Ricognizione dei bisogni sociali dei
lavoratori e dei poveri in tutta Italia. Definizione di un piano di
lavoro e di investimenti dettato unicamente dalle urgenze sociali,
contro ogni compatibilità. Per una risposta anticapitalista alla
secessione dei ricchi
DA DOVE NASCE L'AUTONOMIA DIFFERENZIATA
L'autonomia differenziata è un disegno politico e sociale che
investirà gli assetti istituzionali e il conflitto di classe in Italia.
L'autonomia differenziata viene riconosciuta a livello legislativo
dalla riforma dell'Articolo V della Costituzione promossa dal governo di
centrosinistra di Giuliano Amato nel 2001. L'articolo 116 introdotto
dalla riforma dà facoltà alle Regioni di negoziare con il governo
centrale, e dunque con lo Stato nazionale, l'ampliamento delle proprie
competenze sino a un massimo di 23 materie. Era l'epoca in cui il
centrosinistra cercava di occupare il terreno federalista imposto dalla
Lega inseguendola sul suo terreno.
Nella legislatura successiva fu il centrodestra a rilanciare il
disegno autonomista inserendosi negli spazi aperti del centrosinistra.
Nacque la riforma istituzionale della cosiddetta “devolution”, redatta
da Calderoli e approvata nel 2005. Ma la riforma, sottoposta a
referendum istituzionale, fu bocciata dall'elettorato il 25-26 giugno
2006.
Nel 2016 il progetto bonapartista di Renzi, ritagliato sulle sue
ambizioni politiche, mirò a una riforma istituzionale di segno opposto,
nel segno del rafforzamento politico e istituzionale del governo
centrale a scapito dei poteri delle Regioni. Era il tentativo di dare al
capitalismo italiano un assetto istituzionale più centralizzato attorno
alla figura dominante del capo del governo.
Il fallimento clamoroso del disegno politico e istituzionale di
Renzi (bocciatura referendaria del 4 dicembre 2016) ha incoraggiato, per
effetto di rimbalzo, il nuovo rilancio del disegno autonomista. Veneto e
Lombardia intraprendono un'iniziativa referendaria, con l'appoggio
sostanziale al Nord sia del PD che del M5S. Il referendum, tenutosi nel
2017, registra un successo plebiscitario. Parallelamente nel 2017 la
regione Emilia Romagna, senza passare per il referendum, apre il
negoziato col governo centrale per la concessione dell'autonomia
regionale in 15 materie e competenze. Il governo Gentiloni, proprio alla
vigilia delle fatidiche elezioni del 4 marzo 2018, sigla una pre-intesa
con le tre regioni interessate, nel segno dell'apertura alle loro
richieste. Nel varco aperto si muovono altre sette regioni a statuto
ordinario (Liguria, Piemonte, Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Campania),
i cui governatori ottengono il mandato a intraprendere l'iter
istituzionale del negoziato col governo centrale.
La ridefinizione dei rapporti istituzionali tra Stato e Regioni è
parte dell'onda d'urto della sconfitta del renzismo, la stessa onda
d'urto che sul piano politico ha sospinto l'inedito governo M5S-Lega, ha
prodotto sul piano istituzionale un contraccolpo non meno profondo.
LA SECESSIONE DEI RICCHI
Il canovaccio dell'argomentazione autonomista ruota attorno ad un
apparente senso comune: “Cosa c'è di male ad assicurare maggiori
competenze ai governi locali? Non è forse un possibile vantaggio in
fatto di minore burocrazia, maggiore vicinanza ai territori, maggiore
possibilità di sostenere i cittadini e soddisfare i loro bisogni?”.
La realtà è esattamente opposta.
Il primo obiettivo di fondo dell'autonomia differenziata è
trattenere sul proprio territorio il cosiddetto residuo fiscale, ossia
lo scarto tra le entrate fiscali che lo Stato preleva da una regione e
le risorse che vengono spese in quella regione. Le regioni del Nord, più
ricche, hanno ovviamente un residuo fiscale alto. Per questo i
governatori di Veneto e Lombardia chiedono di poter incassare il grosso
del residuo. L'obiettivo iniziale era radicale: la giunta Zaia chiedeva
di poter godere degli stessi privilegi delle province autonome di Trento
e Bolzano, dove i nove decimi delle tasse pagate sul territorio restano
a casa. Ma questa rivendicazione radicale serviva ad alzare
contrattualmente la posta per strappare comunque un risultato
vantaggioso. La bozza di accordo raggiunta tra governo Conte e Regioni
interessate prevede clausole che tra loro combinate portano in quella
direzione.
Il meccanismo sancito dalla bozza prevede la compartecipazione della
Regione al gettito di tributi erariali maturati sul territorio.
Attraverso la compartecipazione delle imposte la Regione copre il
finanziamento delle funzioni trasferite dallo Stato alla sua competenza.
Tanto spendeva lo Stato, tanto spende la Regione: sembrerebbe una
operazione a costo zero. Ma non è così.
Innanzitutto la bozza d'accordo prevede come riferimento di calcolo
il criterio della spesa media pro capite su scala nazionale: «l’ammontare
delle risorse assegnate alla Regione per l’esercizio delle ulteriori
forme e condizioni particolari di autonomia di cui alla presente intesa
non può essere inferiore al valore medio nazionale pro capite della
spesa statale per l’esercizio delle stesse» (1). Il punto è che
Lombardia, Veneto ed Emilia hanno valori di spesa pro capite che si
posizionano al di sotto della media nazionale. Quindi vuol dire che in
base all'intesa le tre regioni vanno subito all'incasso. E non si tratta
di pochi spiccioli. I bilanci di Lombardia, Veneto, Emilia
aumenterebbero del 50%. Il solo Veneto di Zaia potrebbe contare su 5-6
miliardi aggiuntivi. Per dare un'idea, prendiamo il capitolo istruzione.
Lombardia e Veneto dichiarano che in fatto di istruzione lo Stato versa
loro una cifra pro capite di 480 euro per abitante, ben inferiore alla
spesa media nazionale pro capite di 537 euro (trascurando il piccolo
dettaglio che la maggiore spesa del Sud per l'istruzione è dovuta anche
al fatto che lì si pagano insegnanti di ruolo, mentre al Nord si pagano
di più i supplenti di insegnanti che hanno chiesto il trasferimento al
Sud). Il risultato è che già al piede di partenza dell'autonomia,
Lombardia e Veneto si troverebbero a incassare rispettivamente 265 e 742
milioni in più solo per allinearsi alla spesa media pro capite
nell'istruzione. Un primo miliardo sottratto alla ripartizione,
innanzitutto alle scuole del Sud.
In secondo luogo la bozza d'accordo prevede che tutti gli aumenti di gettito fiscale restino sul proprio territorio: «l’eventuale
variazione di gettito maturato nel territorio della Regione dei tributi
compartecipati o oggetto di aliquota riservata rispetto alla spesa
sostenuta dallo Stato nella Regione o, successivamente, rispetto a
quanto venga riconosciuto in applicazione dei fabbisogni standard, anche
nella fase transitoria, è di competenza della Regione». È una
clausola che da un lato incentiva le tasse locali (le famose addizionali
sull'Irpef), per di più a carico dei “propri” salariati, dall'altro
sottrae strutturalmente e cumulativamente le risorse aggiuntive alla
ripartizione nazionale, a danno della popolazione povera del Meridione.
Maggiore è la ricchezza incassata, prelevata dalle tasche dei
lavoratori, minore è la ricchezza distribuita. Per di più, la bozza
prevede che l'entità stessa dei fabbisogni venga col tempo rapportata al
gettito fiscale della regione: «I fabbisogni standard sono misurati
in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi
maturati nel territorio regionale». Significa che le regioni più
ricche offriranno i servizi migliori, quelle più povere i peggiori. Come
se i diritti sociali alla salute o all'istruzione dipendessero dal
luogo di residenza e non dalla eguale natura dei bisogni.
Si obietta che il primo anno il criterio di compartecipazione
regionale al gettito avrà come riferimento la “spesa storica” (cioè
quanto tradizionalmente si spende regione per regione), come a dire che
nessuno sarà penalizzato. Ma l'obiezione è curiosa. Non solo perché si
tratta per l'appunto di un criterio di riferimento temporaneo di cui già
si programma il superamento in direzione peggiorativa, ma anche perché
la “spesa storica” è esattamente la sanzione dell'ingiustizia e della
disuguaglianza attuale. Già oggi il regionalismo ha sancito condizioni
ineguali in prestazioni e servizi. Già oggi la regionalizzazione della
sanità fa sì che esistano 21 sistemi sanitari regionali diversi, con
750.000 malati che devono curarsi fuori regione per assenza di servizi
pubblici o costi incompatibili. Già oggi nel Centro-nord le risorse
pubbliche complessive pro capite sono di quasi 15.000 euro, in Campania
di 10.800. Il rispetto della spesa storica è dunque la sanzione
dell'ineguaglianza attuale. L'autonomia differenziata mira solo ad
allargarla ulteriormente e radicalmente a vantaggio dei ricchi. La
secessione dei ricchi non è un argomento propagandistico, ma la realtà
di un progetto.
CHI PAGA? IL SACCHEGGIO DEI POVERI
Se da un lato si incassano maggiori risorse vuol dire che dall'altro c'è qualcuno che paga.
La popolazione povera del meridione è la prima vittima dell'autonomia regionale, ma non la sola.
Lo spostamento di risorse verso le tre regioni che insieme fanno
quasi il 40% del Pil nazionale non sarà tutto caricato sulle regioni del
Sud (perché data l'entità del trasferimento sarebbe socialmente e
politicamente ingestibile). Sarà in parte caricato sul bilancio pubblico
nazionale. Per un verso sulla fiscalità generale, e siccome l'80% del
carico fiscale ricade sulle spalle di lavoratori e lavoratrici (e
pensionati), saranno loro a pagare, inclusi i lavoratori lombardi,
veneti, emiliani. Per altro verso sarà finanziato dal taglio della spesa
pubblica, che in larga parte è spesa sociale. Ancora una volta, dunque,
pagheranno i lavoratori e le famiglie povere, senza confini geografici.
L'obiezione secondo cui “nelle regioni ricche vi saranno vantaggi
sociali per i lavoratori” è una truffa bella e buona. Qual è la
destinazione sociale del surplus fiscale che Lombardia, Veneto ed Emilia
richiedono? Basta ascoltare la voce dei governatori interessati:
riduzione delle tasse per le imprese del territorio, sostegno alle
esportazioni e investimenti esteri delle proprie imprese, maggiore
finanziamento pubblico alle scuole private e alla sanità privata,
secondo il modello sociale già largamente sperimentato in particolare
proprio in quelle regioni. Il padronato del Nord – grande, piccolo e
medio – è il beneficiario dichiarato di tutta l'operazione
dell'autonomia. La grande partita politica che gioca Salvini è proprio
questa. La nuova Lega non può scaricare la vecchia. Può cancellare il
suo vecchio leader e la simbologia nordista nel nome della proiezione
verso Sud, ma lo può fare solo in cambio di precise contropartite da
assicurare al Nord. E la contropartita è una nuova valanga di soldi alle
“proprie” imprese. Nella prima legge di stabilità la Lega ha dovuto
sacrificare al reddito di cittadinanza il progetto annunciato della flat
tax; deve dunque compensare oggi non solo col rilancio di quel progetto
ma anche con l'autonomia differenziata. Questo chiedono Fontana e Zaia,
grandi elettori di Salvini nella Lega. E il capo ha garantito loro il
malloppo.
La Lega cerca i voti dei lavoratori salariati e della popolazione
povera del Sud proprio quando carica sul loro portafoglio la più grande
regalia ai padroni del Nord.
LA FRANTUMAZIONE TERRITORIALE DELLA CLASSE LAVORATRICE
L'autonomia differenziata non si limita a trattenere localmente una
parte sempre più ampia della ricchezza a scapito delle regioni povere.
Prevede anche una destrutturazione territoriale di condizioni
contrattuali, normative e salariali.
La scuola in particolare sarà investita da un vero ciclone. Lombardia e Veneto ottengono precisi poteri sulla «disciplina,
anche mediante contratti regionali integrativi, dell'organizzazione e
del rapporto di lavoro del personale dirigente, docente, amministrativo,
tecnico e ausiliario». I neoassunti diventeranno dipendenti
regionali, chi già lavora potrà scegliere se “trasferirsi” alla Regione.
Il risultato sarà la frantumazione su base territoriale del settore più
consistente dei lavoratori pubblici. I lavoratori assunti dalla Regione
o che sceglieranno il contratto regionale potranno eventualmente
ottenere qualche vantaggio corporativo di natura salariale, ma al prezzo
della lacerazione della forza contrattuale della categoria e di ogni
principio di uguaglianza. A pari lavoro, contratti e stipendi diversi,
nella stessa regione e su scala nazionale. Tutto dipenderà dalla
residenza. Doveva essere “prima gli italiani!”, è diventato “prima i
lombardi, i veneti, gli emiliani!”.
Lo stesso vale per la sanità. La sanità è già in parte a gestione
regionale, ma l'autonomia differenziata conferisce ancor più poteri in
campo sanitario ai governatori delle regioni interessate. Essi «potranno
rendere più flessibile la capacità di gestione della spesa, mediante la
rimozione di vincoli specifici presenti e futuri in materia di
personale». I vincoli dei contratti nazionali di lavoro «presenti e futuri»
potranno dunque essere aggirati, contratti regionali potranno
affiancare anche qui quelli nazionali contro ogni logica di tutela
sociale, mentre i padroni delle cliniche private potranno allargare con
maggiore libertà la torta dei propri affari. Inoltre negli Atti
preliminari del disegno di legge si afferma che l'obiettivo è quello di «una
maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema
tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione
limitatamente agli assistiti residenti nella regione». Una sanità
per i residenti. I malati delle regioni del Sud, magari costretti a
cercare le cure negli ospedali del Nord a seguito dello sfascio della
sanità meridionale, saranno discriminati rispetto ai malati
lombardo-veneti. Stessa malattia, diverso trattamento.
Intanto Lombardia e Veneto ottengono più ampi poteri in fatto di
previdenza integrativa e sanità integrativa. Non è un caso. Mentre la
sanità pubblica nazionale continuerà ad essere falcidiata ogni anno
dalle leggi di stabilità (non solo per pagare il debito alle banche e
ridurre le tasse ai padroni, ma ora anche per finanziare il surplus
fiscale alle regioni ricche), le Regioni beneficiarie faranno affari con
le polizze sanitarie private. Magari con campagne promozionali nel nome
della “tutela della salute”. Parallelamente, siccome la legge Fornero
non è affatto abolita, e giovani non giungeranno mai a 38 o 41 anni di
contributi, le regioni autonome si portano avanti con l'affare
sempreverde della previdenza integrativa. La stessa Lega che crocifigge a
parole la Fornero si appresta a lucrare (in senso letterale) sul suo
mantenimento. I lavoratori lombardi, veneti e emiliani sono le prime
vittime di questa truffa.
LIBERI TUTTI
Il rafforzamento dei poteri regionali sarà un “liberi tutti” in
fatto di gestione dell'ambiente, del territorio, del patrimonio
artistico e culturale.
Sui trasporti si gioca una partita enorme. L'Emilia vanta già
un'intesa per la potestà legislativa e amministrativa della rete
stradale, autostradale, ferroviaria, proprio come la Lombardia: «Sono
trasferite al demanio della Regione le tratte autostradali comprese
nella rete autostradale nazionale insistente sul territorio lombardo. I
beni, gli impianti e le infrastrutture sono retrocesse al demanio della
Regione alla scadenza delle concessioni». I governatori potranno dunque decidere sull'affidamento e «l'approvazione di costruzione ed esercizio di autostrade e sulla vigilanza delle medesime».
La possibilità fa gola a Zaia, che ancora non ha raggiunto l'accordo
per la gestione delle autostrade ma intanto ha inserito in bozza la
competenza su 18 tratte ferroviarie e il controllo degli aeroporti. La
Regione è pronta a subentrare al ministero nelle trattative miliardarie
sulle concessioni. Un passaggio rilevante nella costruzione di relazioni
in proprio col capitale e fonti di ulteriori incassi.
Ma è su ambiente e territorio che i nuovi poteri minacciano le
conseguenze più pesanti. Tra le competenze richieste dalle tre Regioni
c'è la tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale. Considerando che
le tre regioni sono quelle segnate già oggi dal consumo del suolo più
alto del paese, si tratta della rivendicazione di un via libera
definitivo. I governatori puntano alla completa liberalizzazione dei
piani di cementificazione e saccheggio. Gli argomenti per cui non c'è
nulla di male se è la Regione e non lo Stato ad amministrare il
territorio è un argomento a geometria variabile a seconda degli
interessi del capitale. Non vale magari per la TAV Torino-Lione, a
fronte di interessi borghesi preminenti, ma vale se si tratta delle
sorti delle coste e delle foreste, dove ad esempio i poteri della
Regione a statuto speciale della Sicilia hanno consentito più
agevolmente la peggiore speculazione e la logica di scambio con gli
interessi affaristici delle cosche locali. Non è un caso se Lombardia e
Veneto guardano alla Sicilia come modello in fatto di competenze
paesaggistiche. Lo stesso vale per il patrimonio artistico e culturale.
“Che male c'è - dice Salvini - se il direttore di Brera o il
soprintendente di Milano saranno nominati dalla regione Lombardia invece
che dal ministero dei beni culturali?”. In realtà Brera ai lombardi e
l'Accademia di Venezia ai veneti vogliono introdurre una scomposizione
del patrimonio artistico su base territoriale, a scapito del suo valore
nazionale e universale. Premessa a sua volta dell'ulteriore sviluppo
della gestione privatistica e mercantile di tali beni.
QUALE RISPOSTA
Se il disegno autonomistico ha una valenza classista e capitalista, anticapitalista e di classe deve essere la risposta.
C'è bisogno sicuramente di costruire il fronte unitario più vasto in opposizione al disegno.
L'assemblea nazionale della Scuola del 7 luglio a Roma si muove in
questa direzione. Un'iniziativa tanto più importante dopo che un mese fa
la CGIL ha revocato uno sciopero generale della scuola già indetto, con
un regalo insperato al governo in cambio del nulla. E dopo che
l'opposizione interna alla CGIL, un fronte di sindacati di base,
numerose associazioni della scuola, hanno reagito unitariamente alla
revoca mantenendo lo sciopero. Il PCL ha dunque aderito convintamente
all'assemblea nazionale del 7 luglio.
Anche l'appello promosso da un gruppo di personalità politiche,
sindacali, intellettuali per la formazione di un coordinamento del No
alla "secessione dei ricchi" solleva una giusta esigenza unitaria.
Tuttavia il taglio essenzialmente costituzional-democratico
dell'appello, incentrato sulla “difesa della Repubblica” e sulla
proposta di una commissione parlamentare di inchiesta sui diritti
sociali in Italia, ci pare fuorviante.
Le istituzioni della Repubblica sono le stesse che hanno
accompagnato e gestito negli ultimi trent'anni l'offensiva contro i
diritti del lavoro e le protezioni sociali e ambientali. Lo stesso
disegno autonomista si è sviluppato nel varco che queste istituzioni
hanno aperto. L'identificazione nelle istituzioni di questa Repubblica
collocherebbe il fronte del No nella immagine pubblica sul terreno della
conservazione, regalando al populismo reazionario la bandiera del
cambiamento e della svolta. La richiesta di una commissione parlamentare
d'inchiesta rivolta oltretutto a un parlamento a composizione
reazionaria è un ulteriore messaggio di impotenza privo di qualsiasi
efficacia pratica.
L'impostazione crediamo vada esattamente rovesciata. È il movimento
operaio che in piena autonomia dal governo e dalle istituzioni dello
Stato ha il compito di sviluppare la propria inchiesta e mobilitazione.
Tre sono le necessità che si tengono insieme, dentro la proposta di una
iniziativa di classe indipendente:
1) La CGIL e tutti i sindacati di classe debbono intraprendere su
scala nazionale la ricognizione/inventario dei bisogni sociali
insoddisfatti dei lavoratori e della popolazione povera di ogni
territorio, al Nord, nel Sud, nelle isole: in fatto di servizi sociali,
sistema dei trasporti, assetto idrogeologico, bonifiche ambientali. Un
inventario che può e deve passare attraverso la promozione di un'azione
attiva (assemblee nei luoghi di lavoro, rapporto con le organizzazioni e
i comitati ambientalisti, assemblee popolari).
2) Sulla base di questa ricognizione indipendente delle urgenze
sociali va definito un grande piano di nuovo lavoro e investimenti
pubblici su scala nazionale, con la quantificazione delle risorse
necessarie e della nuova occupazione richiesta: un piano unicamente
dettato dalle urgenze sociali, e dunque estraneo ad ogni logica di
cosiddetta “compatibilità”. Un piano combinato con la ripartizione del
lavoro tra tutti, occupati e disoccupati, attraverso la riduzione
progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga (scala mobile delle
ore di lavoro).
3) Il piano deve indicare le fonti del proprio finanziamento:
cancellazione dei trasferimenti pubblici a imprese e banche private,
tassazione progressiva dei grandi patrimoni, tassazione progressiva di
rendite e profitti, abolizione del debito pubblico verso le banche e
loro conseguente nazionalizzazione.
Questo piano mira a ricomporre il fronte sociale che governo e Lega
vogliono dividere (lavoratori e lavoratrici del Nord e del Sud, pubblici
e privati, precari e indeterminati, italiani e immigrati) e a
raccogliere attorno ai lavoratori, su scala nazionale, l'insieme della
popolazione povera. Attorno a questo piano va aperta una grande vertenza
nazionale e una mobilitazione radicale a suo sostegno, in aperta
contrapposizione al progetto del governo. Al tempo stesso una lotta
reale per tale piano pone inevitabilmente il tema della prospettiva, il
tema della soluzione politica necessaria perché esso possa essere
davvero realizzato. Per noi questa soluzione è un governo dei lavoratori
e delle lavoratrici, fondato sulla autorganizzazione democratica e di
massa dei lavoratori stessi. L'unico governo che può realizzare queste
misure di svolta, e ridisegnare l'ossatura stessa dello Stato in base
agli interessi degli sfruttati.
Nel più vasto fronte unico di lotta contro il disegno del governo il PCL porterà questo indirizzo generale di proposta.
Note:
(1) Per questo e i successivi riferimenti legislativi e citazioni: Ecco l’accordo: su scuola e sanità l’Italia è divisa in 2, Lorenzo Giarelli, Il Fatto Quotidiano, 12 Febbraio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori