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Venezuela. Dichiarazione congiunta dell’opposizione di sinistra

 


No all’aggressione militare e all’offensiva imperialista! No alla collaborazione neocoloniale del governo venezuelano con quello di Trump! Libertà democratiche per lottare contro le pretese neocoloniali e per tutti i diritti del popolo lavoratore!

Il testo che qui pubblichiamo è politicamente importante. Un insieme di organizzazioni della sinistra venezuelana si esprime contro l’operazione di pirateria coloniale dell’imperialismo americano in Venezuela, e contro la subordinazione servile del nuovo governo Rodriguez all’imperialismo USA.

Le organizzazioni firmatarie della dichiarazione comune hanno storie e profili diversi, dalla sezione venezuelana della Lega Internazionale Socialista (Marea Socialista) al Partito Comunista del Venezuela sino a tendenze e formazioni di impronta democratico nazionalista. Tali organizzazioni già si ponevano all’opposizione del regime bonapartista di Maduro da un versante di classe e/o progressista, in totale autonomia dall’opposizione filoimperialista di Machado. Oggi, il nuovo scenario politico conferma tutte le ragioni dell’opposizione di sinistra, e la carica di una nuova responsabilità: quella di battersi contro la svendita del Venezuela all’imperialismo USA e alle sue pretese coloniali: una svendita gestita dal regime in aperta collaborazione con Trump, col sostegno della cosiddetta “opposizione” di Machado.

Marea Socialista è protagonista di primo piano dell’opposizione di sinistra venezuelana e della costruzione del suo fronte di lotta.

VENEZUELA. DICHIARAZIONE CONGIUNTA

Noi organizzazioni che compongono l’Encuentro Nacional en Defensa de los Derechos del Pueblo (Incontro Nazionale in Difesa dei Diritti del Popolo) e altre correnti antimperialiste, da una posizione di indipendenza di classe e indipendenza da qualsiasi altro elemento dell’attuale potere oppressivo, prendiamo posizione di fronte alla grave situazione che sta attraversando il nostro Paese dopo gli attacchi criminali perpetrati dagli Stati Uniti e dal governo di Donald Trump sul suolo venezuelano; rivendichiamo la difesa del diritto all’autodeterminazione del Venezuela, la difesa della sua sovranità nazionale, e chiediamo di respingere l’aggressione militare e l’offensiva imperialista contro il Paese.

1. Condanna della vile aggressione militare statunitense sul suolo venezuelano

Esprimiamo la nostra più categorica condanna dei bombardamenti effettuati dal governo di Donald Trump nelle prime ore del mattino del 3 gennaio su Caracas e diverse zone del territorio nazionale. Denunciamo questa azione come una flagrante violazione della sovranità, un’aggressione criminale contro il popolo venezuelano, la cui conseguenza si sta traducendo nell’imposizione di un governo sotto tutela imperialista in Venezuela, la cui missione è quella di imporre un’agenda coloniale sulla nazione, sul nostro petrolio e sulle sue risorse strategiche.

L’esteso attacco militare contro il Paese, con l’uccisione di un centinaio di persone tra militari e civili, è la continuazione e il punto culminante di una sistematica aggressione imperialista che va dalle diverse misure coercitive (“sanzioni”) applicate per lunghi anni, all’assedio militare nei Caraibi, ai bombardamenti e agli omicidi a sangue freddo in mare aperto. Questi fatti rientrano in un programma di dominio continentale, nella rinascita della nefasta “dottrina Monroe”, che rivendica il diritto degli Stati Uniti di ottenere i propri interessi a scapito dei popoli del continente, come risorsa nella loro competizione con altre potenze. L’attacco e la sottomissione nazionale del Venezuela vengono così utilizzati come esempio per intimidire altri paesi della regione.

Siamo solidali con i familiari delle vittime dell’aggressione, così come con le persone colpite dalla distruzione delle loro case o delle strutture delle istituzioni statali. Lo siamo anche con coloro che sono stati colpiti emotivamente dai bombardamenti.

Esprimiamo inoltre la nostra solidarietà alle comunità di Fuerte Tiuna, El Hatillo, alle parrocchie civili (municipi) di El Paraíso, San Juan, 23 de Enero, alle zone vicine a La Carlota e alla popolazione di Caracas, Mirandino e La Guaira in generale, che da quel giorno vivono nello smarrimento e nell’angoscia di un possibile nuovo attacco.

Come organizzazioni che si oppongono al governo venezuelano, condanniamo con forza i politici padronali che, dall’opposizione pro imperialista, applaudono l’aggressione militare contro il Paese e il piano di sottomissione nazionale di Trump. María Corina Machado, Leopoldo López, Antonio Ledezma e tutti coloro che sostengono questa politica meritano la più risoluta condanna da parte del popolo lavoratore venezuelano.

2. Condanna del sequestro di Nicolás Maduro e Cilia Flores

Nonostante le profonde differenze politiche che abbiamo con il governo, respingiamo il sequestro di Nicolás Maduro Moros e Cilia Flores da parte delle forze militari straniere. Chiediamo vengano fornite informazioni ufficiali e il rispetto dei loro diritti umani, nonché la loro liberazione, poiché non concediamo in alcun modo all’imperialismo il diritto di arrestare e giudicare un governante venezuelano, cosa che può essere solo di competenza del nostro popolo.

Esigiamo il rispetto dei principi di autodeterminazione del popolo venezuelano. Nessuna potenza straniera ha la giurisdizione per agire come “gendarme del mondo” né per applicare le proprie leggi in modo extraterritoriale sul suolo venezuelano.

3. Il popolo venezuelano ha il diritto inalienabile di discutere e decidere il proprio destino

Con la brutale offensiva neocoloniale sul Paese non è in gioco solo il destino di un governo, ma anche il presente e il futuro del popolo venezuelano. È in discussione la condizione più elementare di Paese sovrano. Ciò che viene proposto è che la gestione delle risorse nazionali e dei frutti del lavoro nazionale venga effettuata a Washington dagli uffici del presidente degli Stati Uniti, nelle sue riunioni con i magnati statunitensi e di altri Paesi. Si tratta di un regresso storico senza precedenti.

È inaccettabile che la classe lavoratrice, i giovani e i settori popolari del Paese siano messi da parte! Chiediamo piene libertà democratiche per poter discutere e lottare contro le insolenti pretese neocoloniali sul Paese. Chiediamo il diritto di tenere assemblee libere da coercizioni nei luoghi di lavoro, di studio e nelle comunità, per discutere la situazione e definire le misure da adottare in risposta ai propositi di sottomissione nazionale. Libero diritto di riunione e di manifestazione.

4. La nostra condanna dell’imperialismo è espressa a partire un’opposizione realmente democratica e di sinistra al governo venezuelano

La nostra condanna dell’aggressione imperialista non implica alcun sostegno politico alla leadership finora al potere né al governo collaborazionista instaurato dopo l’intervento degli Stati Uniti. Concordiamo nel sottolineare che:

– Il governo ha attuato una brutale politica di austerità che ha completamente distrutto i diritti della classe lavoratrice conquistati in anni di lotte. Alla drastica politica di austerità del governo per pagare il debito estero si sono poi aggiunte le misure di soggiogamento imperialiste (“sanzioni”), che mirano a soffocare l’economia nazionale già in crisi, aggravando le difficoltà. La politica del governo ha scaricato le conseguenze dell’intera crisi sui diritti della classe lavoratrice e sulle condizioni di vita del popolo, mentre invece vengono preservati gli interessi delle classi proprietarie dentro e fuori il Paese, generando una disuguaglianza sociale sempre maggiore: tutto per le imprese e i padroni, niente per i lavoratori. Questa è stata di fatto la logica del governo. È quindi urgente il recupero dei salari e delle pensioni, il ripristino delle prestazioni sociali e la restituzione dei diritti sindacali e lavorativi sottratti.

– Allo stesso modo, contestiamo la persistente situazione di incarcerazione di militanti, o di altre persone, per motivi politici. Questi meccanismi di repressione utilizzati dal governo hanno contribuito ad approfondire la sua deriva autoritaria. Sono meccanismi che devono, come la Ley del Odio (Legge sull’Odio), che devono essere abrogati.

– Le scarcerazioni che stanno avvenendo sotto la pressione dell’imperialismo devono essere accolte con solidarietà e mobilitazione popolare per accelerare questo processo e garantire la piena libertà a tutti i detenuti rilasciati.

– Chiediamo il riconoscimento di tutti i diritti democratici del popolo venezuelano. Occorre accelerare la piena libertà dei prigionieri politici e rispondere alle richieste dei familiari, delle organizzazioni sociali e politiche che hanno lottato per la loro liberazione, alleviando il dolore causato a migliaia di famiglie venezuelane che si trovano ad affrontare questa dura e ingiusta situazione.

– Devono cessare immediatamente gli arresti e le perquisizioni arbitrarie, le sparizioni forzate e le perquisizioni senza mandato da parte delle forze di polizia e dei gruppi paramilitari.

– Denunciamo l’inaccettabile opacità riguardante la risposta dei sistemi di difesa nazionale e l’impatto reale (vittime e danni) degli attacchi USA del 3 gennaio. Chiediamo all’attuale governo di Delcy Rodríguez di spiegare con totale trasparenza i fatti, di informare la popolazione sull’identità delle persone uccise in questo criminale attentato e di fornire informazioni sui danni strutturali, sui costi e sulle stime degli effetti sulla popolazione.

– Come elemento essenziale, chiediamo che venga ripristinato il salario minimo come diritto della classe lavoratrice venezuelana, come stabilito dall’articolo 91 della Constitución de la República Bolivariana de Venezuela, e altre misure di emergenza per ripristinare condizioni di vita dignitose per l’intera popolazione.

5. Ci opponiamo a qualsiasi tipo di governo controllato dagli Stati Uniti

Nel contesto del brutale attacco e del ricatto militare imperialista, il governo Trump sta imponendo misure drastiche per la gestione delle risorse del Paese, che vengono accettate docilmente dal governo venezuelano. La «collaborazione» e la «cordialità» con l’imperialismo sono le linee guida proposte dal governo di Delcy Rodríguez, che in questo modo facilita l’avanzata neocoloniale, agendo nella pratica come un governo sotto tutela degli Stati Uniti che cede il nostro petrolio e le altre ricchezze naturali del Paese.

Rifiutiamo qualsiasi tipo di cooperazione con le imposizioni di Washington, sia che si tratti di come intendono imporci la gestione dell’industria petrolifera nazionale e del resto delle risorse naturali ed energetiche venezuelane, sia che si tratti del controllo dell’economia nazionale e delle relazioni internazionali.

Mettiamo in guardia sulla sottomissione del governo venezuelano, che con il suo collaborazionismo e la sua «cooperazione» con Trump, sta consegnando ad esso il nostro petrolio e le altre ricchezze naturali ed energetiche del Paese.

6. Appello alla mobilitazione del popolo venezuelano e alla solidarietà internazionale. È necessaria una risposta di massa e internazionalista

Trump pretende arrogantemente di calpestare il popolo venezuelano e la sua storia di lotta indipendentista e antimperialista, autoproclamandosi «presidente ad interim del Venezuela» e imponendo alla nostra nazione pressioni colonialiste abusive.

Ora più che mai abbiamo l’impellente e improrogabile necessità di lavorare per l’unità della classe lavoratrice e del popolo venezuelano sfruttato attorno ai suoi interessi di classe e per il recupero della sovranità nazionale.

L’organizzazione e la mobilitazione popolare e della classe lavoratrice sono indispensabili per superare il dominio imperialista al quale siamo soggetti. Per questo è necessario riottenere la possibilità di realizzare assemblee e promuovere spazi di incontro per il popolo venezuelano, in modo che si opponga chiaramente agli interventi di aggressione, spazi dove si discuta di ciò che è accaduto e si mettano in campo, da parte dei settori popolari e di classe, una serie di richieste per risolvere la crisi.

In questi tempi dobbiamo prepararci a sviluppare forme diverse ed efficaci di lotta in difesa della sovranità nazionale e dei diritti del nostro popolo, denunciando e organizzandoci contro tutto ciò che implica la cessione delle risorse petrolifere, minerarie, naturali o il controllo straniero.

Il destino del Venezuela non deve essere deciso da negoziati di vertice né sotto imposizioni di Washington, ma attraverso la volontà sovrana del suo popolo.

Esortiamo il popolo lavoratore venezuelano, i popoli dell’America Latina e le forze democratiche del mondo a manifestare contro questa aggressione militare. La via d’uscita dalla crisi deve essere operaia e popolare, rifiutando sia l’interventismo neocoloniale di Trump sia la continuità di un modello che sostiene e privilegia gli interessi degli imprenditori di qualsiasi origine nazionale, dei ricchi e dei nuovi ricchi, a forza di sopprimere i diritti economici, sociali e politici delle masse lavoratrici.

Tutta l’America Latina è minacciata, e i nostri popoli devono unirsi per affrontare e fermare l’invasore statunitense, le sue nuove forme di colonizzazione e l’estensione dei suoi interessi imperialisti sulle nazioni latinoamericane.

Facciamo appello alla più ampia mobilitazione in America Latina e negli stessi Stati Uniti. In questo senso proponiamo una grande mobilitazione internazionale in grado di fermare l’aggressione imperialista. Ai giovani, alla classe lavoratrice e all’intellettualità progressista degli Stati Uniti chiediamo di opporsi con determinazione al proprio imperialismo.

Fuori l’imperialismo yankee dal Venezuela e dall’America Latina!

Ritiro dell’accerchiamento militare yankee dalle coste del Venezuela!

Piene libertà democratiche al fine di combattere le pretese neocoloniali di Trump, libertà democratiche per i diritti del popolo lavoratore!

No alla resa nazionale!

Per il ripristino dei diritti della classe lavoratrice!

Caracas, gennaio 2026

Partido Patria Para Todos, Marea Socialista, PCV, Partido Socialismo y Libertad, Liga de Trabajadores por el Socialismo, Revolución Comunista, Bloque Histórico Popular, Movimiento Popular Alternativo, Unidad Socialista de Los Trabajadores

ELEZIONI REGIONALI DELL’EMILIA ROMAGNA: LE NOSTRE INDICAZIONI DI VOTO

 


Domenica 17 e lunedì 18 novembre si terranno le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna.

Il nostro Partito non potrà essere presente a questa competizione a causa delle leggi elettorali antidemocratiche e che impongono un numero esorbitante di sottoscrittori per poter presentare la lista. In questo modo verrà a mancare sulla scheda elettorale la sola forza politica che si è sempre e solo schierata a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori e non si è mai compromessa con accordi di governo sia a livello locale che nazionale contro i loro interessi.

Il significato politico di queste elezioni va oltre l’ambito regionale e assume un significato nazionale.

Anche se è molto probabile una riconferma del centro-sinistra alla guida della regione, essa come le altre che si stanno svolgendo, dalla Liguria all’Umbria, entra nel confronto tra il governo e l’opposizione in un quadro di rafforzamento del carattere bipolare del quadro politico

Dalla parte del governo si cercano di rafforzare le basi di consenso ad una linea politica che, al di la della becera propaganda post-fascista, raccorda una politica economica molto attenta alla contabilità degli interessi del grande capitale imperialista e di Confindustria, oltre che compatibile con i dettami europei, all’insegna dell’equilibrio dei conti pubblici, con un percorso di torsione autoritaria nei confronti del più ampio spettro delle mobilitazioni sociali e che colpisce in prima battuta lavoratori, sindacalisti, migranti, studenti,  attivisti per la Palestina e per l’ambiente (DDL 1660).

Questa torsione autoritaria rappresenta oggi un pericolo immediato per le ragioni di tutti i settori oppressi della società ed è per questo che il Partito Comunista del Lavoratori è impegnato nella costruzione unitaria, con altre forze politiche e sindacali, di ogni possibile mobilitazione per combatterla.

Dal lato dell’opposizione liberale dietro lanci propagandistici di misure quali ad esempio, il salario minimo o gli investimenti nella sanità, misure che questa parte politica si è ben guardata dal varare quando era al governo, e una postura di opposizione democratica nei confronti della gestione dei flussi migratori (caso Albania) e contro i decreti sicurezza del Governo, laddove su entrambi i  fronti PD e M5S non possono certo dire di avere la coscienza a posto, i risultati elettorali eventualmente favorevoli sono posti sul piatto di un accreditamento presso quello stesso grande capitale imperialista come compagine più credibile e seria di governo rispetto alla destra post-fascista.

Insomma, in gran parte il confronto tra governo e opposizione si riduce ad un teatro degli equivoci, ad una lotta tra concorrenti a rappresentare i medesimi interessi della classe capitalista e dove perciò nessuna delle due parti porta avanti i bisogni di milioni di salariati che rimangono ancora privi di una propria rappresentanza politica.

A livello locale le differenze tra le posizioni dei due poli si fanno ancora più sottili.

A ruoli invertiti qui in Emilia-Romagna è il centro-sinistra a rappresentare ed assicurare la continuità di governo mentre il centro-destra punta soprattutto ad una vittoria dell’alto valore simbolico e, come abbiamo detto, da spendere nei rapporti di forza tra governo e opposizione a livello nazionale.

Proprio l’Emilia-Romagna rappresenta un modello di governo compatibile e fruttuoso per gli interessi capitalistici.

Una Regione, quella emiliano-romagnola, governata da sempre dal Pd e dai suoi alleati e che si avvicina il più possibile ad una gestione dell’amministrazione pubblica funzionale al grande capitale e alla piccola e media industria, in altri termini all’interesse medio e trasversale del capitalismo emiliano.

La risultante di questa conduzione politica sono stati negli anni la speculazione edilizia, la cementificazione e il consumo di suolo responsabili insieme mancato intervento contro il dissesto idrogeologico dei grandi disastri dovuti alle recenti alluvioni.

Ma la cornucopia per il capitale non è finita qui: grandi opere inquinanti, privatizzazioni soprattutto in tema di sanità, precarizzazione del lavoro sono altrettanti capitoli dell’autentica rapina subita dalle classi popolari italiane a tutto vantaggio di padronato e finanza in un territorio per altro colpito da numerose crisi industriali e da un vertiginoso rincaro dei prezzi.

Persino sul terreno dell’edificazione della rapina sociale futura l’Emilia-Romagna si è distinta. Il suo governatore, Bonaccini, è stato infatti tra i primi promotori dell’autonomia regionale differenziata, ossia la secessione dei ricchi, seppur in salsa emiliana. Oggi il passaggio al contrasto dell’attuale legge varata dal governo, contrasto che però si limita ad una volontà di emendamento e non di abrogazione come invece vogliono i sottoscrittori del referendum, non cancella le responsabilità di un’amministrazione che persino su questa base si è posta in posizione ancillare nei confronti dei grandi interessi capitalistici.

L’Emilia-Romagna, perciò, viene esibita dal PD e dai suoi alleati come esempio di “buon governo”, di fruttuosa amministrazione e gestione dei conti pubblici anche in funzione di un accreditamento per il governo nazionale. Bisogna pero vedere a quale altare si portano i propri doni. In questo caso è chiaro: il capitale e le banche.

Il centrodestra, che parte svantaggiato, non ha sostanzialmente un programma di governo diverso. Dal punto di vista degli interessi che tutela la linea di fondo dell’attuale amministrazione può essere completamente riciclata. Il significato politico sarebbe porre l’eventuale affermazione, come abbiamo detto, sul piatto dei rapporti di forza tra governo e opposizione nazionali in funzione di un ulteriore rafforzamento del governo Meloni.

In definitiva scegliere tra De Pascale, centro-sinistra, e Ugolini, centro-destra, è come scegliere tra il gatto e la volpe. Le lavoratrici e i lavoratori emiliano-romagnoli non hanno nulla da guadagnare, e purtroppo tutto da perdere, dalla vittoria di uno dei due.

Se spostiamo lo sguardo a sinistra troviamo la lista Emilia-Romagna per la Pace, l’Ambiente e il Lavoro, che candida Federico Serra e che è sostenuta da Potere al Popolo, PCI e Rifondazione Comunista.

Questa lista, in contrapposizione sia al centro-destra che al centrosinistra, si presenta con un programma pieno di buoni propositi. Però rileviamo come, per essere un programma anticapitalista e non meramente riformista, manchi il protagonismo della classe lavoratrice e delle organizzazioni che vi fanno riferimento, la nazionalizzazione sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, inquinano e ledono l’incolumità dei lavoratori, il controllo operaio delle condizioni di sicurezza sul lavoro e sugli uffici di collocamento. Insomma, mancano le fondamentali parole d’ordine di classe nella direzione di una piattaforma rivendicativa unificante al servizio della costruzione del più ampio fronte unico della classe lavoratrice.

Inoltre, il passaggio sul sostegno alla causa palestinese non è chiaro: infatti non compare la rivendicazione della liberazione del territorio palestinese dal fiume Giordano al mare e un appoggio chiaro alla resistenza sia in Palestina che nel Libano. Ciò accade a causa dell’attardarsi di forze come Rifondazione Comunista e del PCI sulla rivendicazione dei due stati per due popoli, rivendicazione oggi evidentemente fuori dalla storia, invisa alla resistenza palestinese e invece significativamente sostenuta tanto dal PD che dalla destra filosionista. Non certo una bella compagnia.

Ciò che vogliamo porre in discussione però non riguarda la caratura più o meno di sinistra del programma che in realtà rischia di rimanere lettera morta. Un programma per quanto radicale procede zoppicando sulle gambe di organizzazioni politiche su cui non si possa fare affidamento.

Il punto è che bisogna mettere alla prova questi partiti facendo un bilancio della loro condotta precedente, della coerenza o meno del loro posizionamento politico.

In questo bilancio, che questi partiti non fanno, ma che noi abbiamo il dovere di chiarire agli elettori di sinistra, deve essere posta la partecipazione a governi nazionali e locali in coalizione con partiti borghesi e nella fattispecie con il PD.

 Avviene ancora oggi che il PRC sia presente in coalizioni che comprendono il PD in molte giunte locali del territorio Emiliano Romagnolo (es. Forlimpopoli e Bertinoro).

L’attitudine alla ricerca di un compromesso con quelle stesse forze che in queste elezioni in termini del tutto propagandistici si dice di voler combattere è tanto più dimostrata dal tenore della discussione congressuale che sta lacerando Rifondazione Comunista e che è imperniata intorno alla possibile alleanza con il PD.

I riferimenti internazionali di queste forze politiche rafforzano, se possibile, l’impressione di ambiguità della loro collocazione politica.

L’infatuazione per il governo Tsipras e Syriza che tradi il movimento di massa che aveva detto un grande no al referendum sulle misure della Troika UE, l’ammirazione pe il governo PSOE-Podemos che ha aumentato a dismisura la precarietà lavorativa, proseguito le politiche persecutorie nei confronti dei migranti dei governi precedenti e ha aumentato le spese militari. Governi di “sinistra” che hanno finito per tradire le ragioni sociali della loro esistenza

Ma forse ciò che attrae di più l’ammirazione nei confronti di queste sinistre è proprio il loro essere di governo, ossia esemplificare perciò l’esito sperato della propria condotta politica, la possibilità di conseguire un risultato elettorale utile alla negoziazione di un accordo con il centro-sinistra con un successivo sperabile sbarco al governo.

Per tutti questi motivi vogliamo parlare chiaro ai compagni, elettori, iscritti e militanti di queste formazioni politiche e chiedere loro se al di là dei proclami che valgono lo spazio di una campagna elettorale, si possa riporre fiducia in dirigenti che proseguono la china già contrassegnata da innumerevoli disastri: quello della ricerca di un accordo con il centro-sinistra per strappare magari uno strapuntino nel cosiddetto “campo largo”. Se non sia giunto il momento di rifiutarsi di farsi prendere per il bavero ed invece incalzare i propri dirigenti per indurli ad una virata di 180° verso la lotta di classe e la prospettiva del governo delle lavoratrici e dei lavoratori, terreno sul quale troveranno il Partito Comunista dei Lavoratori sempre disponibile alla massima unità d’azione.

Ai compagni che ci obbiettano che un voto a sinistra sarebbe un segnale politico in quella direzione, rispondiamo che nessuna lista rappresenta coerentemente gli interessi della classe lavoratrice e dei settori oppressi e svantaggiati della società emiliana

Il centrodestra e il centrosinistra sono due cavalli per uno stesso scudiero: il grande capitale.

La lista di sinistra vuole conseguire un risultato, che, al di là dei buoni propositi, se positivo, finisca nel paniere da spendere al tavolo del campo largo ossia quel campo a guida PD autentico architrave della governabilità borghese.

Pertanto, diamo indicazione astensione al voto ed al contempo invitiamo le compagne e i compagni, le lavoratrici e i lavoratori, e tutte le organizzazioni che vi fanno riferimento a costruire il più ampio fronte unico della classe lavoratrice, l’unico che basandosi su una piattaforma rivendicativa anticapitalista, possa rovesciare lo svantaggio nei rapporti di forza con la classe capitalista e aprire una stagione nuova.

Una stagione nuova le cui conquiste possano essere portate avanti e garantite non da un governo di quel o quell’altro colore, ma da un governo di tipo nuovo: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

EMILIA ROMAGNA

C'è un oppressore e un oppresso. Per una mobilitazione a difesa dei palestinesi

 


In queste ore si sta scatenando l'inferno contro il popolo di Palestina. La prigione a cielo aperto chiamata Gaza viene privata di cibo, acqua, elettricità, benzina. I bombardieri dello Stato sionista fanno strage della popolazione civile, distruggendo palazzi, mercati, ospedali, moschee. Netanyahu annuncia l'invasione di terra, e dunque nuovi massacri, incurante della stessa vita degli ostaggi. In Cisgiordania, truppe d'occupazione e coloni seminano altro terrore assassinando decine di palestinesi.


Intanto gli imperialismi europei minacciano di privare i palestinesi dei territori di ogni assistenza. L'imperialismo USA, da sempre baluardo d'Israele, muove la propria portaerei in appoggio a Tel Aviv e offre munizioni per l'invasione. Gli imperialismi rivali, russo e cinese, cercano esclusivamente di trarre dagli avvenimenti un utile per i propri interessi.

Il popolo palestinese ha dunque un solo possibile alleato: la solidarietà delle masse arabe e l'iniziativa del movimento operaio internazionale.

La natura reazionaria di Hamas, che abbiamo sempre denunciato, non può e non deve impedire la mobilitazione più ampia a difesa del popolo palestinese e dei suoi diritti. Innanzitutto il diritto alla resistenza. C'è un oppressore e c'è un oppresso in Palestina: da un lato lo Stato sionista occupante, dall'altro il popolo palestinese. Nessuna isteria della campagna mediatica dominante, nessuna cinica utilizzazione delle azioni della destra religiosa di Hamas contro civili, può nascondere o capovolgere questa verità, documentata dalle atrocità di settantacinque anni di occupazione.

Facciamo appello a tutte le organizzazioni del movimento operaio e della sinistra, a tutte le strutture di movimento, per una immediata mobilitazione unitaria a difesa dei palestinesi contro l'oppressione sionista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il destino di Syriza

 


Il significato di un ex armatore che conquista la testa di Syriza

Un ex trader bancario presso Goldman Sachs, e poi armatore, di nome Stefanos Kasselakis, ha scalato il partito di Syriza vincendo le primarie col 56% dei voti contro l'ex ministra del lavoro, Efi Achtsioglu, fermatasi al 43%. È il nuovo segretario del partito. Il suo programma è fare “un nuovo partito democratico”, che si candida al governo della Grecia. Il premier conservatore Mitsotakis si è immediatamente congratulato col vincitore. L'attuale ministro del lavoro Georgiadis, proveniente dall'estrema destra greca, recita soddisfatto il de profundis della sinistra greca. Una parte della base di Syriza, quella più militante, è tormentata o sconvolta.

La scalata di Kasselakis alla segreteria di Syriza non è in realtà un fulmine a ciel sereno, se non agli occhi di coloro che non hanno voluto vedere la realtà. L'esperienza del governo Tsipras dal 2015, il suo sostegno al memorandum della troika, il suo tradimento clamoroso dei lavoratori greci e delle loro domande di svolta, ha avviato com'era prevedibile la crisi traumatica di quel partito. Tsipras aveva risposto alla crisi con un'ostentata svolta moderata alla ricerca del vecchio spazio del PASOK. Ma l'operazione è fallita. La precipitazione elettorale di Syriza alle ultime elezioni politiche, con la seconda vittoria consecutiva della destra ellenica, e le successive dimissioni di Tsipras, hanno segnato questo fallimento. Ora Kasselakis raccoglie i frutti di questa dinamica rovinosa, rivelando l'estrema fragilità di una formazione politica allo sbando, pronta ad essere scalata da un avventuriero spregiudicato.

La deriva di Syriza non riguarda solo la Grecia. Syriza e Tsipras hanno rappresentato negli anni il fiore all'occhiello della cosiddetta sinistra europea, il campo formatosi a sinistra delle socialdemocrazie liberali del continente. Nel nome di Tsipras si sono spese tutte le sue sezioni continentali con tanto di sventolio di bandiere e di promesse. Rifondazione Comunista in Italia si è intestata la sua rappresentanza. E ora? Si metterà nuovamente la polvere sotto il tappeto, come già ai tempi del governo Tsipras?

La verità è che si impone un bilancio di fondo. Una sinistra riformista che si candida a governare il capitalismo incorpora prima o poi la propria rovina. A tutto danno del movimento operaio. A tutto vantaggio delle destre peggiori. Accadde con la Rifondazione di Prodi, è riaccaduto con la Syriza di Tsipras. E anche Podemos, coi suoi ministri, è entrato nel vortice di una crisi profonda.
Una sinistra capace di futuro o è rivoluzionaria o non è.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dal ghetto postcoloniale alla rivolta. Un'analisi di classe

 


Per una lettura della rabbia delle banlieue senza incantamenti o pregiudizi

4 Luglio 2023

«Vi libererò da questa spazzatura umana, dalla canaglia»: così dichiarò nel 2005 il presidente francese Sarkozy di fronte alla rivolta delle banlieue causata dalla morte di due giovani braccati dalla polizia. Diciotto anni dopo, l'assassinio poliziesco di un giovane arabo, Nahel, ha innescato una rivolta analoga. Con alcune differenze. L'età media della «canaglia» è di diciassette anni, la stessa età di Nahel, sensibilmente più bassa di quella di allora. L'uso dei social ha consentito una propagazione della rivolta incomparabilmente più rapida. La sua estensione geografica è più ampia.

La violenza della polizia ha agito come allora quale fattore scatenante. La polizia francese si porta dietro la lunga eredità della tradizione gollista, mano pesante e grilletto facile. In larga parte della società è radicato non a caso un robusto sentimento antipoliziesco.
Ma non è solo questione di tradizioni antiche. La polizia francese ha rafforzato in questi anni i propri poteri. Le leggi eccezionali varate a Parigi dopo gli attentati stragisti del terrorismo islamista dell'ISIS, votate purtroppo da tutte le sinistre parlamentari, hanno accresciuto nettamente le prerogative poliziesche in fatto di gestione dell'ordine pubblico. Nel 2017 sotto la presidenza di “sinistra” di Hollande è stata varata una legge che incoraggia l'uso delle armi da parte degli agenti contro veicoli in movimento “potenzialmente minacciosi”. Il risultato è che il tiro poliziesco su bersagli simili si è moltiplicato da allora per cinque, col relativo carico di sangue.
L'assassinio di Nahel è l'ultima goccia di questo stillicidio. Ma lo stillicidio non è socialmente neutro: i quartieri ghetto delle banlieue sono stati il poligono di tiro preferito.

Le banlieue francesi sono a tutti gli effetti un deposito postcoloniale. I giovani che le popolano sono figli e nipoti degli immigrati di seconda e terza generazione, giovani francesi di estrazione algerina, marocchina, tunisina, ma anche giovani di colore provenienti indirettamente da Guyana, Nuova Caledonia, Guadalupa, tuttora colonie del democratico imperialismo francese, oppure dai territori dell'area francofona dell'Africa subsahariana, quella oggi insidiata, per intenderci, dalla concorrenza dell'imperialismo russo.

Queste banlieue sono autentici ghetti. I giovani che le abitano hanno un tasso di disoccupazione doppio o triplo rispetto alla media (oltre il 40%), raramente dispongono di strutture sociali di appoggio, sono esposti spesso ai ricatti della malavita e dello spaccio, e alla nomea del quartiere in cui vivono. La banlieue diventa per loro a tutti gli effetti uno stigma sociale, un problema aggiuntivo nel trovare un lavoro o una casa, ma anche una ragione dell'assillante pressione poliziesca. Infinite perquisizioni, retate quotidiane, vessazioni umilianti senza motivo, se non appunto il ghetto di provenienza, e l'etnia araba o il colore che lo segnala. Un po' come la popolazione di colore in tante periferie metropolitane USA.

La polizia si esercita quotidianamente nel tormentare i giovani delle banlieue. E i giovani ravvivano quotidianamente il proprio odio contro la polizia. L'omicidio di Nahel ha fatto da stura a questo sentimento radicato, su entrambi i lati, al punto che mentre i giovani dei quartieri si sollevano contro la polizia, i sindacati più reazionari della polizia (Alliance) non solo difendono l'agente omicida ma si dichiarano in guerra contro la canaglia, e chiedono al governo nuovi poteri.

La rivolta della banlieue assume per lo più forme primitive e indifferenziate. Si indirizza non solo contro le caserme e le camionette della polizia, ma anche contro negozi, vetture private, e persino biblioteche e scuole. Obiettivi sbagliati.
Non apparteniamo a quella cultura che subisce il fascino estetico della violenza indifferenziata, tipica di alcune tradizioni anarchiche o autonome. Così come certo non apparteniamo, all'opposto, a quella cultura riformista che col ditino alzato pretende dagli oppressi buone maniere nel rispetto delle istituzioni (come nel caso dei dirigenti del Partito Comunista Francese, che prima votano le leggi di polizia e poi si associano agli appelli alla calma e alla “responsabilità repubblicana”). Qui non si tratta di giudicare un fenomeno sociale, ma di comprenderlo, e soprattutto di rapportarvisi da un punto di vista di classe e rivoluzionario. Una rivolta contro l'oppressione dello Stato borghese contiene sempre, in ultima analisi, un potenziale positivo. Ma non sempre quel potenziale trova un punto di riferimento e una traduzione progressiva. Non sempre segna l'ascesa della marea di massa. Molto dipende dalla dinamica della lotta di classe che le fa da sfondo, e dalla presenza o meno di una direzione politica che intervenga sulla sua coscienza.

L'attuale rivolta delle banlieue francesi non descrive una nuova ascesa della lotta di classe in Francia. Piuttosto riflette il combinarsi oggettivo di due elementi contraddittori: la ritirata del movimento di massa contro la riforma pensionistica, per responsabilità delle burocrazie sindacali e delle sinistre riformiste subalterne a queste, e al tempo stesso l'incancrenirsi della frattura profonda nella società francese.
L'ultimo decennio di vita politica francese è stato solcato da ripetute dinamiche di opposizione di massa al governo. È stato così nel 2017 con la grande mobilitazione di classe contro la legge Khomri, il Jobs act francese. Poi col movimento spurio e contraddittorio dei gilet gialli nel 2019. Poi ancora nel 2023 con la ripresa del forte movimento di massa contro Macron e la sua riforma delle pensioni. Il lascito di queste dinamiche, diverse tra loro, è stato l'odio crescente contro il governo dei ricchi. Macron è stato ed è il manifesto in persona del governo dei ricchi nella percezione di una larga massa popolare. Il suo ripetuto ricorso alla polizia nel contrasto del conflitto sociale ha rafforzato il sentimento antigovernativo e antipoliziesco in ampi settori popolari. La rivolta delle banlieue pesca anche indirettamente in questo retroterra, seppur in forma confusa e contraddittoria.

Ma la vergognosa ritirata delle burocrazie sindacali dallo scontro con Macron sulle pensioni, e l'arretramento che ne è seguito, ha impedito al movimento operaio di dare alla rivolta delle banlieue un riferimento di classe e un indirizzo, di dirottare sul terreno di classe la pulsione ribellistica che in essa si esprime.
Tutto questo non è senza conseguenze politiche. Macron ha ripreso ossigeno e spazio di manovra. Le Pen esce dalla sua marginalità e cerca oggi un rilancio nella invocazione dell'ordine pubblico (nel mentre promette parallelamente la cancellazione dell'odiata riforma pensionistica di Macron, una volta eletta presidente della Francia). Oltre una certa soglia, una domanda d'ordine si affaccia nelle stesse periferie presso importanti settori di piccola borghesia e di popolazione povera, colpiti o danneggiati dagli effetti della rivolta (macchine e servizi distrutti) e al tempo stesso privi di una prospettiva ed impauriti. La raccolta di fondi attivata da gruppi di estrema destra a favore del poliziotto omicida supera di gran lunga quella promossa a sostegno della famiglia di Nahel. Sono sintomi indicativi. Quando una lunga stagione di mobilitazioni di massa rifluisce senza apparenti risultati per responsabilità preminente degli apparati burocratici si può produrre nel sentimento pubblico un effetto di rimbalzo di segno opposto. Le Pen si candida a capitalizzare sul terreno reazionario l'ostilità a Macron e il fallimento della sinistra.

Il tema del rilancio dell'azione di classe e di massa del movimento operaio francese si unisce allora più che mai alla necessità di un cambio nella sua direzione sindacale e politica. Solo una direzione anticapitalista può mettere il proletariato francese nelle condizioni di egemonizzare i confusi sentimenti di rivolta di ampi settori giovanili. In sua assenza, tutto rischia di rotolare a destra tra le braccia del partito dell'ordine.

Partito Comunista dei Lavoratori

La guerra in Ucraina un anno dopo

 


La natura del conflitto e la posizione dei rivoluzionari

22 Febbraio 2023

Un'analisi aggiornata della guerra a un anno dal suo inizio, a difesa di un posizionamento coerentemente leninista. La denuncia dell'imperialismo russo. La difesa dell'Ucraina da una guerra imperialista d'invasione. La denuncia del ruolo degli imperialismi NATO e della loro corsa al riarmo. L'opposizione politica a Zelensky dal versante dei lavoratori ucraini. La rivendicazione di una pace giusta in Ucraina, a partire dal ritiro delle forze russe di occupazione. Il ruolo potenzialmente decisivo del proletariato russo. Il nostro sostegno al RRP (Partito Operaio Rivoluzionario) russo e alla sua opposizione al proprio imperialismo e alla sua guerra. La prospettiva socialista e rivoluzionaria internazionale in contrapposizione a tutti gli imperialismi e alla minaccia di una terza guerra mondiale

A un anno dall'invasione russa dell'Ucraina è importante fare il punto sulla guerra. Sulla sua natura, sulla sua evoluzione, sul posizionamento politico dei rivoluzionari.

Nell'anno trascorso, sia nel confronto politico che nel senso comune, sono sedimentati e confusamente intrecciati verità, pregiudizi, rappresentazioni ideologiche impermeabili all'evidenza, inquinamenti prodotti dalle opposte propagande di guerra e dal loro riflesso, spesso capovolto, nella percezione dell'opinione pubblica. Un inestricabile groviglio nel quale spesso si disperdono i fondamentali della guerra, quasi fossero un fastidioso ingombro.

Lo sappiamo che c'è un aggressore e un aggredito! Ma ora basta, dobbiamo fermare l'escalation che ci sta conducendo alla terza guerra mondiale! Basta armi all'Ucraina, la parola passi alla diplomazia, vogliamo la pace”: questo è dopo un anno un senso comune diffuso, anche a sinistra. Condensa e miscela ingredienti diversi, con diverse declinazioni. Da un lato la paura più che motivata dell'escalation bellica, il rifiuto del militarismo, il fastidio per la retorica borghese, tanto ipocrita quanto insopportabile, a maggior ragione se di un governo a guida postfascista. Dall'altro la volontà di non immischiarsi in “fatti che non ci riguardano”, il regredire del senso di solidarietà e di empatia verso la popolazione ucraina bombardata, veri e propri casi di ucrainofobia, persino una sottile fascinazione delle “ragioni” della Russia e del lato oscuro della forza.

Cogliere questo sentimento pubblico, in tutte le sue contraddizioni e sfaccettature, è molto importante. Non per assecondarlo passivamente e lisciargli il pelo, come fanno per ragioni diverse il M5S, le sinistre riformiste, e persino Berlusconi (a quanto pare in compagnia di... Matteo Messina Denaro), ma per educarlo, separando il lato progressivo di questo sentimento (il rifiuto dell'escalation bellica, della minaccia nucleare, dell'incremento delle spese militari) dall'indifferenza verso un popolo invaso, dall'illusione nelle diplomazie degli imperialismi, dalla rimozione della natura stessa della guerra, che è e resta innanzitutto la guerra dell'imperialismo russo all'Ucraina. Quella iniziata un anno fa.


LA GUERRA DELL'IMPERIALISMO RUSSO

Un anno fa la Russia ha invaso l'Ucraina, non per “difendere il Donbass” ma per conquistare e assoggettare Kiev. Per cancellare la sovranità nazionale dell'Ucraina e la sua stessa legittimità storica. «L'Ucraina è una invenzione di Lenin e dei bolscevichi» dichiarò Putin a reti unificate il 21 febbraio 2022. Dunque deve tornare alla Russia, alla Grande Madre Russia, rivendicata e celebrata dal regime, dal Patriarcato di Mosca, da tutto lo sciovinismo patrio. Da qui la motivazione pubblica dell'invasione del 24 febbraio, insieme imperiale e (dichiaratamente) anticomunista. Due giorni dopo una colonna di sessanta chilometri di carri armati russi marciava in direzione di Kiev.

La previsione era quella di una sua rapida caduta, con la fuga precipitosa del governo in carica e la sua sostituzione con un governo fantoccio filorusso. Era anche la previsione del governo USA, che offrì infatti immediatamente a Zelensky un asilo dorato incoraggiandolo di fatto a fuggire. Erano le ore in cui il cancelliere tedesco Scholz si lasciò scappare sottobanco una confidenza rivelatrice: “Se proprio invasione deve essere, il male minore è che l'Ucraina si arrenda in fretta”. Fatto sta che le previsioni di tutti sono state smentite dalla scelta della resistenza da parte ucraina, cambiando così la dinamica del conflitto. Chi rappresenta le vicende del mondo come opera dei grandi burattinai imperialisti che tutto pianificano e tutto dispongono dovrebbe riconoscere che la realtà dei fatti ha contraddetto una volta di più il loro schema, sin dalle origini di questa vicenda.

L'invasione dell'Ucraina da parte di Putin è un risvolto della politica di potenza dell'imperialismo russo. Un diffuso luogo comune nega la realtà dell'imperialismo russo. Nel migliore dei casi rappresenta la sua politica come sostanzialmente difensiva contro l'espansione della NATO e dell'Occidente. La ragione è semplice: nella memoria del popolo di sinistra l'imperialismo è solo quello americano. È la memoria lunga del dopoguerra. Ma oggi la realtà del mondo è profondamente diversa. Certo, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la restaurazione capitalista in URSS, gli imperialismi NATO hanno progressivamente allargato la propria area di influenza, inglobando larga parte dell'Est Europa nel proprio dominio e proiettandosi in Medio Oriente. Le promesse ufficiose fatte a Gorbaciov circa il rispetto occidentale dell'area di influenza russa durarono lo spazio del mattino, non più di quanto durò la promessa russa del 1994, col Patto di Budapest, di rispettare i confini dell'Ucraina dopo aver ottenuto il suo disarmo nucleare. Ma la linea espansionista degli imperialismi occidentali ha subìto negli anni 2000 ripetuti rovesci, prima in Iraq, e poi in Afghanistan. E a partire dalla grande crisi capitalistica del 2008 si confronta con l'ascesa impetuosa dell'imperialismo cinese su scala mondiale. Al centro dello scenario internazionale non c'è oggi l'irresistibile espansione degli USA ma la crisi profonda della loro egemonia.

La politica di potenza dell'imperialismo russo, dalla metà degli anni 2000, si è sviluppata in questo contesto. È una reazione non solo all'espansione della NATO post-1989 ma anche e soprattutto all'indebolimento degli imperialismi occidentali. L'irruzione della Russia nella guerra siriana, nel Nord Africa (Libia), in Africa centrale, e persino in Mar Artico, punta a capitalizzare in proprio la crisi dell'egemonia USA e dei loro alleati (è il caso della crisi della Francia in Africa), e il varco aperto dall'ascesa cinese. L'invasione dell'Ucraina, successiva alla disfatta USA in Afghanistan, è un riflesso di questa dinamica.


IL RUOLO DEGLI IMPERIALISMI NATO

Gli imperialismi di casa nostra, spiazzati dall'imprevista resistenza ucraina, si sono affrettati a sostenerla per interesse proprio, provando a fare di necessità virtù. La spiegazione è elementare: non intendono subire senza contrasto l'espansione di un imperialismo rivale in Europa, tanto più che la Russia è alleata decisiva dell'imperialismo cinese, l'avversario strategico degli USA su scala globale. Un abbandono della resistenza ucraina al suo destino da parte dell'imperialismo USA avrebbe significato un semaforo verde per la Cina sul Pacifico (Taiwan), e un ulteriore ridimensionamento del proprio ruolo nel mondo. Dunque un tracollo della credibilità dell'imperialismo USA presso tutti i propri alleati, sia in Europa (a partire dalla Polonia e dagli stati baltici) sia in Asia (a partire dal Giappone e dalla Corea del Sud).

Il sostegno degli imperialismi occidentali all'Ucraina è oggettivamente determinante per la sua tenuta nella guerra. Al tempo stesso l'aiuto occidentale sostiene l'Ucraina come la corda sostiene l'impiccato: mira a consolidare l'assoggettamento dell'Ucraina all'influenza della NATO, della UE, del Fondo Monetario Internazionale, e alle loro politiche di rapina. L'imperialismo fa l'imperialismo, sarebbe illusorio attendersi altro.

Ma la teoria della guerra in Ucraina come guerra per procura della NATO contro la Russia è profondamente falsa. Lo è, come abbiamo visto, nello stesso innesco della dinamica di guerra. Ma lo è anche nella sua dinamica successiva.

Lo sforzo militare è intenso su entrambi i lati. L'imperialismo russo ha reagito al fallimento del proprio disegno iniziale con l'escalation della propria offensiva militare. La sconfitta della marcia su Kiev, il fallimento dei ripetuti tentativi di conquistare Karkhiv, la perdita successiva di Kherson a settembre, hanno spinto il regime putiniano a una mobilitazione straordinaria di nuove truppe, all'annessione formale di quattro provincie, e soprattutto allo sviluppo imponente dei bombardamenti sulle infrastrutture civili ucraine. E ora sembra alle viste una nuova imponente offensiva di terra in primavera. Gli imperialismi NATO hanno risposto, sotto pressione ucraina, con un ampliamento parallelo del sostegno militare a Zelensky, prima col ricorso agli Himars, poi con la promessa dopo un anno di guerra dei carri armati pesanti, per quanto gli aiuti reali siano molto minori di quelli propagandati e promessi, a fronte di una perdurante sproporzione delle forze sul campo a vantaggio della Russia (si pensi ai 10000 mezzi corazzati di cui Putin ancora dispone e all'enorme disponibilità di truppe).

Il sostegno militare della NATO all'Ucraina non equivale all'ingresso diretto della NATO in guerra contro la Russia.

Questa distinzione elementare tra sostegno militare e ingresso in guerra vale innanzitutto sul piano storico generale: la Gran Bretagna sostenne l'Etiopia contro l'imperialismo fascista nel 1936 ma non fu in guerra con l'Italia sino al 1940; la Gran Bretagna sostenne la Cina contro l'invasione giapponese nel 1936-'38 ma non era allora in guerra col Giappone; l'URSS staliniana sostenne (ahimè) economicamente e militarmente la Germania nazista fra il 1939 e il 1941, ma non era per questo in guerra contro Gran Bretagna e Francia; Cina e URSS negli anni '60 e '70 sostennero militarmente il Vietnam contro gli USA ma certo non erano in guerra con gli USA... Gli esempi si potrebbero moltiplicare, come si vede, con i più diversi protagonisti, riferimenti e contesti. L'idea per cui un sostegno militare significa di per sé essere in guerra non trova il conforto della storia.

Tale distinzione vale anche nel caso della guerra attuale. L'imperialismo USA e gli imperialismi europei vogliono impedire la vittoria dell'imperialismo russo in Ucraina, che significherebbe la loro sconfitta, ma non al prezzo di essere trascinati direttamente in guerra. Per questo si oppongono all'invio diretto di proprie truppe. Rifiutano la concessione della no fly zone che Zelensky ha richiesto. Hanno minimizzato l'incidente al confine polacco a settembre. Dilazionano ripetutamente gli aiuti (persino dei famosi Leopard) e ne riducono il più possibile l'importo effettivo. Pongono come condizione dei rifornimenti militari l'impegno ucraino a non attaccare il territorio russo in profondità, misurando la stessa natura degli aiuti militari in base a questa clausola di ingaggio.

Più in generale, l'idea per cui gli USA mirerebbero alla guerra contro la Russia per smembrarla e spartirsela ha molto a che fare con la propaganda patriottica putiniana, ma molto meno con la verità. Confonde i piani fantascientifici di alcuni ambienti dell'estrema destra polacca con gli orientamenti dell'imperialismo USA. Il quale da un lato vuole sconfiggere per il proprio interesse i piani di Putin in Ucraina, ma dall'altro teme che una caduta di Putin e ancor più una dissoluzione della Federazione Russa possano essere capitalizzati dalla Cina, il proprio nemico strategico, con un'ulteriore espansione della propria area d'influenza in Asia. Le riflessioni di un Kissinger non sono estranee a questo ordine di preoccupazioni strategiche.


UNA GUERRA ASIMMETRICA

Le trattative tra NATO e Ucraina che accompagnano ogni consegna (o promessa) di nuove armi sono dunque il riflesso di un braccio di ferro tra pressioni diverse: da un lato la pressione ucraina al rialzo, sotto l'incalzare drammatico della guerra russa, dall'altro la volontà della NATO di contenere gli aiuti dentro le compatibilità di un sostegno esterno senza coinvolgimento diretto. Un equilibrio difficile e precario e tuttavia ricercato, cui si si aggiungono come ulteriore fattore di condizionamento le contraddizioni interne al campo degli imperialismi NATO, tra imperialismo USA e imperialismi europei, tra imperialismo britannico e imperialismo tedesco e francese. Ma anche all'interno degli stessi paesi imperialisti tra équipe di governo e stati maggiori. Ovunque preoccupati – dal Pentagono ai comandi tedeschi e francesi – di salvaguardare la propria forza militare evitando di “esagerare” con l'invio di armi all'Ucraina. Ciò che a volte viene scambiato per un improbabile pacifismo dei generali è solo la preparazione alle guerre future, magari contro la Cina sul Pacifico.

La guerra in corso è e resta dunque una guerra asimmetrica. L'Ucraina è il terreno di combattimento, non la Russia. La Russia invade e bombarda l'Ucraina da un anno, distruggendo città, centrali elettriche, fabbriche, ospedali, scuole. L'Ucraina si difende sul proprio territorio senza attaccare il territorio russo (al di là ovviamente delle linee contigue di rifornimento e delle basi militari di attacco adiacenti al fronte) e senza coinvolgere la popolazione russa. È un fatto. Dieci milioni di sfollati ucraini sono il portato di questa realtà, assieme al carico di morti e di terrore. Non sono l'effetto della difesa ucraina e degli aiuti militari NATO, sono l'effetto dei bombardamenti russi e dell'occupazione russa. Dire il contrario, attribuire le vittime ucraine alla resistenza all'invasione (“è Zelensky che vuole il massacro del suo popolo”) non costituisce solo un cinico falso logico, ma anche un sostegno obiettivo alla propaganda di guerra putiniana. Cioè un sostegno all'imperialismo invasore.


LA GUERRA DEL DONBASS DEL 2014 E LA GUERRA RUSSA ALL'UCRAINA

Chi rappresenta la guerra attuale come un prolungamento della guerra del Donbass del 2014 rimuove questa realtà.

Quella fu una guerra del governo nazionalista ucraino post-Maidan, guidato dalla destra di Poroshenko, contro la ribellione delle popolazioni russofone alle sue misure reazionarie. Noi, in quel contesto, sostenemmo senza riserve le repubbliche del Donbass contro il governo reazionario ucraino, nonostante la natura rossobruna dei governi separatisti e il sostegno militare loro accordato, per interesse proprio, dall'imperialismo russo.

Questa è una guerra di invasione dell'imperialismo russo contro l'Ucraina intera, inclusa la popolazione russofona del Donbass. Il Donbass è oggi uno dei terreni della guerra, non la ragione della guerra. La “liberazione del Donbass dai nazisti ucraini” è propaganda ipocrita dell'imperialismo russo. Tanto più grottesca se si pensa che la cosiddetta “denazificazione” dell'Ucraina è condotta dalle truppe panislamiste cecene arcireazionarie di Kadyrov e dalle milizie naziste della Wagner, il cui ruolo nella guerra d'invasione russa è oltretutto incomparabilmente superiore a ciò che resta dei fascisti Azov nella difesa ucraina. Al punto che i capi della Wagner, forti del proprio ruolo al fronte, sgomitano ormai in prospettiva per la successione politica a Putin.

Siamo dunque a difesa dell'Ucraina contro la guerra d'invasione dell'imperialismo russo. Proprio perché siamo contro tutti gli imperialismi, siamo contro tutte le loro guerre, a sostegno di tutti i popoli da questi invasi. Abbiamo difeso l'Iraq, la Serbia, l'Afghanistan contro le guerre imperialiste dell'Occidente; difendiamo l'Ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo.

È una posizione che discende dall'intera tradizione del marxismo rivoluzionario internazionale, come abbiamo ampiamente documentato. Lenin e Trotsky hanno sempre difeso le nazioni dipendenti contro le potenze imperialiste che le opprimevano e/o le aggredivano, anche quando tali nazioni venivano sostenute per interesse proprio da imperialismi rivali. Nel 1916 il sostegno tedesco al movimento nazionale irlandese non impedì a Lenin di sostenere l'Irlanda contro l'imperialismo britannico. Il sostegno della Gran Bretagna all'Etiopia contro l'imperialismo fascista non impedì a Trotsky di rivendicare la difesa dell'Etiopia contro L'Italia. Cosi come il sostegno britannico alla Cina, aggredita dall'imperialismo giapponese, non gli impedì di sostenere la Cina contro il Giappone. In ognuno di questi contesti esistevano le contraddizioni interimperialiste, ma non rappresentavano l'elemento dominante. E le tesi ultrasinistre che in nome di quelle contraddizioni rifiutavano il sostegno alle nazioni dipendenti furono oggetto di una polemica costante sia di Lenin che di Trotsky. La nostra difesa dell'Ucraina contro l'imperialismo russo, nonostante l'appoggio all'Ucraina degli imperialismi NATO, è l'applicazione coerente ed elementare di questo metodo leninista. Come lo è il nostro sostegno alla resistenza curda, pur sostenuta da armi e istruttori americani.

Naturalmente, se la guerra cambiasse natura, cambierebbe la nostra posizione. Se la NATO entrasse direttamente in guerra contro la Russia, assumeremmo una posizione di disfattismo bilaterale, come a fronte di ogni guerra interimperialista. Se la Russia si ritirasse entro i confini del 24 febbraio e l'Ucraina, magari spinta da alcuni ambienti imperialisti guerrafondai (Gran Bretagna, Polonia...) continuasse la guerra contro la Russia, anche in quel caso la nostra posizione cambierebbe in direzione del disfattismo bilaterale. Ma così oggi non è.

Non escludiamo affatto la possibilità di una trascrescenza della guerra attuale in direzione di un conflitto interimperialista. Semmai una delle conseguenze paradossali della rappresentazione della guerra attuale come già interimperialista è proprio quella di rimuovere il rischio di un salto interimperialista della guerra. A maggior ragione nel caso di quella “teoria” strampalata (purtroppo affacciatasi anche in ambienti rivoluzionari) per cui essendo oggi in epoca nucleare, le guerre tra gli imperialismi possono essere solo indirette e “bastarde”, “come in Ucraina”. Pur di negare il diritto alla resistenza ucraina contro l'invasione russa, si giunge di fatto a negare la stessa possibilità di una guerra diretta tra le potenze imperialiste. Un'analisi sbagliata conduce paradossalmente a illusioni semipacifiste del tutto irresponsabili, a scapito della lotta contro la minaccia della terza guerra mondiale imperialista, purtroppo tragicamente possibile.

Resta il fatto che non possiamo confondere una terribile possibilità del futuro con la realtà presente. Lo ribadiamo. L'elemento interimperialistico è ben presente nel conflitto: ne spiega il contesto, disegna gli schieramenti internazionali, influisce sulle forze militari in campo su entrambi i versanti. Ma i soggetti centrali della guerra, quelli che si combattono sul campo, sono da un lato l'imperialismo russo, dall'altro lo Stato ucraino. Questa è oggi la linea del fronte. Non possiamo essere neutrali a fronte di una guerra imperialista d'invasione contro un paese che imperialista non è. Tanto più se il confine della guerra ricalca la frontiera di un'oppressione storica, prima zarista, poi staliniana, per mano dello sciovinismo grande-russo.

Chi dipinge la resistenza ucraina come un semplice braccio esecutivo della NATO non solo nega l'esistenza della nazione ucraina e del suo popolo (al pari di Putin), ma è incapace di spiegare la stessa dinamica della guerra. Certo, la NATO fornisce armi, istruttori, intelligence. Ma ad usare quelle armi sono gli ucraini. A morire sono gli ucraini. I militari ucraini, ma anche i civili. In Russia più di un milione di giovani sono fuggiti per evitare l'arruolamento in guerra. In Ucraina più di centomila volontari si sono arruolati nelle forze di difesa territoriale. È il riflesso indiretto della natura della guerra: da un lato una guerra imperialista d'invasione, dall'altro una guerra nazionale di difesa.

La guerra di difesa non avrebbe resistito un anno intero senza il retroterra di un sostegno popolare. Sostegno che è anche servizio civile, supporto logistico, soccorso ai feriti, cura del vettovagliamento, sostegno morale. Fattori che pesano sul fronte di guerra non meno delle armi. Chi non capisce questo ignora la storia delle guerre di ogni tempo.


LA NOSTRA DIFESA DELL'UCRAINA, IL RIFIUTO DELLA NATO E DELLE SANZIONI

Siamo a difesa dell'Ucraina, in piena autonomia dalla NATO. Siamo contro la NATO, contro la sua espansione in Nord Europa (sulla pelle del popolo curdo), contro il suo allargamento sul Pacifico in contrapposizione alla Cina, contro l'aumento delle spese militari dei governi d'Occidente e la loro folle corsa al riarmo. In una parola, siamo contro gli imperialismi di casa nostra, che sono sempre per noi il nemico principale. Gli ucraini hanno il diritto di usare tutte le armi disponibili per difendersi dall'invasione russa: è il diritto di ogni popolo invaso da un imperialismo. Noi abbiamo il dovere politico di dire che gli imperialismi che danno loro le armi lo fanno nel loro proprio interesse. Abbiamo il dovere politico di dire che un ingresso dell'Ucraina nella NATO sarebbe non una garanzia di pace ma l'iscrizione alle guerre future. Abbiamo il dovere di dire che l'ingresso dell'Ucraina nella UE, come vuole Zelensky, significherebbe impiccare l'Ucraina a nuove politiche di austerità e sacrifici, che ricadrebbero innanzitutto sui lavoratori e le lavoratrici ucraine, quelli che oggi reggono sulle proprie spalle i costi della resistenza all'invasione.

Siamo dalla parte della resistenza ucraina, non delle sanzioni occidentali contro la Russia. Più precisamente siamo contro le sanzioni. Le sanzioni contro la Russia non solo scaricano il proprio costo sui lavoratori d'Occidente e sui lavoratori russi, ma sono oggi usate dal regime reazionario di Putin sul fronte interno per costruire il consenso sciovinista alla propria guerra imperialista. Sono dunque di fatto contro gli interessi della resistenza ucraina all'invasione e contro lo sviluppo di un'opposizione russa alla guerra. A maggior ragione lo sono le odiose posture russofobe in campo culturale, artistico, sportivo. Più in generale, la nostra opposizione alla guerra dell'imperialismo russo non ha nulla a che spartire con la guerra degli imperialismi occidentali contro la Russia. La NATO combatte la Russia per i propri interessi imperialisti. Noi difendiamo l'Ucraina contro la Russia nel nome degli interessi del proletariato russo, del movimento operaio internazionale, del popolo ucraino.


ALL'OPPOSIZIONE DI ZELENSKY, DALLA PARTE DEI LAVORATORI UCRAINI

Siamo all'opposizione del governo Zelensky. Appoggiare il diritto di resistenza ucraina non significa affatto appoggiare politicamente il governo ucraino. Così come appoggiare il diritto di resistenza del popolo iracheno, il diritto di resistenza del popolo serbo, il diritto di resistenza del popolo afghano, non ha mai significato per parte nostra appoggiare politicamente Saddam Hussein, Milosevic, i talebani. Come appoggiare la resistenza etiope contro l'Italia, o la resistenza cinese contro il Giappone, non significava per Trotsky appoggiare politicamente il Negus o Chiang Kai-shek. È un aspetto elementare della politica rivoluzionaria

Sulla figura e la natura politica di Zelensky regna in realtà una confusione enorme. La propaganda imperialista russa lo presenta come nazista e capo dei nazisti. La propaganda imperialista del campo NATO lo presenta come eroe della democrazia e del progresso. Mentono naturalmente entrambe. Zelensky è un borghese di estrazione ebraica, esponente del centro politico ucraino che si è candidato nel 2019 in opposizione alla destra nazionalista di Poroshenko. Non a caso ha raccolto molti voti proprio nel Donbass. Al tempo stesso, da politico borghese uscito dalle file dello spettacolo (al pari di un Grillo) ha marcati tratti populisti, e si è andato costruendo come riferimento centrale dell'imperialismo NATO e dell'Unione Europea. Inutile dire che la guerra d'invasione russa e la demonizzazione di Zelensky da parte di Putin hanno accresciuto la sua popolarità interna, precedentemente in significativo declino. Per parte nostra non abbiamo bisogno di accodarci alla “zelenskofobia” alimentata dagli ambienti rossobruni per denunciare le politiche borghesi di Zelensky.

Le politiche sociali di Zelensky sono antioperaie e antisindacali: privatizzazioni, precarizzazione, liberalizzazione dei licenziamenti, aumento dell'orario di lavoro, libera compravendita dei terreni a vantaggio della grande proprietà fondiaria. Tutte politiche suggerite dal Fondo Monetario Internazionale e pretese dalla UE. Alle quali si aggiunge l'impegno a pagare l'enorme debito pubblico accumulato per le spese di guerra. Queste politiche sono respinte giustamente dal sindacalismo di classe in Ucraina. I lavoratori e i sindacati ucraini si sono impegnati nella difesa del paese dall'invasione russa, che è innanzitutto la difesa delle proprie case e del proprio lavoro. Anche per questo le politiche sociali del governo sono vissute e spesso denunciate come una pugnalata alla schiena. Lo spettacolo degli oligarchi ucraini che si arricchiscono con la guerra portando all'estero le proprie ricchezze sulla pelle dei loro operai che combattono al fronte e nelle retrovie suscita sdegno e sgomento, giustamente.

Lo stesso vale per le nuove normative militari. Gli ultimi decreti del governo Zelensky privano i soldati al fronte di importanti protezioni legali di fronte ai loro ufficiali, accrescendo a dismisura il potere di questi ultimi. Una petizione popolare ha raccolto decine di migliaia di firme contro tali misure, accusandole di favorire la demoralizzazione dell'esercito e dunque di indebolire la resistenza all'invasione. La lotta di classe trova il proprio spazio anche in una guerra di difesa nazionale.

Lo sgomitamento per la spartizione della futura ricostruzione dell'Ucraina fa oggi del governo di Kiev un crocevia di pressioni e interessi imperialisti occidentali, tra loro concorrenziali ma convergenti. USA, Gran Bretagna e Germania, assieme alla vicina Polonia, puntano ad assicurarsi il grosso della torta quale ricompensa degli aiuti militari. Francia e Italia vogliono partecipare alla partita. La visita di Bonomi a Kiev, a nome di Confindustria, ha qui la sua principale ragione. Ogni imperialismo d'Occidente (ma anche la Turchia e persino la Cina) punta ad ottenere per sé manodopera a basso costo, investimenti detassati, laute commesse per le proprie imprese. Il patriottismo filoucraino è il patriottismo del proprio portafoglio.

Nel mentre difende il paese dalla guerra d'invasione russa nel nome della sovranità nazionale, Zelensky subordina l'Ucraina al controllo imperialista dell'Occidente. Da qui la nostra opposizione. Nel mentre difendiamo l'esistenza stessa dell'Ucraina dall'aggressione mortale dell'imperialismo russo, ci opponiamo alla sua svendita all'imperialismo di casa nostra. L'autodeterminazione nazionale del popolo ucraino, che innanzitutto richiede la sconfitta dell'invasione russa, potrà realizzarsi compiutamente solo rompendo con ogni imperialismo. Dunque solo su basi socialiste. Non è un caso se fu la Rivoluzione d'ottobre a riconoscere quel diritto all'indipendenza ucraina che Putin vuole oggi cancellare nel nome della Grande Russia.


PER UNA PACE GIUSTA, SENZA ANNESSIONI

Vogliamo la fine della guerra, rivendichiamo la pace. Non qualsiasi pace. Poche parole come “pace” sono da sempre strumento di inganno. La guerra in Ucraina non fa eccezione.
Ogni protagonista della guerra declina la pace in base ai propri interessi. Putin chiama “pace” la resa dell'Ucraina: la perdita della sua sovranità o in subordine la sua amputazione, con relative annessioni. È la pace dell'imperialismo aggressore. Gli imperialismi NATO che oggi contrastano nel loro proprio interesse l'operazione russa cercano in realtà sottobanco una via d'uscita. La proposta di “pace” veicolata recentemente dalla CIA ai diplomatici russi circa una spartizione concordata del territorio ucraino occupato quale possibile soluzione del conflitto è stata respinta sia dalla Russia che dall'Ucraina, per opposte ragioni. Ma dà l'idea della logica con cui si muovono gli imperialismi “democratici”. Per loro i diritti dei popoli sono da sempre merce di scambio; vale per i palestinesi, vale per i curdi, perché non potrebbe valere per gli ucraini?

Rivendichiamo una pace giusta. Una pace senza annessioni. Ciò che significa innanzitutto il ritiro delle truppe russe di occupazione dai territori conquistati dopo il 24 febbraio 2022. “Putin go home” è la prima rivendicazione di pace in Ucraina. Ogni soluzione di pace sotto occupazione militare può essere solo un inganno. Le soluzioni di pace in Palestina sotto l'occupazione sionista sono al riguardo eloquenti. Non può esservi una pace giusta in Ucraina senza il ritiro delle forze russe entro i confini del 23 febbraio 2022. È grave che larga parte del pacifismo italiano, nel mentre respinge il diritto alla resistenza ucraina, rifiuti di chiedere il ritiro dall'Ucraina delle forze russe di occupazione, la più elementare delle rivendicazioni per chi si oppone alla guerra.

Al tempo stesso, una pace giusta non vuol dire subordinazione alla destra nazionalista ucraina, o alle tendenze revansciste presenti in ambienti NATO (Gran Bretagna e Polonia in primis). Al contrario. Non è per noi in discussione l'appartenenza della Crimea alla Russia. Il popolo di Crimea è russo, non semplicemente russofono. Ogni pretesa del nazionalismo ucraino di riconquistare la Crimea sarebbe priva di ogni diritto. Così non è per noi in discussione il diritto di autodeterminazione delle popolazioni russofone del Donbass. Valeva nel 2014 contro il governo ucraino, vale oggi in presenza dell'invasione russa. Sono le popolazioni del Donbass che hanno il diritto di scegliere liberamente dove vogliono vivere, se nel quadro di una Ucraina federale o all'interno dello Stato russo, o come repubbliche indipendenti. Di certo il loro destino non può essere affidato né ai referendum farsa delle forze russe occupanti né alla volontà di rivincita della destra ucraina.


IL RUOLO DECISIVO DEL PROLETARIATO RUSSO

La lotta per una pace giusta assume a riferimento non l'imperialismo russo, non gli imperialismi NATO, ma la resistenza ucraina e il proletariato russo.

Il principale fattore di pace non sono le sanzioni occidentali ma la possibile ribellione dei lavoratori russi, i grandi dimenticati della lotta contro la guerra.
Anche a causa delle sanzioni e delle campagne russofobe, il regime di Putin conserva tuttora purtroppo un consenso nettamente maggioritario in Russia. Ma la situazione non è cristallizzata. Molto dipende dal fronte di guerra. La sconfitta russa a Kherson a settembre e la successiva mobilitazione dei 300000 coscritti ha dato una scossa sul fronte del consenso interno, lo hanno rilevato tutti i sondaggi, di diversa fonte, sulla continuità o meno della guerra. In particolare le crepe del consenso interno si sono manifestate nella giovane generazione e presso le popolazioni della periferia dell'impero, quelle popolazioni non russe su cui si concentra il grosso della campagna di arruolamento alla guerra. Come ogni Bonaparte, Putin si regge sul prestigio della vittoria. Non a caso la guerra di annientamento russo della Cecenia (nel totale disinteresse della sinistra occidentale) ha lastricato l'ascesa di Putin. Per la stessa ragione, una sconfitta sul fronte ucraino potrebbe innescare una crisi del regime. E una crisi del regime putiniano potrebbe trascinare con sé una mobilitazione popolare di ampia portata in Russia.

Chi legge la storia solo in termini di geopolitica, dai liberali di Limes agli ambienti campisti di estrazione staliniana, ignora la stessa categoria di una possibile rivoluzione russa. Tutto si ridurrebbe al bivio tra Putin e la NATO, il resto è chiacchiera. Fortunatamente la storia reale è più creativa di questo schemino. Nessun regime è per sempre. Può cadere per fratture interne, può cadere per effetto di una ribellione dal basso, può cadere per la combinazione di entrambi i fattori. La guerra, ogni guerra, espone il regime che la promuove a una prova cruciale, a maggior ragione un regime bonapartista. Una vittoria lo consolida, una sconfitta può trascinarlo in rovina e persino aprire la via a una rivoluzione. La sconfitta militare della Russia prima nel 1905, poi nel 1917, minò il regime zarista, e innescò grandi crisi rivoluzionarie. Una sconfitta del regime putiniano in Ucraina potrebbe aprire il varco ad una crisi rivoluzionaria in Russia, con effetti enormi sulla lotta di classe internazionale.

Il Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario), con cui il PCL è in rapporto, si batte coraggiosamente per questa prospettiva. Mentre il PC staliniano di Zuganov si schiera col regime putiniano votando i crediti di guerra, il RPR si è schierato da subito contro il proprio imperialismo e la sua guerra, in coerenza con la tradizione leninista. Si tratta della principale organizzazione trotskista in Russia, una delle più consistenti formazioni dell'estrema sinistra presente nel paese. Noi che ci battiamo contro ogni imperialismo a partire dal nostro, salutiamo l'intervento rivoluzionario dei nostri compagni russi contro la guerra del proprio imperialismo. È un augurio per la rifondazione dell'internazionale rivoluzionaria, che i venti di guerra rendono più necessaria che mai.

“Se vuoi la pace prepara la rivoluzione” è la parola d'ordine con cui partecipiamo alle manifestazioni pacifiste e contro la guerra, un anno fa come oggi. Il capitalismo porta la guerra come le nubi portano la pioggia, scriveva Jean Jaurès. Solo il rovesciamento del capitalismo e dell'imperialismo, solo una rivoluzione socialista, in ogni paese e su scala mondiale, può liberare l'umanità dalle guerre. Il pacifismo, anche quello più onesto, è incapace di comprenderlo. I marxisti rivoluzionari hanno il dovere di ricordarlo sempre, contro tutti gli imperialismi e su i tutti i fronti di guerra.

Marco Ferrando