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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

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Costruiamo l'Internazionale socialista rivoluzionaria

 


Contro l'ondata dell'ultradestra, contro i reazionari, contro l'imperialismo e il sionismo. Per una soluzione internazionalista e proletaria

18 Maggio 2025

Assemblea pubblica

Giovedì 22 maggio alle ore 20:30, al circolo Asyoli di Forlì, si terrà un’importante serata con ospiti internazionali. Parleremo di Palestina, sionismo, repressione e reazione con Alejandro Bodart (MST) dall’Argentina, Martin Suchanek (Lega per la 5a internazionale) dalla Germania e Franco Grisolia (PCL).

Le destre sono in avanzata in tutto il mondo, dal’AfD in Germania, all’Argentina di Milei, agli USA di Trump all’Italia di Meloni, con i conseguenti attacchi frontali ai diritti civili e sociali e alla classe lavoratrice.

Il compagno Bodart è recentemente finito nel mirino della giustizia borghese argentina per aver denunciato il genocidio perpetrato dal governo israeliano a Gaza, con la revoca della precedente assoluzione a causa della denuncia dell’organizzazione sionista DAIA (Delegazione delle Associazioni Israeliane in Argentina).

Siamo di fronte a una difficile battaglia politica, perché in molti paesi è in atto un processo di vera e propria colonizzazione del sistema politico e giudiziario da parte dell’apparato sionista per cercare di vittimizzarsi e mettere a tacere le critiche a Israele.

Davanti a una situazione di crescente offensiva reazionaria su scala globale, di instabilità politica e sociale, ma anche di polarizzazione e di possibili attivazioni e reazioni da parte dei lavoratori e delle lavoratrici, è massimamente urgente il compito di costruzione su scala mondiale di un'organizzazione di avanguardia rivoluzionaria.

Questa organizzazione è per noi l'unico mezzo che possa indicare una soluzione alla barbarie capitalista, e costituire lo strumento di lotta che ci libererà da essa.

Costruiamo insieme l'Internazionale socialista rivoluzionaria, in Italia, in Europa, nel mondo!

Atto Internazionalista: Raggruppamento dei rivoluzionari contro l’ascesa dell’ultra-destra

 


ACTO INTERNACIONALISTA: REAGRUPAMIENTO DE LOS REVOLUCIONARIOS CONTRA EL ASCENSO DE LA ULTRADERECHA

Iniziativa pubblica alla presenza di oltre 700 compagne e compagni organizzato dalla Lega Internazionale Socialista.
Di seguito potete vedere il video dell'iniziativa.
Al minuto 59:55 l'intervento del compagno Franco Grisolia della Segreteria che ha portato il saluti dell'Opposizione Trotskista Internazionale di cui il Partito Comunista dei Lavoratori fa parte.



Per un movimento LGBTQIAP+ anticapitalista e rivoluzionario

 


Testo del volantino del PCL in distribuzione nei pride 2023

Anche quest'anno il mese di giugno – il Pride Month per la comunità LGBTQIAP+ – si apre all'insegna della rabbia e della frustrazione. Tutti e tutte noi abbiamo ben impresse le recenti immagini della polizia locale di Milano, città peraltro guidata da una giunta cosiddetta "progressista" e che si proclama "aperta" e "sicura" per le persone LGBTQIAP+, che picchiano e arrestano Bruna, una donna trans di origine brasiliana, che stava attraversando un momento di fragilità. Ma questo è solo il più recente (e uno dei pochi rimbalzati sulla stampa generalista) episodio di odio omolesbobitransafobico avvenuti nel corso degli ultimi mesi.


Negli stessi giorni a Bologna, la "città più libera del mondo" si diceva qualche anno fa, veniva sgomberato l'ennesimo spazio occupato ad opera della solerte questura cittadina e della giunta comunale "più progressista d'Italia": si trattava della Vivaia TFQ, uno spazio transfemminista queer nato solo da qualche mese all'interno di un'area di proprietà privata ormai abbandonata da anni. L'unica colpa di questi/e compagni e compagne: aver messo in dubbio un sistema fondato su profitto, sfruttamento e omolesbobitransfobia e aver di conseguenza costruito uno luogo libero da tali logiche.

Quelle che subiamo, però, sono una violenza e un'oppressione che non conoscono confini nel nostro paese come nel resto del mondo. Nel periodo compreso tra marzo 2022 e marzo 2023 ci sono state 115 aggressioni (tra cui 2 omicidi) a sfondo omolesbobitransafobico. Sempre lo scorso anno solo la transfobia ha causato 10 vittime nel nostro paese. Si tratta del dato peggiore di tutto il continente, ma la cosa purtroppo non ci sorprende, visto quando detto poco fa.
E la situazione non è affatto migliore se guardiamo agli ultimi mesi: dall'inizio di quest'anno si contano, secondo l'osservatorio di Non Una di Meno, 35 casi di femminicidio, lesbicidio e trans*cidio. Tutte morti che – insieme alle migliaia di lavoratori e lavoratrici uccisi/e ogni anno e ai migranti abbandonati a morire nel Mediterraneo o condannati all'inferno dei CPR – hanno un solo e univoco responsabile: il modello capitalista e la società borghese, ossia la "civiltà" (se così vogliamo chiamarla) degli sfruttatori e degli oppressori.

Inoltre, nel nostro paese, alla perdurante instabilità a livello internazionale, causata dalle conseguenze socio-economiche della pandemia globale e dal sanguinoso conflitto russo-ucraino con la conseguente crisi, si deve anche sommare la pericolosa deriva reazionaria e autoritaria che ha caratterizzato le istituzioni repubblicane dopo la vittoria elettorale di Fratelli d'Italia e la nascita del governo Meloni.,
Durante questi otto mesi di governo postfascista e sovranista abbiamo visto susseguirsi una lunga serie di misure e di dichiarazioni che candidamente hanno svelato la natura ferocemente classista, filopadronale, misogina, razzista e omolesbobitransafobica dell'attuale compagine di potere. Una combriccola che per noi – sfruttati/e ed oppressi/e – ha da offrire solo repressione, povertà e annullamento dei diritti acquisiti, mentre non smette di offrire regalie e favori al padronato e continua a fare inquietanti promesse e a dare aperto supporto alle organizzazioni neofasciste e fondamentaliste, che sono tra le principali fautrici del clima sempre più esasperato di intolleranza e odio di cui sono bersaglio primario soggettività queer, donne, persone razzializzate, subculture (pensiamo al cosiddetto "decreto anti-rave" o ai divieti imposti ad alcuni collettivi punk), i movimenti sociali (come abbiamo visto accadere ai/lle giovani attivisti e attiviste dei movimenti ambientalisti) e le avanguardie politiche e sindacali.

Mentre tutto ciò accade, assistiamo al balbettio inconsistente e alla falsa opposizione dei partiti di centrosinistra e del movimento LGBTQIAP+ e femminista mainstream che, al di là della sbiadita patina di progressismo e antifascismo sotto cui tentano di nascondersi, sono solo la cassa di risonanza di coloro che da sempre ci sfruttano e ci odiano.
Il tempo della fiducia nelle istituzioni e nelle illusioni riformiste e assimilazioniste per noi è finito per sempre. Il nostro movimento deve creare, autorganizzandosi su basi anticapitaliste e antifasciste, un fronte ampio che unisca tutte le lotte e persegua questi obiettivi fondamentali:

• La cacciata del governo Meloni e la fine di ogni forma di oppressione e sfruttamento, di ogni morte ingiusta e di ogni atto di violenza. La fine di questo mondo barbaro, l'avvento della rivoluzione!

• Per un movimento LGBTQIAP+ antifascista, antirazzista e anticlericale! Lotta senza quartiere contro le organizzazioni integraliste neocattoliche, neofasciste, razziste e bigotte. Nessuna legittimità e nessuna agibilità per chi attenta alla vita e alla libertà delle donne e delle soggettività LGBTQIAP+ e razzializzate!

• Il riconoscimento e il diritto di autodeterminazione di tutte le identità trans* e non binarie, dello spettro Bi+ e di quello AroAce, delle persone intersex e la distruzione definitiva del paradigma [cis]eteronormativo, così che ogni forma di discriminazione e oppressione basata sull'orientamento sessuale e/o sull’identità di genere perda la propria forza. Per Bruna, per Cloe, per Maudit, per Elios, per Morgana, per Naomi, per Sasha, per Chiara, per Camilla, per tutte le persone queer vittime della
violenza di questo sistema!

• Per la convergenza tra le battaglie per i diritti civili e quelle del movimento operaio in una comune prospettiva rivoluzionaria e internazionalista. Non può esistere dittatura del proletariato senza liberazione delle donne e delle persone LGBTQIAP+! Non può esistere liberazione della donna e delle persone LGBTQIAP+ senza dittatura del proletariato!

• La difesa degli spazi di incontro e autodeterminazione come consultori, centri antiviolenza, e di tutti gli spazi sicuri, in particolar modo le realtà occupate, gestiti da gruppi e collettivi femministi, transfemministi e queer.
Solidarietà alla Vivaia TFQ di Bologna e a tutti gli spazi occupati e transfemministi queer sgomberati o fatti oggetto della repressione di stato!

• Cancellare le numerose e molteplici forme di patologizzazione e violenza perpetrate contro le persone LGBTQIA+, disabili e neurodivergenti all’interno dei contesti e dei percorsi medici, psicologici e socio-sanitari; per un diritto alla salute – totalmente pubblico, gratuito e garantito – veramente inclusivo e perciò definitivamente libero dalla morale borghese: senza discriminazioni di classe, razzismo, sessismo, omolesbobitransafobia e abilismo.

• No alle divise al pride e negli altri momenti di lotta della comunità LGBTQIAP+! Dobbiamo riconoscere la natura reazionaria e repressiva di queste istituzioni e fare come a Stonewall: nessuno spazio per le forze dell'ordine e per le forze armate dentro al movimento queer!

• Per la difesa incondizionata del diritto all'aborto; perché il diritto all'aborto deve essere realmente libero, garantito e inclusivo in ogni luogo. Cacciamo antiabortisti e preti dagli ospedali e dai consultori!

• La cancellazione di tutte le forme di precarietà nei luoghi di lavoro, con il ripristino dell’articolo 18 e l’inserimento di norme che contrastino in modo sostanziale e inflessibile le discriminazioni contro l’identità di genere e l’orientamento sessuale da parte della classe padronale.

• Annientare il ruolo reazionario della Chiesa cattolica: abolizione del Concordato e di tutte le regalie concesse al Vaticano, come la truffa dell’8x1000. No all'insegnamento della religione nella scuola pubblica! No alle ingerenze del Vaticano sulla libertà e sulla salute delle donne e delle soggettività queer!

• Il riconoscimento della genitorialità per le persone single e per le coppie LGBTQIAP+.


Questa è la prospettiva per cui lottiamo.

Partito Comunista dei Lavoratori - commissione donne e altre oppressioni di genere

L'Italia scavalca la Francia. In Tunisia

 


La caccia di manodopera a basso costo dei capitalisti italiani

La competizione internazionale tra poli imperialisti coinvolge le rotte internazionali degli investimenti. La cosiddetta deglobalizzazione segna l'accorciamento delle catene del valore, cioè la ricerca da parte di ogni imperialismo di fonti di approvvigionamento più vicine geograficamente, e soprattutto il più possibile sottratte alle incognite di misure sanzionatorie e protezionistiche degli imperialismi rivali.
In questo senso si rafforza in particolare sia la tendenza al reshoring, cioè al reimpatrio delle produzioni industriali (soprattutto da Cina e dall'Asia), sia parallelamente la ricerca di un proprio cortile di prossimità in cui concentrare gli investimenti esteri.

È il caso dell'imperialismo italiano in Tunisia. Già ci siamo occupati recentemente del rischio di default di questo paese, per via dei gravami del debito estero connesso al salto dei tassi di interesse sospinto dalle banche centrali. Un rischio tuttora presente dettato dalla pratica usuraia del capitale finanziario. Ma le politiche di rapina in Tunisia riguardano anche, più direttamente, le pratiche d'impresa, innanzitutto italiane.

In Tunisia il costo del lavoro è un sesto di quello italiano. «La Tunisia ha soprattutto il grande vantaggio di avere tanti lavoratori disponibili, per di più in una zona agricola come questa dalla disoccupazione elevata» dichiara candidamente il padrone dell'azienda di Cornedo Vicentino che ha scelto la Tunisia come seconda patria. Un'azienda di materiale elettronico che investe anche in Romania e Cina ma che ora fa rotta sulla Tunisia. Duecento dipendenti, prossimamente trecento, in località Mornaguia. Prevalentemente giovani e donne. È una delle 911 aziende italiane presenti nel paese, con quasi 80000 posti di lavoro complessivi, prevalentemente nella meccanica e nel tessile abbigliamento, con 135 progetti nuovi nel prossimo anno. Sono aziende che hanno sostituito per lo più le produzioni in Oriente dopo la vicenda Covid e poi con la guerra in Ucraina.

L'Italia fa la parte del leone in Tunisia, sbalzando la Francia al primo posto come partner commerciale, con un incremento delle esportazioni del 39,1% rispetto al 2021 per un totale di 4 miliardi di euro. Il titolare della Sparco, azienda di Torino con 1200 dipendenti, conferma le ragioni della scelta tunisina: «A causa della disoccupazione persone più qualificate accettano di fare lavori al livello più basso». È la stessa ragione che spinge in Tunisia il gruppo Calzedonia con quattro fabbriche, e il gruppo Zoppas.

Il default non è un problema che preoccupa gli investitori italiani. Al contrario: «Un eventuale default potrebbe provocare un indebolimento del dinaro e addirittura una ulteriore riduzione dei costi» dichiara Albino Bellazzi, amministratore delegato di Sparco. In altri termini, più la Tunisia va in rovina, più cresce la disoccupazione, più i giovani e le donne tunisine saranno disponibili a subire un ribasso dei loro già miserabili salari pur di lavorare e sopravvivere. A tutto vantaggio dei nostri capitalisti. Il che spiega oltretutto l'avversione di quest'ultimi all'immigrazione tunisina verso l'Italia e l'Europa. Troppi emigrati riducono la riserva di manodopera disoccupata e dunque il potere di ricatto salariale dei padroni italiani.

Quando Giorgia Meloni gira l'Africa, dalla Tunisia all'Etiopia, con tanto di foto coloniali di scolaresche locali festanti che sventolano il tricolore per renderle omaggio, si occupa solo dell'interesse dei capitalisti italiani. Che non a caso seguono la premier con proprie delegazioni d'affari. La bandiera della Nazione e della Patria, purtroppo oggi rivalutate a sinistra, serve solo ad offrire un paravento di nobiltà all'imperialismo italiano e alla sua ricerca di manodopera a basso costo nelle periferie del mondo. È una ragione in più per una politica internazionalista contro l'imperialismo di casa nostra e contro ogni tossina di sovranismo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una presenza di classe, anticapitalista e internazionalista alle elezioni politiche

 


Una proposta pubblica a: Fronte Comunista / Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

Le elezioni politiche sono alle porte.

Il governo confindustriale di Mario Draghi è caduto sotto il peso delle contraddizioni dell’ampia maggioranza su cui si reggeva, enfatizzate dalla prossimità della scadenza elettorale e dall’approfondirsi della crisi mondiale.

I partiti borghesi si presentano al voto in uno stato di difficoltà. La principale forza parlamentare emersa dalle elezioni del 2018 (M5S) è in agonia. Il campo largo del PD si è sfarinato. Enrico Letta rivendica la figura di Draghi e la sua agenda padronale per consolidare il proprio ruolo di partito di sistema e polarizzare la domanda di stabilità di settori piccolo-medio borghesi. Ma Draghi non fa il testimonial dell’operazione e i bizzosi interlocutori di “centro” (da Renzi a Calenda), gli uni contro gli altri armati, si combattono a colpi di veto. A destra sale la stella di Giorgia Meloni, in competizione con Salvini e Berlusconi per la premiership, in una lotta interna furibonda per la spartizione dei collegi e con le peggiori posture reazionarie. È la coalizione favorita, ma non cavalca più un’onda populista montante come quella che premiò prima il grillismo e poi il salvinismo.

Manca insomma ad oggi un centro di gravitazione della politica borghese. Mentre la speranza di una rapida e forte ripresa capitalista, per effetto del Recovery Fund, cede il passo a nuove tendenze recessive, per effetto delle dinamiche di guerra, dell’impennata dell’inflazione internazionale e della svolta di tutte le banche centrali. Ciò che ipoteca la prossima legge di stabilità, appesantendo in ogni caso il suo contenuto antioperaio. Qualunque sia il polo o partito borghese elettoralmente vincente.

In estrema sintesi: il capitale domina nei luoghi di lavoro e nella società ma non trova una forma di stabilità politico-istituzionale. Non accade solamente in Italia, ma in Italia ha un carattere più marcato che altrove.

In questo quadro generale il vero punto di forza della borghesia italiana sta nella debolezza del movimento operaio. Nell’arretramento profondo che esso ha conosciuto, senza punti di paragone tra i paesi imperialisti. Un arretramento dei livelli di mobilitazione, di coscienza politica, di rappresentanza. Lo stesso scenario dell’attuale crisi politica è emblematico. L’intero confronto pubblico si svolge nel campo della borghesia. Senza alcuna iniziativa indipendente del movimento operaio a livello di massa, né in termini di azione, né anche solo di proposta di mobilitazione e piattaforma. La supplica da parte di Landini di “un governo nel pieno delle sue funzioni”, nei fatti a difesa di una unità nazionale defunta, dà la misura della totale subalternità dell’apparato CGIL, che ha persino rinviato il proprio congresso per non disturbare i lavori in corso della borghesia.

La crisi della sinistra politica è da tempo effetto e concausa di questo scenario. Lo scenario è desolante, anche sul piano elettorale. Sinistra Italiana, che è stata formalmente all’“opposizione” di Draghi, sembra candidarsi a ultima ruota di scorta dello schieramento draghiano, in cambio di una manciata di seggi sicuri. Il PC di Rizzo completa il proprio corso rossobruno alleandosi con forze sovraniste reazionarie di destra ed estrema destra, no vax, complottiste, putiniane. Quanto a PRC e PaP, si prostrano ai piedi di De Magistris, che cerca di costruire il proprio partito personale usando la loro manovalanza. L’Unione Popolare è il vecchio canovaccio delle liste civiche di tradizione Ingroia: con una sinistra di classe che si nasconde ancor più di ieri dietro le insegne di un candidato progressista, possibilmente “istituzionale” e “costituzionale”, portavoce dei “cittadini” democratici. La stessa proposta avanzata insistentemente da Unione Popolare di una alleanza politica col M5S – che ha governato contro i lavoratori per tutta la legislatura – è indicativa. Non è un suo errore, al di là dell’esito, ma il riflesso di una impostazione fondata sulla rimozione di ogni centralità di classe e prospettiva socialista.

La necessità di una voce autonoma della classe lavoratrice e di un programma anticapitalista ci pare dunque riproposta con grande forza dalla crisi italiana. Questa necessità si pone innanzitutto sul terreno della lotta di classe, in aperta contrapposizione all’economia di guerra. La rivendicazione del blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari, di un aumento generale e consistente dei salari e di una loro scala mobile, della requisizione integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e di una loro nazionalizzazione senza indennizzo, di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, della cancellazione del debito pubblico verso le banche e della loro nazionalizzazione, può e deve indicare la bandiera di una possibile ribellione di classe e di massa in autunno. L’unico spettro che spaventa realmente la borghesia.

Far emergere questa proposta anche nell’arena elettorale ci pare una opportunità importante.

Le elezioni borghesi sono un terreno della battaglia di classe anticapitalista. Come sapete il nostro partito, molto impegnato nell’unità d’azione sul terreno delle lotte, ha sempre perseguito la presentazione indipendente sul terreno elettorale, secondo la vecchia tradizione leninista. Ma le regole truccate della democrazia borghese – soprattutto in termini di raccolta delle firme necessarie alla presentazione con tempi brevissimi – possono ostacolare pesantemente questa scelta, a noi come eventualmente anche a voi.

Per questo vi proponiamo pubblicamente, nell’interesse comune, un possibile blocco elettorale delle nostre organizzazioni in occasione delle prossime elezioni politiche.

Le nostre organizzazioni registrano certo divergenze non secondarie, a seconda dei casi, in fatto di strategia politica, impostazione programmatica, forme di intervento, richiami internazionali. Ciò che spiega l’esistenza di formazioni distinte, e anche in molti casi l’aperta polemica pubblica. Tuttavia, queste divergenze convivono con alcuni elementi comuni: la centralità del riferimento di classe, l’anticapitalismo e non il semplice “antiliberismo”, il richiamo all’internazionalismo contro ogni forma di sovranismo. Sono proprio gli elementi che oggi segnano una comune linea di demarcazione rispetto ai poli liberali, reazionari, populisti, e ad ogni forma di subordinazione ad essi. Sono gli elementi che non a caso hanno favorito, in questi anni difficili, pratiche di unità d’azione tra le nostre organizzazioni: o sul terreno dell’azione sindacale (pur nella distinzione delle posizioni) o in esperienze di fronte unitario di iniziativa politica (Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe). E che rendono plausibile, in questa situazione straordinaria, un’ipotesi di blocco elettorale.

Naturalmente un blocco elettorale deve preservare l’autonomia e la riconoscibilità di ogni soggetto. Ma usare insieme la tribuna elettorale per valorizzare una comune proposta generale di classe, anticapitalista, antimperialista, può offrire una cassa di risonanza pubblica e amplificata alla battaglia che sviluppiamo ogni giorno. E concorrere allo sviluppo della coscienza politica dell’avanguardia di classe, al di là della dimensione elettorale. Come dice una vecchia scuola, i rivoluzionari sono tali se cercano di utilizzare ogni tribuna per parlare alle masse. Uno sforzo congiunto delle nostre organizzazioni nella raccolta delle firme potrebbe certamente guadagnare questa tribuna nazionale in poche settimane.

Dati i tempi imposti, estremamente precipitati, della raccolta firme, vi chiediamo una risposta rapida in termini di concreta disponibilità unitaria. Vi contatteremo direttamente in questi giorni. In caso contrario, il PCL attiverà naturalmente la propria presentazione di partito nei collegi del Senato ovunque risulti possibile.

Saluti comunisti,

Segreteria Nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)

Tutti a Firenze il 26 marzo

 


Con i lavoratori GKN, contro tutti gli imperialismi

Il 26 marzo i lavoratori GKN hanno convocato a Firenze una manifestazione nazionale a sostegno delle ragioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Il PCL sarà presente a questa manifestazione e invita a parteciparvi tutte le avanguardie di classe e di lotta, e tutte le organizzazioni del movimento operaio.

I lavoratori di GKN di Campo Bisenzio hanno condotto una lotta di valore esemplare a difesa del lavoro e della propria dignità. Questa lotta non è conclusa con l'annunciato cambio di proprietà aziendale. Ma a differenza che altrove i licenziamenti sono stati respinti, i lavoratori hanno preservato la propria unità e combattività, tenendo alto il proprio morale. Se questo è accaduto è perché a differenza che altrove il collettivo di fabbrica non ha seguito il rituale delle burocrazie sindacali durante le crisi (affidamento al buon cuore del padrone, preghiere al governo, meline istituzionali, benedizione dei parroci...), ma ha diretto la lotta su una linea di fatto alternativa: occupazione immediata della fabbrica, creazione immediata di una cassa di resistenza, e infine la richiesta della sua nazionalizzazione sotto controllo operaio. È grazie a questa azione di lotta che è stato possibile creare attorno alla vertenza una vasta campagna di solidarietà e di sostegno. È grazie a questa azione che il governo si è visto costretto a intercedere sulla proprietà per il ritiro dei licenziamenti. È la prova che solo quando metti paura all'avversario è possibile strappare un risultato.

Ma allora questi metodi di lotta e queste rivendicazioni esemplari vanno messi al servizio di tutto il movimento dei lavoratori. Per questo come partito non ci siamo limitati alla solidarietà e al plauso, ma abbiamo posto l'esigenza di una generalizzazione nazionale dell'esperienza della GKN per una svolta radicale di indirizzo del movimento operaio italiano. Per questo sosteniamo convintamente l'appello "Unire la lotta contro i licenziamenti" promosso in questo senso da centinaia di delegati sindacali e di avanguardie di diversa collocazione politica e sindacale.

Una svolta del movimento operaio è imposta anche dai drammatici fatti di guerra in Ucraina. La guerra imperialista della Russia contro l'Ucraina è la misura non solo della barbarie del capitalismo ma anche dei nuovi tempi di ferro e di fuoco che si preparano su scala mondiale. Il riarmo generale degli imperialismi ne è un tragico riflesso. Il riarmo degli imperialismi europei, sotto l'egida della NATO, sarà finanziato una volta di più dal taglio delle spese sociali e da nuovo indebitamento pubblico a carico dei proletari, mentre i venti dell'inflazione e del protezionismo taglieggiano i salari a favore dei profitti. Lavoro e ambiente saranno le prime vittime dei grandi piani di riarmo. Guerra e sfruttamento crescono insieme.

Tanto più scandaloso in questo quadro è il balbettio delle burocrazie sindacali. Come balbettano di fronte allo sfruttamento così balbettano di fronte al riarmo. È la misura della comune subalternità al proprio imperialismo, quello pronto ad arruolare un domani i salariati che oggi sfrutta per farne carne da cannone contro i salariati degli imperialismi rivali.

Per questa ragione, nel mentre da comunisti rivoluzionari sosteniamo il diritto della resistenza ucraina contro la criminale guerra d'invasione dell'imperialismo russo, ci contrapponiamo con tutte le nostre forze all'imperialismo di casa nostra, che è sempre il nemico principale. Non riconosciamo al “nostro” imperialismo alcun diritto di sanzione contro gli imperialismi rivali. Non partecipiamo in alcun modo alla sua guerra, ma rivendichiamo la nostra guerra. Che è la guerra dei lavoratori e delle lavoratrici di ogni paese per rovesciare la borghesia, distruggere l'imperialismo, imporre il proprio potere sulle rovine di questa società. Una guerra di classe, capace di candidarsi all'egemonia di tutte le lotte delle nazioni oppresse contro tutti gli imperialismi.

Per questo parteciperemo come PCL a quello specifico spezzone del corteo del 26 marzo che sarà caratterizzato da posizioni internazionaliste: né atlantiste né putiniane né pacifiste.

Partito Comunista dei Lavoratori

Né atlantisti né putiniani né pacifisti

 


Per un'iniziativa classista e internazionalista contro la guerra. Contro tutti gli imperialismi, per un'alternativa socialista

2 Marzo 2022

L'intervento dell'imperialismo russo in Ucraina segna lo scenario mondiale.

Putin ha dichiarato pubblicamente il suo scopo a reti unificate: riportare l'Ucraina sotto il controllo della Santa Madre Russia, da cui fu strappata per responsabilità di Lenin e dei bolscevichi. Un'ambizione sciovinista grande-russa, degna della tradizione zarista (e poi staliniana), accompagnata da una campagna ideologica reazionaria esplicitamente anticomunista.
Il tentativo di presentare l'invasione dell'Ucraina come un soccorso al Donbass è penoso. È l'ennesimo travestimento umanitario di una guerra imperialista.
Riconosciamo i diritti di autodeterminazione delle popolazioni russofone del Donbass. Li abbiamo difesi e rivendicati sin dal 2014 contro il nazionalismo reazionario ucraino. Ma i diritti del Donbass non hanno nulla a che vedere con la guerra di Putin, se non come pretesto propagandistico. La Russia punta all'intera Ucraina, e lo fa coi mezzi del terrore. Del Donbass le interessa solo le miniere.
Altrettanto falso è l'obiettivo della “denazificazione” dell'Ucraina. Il regime che domina la Russia non è più democratico di quello Ucraino. E in ogni caso, è la classe operaia dell'Ucraina ad avere il diritto di rovesciare il proprio governo reazionario, non certo l'imperialismo russo e i suoi bombardieri. L'esportazione della “democrazia” col rombo del cannone è solo una cinica ipocrisia. Lo era in Iraq, in Serbia, in Afghanistan, sulle bocche degli imperialismi d'Occidente. Lo è, ancor più grottesca, sulle labbra di Putin in Ucraina.

Come abbiamo difeso incondizionatamente l'Iraq dall'imperialismo USA, nonostante il governo reazionario di Saddam Hussein; come abbiamo difeso incondizionatamente la Serbia contro l'aggressione degli imperialismi NATO, nonostante il governo reazionario di Milosevic; così oggi difendiamo l'Ucraina contro l'invasione dell'imperialismo russo, nonostante il governo reazionario di Zelensky.
Di più. Come siamo stati dalla parte della resistenza irachena contro le forze americane di occupazione, in piena autonomia dalle sue componenti islamico integraliste, così siamo oggi dalla parte della resistenza Ucraina contro le forze russe di occupazione, in piena autonomia dalle forze governative di Kiev. Non siamo pacifisti ma comunisti. Contro tutti gli imperialismi e le loro guerre, per un'alternativa socialista. Per questo diamo la nostra piena solidarietà alla campagna contro la guerra del Partito Operaio Rivoluzionario russo.

Ma il nostro primo fronte di guerra è l'imperialismo di casa nostra, quello della NATO, della UE, della stessa Italia. La loro propaganda antirussa a sostegno dell'Ucraina è solo la maschera dei propri appetiti.
Per trent'anni gli imperialismi d'Occidente, sotto la direzione USA, hanno puntato a capitalizzare a proprio vantaggio il crollo dell'URSS sul piano degli equilibri mondiali. L'espansione della NATO nell'Est Europa, in barba a ogni ipocrita promessa formale, ha seguito questa rotta. Ora il rinato imperialismo russo, alleato di un imperialismo cinese in grande ascesa, vuole non solo contenere gli imperialismi d'Occidente ma recuperare il terreno perduto, utilizzando a questo fine la distrazione asiatica dell'imperialismo USA, occupato dallo scontro con la Cina sul Pacifico. Ed ecco allora i governi d'Occidente gridare alla democrazia e alla pace. E in nome della pace rilanciare la grande corsa agli armamenti nel cuore della stessa Europa. “Lo facciamo per aiutare l'Ucraina”, gridano in coro. Falso. Lo fanno per preservare il controllo sulla propria area d'influenza nell'interesse del proprio capitale finanziario.
I diritti di autodeterminazione dell'Ucraina non saranno difesi dal Fondo Monetario Internazionale, dalle classi capitalistiche dell'Unione Europea, dal governo Zelensky loro alleato e dalle sue politiche ultraliberiste. Non sono gli amici di Erdogan sulla pelle dei curdi, o dello Stato sionista sulla pelle dei palestinesi, a poter sbandierare i diritti dei popoli contro le autocrazie. In ogni caso è la classe lavoratrice di Russia che ha il diritto di rovesciare il proprio governo imperialista, non la NATO degli imperialismi rivali, i loro governi, le loro sanzioni.

È necessario che il movimento operaio internazionale maturi un proprio punto di vista indipendente sulla guerra in corso. Ogni imperialismo vuole arruolare i propri salariati nella guerra contro gli imperialismi rivali, ai fini della spartizione del mondo. Bisogna respingere questa trappola infame che ha disseminato di tragedie il Novecento.
Gli operai non hanno patria, come scriveva Marx, perché la loro patria è la propria classe al di là delle frontiere. Solo contrapponendosi al proprio imperialismo, solo ponendosi alla testa dei diritti nazionali di ogni popolo oppresso, è possibile ricomporre l'unità della classe operaia internazionale, rovesciare il capitalismo, liberare l'umanità dalla barbarie delle guerre. “Se vuoi la pace prepara la rivoluzione” gridava Karl Liebknecht un secolo fa sullo sfondo della prima guerra imperialista. È una parola d'ordine non meno attuale di allora.

Riteniamo importante che tutte le organizzazioni della sinistra politica e sindacale che si riconoscono in una posizione classista e internazionalista contro tutti gli imperialismi facciano sentire unitariamente la propria voce. Contro il proprio imperialismo, che è sempre il nemico principale, contro l'imperialismo russo che oggi invade l'Ucraina, per un'alternativa socialista internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Bagno di sangue in Birmania

 


Necessaria una immediata mobilitazione di solidarietà con gli operai e i giovani in rivolta

Più di 400 morti. La giunta militare birmana procede con l'arma del terrore contro la ribellione di massa al golpe del 1 febbraio. L'esercito del Myanmar ha sempre rappresentato uno Stato nello Stato. Il corpo degli ufficiali gode di enormi privilegi sociali, gestisce in prima persona interi settori dell'economia, detiene per legge un quarto dei seggi nelle due camere del Parlamento, esercita un diritto di veto in materia di riforme costituzionali. La carriera militare è per molti aspetti l'unico possibile ascensore sociale in Birmania, il sogno tradizionale di tante famiglie per il futuro dei propri figli. L'armata si regge sul culto della disciplina totale ai comandi, nel nome della “protezione della nazione”. Il peggiore massacro della storia birmana si è realizzato nell'anniversario della liberazione dal Giappone del 1945, con tanto di parata militare.

“Non uscite di casa. Genitori, assicuratevi che i vostri figli non si uniscano ai rivoltosi, potrebbero essere colpiti alla testa o alla schiena”: questo l'agghiacciante appello della televisione di Stato il giorno prima della parata militare. Così è stato. Militari e polizia hanno sparato ovunque per uccidere, hanno sequestrato autoambulanze per assassinare i feriti, hanno compiuto rastrellamenti omicidi nelle case dei quartieri più poveri. Un solo obiettivo: piegare la ribellione con ogni mezzo.

Ma la ribellione continua in quarantuno città del paese. Nelle strade scendono operai, giovani e giovanissimi, tantissime donne, senza altre armi che bottiglie molotov, pietre, fionde, frecce, barricate di strada contro il tiro mirato dei cecchini. La sproporzione delle forze sul piano militare è drammatica, ma la giunta teme che un eccessivo prolungamento della ribellione di massa possa aprire crepe nell'esercito. Al momento la truppa è rimasta compatta, ma una sua divisione interna potrebbe essere esiziale per il regime.

Di certo le masse birmane non hanno ragione di affidarsi alla diplomazia mondiale. L'ONU condanna la violenza del regime, con le tradizionali risoluzioni salvacoscienza. In realtà gli imperialismi cosiddetti democratici piangono lacrime di coccodrillo. Il turbamento per il bagno di sangue non vale la somma degli investimenti fatti in Birmania. Alcuni Stati imperialisti (Canada, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti) affidano la propria riprovazione contro l'uso della forza letale contro persone disarmate ai capi di stato maggiore dei rispettivi eserciti, per non esporre in prima linea i propri governi. Cina e Russia si sono invece schierate a sostegno dei generali assassini, votando contro ogni riprovazione in sede ONU. La Cina offre il proprio appoggio alla giunta chiedendo in cambio precise garanzie logistiche e militari, non senza problemi negoziali. La Russia cerca di scavalcare la Cina nel sostegno solerte al regime, di cui è, dopo Pechino, il principale fornitore d'armi. Sergueï Choïgou, ministro della difesa russo, era in Birmania nella settimana precedente il golpe. Il generale Min Aung Hlaing, capo della giunta birmana, ha moltiplicato le proprie visite a Mosca negli ultimi due mesi. Imperialismo russo e imperialismo cinese sono oggi la spalla internazionale del regime.

La solidarietà vera alle masse birmane può venire solo dal basso, dai lavoratori e dai giovani del mondo. Purtroppo oggi non c'è in Europa una mobilitazione di solidarietà che sia all'altezza del drammatico scontro che insanguina il Myanmar, tanto meno in Italia. In alcuni casi pesa l'orientamento campista filocinese e filorusso presente in settori della sinistra, in altri casi il disinteresse per una vicenda “troppo lontana” in un paese “troppo marginale” per occuparsene seriamente. Stupisce che il disimpegno su questo versante coinvolga anche in qualche caso ambienti della sinistra classista e internazionalista, che dovrebbero essere i primi promotori della solidarietà.

Occorre contrastare ovunque disinteresse e disimpegno. La lotta di strada degli operai e dei giovani di Birmania è la nostra lotta.

Tutte le organizzazioni del movimento operaio, tutte le forze della sinistra di classe, politiche e sindacali, hanno il dovere di porsi al fianco della resistenza di massa contro una giunta golpista assassina!

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà ai lavoratori del CALP


 Care compagne e cari compagni,


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime solidarietà incondizionata ai lavoratori portuali del CALP contro l'indecente stretta repressiva di cui sono oggetto.

L'imputazione loro rivolta di “violare la legalità” misura l'ipocrisia dell'accusa.
La legalità che lo Stato difende è quella che permette ad armatori e terminalisti di smerciare strumenti di morte destinandoli ai peggiori regimi: bombe e armi, quelle sì micidiali, prodotte e montate negli Stati capitalisti cosiddetti democratici e vendute a monarchie assolutiste che si appoggiano sulla schiavitù dei propri salariati, sulla negazione dei diritti delle donne, sulla oppressione di altri popoli.
Il contrasto del commercio delle armi, e tanto più dei regimi reazionari cui sono destinate, appartiene alla storia del movimento operaio internazionale e dei lavoratori portuali in particolare, e non solo in Italia. Di certo i portuali di Genova hanno sempre rappresentato in Italia l'avanguardia di queste lotte. L'unica responsabilità dei compagni del CALP è quella di richiamarsi apertamente a questa tradizione, non solo a parole ma coi fatti. È una responsabilità di cui giustamente possono andare fieri.

I bilanci militari si stanno gonfiando in tutto il mondo. Il 50% degli investimenti nell'intelligenza artificiale sull'intero pianeta riguardano gli armamenti. La corsa senza freno agli armamenti ha sempre preparato nella storia lugubri prospettive di guerra. La lotta internazionale contro la guerra, assieme a quella per la riduzione dell'orario di lavoro, ha accompagnato la nascita stessa del movimento operaio come movimento internazionale.
L'internazionalismo operaio è stato da tempo dismesso dal grosso delle organizzazioni sindacali e da tanti partiti della “sinistra”. È ora di recuperarlo e di rilanciarlo.
L'azione dei compagni del CALP in questi anni ha ricercato e ottenuto l'unità d'azione contro la guerra e il commercio delle armi con lavoratori e lavoratrici di altri paesi, contro ogni forma di nazionalismo sovranista comunque ammantato. Criminalizzare questa lotta ha un solo significato: sgomberare la via della guerra e delle guerre in cui sfruttati di diversi paesi e magari di diverso colore sono usati gli uni contro gli altri dai propri sfruttatori. È un'operazione che va respinta.

Le imputazioni rivolte contro i compagni del CALP mostrano la vera natura dell'attuale democrazia borghese: una democrazia per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati. L'articolo 11 della Costituzione (“L'Italia ripudia la guerra...”) serve solo a nascondere una realtà esattamente opposta. L'Italia capitalista produce strumenti di guerra, vende strumenti di guerra, aumenta le spese in armamenti, finanzia missioni militari in decine di paesi, al servizio della NATO e/o per interessi propri. L'Arabia Saudita, come l'Egitto, come il Qatar, sono solo clientela per il capitalismo militar-industriale tricolore, e per i suoi Presidenti del Consiglio, vecchi (Renzi) e nuovi (Draghi). Per ripudiare la guerra occorre ripudiare il capitale, senza illusioni costituzionali sulla sua “democrazia” o su una sua possibile riforma.

Del resto in questi giorni, in altri contesti, altre lotte d'avanguardia che fuoriescono dalle regole del gioco sono prese di mira da magistratura e Digos. È il caso della lotta dei lavoratori di TNT a Piacenza, dove sono stati addirittura arrestati dirigenti operai del sindacato SICobas, dietro l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, cioè di aver difeso un picchetto operaio che rivendicava diritti dalla carica a freddo della polizia. È il clima che si vuole creare attorno al governo di unità nazionale di Mario Draghi, un clima di ordine, disciplina, restaurazione, che rimetta in riga le avanguardie che osano alzare la testa, con l'unico scopo di bloccare preventivamente ogni possibile effetto di contagio.
C'è un solo modo di replicare: difendere incondizionatamente e unitariamente i diritti dei lavoratori colpiti, al di là delle diverse appartenenze sindacali e politiche; lavorare a unificare ed estendere le lotte di resistenza.

Per questo, e con queste motivazioni, siamo e saremo al fianco dei lavoratori del CALP, per la più ampia mobilitazione unitaria a sostegno delle loro ragioni.

Partito Comunista dei Lavoratori

Diretta Facebook. Le donne ai tempi della pandemia

 


Domenica 7 marzo alle ore 17:00

4 Marzo 2021

Domenica 7 marzo, alle ore 17:00, in diretta streaming sulla pagina Facebook del Partito Comunista dei Lavoratori.

A cura della Commissione donne e altre oppressioni di genere del Partito Comunista dei Lavoratori, con la partecipazione di militanti di diverse organizzazioni internazionali marxiste rivoluzionarie.

Non mancare!

Partito Comunista dei Lavoratori

Le mobilitazioni in USA e nel mondo contro il razzismo e il capitalismo

L’omicidio di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio è stato l’innesco di una situazione esplosiva che covava da tempo. Le diseguaglianze di classe e razziali, la corruzione, i diritti democratici affossati in molti stati in USA sotto forma di violenta repressione poliziesca, e le conseguenze contro i più deboli della pandemia, sono stati la spinta per enormi mobilitazioni di massa in tutto il paese, portate avanti con una determinazione che non si era vista nemmeno nelle proteste degli anni '60 e '70.

In centinaia di metropoli e centri urbani la risposta contro il governo dello stato capitalista più potente al mondo, gli Stati Uniti, non si ferma da quel giorno. Le settimane di mobilitazioni hanno iniziato a rompere la diga messa come argine dal sistema per impedire che le proteste in difesa degli elementari diritti democratici si legasse a una sollevazione sociale anticapitalista.
Nei primi giorni la risposta poliziesca è stata pesantissima. L’uso sistematico della violenza militarizzata della Guardia Nazionale, l’uso di nuove armi antisommossa contro le manifestazioni di massa anche pacifiche, la minaccia di utilizzare l’esercito, l’utilizzo della sigla "Antifa" come capro espiatorio, hanno gettato altra benzina sul fuoco. Da una parte la sovraesposizione mediatica da parte dei mezzi di informazione dei momenti di rabbia della gioventù afroamericana emarginata contro negozi e supermarket, e l’inserimento delle provocazioni delle organizzazioni dell’ultradestra dall’altra, non hanno impedito che questa ondata di mobilitazioni si fermasse. Le parole della portavoce di Black Lives Matter Tamika Mallory "enough is enough (quando è troppo è troppo)” o slogan come “No justice, no peace (Niente pace senza giustizia)”, utilizzato già nel 1986 quando il giovane afroamericano Michael Griffith venne massacrato a New York da razzisti bianchi, sono stati la colonna sonora in ogni corteo.
Persino all’interno del Partito Democratico si sono alzate voci inneggianti alla repressione e al possibile uso dell’esercito contro le mobilitazioni di massa. Ma ben presto l’atteggiamento è parzialmente cambiato. Con le proteste che invece di placarsi si infiammavano in tutti gli stati e nelle metropoli come New York, Los Angeles, Detroit, Chicago, le autorità, alti gradi militari e lo stesso Pentagono hanno per ora scaricato limitatamente le polizie locali promettendo riforme, limitazioni dei budget e dell’uso della forza.

Questa rivolta negli USA è un segnale di una nuova fase storica, e non è solo la rabbia nera verso secoli di omicidi razzisti o di poliziotti impuniti per l'assassinio di afroamericani disarmati. È l’espressione della sofferenza sociale di intere comunità e delle enormi differenze sociali tra ricchi e poveri, di una classe media sempre più in via di proletarizzazione, di decine di milioni di disoccupati, dello sfruttamento capitalistico dei lavoratori sempre più pianificato scientificamente, della disperazione delle popolazioni rurali e native per i territori depredati e desertificati dall’estrazione di fonti energetiche fossili, e infine del dolore e della rabbia per l’emergenza Covid-19 che ha salvaguardato solo la classe dominante. È il segnale di una coscienza di classe che si sta risvegliando lentamente dal suo torpore. È la sempre maggiore consapevolezza che il sogno di un nuovo modello di società, il famoso “sogno” di Martin Luther King, può essere raggiunto solo attraverso la lotta di classe.

Questo si è visto molto bene in diverse situazioni dove i lavoratori si sono uniti alle parole d’ordine di BLM condividendo enormi mobilitazioni di massa. Lo sciopero generale del 12 giugno a Seattle ha visto la partecipazione di studenti e lavoratori con una marcia di protesta di almeno 60.000 persone, nella quale le rivendicazioni anticapitaliste erano chiarissime, come quelle per la difesa di posti di lavoro in tutta l’area industriale e contro la pesante realtà della disoccupazione.

Anche lo sciopero generale lanciato in diversi stati per il Juneteenth – 19 giugno, storica data dell’abolizione della schiavitù – ha avuto una riuscita sbalorditiva. Uno dei maggiori scioperi del Juneteenth è stato indetto dall'International Longshore and Warehouse Union (ILWU), che ha bloccato il lavoro per otto ore in tutti i 29 porti lungo la costa occidentale degli Stati Uniti. Come tutti gli scioperi generali indetti da BLM, coinvolgono i lavoratori di qualsiasi etnia. Dopo 4 settimane di proteste ininterrotte, il 19 giugno sono scese in piazza in centinaia di migliaia di persone ad Atlanta ed a Oakland, in California, unendo nella lotta la costa est e la costa ovest degli Stati Uniti.


LOTTA DI CLASSE AL RAZZISMO E INTERNAZIONALISMO

Le battaglie contro il razzismo negli Stati Uniti hanno avuto l’appoggio e la solidarietà dei rivoluzionari di tutto il mondo. Le proteste che stanno avvenendo al di fuori degli Stati Uniti, dall'Europa all'Australia, dal Giappone all'Africa, dal Messico al Brasile hanno unito le proteste contro l'uccisione di George Floyd alle risposte contro la brutalità razzista delle polizie locali verso le popolazioni native, verso i migranti e verso le minoranze etniche e religiose, come in Brasile ed Australia.
In Australia, in particolare, enormi marce di protesta hanno attraversato tutto il continente da Perth a Wollongong, da Sydney a Melbourne, e in migliaia hanno legato la lotta americana con la difesa dei diritti della popolazione nativa aborigena, ricordando le sofferenze del post-colonialismo britannico e le discriminazioni contro il popolo LGBT. In Australia la brutalità della polizia e del sistema giudiziario assume forme diverse rispetto agli Stati Uniti, forme che non possono essere facilmente documentate. Ma la violenza è evidente nelle ferite sui corpi e nelle anime degli aborigeni, nelle loro storie di vita.
"Black lives matter" è diventato quindi un richiamo radicale per gli aborigeni e gli abitanti delle isole dello Stretto di Torres e in tutto il paese, ma non è una novità. La novità di queste proteste è quella di molti lavoratori australiani bianchi che hanno deciso di unirsi ai nativi per richiamare l'attenzione su tutta questa violenza.
In Europa, l’appello di Black Lives Matter ha percorso con manifestazioni enormi tutte le principali capitali, in particolare Berlino, Londra e Parigi.

I rivoluzionari sanno che la lotta per la democrazia e per la difesa dei diritti marciano insieme con la lotta di classe. Le parole di Malcom X sono chiarissime: “non esiste il capitalismo senza il razzismo”. La lotta contro la violenza degli stati capitalisti e il razzismo possono avere successo solo con un profondo progetto e programma rivoluzionario.
I rivoluzionari si stanno battendo contro il capitalismo sempre più in crisi che distrugge il pianeta, discrimina gli esseri umani per genere, razza, orientamento sessuale e identità, che ci sfrutta, e il cui unico obiettivo è l'aumento permanente del profitto a scapito delle nostre vite e dei nostri corpi.

In queste settimane il Partito Comunista dei Lavoratori, in una logica di fronte unico, è impegnato in iniziative di difesa dei lavoratori immigrati, di denuncia della loro condizione e di condanna delle violenze subite, per unire le proprie ragioni con le ragioni della mobilitazione in corso negli USA e nel mondo.
Ruggero Rognoni

Gli USA negano a Cuba i ventilatori polmonari.

Solidarietà al popolo di Cuba

Non basta l'embargo storico che gli USA esercitano contro la Cuba postrivoluzionaria, con le sue conseguenze rilevanti di lungo corso sulle condizioni della popolazione cubana. Ora gli USA hanno negato l'esportazione a Cuba di ventilatori polmonari, strumento decisivo contro l'epidemia del coronavirus.
Di più. Hanno annunciato ritorsioni commerciali contro i paesi e le aziende che dovessero aiutare lo stato cubano.
A far questo è lo stesso imperialismo canaglia che in casa propria nega ai lavoratori americani un servizio sanitario pubblico, moltiplicando gli effetti mortali dell'epidemia, a partire dalla città di New York. Un imperialismo con un governo criminale che per un mese ha negato l'esistenza stessa della pandemia lasciando la popolazione povera indifesa, priva di protezioni, colpita non a caso principalmente negli uomini e donne di colore.

Non ci identifichiamo acriticamente nel regime burocratico che oggi esiste a Cuba. Ci battiamo perché i lavoratori e le lavoratrici cubani possano realmente governare il paese attraverso proprie strutture indipendenti di autorganizzazione democratica e di massa, come nell'URSS dei tempi di Lenin e di Trotsky. Ci battiamo per legare questa prospettiva rivoluzionaria a quella della rivoluzione socialista in tutta l'America Latina. Ma proprio per difendere questa prospettiva rivoluzionaria, difendiamo Cuba e la sua economia pianificata dai progetti di restaurazione capitalista, coltivati anche da settori di burocrazia oggi al potere. Una economia pianificata che ha garantito protezioni sociali e sanitarie oggi inesistenti non solo in Sud America ma in larga parte del mondo capitalista.
A maggior ragione difendiamo Cuba incondizionatamente dalle minacce e dalle aggressioni dell'imperialismo, a partire dall'imperialismo yankee.

Il fatto che la più grande potenza economica e tecnologica del mondo neghi oggi a Cuba i ventilatori polmonari dà la misura della miseria morale del capitalismo e dell'imperialismo. Non si tratta certo di una forma di attenzione privilegiata per la popolazione americana, abbandonata anzi alla pandemia nelle condizioni peggiori. Si tratta invece della stessa politica odiosa che l'imperialismo USA riserva da un secolo ai popoli oppressi del mondo intero. L'”America first” di Donald Trump l'ha resa solo più odiosa ed evidente.

Gli imperialismi europei, e tra questi l'imperialismo italiano, sono corresponsabili di questa politica. Non solo in virtù dell'Alleanza Atlantica, ma del proprio essere imperialisti, segnati dalla stessa vocazione alla rapina e allo sfruttamento, seppur con forze disponibili minori. L'unico interesse che hanno per Cuba, coi loro deboli distinguo dalla politica USA, è quello che passa per la speranza di partecipare un giorno alla spartizione delle sue spoglie, ritagliandosi il proprio spazio nella restaurazione capitalistica dell'isola.

Difendere Cuba dall'embargo criminale USA e lottare contro l'imperialismo di casa nostra sono dunque due aspetti inseparabili della politica rivoluzionaria. Politica che non ha nulla a che spartire coi sovranismi, tanto più col sovranismo in un paese imperialista.
Partito Comunista dei Lavoratori

“Ogni tempesta comincia con una singola goccia”

Lorenzo Orsetti è morto combattendo da antifascista contro l’ISIS nella Siria orientale.
La sua scelta di essere un combattente del popolo curdo ha accompagnato parte della sua giovinezza fino al 18 marzo, quando è rimasto ucciso in uno degli ultimi scontri contro i miliziani dello stato islamico nella battaglia di Deir Ez-Zor.
Combatteva nelle YPG, le unità di difesa del popolo curdo, per quella rivoluzione del Rojava che aveva fatto propria ma mai abbandonando i suoi ideali di anarchico. Credeva nel confederalismo democratico: un’unione di popoli con un nuovo modello che unisce insieme curdi, arabi, cristiani, laici, islamici. Con questa visione ha cercato di battersi per i più deboli in una parte di mondo contesa da diversi interessi imperialistici. Non solo per il popolo curdo ma in difesa dell’umanità e contro la barbarie in un modo che solo i rivoluzionari conoscono e che a volte porta fino alle estreme conseguenze.
Aveva scritto un testamento ideale, nel caso fosse arrivato il suo momento:

«Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. Beh, non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo, e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio. Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo. Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni. E’ proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia. Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole.»

Le sue parole sono rivolte a tutti, ma in particolare a chi crede ancora nella lotta di classe e nell’antifascismo. È un invito a non cedere mai, anche nei momenti più bui e difficili. Ci implora a non cadere nell’individualismo e di continuare organizzati insieme ai compagni di lotta. Un testamento che ci parla di tempi difficili di una fase dove i più deboli sono sacrificati in nome del profitto. In questa situazione anche la barbarie della reazione, il fascismo e razzismo fermentano dentro la cultura delle classi dominanti, che diventa anche parte della mentalità degli sfruttati, in uno scontro di esclusi contro esclusi, dove anche il ruolo della donna viene sottomesso in modo drammatico agli interessi di classe.
Lorenzo credeva in qualcosa di diverso, che la particolare “rivoluzione del Rojava” aveva creato. Il ruolo della donna, in particolare all’interno di un'idea di governo basata sul confederalismo democratico formulata da Abdullah Öcalan, con un municipalismo libertario ed un'ecologia sociale multi-culturale, antimonopolistica, ed orientati verso il secolarismo, il femminismo e l'ecologismo come pilastri centrali.
Questo modello di società non è privo di contraddizioni, ma è comunque ad un livello avanzato e progressivo rispetto a tutta l’area medio-orientale, ed è forse l’unico argine anche militare in questa fase contro lo Stato nazi-islamico.
Le scelte della “rivoluzione del Rojava” che Lorenzo ha difeso fino all’ultimo istante della sua vita sono ora schiacciate nella morsa di interessi imperialistici contrapposti. Una morsa fatta anche da alleanze incrociate e ambigue. Tra tutte, quella tra gli USA e la Turchia, con quest’ultima spinta verso l’annientamento della "rivoluzione del Rojava” dei curdi, nei suoi interessi nazionalistici e apertamente sostenitrice dello Stato Islamico.
Ma gli USA appoggiano anche militarmente le YPG, le unità di difesa del popolo curdo nell’interesse imperialistico nell’area contro le ingerenze di Russia e Iran. Contraddizioni che sono alla base dello stallo nel quale sono immersi i curdi.
Solo la precisa spinta della rivoluzione del Rojava verso la lotta di classe, l’antimperialismo e l’anticapitalismo potrebbe risolvere questo stallo. Uno tra i limiti principali della dirigenza curda è quello di aver agito troppo limitatamente dentro la classe operaia turca e di non aver chiesto il suo sostegno in una lotta comune. Solo il socialismo e la sua rivoluzione possono distruggere la barbarie ed essere esempio per tutto il Medio Oriente.

La morte di Lorenzo va comunque al di là di tutto questo. È l’esempio universale che deve crescere dentro ogni rivoluzionario, dove tutti gli interessi personali sono lasciati alle spalle con un amore anche estremo rivolto verso gli sfruttati e gli oppressi generati dal capitalismo. L’Europa, l’Italia e la stessa sua terra d’origine, la Toscana, non sono lontane dal quel pezzo di terra siriana. Il suo internazionalismo e quello di tutti i combattenti che come lui sono ancora in quei campi di battaglia è anche il nostro.

22 marzo 2019

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Dal sito www.retekurdistan.it:

Le YPG hanno rilasciato una dichiarazione sull’internazionalista italiano Lorenzo Orsetti caduto in Siria orientale. L‘ufficio stampa delle Unità di Difesa del Popolo YPG ha rilasciato una dichiarazione su Lorenzo Orsetti (Tekoser Piling). L’internazionalista proveniente dall’Italia è caduto ieri nella battaglia contro IS ad al-Bagouz.
Nella dichiarazione le YPG fanno sapere:
Lorenzo Orsetti (Tekoser Piling) si è unito alla resistenza nel Rojava nel 2017 e con la sua identità internazionalista-rivoluzionaria ha partecipato attivamente alla lotta di liberazione. Era organizzato nelle unità internazionaliste all’interno delle strutture delle YPG e ha combattuto per libertà in ogni condizione con grande determinazione. Anche nella resistenza contro l’occupazione di Efrîn da parte dello Stato turco ha combattuto sul fronte più avanzato.
Nell’offensiva ‚Tempesta di Cizîrê‘ contro IS a Deir ez-Zor ha mostrato un impegno grande e generoso. Era attivo nella regione anche nelle unità internazionaliste del TKP/ML-TIKKO e mostrava un atteggiamento sostanziale e determinato rispetto ai valori universali del socialismo. Con il suo legame con la rivoluzione ha vissuto una vita esemplare.
Tekoser Piling è caduto il 18 marzo in uno scontro nell’operazione contro l’ultimo territorio occupato da IS. Ricordiamo tutte le internazionaliste e tutti gli internazionalisti caduti nella rivoluzione del Rojava. Esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia e a tutte e tutti coloro che lo hanno amato.“
Nome in codice: Tekoser Piling
Nome e cognome: Lorenzo Orsetti
Nome della madre: Annalisa
Nome del padre: Alessandro
Luogo e data di nascita: Italia, 1986



Luogo e giorno della morte: Deir ez-Zor, 18 marzo 2019


Ruggero Rognoni

Il nostro 7 novembre

Organizzazioni e partiti che hanno rimosso dal proprio programma la Rivoluzione d'ottobre le riservano generalmente ogni 7 novembre una dedica rituale e retorica spesso infarcita di falsificazioni storiche. Per noi vale esattamente l'opposto. Noi cerchiamo di far vivere la Rivoluzione d'ottobre nella nostra politica di ogni giorno, immettendo la tensione verso il fine in ogni battaglia quotidiana: sul terreno sindacale, femminile, studentesco, antirazzista, antifascista, internazionalista. Perché solo il rovesciamento dello Stato borghese, la conquista proletaria del potere, il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, possono dare prospettiva a tutte le rivendicazioni e ragioni delle masse oppresse e sfruttate. Oggi come un secolo fa.

Il 7 novembre non è dunque per noi una memoria ma un programma. È a questo programma che vogliamo riservare una memoria.

È una memoria particolare. Riguarda la pulsione internazionale della rivoluzione bolscevica, il suo concepirsi come inizio della rivoluzione mondiale e in funzione di essa. È questo l'aspetto del bolscevismo che più è stato rimosso. Anche per questo ci pare importante rievocarlo.


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Il primo atto dell'insurrezione bolscevica di novembre consistette nell'ordine impartito a tutti i comitati di compagnia e di reggimento e di armata sul fronte russo di dare inizio alla fraternizzazione con i tedeschi, di concludere immediati trattati di armistizio provvisorio con le unità militari schierate sull'altro lato del fronte.

La notte dell'8 novembre, al Congresso dei Soviet, Lenin lesse il decreto per la pace:

«Nell'indirizzare questa proposta di pace ai governi e ai popoli di tutti i paesi belligeranti, il governo operaio e contadino di Russia si rivolge in particolare agli operai coscienti delle tre nazioni più progredite dell'umanità [...]: alll'Inghilterra, alla Francia, alla Germania. Gli operai di questi paesi hanno reso i più grandi servigi alla causa del progresso e del socialismo: il movimento cartista in Inghilterra, le rivoluzioni portate avanti in successione dal proletariato francese, l'eroica lotta in Germania contro le leggi eccezionali antisocialiste e il lavoro lungo e ostinato [...] per la creazione di organizzazioni proletarie. [...] Questi esempi ci danno la garanzia che gli operai di questi paesi comprenderanno il loro compito, che consiste nel liberare l'umanità dagli orrori della guerra. Questi stessi operai ci aiuteranno nella nostra lotta per la pace e per la liberazione di tutte le classi lavoratrici dalla schiavitù e dallo sfruttamento nel mondo intero.»

Parallelamente fu lanciato un appello ai soldati tedeschi, stampato in milioni di copie, e non soltanto fatto passare clandestinamente da una parte all'altra del fronte, ma lanciato dagli aeroplani sul territorio della Germania:

«Soldati, fratelli, il 25 ottobre (secondo il vecchio calendario) gli operai e i soldati di San Pietroburgo hanno rovesciato il governo imperialista di Kerenskij e consegnato tutto il potere nelle mani dei soviet dei delegati degli operai, dei soldati, dei contadini. Il nuovo governo [...] ha avuto la fiducia del Congresso panrusso dei soviet. [...] Il nostro programma [...] comprende un'offerta di pace democratica immediata [...], il passaggio senza indennizzo di tutta la terra ai contadini [...], il controllo operaio sulla produzione e le attività industriali [...] Consideriamo nostro compito rivolgerci a voi in particolare in quanto appartenete a un paese che si trova alla testa della coalizione imperialista contro la Russia su un fronte tanto esteso.
Soldati, fratelli, vi chiediamo di schierarvi dalla parte del socialismo con tutte le vostre forze nella lotta per una pace immediata, perché questo è l'unico mezzo per assicurare una pace equa e duratura alle classi lavoratrici di tutti i paesi, e per sanare le ferite che l'attuale guerra criminale, la più criminale della storia, ha inflitto all'umanità.
»

Questo proclama fu accompagnato dall'”Appello alle masse lavoratrici e sfruttate di tutti i paesi”, tradotto in tutte le lingue.

Centinaia di migliaia di prigionieri e disertori tedeschi presentarono domanda di cittadinanza - immediatamente accolta - alla nuova Repubblica sovietica. A migliaia si arruolarono nell'Armata Rossa. Saranno i prigionieri tedeschi e austriaci a opporre la più efficace resistenza agli eserciti imperiali di Germania e Austria che avanzavano in Russia dopo Brest-Litovsk. Il primo maggio 1918, mentre assisteva alla parata a Mosca, l'ambasciatore tedesco, Conte Von Mirbach, trasalì alla vista di una compagnia di soldati tedeschi in marcia con le truppe sovietiche, sotto striscioni rossi coperti di scritte rivoluzionarie nella propria lingua.

Il governo tedesco, scandalizzato, ammonì il potere dei soviet che la propaganda rivoluzionaria costituiva una violazione dell'armistizio e dei negoziati di pace. Ma il governo dei soviet che pure aveva un drammatico bisogno di una pace immediata e per questo trattava, approvò il 23 dicembre la seguente risoluzione:

«In considerazione del fatto che il potere sovietico è basato sul principio della solidarietà internazionale del proletariato e sulla fratellanza dei lavoratori di tutte le nazioni, e che la lotta contro la guerra e contro l'imperialismo può avere successo solo se condotta su scala internazionale, il Consiglio dei Commissari del Popolo ritiene necessario venire in aiuto della corrente della sinistra internazionale del movimento operaio di tutti i paesi, con tutti i mezzi possibili, incluso lo stanziamento di fondi, indipendentemente dal fatto che tali paesi siano in guerra con la Russia o siano ad essa alleati o si dichiarano neutrali. A questo scopo il Consiglio dei Commissari del Popolo decide lo stanziamento della somma di due milioni di rubli [...] per le necessità del movimento operaio internazionale.»

L'Internazionale Comunista sarà costituita nel 1919 al servizio della rivoluzione mondiale, in continuità col programma della rivoluzione d'Ottobre.

Lo stalinismo distruggerà il bolscevismo e l'Internazionale, proprio perché rinnegherà il suo programma. Anche per questo la vera memoria dell'Ottobre è patrimonio del marxismo rivoluzionario, non di altri.
Partito Comunista dei Lavoratori

Contro la guerra, da un punto di vista classista e internazionalista

13 Aprile 2018 - Nei prossimi giorni è probabile un attacco militare in Siria da parte dell'imperialismo USA, dell'imperialismo francese, dell'imperialismo inglese, con l'appoggio attivo dello Stato d'Israele e dell'Arabia Saudita. La motivazione pubblica dell'attacco annunciato, cioè l'uso di armi chimiche da parte di Assad per espugnare la città di Douma, è un pretesto falso e ridicolo. Non per il fatto che Assad disdegni necessariamente le armi chimiche, come vorrebbero tanti cantori del suo presunto progressismo (il regime dispotico di Damasco è stato ed è capace di tutto). Ma perché in ogni caso i macellai dell'imperialismo “democratico” - che per lungo tempo hanno oltretutto sostenuto Assad - non si muovono certo per ragioni ideali, come dimostra il calvario di morte, orrori e distruzione di venticinque anni di guerre “umanitarie” in Medio Oriente. L'unica bussola degli imperialismi sono i propri interessi, economici e strategici. Ogni loro mossa è in funzione di questi interessi. Nel campo della propaganda, della diplomazia, delle bombe.

IMPERIALISMI A CONFRONTO

Nel ginepraio del Medio Oriente si agitano oggi interessi imperialisti profondamente diversi e tra loro conflittuali. La guerra siriana ne è l'epicentro.
Due sono le cordate imperialiste che si confrontano. La prima è quella imperniata sull'imperialismo USA: ne fanno parte i suoi alleati imperialisti europei, la potenza israeliana, il regime saudita. La seconda si raccoglie attorno agli interessi dell'imperialismo russo: comprende il regime teocratico iraniano e il regime siriano. Due campi di forze, gli uni contro gli altri armati, che si contendono la spartizione del Medio Oriente. Due campi che tendono a sussumere nella propria orbita, a scapito del campo rivale, ogni ogni altro interesse esistente in regione. L'imperialismo USA non ha esitato ad usare le forze kurde come propria fanteria nella “guerra all'ISIS”, salvo negare loro ogni diritto nazionale. L'imperialismo russo non ha esitato a incunearsi nelle contraddizioni interne al campo della NATO, tra USA e Turchia, incoraggiando le ambizioni di Erdogan e rifornendolo dei moderni sistemi antimissile.

La disfatta delle rivoluzioni arabe del 2011 con la deriva reazionaria che ne è seguita ha fatto da sfondo a questa contesa. Lo stesso sviluppo dell'ISIS tra il 2014 e il 2016 è figlio di questo scenario.


LA TEMPORANEA “VITTORIA” DI PUTIN

Questa contesa ha incoronato un (temporaneo) vincitore: il blocco russo-iraniano.

L'intervento militare della Russia e dell'Iran è stato determinante per garantire la tenuta del regime di Assad e il suo recupero territoriale. Per entrambi un indubbio successo.
L'Iran ha consolidato una propria area di influenza lungo l'asse sciita, seppur pagando sul fronte interno i costi sociali di questa espansione (vedi i movimenti di opposizione al regime nel 2017).
Ma soprattutto la Russia di Putin ha incassato il vantaggio maggiore. Ha rinverdito le proprie ambizioni di potenza internazionale, ben al di là di quei confini “regionali” in cui gli USA volevano relegarla. Ha rilanciato una propria presenza diretta in Medio Oriente, sedendo a capotavola della sua spartizione (vertici di Astana). Ha guadagnato una posizione negoziale preziosa da spendere su ogni altro terreno e contenzioso (Ucraina). Ha difeso e consolidato il proprio sbocco sul Mediterraneo, con risvolti economici e militari (Tartus e Latakia). Ha infine incassato sul fronte interno il dividendo elettorale patriottico (successo di Russia Unita alle elezioni presidenziali).

Le basi materiali dell'imperialismo russo sono fragili sul fronte economico interno. Ma il regime di Putin ha di fatto capitalizzato a proprio vantaggio la grande crisi dell'egemonia USA in Medio Oriente. Dopo la disfatta in Iraq e l'impantanamento in Afghanistan, l'imperialismo USA non ha potuto rilanciare una presenza diretta significativa di proprie truppe nella regione: presenza incompatibile con la tenuta del consenso interno, e con i margini economici ristretti dalla crisi capitalistica. Da qui il tentativo di Obama di sganciarsi dal Medio Oriente con una manovra combinata (annuncio della ritirata dall'Afghanistan, accordo di pace con l'Iran), in funzione di un ribilanciamento strategico contro la Cina sul Pacifico. Ma l'operazione è clamorosamente fallita, aprendo un vuoto che la guerra siriana ha dilatato. La Russia si è prontamente inserita in questo spazio, aggravando la crisi politica USA.


LA CONTROFFENSIVA DELL'IMPERIALISMO USA

Oggi il nuovo corso di Donald Trump vuole recuperare il terreno perduto sulla scacchiera del Medio Oriente (e non solo). L'attacco militare in Siria si colloca in questo quadro.

Naturalmente influiscono su questa scelta anche motivazioni interne, come la volontà di Trump di reagire alla guerra che gli muove la FBI e una parte rilevante dell'establishment, con una ricercata drammatizzazione del confronto internazionale, capace di guadagnargli il consenso dell'opinione pubblica sciovinista e di ricomporre attorno al Presidente gli apparati dello Stato.

Ma soprattutto pesa l'interesse internazionale dell'imperialismo USA.
Donald Trump non punta alla guerra contro la Russia (come non puntava alla guerra contro la Corea). Gli stessi vertici del Pentagono consigliano prudenza al Presidente. E il Presidente continua oltretutto ad alternare minacce alla Russia e annunci di ritiro dalla Siria. Un quadro contraddittorio e instabile, che in ogni caso non definisce ancora il vero obiettivo politico dell'operazione militare annunciata: rovesciare Assad o inviare come un anno fa un semplice segnale di avvertimento, poco più che simbolico? Probabilmente né l'una né l'altra cosa. Gli USA vogliono semplicemente riequilibrare i rapporti di forza in Medio Oriente. I bombardamenti annunciati mirano a indebolire Assad, minare la stabilizzazione del regime, ridimensionare la vittoria russa nella partita siriana, rilanciare il potere negoziale americano nella definizione dei nuovi assetti ed aree di influenza. Natura e tempi dell'operazione militare saranno calibrati in base a questa esigenza.

Tre sono i fattori che concorrono in questa direzione.
In primo luogo, l'attacco in Siria serve a rispondere alle pressioni incalzanti dei propri alleati regionali: Israele e Arabia Saudita. Il nuovo corso di Trump punta a ricostruire gli assi strategici fondamentali dell'imperialismo USA con tali paesi (riconoscimento di Gerusalemme come capitale sionista, e nuovo riarmo di Ryad). Ma sia Israele che Arabia Saudita sono nemici mortali dell'Iran, oggi rafforzato dall'asse vincente con la Russia. Sia Israele che Arabia Saudita chiedono dunque agli USA di arginare con la propria forza militare l'espansione iraniana e di cestinare gli accordi con l'Iran stretti da Obama. Trump accoglie questa richiesta alleata.

In secondo luogo, l'attacco in Siria vuole parlare alla Turchia, alleato NATO. La frattura con Erdogan e le nuove relazioni della Turchia con Mosca sono un fattore di massimo allarme per gli USA. Impedire che queste relazioni si trasformino in una vera e propria ricollocazione di campo della Turchia assume valenza strategica. L'iniziativa militare contro Assad, e la conseguente polarizzazione dello scontro, vuole bloccare quella possibile saldatura scompaginando il quadro, e provando a recuperare l'”alleato” turco (con esiti incerti).

Infine l'iniziativa USA mira a riaffermare la direzione americana del fronte imperialista europeo. Un fronte imperialista allineatosi agli USA nelle sanzioni alla Russia (guerra diplomatica attivata dalla Gran Bretagna) ma percorso in realtà da contraddizioni profonde. Tra una Francia che vorrebbe rilanciare una propria autonoma grandeur imperialista (propria iniziativa in Nord Africa, minaccia di un autonomo intervento militare contro l'espansionismo turco nel nord siriano, rivendicazione di un proprio possibile attacco anti-Assad in caso di rinuncia USA...). Un imperialismo tedesco che cerca in ogni modo di preservare un proprio spazio di manovra autonomo verso la Russia e la Cina, in funzione dei propri interessi. Un imperialismo italiano che vorrebbe salvaguardare le relazioni commerciali con la Russia, ma dispone di una forza negoziale assai più limitata (anche per via della crisi politico istituzionale interna) e dunque obtorto collo segue gli USA. Chiedendo in cambio il sostegno americano nel contenzioso con l'imperialismo francese in Libia e in Africa.

Con l'attacco in Siria, Trump chiede a tutti i riottosi alleati della NATO un pronto riallineamento attorno agli USA, quale prima potenza mondiale. 'America first' significa anche questo.


CONTRO LA GUERRA, DA UN PUNTO DI VISTA CLASSISTA E INTERNAZIONALISTA

Da questo quadro generale emerge un dato inequivocabile. A confrontarsi oggi in Siria non sono la reazione e il progresso. Sono due diversi blocchi imperialisti e le potenze regionali loro alleate (o che sfruttano il loro conflitto), entrambi nemici dei lavoratori e dei popoli oppressi.

Non è certo fronte del progresso l'imperialismo “democratico” USA ed europeo, come vorrebbero settori delle leadership kurde nell'attesa di un proprio riconoscimento come debito di riconoscenza per la guerra all'ISIS. Ma non lo è neppure il neoimperialismo russo del bonaparte Putin, alleato dei peggiori nazionalismi xenofobi europei, o il regime reazionario di Teheran che impicca i sindacalisti e opprime le donne nelle forme peggiori. La verità è che entrambi i blocchi arruolano i lavoratori in un conflitto che non li riguarda, che ne fa carne da macello, e che viene per di più scaricato sul loro portafoglio.

Contro i due fronti imperialisti si tratta di ricostruire il punto di vista indipendente della classe lavoratrice e la sua solidarietà di classe internazionale. Ovunque. In Medio Oriente, dove solo la classe lavoratrice può dare uno sbocco progressivo alle aspirazioni delle masse oppresse, ponendosi alla testa delle rivendicazioni nazionali del popolo palestinese, del popolo kurdo, della nazione araba, contro ogni imperialismo e contro lo Stato sionista, nella prospettiva di una federazione socialista del Medio Oriente. Nei paesi imperialisti, dove solo il proletariato può rovesciare la dittatura di quella piccola minoranza di capitalisti e di banchieri che non solo sfrutta i propri operai ma opprime altri popoli e partecipa al saccheggio del mondo, anche attraverso le guerre.


PER UNA MOBILITAZIONE IMMEDIATA CONTRO LA GUERRA

È necessaria una immediata mobilitazione contro la guerra sul nostro fronte interno. Il nemico principale è in casa nostra. Negli Stati Uniti, nei paesi europei, nel “nostro” Paese. È urgente una mobilitazione larga, unitaria, di tutte le sinistre - politiche, sindacali, associative, di movimento - che rivendichi l'opposizione incondizionata all'attacco imperialista in Siria, il rifiuto di concedere le basi militari all'attacco, il rifiuto della NATO. Una mobilitazione che denunci il rapido e scontato allineamento agli USA di tutti i partiti borghesi che si candidano al governo del capitalismo italiano, a partire dal M5S, il più atlantista di tutti. Una mobilitazione che chieda l'iniziativa reale del movimento operaio e sindacale contro la guerra, ben al di là di platoniche prese di distanza.
Dentro questa mobilitazione unitaria porteremo il nostro punto di vista coerentemente classista, internazionalista, contro tutti gli interessi imperialisti che si muovono in Medio Oriente (e non solo). Disponibili a pubbliche iniziative comuni con tutte le forze che vogliano valorizzare insieme questo autonomo punto di vista classista.
Partito Comunista dei Lavoratori