presto potremmo nuovamente spiccare il volo». A prescindere dall'incerta sintassi, il messaggio è inequivoco: il M5S offre le ali ai capitalisti, come hanno fatto negli ultimi decenni tutti i governi padronali, nessuno escluso. Con una differenza duplice: il M5S si rivolge a tutti i padroni, non solo ai grandi; e porta loro in dote il consenso sociale di milioni di operai, impiegati, disoccupati, cioè di quelli che continueranno a pagare l'80% del carico fiscale per finanziare le regalie alle imprese.

In conclusione: Di Maio vuole contendere alla Lega il blocco piccolo-medio borghese proprietario del Nord, per la stessa ragione per cui Salvini vuole scendere a Sud e invadere le roccaforti elettorali 5 Stelle. I due imbroglioni di governo si disputano le grazie dei padroni, mentre invocano i voti degli sfruttati.
Sino a quando reggerà questa truffa?
10 dicembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori

Il passo del gambero del governo truffa

Il 27 settembre, esattamente due mesi fa, il vicepremier Luigi Di Maio annunciava l'«abolizione della povertà» dai balconi di Palazzo Chigi, mentre il suo sodale-concorrente Matteo Salvini prometteva l'abolizione della Legge Fornero, opponendo alla UE il fatidico, e già sentito, “me ne frego”. 

Due mesi dopo, il contrordine. Dopo la bocciatura della Commissione Europea, dopo l'impennata dei tassi di interesse sui titoli di Stato combinata con la diserzione delle aste, dopo le pressioni del capitale finanziario e di Confindustria, il governo SalviMaio pone all'ordine del giorno la “rimodulazione” della manovra economica. Il termine è aulico, la sostanza inequivoca: "quota 100" e reddito di cittadinanza saranno entrambe oggetto di revisione. 
Intendiamoci, né la Lega né il M5S possono ammainare di colpo le rispettive bandiere, tanto più alla vigilia delle elezioni europee. La confezione d'immagine sarà dunque il più possibile salvaguardata. Ma sotto la confezione, il contenuto della merce sarà ulteriormente svuotato e impoverito, nella direzione richiesta dal capitale finanziario. Il gambero allunga il suo passo, naturalmente all'indietro. 


C'ERA UNA VOLTA L'ABOLIZIONE DELLA FORNERO

L'abolizione della famigerata legge Fornero è durata solamente per la campagna elettorale. Già il contratto di governo trasformava l'abolizione della Fornero in "quota 100" (somma dell'età anagrafica e contributiva). Poi la stessa “quota 100” ha visto l'introduzione del vincolo dei 38 anni di contributi, ciò che inevitabilmente alza la quota richiesta per centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, con una forte penalizzazione delle donne; e inoltre comporta un'inevitabile riduzione dell'assegno, per via dei minori contributi, per tutti coloro che andranno in pensione anticipatamente rispetto ai 67 anni (il tetto della pensione di vecchiaia stabilito dalla Fornero che resta intatto). 

Ora il nuovo negoziato con la Commissione Europea trascina una nuova corsa al ribasso. Da un lato si rinvia l'entrata in vigore della riforma e si dilatano i tempi di accesso al pensionamento (le cosiddette finestre, tre mesi nel settore privato, sei nel settore pubblico) con l'obiettivo dichiarato di ridurre la spesa. Dall'altro, si mira a ridurre ulteriormente la platea degli interessati, allungando sino a cinque anni il divieto di cumulo con altre fonti di reddito. Lo scopo complessivo dell'operazione è rivelato dal quotidiano di Confindustria: «traghettare da quota 100 ai 41 anni per tutti per il 2023, quando oltre il 65% dei nuovi pensionati avranno un calcolo misto (retributivo più contributivo) e il coefficiente di trasformazione del montante in pensione a 62 anni sarà più penalizzante rendendo naturale il contenimento delle future uscite» (27 novembre). Detto in linguaggio più semplice, si punta a ridurre il ricorso alla pensione anticipata attraverso la deterrenza della “naturale” riduzione degli assegni. In altri termini, una riforma che doveva “abolire” la Fornero punta a spingere i lavoratori il più possibile a “scegliere” di andare in pensione all'età di vecchiaia prevista dalla Fornero. Mentre, in ogni caso, i giovani d'oggi restano condannati dalla riforma a un immutato destino: chi mai maturerà 38 anni di contributi, col precariato dilagante, e a quanto ammonterà una futura pensione interamente contributiva? 


SI CHIAMAVA REDDITO DI CITTADINANZA

Non va diversamente col cosiddetto reddito di cittadinanza. 

Nel 2013 il M5S presentava una proposta di legge che prevedeva di stanziare 17 miliardi l'anno a favore di 9 milioni di poveri, attraverso un reddito minimo di 780 euro al mese. Il famoso contratto di governo recepiva questa proposta di legge, aggiungendovi la pensione di cittadinanza per i pensionati poveri. 
Poi il disegno di legge di bilancio presentato dal governo, ed oggi all'esame della Camera, ha dimezzato al piede di partenza la proposta di legge originaria: i fondi stanziati passano da 17 a 9 miliardi, la platea dei destinatari passa da 9 milioni a 5 milioni. Più precisamente, in base all'indicatore della ricchezza familiare (Isee), assunto come parametro di riferimento della povertà assoluta, si tratterebbe di 1.800.000 famiglie cui destinare mediamente 370 euro al mese. 
La riduzione di cifra e platea si è combinata non a caso con una progressiva moltiplicazione di vincoli: obbligo di otto ore settimanali di lavoro gratuito presso il comune, obbligo di partecipazione a corsi di formazione, obbligo di accettazione, entro il limite di tre, delle offerte di lavoro (anche precarie, e dalla seconda offerta senza limiti distanza geografica dalla residenza), esclusione degli stranieri con meno di cinque anni di residenza. Di fatto, un incentivo al lavoro precario, nella logica della concorrenza al ribasso dei salari. 

Ora il negoziato con la UE, combinato con le pressioni di Lega e Confindustria, comporta un ulteriore passo indietro. Da un lato si sposta in avanti la data di partenza del reddito (di tre mesi, probabilmente) e si parla di una sua durata sperimentale di 18 mensilità. Dall'altro, si trasforma il reddito in un incentivo per l'impresa o per l'agenzia interinale che assume il disoccupato: tre mensilità intascate dall'impresa o dall'agenzia (Di Maio), o addirittura l'intera corresponsione all'impresa dei sussidi previsti (proposta di Armando Siri, Lega). Così, dopo i 18 miliardi di sgravi contributivi regalati da Renzi per tre anni alle imprese, queste verrebbero a intascare in tutto o in parte la posta equivalente del reddito “di cittadinanza”. È l'ennesima forma di assistenza alle imprese nel nome della lotta alla povertà. Il Sole 24 Ore del 27 marzo plaude alla nuova offerta: “Reddito di cittadinanza, sgravi alle aziende”, titola festoso. Così il presidente di 4.Manager Stefano Cuzzilla: «Se confermato è un cambio di passo positivo a favore delle politiche attive che auspichiamo siano ulteriormente incentivate». I padroni sentono l'inconfondibile profumo dei soldi, e non si sbagliano. 


UN GOVERNO DEI CAPITALISTI COL CONSENSO (SINORA) DELLE LORO VITTIME

Vedremo in corso d'opera lo sbocco del negoziato con la Commissione Europea e all'interno dello stesso governo. Ma la direzione di marcia è tracciata. Il “governo del cambiamento” è la finzione scenica di un governo truffa. Si cambia tutto per non cambiare nulla. Si continua a detassare le imprese, mentre i salariati reggono sulle proprie spalle l'80% del carico fiscale. Si continua a pagare il debito pubblico alle banche, con tassi di interesse oltretutto in crescita, riducendo a elemosina le concessioni sociali. 
Siamo in presenza di un governo dei capitalisti con sembianze mutate. Un governo che continua a ingrassare i padroni col consenso (sinora) delle sue vittime. Fino a quando?
Partito Comunista dei Lavoratori

Legge Fornero? Non saranno Lega e M5S a cancellarla


Solo un governo dei lavoratori può abolire la legge Fornero

Lega e M5S provano a truffare milioni di lavoratori promettendo l'abolizione della legge Fornero. Sono gli stessi partiti che scavalcano Renzi nel promettere una nuova massiccia riduzione delle tasse alle imprese. La seconda promessa, vera, si mangia la prima, finta.
Tutti i paesi capitalisti, dentro e fuori l'Unione Europea, si contendono l'attrazione degli investimenti offrendo alle aziende riduzioni fiscali. La risultante è ovunque la continuità dei tagli alla spesa sociale, a partire da pensioni e sanità. Salvini e Di Maio si allineano al corso generale. Del resto, Salvini dovrà garantire il suo sodale Berlusconi, che a sua volta garantisce Merkel e le banche. Di Maio cerca la legittimazione presso i circoli del capitale finanziario. Dunque garantiranno entrambi, in caso di governo, la continuità della Fornero, per finanziare le riduzioni fiscali sui profitti e il pagamento del debito pubblico. E se mai dovessero simulare qualche ritocco, lo metterebbero a carico dei salariati.

La verità è che l'abolizione della legge Fornero implica l'abolizione del debito pubblico verso le banche, e la loro nazionalizzazione. Ciò che solo un governo dei lavoratori può realizzare. Per questo solo la lista “Per una sinistra rivoluzionaria” può rivendicare seriamente l'abolizione della legge Fornero, e il ritorno della pensione a 60 anni. Il resto è truffa.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

Sui referendum per l'autonomia in Lombardia e Veneto

Contro le consultazioni reazionarie di Maroni e Zaia

 

 I referendum del 22 ottobre in Lombardia e Veneto hanno carattere consultivo: chiedono un mandato negoziale verso il governo nazionale a favore di “una maggiore autonomia” regionale.

Il referendum del Veneto intendeva sottoporre a referendum cinque quesiti (tra cui il trattenimento in Veneto dell'80% delle tasse localmente riscosse) e in aggiunta uno specifico quesito sull'”indipendenza del Veneto”. Nel 2015 la Corte Costituzionale ha depennato quattro dei cinque quesiti, oltre a quello indipendentista, ammettendo esclusivamente il quesito più generico («vuoi che al Veneto siano attribuite ulteriori forme di autonomia?»). Zaia ha tuttavia dichiarato che, nel caso di una maggioranza di votanti sugli aventi diritto, lo Statuto regionale consente alla regione Veneto la definizione di un disegno di legge per l'autonomia.
Maroni ha un taglio più interno alla logica istituzionale di coalizione del centrodestra in vista delle imminenti elezioni regionali (non senza un elemento di contrappeso regionalista alla linea nazionalista di Salvini).
L'elemento comune è la volontà di rafforzare il potere dei "governatorati".


LA RINEGOZIAZIONE DELL'EQUILIBRIO DEI POTERI DOPO IL 4 DICEMBRE

Non siamo in presenza di una scelta secessionista. È indubbio che la frattura tra Nord e Sud si è ulteriormente approfondita negli anni della crisi, e che un settore di media borghesia del Nord-Est, molto integrato nel mercato tedesco, può essere attratto da una suggestione separatista. Ma questa è oggi un'opzione molto minoritaria nello stesso Veneto. Non ha sponde in Confindustria, impegnata sulla linea europeista, e difficilmente può aprirsi un varco nelle rappresentanze politiche del centrodestra, a fronte di una Lega che cerca lo sbarco al Sud, e di un Berlusconi che si fa garante della stabilità istituzionale presso la Merkel.

Al tempo stesso però non siamo in presenza di una pura operazione elettoralistica. Dopo il 4 dicembre, con la sconfitta del disegno centralistico-bonapartista del renzismo, si è aperta una fase di crisi istituzionale che investe anche l'equilibrio dei poteri. La riapertura di una questione federalistica è il contraccolpo del 4 dicembre. Il negoziato tra Lombardia/Veneto e governo nazionale si pone su questo sfondo.


CATALOGNA E “PADANIA”, REALTÀ E FINZIONE


Il contenuto politico e sociale dei due referendum è reazionario. Il tentativo di Maroni e Zaia di assimilarli al referendum della Catalogna è semplicemente patetico.

La Catalogna è una nazionalità reale, segnata da una riconoscibilità linguistica e culturale, storicamente oppressa dalla Spagna, al pari della nazione basca.
Il movimento indipendentista che la Catalogna esprime è un movimento democratico repubblicano contrapposto alla monarchia di Madrid, ha una radice profonda nella storia di Spagna, si intreccia con la grande rivoluzione spagnola del 1936, con l'opposizione democratica alla dittatura franchista, e oggi con tutte le principali battaglie di opposizione alle politiche dominanti. Si pensi all'enorme manifestazione di massa a Barcellona per i diritti dei migranti contro le politiche xenofobe, la più grande manifestazione sul tema in Europa.

La Lega di Salvini, Maroni e Zaia si colloca dalla parte opposta della barricata. È la rappresentanza di un settore centrale di piccola e media borghesia rapace del Nord d'Italia che, in blocco col grande capitale industriale e bancario, domina storicamente sul Meridione e sulla classe operaia. La trovata della inesistente Padania è la maschera farlocca di questa rapina.
In realtà la rivendicazione autonomista consiste nella pretesa del blocco dominante lombardo-veneto di accaparrarsi una buona fetta degli attuali residui fiscali (54 miliardi la Lombardia, 9 miliardi il Veneto) sottraendoli alle regioni più povere. Sono queste le risorse su cui Maroni e Zaia vorrebbero allungare le mani. Per favorire i cosiddetti cittadini lombardo-veneti, come recita la propaganda referendaria? No, per difendere gli interessi dei poteri forti del territorio: ridurre ulteriormente le tasse al proprio padronato, continuare a ingrassare le cliniche private, allargare i trasferimenti pubblici alle imprese locali, incrementare i propri pacchetti azionari nelle banche territoriali (truffaldine), ampliare il volume degli appalti per le grandi operazioni speculative, nutrire più in generale le proprie clientele. Il tutto continuando a colpire i servizi pubblici locali (si pensi ai tagli regionali sui trasporti) e a incrementare le imposte locali indirette.

Chi pagherebbe concretamente il conto di questa operazione “autonomista”? La classe lavoratrice, inclusi naturalmente i lavoratori lombardi e veneti. Attraverso nuovi carichi fiscali sui salari, nuovo taglio centrale dei trasferimenti ai comuni (compresi quelli lombardo-veneti), nuovi colpi a istruzione pubblica e sanità, difesa ancor più rigida della legge Fornero sulle pensioni... È questa la grande truffa del federalismo padano, già pagata dalla classe operaia negli anni 2000, e che oggi le viene rivenduta come nuova.


LA LEGA ARCHITRAVE DEL CAPITALISMO DEL NORD

Non solo. I referendum rivendicano maggiori poteri per le giunte regionali in fatto di politiche d'ordine. Cosa significa concretamente? Significa poter gestire con mano (ancor più) libera le politiche discriminatorie verso i migranti in fatto di rastrellamenti, segregazioni, respingimenti, per dirottare contro di loro la rabbia sociale. Significa poter approntare corpi regionali d'intervento per rendere immediatamente esecutivi sfratti e sgomberi di stabili occupati, a tutto vantaggio degli speculatori immobiliari e del valore di mercato delle loro proprietà. Significa garantire la... “sicurezza”: quella di chi ha tutto a spese di chi non ha nulla. Quando Salvini a Pontida ha rivendicato “mano libera per la polizia” ha alluso a questo.

Altro che forza di opposizione al sistema! La Lega è un architrave del sistema dominante della cosiddetta seconda Repubblica. È ininterrottamente, da un quarto di secolo ormai, il principale partito di governo delle due regioni del Nord che fanno da cuore pulsante del capitalismo italiano. È la forza politica egemone di un blocco sociale reazionario che subordina settori consistenti di proletariato (in particolare industriale) agli interessi dei suoi sfruttatori. I referendum di Zaia e Maroni vogliono rafforzare ricchezza e potere di questo blocco dominante, alimentando anche per via referendaria la ventata reazionaria più generale. Per di più con una sfrontata ipocrisia: la stessa Lega Nord che rispolvera la Padania contro “il ladrocinio” del Sud, nel Sud sventola oggi la bandiera nazionalista (e se serve persino neoborbonica) contro “i politici del Nord”. Il cinismo acchiappavoti di Matteo Salvini non conosce davvero alcun limite.


LA COMPLICITÀ DI PD E M5S. L'EVANESCENZA DELLE SINISTRE

Significativa è la collocazione verso i referendum delle diverse forze politiche.

Il PD nazionale tace, mentre decine di sindaci PD (Sala in testa) si schierano a favore dei referendum, e il presidente della regione Emilia Romagna (fedelissimo di Renzi) si posiziona in termini concorrenziali con un proprio progetto autonomistico.
Il M5S cavalca i referendum dentro la linea di competizione con la Lega, con la speranza di irrobustire le proprie radici nel Nord.
Le sinistre riformiste, polemiche coi referendum ma impacciate dalla propria cultura aclassista, sostengono per lo più una posizione astensionista, che però copre le più diverse politiche: o il disimpegno (“Il referendum è inutile e costoso, abbiamo altre cose a cui pensare”), o fumosi progetti alternativi (“Siamo per un vero federalismo democratico...”), oppure addirittura suggestioni nazionaliste di stampo sciovinista (“Le regioni del Nord vogliono andare con la Germania, contro la Germania difendiamo l'Italia”). Ci sono offerte, insomma, per tutti i palati, tranne che posizioni di classe.


CONTRO I REFERENDUM LEGHISTI, DALLA PARTE DEI LAVORATORI


È invece essenziale che contro il contenuto reazionario dei referendum lombardo-veneti si esprima una chiara opposizione del movimento operaio, con forme di mobilitazione attiva di tutta la sinistra politica, sindacale, associativa, di movimento. Con assemblee nei luoghi di lavoro, manifestazioni pubbliche, una campagna attiva controcorrente che chiarisca innanzitutto il punto essenziale: i referendum di Lombardia e Veneto sono contro l'intera classe operaia italiana e la popolazione povera. Mirano ad approfondire le divisioni tra gli sfruttati a esclusivo beneficio degli sfruttatori. Per questo vedono la larga convergenza, formale o informale, delle tre destre che oggi si contendono il governo del capitalismo italiano: salvinismo, grillismo, renzismo.

Contro le tre destre, anche sul terreno referendario, è necessario costruire il fronte unico della classe lavoratrice a partire dalla sua avanguardia e dalle sue organizzazioni. Per il rilancio di una vera opposizione di massa. Per un programma di lotta generale che unifichi i lavoratori del Nord e del Sud, privati e pubblici, italiani e immigrati, e attorno ad essi il blocco sociale di tutti gli oppressi, a partire dalla larga maggioranza dei giovani e delle donne.

Diciassette milioni di lavoratori salariati sono in Italia una forza enorme, la direzione naturale di una possibile maggioranza alternativa della società. Questa forza deve solo prender coscienza di sé, unire le proprie fila, organizzarsi. Le direzioni sindacali e politiche della sinistra, che hanno tradito la rappresentanza di questa classe, hanno perciò stesso consentito che essa divenisse terreno di pascolo per avventurieri e demagoghi di tutte le risme. Costruire un'altra direzione della classe lavoratrice è allora parte inseparabile, tanto più oggi, della battaglia contro la reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori