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La crisi del secondo governo Conte

 


I giochi politico-istituzionali nel campo della borghesia italiana

La crisi in corso del secondo governo Conte richiama due ordini di considerazioni. Il primo contingente, il secondo di carattere più generale.

Perché Renzi ha aperto la crisi del governo che lui stesso aveva fatto nascere?
Consentendo la nascita del secondo governo Conte nel settembre 2019 Renzi aveva fatto un suo calcolo politico. Non solo quello di intestarsi l’emarginazione (e umiliazione) di Salvini. Ma anche quello di capitalizzare a proprio vantaggio una “inevitabile” crisi del PD stretto nell’abbraccio coi Cinque Stelle. La scissione del PD e la nascita di Italia Viva – ad appena un mese dalla nascita del governo – avrebbero dovuto calamitare questa decomposizione del PD. Il punto è che l’operazione è clamorosamente fallita, come mostrano le ultime elezioni regionali. Dove neppure in Toscana Italia Viva riesce a schiodarsi dal 4%. I sondaggi successivi sono peraltro ben più impietosi, con IV sotto la soglia del 3% con tanto di sorpasso della formazione di Calenda (Azione).


LA PARTITA DI POKER DI UN PARVENU

Mettiamoci allora nei panni di Renzi. Un parvenu che ha fatto la folgorante scalata del PD, che da suo segretario ha toccato la vetta del 41%, che dall’alto di quella vetta ha provato l’ebbrezza di un progetto istituzionale bonapartista ritagliato a propria immagine e somiglianza, si trova nella polvere pochi anni dopo sotto la soglia del 2%, dopo esser passato di sconfitta in sconfitta. Mentre il PD che avrebbe dovuto distruggere (“gli faremo fare la fine che Macron ha riservato al Partito Socialista francese” aveva detto Renzi) non solo ha retto la prova della scissione ma ha tenutole proprie percentuali. Un disastro, insomma, su tutta la linea.

Matteo Renzi è oggi nella condizione di chi non ha più nulla da perdere perché sostanzialmente ha già perso tutto. Ciò che gli resta è solo un drappello di parlamentari trasformisti, rotti a ogni uso, senza futuro, se non quello di sbarcare il lunario della legislatura. Il leader usa allora al tavolo da poker della politica borghese l’ultima carta che gli rimane. L’ultima occasione della vita per provare a riabilitare le proprie fortune, a porsi al centro dell'’attenzione pubblica, a scuotere l’albero politico istituzionale per vedere se qualche frutto cadrà mai nel suo cesto.

Qual è esattamente l’obiettivo che Renzi si pone provocando la crisi? Ve ne sono molti e tra loro intrecciati. Sgombrare il campo dalla figura di un premier percepito come abusivo perché (indubbiamente) più fortunato di lui; provare a sparigliare in casa PD e M5S mettendo entrambi sotto pressione; puntare a costruire una relazione privilegiata con i nuovi vertici di Confindustria attraverso il rilancio su MES, investimenti infrastrutturali, nuovi soldi alle imprese; riabilitare la propria immagine agli occhi del mondo della scuola, attraverso la rivendicazione della riapertura, ma anche del settore turistico alberghiero (“allarghiamo i ristori”); rinegoziare un equilibrio di governo in cui accrescere il proprio peso specifico e il proprio controllo sui flussi di spesa. E forse soprattutto negoziare una nuova legge elettorale al posto di quella concordata a suo tempo con PD e M5S: perché un proporzionale con soglia di sbarramento al 5% (ma anche al 4%) sarebbe oggi una sentenza di morte per IV, mentre un maggioritario gli darebbe potere negoziale nei collegi.


UN CALCOLO RISCHIOSO

Ma Renzi non ha paura che la crisi porti alle elezioni anticipate provocando così la sua rovina? No. È convinto che lo spazio di elezioni politiche non vi sia, non solo e non tanto per la pandemia, ma perché Mattarella non porterebbe al voto con la legge elettorale vigente. La quale, combinata col taglio referendario dei parlamentari, darebbe probabilmente al centrodestra una maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento, assicurandogli in un colpo solo la guida del governo, la nuova Presidenza della Repubblica (gennaio 2022), la gestione dei 209 miliardi di provenienza UE. Del resto – calcola Renzi – o si vota subito, ed è difficile per la pandemia, oppure da agosto si entra nel semestre bianco e il Parlamento non può più essere sciolto sino all’inizio dell’anno successivo. Ecco perché Renzi spariglia da autentico acrobata. È convinto di avere una rete istituzionale protettiva.

È un rischio azzardato? Indubbiamente.
Lo spazio negoziale nella maggioranza uscente poggia su un filo sottilissimo. Renzi non può uscirne vincente se Conte resta al suo posto, ma PD e M5S hanno in Conte il proprio punto di equilibrio. “Morto un Conte se ne fa un altro” si potrebbe dire, come del resto accadde nel settembre del 2019. Ma la terza volta il gioco trasformista è più difficile perché il filo è molto più logoro. E le intemperanze del Presidente del Consiglio, stretto tra la prudenza di Mattarella e le proprie ambizioni di sfida, non aiutano oltretutto la ricomposizione attorno a lui. Vedremo. La possibilità che il gioco sfugga di mano resta tutta.


LE CONTRADDIZIONI NEL CAMPO DELLA DESTRA

Tuttavia, il gioco di Renzi, per quanto azzardato, non è privo di basi d’appoggio.
Il centrodestra chiede formalmente le elezioni anticipate. Di fronte alla crisi della maggioranza è un passo obbligato. Ma in realtà è anch’esso attraversato da mille crepe.

Forza Italia vuole da tempo sganciarsi dalla tutela sovranista nel nome del proprio rapporto col PPE. Non può farlo in un quadro di polarizzazione frontale, ma cerca un proprio spazio di manovra e di emancipazione. In ogni caso è contraria ad elezioni che oggi ne falcerebbero la rappresentanza. La stessa Lega è assai cauta. I suoi governatori del Nord, a partire da Zaia, sono contrari a elezioni perché vogliono stabilità (“Le elezioni oggi con la pandemia sarebbero una follia” dichiara il governatore Veneto). La sua base sociale concentrata nella piccola e media impresa vuole certezza immediata dei ristori e delle risorse europee promesse, e guarda con diffidenza ai trambusti politici.

Un pezzo importante della Lega, che gravita attorno a Giorgetti, e che ha relazioni familiari con Bruxelles, predica da tempo una ricollocazione moderata della Lega, fuori dal campo del lepenismo europeo, capace di riabilitarne l’immagine agli occhi del capitale finanziario e dei suoi circoli dominanti.
Questa parte della Lega sa che se si andasse al voto in uno scontro frontale col centrosinistra, Salvini e Meloni vincerebbero. Ma poi dovrebbero governare. Senza relazioni con le capitali europee, in una crisi economica drammatica, nella necessità di predisporre i piani di rientro da un debito pubblico sempre più fuori controllo (altro che “quota 100”). Il rischio di rompersi l’osso del collo sarebbe altissimo.

Un governo istituzionale retto dai principali partiti e col coinvolgimento della Lega (a garanzia dei suoi interessi politici) sarebbe agli occhi di Forza Italia e di questa parte della Lega una soluzione assai preferibile. Sminerebbe il terreno sobbarcandosi equamente la corresponsabilità del governo, favorirebbe una riabilitazione della Lega sul terreno europeo, preparerebbe condizioni favorevoli per una prospettiva di vittoria più duratura nella prossima legislatura. Matteo Salvini, a modo suo, capisce questo messaggio che gli proviene da parte del suo mondo. È prigioniero in parte del proprio personaggio, ma è assai più flessibile di come appare (come peraltro questa legislatura ha dimostrato). A volere le elezioni resta la Meloni con Fratelli d’Italia, l’unica che ne verrebbe realmente beneficiata. Il suo condizionamento degli spazi di manovra di Salvini è indubbio. Ma né Salvini né tanto meno Berlusconi vogliono assecondarne il disegno.


LA CRISI POLTICA ITALIANA

Vedremo le mosse dei diversi attori politici e istituzionali in questo ginepraio di contraddizioni. Ogni scenario è possibile.
Ma s’impone una considerazione di fondo. La borghesia italiana è oggi vincente sul piano sociale, ma fatica a darsi un quadro politico e istituzionale stabile.

Manca un baricentro politico in Italia. Sia in termini di una forza borghese di massa maggioritaria capace di fare da pivot del sistema politico. Sia in termini di equilibri politico istituzionali. Il vecchio pendolarismo fra centrosinistra e centrodestra che ha incardinato per oltre 20 anni la vita della Seconda Repubblica, gestendo in alternanza le medesime politiche antioperaie, è da tempo crollato sotto la pressione materiale della grande crisi capitalistica del 2008/2012 e dei suoi effetti sociali dirompenti in particolare in Italia. Ma al posto della vecchia alternanza non è subentrato un equilibrio nuovo. Già le elezioni politiche del 2018, con lo sfondamento del M5S, certificarono un quadro di instabilità. Il corso della legislatura l’ha confermato e aggravato. Due governi con maggioranze opposte, equilibri parlamentari che non corrispondono più alla forza politica dei partiti (crollo del M5S, ascesa e discesa della Lega, avanzata di FdI). Lo spazio di manovra del Presidente del Consiglio, con le sue acrobazie trasformiste, è cresciuto in misura proporzionale alla instabilità politica. Ma oltre una certa soglia rischia di esserne ora travolto.

Qual è dunque la base materiale su cui si regge nonostante tutto il dominio politico della borghesia e la continuità delle sue politiche di rapina, nonostante l’instabilità politica dei suoi assetti? La debolezza del movimento operaio, il profondo riflusso dei suoi livelli di mobilitazione, di organizzazione, di coscienza, per responsabilità preminente delle sue direzioni, ed oggi innanzitutto della burocrazia CGIL. Rilanciare la prospettiva di un fronte unico di classe attorno ad una piattaforma indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici non ha solo una valenza sindacale, ma politica. È l’unica via per sgomberare il campo dalla politica borghese e da tutte le sue miserie, e aprire dal basso uno scenario nuovo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una instabile stabilità

 


Referendum ed elezioni regionali. Il Parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno

Il voto del 20 e 21 settembre registra come ogni voto le dinamiche politiche e sociali ad esso sottese, inclusa la rappresentazione che di queste si fanno milioni di lavoratori e di lavoratrici.


IL LORO NO, IL NOSTRO NO

Il referendum confermativo sul cosiddetto taglio delle poltrone ha raccolto il 70% di consensi contro il 30% di No. La partecipazione al voto referendario è stata relativamente alta, sicuramente trascinata al rialzo dal voto parallelo in sette regioni, e anche dall'assenza di quorum. Tuttavia la differenziazione delle percentuali tra il Sì e il No si è rivelata insensibile al voto regionale. Lo rivela il fatto che il principale promotore della vittoria del Sì ha subìto negli stessi giorni un autentico tracollo elettorale. La differenziazione delle percentuali del Sì e del No è invece molto legata al territorio. Il Sì conosce il successo maggiore nelle regioni del Sud e nei quartieri popolari delle metropoli, il No registra le percentuali più elevate nelle regioni del Nord e nei centro città.
Al tempo stesso, la distribuzione politica del voto ha visto schierato sul No una parte rilevante dell'elettorato del PD e della sinistra. Questa geografia politica e sociale del voto referendario è significativa. La maggioranza della popolazione povera e degli stessi salariati ha votato come il 97% del Parlamento, pensando di votare “contro la casta”, in realtà abboccando all'amo di un'operazione populista promossa prima dal governo Di Maio-Salvini, poi dal governo M5S-PD con la subordinazione di Liberi e Uguali: un'operazione unicamente mirata a dirottare il malcontento sociale verso “i politici” per evitare che si indirizzi contro i padroni. Una minoranza consistente e composita, assai concentrata fra i giovani, ha espresso col No il proprio rigetto del populismo reazionario. Ma lo ha fatto con motivazioni e da angolazioni diverse, in un quadro di grande confusione.

Col No si è schierata una parte significativa dell'establishment, a partire dalla grande stampa borghese, da sempre diffidente verso ogni forza politica che non sia filtrata dai propri salotti. Un establishment già antiberlusconiano, anche se usò Berlusconi. Antirenziano, anche se usò il randello di Renzi contro l'articolo 18. Antisalviniano, anche se usa i decreti di Salvini contro i diritti dei lavoratori. Antigrillino, anche se intasca a mani basse la pioggia di miliardi che il governo riserva ai capitalisti. Questa ipocrita borghesia liberale ha egemonizzato la campagna del No con gli argomenti peggiori: o la difesa della Costituzione borghese, elevata a feticcio; o la rivendicazione della “funzionalità” del Parlamento borghese che il taglio avrebbe intaccato. O addirittura la richiesta di una riforma istituzionale più organica, come quella di Renzi del 2016. In ogni caso la conservazione dell'ordine esistente, di cui il PD è il principale custode e garante.

Il guaio è che le sinistre politiche e sindacali si sono messe a rimorchio di questa impostazione liberale, portandovi il bagaglio di tutte le proprie illusioni sulla “democrazia” dei capitalisti. La “difesa delle istituzioni rappresentative del Paese”, la retorica sulla “Costituzione più bella del mondo” sono state il vessillo non solo dei gruppi dirigenti dell'ANPI, dell'ARCI, dell'attuale sinistra di governo, ma anche della quasi totalità della sinistra di opposizione (riformista o centrista), in ambito politico e sindacale. Il risultato è stato ancora una volta quello di consegnare al populismo reazionario la bandiera del cambiamento agli occhi di milioni di sfruttati, come in tutta la storia della seconda repubblica.

Il nostro No ha mosso da un'angolazione esattamente opposta, un'angolazione di classe e anticapitalista. Col No abbiamo cercato un canale di dialogo e un linguaggio comune con quel settore più avanzato di popolo della sinistra mosso da una sincera preoccupazione democratica e volontà di lotta. Ma non per adattarci alle sue illusioni, bensì per contrastarle. Un no al governo, alla truffa populista, al fronte parlamentare di unità nazionale dei partiti borghesi che l'ha imbastita, al trasformismo subalterno della sinistra di governo che pur di governare l'ha avallata. Non per difendere la Costituzione di De Gasperi e Togliatti. Non per difendere il parlamento borghese, quello che sotto ogni governo ha votato le peggiori misure antioperaie. Non per difendere la governabilità del capitale. Ma per rivendicare il diritto di rappresentanza delle ragioni operaie nel parlamento nemico, contro ogni sua ulteriore manomissione preventiva. Per rivendicare il principio democratico elementare di una rappresentanza interamente proporzionale, a ogni livello istituzionale, senza sbarramenti e distorsioni. Per avanzare la prospettiva di una democrazia dei lavoratori e delle lavoratrici, basata sulla loro organizzazione, la loro forza, il loro governo.

Il nostro No è stato il No dei comunisti, non dei liberali, dei riformisti o dei centristi. Un no legato alla battaglia per una egemonia alternativa nel movimento operaio e nella nuova generazione. Perché la subordinazione alla borghesia liberale, e dunque all'ordine sociale esistente, concima solamente il terreno della reazione. Solo una ripresa di lotta del movimento operaio attorno ai propri interessi indipendenti può contrastare la spinta reazionaria e aprire dal basso uno scenario politico nuovo, anche sul terreno della sensibilità democratica di massa.


IL SUCCESSO DEI GOVERNATORI E IL SUO PARADOSSO

Lo scenario scaturito dal 20-21 settembre conferma una relazione paradossale tra la realtà sociale e il suo riflesso elettorale.

La realtà incontestabile di questi mesi non è solo quella di una drammatica pandemia, è anche quella dello sfascio della sanità pubblica, di milioni di lavoratori costretti in produzione senza condizioni di sicurezza, di infermieri e medici ammazzati dal Covid perché privi di strumenti di protezione, di un governo che per compiacere Confindustria si è rifiutato di recintare i focolai della bergamasca contro il parere delle stesse autorità sanitarie, di una scuola pubblica disossata incapace di aprire in sicurezza con centinaia di migliaia di insegnanti cui viene negato il lavoro, di un milione di lavoratori e lavoratrici precari gettati in mezzo a una strada...
Nulla richiama di più il fallimento della società capitalista e le responsabilità criminali di chi la gestisce quanto l'esperienza di massa di questi mesi. Eppure il segno dominante del voto di settembre è quello della conservazione. Gli stessi governatori di centrodestra o centrosinistra che hanno tagliato e privatizzato la sanità sono i grandi vincitori della prova elettorale, al di sopra di ogni appartenenza e schieramento. Zaia incassa un autentico plebiscito. Toti sfonda in Liguria con percentuali inedite. De Luca stravince, combinando la postura di viceré con la mediazione clientelare democristiana. Emiliano recupera ampiamente, evitando con nettezza una sconfitta che appariva probabile. Una grande massa popolare impaurita dalla pandemia, scossa in ogni certezza, minacciata nella vita e nel lavoro, priva di un riferimento alternativo credibile, cerca nel potere costituito una sponda rassicurante cui appoggiarsi. In questo quadro bilanciato la destra reazionaria fallisce l'obiettivo di destabilizzare il governo, mancando il colpo in Toscana e in Puglia. Il governo Conte, primo responsabile del crimine di Nembro e Alzano, tira un sospiro di sollievo.

«L'esito elettorale ha implicazioni positive perché il rischio politico viene significativamente ridotto" si legge in una nota di Unicredit.» (Il Sole 24 Ore, 23 settembre). Il capitale finanziario saluta la stabilità politica come il quadro migliore per i propri affari, e attende fiducioso i 209 miliardi in arrivo.


LA DINAMICA DEI BLOCCHI ELETTORALI

Interessante la lettura composita del dato elettorale, perché il bilanciamento delle forze (41,2% per il centrosinistra, 42% per il centrodestra, il 7,2% per il M5S) è tutt'altro che statico.

Il centrodestra ha una spalla lussata. Il suo blocco sociale regge complessivamente, il suo potere locale si arricchisce di una nuova regione (Marche), ma la Lega subisce in Toscana, come già in Emilia, l'effetto boomerang di una aspettativa delusa. Il progetto dello sfondamento al Sud conosce una brusca battuta d'arresto, con veri e propri rovesci rispetto al 2019 (dal 25% al 10% in Puglia, dal 19% al 5% in Campania), mentre il plebiscito per la lista Zaia, nel nome dell'autonomia differenziata del Veneto, rappresenta una mina per la Lega nazionale. Intanto l'avanzata di Fratelli d'Italia in tutta Italia, nonostante la sconfitta di Fitto, apre in prospettiva una contesa per la leadership del centrodestra.

Il PD liberale esce bene dalla prova del voto. In Toscana ha replicato il successo emiliano con una polarizzazione elettorale contro la destra che ha drenato il voto a sinistra e dall'elettorato grillino (il 45% del voto grillino a Firenze va a Giani, contro il 33% alla 5 Stelle Galletti). Ma nel Sud il successo del PD è in realtà quello di capibastone trasformisti che lavorano in proprio «al di là della destra e della sinistra» ( De Luca). Il PD ne è ostaggio, più che padrone. La segreteria Zingaretti ha rotto l'assedio delle componenti interne che ne chiedevano la testa (ex renziani) e risulta obiettivamente rafforzata, ma la strategia portante del blocco politico col M5S conosce in Liguria una sconfitta che replica quella dell'Umbria (solo il 56% dell'elettorato grillino ha votato Sansa). Nel mentre il sospirato alleato è travolto da una crisi interna che priva il PD di un interlocutore certo.

La crisi del M5S è l'epicentro dello scenario politico. È il principale ostacolo alla stabilizzazione politica e una incognita di portata sistemica. Dal punto di vista elettorale il tracollo va ben al di là dello scarto tradizionale tra voto amministrativo e voto politico. Il M5S perde sul 2019 i due terzi del proprio elettorato (da 1,9 milioni a 658.000), e dimezza persino il bottino delle elezioni regionali precedenti, del 2015. Due anni di (diverso) governo hanno privato il M5S di una identità riconoscibile presso la larga maggioranza dei propri elettori. Il tentativo di indossare last minute il vecchio abito anticasta non ha impedito la valanga, e difficilmente traccerà una via d'uscita.
Anche perché la crisi del M5S non è solo elettorale. La catena di comando Grillo- Casaleggio che lo guidava dalla nascita si è spezzata. Ne è scaturita «una guerra per bande» (Fico) che attraversa i gruppi parlamentari e i territori, senza che nessuno dei capibanda tenga il bandolo della matassa. Di Maio punta ad una politica di blocco col PD per le prossime elezioni comunali a supporto (provvisorio) del governo Conte per accumulare credito a futura memoria per la propria carriera politica. Intanto spinge per una legge proporzionale sul piano nazionale, riservandosi per l'evenienza la politica dei due forni. In sintesi cerca un ruolo centrale di governo per sé e per il suo partito, sul piano nazionale e locale. È il progetto di normalizzazione del M5S come partito organico del capitale.
Al polo opposto si muove Di Battista, anch'esso votato a tutto e al suo contrario, il cui unico obiettivo decifrabile è prendere la testa del M5S con l'appoggio della Casaleggio Associati. Ha il sostegno dei ministri uscenti del precedente governo con Salvini e della sindaca di Roma e del suo staff (Bugani), che per non essere disarcionata da un accordo tra M5S e PD ha affrettato la ricandidatura per il 2021, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto. La rivendicazione dell'identità originaria del M5S (quale?) è solo lo strumento propagandistico dell'operazione.
Ognuna di queste bande è a sua volta attraversata da guerre interne di posizionamento e di ruolo. Parafrasando Grillo, il parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno. I ruoli ministeriali hanno fatto il resto.
Ora si attendono gli stati generali del M5S come magico evento risolutivo. Ma la loro convocazione viene rinviata ogni volta perché non si capisce chi dovrebbe gestirli, né si capisce chi avrebbe il diritto di voto e soprattutto chi dovrebbe deciderlo.


LA CRISI DEL M5S E LE INCOGNITE DELLO SCENARIO POLITICO

Il punto è che la crisi esplosiva del M5S è la crisi della principale forza parlamentare, quella su cui si appoggia il governo della seconda potenza industriale d'Europa.

I margini di maggioranza al Senato sono esigui, e soprattutto saranno messi alla prova di passaggi strategici per il capitale: il ricorso o meno al MES (con cui finanziare l'abolizione dell'IRAP a scapito della sanità pubblica; la contrattazione e l'uso dei Recovery Fund; la prossima definizione della nota di aggiornamento al DEF con cui avviare la riduzione del debito per gli anni 2022 e 2023 a fronte di una drammatica recessione in corso; la gestione politica e sociale del graduale ritiro degli ammortizzatori straordinari a partire dallo sblocco già avviato dei licenziamenti; la gestione di una politica estera chiamata ad affrontare la spartizione degli equilibri internazionali nel Mediterraneo... Nessun governo imperialista in Europa, con l'eccezione parziale della Spagna, poggia su equilibri parlamentari tanto labili e incerti.

Dunque il voto ha rafforzato nell'immediato la stabilità di governo ma non ha risolto la crisi politica borghese. Lo sfaldamento del vecchio bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che per vent'anni aveva incardinato le politiche di austerità, non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Il centrodestra ha cambiato direzione dopo il tramonto, irreversibile, del berlusconismo ma la nuova guida Salvini non si è stabilizzata e non dispone delle entrature internazionali richieste (assenza di rapporti col PPE, relazioni ambigue con l'imperialismo russo...). Il vecchio centrosinistra si è dissolto, e un nuovo asse tra PD e M5S è ancora un'araba fenice: smentito dalle sconfitte elettorali (Umbria e Liguria), appeso alle incognite interne dei 5 Stelle, osteggiato da larga parte dei salotti buoni del capitale finanziario (che però non vogliono un centrodestra salviniano né dispongono di un'alternativa).
Il nuovo tripolarismo nato nel 2018 cede vistosamente su una gamba, ma non riesce a camminare in equilibrio con le altre due.

La crisi politica borghese, sullo sfondo di una crisi capitalistica drammatica, aprirebbe un ampio spazio d'azione al movimento operaio, se solo le sue direzioni si assumessero le proprie responsabilità. Ma la burocrazia sindacale, a partire da Landini, si offre come scendiletto del governo, rifiutando ogni forma di mobilitazione generale. Il suo obiettivo “strategico” è quello di cogestire la crisi più profonda del dopoguerra a braccetto di Confindustria, la stessa che intanto si oppone al rinnovo dei contratti e chiede la libertà di licenziare. In queste condizioni la politica della CGIL è il principale fattore della passivizzazione di massa, ciò che sinora permette alla borghesia di affrontare la propria crisi al riparo dell'opposizione sociale.


LA CRISI DELLA SINISTRA POLITICA. LA RISPOSTA DEI RIVOLUZIONARI

E la sinistra? Le elezioni amministrative di settembre confermano la sua crisi profonda. Il suicidio compiuto di Rifondazione Comunista tra le braccia del governo Prodi (2006/2008) e lo smarrimento successivo della stessa centralità di classe, con una giostra interminabile di accrocchi elettorali sempre diversi (Arcobaleno, lista Ingroia, il blocco a sostegno di Barbara Spinelli, La Sinistra...) ha prodotto un'onda lunga di delusione e confusione, che si è sovrapposta a sua volta alla crisi capitalista dell'ultimo decennio e al profondo arretramento della classe operaia, dei suoi livelli di mobilitazione, di organizzazione, di coscienza politica. La risultante d'insieme è stata lo sfondamento del populismo reazionario in ampi settori di salariati e la crisi di riconoscibilità e di senso della sinistra politica.

I dati elettorali delle regionali sono emblematici, a partire dalla Toscana (la lista Fattori passa dal 6% al 2,9; il PC di Rizzo dall'1,68% all'1%, il PCI riporta l'1%). Complessivamente un'area elettorale non trascurabile del 3/4% che cerca a suo modo un riferimento politico alternativo ai liberali e ai populisti, e che per metà è attratta da un riferimento comunista, ma a cui si offre ogni volta o un amalgama di natura civico-progressista o un'identità “comunista” ideologica, come quella che si richiama all'eredità di Berlinguer (PCI), come se il compromesso storico non vi fosse mai stato; o peggio quella che scimmiotta lo stalinismo del 1929/1933 (PC), che come allora prova a contendere “il popolo” ai reazionari facendo propri i pregiudizi dei reazionari. La lista PC-PCI nelle Marche ha riscosso l'1,4%; un suo manifesto che contrappone apertamente i diritti sociali ai diritti civili avrebbe potuto essere firmato da CasaPound, senza alcuna esagerazione (1).

Non si esce dalla crisi della sinistra politica, men che meno del campo comunista, con invenzioni o alchimie elettorali, o ripescando i richiami ideologici di tradizioni burocratiche che distrussero il comunismo rivoluzionario magari nel nome dell'unità dei comunisti. Se ne esce combinando l'unità d'azione nelle lotte per ritrovare un radicamento di classe, con un bilancio della storia del movimento operaio e comunista che sappia recuperare le sue radici. Un bilancio su cui formare una nuova generazione di militanti rivoluzionari, da organizzare in partito.

Questa è la nostra politica. Siamo e siamo stati nell'ultimo anno al crocevia di tutti i percorsi unitari della sinistra, dall'assemblea del 7 dicembre, al coordinamento delle sinistre di opposizione, al patto d'azione per il fronte unico anticapitalista. Sempre contrastando ogni visione settaria e autocentrata di chi contrappone la costruzione del partito allo sviluppo unitario del movimento reale. Non a caso l'assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e che si riunirà a Bologna il 27 settembre vede la piena partecipazione e copromozione dei nostri militanti sindacali ovunque collocati, per una prospettiva di allargamento del fronte di classe dell'avanguardia e della sua azione di massa, al di là di ogni confine e divisione.

Ma al tempo stesso non riduciamo la nostra azione al richiamo e alla pratica, pur importante, del fronte unico di lotta. Poniamo il problema dell'organizzazione politica dei militanti rivoluzionari, che è inseparabile da una memoria storica e da una collocazione internazionale conseguente.
Interessati ad aprire un confronto onesto su basi di chiarezza con ogni compagno od organizzazione che voglia unire i rivoluzionari su basi di principio, indipendentemente dai diversi percorsi e provenienze. Perché il PCL non vive per autoconservarsi, ma per costruire il partito della rivoluzione.





(1) Il testo del manifesto è il seguente: «Prova ad interessarti alle minoranze culturali quando sei disoccupato o non arrivi a fine mese. Prova ad interessarti alla libertà di stampa e alla controinformazione quando hai solo la terza media. Prova ad interessarti ai diritti LGBT quando sei costretto a dormire in strada. Prova ad interessarti ai cambiamenti climatici quando sei un disabile che non può lavorare e che ha perso il sussidio che gli spettava. Prima vengono i diritti sociali poi quelli civili».

Partito Comunista dei Lavoratori

Autonomia differenziata: cosa significa, quale risposta

Analisi e proposta del Partito Comunista dei Lavoratori

29 Giugno 2019
Ricognizione dei bisogni sociali dei lavoratori e dei poveri in tutta Italia. Definizione di un piano di lavoro e di investimenti dettato unicamente dalle urgenze sociali, contro ogni compatibilità. Per una risposta anticapitalista alla secessione dei ricchi

 DA DOVE NASCE L'AUTONOMIA DIFFERENZIATA
L'autonomia differenziata è un disegno politico e sociale che investirà gli assetti istituzionali e il conflitto di classe in Italia.
L'autonomia differenziata viene riconosciuta a livello legislativo dalla riforma dell'Articolo V della Costituzione promossa dal governo di centrosinistra di Giuliano Amato nel 2001. L'articolo 116 introdotto dalla riforma dà facoltà alle Regioni di negoziare con il governo centrale, e dunque con lo Stato nazionale, l'ampliamento delle proprie competenze sino a un massimo di 23 materie. Era l'epoca in cui il centrosinistra cercava di occupare il terreno federalista imposto dalla Lega inseguendola sul suo terreno.

Nella legislatura successiva fu il centrodestra a rilanciare il disegno autonomista inserendosi negli spazi aperti del centrosinistra. Nacque la riforma istituzionale della cosiddetta “devolution”, redatta da Calderoli e approvata nel 2005. Ma la riforma, sottoposta a referendum istituzionale, fu bocciata dall'elettorato il 25-26 giugno 2006.

Nel 2016 il progetto bonapartista di Renzi, ritagliato sulle sue ambizioni politiche, mirò a una riforma istituzionale di segno opposto, nel segno del rafforzamento politico e istituzionale del governo centrale a scapito dei poteri delle Regioni. Era il tentativo di dare al capitalismo italiano un assetto istituzionale più centralizzato attorno alla figura dominante del capo del governo.

Il fallimento clamoroso del disegno politico e istituzionale di Renzi (bocciatura referendaria del 4 dicembre 2016) ha incoraggiato, per effetto di rimbalzo, il nuovo rilancio del disegno autonomista. Veneto e Lombardia intraprendono un'iniziativa referendaria, con l'appoggio sostanziale al Nord sia del PD che del M5S. Il referendum, tenutosi nel 2017, registra un successo plebiscitario. Parallelamente nel 2017 la regione Emilia Romagna, senza passare per il referendum, apre il negoziato col governo centrale per la concessione dell'autonomia regionale in 15 materie e competenze. Il governo Gentiloni, proprio alla vigilia delle fatidiche elezioni del 4 marzo 2018, sigla una pre-intesa con le tre regioni interessate, nel segno dell'apertura alle loro richieste. Nel varco aperto si muovono altre sette regioni a statuto ordinario (Liguria, Piemonte, Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Campania), i cui governatori ottengono il mandato a intraprendere l'iter istituzionale del negoziato col governo centrale.

La ridefinizione dei rapporti istituzionali tra Stato e Regioni è parte dell'onda d'urto della sconfitta del renzismo, la stessa onda d'urto che sul piano politico ha sospinto l'inedito governo M5S-Lega, ha prodotto sul piano istituzionale un contraccolpo non meno profondo.


LA SECESSIONE DEI RICCHI

Il canovaccio dell'argomentazione autonomista ruota attorno ad un apparente senso comune: “Cosa c'è di male ad assicurare maggiori competenze ai governi locali? Non è forse un possibile vantaggio in fatto di minore burocrazia, maggiore vicinanza ai territori, maggiore possibilità di sostenere i cittadini e soddisfare i loro bisogni?”.

La realtà è esattamente opposta.

Il primo obiettivo di fondo dell'autonomia differenziata è trattenere sul proprio territorio il cosiddetto residuo fiscale, ossia lo scarto tra le entrate fiscali che lo Stato preleva da una regione e le risorse che vengono spese in quella regione. Le regioni del Nord, più ricche, hanno ovviamente un residuo fiscale alto. Per questo i governatori di Veneto e Lombardia chiedono di poter incassare il grosso del residuo. L'obiettivo iniziale era radicale: la giunta Zaia chiedeva di poter godere degli stessi privilegi delle province autonome di Trento e Bolzano, dove i nove decimi delle tasse pagate sul territorio restano a casa. Ma questa rivendicazione radicale serviva ad alzare contrattualmente la posta per strappare comunque un risultato vantaggioso. La bozza di accordo raggiunta tra governo Conte e Regioni interessate prevede clausole che tra loro combinate portano in quella direzione.

Il meccanismo sancito dalla bozza prevede la compartecipazione della Regione al gettito di tributi erariali maturati sul territorio. Attraverso la compartecipazione delle imposte la Regione copre il finanziamento delle funzioni trasferite dallo Stato alla sua competenza. Tanto spendeva lo Stato, tanto spende la Regione: sembrerebbe una operazione a costo zero. Ma non è così.

Innanzitutto la bozza d'accordo prevede come riferimento di calcolo il criterio della spesa media pro capite su scala nazionale: «l’ammontare delle risorse assegnate alla Regione per l’esercizio delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia di cui alla presente intesa non può essere inferiore al valore medio nazionale pro capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse» (1). Il punto è che Lombardia, Veneto ed Emilia hanno valori di spesa pro capite che si posizionano al di sotto della media nazionale. Quindi vuol dire che in base all'intesa le tre regioni vanno subito all'incasso. E non si tratta di pochi spiccioli. I bilanci di Lombardia, Veneto, Emilia aumenterebbero del 50%. Il solo Veneto di Zaia potrebbe contare su 5-6 miliardi aggiuntivi. Per dare un'idea, prendiamo il capitolo istruzione. Lombardia e Veneto dichiarano che in fatto di istruzione lo Stato versa loro una cifra pro capite di 480 euro per abitante, ben inferiore alla spesa media nazionale pro capite di 537 euro (trascurando il piccolo dettaglio che la maggiore spesa del Sud per l'istruzione è dovuta anche al fatto che lì si pagano insegnanti di ruolo, mentre al Nord si pagano di più i supplenti di insegnanti che hanno chiesto il trasferimento al Sud). Il risultato è che già al piede di partenza dell'autonomia, Lombardia e Veneto si troverebbero a incassare rispettivamente 265 e 742 milioni in più solo per allinearsi alla spesa media pro capite nell'istruzione. Un primo miliardo sottratto alla ripartizione, innanzitutto alle scuole del Sud.

In secondo luogo la bozza d'accordo prevede che tutti gli aumenti di gettito fiscale restino sul proprio territorio: «l’eventuale variazione di gettito maturato nel territorio della Regione dei tributi compartecipati o oggetto di aliquota riservata rispetto alla spesa sostenuta dallo Stato nella Regione o, successivamente, rispetto a quanto venga riconosciuto in applicazione dei fabbisogni standard, anche nella fase transitoria, è di competenza della Regione». È una clausola che da un lato incentiva le tasse locali (le famose addizionali sull'Irpef), per di più a carico dei “propri” salariati, dall'altro sottrae strutturalmente e cumulativamente le risorse aggiuntive alla ripartizione nazionale, a danno della popolazione povera del Meridione. Maggiore è la ricchezza incassata, prelevata dalle tasche dei lavoratori, minore è la ricchezza distribuita. Per di più, la bozza prevede che l'entità stessa dei fabbisogni venga col tempo rapportata al gettito fiscale della regione: «I fabbisogni standard sono misurati in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturati nel territorio regionale». Significa che le regioni più ricche offriranno i servizi migliori, quelle più povere i peggiori. Come se i diritti sociali alla salute o all'istruzione dipendessero dal luogo di residenza e non dalla eguale natura dei bisogni.

Si obietta che il primo anno il criterio di compartecipazione regionale al gettito avrà come riferimento la “spesa storica” (cioè quanto tradizionalmente si spende regione per regione), come a dire che nessuno sarà penalizzato. Ma l'obiezione è curiosa. Non solo perché si tratta per l'appunto di un criterio di riferimento temporaneo di cui già si programma il superamento in direzione peggiorativa, ma anche perché la “spesa storica” è esattamente la sanzione dell'ingiustizia e della disuguaglianza attuale. Già oggi il regionalismo ha sancito condizioni ineguali in prestazioni e servizi. Già oggi la regionalizzazione della sanità fa sì che esistano 21 sistemi sanitari regionali diversi, con 750.000 malati che devono curarsi fuori regione per assenza di servizi pubblici o costi incompatibili. Già oggi nel Centro-nord le risorse pubbliche complessive pro capite sono di quasi 15.000 euro, in Campania di 10.800. Il rispetto della spesa storica è dunque la sanzione dell'ineguaglianza attuale. L'autonomia differenziata mira solo ad allargarla ulteriormente e radicalmente a vantaggio dei ricchi. La secessione dei ricchi non è un argomento propagandistico, ma la realtà di un progetto.


CHI PAGA? IL SACCHEGGIO DEI POVERI

Se da un lato si incassano maggiori risorse vuol dire che dall'altro c'è qualcuno che paga.
La popolazione povera del meridione è la prima vittima dell'autonomia regionale, ma non la sola.
Lo spostamento di risorse verso le tre regioni che insieme fanno quasi il 40% del Pil nazionale non sarà tutto caricato sulle regioni del Sud (perché data l'entità del trasferimento sarebbe socialmente e politicamente ingestibile). Sarà in parte caricato sul bilancio pubblico nazionale. Per un verso sulla fiscalità generale, e siccome l'80% del carico fiscale ricade sulle spalle di lavoratori e lavoratrici (e pensionati), saranno loro a pagare, inclusi i lavoratori lombardi, veneti, emiliani. Per altro verso sarà finanziato dal taglio della spesa pubblica, che in larga parte è spesa sociale. Ancora una volta, dunque, pagheranno i lavoratori e le famiglie povere, senza confini geografici.

L'obiezione secondo cui “nelle regioni ricche vi saranno vantaggi sociali per i lavoratori” è una truffa bella e buona. Qual è la destinazione sociale del surplus fiscale che Lombardia, Veneto ed Emilia richiedono? Basta ascoltare la voce dei governatori interessati: riduzione delle tasse per le imprese del territorio, sostegno alle esportazioni e investimenti esteri delle proprie imprese, maggiore finanziamento pubblico alle scuole private e alla sanità privata, secondo il modello sociale già largamente sperimentato in particolare proprio in quelle regioni. Il padronato del Nord – grande, piccolo e medio – è il beneficiario dichiarato di tutta l'operazione dell'autonomia. La grande partita politica che gioca Salvini è proprio questa. La nuova Lega non può scaricare la vecchia. Può cancellare il suo vecchio leader e la simbologia nordista nel nome della proiezione verso Sud, ma lo può fare solo in cambio di precise contropartite da assicurare al Nord. E la contropartita è una nuova valanga di soldi alle “proprie” imprese. Nella prima legge di stabilità la Lega ha dovuto sacrificare al reddito di cittadinanza il progetto annunciato della flat tax; deve dunque compensare oggi non solo col rilancio di quel progetto ma anche con l'autonomia differenziata. Questo chiedono Fontana e Zaia, grandi elettori di Salvini nella Lega. E il capo ha garantito loro il malloppo.

La Lega cerca i voti dei lavoratori salariati e della popolazione povera del Sud proprio quando carica sul loro portafoglio la più grande regalia ai padroni del Nord.


LA FRANTUMAZIONE TERRITORIALE DELLA CLASSE LAVORATRICE

L'autonomia differenziata non si limita a trattenere localmente una parte sempre più ampia della ricchezza a scapito delle regioni povere. Prevede anche una destrutturazione territoriale di condizioni contrattuali, normative e salariali.

La scuola in particolare sarà investita da un vero ciclone. Lombardia e Veneto ottengono precisi poteri sulla «disciplina, anche mediante contratti regionali integrativi, dell'organizzazione e del rapporto di lavoro del personale dirigente, docente, amministrativo, tecnico e ausiliario». I neoassunti diventeranno dipendenti regionali, chi già lavora potrà scegliere se “trasferirsi” alla Regione. Il risultato sarà la frantumazione su base territoriale del settore più consistente dei lavoratori pubblici. I lavoratori assunti dalla Regione o che sceglieranno il contratto regionale potranno eventualmente ottenere qualche vantaggio corporativo di natura salariale, ma al prezzo della lacerazione della forza contrattuale della categoria e di ogni principio di uguaglianza. A pari lavoro, contratti e stipendi diversi, nella stessa regione e su scala nazionale. Tutto dipenderà dalla residenza. Doveva essere “prima gli italiani!”, è diventato “prima i lombardi, i veneti, gli emiliani!”.

Lo stesso vale per la sanità. La sanità è già in parte a gestione regionale, ma l'autonomia differenziata conferisce ancor più poteri in campo sanitario ai governatori delle regioni interessate. Essi «potranno rendere più flessibile la capacità di gestione della spesa, mediante la rimozione di vincoli specifici presenti e futuri in materia di personale». I vincoli dei contratti nazionali di lavoro «presenti e futuri» potranno dunque essere aggirati, contratti regionali potranno affiancare anche qui quelli nazionali contro ogni logica di tutela sociale, mentre i padroni delle cliniche private potranno allargare con maggiore libertà la torta dei propri affari. Inoltre negli Atti preliminari del disegno di legge si afferma che l'obiettivo è quello di «una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione limitatamente agli assistiti residenti nella regione». Una sanità per i residenti. I malati delle regioni del Sud, magari costretti a cercare le cure negli ospedali del Nord a seguito dello sfascio della sanità meridionale, saranno discriminati rispetto ai malati lombardo-veneti. Stessa malattia, diverso trattamento.

Intanto Lombardia e Veneto ottengono più ampi poteri in fatto di previdenza integrativa e sanità integrativa. Non è un caso. Mentre la sanità pubblica nazionale continuerà ad essere falcidiata ogni anno dalle leggi di stabilità (non solo per pagare il debito alle banche e ridurre le tasse ai padroni, ma ora anche per finanziare il surplus fiscale alle regioni ricche), le Regioni beneficiarie faranno affari con le polizze sanitarie private. Magari con campagne promozionali nel nome della “tutela della salute”. Parallelamente, siccome la legge Fornero non è affatto abolita, e giovani non giungeranno mai a 38 o 41 anni di contributi, le regioni autonome si portano avanti con l'affare sempreverde della previdenza integrativa. La stessa Lega che crocifigge a parole la Fornero si appresta a lucrare (in senso letterale) sul suo mantenimento. I lavoratori lombardi, veneti e emiliani sono le prime vittime di questa truffa.


LIBERI TUTTI

Il rafforzamento dei poteri regionali sarà un “liberi tutti” in fatto di gestione dell'ambiente, del territorio, del patrimonio artistico e culturale.

Sui trasporti si gioca una partita enorme. L'Emilia vanta già un'intesa per la potestà legislativa e amministrativa della rete stradale, autostradale, ferroviaria, proprio come la Lombardia: «Sono trasferite al demanio della Regione le tratte autostradali comprese nella rete autostradale nazionale insistente sul territorio lombardo. I beni, gli impianti e le infrastrutture sono retrocesse al demanio della Regione alla scadenza delle concessioni». I governatori potranno dunque decidere sull'affidamento e «l'approvazione di costruzione ed esercizio di autostrade e sulla vigilanza delle medesime». La possibilità fa gola a Zaia, che ancora non ha raggiunto l'accordo per la gestione delle autostrade ma intanto ha inserito in bozza la competenza su 18 tratte ferroviarie e il controllo degli aeroporti. La Regione è pronta a subentrare al ministero nelle trattative miliardarie sulle concessioni. Un passaggio rilevante nella costruzione di relazioni in proprio col capitale e fonti di ulteriori incassi.

Ma è su ambiente e territorio che i nuovi poteri minacciano le conseguenze più pesanti. Tra le competenze richieste dalle tre Regioni c'è la tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale. Considerando che le tre regioni sono quelle segnate già oggi dal consumo del suolo più alto del paese, si tratta della rivendicazione di un via libera definitivo. I governatori puntano alla completa liberalizzazione dei piani di cementificazione e saccheggio. Gli argomenti per cui non c'è nulla di male se è la Regione e non lo Stato ad amministrare il territorio è un argomento a geometria variabile a seconda degli interessi del capitale. Non vale magari per la TAV Torino-Lione, a fronte di interessi borghesi preminenti, ma vale se si tratta delle sorti delle coste e delle foreste, dove ad esempio i poteri della Regione a statuto speciale della Sicilia hanno consentito più agevolmente la peggiore speculazione e la logica di scambio con gli interessi affaristici delle cosche locali. Non è un caso se Lombardia e Veneto guardano alla Sicilia come modello in fatto di competenze paesaggistiche. Lo stesso vale per il patrimonio artistico e culturale. “Che male c'è - dice Salvini - se il direttore di Brera o il soprintendente di Milano saranno nominati dalla regione Lombardia invece che dal ministero dei beni culturali?”. In realtà Brera ai lombardi e l'Accademia di Venezia ai veneti vogliono introdurre una scomposizione del patrimonio artistico su base territoriale, a scapito del suo valore nazionale e universale. Premessa a sua volta dell'ulteriore sviluppo della gestione privatistica e mercantile di tali beni.


QUALE RISPOSTA

Se il disegno autonomistico ha una valenza classista e capitalista, anticapitalista e di classe deve essere la risposta.

C'è bisogno sicuramente di costruire il fronte unitario più vasto in opposizione al disegno.
L'assemblea nazionale della Scuola del 7 luglio a Roma si muove in questa direzione. Un'iniziativa tanto più importante dopo che un mese fa la CGIL ha revocato uno sciopero generale della scuola già indetto, con un regalo insperato al governo in cambio del nulla. E dopo che l'opposizione interna alla CGIL, un fronte di sindacati di base, numerose associazioni della scuola, hanno reagito unitariamente alla revoca mantenendo lo sciopero. Il PCL ha dunque aderito convintamente all'assemblea nazionale del 7 luglio.

Anche l'appello promosso da un gruppo di personalità politiche, sindacali, intellettuali per la formazione di un coordinamento del No alla "secessione dei ricchi" solleva una giusta esigenza unitaria. Tuttavia il taglio essenzialmente costituzional-democratico dell'appello, incentrato sulla “difesa della Repubblica” e sulla proposta di una commissione parlamentare di inchiesta sui diritti sociali in Italia, ci pare fuorviante.
Le istituzioni della Repubblica sono le stesse che hanno accompagnato e gestito negli ultimi trent'anni l'offensiva contro i diritti del lavoro e le protezioni sociali e ambientali. Lo stesso disegno autonomista si è sviluppato nel varco che queste istituzioni hanno aperto. L'identificazione nelle istituzioni di questa Repubblica collocherebbe il fronte del No nella immagine pubblica sul terreno della conservazione, regalando al populismo reazionario la bandiera del cambiamento e della svolta. La richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta rivolta oltretutto a un parlamento a composizione reazionaria è un ulteriore messaggio di impotenza privo di qualsiasi efficacia pratica.

L'impostazione crediamo vada esattamente rovesciata. È il movimento operaio che in piena autonomia dal governo e dalle istituzioni dello Stato ha il compito di sviluppare la propria inchiesta e mobilitazione. Tre sono le necessità che si tengono insieme, dentro la proposta di una iniziativa di classe indipendente:

1) La CGIL e tutti i sindacati di classe debbono intraprendere su scala nazionale la ricognizione/inventario dei bisogni sociali insoddisfatti dei lavoratori e della popolazione povera di ogni territorio, al Nord, nel Sud, nelle isole: in fatto di servizi sociali, sistema dei trasporti, assetto idrogeologico, bonifiche ambientali. Un inventario che può e deve passare attraverso la promozione di un'azione attiva (assemblee nei luoghi di lavoro, rapporto con le organizzazioni e i comitati ambientalisti, assemblee popolari).

2) Sulla base di questa ricognizione indipendente delle urgenze sociali va definito un grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici su scala nazionale, con la quantificazione delle risorse necessarie e della nuova occupazione richiesta: un piano unicamente dettato dalle urgenze sociali, e dunque estraneo ad ogni logica di cosiddetta “compatibilità”. Un piano combinato con la ripartizione del lavoro tra tutti, occupati e disoccupati, attraverso la riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga (scala mobile delle ore di lavoro).

3) Il piano deve indicare le fonti del proprio finanziamento: cancellazione dei trasferimenti pubblici a imprese e banche private, tassazione progressiva dei grandi patrimoni, tassazione progressiva di rendite e profitti, abolizione del debito pubblico verso le banche e loro conseguente nazionalizzazione.

Questo piano mira a ricomporre il fronte sociale che governo e Lega vogliono dividere (lavoratori e lavoratrici del Nord e del Sud, pubblici e privati, precari e indeterminati, italiani e immigrati) e a raccogliere attorno ai lavoratori, su scala nazionale, l'insieme della popolazione povera. Attorno a questo piano va aperta una grande vertenza nazionale e una mobilitazione radicale a suo sostegno, in aperta contrapposizione al progetto del governo. Al tempo stesso una lotta reale per tale piano pone inevitabilmente il tema della prospettiva, il tema della soluzione politica necessaria perché esso possa essere davvero realizzato. Per noi questa soluzione è un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, fondato sulla autorganizzazione democratica e di massa dei lavoratori stessi. L'unico governo che può realizzare queste misure di svolta, e ridisegnare l'ossatura stessa dello Stato in base agli interessi degli sfruttati.

Nel più vasto fronte unico di lotta contro il disegno del governo il PCL porterà questo indirizzo generale di proposta.




Note:

(1) Per questo e i successivi riferimenti legislativi e citazioni: Ecco l’accordo: su scuola e sanità l’Italia è divisa in 2, Lorenzo Giarelli, Il Fatto Quotidiano, 12 Febbraio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

La secessione dei ricchi

Il referendum lombardo-veneto (Zaia-Maroni) del 2017 sulla cosiddetta autonomia regionale sta partorendo il frutto annunciato. Il governo giallo-bruno sta varando un'intesa con i governatori di Lombardia e Veneto che colpisce il lavoro salariato e la popolazione povera, in particolare del Sud.

Il meccanismo è semplice nella sua brutalità. I governatori del Nord vogliono allungare le mani su una fetta più grande delle risorse fiscali. Inizialmente la richiesta di Zaia era di poter trattenere localmente il cosiddetto residuo fiscale, cioè lo scarto tra gettito fiscale prodotto e trasferimento statale alla Regione. Siccome la richiesta, così formulata, aveva difficoltà a passare, ora si persegue lo stesso obiettivo in una forma diversa: si chiede allo Stato un trasferimento di competenze alla Regione che motivi una “maggiore compartecipazione” della stessa al gettito territoriale (dell'Irpef, dell'Irap, della tassa sull'auto...).

Il significato sociale e di classe dell'operazione è evidente. Le tre Regioni più ricche d'Italia, che fanno insieme più del 40% del PIL, chiedono e ottengono di sottrarsi ampiamente alla redistribuzione nazionale dell'introito fiscale. Maggiore è la quota che si accaparrano, minore è la quota che verrà riservata al resto d'Italia. In un contesto segnato dalla disuguaglianza sempre più ampia tra Nord e Sud in fatto di occupazione, servizi, prestazioni, il governo giallo-bruno arreca una nuova mazzata al Meridione.

Ma non si tratta di sola ripartizione territoriale. I governi regionali di Lombardia e Veneto (con alla coda la giunta regionale emiliana del PD) chiedono il pieno controllo di tutto il sistema degli incentivi alle imprese, la gestione della cassa integrazione e delle cosiddette politiche attive del lavoro (reddito di cittadinanza incluso); il controllo di autostrade, ferrovie, aeroporti; la regionalizzazione dei rapporti di lavoro nella scuola, dell'alternanza scuola-lavoro, del rapporto con le scuole private; pieni poteri in fatto di sanità, inclusa la gestione dei fondi sanitari integrativi; e persino la gestione della previdenza complementare, della protezione civile, dell'ordinamento sportivo locale. Insomma, i governi regionali si candidano ad avere mano libera su ogni terreno. La disponibilità di maggiori risorse fiscali consentirà loro di continuare a ridurre le tasse sui profitti, di allargare le regalie pubbliche alle imprese private, di liberalizzare e privatizzare ulteriormente prestazioni sociali e servizi pubblici. Più ridurranno la spesa sociale più aumenteranno l'assistenza ai padroni. In cambio offriranno qualche piccolo privilegio corporativo ai propri “residenti”, pagato con la frantumazione contrattuale dei lavoratori, e dunque con l'attacco alla loro forza collettiva.

La Lega finanzia con questo accordo gli impegni assunti col padronato. Salvini non ha potuto onorare adeguatamente la promessa della flat tax nella prima legge di stabilità, dovendo accordarsi col M5S sul reddito di cittadinanza. Ora compensa la promessa mancata regalando alla piccola e media borghesia del Nord una nuova fetta di soldi e di potere. Pagano i salariati, del Nord e del Sud. Paga ovunque la popolazione povera. Il paradosso è che Salvini sfonda elettoralmente nella popolazione povera del Sud nel momento stesso in cui le carica sul groppo l'ingrasso ulteriore del padronato del Nord. E che il M5S sventola al Sud il reddito di cittadinanza nel momento stesso in cui concorre con Salvini, e alla coda di Salvini, nello spogliare le masse meridionali.

Per ora la truffa tiene, il consenso al governo resta alto. La memoria popolare di PD e FI è sufficiente per assicurare a Conte un sostegno sociale reale, mentre la passività dei sindacati continua ad offrigli un margine di manovra propagandistico. Ma i nodi si aggrovigliano, la coperta è stretta, le contraddizioni aumentano. È l'ora di rilanciare una opposizione sociale e di massa. Le chiacchiere di Landini stanno a zero. È l'ora di una lotta vera.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sui referendum per l'autonomia in Lombardia e Veneto

Contro le consultazioni reazionarie di Maroni e Zaia

 

 I referendum del 22 ottobre in Lombardia e Veneto hanno carattere consultivo: chiedono un mandato negoziale verso il governo nazionale a favore di “una maggiore autonomia” regionale.

Il referendum del Veneto intendeva sottoporre a referendum cinque quesiti (tra cui il trattenimento in Veneto dell'80% delle tasse localmente riscosse) e in aggiunta uno specifico quesito sull'”indipendenza del Veneto”. Nel 2015 la Corte Costituzionale ha depennato quattro dei cinque quesiti, oltre a quello indipendentista, ammettendo esclusivamente il quesito più generico («vuoi che al Veneto siano attribuite ulteriori forme di autonomia?»). Zaia ha tuttavia dichiarato che, nel caso di una maggioranza di votanti sugli aventi diritto, lo Statuto regionale consente alla regione Veneto la definizione di un disegno di legge per l'autonomia.
Maroni ha un taglio più interno alla logica istituzionale di coalizione del centrodestra in vista delle imminenti elezioni regionali (non senza un elemento di contrappeso regionalista alla linea nazionalista di Salvini).
L'elemento comune è la volontà di rafforzare il potere dei "governatorati".


LA RINEGOZIAZIONE DELL'EQUILIBRIO DEI POTERI DOPO IL 4 DICEMBRE

Non siamo in presenza di una scelta secessionista. È indubbio che la frattura tra Nord e Sud si è ulteriormente approfondita negli anni della crisi, e che un settore di media borghesia del Nord-Est, molto integrato nel mercato tedesco, può essere attratto da una suggestione separatista. Ma questa è oggi un'opzione molto minoritaria nello stesso Veneto. Non ha sponde in Confindustria, impegnata sulla linea europeista, e difficilmente può aprirsi un varco nelle rappresentanze politiche del centrodestra, a fronte di una Lega che cerca lo sbarco al Sud, e di un Berlusconi che si fa garante della stabilità istituzionale presso la Merkel.

Al tempo stesso però non siamo in presenza di una pura operazione elettoralistica. Dopo il 4 dicembre, con la sconfitta del disegno centralistico-bonapartista del renzismo, si è aperta una fase di crisi istituzionale che investe anche l'equilibrio dei poteri. La riapertura di una questione federalistica è il contraccolpo del 4 dicembre. Il negoziato tra Lombardia/Veneto e governo nazionale si pone su questo sfondo.


CATALOGNA E “PADANIA”, REALTÀ E FINZIONE


Il contenuto politico e sociale dei due referendum è reazionario. Il tentativo di Maroni e Zaia di assimilarli al referendum della Catalogna è semplicemente patetico.

La Catalogna è una nazionalità reale, segnata da una riconoscibilità linguistica e culturale, storicamente oppressa dalla Spagna, al pari della nazione basca.
Il movimento indipendentista che la Catalogna esprime è un movimento democratico repubblicano contrapposto alla monarchia di Madrid, ha una radice profonda nella storia di Spagna, si intreccia con la grande rivoluzione spagnola del 1936, con l'opposizione democratica alla dittatura franchista, e oggi con tutte le principali battaglie di opposizione alle politiche dominanti. Si pensi all'enorme manifestazione di massa a Barcellona per i diritti dei migranti contro le politiche xenofobe, la più grande manifestazione sul tema in Europa.

La Lega di Salvini, Maroni e Zaia si colloca dalla parte opposta della barricata. È la rappresentanza di un settore centrale di piccola e media borghesia rapace del Nord d'Italia che, in blocco col grande capitale industriale e bancario, domina storicamente sul Meridione e sulla classe operaia. La trovata della inesistente Padania è la maschera farlocca di questa rapina.
In realtà la rivendicazione autonomista consiste nella pretesa del blocco dominante lombardo-veneto di accaparrarsi una buona fetta degli attuali residui fiscali (54 miliardi la Lombardia, 9 miliardi il Veneto) sottraendoli alle regioni più povere. Sono queste le risorse su cui Maroni e Zaia vorrebbero allungare le mani. Per favorire i cosiddetti cittadini lombardo-veneti, come recita la propaganda referendaria? No, per difendere gli interessi dei poteri forti del territorio: ridurre ulteriormente le tasse al proprio padronato, continuare a ingrassare le cliniche private, allargare i trasferimenti pubblici alle imprese locali, incrementare i propri pacchetti azionari nelle banche territoriali (truffaldine), ampliare il volume degli appalti per le grandi operazioni speculative, nutrire più in generale le proprie clientele. Il tutto continuando a colpire i servizi pubblici locali (si pensi ai tagli regionali sui trasporti) e a incrementare le imposte locali indirette.

Chi pagherebbe concretamente il conto di questa operazione “autonomista”? La classe lavoratrice, inclusi naturalmente i lavoratori lombardi e veneti. Attraverso nuovi carichi fiscali sui salari, nuovo taglio centrale dei trasferimenti ai comuni (compresi quelli lombardo-veneti), nuovi colpi a istruzione pubblica e sanità, difesa ancor più rigida della legge Fornero sulle pensioni... È questa la grande truffa del federalismo padano, già pagata dalla classe operaia negli anni 2000, e che oggi le viene rivenduta come nuova.


LA LEGA ARCHITRAVE DEL CAPITALISMO DEL NORD

Non solo. I referendum rivendicano maggiori poteri per le giunte regionali in fatto di politiche d'ordine. Cosa significa concretamente? Significa poter gestire con mano (ancor più) libera le politiche discriminatorie verso i migranti in fatto di rastrellamenti, segregazioni, respingimenti, per dirottare contro di loro la rabbia sociale. Significa poter approntare corpi regionali d'intervento per rendere immediatamente esecutivi sfratti e sgomberi di stabili occupati, a tutto vantaggio degli speculatori immobiliari e del valore di mercato delle loro proprietà. Significa garantire la... “sicurezza”: quella di chi ha tutto a spese di chi non ha nulla. Quando Salvini a Pontida ha rivendicato “mano libera per la polizia” ha alluso a questo.

Altro che forza di opposizione al sistema! La Lega è un architrave del sistema dominante della cosiddetta seconda Repubblica. È ininterrottamente, da un quarto di secolo ormai, il principale partito di governo delle due regioni del Nord che fanno da cuore pulsante del capitalismo italiano. È la forza politica egemone di un blocco sociale reazionario che subordina settori consistenti di proletariato (in particolare industriale) agli interessi dei suoi sfruttatori. I referendum di Zaia e Maroni vogliono rafforzare ricchezza e potere di questo blocco dominante, alimentando anche per via referendaria la ventata reazionaria più generale. Per di più con una sfrontata ipocrisia: la stessa Lega Nord che rispolvera la Padania contro “il ladrocinio” del Sud, nel Sud sventola oggi la bandiera nazionalista (e se serve persino neoborbonica) contro “i politici del Nord”. Il cinismo acchiappavoti di Matteo Salvini non conosce davvero alcun limite.


LA COMPLICITÀ DI PD E M5S. L'EVANESCENZA DELLE SINISTRE

Significativa è la collocazione verso i referendum delle diverse forze politiche.

Il PD nazionale tace, mentre decine di sindaci PD (Sala in testa) si schierano a favore dei referendum, e il presidente della regione Emilia Romagna (fedelissimo di Renzi) si posiziona in termini concorrenziali con un proprio progetto autonomistico.
Il M5S cavalca i referendum dentro la linea di competizione con la Lega, con la speranza di irrobustire le proprie radici nel Nord.
Le sinistre riformiste, polemiche coi referendum ma impacciate dalla propria cultura aclassista, sostengono per lo più una posizione astensionista, che però copre le più diverse politiche: o il disimpegno (“Il referendum è inutile e costoso, abbiamo altre cose a cui pensare”), o fumosi progetti alternativi (“Siamo per un vero federalismo democratico...”), oppure addirittura suggestioni nazionaliste di stampo sciovinista (“Le regioni del Nord vogliono andare con la Germania, contro la Germania difendiamo l'Italia”). Ci sono offerte, insomma, per tutti i palati, tranne che posizioni di classe.


CONTRO I REFERENDUM LEGHISTI, DALLA PARTE DEI LAVORATORI


È invece essenziale che contro il contenuto reazionario dei referendum lombardo-veneti si esprima una chiara opposizione del movimento operaio, con forme di mobilitazione attiva di tutta la sinistra politica, sindacale, associativa, di movimento. Con assemblee nei luoghi di lavoro, manifestazioni pubbliche, una campagna attiva controcorrente che chiarisca innanzitutto il punto essenziale: i referendum di Lombardia e Veneto sono contro l'intera classe operaia italiana e la popolazione povera. Mirano ad approfondire le divisioni tra gli sfruttati a esclusivo beneficio degli sfruttatori. Per questo vedono la larga convergenza, formale o informale, delle tre destre che oggi si contendono il governo del capitalismo italiano: salvinismo, grillismo, renzismo.

Contro le tre destre, anche sul terreno referendario, è necessario costruire il fronte unico della classe lavoratrice a partire dalla sua avanguardia e dalle sue organizzazioni. Per il rilancio di una vera opposizione di massa. Per un programma di lotta generale che unifichi i lavoratori del Nord e del Sud, privati e pubblici, italiani e immigrati, e attorno ad essi il blocco sociale di tutti gli oppressi, a partire dalla larga maggioranza dei giovani e delle donne.

Diciassette milioni di lavoratori salariati sono in Italia una forza enorme, la direzione naturale di una possibile maggioranza alternativa della società. Questa forza deve solo prender coscienza di sé, unire le proprie fila, organizzarsi. Le direzioni sindacali e politiche della sinistra, che hanno tradito la rappresentanza di questa classe, hanno perciò stesso consentito che essa divenisse terreno di pascolo per avventurieri e demagoghi di tutte le risme. Costruire un'altra direzione della classe lavoratrice è allora parte inseparabile, tanto più oggi, della battaglia contro la reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori