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ELEZIONI REGIONALI DELL’EMILIA ROMAGNA: LE NOSTRE INDICAZIONI DI VOTO

 


Domenica 17 e lunedì 18 novembre si terranno le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna.

Il nostro Partito non potrà essere presente a questa competizione a causa delle leggi elettorali antidemocratiche e che impongono un numero esorbitante di sottoscrittori per poter presentare la lista. In questo modo verrà a mancare sulla scheda elettorale la sola forza politica che si è sempre e solo schierata a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori e non si è mai compromessa con accordi di governo sia a livello locale che nazionale contro i loro interessi.

Il significato politico di queste elezioni va oltre l’ambito regionale e assume un significato nazionale.

Anche se è molto probabile una riconferma del centro-sinistra alla guida della regione, essa come le altre che si stanno svolgendo, dalla Liguria all’Umbria, entra nel confronto tra il governo e l’opposizione in un quadro di rafforzamento del carattere bipolare del quadro politico

Dalla parte del governo si cercano di rafforzare le basi di consenso ad una linea politica che, al di la della becera propaganda post-fascista, raccorda una politica economica molto attenta alla contabilità degli interessi del grande capitale imperialista e di Confindustria, oltre che compatibile con i dettami europei, all’insegna dell’equilibrio dei conti pubblici, con un percorso di torsione autoritaria nei confronti del più ampio spettro delle mobilitazioni sociali e che colpisce in prima battuta lavoratori, sindacalisti, migranti, studenti,  attivisti per la Palestina e per l’ambiente (DDL 1660).

Questa torsione autoritaria rappresenta oggi un pericolo immediato per le ragioni di tutti i settori oppressi della società ed è per questo che il Partito Comunista del Lavoratori è impegnato nella costruzione unitaria, con altre forze politiche e sindacali, di ogni possibile mobilitazione per combatterla.

Dal lato dell’opposizione liberale dietro lanci propagandistici di misure quali ad esempio, il salario minimo o gli investimenti nella sanità, misure che questa parte politica si è ben guardata dal varare quando era al governo, e una postura di opposizione democratica nei confronti della gestione dei flussi migratori (caso Albania) e contro i decreti sicurezza del Governo, laddove su entrambi i  fronti PD e M5S non possono certo dire di avere la coscienza a posto, i risultati elettorali eventualmente favorevoli sono posti sul piatto di un accreditamento presso quello stesso grande capitale imperialista come compagine più credibile e seria di governo rispetto alla destra post-fascista.

Insomma, in gran parte il confronto tra governo e opposizione si riduce ad un teatro degli equivoci, ad una lotta tra concorrenti a rappresentare i medesimi interessi della classe capitalista e dove perciò nessuna delle due parti porta avanti i bisogni di milioni di salariati che rimangono ancora privi di una propria rappresentanza politica.

A livello locale le differenze tra le posizioni dei due poli si fanno ancora più sottili.

A ruoli invertiti qui in Emilia-Romagna è il centro-sinistra a rappresentare ed assicurare la continuità di governo mentre il centro-destra punta soprattutto ad una vittoria dell’alto valore simbolico e, come abbiamo detto, da spendere nei rapporti di forza tra governo e opposizione a livello nazionale.

Proprio l’Emilia-Romagna rappresenta un modello di governo compatibile e fruttuoso per gli interessi capitalistici.

Una Regione, quella emiliano-romagnola, governata da sempre dal Pd e dai suoi alleati e che si avvicina il più possibile ad una gestione dell’amministrazione pubblica funzionale al grande capitale e alla piccola e media industria, in altri termini all’interesse medio e trasversale del capitalismo emiliano.

La risultante di questa conduzione politica sono stati negli anni la speculazione edilizia, la cementificazione e il consumo di suolo responsabili insieme mancato intervento contro il dissesto idrogeologico dei grandi disastri dovuti alle recenti alluvioni.

Ma la cornucopia per il capitale non è finita qui: grandi opere inquinanti, privatizzazioni soprattutto in tema di sanità, precarizzazione del lavoro sono altrettanti capitoli dell’autentica rapina subita dalle classi popolari italiane a tutto vantaggio di padronato e finanza in un territorio per altro colpito da numerose crisi industriali e da un vertiginoso rincaro dei prezzi.

Persino sul terreno dell’edificazione della rapina sociale futura l’Emilia-Romagna si è distinta. Il suo governatore, Bonaccini, è stato infatti tra i primi promotori dell’autonomia regionale differenziata, ossia la secessione dei ricchi, seppur in salsa emiliana. Oggi il passaggio al contrasto dell’attuale legge varata dal governo, contrasto che però si limita ad una volontà di emendamento e non di abrogazione come invece vogliono i sottoscrittori del referendum, non cancella le responsabilità di un’amministrazione che persino su questa base si è posta in posizione ancillare nei confronti dei grandi interessi capitalistici.

L’Emilia-Romagna, perciò, viene esibita dal PD e dai suoi alleati come esempio di “buon governo”, di fruttuosa amministrazione e gestione dei conti pubblici anche in funzione di un accreditamento per il governo nazionale. Bisogna pero vedere a quale altare si portano i propri doni. In questo caso è chiaro: il capitale e le banche.

Il centrodestra, che parte svantaggiato, non ha sostanzialmente un programma di governo diverso. Dal punto di vista degli interessi che tutela la linea di fondo dell’attuale amministrazione può essere completamente riciclata. Il significato politico sarebbe porre l’eventuale affermazione, come abbiamo detto, sul piatto dei rapporti di forza tra governo e opposizione nazionali in funzione di un ulteriore rafforzamento del governo Meloni.

In definitiva scegliere tra De Pascale, centro-sinistra, e Ugolini, centro-destra, è come scegliere tra il gatto e la volpe. Le lavoratrici e i lavoratori emiliano-romagnoli non hanno nulla da guadagnare, e purtroppo tutto da perdere, dalla vittoria di uno dei due.

Se spostiamo lo sguardo a sinistra troviamo la lista Emilia-Romagna per la Pace, l’Ambiente e il Lavoro, che candida Federico Serra e che è sostenuta da Potere al Popolo, PCI e Rifondazione Comunista.

Questa lista, in contrapposizione sia al centro-destra che al centrosinistra, si presenta con un programma pieno di buoni propositi. Però rileviamo come, per essere un programma anticapitalista e non meramente riformista, manchi il protagonismo della classe lavoratrice e delle organizzazioni che vi fanno riferimento, la nazionalizzazione sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, inquinano e ledono l’incolumità dei lavoratori, il controllo operaio delle condizioni di sicurezza sul lavoro e sugli uffici di collocamento. Insomma, mancano le fondamentali parole d’ordine di classe nella direzione di una piattaforma rivendicativa unificante al servizio della costruzione del più ampio fronte unico della classe lavoratrice.

Inoltre, il passaggio sul sostegno alla causa palestinese non è chiaro: infatti non compare la rivendicazione della liberazione del territorio palestinese dal fiume Giordano al mare e un appoggio chiaro alla resistenza sia in Palestina che nel Libano. Ciò accade a causa dell’attardarsi di forze come Rifondazione Comunista e del PCI sulla rivendicazione dei due stati per due popoli, rivendicazione oggi evidentemente fuori dalla storia, invisa alla resistenza palestinese e invece significativamente sostenuta tanto dal PD che dalla destra filosionista. Non certo una bella compagnia.

Ciò che vogliamo porre in discussione però non riguarda la caratura più o meno di sinistra del programma che in realtà rischia di rimanere lettera morta. Un programma per quanto radicale procede zoppicando sulle gambe di organizzazioni politiche su cui non si possa fare affidamento.

Il punto è che bisogna mettere alla prova questi partiti facendo un bilancio della loro condotta precedente, della coerenza o meno del loro posizionamento politico.

In questo bilancio, che questi partiti non fanno, ma che noi abbiamo il dovere di chiarire agli elettori di sinistra, deve essere posta la partecipazione a governi nazionali e locali in coalizione con partiti borghesi e nella fattispecie con il PD.

 Avviene ancora oggi che il PRC sia presente in coalizioni che comprendono il PD in molte giunte locali del territorio Emiliano Romagnolo (es. Forlimpopoli e Bertinoro).

L’attitudine alla ricerca di un compromesso con quelle stesse forze che in queste elezioni in termini del tutto propagandistici si dice di voler combattere è tanto più dimostrata dal tenore della discussione congressuale che sta lacerando Rifondazione Comunista e che è imperniata intorno alla possibile alleanza con il PD.

I riferimenti internazionali di queste forze politiche rafforzano, se possibile, l’impressione di ambiguità della loro collocazione politica.

L’infatuazione per il governo Tsipras e Syriza che tradi il movimento di massa che aveva detto un grande no al referendum sulle misure della Troika UE, l’ammirazione pe il governo PSOE-Podemos che ha aumentato a dismisura la precarietà lavorativa, proseguito le politiche persecutorie nei confronti dei migranti dei governi precedenti e ha aumentato le spese militari. Governi di “sinistra” che hanno finito per tradire le ragioni sociali della loro esistenza

Ma forse ciò che attrae di più l’ammirazione nei confronti di queste sinistre è proprio il loro essere di governo, ossia esemplificare perciò l’esito sperato della propria condotta politica, la possibilità di conseguire un risultato elettorale utile alla negoziazione di un accordo con il centro-sinistra con un successivo sperabile sbarco al governo.

Per tutti questi motivi vogliamo parlare chiaro ai compagni, elettori, iscritti e militanti di queste formazioni politiche e chiedere loro se al di là dei proclami che valgono lo spazio di una campagna elettorale, si possa riporre fiducia in dirigenti che proseguono la china già contrassegnata da innumerevoli disastri: quello della ricerca di un accordo con il centro-sinistra per strappare magari uno strapuntino nel cosiddetto “campo largo”. Se non sia giunto il momento di rifiutarsi di farsi prendere per il bavero ed invece incalzare i propri dirigenti per indurli ad una virata di 180° verso la lotta di classe e la prospettiva del governo delle lavoratrici e dei lavoratori, terreno sul quale troveranno il Partito Comunista dei Lavoratori sempre disponibile alla massima unità d’azione.

Ai compagni che ci obbiettano che un voto a sinistra sarebbe un segnale politico in quella direzione, rispondiamo che nessuna lista rappresenta coerentemente gli interessi della classe lavoratrice e dei settori oppressi e svantaggiati della società emiliana

Il centrodestra e il centrosinistra sono due cavalli per uno stesso scudiero: il grande capitale.

La lista di sinistra vuole conseguire un risultato, che, al di là dei buoni propositi, se positivo, finisca nel paniere da spendere al tavolo del campo largo ossia quel campo a guida PD autentico architrave della governabilità borghese.

Pertanto, diamo indicazione astensione al voto ed al contempo invitiamo le compagne e i compagni, le lavoratrici e i lavoratori, e tutte le organizzazioni che vi fanno riferimento a costruire il più ampio fronte unico della classe lavoratrice, l’unico che basandosi su una piattaforma rivendicativa anticapitalista, possa rovesciare lo svantaggio nei rapporti di forza con la classe capitalista e aprire una stagione nuova.

Una stagione nuova le cui conquiste possano essere portate avanti e garantite non da un governo di quel o quell’altro colore, ma da un governo di tipo nuovo: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

EMILIA ROMAGNA

Per chi suona il citofono

I risultati del voto regionale in Emilia-Romagna e Calabria hanno un profilo contraddittorio.

In Calabria lo sfondamento del blocco reazionario di centrodestra ha le proporzioni attese, capitalizzando l'autentico crollo del M5S, sullo sfondo dell'assenza sul piano elettorale di qualsiasi sinistra a sinistra del PD.

Diverso il caso dell'Emilia-Romagna, dove si è concentrato uno scontro politico di immediata valenza nazionale. Qui la Lega ha cercato lo sfondamento puntando a un effetto domino su scala generale. L'obiettivo era quello di conquistare il governo della regione per accelerare elezioni anticipate e rivincita politica nazionale.
Il piano è fallito.

Diversi sono i fattori che hanno sospinto la vittoria di Bonaccini.
Lo scarto tra Bonaccini e Borgonzoni in fatto di immagine e “credibilità istituzionale”, come mostra il successo della lista personale Bonaccini (5,76%) a fronte del fallimento della lista Borgonzoni (1,73%).
La capitalizzazione di un voto disgiunto proveniente da elettori del M5S, di Forza Italia, delle tre liste di sinistra, unito per ragioni diverse dalla repulsione per Salvini: chi da un versante sociale e democratico, chi da un versante borghese liberale.
La rimotivazione al voto di un settore significativo di elettorato di sinistra e democratico che in precedenza si era astenuto e che in questo caso ha fatto la fila ai seggi. Qui ha svolto un ruolo il movimento delle sardine, che non ha ricollocato l'elettorato popolare che votava a destra ma certo ha trascinato al voto una parte di elettorato di sinistra passivizzato e deluso.

La sconfitta di Salvini sta qui. Le dimensioni della sconfitta politica sono superiori a quella della sconfitta elettorale. Elettoralmente il blocco reazionario del centrodestra tiene la propria base di massa, particolarmente concentrata nelle campagne, nella provincia profonda, nelle periferie. Ma politicamente non poteva esserci sconfitta più netta.
Salvini ha puntato sulla massima politicizzazione dello scontro e insieme sulla sua estremizzazione reazionaria. Bibbiano e il citofono ne sono stati l'emblema. L'obiettivo era impugnare la bandiera del cambiamento contro quella della conservazione – con tutto il peggiore armamentario bigotto e xenofobo – per polarizzare a destra in chiave anti-PD il crollo annunciato del M5S. La politicizzazione dello scontro è riuscita, ma ha prodotto prevalentemente (e paradossalmente) una dinamica opposta: prima il movimento delle sardine, nato non a caso in Emilia proprio in opposizione a Salvini; poi la crescita della partecipazione al voto, maggiore soprattutto nelle città, per sbarrare la strada a Salvini. Ha vinto dunque l'eterogenesi dei fini. Salvini ha suonato il citofono sbagliato. All'interno del centrodestra, l'arretramento della Lega a vantaggio di Fratelli d'Italia, che supera l'8%, è un ulteriore smacco per il suo segretario.

Il PD liberal-borghese capitalizza elettoralmente la sconfitta del Capitano, come dimostra la crescita della sua lista (34,69%) rispetto allo stesso risultato delle elezioni europee, nonostante il successo della lista personale di Bonaccini. Da un lato il PD ha spartito con la lista Bonaccini il voto di settori piccolo e medio-borghesi moderati, desiderosi di tranquillità, dunque appagati dalla “buona amministrazione” del Presidente uscente; dall'altro ha capitalizzato la spinta prevalente di un elettorato di sinistra legato alla tradizione democratica e antifascista, e spaventato dall'ex ministro degli interni in permanente divisa di polizia. Il 3,77% riportato dalla lista Emilia-Romagna Coraggiosa Ecologista Progressista, interna alla coalizione di Bonaccini, ha anch'esso raccolto questa pulsione, cui le sardine non sono certo estranee.
Dunque il referendum su Salvini voluto da Salvini ha punito chi lo ha invocato. Mentre un governatore borghese come Bonaccini, eletto contro Salvini ma garante del padronato, potrà continuare a gestire la normale amministrazione degli interessi capitalistici in regione, non ultimo il progetto di autonomia differenziata ai danni di istruzione, sanità, servizi, contro i lavoratori, le lavoratrici e la popolazione povera. Ciò che in assenza di un'opposizione di classe, e col tacito consenso della CGIL, continuerà a consegnare al blocco sociale reazionario un ampio settore di salariati.

A sinistra del PD, il richiamo del voto utile ha fortemente penalizzato le liste presenti. Il risultato d'insieme delle tre liste (complessivamente l'1,3%, un 1% tra i candidati presidente) è obiettivamente marginale, e nessuna di esse emerge come polo attrattivo rispetto alle altre. Il PC di Rizzo (0,48%) dimezza i voti rispetto alle elezioni europee anche nei collegi in cui era presente. Potere al Popolo (0,37%) disperde larga parte dell'elettorato conquistato nelle elezioni politiche del 2018. Ma è soprattutto la lista L'Altra Emilia-Romagna a conoscere il risultato peggiore: l'unica lista delle tre ad essere presente in tutta la Regione – e che per questo aveva rivendicato il voto utile per sé a scapito delle altre – è quella che ha raccolto meno voti in assoluto e in percentuale. Rifondazione Comunista, che ne è stata il perno, paga una volta di più il mimetismo della propria politica.

Il PCL non ha potuto essere presente per via di una legge elettorale antidemocratica. Abbiamo dunque dato indicazione di voto a sinistra del PD, senza illusioni. Ma al tempo stesso diciamo forte e chiaro che non c'è possibilità di risalire la china a sinistra, sullo stesso terreno elettorale, senza la ripresa di una opposizione di classe e di massa. Chi pensa che la soluzione a sinistra sia questo o quell'altro cartello elettorale continua a pestare l'acqua nel mortaio. Le elezioni riflettono in modo distorto ciò che si muove, o non si muove, sul terreno sociale. Se si smarrisce il confine di classe nell'immaginario sociale quotidiano, perché quel confine dovrebbe apparire nel giorno del voto? Se la lotta di classe rifluisce, se con essa arretra la coscienza politica di massa e spesso della sua stessa avanguardia, nessuna alchimia elettoralista invertirà la condizione della sinistra politica. Semmai produrrà nuovi danni.

Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, fuori da ogni logica elettorale, è nato il 7 dicembre per unificare le lotte di resistenza e rilanciare l'opposizione sociale. Le campagne unitarie che sono partite in tutta Italia hanno esattamente questo scopo. Il PCL, che ha contribuito in modo determinante al coordinamento dell'unità d'azione, continuerà a lavorare per il suo allargamento, nazionale e locale, politico e sindacale, contro ogni settarismo e preclusione. E al tempo stesso porta e porterà in esso il proprio programma di rivoluzione per lo sviluppo della coscienza anticapitalista, contro ogni illusione riformista.

Senza unire l'azione di avanguardia non si può lavorare alla ripresa di massa né incidere sullo scenario politico. Senza un programma di rivoluzione non si può dare all'avanguardia una prospettiva vera di alternativa al capitale.

Per questo saremo come PCL i più unitari e i più radicali. Per questo costruiamo il Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori

Fermiamo l'ondata reazionaria! Nessun sostegno a Bonaccini e al PD e alle loro politiche filopadronali! Vota a sinistra

Il voto in Emilia Romagna può costituire uno spartiacque per la caduta del governo e l’avvento al potere della Lega e di Fratelli d’Italia. Bonaccini e il PD non sono un argine a alla destra reazionaria. Tutt’altro: gli hanno aperto la strada.
Il Partito Comunista dei lavoratori non si sottrae alla responsabilità di dare un’indicazione per fermare la destra. Diamo indicazione ai compagni militanti, aderenti e simpatizzanti di votare a sinistra del PD, ma il nostro sarà un voto necessariamente critico, perché nessuna lista presente alle elezioni rappresenta le ragioni del rilancio del movimento operaio e dei bisogni delle classi popolari
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Il mondo politico e quello dei mass media hanno messo ormai da mesi sotto osservazione le prossime elezioni regionali dell’Emilia Romagna del 26 gennaio 2020. Queste elezioni vengono rappresentate come lo snodo politico decisivo per le sorti del governo e il precipitare della dinamica politica italiana verso le elezioni anticipate, che con tutta probabilità darebbero la vittoria alla destra e al suo progetto neoautoritario.

Non ci possiamo nascondere il pericolo: bisogna fermare l’ondata reazionaria cavalcata da Salvini e Meloni.

Un’ondata reazionaria che cerca di dirottare la rabbia sociale contro gli immigrati, con misure forcaiole, per impedire che si rivolga contro i capitalisti, quelli che loro proteggono, mentre rilancia la crociata contro i diritti delle donne e legittima le organizzazioni fasciste, che si avvalgono della copertura e degli ammiccamenti di Salvini per allargare e moltiplicare le proprie provocazioni e aggressioni squadriste.

Il primo dovere è opporsi alla reazione e ai suoi partiti.

Ma il governo di PD-M5S-LeU non rappresenta in alcun modo un argine alla destra.

Il governo che si annunciava di svolta è in realtà il governo della continuità, di manutenzione degli interessi capitalistici. Continuità non solo di un Presidente del Consiglio buono per ogni stagione, ma soprattutto delle politiche dominanti. Tutte le peggiori misure antioperaie dell'ultimo decennio, dal Jobs Acts alla legge Fornero, restano intatte, ed anzi si preannuncia il de profundis di "quota 100". Restano intatti nella loro sostanza i famigerati decreti sicurezza, usati come clava contro gli immigrati, ma anche contro i picchetti e i blocchi stradali di chi difende il posto di lavoro. Si salvaguarda l'accordo infame col governo libico, che finanzia i carcerieri di carne umana ammassata in luoghi di tortura e di stupri. Si rivendica la continuità di tutte le missioni militari ed anzi si amplia l'acquisto a suon di miliardi dei famosi F-35, mentre si assicura alla NATO l'aumento richiesto del bilancio della Difesa. Si rilancia ed anzi si accelera un progetto di “autonomia differenziata”, a vantaggio delle imprese del Nord e a carico della popolazione povera del Sud e di tutti i lavoratori del Sud e del Nord.

Questo non solo non ferma la destra, ma ne aumenta il consenso fra le masse popolari.

Bonaccini, il governatore dell’Emilia Romagna, è invocato dalle forze del governo e soprattutto dal PD come un “salvatore della patria”.

Bonaccini è indubbiamente un eminente campione delle politiche antisociali dei governi targati PD. Il fatto che oggi preferisca un profilo di parziale autonomizzazione dal PD, da decenni alla guida dell’amministrazione della regione, e che venga investito da parte dell’opinione pubblica del ruolo di argine all'avanzata salviniana, non ne sminuisce le responsabilità. Tutt’altro.

L’Emilia Romagna di Bonaccini insieme a Veneto e Lombardia è tra le regioni che pretendono l’autonomia differenziata.
L’autonomia differenziata è, come abbiamo già spiegato, la secessione dei ricchi. Ossia la pretesa di trattenere sul proprio territorio il gettito fiscale più ricco prodotto da queste regioni, perché sede di una borghesia più ricca, a scapito delle popolazioni povere del Sud, con un aumento del già vertiginoso differenziale tra Nord e Sud. Inoltre a pagare sarebbero anche i salariati del Nord, perché le regioni ad autonomia differenziata, potendo trattenere tutti gli aumenti di gettito fiscale, aumenterebbero le tasse locali (le addizionali sul’IRPEF). Il risultato sarebbe che, poiché l'entità stessa dei fabbisogni in termini di servizi sociali viene col tempo rapportata al gettito fiscale della regione, le regioni più ricche offrirebbero i servizi migliori, quelle più povere i peggiori. Come se i diritti sociali alla salute o all'istruzione dipendessero dal luogo di residenza, e non dalla eguale natura dei bisogni.

Insomma sappiamo chi pagherà: i poveri e i lavoratori salariati.
Se da un lato si incassano maggiori risorse vuol dire che dall'altro c'è qualcuno che paga.

La popolazione povera del meridione è la prima vittima dell'autonomia regionale, ma non la sola.

Lo spostamento di risorse verso le tre regioni che insieme fanno quasi il 40% del Pil nazionale non sarà tutto caricato sulle regioni del Sud (perché data l'entità del trasferimento sarebbe socialmente e politicamente ingestibile). Sarà in parte caricato sul bilancio pubblico nazionale. Per un verso sulla fiscalità generale, e siccome l'80% del carico fiscale ricade sulle spalle di lavoratori e lavoratrici (e pensionati), saranno loro a pagare, inclusi i lavoratori lombardi, veneti, emiliani. Per altro verso sarà finanziato dal taglio della spesa pubblica, che in larga parte è spesa sociale.
Ancora una volta, dunque, pagheranno i lavoratori e le famiglie povere, senza confini geografici.

L'obiezione secondo cui “nelle regioni ricche vi saranno vantaggi sociali per i lavoratori” è una truffa bella e buona. Qual è la destinazione sociale del surplus fiscale che Lombardia, Veneto ed Emilia richiedono? Basta ascoltare la voce dei governatori interessati: riduzione delle tasse per le imprese del territorio, sostegno alle esportazioni e investimenti esteri delle proprie imprese, maggiore finanziamento pubblico alle scuole private e alla sanità privata, secondo il modello sociale già largamente sperimentato in particolare proprio in quelle regioni.

La verità viene a galla: nella regione in cui il PCI costruì la sua fortuna in termini di qualità e quantità dei servizi sociali, lodati anche all'estero, il PD ha dovuto subire lo smacco di essere imputato proprio del contrario, cioè di una sanità che non tiene conto affatto delle esigenze dei malati ma della redditività dei posti letto (chiusura di pronti soccorso o di reparti di ostetricia in zone di montagna, nelle quali le alternative più vicine si trovano a 30-40 km di distanza).

Una verità così imbarazzante per Bonaccini, che, in vista del possibile disastro elettorale, ha avuto bisogno del soccorso del ministro della sanità che glia ha promesso stanziamenti nazionali per nuovi reparti di ostetricia in zone impervie.

L’uomo che si incarica di gestire le politiche filopadronali del PD sul territorio dell’Emilia Romagna, che una volta almeno in parte aveva un’amministrazione influenzata da politiche solidaristiche vesso i lavoratori e i settori più svantaggiati della società, non fermerà la Lega. Al contrario, le sta già spianando la strada.

Per questo il Partito Comunista dei Lavoratori dà indicazione di voto a sinistra, contro le destre e contro Bonaccini.

Invitiamo le compagne e i compagni a dare un voto a sinistra del PD ma senza illusioni.

La lista “L’Altra Emilia Romagna” è composta da partiti che hanno ciclicamente sostenuto le politiche antioperaie dei governi di centrosinistra, anche nei governi locali (precarizzazione del lavoro, detassazione dei profitti, tagli sociali, campi di detenzione per gli immigrati...). Quegli stessi partiti che dopo aver assunto a riferimento europeo il partito Syriza, che con Tsipras ha gestito le politiche di lacrime e sangue per conto e col plauso del capitale finanziario, oggi plaudono al governo Sanchez in Spagna, che lascia praticamente intatte le politiche antioperaie dei governi PPE, omaggia la UE e le sue politiche disumane contro i migranti, difende la NATO in un contesto di revanscismo imperialista, e continua a tenere in galera gli indipendentisti catalani negando il diritto di autodeterminazione al popolo della Catalogna.

La lista di Potere al Popolo, dietro una propaganda roboante di solidarietà con la classe lavoratrice e le masse popolari, si limita a proporre misure mutualistiche e solidali invece di porre la questione del governo dei lavoratori.

La lista del PC, un partito che è guidato da un camaleonte (Rizzo) che non solo ha sostenuto i due governi Prodi, ma persino il governo D'Alema che bombardò la Serbia, parla di anticapitalismo, di diritti dei lavoratori e dei ceti poveri e dice di volere il socialismo. Ma il “socialismo” di riferimento è il regime nordcoreano, e quindi avverso alla democrazia operaia. E la cultura staliniana non promette nulla di buono: basta vedere le ambiguità calcolate del PC sui diritti civili, sulle rivendicazioni delle donne, sulla difesa dei migranti.
È una sinistra che ammicca al sovranismo nazionalista, e proprio in ragione di questa politica di raggiro degli interessi della classe operaia sfocia in un atteggiamento ultrasettario, tanto da rifiutarsi di aderire al coordinamento unitario delle sinistre di opposizione che ha preso il via con la partecipatissima assemblea del 7 dicembre a Roma e che vede il Partito Comunista dei Lavoratori tra i suoi principali promotori.

Nessuna di queste compagini può rappresentare l’esigenza di una vera alternativa anticapitalista su scala nazionale così come su scala locale.

Un’alternativa che declini sul territorio il programma di svolta unitaria e radicale del movimento operaio sul terreno dell'unificazione delle lotte.

Un programma che traduca nei territori la necessità di una vertenza unificante del mondo del lavoro e del suo incontro con i movimenti che si coagulano intorno alle rivendicazioni democratiche: dai diritti dei migranti a quelli delle donne e di tutti i settori oppressi della società.

Perché anche a partire dal territorio dell’Emilia Romagna ci si può battere contro il governo dei padroni avanzando la rivendicazione di un grande piano di nuovo lavoro, a partire dalla riconversione ambientale e la lotta all'inquinamento, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite e profitti; l’abolizione del debito pubblico verso le banche nazionalizzandole senza alcun indennizzo per i grandi azionisti; l’esproprio delle aziende che licenziano o che inquinano, a tutela di lavoro e salute, e sotto il controllo dei lavoratori; l’azzeramento delle vecchie e nuove misure di precarizzazione del lavoro (dai precari della scuola, alla pubblica amministrazione, ai riders); il rilancio della sanità pubblica contro il parassitismo di quella privata; il diritto alla mobilità pubblica; l’accoglienza dei migranti; il contrasto all'autonomia differenziata.

Il nostro partito non ha potuto presentare questo programma alle regionali dell’Emilia Romagna, per via di assurde barriere antidemocratiche che alterano la rappresentanza democratica, a danno soprattutto dei lavoratori e delle classi povere. Ma questo programma lo portiamo in ogni lotta dei lavoratori e degli oppressi.

Attorno a questo programma lavoriamo a costruire il partito rivoluzionario, un partito che lotti controcorrente per elevare la coscienza politica degli sfruttati.
Perché solo una rivoluzione può cambiare le cose.
Partito Comunista dei Lavoratori - Emilia Romagna