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Il semaforo verde di Russia e Cina al piano coloniale di Trump

 


Il popolo palestinese non ha amici in alto ma solo in basso

19 Novembre 2025

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L'astensione di Russia e Cina nel Consiglio Generale dell'ONU sul piano Trump per la Palestina è densa di significato politico. L'astensione è la rinuncia a ogni potere di veto. La rinuncia al potere di veto significa che il piano coloniale americano avrà la copertura delle Nazioni Unite.

Un imperialismo USA che per due anni ha fatto scudo alla barbarie sionista anche col ricorso al proprio potere di veto in sede ONU ha ottenuto dagli imperialismi rivali non solo un sospirato lasciapassare ma la più alta copertura diplomatica. È ciò che Trump chiedeva. È ciò che Trump ha ottenuto.

La soluzione maschera un mercimonio negoziale tra interessi diversi.

La Cina non solo è un grande partner commerciale di Israele ma è impegnata nel negoziato globale con gli USA: sul piano commerciale, lungo la partita di scambio fra terre rare e dazi, e sul più ampio scenario degli equilibri mondiali, a partire dai mari dell'Asia. Il via libera di Pechino a Trump sarà messo sul piatto di questa bilancia negoziale.

La Russia, dal canto suo, non solo è il secondo partner politico dello Stato sionista dopo gli USA, ma punta a incassare le aperture di Trump nella partita ucraina e sul Mare Artico. Il semaforo verde al bonaparte di Washington chiede dunque contropartite su altri terreni.

Peraltro, sia l'imperialismo russo che l'imperialismo cinese sono interessati a buone relazioni con i regimi arabi, in particolare con le grandi monarchie del Golfo. E i regimi arabi avevano e hanno bisogno della copertura diplomatica ONU per imbarcarsi in una “forza internazionale di stabilizzazione” in Palestina a guida USA, con tutte le incognite e i rischi del caso, anche nel rapporto con le proprie opinioni pubbliche. Mosca e Pechino hanno garantito la copertura richiesta.

Ogni ipocrisia diplomatica si nutre naturalmente di tortuosità. Due giorni prima del clamoroso lasciapassare, la Russia aveva avanzato una propria proposta nel Consiglio di sicurezza che citava l'eterna bufala dei “due Stati per due popoli”. Lo scopo era quello di poter vantare l'inserimento successivo nella risoluzione ONU di un vaghissimo riferimento alla questione palestinese quale frutto della propria pressione. La verità è che le finzioni retoriche stanno a zero. Servono ai regimi arabi per mascherare la propria subordinazione all'imperialismo USA e al sionismo, così come servono a Russia e Cina per esibire benemerenze presso i regimi arabi. Ciò che conta materialmente è altro.

Il piano Trump può procedere con le spalle coperte, da una posizione più avanzata. Mentre lo Stato sionista prosegue la propria macelleria: a Gaza, ulteriormente smembrata dalle forze israeliane, dove continuano distruzione di case, deportazioni, fame; in Cisgiordania, dove prosegue l'azione terrorista di esercito e coloni contro i palestinesi.

Il genocidio, in altre forme, perdura. Il disarmo e la distruzione della resistenza palestinese restano l'obiettivo comune di Trump, dello Stato sionista, delle borghesie arabe, degli imperialismi europei. Quanto alla ANP , già da decenni sul libro paga di Israele, chiede solo di essere caricata a bordo dell'operazione con qualche patacca di riconoscimento formale, fosse pure a futura memoria.

Certo, non mancano le contraddizioni. Israele non vuole la presenza turca nella forza internazionale a guida americana che entrerà nella Striscia. I regimi arabi, Egitto e Giordania in testa, sono disponibili a fornire truppe di occupazione, ma vorrebbero prima che altri facessero il lavoro sporco di disarmare Hamas. I governi europei sono in prima fila per il business della ricostruzione ma non vorrebbero arrischiare truppe, offrendo in cambio l'addestramento all'estero di una futura polizia palestinese, magari attraverso i Carabinieri. Persino Trump, che pur si candida a presiedere il protettorato coloniale da lui stesso insediato, non vuole un coinvolgimento diretto di truppe statunitensi a Gaza, perché teme contraccolpi elettorali in caso di bare americane.

Insomma, tutte le forze dominanti vogliono incassare la propria parte del bottino finale del genocidio ma senza pagarne il prezzo. La pentola non trova il coperchio. Il copione è ancora in cerca di firma.

Ma in ogni caso emerge, tanto più oggi, una verità incontestabile: il popolo palestinese e la sua resistenza non hanno amici tra le potenze imperialiste vecchie e nuove, nella diplomazia truffaldina dell'ONU, presso i governi arabi, nelle cosiddette democrazie europee. I suoi possibili alleati stanno in basso, fra i popoli oppressi, nella classe lavoratrice, e innanzitutto in quella nuova generazione che in tutto il mondo si è mobilitata con la Palestina nel cuore.

Solo una rivoluzione cambia le cose. Vale per tutti. Vale a maggior ragione per il popolo palestinese e per le masse oppresse di tutto il Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

Risoluzione sulla Palestina - adottata dal Comitato Internazionale dell'Opposizione Trotskysta Internazionale (OTI-ITO)

 


Risoluzione sulla Palestina

Adoptada por el Comité Internacional de Coordinación de la OTI

15 octubre 2023

Il pericolo maggiore nella situazione internazionale continua ad essere il confronto tra il blocco imperialista guidato dagli Stati Uniti e il blocco imperialista Russia-Cina, la cui espressione più acuta è la guerra in Ucraina. Ma altre crisi incombono, tra cui un’imminente e probabilmente grave recessione economica e l’accelerazione del cambiamento climatico, che intensificheranno la miseria di miliardi di lavoratori e contadini in tutto il mondo e porteranno ad altre guerre e migrazioni.

Le potenze regionali stanno manovrando per trarre vantaggio dal confronto tra grandi potenze. Una delle manovre più perniciose è il tentativo di Israele di spezzare la volontà di resistenza del popolo palestinese espandendo gli insediamenti sionisti in Cisgiordania, isolando Gaza come una prigione a cielo aperto e coprendo il suo genocidio con la “normalizzazione” delle relazioni con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e altri Stati arabi reazionari.

L’attacco di Hamas a Israele lanciato il 7 ottobre, cinquant’anni dopo l’inizio della guerra del 1973 da parte di Egitto e Siria contro Israele, dimostra che il popolo palestinese ha ancora la volontà di resistere. Militarmente è quasi certo che sarà sconfitto, ma politicamente è riuscito a demolire la pretesa che Israele e, dietro di esso, gli Stati Uniti, possano avere una pace senza giustizia in Palestina.

Il popolo palestinese a Gaza, in Cisgiordania e nella diaspora sostiene l’azione di Hamas, qualunque sia il risultato. I popoli arabi la sostengono. La monarchia saudita ha dovuto sospendere il suo avvicinamento a Israele. I lavoratori e i rivoluzionari di tutto il mondo dovrebbero sostenerla come espressione della resistenza palestinese, nonostante le nostre critiche ad Hamas, alla sua strategia del martirio e alle sue uccisioni indiscriminate di civili non armati o in età militare (anche se riconosciamo che ciò è in parte espressione della rabbia dei palestinesi per i massacri e l’espropriazione del loro popolo da parte di Israele).

Dalla parte dei palestinesi, contro lo stato di Israele

In piena autonomia dalla destra religiosa di Hamas, ma sempre dalla parte di un popolo oppresso contro le forze d’occupazione

L’attacco militare di Hamas solleva in queste ore l’onda della solidarietà con Israele da parte di tutta la diplomazia imperialista, ad ogni angolo del pianeta. Tonnellate di ipocrisia rivoltante. Che ignora l’oppressione della Palestina. Che confonde oppressori ed oppressi. Che rimuove le responsabilità decisive dell’imperialismo nel sostegno al terrore sionista.

Da marxisti rivoluzionari abbiamo sempre denunciato la natura politica di Hamas, la Fratellanza Musulmana cui appartiene, il regime con cui governa Gaza, le sue pratiche d’azione contro civili, il sostegno che fornisce alla dittatura dei mullah in Iran o al regime di Erdogan in Turchia. Ma un conto è la battaglia politica contro la destra religiosa dentro il campo della resistenza palestinese al sionismo. Un altro è il sostegno allo Stato sionista contro il popolo palestinese e il suo diritto alla resistenza.

Non abbiamo incertezze su quale campo scegliere. Come ovunque, scegliamo la difesa incondizionata di un popolo oppresso, il suo diritto alla libera autodeterminazione, il suo diritto alla resistenza contro le forze d’occupazione, indipendentemente dalla natura politica delle sue direzioni.

Lo stato d’Israele è nato dall’espulsione del popolo palestinese dalla propria terra attraverso i metodi del terrore. Tutta la storia dell’occupazione sionista della Palestina si regge sulla pratica del terrore. Terrore praticato dalle forze militari di occupazione e dai coloni. Terrore in Cisgiordania, dove si sono insediati ormai ben 700000 coloni. Terrore nei confronti della popolazione di Gaza, contro cui Israele negli ultimi diciotto anni ha già condotto sei guerre, con diverse migliaia di palestinesi assassinati.
Proprio l’attuale governo di estrema destra di Netanyahu ha esteso e moltiplicato i metodi terroristici contro i palestinesi e i loro diritti. Basti pensare alle barbare operazioni condotte recentemente dalle truppe sioniste nei campi profughi di Jenin.

Parlare, tanto più oggi, del “diritto di Israele alla propria difesa” è semplicemente la spudorata difesa del terrorismo quotidiano del sionismo.

A chi invoca la “pace in Medio Oriente” diciamo che non vi sarà mai alcuna pace possibile tra uno stato che opprime e un popolo oppresso. Che tutti i cosiddetti accordi di pace con Israele, come i famosi accordi di Oslo del 1993 (benedetti dalle sinistre riformiste di tutto il mondo), si sono rivelati un inganno per i palestinesi. Che solo la distruzione rivoluzionaria dello Stato d’Israele, dei suoi fondamenti giuridici, confessionali, militari, potrà liberare la Palestina, consentendo ai palestinesi il diritto al ritorno nella propria terra. Che solo la piena e libera autodeterminazione del popolo palestinese potrà permettere una pacifica convivenza con la minoranza ebraica. Che solo riconducendo la resistenza palestinese ad una prospettiva socialista, in Palestina e in tutto il Medio oriente, sarà possibile realizzare questa soluzione storica, l’unica soluzione reale della questione palestinese.


http://ito-oti.org/risoluzione-sulla-palestina-2023-10/

L'imperialismo italiano gioca la sua partita

 


Ai margini dell'incontro tra Giorgia Meloni e il boia al-Sisi

9 Novembre 2022

La nuova presidente del Consiglio ha esordito in sede internazionale stringendo le mani insanguinate del boia Abdel al-Sisi, nell'interesse del sovranissimo imperialismo italiano. Altro che la verità su Regeni.

L'Italia vuole vendere all'Egitto propri gioielli militari. Dopo le due fregate di Fincantieri vendute da Conte al Cairo nel 2021 per 1,2 miliardi, è ora la volta di più succosi affari: la vendita di ventiquattro jet da addestramento Aermacchi M-346 per pattugliare i mari egiziani, e la vendita di uno stock di caccia Eurofighter per oltre 4 miliardi a vantaggio del gruppo Leonardo. Siccome la Francia ha venduto in Egitto trenta caccia Rafale per 4,5 miliardi, l'imperialismo italiano sente l'esigenza di un recupero sulla concorrenza. In cambio, l'Italia chiede ad al-Sisi garanzie per ENI in ordine allo sfruttamento del giacimento di gas di Zohr – scoperto da ENI stessa nel 2015 e di cui ENI è proprietario azionario – e un appoggio dell'Egitto nel contrasto dei flussi migratori verso l'Italia.

Quest'ultimo punto è importante. L'Egitto è alleato del generale Haftar a Bengasi, in lotta col governo di Tripoli per il controllo della Libia. L'appoggio di Haftar per impedire le partenze dei migranti dalla Libia (o per andare a riacciuffarli in mare e riportarli nei lager libici) è centrale per il governo italiano. Al-Sisi può mettere al riguardo una buona parola.

L'imperialismo italiano sta giocando la propria partita nello scenario internazionale. La guerra in Ucraina sposta verso nord il baricentro della NATO. L'Italia chiede allora agli USA un riequilibrio NATO sul fronte sud a proprio vantaggio. Di fronte a un imperialismo tedesco che accentua la propria autonomia in sede UE anche nel rapporto con la Cina, e di fronte a un imperialismo francese che non disdegna proprie velleità di ruolo in diversi scacchieri, l'imperialismo italiano offre la propria fedeltà alla politica estera americana in cambio di un sostegno USA agli interessi italiani in Nord Africa, in Centro Africa, in Corno d'Africa.
Nella lotta per le sfere d'influenza ogni potenza, grande o piccola, muove le proprie pedine. Chi vede l'Italia come “colonia” USA o di Bruxelles è incapace di capire la realtà, mascherando la natura dell'imperialismo di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà ai lavoratori del CALP


 Care compagne e cari compagni,


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime solidarietà incondizionata ai lavoratori portuali del CALP contro l'indecente stretta repressiva di cui sono oggetto.

L'imputazione loro rivolta di “violare la legalità” misura l'ipocrisia dell'accusa.
La legalità che lo Stato difende è quella che permette ad armatori e terminalisti di smerciare strumenti di morte destinandoli ai peggiori regimi: bombe e armi, quelle sì micidiali, prodotte e montate negli Stati capitalisti cosiddetti democratici e vendute a monarchie assolutiste che si appoggiano sulla schiavitù dei propri salariati, sulla negazione dei diritti delle donne, sulla oppressione di altri popoli.
Il contrasto del commercio delle armi, e tanto più dei regimi reazionari cui sono destinate, appartiene alla storia del movimento operaio internazionale e dei lavoratori portuali in particolare, e non solo in Italia. Di certo i portuali di Genova hanno sempre rappresentato in Italia l'avanguardia di queste lotte. L'unica responsabilità dei compagni del CALP è quella di richiamarsi apertamente a questa tradizione, non solo a parole ma coi fatti. È una responsabilità di cui giustamente possono andare fieri.

I bilanci militari si stanno gonfiando in tutto il mondo. Il 50% degli investimenti nell'intelligenza artificiale sull'intero pianeta riguardano gli armamenti. La corsa senza freno agli armamenti ha sempre preparato nella storia lugubri prospettive di guerra. La lotta internazionale contro la guerra, assieme a quella per la riduzione dell'orario di lavoro, ha accompagnato la nascita stessa del movimento operaio come movimento internazionale.
L'internazionalismo operaio è stato da tempo dismesso dal grosso delle organizzazioni sindacali e da tanti partiti della “sinistra”. È ora di recuperarlo e di rilanciarlo.
L'azione dei compagni del CALP in questi anni ha ricercato e ottenuto l'unità d'azione contro la guerra e il commercio delle armi con lavoratori e lavoratrici di altri paesi, contro ogni forma di nazionalismo sovranista comunque ammantato. Criminalizzare questa lotta ha un solo significato: sgomberare la via della guerra e delle guerre in cui sfruttati di diversi paesi e magari di diverso colore sono usati gli uni contro gli altri dai propri sfruttatori. È un'operazione che va respinta.

Le imputazioni rivolte contro i compagni del CALP mostrano la vera natura dell'attuale democrazia borghese: una democrazia per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati. L'articolo 11 della Costituzione (“L'Italia ripudia la guerra...”) serve solo a nascondere una realtà esattamente opposta. L'Italia capitalista produce strumenti di guerra, vende strumenti di guerra, aumenta le spese in armamenti, finanzia missioni militari in decine di paesi, al servizio della NATO e/o per interessi propri. L'Arabia Saudita, come l'Egitto, come il Qatar, sono solo clientela per il capitalismo militar-industriale tricolore, e per i suoi Presidenti del Consiglio, vecchi (Renzi) e nuovi (Draghi). Per ripudiare la guerra occorre ripudiare il capitale, senza illusioni costituzionali sulla sua “democrazia” o su una sua possibile riforma.

Del resto in questi giorni, in altri contesti, altre lotte d'avanguardia che fuoriescono dalle regole del gioco sono prese di mira da magistratura e Digos. È il caso della lotta dei lavoratori di TNT a Piacenza, dove sono stati addirittura arrestati dirigenti operai del sindacato SICobas, dietro l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, cioè di aver difeso un picchetto operaio che rivendicava diritti dalla carica a freddo della polizia. È il clima che si vuole creare attorno al governo di unità nazionale di Mario Draghi, un clima di ordine, disciplina, restaurazione, che rimetta in riga le avanguardie che osano alzare la testa, con l'unico scopo di bloccare preventivamente ogni possibile effetto di contagio.
C'è un solo modo di replicare: difendere incondizionatamente e unitariamente i diritti dei lavoratori colpiti, al di là delle diverse appartenenze sindacali e politiche; lavorare a unificare ed estendere le lotte di resistenza.

Per questo, e con queste motivazioni, siamo e saremo al fianco dei lavoratori del CALP, per la più ampia mobilitazione unitaria a sostegno delle loro ragioni.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italia e Qatar, armi e schiavitù operaia. Le confessioni di Corriere e Sole 24 Ore

 


Ci sono giorni in cui la stampa borghese documenta involontariamente la natura del capitalismo. Nello specifico, del proprio capitalismo, quello da cui è finanziata e da cui dipende. Oggi è uno di questi giorni.



UNA CLASSE OPERAIA IN SCHIAVITÙ

Il Corriere della Sera del 24 febbraio nella sua pagina esteri titola: «Qatar, il censimento della vergogna: 6750 morti nei cantieri dei mondiali». L'articolo riprende la documentazione del britannico Guardian circa la condizione di centinaia di migliaia di lavoratori in Qatar, impiegati nel piano gigantesco di infrastrutture promosso dal regime in vista dei campionati mondiali di calcio (novembre-dicembre 2022). Si tratta nella grande maggioranza di operai immigrati di provenienza asiatica o africana, che cercano di fuggire dalla miseria dei propri paesi, raggranellare un gruzzolo e girarlo come rimessa a sostegno delle rispettive famiglie. India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, ma soprattutto le Filippine e il Kenya: sono questi i paesi che offrono braccia al Qatar. Più precisamente ai colossi mondiali delle costruzioni, in particolare europei e cinesi, intrecciati con la borghesia locale in una fitta rete di interessi. Il gruppo italiano Salini Impregilo è in prima fila nella costruzione dello stadio e della metropolitana di Doha. Renzi come Presidente del Consiglio, e poi il Ministro degli Esteri Di Maio, hanno trattato direttamente questo e altri affari con Sua Altezza lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, l'emiro onnipotente del Qatar.

Il trattamento riservato ai lavoratori è disumano: gli operai vengono letteralmente sequestrati; giunti in Qatar vengono privati del passaporto e dunque resi prigionieri; gli orari di lavoro raggiungono le 12 ore giornaliere, per salari di pura sussistenza. Manca naturalmente ogni normativa sindacale e di sicurezza. In queste condizioni sono morti in dieci anni seimilasettecentocinquanta lavoratori, per lo più rimasti sepolti sotto il crollo delle impalcature. Le loro famiglie hanno dovuto tribolare per ottenere il ritorno delle salme, e non sempre con successo.
Le abitazioni operaie sono baracche di lamiera e tuguri malsani dove si ammassano in un paio di stanze gli uni sugli altri decine di lavoratori. La sola periferia di Doha, capitale del Qatar, concentra la maggioranza di questi tuguri, spesso lontani dai luoghi di lavoro. L'assistenza sanitaria, inutile a dirsi, è praticamente assente.

Domanda: come è possibile che in queste condizioni la FIFA abbia potuto assegnare al Qatar nel 2010 i campionati mondiali del 2022? La risposta, scontata, è che il calcio in quanto sport ha ben poco a che fare col Qatar, mentre vi hanno molto a che fare le potenze imperialiste di diverso segno interessate al grande gioco del Medio Oriente.


L'ITALIA ARMA IL QATAR

Ora capita che proprio nello stesso giorno, 24 febbraio, il quotidiano di Confindustria titoli: «Qatar, secondo mercato per l'Italia». Si parla di esportazione delle armi. Armi tricolori, di cui l'Italia mena gran vanto.

Si apprende che nell'ultimo quinquennio il Qatar si sia affermato, subito dopo il Kuwait, come il principale destinatario di armi italiane, per oltre sette miliardi di commesse. Fincantieri ha ottenuto in semimonopolio la costruzione della Marina di guerra del Qatar. Il gruppo Leonardo lo rifornisce di elicotteri militari. Il gruppo MBDA si occupa della sua difesa costiera e del rifornimento di batterie di missili per le navi. Queste attrezzature, diciamo così, non riguardano direttamente i mondiali del pallone. Ma certo riguardano lo sviluppo della potenza qatarina e il suo peso specifico in Medio Oriente. La rotta di collisione tra Arabia Saudita e Iran, in lotta tra loro per l'egemonia regionale, chiede al Qatar di tenersi pronto ad ogni evenienza. Missili e navi da guerra servono esattamente a questo.

Domanda: perché il “democratico” imperialismo italiano arma fino ai denti un paese che schiavizza milioni di operai? Per la stessa ragione per cui arma l'Egitto di al-Sisi, che ha massacrato Regeni, vendendogli fregate militari. Per rafforzare una propria area di influenza in Medio Oriente e partecipare al banchetto della sua spartizione, evitando che qualche boccone di troppo finisca magari alla Francia.

Altro che difesa della sovranità italiana contro il commissariamento della UE, come dicono i sovranisti di sinistra in casa nostra. L'imperialismo italiano è già sovranamente impegnato a tutelare i propri interessi in casa d'altri. Ha subito la perdita di controllo sulla Libia a vantaggio di Erdogan e dell'imperialismo russo. Ora intende rifarsi. Se arma il Qatar è anche per questo.
Del resto: non è proprio il Corriere della Sera a insistere da un paio d'anni sul necessario recupero della presenza italiana nei teatri che contano, con lo sguardo rivolto alla concorrenza francese? È la linea editoriale di Banca San Paolo, grande azionista del Corriere, sicuramente sensibile ai “sovrani” interessi di ENI. Il «censimento della vergogna» con riferimento al Qatar va dunque fatto innanzitutto su Via Solferino.

Partito Comunista dei Lavoratori

A fianco dei lavoratori portuali contro la guerra

Il Collettivo Autonomo dei Portuali di Genova ha promosso per il giorno 17 febbraio un’azione di boicottaggio di una nave saudita che trasporta armi in Medio Oriente e probabilmente in Yemen. È un’azione che dà continuità all'iniziativa analoga intrapresa nel maggio scorso col sostegno della CGIL, che allora scioperò. Il coordinamento genovese delle sinistre di opposizione è impegnato in un sostegno attivo di questa iniziativa e nella sua massima valorizzazione. Così il coordinamento nazionale, che ha espresso il comunicato che qui pubblichiamo.


Il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione sostiene l'azione di boicottaggio delle navi di guerra intrapresa e proposta dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali di Genova, in continuità con l'azione svolta lo scorso maggio. Come sosterrà ogni altra iniziativa di chiaro contrasto alla guerra che abbia la medesima ispirazione di classe.

La battaglia contro la guerra non può limitarsi alle parole, né ai confini. Sono i lavoratori e le lavoratrici che sono oggi costretti a produrre, smerciare, trasportare strumenti di morte contro altri lavoratori ed esseri umani, al solo scopo di ingrassare i profitti di grandi capitalisti, banchieri azionisti. Sono i lavoratori e le lavoratrici che possono bloccare questo traffico.

Lo Stato italiano e i suoi governi parlano di “pace” ma proteggono l'industria di guerra. Il ministero del tesoro partecipa al capitale finanziario dei colossi dell'industria militare, e promuove cartelli e fusioni con l'industria militare di altri paesi (nell'Unione Europea e fuori dell'Unione) in funzione dell'ampliamento dei mercati, della conquista di nuove aree di influenza, di una politica imperialista. Questa politica per sua natura non conosce principi e morale al di fuori del profitto. Traffica con regimi sanguinari (Arabia Saudita), con regimi militari torturatori (Egitto), e naturalmente con la grande potenza USA, prima responsabile delle politiche di guerra e di rapina.

L'attuale governo italiano non si distingue in questo dai suoi predecessori se non forse per una maggiore ipocrisia.

Il lavoratori e le lavoratrici non hanno nulla a che spartire con questa politica e il suo cinismo. A loro si chiede di produrre e smerciare morte solo per arricchire i loro padroni. A loro si chiedono turni di lavoro massacranti, rassegnazione alla precarietà, cancellazione dei diritti a vantaggio di chi li sfrutta. A loro si chiede di contribuire ad uccidere altri lavoratori e lavoratrici in terre lontane, anch'esse vittima dello stesso sistema capitalista che opprime il nostro lavoro.

L'azione intrapresa dal collettivo portuali di Genova è in rotta di collisione con tutto questo. Richiama l'interesse del lavoro contro l'interesse del capitale, al di là di ogni confine di nazione, di etnia, di religione. Offre alla rivendicazione della pace l'unico ancoraggio coerente che merita: quello di classe, quello internazionalista. Non a caso è una iniziativa che si rivolge a tutti i lavoratori. Non a caso è condivisa con i lavoratori portuali di altri paesi e con i loro sindacati.
Auspichiamo e richiediamo, quindi, alle diverse organizzazioni sindacali, a partire dalla CGIL e dal suo sindacato di categoria FILT che già lo fecero in occasione di un precedente attracco della nave Bahri Yanbu nel porto di Genova nel maggio scorso, di proclamare lo sciopero dei lavoratori del porto per il giorno in cui approdasse la nave, il cui arrivo è ad oggi previsto per il prossimo 16 febbraio.

Come coordinamento nazionale sosteniamo dunque il valore di questa azione e lavoreremo ad amplificarne il messaggio e l'esempio, all'interno di una campagna più generale contro la guerra, per il ritiro delle truppe italiane da tutte le missioni, per la rottura della Italia con la NATO, già intrapresa a partire dall'assemblea nazionale del 7 dicembre e sviluppata con la giornata nazionale di mobilitazione del 25 gennaio. Una campagna cui vogliamo dare continuità e su cui lavoreremo a raccogliere la più ampia unità d'azione con tutti i soggetti che condividono questi obiettivi.
Coordinamento unitario nazionale delle sinistre di opposizione

Nella politica internazionale contano o no i criteri di classe?

In questi giorni segnati dall'atto terroristico USA a Bagdad, la priorità è la più ampia mobilitazione contro l'imperialismo, per il ritiro delle nostre truppe da tutte le missioni militari, per la rottura dell'Italia con la NATO. Questo è l'impegno del nostro partito, questa è e sarà la campagna del coordinamento delle sinistre di opposizione uscito dall'assemblea nazionale del 7 dicembre, una campagna unitaria che mira a coinvolgere tutte le organizzazioni che condividono questi obiettivi, indipendentemente da ogni divergenza d'analisi e di prospettiva.

Tuttavia una campagna unitaria non rimuove la necessità del libero confronto delle posizioni. Lo dimostrano le posizioni espresse rispettivamente dal segretario del Partito della Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, e dal capo del Partito Comunista, Marco Rizzo. Posizioni sicuramente diverse, e tuttavia accomunate dalla rimozione di un criterio di classe elementare nella politica internazionale.


MAURIZIO ACERBO E L'APPELLO ALL'UNIONE (CAPITALISTICA) EUROPEA

«Il nostro governo e l’Unione Europea devono attivarsi in un ruolo di pace, frenando le spinte belliciste della Casa Bianca ed agendo con gli altri attori internazionali per l’avvio di un dialogo con l’Iran, a partire dalla rimessa in discussione delle sanzioni comminate unilateralmente dagli USA.» (Maurizio Acerbo)

Difficile riassumere tanto bene in poche righe una concezione così subalterna dell'ordine mondiale.
Ci si appella all'attuale governo italiano e alla Unione Europea per "un ruolo di pace".

Ma il governo italiano non è lo stesso governo padronale che ha giurato fedeltà alla NATO, che finanzia le missioni di guerra più di ogni altro paese della UE, che ovunque procura commesse militari per l'industria tricolore delle armi (Leonardo) presso i regimi più reazionari e impresentabili (dall'Arabia Saudita all'Egitto di al-Sisi)? Chiedere al governo dell'imperialismo italiano di «attivarsi in un ruolo di pace» è una grottesca contraddizione in termini, priva di ogni senso politico e logico.

Si chiede un ruolo di pace all'Unione Europea. Ma l'Unione Europea non è forse l'unione capitalistica dei diversi imperialismi nazionali, al tempo stesso subalterni militarmente agli USA e portatori di propri interessi predatori? Tutti i paesi della UE aumentano i propri bilanci militari, si contendono gli uni contro gli altri le sfere d'influenza, sostengono gli uni contro gli altri le peggiori bande armate e mercenarie (come Francia e Italia in Libia), finanziano e coprono il regime turco di Erdogan e la sua politica guerrafondaia contro i curdi (salvo trovarselo come concorrente scomodo in Libia). Si può chiedere a questi imperialismi di «attivarsi in un ruolo di pace»?

Intendiamoci: è indubbio che né l'Italia né l'Unione Europea (a differenza della Gran Bretagna) hanno condiviso l'iniziativa di Trump contro l'Iran, né tanto meno vorrebbero essere coinvolti in una spirale di guerra in Medio Oriente. Di più: prima che lo chiedesse loro il compagno Acerbo, già si “attivavano” per “frenare le spinte belliciste della Casa Bianca”. Cos'era, del resto, la rimostranza europea verso gli USA al momento della rottura degli accordi nucleari e delle sanzioni economiche contro il regime iraniano?
Il punto è che Italia e UE vogliono "dialogare con l'Iran" (cioè col regime teocratico e oppressivo che da quarant'anni lo domina) non nel nome della pace, ma dei propri interessi imperialisti. Non vogliono perdere il ricco mercato import-export con Teheran, né i propri (enormi) investimenti di capitale finanziario che il regime iraniano ha sempre tutelato, né l'impennata dei prezzi del petrolio che una guerra con l'Iran trascinerebbe con sé (che colpirebbe la UE, non gli USA, ormai largamente autosufficienti dal punto di vista energetico), né più in generale la messa a soqquadro dei propri affari con tutti i governi più o meno banditeschi del Medio Oriente, spesso giocando sulle loro rivalità e i loro appetiti. La “pace” che gli imperialisti vogliono è sempre la pace dei propri interessi, non quella dei lavoratori e dei popoli. Chi rimuove questa verità o semplicemente la copre chiedendo al proprio imperialismo una politica di pace, non sviluppa la coscienza di massa e confonde la stessa avanguardia.


MARCO RIZZO E L'“EROE SOLEIMANI”

Su un altro fronte, sicuramente diverso ma non meno grottesco, si muove Marco Rizzo.
Dopo aver giustamente denunciato l'attacco terroristico dell'imperialismo USA a Bagdad, il segretario del PC ha sentito il bisogno di celebrare «...il generale Soleimani, eroe della difesa della Siria, il numero 2 dell'Iran... l'uomo che più ha vinto l'ISIS».

Ora, è del tutto evidente per i comunisti che in caso di guerra tra USA e Iran sia doveroso difendere per principio e incondizionatamente l'Iran, indipendentemente dal regime che lo governa. È la posizione che abbiamo assunto in tutti i casi di guerra tra un paese imperialista e un paese dipendente, come vuole la tradizione del marxismo rivoluzionario. Ma detto questo, si può rimuovere la natura del regime del paese che (giustamente) si difende dall'imperialismo? Il regime iraniano è un regime teocratico oppressivo che ha condannato a morte in quarant'anni diverse migliaia di attivisti operai e sindacali, perseguita da sempre con particolare accanimento i comunisti, esercita la tortura e la pena di morte contro gli oppositori, nega alle donne le libertà più elementari, calpesta i diritti dei curdi.
Il generale Soleimani è stato la punta di diamante dell'apparato militare di questo regime. Lo è stato sul piano interno, alla guida dei famigerati pasdaran. Lo è stato all'estero, come in Iraq, dove ha guidato la repressione contro la rivolta popolare facendo diverse centinaia di morti; o come in Siria, dove non ha concorso solo (indubbiamente) a sconfiggere l'ISIS – contro il quale peraltro combatterono e vinsero in primo luogo i curdi, non Soleimani – ma anche a reprimere la prima rivolta di massa contro Assad, una repressione che spianò la strada alla reazione dei tagliagola panislamisti prima di Al Qaida e poi dell'ISIS. I crimini che l'imperialismo USA imputa a Soleimani sono una menzogna spudorata. Quelli che gli imputano le sue vittime, dall'altra parte della barricata, sono invece una tragica realtà.
Questa realtà non ci impedisce affatto di difendere l'Iran, incondizionatamente, dall'aggressione imperialista. Come non ci impedì di difendere incondizionatamente l'Argentina del generale Galtieri contro l'aggressione imperialista della Gran Bretagna nel 1982, o la Serbia di Milosevic contro la guerra “umanitaria” del governo D'Alema (che Rizzo sostenne) nel 1999, o l'Iraq di Saddam Hussein contro l'aggressione dell'imperialismo USA nel 1991 e nel 2003. Certo però ci impedisce di chiamare Solemaini “eroe”. Questo è il linguaggio del regime di Teheran, non può essere il linguaggio dei comunisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Algeria, tra rivoluzione e inganno

Il passo indietro del Presidente algerino Bouteflika segna un passaggio cruciale dello scontro apertosi in Algeria. L'autentica sollevazione popolare levatasi contro il potere ha bruciato la quinta candidatura di Bouteflika alla presidenza della Repubblica. Le elezioni presidenziali, previste per il 18 aprile, sono state annullate e rinviate a data da destinarsi. Il primo ministro Ouyahia, odiato dalle masse non meno di Bouteflika, ha dovuto lasciare il proprio incarico. Sono gli effetti di una mobilitazione di massa di proporzioni enormi.

Ma il potere non si rassegna a sgombrare il campo. Il rinvio sine die delle elezioni presidenziali significa paradossalmente la continuità del quarto mandato di Bouteflika. Il nuovo primo ministro, Noureddine Bedoui, appartiene alla stessa scuderia di Ouyahia. La “conferenza nazionale aperta ed inclusiva” chiamata a convocare nuove elezioni e a definire un progetto di nuova Costituzione sarebbe di fatto controllata dal vecchio clan presidenziale, senza alcuna garanzia democratica. Nei fatti il clan presidenziale cerca di guadagnare tempo e di nascondere sotto mutate spoglie la permanenza in carica del vecchio regime.
Questo è il nodo di fondo.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE 

La mobilitazione di massa ha assunto nelle ultime settimane proporzioni enormi. È impossibile comprendere i fatti d'Algeria senza partire da questo dato. Le manifestazioni del 22 febbraio coinvolsero 800.000 algerini. Le manifestazioni dell'8 marzo hanno mobilitato più di due milioni di manifestanti. In ogni città e nei centri minori la massa popolare si è riversata nelle strade attorno ad una precisa parola d'ordine: “Via Boutef”. Gli studenti e le donne sono stati la colonna vertebrale della mobilitazione. Attorno ad essi i disoccupati, i piccoli commercianti, le professioni liberali, gli intellettuali, le associazioni dei vecchi combattenti dell'indipendenza algerina. Nel tentativo di bloccare la dinamica di allargamento della protesta, il governo aveva decretato vacanze straordinarie nelle scuole e nelle università, ma la mossa è stata talmente spudorata da contribuire alla radicalizzazione ulteriore delle masse. Questa radicalizzazione ha finito col trascinare con sé i lavoratori salariati, in un primo momento passivi. Nell'ultima settimana sono scesi in sciopero operai e impiegati delle grandi aziende energetiche Sonatrach e Sonelgaz, delle telecomunicazioni, dei metrò, delle poste, degli hotel. Il sindacato di regime vicino al potere, Unione Nazionale dei Lavoratori Algerini, è stato contestato da significativi settori dei suoi stessi iscritti, che hanno chiesto le dimissioni del suo presidente Sidi-Saïd. L'ingresso sulla scena della classe lavoratrice ha certo moltiplicato l'impatto sociale e politico della lotta, mettendo il regime con le spalle al muro.


SI INCRINA L'UNITÀ INTERNA AL REGIME 

La sollevazione ha incrinato l'unità interna al regime. La soluzione repressiva inizialmente promossa dal primo ministro Ouyahia si è rivelata presto impraticabile. I gesti di solidarietà intercorsi tra manifestanti e poliziotti hanno allarmato le gerarchie militari, inducendole a un cambio di passo. È il capo dell'esercito, non a caso, ad aver salutato l'unità tra le forze armate e il popolo, sconfessando la politica di Ouyahia e spingendolo di fatto al ritiro. Ed è la gerarchia militare che oggi si intesta l'apertura istituzionale alle “domande del popolo” e l'accantonamento del quinto mandato di Bouteflika. Ma la matrice militare dell'operazione è anche la chiave di lettura del suo vero significato. La gerarchia militare è il bastione dello Stato algerino. La sua centralità è il portato della lunga guerra contro il panislamismo stragista degli anni '90. La ramificazione dei suoi interessi, diretti o indiretti, pervade l'insieme dell'economia algerina e della vita pubblica del paese. Se la gerarchia militare oggi mima l'apertura al popolo, accantonando nell'immediato uno scontro frontale ingestibile, è solo per salvare in altra forma la continuità del proprio potere, e con esso l'intreccio con gli interessi dell'imperialismo, innanzitutto francese ma non solo. Lo straordinario silenzio delle diplomazie imperialiste - a partire da Macron - sugli avvenimenti algerini nasce da qui. L'imperialismo trattiene il fiato per non sbagliare mossa. Non può benedire Bouteflika perché sospingerebbe così facendo la rivolta stessa e la sua radicalizzazione antimperialista. Ma nello stesso tempo non può sconfessarlo, perché non saprebbe (ancora) con chi rimpiazzarlo, e perché Bouteflika è il custode tradizionale dei suoi affari (e segreti). I comandi militari cercano così di occupare il vuoto presentandosi agli ambienti imperialisti come garanti dell'ordine e al popolo come garanti della democrazia. Mentre la Confindustria algerina, che ha già scaricato Bouteflika, punta le proprie carte su Lakhdar Brahimi, inviato dell'ONU per la crisi libica: un cambio di cavallo in piena corsa pur di restare in sella.

Vedremo se l'operazione maquillage riuscirà nel suo intento. Vedremo se l'ascesa algerina assumerà il carattere di rivoluzione o se ripiegherà. Di certo la storia delle rivoluzioni arabe ripropone la necessità di una direzione cosciente contro ogni illusione sulla dinamica spontanea degli avvenimenti.


L'UNICA SOLUZIONE È RIVOLUZIONARIA 

La parola d'ordine immediata è il rifiuto della soluzione truffaldina offerta. Le masse non si sono mobilitate contro il quinto mandato di Bouteflika per prolungare a tempo indefinito il suo quarto mandato, ma per cacciarlo. Ogni soluzione cosmetica è un inganno. Nessuna conferenza nazionale apparecchiata dal vecchio regime può rispondere alla domanda di svolta che il movimento di massa ha espresso. Alla conferenza nazionale apparecchiata da Bouteflika va contrapposta la parola d'ordine di una vera assemblea costituente.

A sua volta, non si può confinare la sollevazione algerina in un ambito esclusivamente democratico. Nel rivendicare la cacciata di Bouteflika le masse non hanno chiesto solamente la fine di corruzione, privilegi, dispotismo. Hanno chiesto anche un cambio radicale della propria condizione sociale, di lavoro e di vita. Non si può realizzare questo cambio senza rompere con l'imperialismo e con la borghesia nazionale ad esso asservita, senza nazionalizzare le banche, senza abolire il debito pubblico verso il capitale finanziario e recuperare il controllo delle risorse del paese. Misure che solo un governo operaio e popolare può realizzare.

È questa l'unica soluzione che può dare garanzie reali alle stesse rivendicazioni democratiche delle masse. Nessuna fiducia può essere posta nelle gerarchie militari e nelle loro finzioni sceniche. Il generale al-Sisi si presentò in Egitto come garante del popolo e della democrazia, salvo poi rinverdire il vecchio regime di Mubarak. I liberali progressisti che inizialmente lo sostennero, o lo coprirono, sono finiti in galera. È un esperienza che non si può rimuovere. La classe lavoratrice algerina, i giovani, le donne, i protagonisti di queste settimane straordinarie, possono fidarsi unicamente della propria forza e della propria capacità di organizzarla. L'autorganizzazione democratica e di massa della classe lavoratrice e delle masse oppresse è la condizione decisiva per condurre in avanti tutte le loro rivendicazioni, democratiche e sociali.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sale la marea in Algeria

Per una soluzione anticapitalista della crisi. 

L'Algeria è segnata da un'importante ascesa di massa che scuote alle fondamenta il potere di Bouteflika.

La crisi capitalistica internazionale ha avuto ricadute profonde in Algeria. Il capitalismo algerino si è fondato sull'esportazione di gas e di petrolio. La rendita petrolifera ha ingrassato per decenni il regime nazionalista, nato dal ceppo del vecchio Fronte di Liberazione Nazionale. Ha nutrito le sue ramificazioni clientelari e il suo apparato statale, in particolare i privilegi delle gerarchie militari, ed ha anche assicurato per lungo tempo al regime il sostegno della classe media urbana, grazie a elargizioni e sussidi. Un sostegno decisivo nello scontro frontale, politico e militare, con le forze dell'integralismo islamico negli anni '90. Per la stessa ragione, la caduta del prezzo del petrolio, connesso alla crisi internazionale, ha tagliato l'erba sotto i piedi del regime; spesa sociale e assistenza sono state tagliate. Corruzione, nepotismo, militarismo, per lungo tempo accettati con malcelata rassegnazione in cambio della stabilità sociale, sono diventati sempre più insopportabili agli occhi di ampi settori di massa della popolazione urbana.

L'ascesa della rivoluzione araba nel 2010-2011, che travolse Ben Alì e Mubarak, risparmiò Bouteflika. La controrivoluzione in Egitto, prima per mano dei Fratelli Musulmani e poi dell'esercito, spense rapidamente le potenzialità di contagio di Piazza Tahrir in Algeria. La tragica deriva confessionale e reazionaria della rivoluzione siriana, dopo il 2014, contribuì alla tenuta del regime laico algerino: nulla di più comprensibile in un paese segnato negli anni '90 dal terrorismo islamista. Da qui un commentario borghese internazionale che lodava la stabilità algerina come esempio virtuoso nella nazione araba. Ma questa stabilità veniva celebrata nel momento stesso in cui deperivano le basi materiali su cui si reggeva. L'esplosione sociale di massa dell'ultima settimana è la risultante di questa dinamica.

È ancora prematuro avanzare una previsione certa sulla dinamica in corso, ma i suoi caratteri sono ben delineati. La mobilitazione non è stata espressione di un processo graduale di ascesa. Ha avuto i caratteri di una brusca svolta, di una esplosione sociale concentrata e radicale. L'annuncio della presentazione alle elezioni di un presidente decrepito, simbolo provocatorio della conservazione, ha costituito il suo fattore di innesco. Le manifestazioni di massa hanno assunto in pochi giorni grandi proporzioni, nonostante la censura delle televisioni del regime. Ottocentomila persone sono scese in strada, secondo i dati ufficiali della polizia algerina, un numero imponente. Le rivendicazioni centrali sono di carattere democratico (giustizia, dignità, democrazia), com'è naturale in un contesto simile nella fase di ascesa. La mobilitazione è stata trainata dagli studenti e dall'intellighenzia delle libere professioni (avvocati, giornalisti...), ma si è allargata rapidamente agli strati popolari delle città. La massa dei giovani laureati disoccupati, in un paese in cui il grosso della popolazione è giovanissima, segna le manifestazioni con la propria presenza centrale. Altrettanto importante la presenza femminile: la prima manifestazione contro Bouteflika si è tenuta a Orano, seconda città del paese, promossa da un gruppo di donne. La classe lavoratrice algerina non ha ancora fatto un ingresso significativo sulla scena, a differenza di quanto accadde in Tunisia ed Egitto, ma il varco aperto dalle manifestazioni di massa potrebbe trascinarla nello scontro, come mostra l'adesione alle proteste di alcuni settori del sindacato UGTA. Di certo una sua irruzione allargherebbe in modo decisivo la crisi del regime.

Le elezioni presidenziali sono indette. Le forze dell'opposizione islamista sono ai margini. Altre opposizioni di sua maestà, cuscinetto protettivo del regime, sono ridicolizzate dall'esplosione dell'opposizione di massa a Bouteflika. Il regime non sa bene che fare. Il muro della censura mediatica non ha retto, la repressione militare è un'arma a doppio taglio: può contare sulla fedeltà degli alti ufficiali, compromessi e corrotti, ma non necessariamente sulla truppa. Bouteflika ha cercato di guadagnare tempo annunciando che dopo le elezioni presidenziali terrà a distanza di un anno elezioni politiche in cui non si candiderà, ma la domanda del movimento di massa è “Boutef vattene!”. Non domani, ora.

Analizzeremo lo sviluppo degli avvenimenti in Algeria. A differenza delle scuole campiste e staliniste già schieratesi dall'inizio con i Ben Alì, i Mubarak, e gli Assad, nel nome del loro presunto antimperialismo e progressismo, il nostro posto è al fianco delle mobilitazioni di massa contro regimi reazionari e filoimperialisti, e dunque oggi contro il regime reazionario di Bouteflika. Un regime che ha servito gli interessi imperialisti in Algeria, a partire da quelli francesi. Al tempo stesso, a differenza di tutte le scuole movimentiste che si affidano alla dinamica spontanea dei movimenti, diciamo che la sollevazione algerina, come ogni sollevazione popolare, pone la questione decisiva della direzione e del programma. Senza una direzione di classe, anticapitalista e rivoluzionaria, nessuna ribellione di massa può portare a successo reale e duraturo le proprie ragioni progressive, ed anzi è esposta a derive controrivoluzionarie, siano esse laiche o confessionali. È accaduto in Egitto, è accaduto in Siria, può nuovamente accadere in Algeria. È la grande lezione delle rivoluzioni arabe del 2010-2011.

Non è sufficiente rovesciare Bouteflika, come non fu sufficiente rovesciare Ben Alì e Mubarak. È necessario legare le rivendicazioni democratiche della ribellione di massa a un programma di rottura con l'imperialismo e la borghesia algerina che lo serve: ripudiare il debito algerino verso le potenze imperialiste, nazionalizzare le compagnie imperialiste in Algeria, nazionalizzare le banche e il commercio con l'estero. Senza queste misure non vi può essere svolta reale per i lavoratori e le masse popolari algerine. Solo un governo operaio e popolare può realizzare queste misure. Lavorare all'irruzione della classe operaia sulla scena, raccogliere le sua forze attorno a questo programma, portare nel movimento di massa la battaglia per l'egemonia di questo progetto anticapitalista è la ragione dei marxisti rivoluzionari in Algeria.
Partito Comunista dei Lavoratori


Ipocrisia nazionalista a cinque stelle

“La Francia è colonialista in Africa ed è causa della fuga dei migranti in Italia” esclamano Di Battista e di Maio, per contendere i voti a Salvini. Fratelli d'Italia plaude entusiasta, reclamando un primato nazionalista. Anche Stefano Fassina, di Patria e Costituzione, si allinea al coro contro “le politiche neocoloniali della Francia”.

Quanta sudicia ipocrisia in questa recita elettorale!

Che l'imperialismo francese difenda in Africa la propria area di influenza non c'è alcun dubbio. Che lo faccia con l'arroganza propria della vecchia potenza grandeur è altrettanto vero. Era vero anche quando Di Maio un anno fa scriveva compunto a Macron esaltando il suo successo elettorale e rivendicando una assonanza tra M5S e En Marche. Ma lasciamo perdere. Il punto è un altro: l'imperialismo italiano dove lo mettiamo?

Già, perché nella migliore tradizione nazionalista, il colonialismo è sempre quello degli altri, in particolare quello delle potenze concorrenti. Anzi, nel nome della denuncia dell'imperialismo altrui si nasconde il proprio imperialismo nazionale e le sue ambizioni di potenza. La storia italiana è emblematica. Prima il giolittismo in Libia, poi il fascismo in Etiopia giustificarono le peggiori gesta dell'imperialismo patrio nel nome della contrapposizione ai vecchi imperi coloniali e del diritto dell'Italia a un posto al sole. In forme certo molto diverse oggi si ripropone proprio quel vecchio spartito.

Di Maio e "Dibba" si diffondono nella denuncia delle pratiche di sfruttamento condotte dalla Francia contro la “sovranità” dei paesi del Sahel. Bene. Ma le pratiche di sfruttamento condotte dal capitalismo tricolore di casa nostra non sono meno ciniche e brutali. ENI è la principale azienda operante in Africa, traffica col regime assassino di al-Sisi in Egitto, si accaparra giacimenti in Nigeria a suon di mazzette, contende alla Total (guarda caso francese) il controllo del petrolio libico e dunque il controllo politico della Libia. La Salini Impregilo estende il proprio raggio d'azione in Corno D'Africa, erige dighe che affamano i contadini di Etiopia, espande i propri affari in Eritrea a braccetto col regime reazionario che la domina, sbarca in Kenya a rimorchio di ENI e delle sue tre piattaforme offshore. I grandi marchi italiani dell'industria tessile (Moncler, Tod's, Armani, Prada, Gucci, Dolce & Gabbana) sfruttano migliaia di proletari africani in condizioni di lavoro e di vita invivibili, magari attraverso aziende collegate come il caso della Sonoma in Madagascar, grande fornitrice di capi di lusso per i vari marchi del made in Italy, che paga gli operai 30 dollari al mese per 12 ore di lavoro giornaliere. Per non parlare, in Asia, dello sfruttamento delle operaie del Bangladesh, che oggi si ribellano con scioperi di massa anche a padroni italiani. Potremmo continuare a lungo.

Si dirà che tutto questo riguarda i capitalisti italiani ma non l'Italia come Stato e governo. Sbagliato. È vero l'opposto. Lo Stato e i governi italiani (tutti) si muovono proprio a supporto dei capitalisti tricolore. Se i capitalisti italiani fanno affari, contendendoli ai propri concorrenti (magari francesi) è proprio perché interviene lo Stato italiano. È nata non a caso l'Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, che interviene con una dotazione finanziaria pubblica (soldi presi dalle tasche dei lavoratori italiani) in ventidue paesi di cui ben nove nel cuore dell'Africa (Burkina Faso, Senegal, Niger, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Mozambico). Tra questi paesi, guarda caso, figurano le vecchie colonie italiane. In cosa consiste l'intervento italiano? Semplice. È la politica dei prestiti condizionati: si fa prestito ai governi e regimi locali perché predispongano commesse per le aziende italiane, o acquistino prodotti italiani, o concedano terreni semigratuiti a investitori italiani, o privatizzino beni e servizi a vantaggio di acquirenti italiani. Una normale politica di saccheggio. Per ingrassare i capitalisti tricolori il paese in questione si indebita e poi rincorre senza fine il pagamento del debito e i relativi interessi alla madrepatria italiana, in una dinamica di spoliazione progressiva. I flussi migratori, anche verso l'Italia, sono il prodotto, diretto o indiretto, di questa rapina. Non solo italiana, ma anche italiana. In alcuni paesi soprattutto italiana.

“L'Africa avrà il suo futuro quando la Francia se ne andrà a casa sua” esclama il Dibba. Così ci sarà posto per l'Italia: questo è il sottotraccia dello slancio anticoloniale contro la Francia. Quanto a Giuseppe Conte, è appena tornato da un viaggio in Africa presso tutti i paesi contesi alla Francia e ai suoi affari col solito codazzo di amministratori delegati e creditori. Il governo del cambiamento non ha cambiato in nulla neppure in questo.

Quanto a noi, siamo e restiamo contro gli imperialismi di tutti i colori, a partire innanzitutto dal nostro. A fianco degli sfruttati di ogni colore, contro i capitalisti di ogni bandiera.
21/01/2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Strage sionista a Gaza

“Violenti scontri”, “drammatici fatti”, “sangue lungo il confine di Gaza”. Il commentario borghese di giornali e tv si arrampica sugli specchi per non chiamare le cose con il loro nome: una strage dello Stato sionista contro il popolo palestinese. Sedici palestinesi caduti sotto il piombo delle truppe israeliane, che non hanno esitato ad aprire il fuoco contro giovani armati di pietre. Le centinaia di palestinesi feriti da armi da fuoco, oltre ai sedici assassinati, danno la misura della repressione militare israeliana. Le congratulazioni di Netanyahu con l'esercito, la sua esaltazione a “custode della sovranità”, è la pubblica firma del massacro.

Il salto della repressione sionista si lega a molti fattori. Di ordine interno, col governo Netanyahu che cerca di sottrarsi alle disavventure giudiziarie invocando l'unità contro il nemico palestinese. Ma soprattutto di ordine internazionale, dove il nuovo corso di Donald Trump rafforza l'asse centrale dell'imperialismo USA col sionismo, mentre ricompone i suoi rapporti con Egitto ed Arabia Saudita in chiave anti-iraniana. Lo Stato sionista fa leva su questi fattori per rilanciare la propria politica di potenza in Palestina, mentre la profonda crisi politica delle organizzazioni maggioritarie del campo palestinese rivela la profondità del loro fallimento. Sia dell'apparato corrotto di Abu Mazen, sia di Hamas, indebolito dal crollo della Fratellanza musulmana nella regione araba. Il regime di Erdogan cerca di inserirsi in questa crisi atteggiandosi ad alfiere della causa palestinese agli occhi delle masse arabe. In realtà cerca solo di allargare il proprio spazio negoziale nelle spartizione della Siria e di completare l'annientamento dei kurdi.

La giovane generazione palestinese - al pari dei kurdi - non ha alcun alleato nel campo imperialista o tra le potenze regionali del Medio Oriente. Può contare solamente sulla propria determinazione e sul proprio coraggio. Tutte le favole su “due popoli, due Stati” sono prive tanto più oggi di ogni credibilità, persino retorica. Così come l'auspicio di una democratizzazione dello Stato d'Israele. I fatti di Galilea dicono una volta di più che non vi potrà essere alcuna soluzione della questione palestinese se non per via rivoluzionaria. Se non attraverso la dissoluzione dello Stato sionista e la rottura con l'imperialismo. Se non attraverso l'incontro della sollevazione palestinese con una rivolta di massa della nazione araba e con la ribellione antisionista della parte migliore della popolazione ebraica. Per una Palestina unita e libera su basi socialiste - rispettosa dei diritti nazionali della minoranza ebraica - dentro una federazione socialista araba.

Nell'anniversario della Nakba (1948), della pulizia etnica contro il popolo palestinese, solo il programma della rivoluzione permanente può realizzare il “diritto al ritorno” dei palestinesi nella propria terra. Che è il diritto incancellabile alla loro piena autodeterminazione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Giulio Regeni: la verità è rivoluzionaria

  
Decine di manifestazioni hanno ricordato oggi Giulio Regeni a due anni dal suo barbaro assassinio. “Verità per Regeni”, chiedono giustamente da due anni innumerevoli manifestazioni, iniziative, pronunciamenti, appelli. Ma la sacrosanta richiesta di individuare e punire gli assassini di Giulio non deve rimuovere l'evidenza: la verità sul caso Regeni è sin dall'inizio sotto gli occhi di tutti.

La prima verità riguarda le responsabilità del regime egiziano di al-Sisi. Sono responsabilità talmente evidenti da essere state dichiarate dai fatti. Cosa rappresentano i mille depistaggi egiziani sul caso se non una confessione in piena regola? Prima la messinscena allusiva a un delitto sessuale. Poi l'accusa rivolta contro una banda di criminali comuni, immediatamente sterminata per assicurarsi il silenzio, con il “ritrovamento” in casa loro - guarda caso - dei documenti personali di Giulio. Infine le accuse reciproche tra servizi segreti e apparati militari egiziani, con tanto di veline taroccate, segnali in codice, imbarazzate smentite. Tutto ciò ha un solo significato possibile: Giulio Regeni è stato ammazzato, in ogni caso, dagli sgherri di al-Sisi. È stato ammazzato su delazione di un informatore (Mohamed Abdallah), a seguito delle sue ricerche e attività solidali con i sindacati operai indipendenti, il vero spauracchio del regime. Il fatto che le carte inviate alla magistratura italiana siano state “ripulite” dell'interrogatorio-confessione di Abdallah è un'ulteriore firma di regime sull'omicidio.

Ma c'è una seconda verità che emerge dal caso. Forse meno evidente, ma indubbiamente più scomoda. Quella che attiene all'infinita ipocrisia della diplomazia borghese, e in primo luogo del governo italiano.
Il governo italiano, come tutti, conosce perfettamente le responsabilità del regime, ma ha scelto di coprirlo su tutta la linea. Le promesse solenni sul fatto che “saranno individuati i responsabili della morte di Giulio Regeni”, che “l'Egitto deve dirci come stanno le cose”, stanno semplicemente a zero. L'Italia borghese non solo non può e non vuole rompere col regime di al-Sisi, ma ha bisogno di stringere un rapporto più stretto con l'Egitto. Lo richiedono gli interessi dell'ENI che proprio in Egitto ha scoperto nuovi preziosi giacimenti petroliferi. Lo richiede l'interesse italiano a contendere alla Francia l'egemonia in Libia e Nord Africa. Lo richiede l'esigenza di una collaborazione poliziesca dell'Egitto nel blocco delle partenze dei migranti, e nella loro segregazione criminale. Per questo è stata riaperta l'ambasciata italiana al Cairo, con tanto di onorificenze e di fanfare. Per questo Matteo Renzi ha a lungo ostentato pubbliche lodi ad al-Sisi, presentato testualmente come amico dell'Italia. Del resto, cosa può valere il corpo torturato di un giovane ricercatore di fronte al volume dei profitti ENI, prima azienda dell'Africa?
E c'è di più. Sotto campagna elettorale stiamo assistendo al tentativo di un nuovo squallido depistaggio, questa volta di marca (anche) italiana: quello che allude alle non meglio precisate responsabilità di un'insegnante universitaria inglese con cui Regeni collaborava. Idiozie, ovviamente. Ma cosa c'è di più utile per archiviare le vere responsabilità criminali degli apparati egiziani e coprire la continuità della propria collaborazione con un regime assassino?

Il caso Regeni ci parla dunque della politica borghese. Della sua miseria morale, del suo cinismo sconfinato. La dittatura del profitto produce crimini e copre i criminali. Non solo nei regimi militari, ma anche nelle cosiddette democrazie imperialiste, che peraltro coi regimi militari fanno affari lucrosi a tutte le latitudini del mondo. Le anime belle delle sinistre riformiste di casa nostra che rivendicano una nuova politica estera dell'Italia (capitalista) vendono fumo e chiacchiere vuote. La politica estera dell'imperialismo italiano è un riflesso inevitabile della sua natura. Solo un governo dei lavoratori può segnare una svolta. Il caso Regeni dimostra una volta di più che la verità è rivoluzionaria, o non è.
Partito Comunista dei Lavoratori

L'imperialismo italiano all'opera in Niger


Chiamare le cose con il loro nome

«L'Africa è la nostra profondità strategica», dichiara il sottosegretario agli Esteri Mario Giro. In questo concetto sta la ragione di fondo della spedizione italiana in Niger.

Non è solo questione di “sorveglianza delle frontiere e del territorio” per bloccare i migranti alla partenza. Naturalmente è anche questo, ma non è solo questo. Il capitalismo italiano cerca di nuovo il proprio posto in Africa, dentro la grande partita internazionale tra potenze imperialiste per la spartizione del continente. Estrazione di materie prime vitali, controllo delle rotte commerciali e portuali tra Oceano Indiano ed Atlantico, enormi distese di terre coltivabili, un gigantesco volume di nuove commesse ed affari legato alla costruzione di infrastrutture e logistica: questo è l'Africa per l'imperialismo. Il nuovo imperialismo cinese ha guadagnato le prime posizioni nella spartizione. Gli imperialismi europei, a partire dalla Francia, cercano di difendere la propria area d'influenza e di inserirsi nelle nuove filiere. L'imperialismo italiano, con in testa ENI, è pienamente partecipe della competizione. Il gioco è scoperto. Mentre la stampa borghese decanta i valori della nuova missione, all'insegna della “lotta contro i trafficanti”, gli ambienti diplomatici, i vertici militari, i consigli di amministrazione delle grandi imprese non si fanno scrupolo di chiamare le cose con il loro nome. Mai come oggi la categoria dell'”interesse nazionale” dell'Italia in Africa viene apertamente sdoganata. La rivista Limes ha recentemente fornito un'ampia documentazione di questa verità parallela, che è semplicemente la vera verità. Del resto se ENI è la principale azienda del continente nero, occorre una politica estera all'altezza di questo ruolo. La presenza di truppe tricolori sul suolo è un pezzo decisivo della politica estera, del suo peso negoziale nella definizione di spazi ed equilibri.


IL CONTENZIOSO ITALO-FRANCESE

L'operazione Niger s'incastra inoltre nel negoziato italo-francese. L'Italia ha un contenzioso diretto con la Francia in diversi settori (cantieristica, media, banche, assicurazioni), e diverse recriminazioni irrisolte. Il giornale di Confindustria è giunto a lamentare un (improbabile) atteggiamento “coloniale” della Francia verso l'Italia, in fatto di acquisizioni industriali e finanziarie. Un'accusa ridicola da parte della seconda potenza industriale d'Europa, ma che dà la misura del contenzioso in atto. Lo sgomitamento in agosto sul controllo dei cantieri navali francesi è solo la punta dell'iceberg. Questo confronto tra Italia e Francia si estende in Africa, a partire dalla questione libica che vede ENI e Total l'una contro l'altra armate. La riconciliazione dell'Italia col boia al-Sisi, con buona pace del povero Regeni, è funzionale alle relazioni dell'Italia col generale libico Haftar (sostenuto dall'Egitto), da non lasciare in mani francesi: un interlocutore prezioso per raggiungere un punto d'equilibrio con la Francia in Libia. Parallelamente l'inserimento italiano in Niger, parte organica dell'Africa francese, segnala alla Francia che l'Italia gioca ormai a tutto campo. L'Italia mette sul piatto del negoziato con la Francia il proprio appoggio militare in Niger per battere cassa su altre partite. È il normale mercimonio della politica estera borghese.


LA PARTITA DI SCAMBIO NELLA UE

Non solo. La missione italiana in Niger entra indirettamente nel negoziato tra Italia e Unione Europea. L'Italia è di fronte a un passaggio difficile sul fronte UE. Francia e Germania stanno provando a ridefinire attorno a un proprio asse centrale i nuovi equilibri in Europa. Sia sul terreno della difesa militare, sia su quello dei patti finanziari (unione bancaria). Il capitale finanziario italiano teme come la peste ogni clausola che preveda un tetto al possesso di titoli pubblici da parte delle banche tricolori. Per questo Il Sole 24 Ore ha aperto un fuoco preventivo di sbarramento denunciando il pieno dei titoli pubblici regionali da parte delle banche dei Länder. Come dire: se volete la guerra, la faremo anche noi. In realtà il governo italiano cerca un accordo anche su questo con Germania e Francia. L'Italia mette allora sul piatto della bilancia il proprio intervento in Africa, e più in generale la funzione di custode del fronte Sud per conto dell'Unione Europea, per chiedere contropartite in altri campi. "Noi blocchiamo le partenze di chi fugge dalla fame, condanniamo alle galere libiche centinaia di migliaia di rifugiati, disertiamo lo stesso soccorso in mare di chi si imbarca, facciamo insomma il grosso del lavoro sporco nell'interesse dell'intera Unione. Voi rispettate però gli interessi delle nostre banche." Questo è il vero sottotraccia della spedizione in Niger.


L'UNITÀ NAZIONALE TRICOLORE E LE CONTRADDIZIONI A SINISTRA

Per questo tutti i partiti dominanti in Parlamento hanno votato o avallato la missione: PD, Berlusconi, Fratelli d'Italia, Lega. Il M5S no, ma solo per l'«insufficiente chiarezza sulle regole d'ingaggio». Del resto il M5S è pienamente partecipe del fronte reazionario sull'immigrazione. L'unità nazionale tra partiti dominanti contro i salariati, in fatto di precarizzazione del lavoro, detassazione delle imprese, pagamento del debito pubblico, è la stessa unità nazionale attorno alla missione militare in Africa. Una coerenza esemplare.

E a sinistra? Liberi e Uguali ha votato contro la missione, ma solo «per l'assenza di un sufficiente dibattito», e perché «non è chiaro se le truppe vanno per una missione di pace o anche con un mandato militare». Come dire che in futuro se venissero sventolate ragioni umanitarie potrebbe andar bene. Nessuna sorpresa da parte di una formazione che ospita D'Alema, bombardatore di Belgrado, e annuncia proprie disponibilità verso un futuro governo di unità nazionale.
Potere al Popolo si pronuncia contro la missione nel nome della pace. Ma dichiara che il proprio riferimento internazionale è lo sciovinista Mélenchon, sostenitore della grandezza della Francia nel mondo e del valore della bandiera tricolore (francese) contro la bandiera rossa. Sarebbe questo l'internazionalismo?

Solo la lista “Per una sinistra rivoluzionaria” chiama le cose con il loro nome. Denuncia l'operazione militare in Niger come missione dell'imperialismo italiano. Chiarisce i suoi scopi veri. Chiama alla mobilitazione contro la missione nel nome delle stesse ragioni con cui si oppone a tutte le politiche di rapina sociale sul fronte interno: la lotta di classe contro il capitale, al fianco di tutti gli oppressi, per un'alternativa socialista, per un governo dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nel pantano libico il rimescolamento delle influenze imperialistiche

Il generale Haftar, uomo forte della Libia, sbaraglia equilibri politici e militari e provoca la crisi del governo di Al-Sarraj

18 Agosto 2017
Dal 2014 ad oggi un continuo rimescolamento delle carte tra milizie, tribù e interventi imperialistici. Oggi il generale Haftar, sostenuto da Egitto, EAU, Russia e Francia sbaraglia tutte le forze in campo, costruisce il proprio ruolo di bonaparte libico, e mette in seria crisi la pedina dell'Italia, degli USA e dell'ONU: il Governo di Accordo Nazionale di Al-Sarraj, sempre più isolato, debole e privo di reale sostegno interno. L'Italia, incapace di gestire i propri interessi imperialistici, si lascia sorpassare dal governo francese nel caos libico. Un caos in cui l'unico reale sconfitto risulterà essere il debole proletariato libico
Nel giardino di casa dell'imperialismo d'Italia, in seguito alla caduta di Gheddafi, si è prodotto il più totale caos di milizie, clan e potentati che ora stanno riordinandosi attorno a figure e realtà capaci di polarizzare i diversi interessi. Tutte coinvolte più o meno entro il disegno di ricerca di un nuovo equilibrio di poteri tra soggetti locali e proiezioni imperialistiche internazionali, equilibrio che non esclude la cancellazione o la sopraffazione di alcune parti in conflitto.
Le recenti vicende, legate alla questione migratoria, vedono un profondo rimescolamento degli equilibri, un intervento imperialistico tanto prepotente quanto spiazzante della Francia sotto la guida del nuovo Bonaparte Macron e la crisi della strategia in braghe di tela dell'imperialismo italiano.


La disgregazione del potere politico e la conflittualità tribale in Libia

Gli attori principali delle attuali dinamiche sono vari.
Innanzitutto, il debole e fantasmatico Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da Fayez Al-Sarraj, insediato a Tripoli dalla prima metà del 2016. Un governo nato senza supporto reale in Libia, vittima costante della guerra settaria di milizie di varia provenienza, immediatamente delegittimato dal parlamento di Tobruk, dal generale Haftar, guida della campagna militare contro gli islamisti e diretta emanazione degli interessi dell'Egitto nella lottizzazione della Libia, e dal parlamento islamista nato sulla campagna di Alba Libica. Tale governo, fin dal principio, ottenne il sostegno dell'ONU e dell'Unione Europea con la benedizione di Obama, Renzi e Hollande, ma nel lungo cammino che porta ad oggi tali sponde si dimostrano non solo non-sufficienti, ma nemmeno così sicure.
È un dato di fatto che il GNA di Sarraj, sostanzialmente, sia il prodotto della necessità delle borghesie libiche legate al petrolio e alla finanza e delle principali aziende petrolifere imperialistiche (Turkish Petroleum Corporation, ENI, Tatneft Company, Total E & P, Statoil, Deutsche Erdoel AG, British Petroleum, Sipex, Medco International), tutte alla ricerca di un minimo di stabilità per riprendere a intessere interessi e commercio. Non per nulla il governo è percepito internamente come tale nonostante la copertura propagandistica dell'unità contro l'ISIS, ma risulta comunque un governo che al momento detiene il controllo sulla NOC (National Oil Corporation), sulla Banca centrale libica e sull'Autorità libica per gli investimenti (LIA, Fondo sovrano libico).
Tale governo si trova subito a fare i conti con i potentati reali libici, prodotti di differenti interessi e di differenti gruppi, clan e famiglie.
Innanzitutto un soggetto che all'attuale si pone sempre più come marginale, ma comunque centrale nei conflitti settari: il governo islamista di Khalifa Ghwell e le milizie a lui fedeli, ciò che rimane del “Nuovo Congresso Nazionale Generale”. Esso fu frutto dell'operazione Alba Libica delle milizie islamiste in opposizione al Congresso Nazionale Generale di Tobruk, nato dalle elezioni del 2014 e sostenitore dell'allora governo Al-Thani, al tempo appoggiato dalle potenze internazionali.
Oggi Ghwell controlla parte della capitale della Libia (Tripoli) e continua a contrapporsi al governo di Al-Sarraj ostinatamente.
Tra i soggetti in campo capaci di sbaragliare completamente le carte in tavola c'è, soprattutto, il generale Khalifa Haftar, il vero uomo forte della Libia, da sempre presente nello scenario delle svariate guerre civili del paese, colpito dalla repressione dell'allora “Decano di tutti i governanti arabi”, il colonnello Mu'ammar Gheddafi. Egli è divenuto il simbolo di un potere militare, tribale e carismatico che ha saputo porsi come ago della bilancia di numerosi eventi cruciali libici.
All'attuale si presenta come nuovo soggetto forte su cui in molti puntano e che fin da principio rapprentava il cavallo dell'Egitto di Al-Sisi - interessato a colpire le emanazioni della Fratellanza Musulmana - e di alcune monarchie saudite.


La seconda guerra civile libica come processo genealogico

Haftar nel 2014 lanciò la campagna “Operazione Dignità” contro i gruppi islamisti che si stavano imponendo nello scenario libico e, in particolare nel contesto di Bengasi, contro il gruppo sunnita-jihadista Ansar-al-Sharia, responsabile di un attacco al consolato USA che provocò la morte dell'ambasciatore americano Stevens. Con questa operazione e l'appoggio delle milizie di Zintan provocò la crisi del governo di Al-Thani, portò a nuove elezioni per il Congresso Generale Nazionale, costringendo entrambi a rifugiarsi a Tobruk, in seguito anche all'attacco a Tripoli da parte delle forze islamiste di Alba Libica (milizie della capitale e di Misurata).
Da Tobruk Al-Thani e il CNG optarono per la protezione e l'appoggio di Haftar e del suo esercito “irregolare”, evidenziando già al tempo come il generale, che rappresentava interessi di potenza di soggetti diversi dal tradizionale imperialismo europeo (Egitto, Emirati Arabi Uniti etc), potesse essere una pedina importante della ricostruzione libica.
La guerra continuò con l'irruzione nella scena delle milizie di Derna, che si affiliarono all'ISIS, inserendosi nella lotta tra gli islamisti di Misurata e Tripoli e le forze raccolte attorno ad Haftar, il parlamento di Tobruk e Al-Thani. Il tutto, come è immaginabile, si giocava nello scontro per il controllo dei porti, dei gangli infrastrutturali principali e , soprattutto, dei pozzi e delle strutture legate al petrolio e al gas.
Qui si inserirono gli interventi delle compagnie petrolifere interessate a cercare un minimo di stabilità e di pace armata che garantisse l'accesso alle enormi riserve petrolifere e di gas della Libia. Infatti la NOC, guidata da Mustafa Sanallah, da quel momento condusse colloqui con tutte le aziende petrolifere imperialistiche – ENI in primis - per cercare il giusto appoggio alla proposta di un Governo di Accordo Nazionale, capitanato dal “burattino” Al-Sarraj. Il principale problema era indirizzare il “Nuovo Congresso Generale Nazionale” (N-CGN) di Tripoli di Alba Libica e il Congresso Generale Nazionale (CGN) di Tobruk a riconoscerlo e unirsi sotto la sua guida. L'immediata mossa della borghesia petrolifera fu garantire il pieno sostegno della Petroleum Facilities Guard, una milizia di 27.000 uomini al servizio della protezione delle strutture petrolifere, dichiarato pubblicamente dal suo presidente non appena Al-Sarraj arrivò a Tripoli. E siamo già nel 2016.
Nonostante questo né il governo islamista di Ghwenn, né il presidente del N-CGN di Tripoli Bushameinn, né il CGN di Tobruk appoggiarono il nuovo governo. Al di là degli interessi delle dirigenze, però, il Congresso di Tobruk sottoscrisse gli accordi di pace che portarono alla proposta di un governo di unità nazionale, ad esclusione della parte inerente la sottomissione delle forze armate e delle milizie ai ministeri del Governo di Accordo Nazionale, a difesa dell'autonomia e del potere del proprio “condottiero” Haftar. Il “Nuovo Congresso Generale Nazionale” (GAN)di Tripoli, invece, si sciolse per sostenere Al-Sarraj mentre le milizie della Libia Occidentale, prima a sostegno del CGN di Tobruk, si schierarono con il nuovo GAN.
Così le parti geografiche si rovesciano. Ora a Tripoli si trova il governo sostenuto dalla maggior parte degli interessi imperialistici, commerciali e politici dell'occidente, sotto la guida di Al Sarraj e con il controllo dell'Occidente della Libia; mentre a Tobruk e nell'Est della Libia Haftar, la Camera dei Rappresentanti (ex CGN) e il governo di Tobruk portano avanti la loro competizione al GAN.
Qui si crea lo scompiglio: il generale Haftar riesce a ottenere l'appoggio militare celato della Francia sfruttando la propria campagna contro ISIS e islamisti; mantiene l'appoggio dell'Egitto e vede l'apertura dei rapporti con la Russia, sempre più interessata alla campagna internazionale contro l'ISIS per emulare, negli strumenti, l'imperialismo USA.
Questa impasse si protrae fino a metà del 2016, quando, vedendo come i poteri internazionali ricreavano determinati rapporti economici e commerciali a favore del governo di Al-Sarraj – tra cui l'ENI, che trovando un giacimento al largo dell'Egitto, comunica la sua aspirazione ad una relazione commerciale che coinvolga Egitto, Israele, Cipro e una Libia pacificata, affidando un 40% del controllo ad una compagnia composta da Edison (Italia), Total (Francia) e British Petroleum (Inghilterra) - anche Emirati Arabi Uniti ed Egitto puntano ad un avvicinamento tra Parlamento di Tripoli e Parlamento di Tobruk con il coinvolgimento della Francia.
In questo scenario l'attacco di Haftar a Bengasi contro gli islamisti qaedisti, scricchiola e rischia l'isolamento a causa dell'esposizione militare degli USA in supporto al GAN di Al-Sarraj nella ripresa di Sirte contro l'ISIS, della non condanna dell'Egitto a quell'atto, del “possibile” ritiro delle truppe francesi da Bengasi con la sola Russia al fianco.
Qui però arriva il colpo di scena di Haftar che nel settembre 2016 si lancia alla presa dei porti petroliferi (Ras Lanuf, Sidra, Brega, Zueitina) contro la Petroleum Facilities Guard fedele al governo di Al-Sarraj, utilizzando l'espediente dell'attacco alle milizie islamiste (Brigate di Difesa di Bengasi, le stesse contro cui sta portando avanti la sua Operazione Dignità) che avevano preso il controllo di una parte di quelle cittadelle strategiche. Questa operazione scompiglia le carte e permette il “ricatto pretrolifero” (come viene definito dall'agenzia di stampa Nena-News) di Haftar al Governo di Accordo Nazionale, che va in escandescenza. I suoi esponenti si susseguono nel condannare l'attacco e nel definirsi unici legittimati a commerciare petrolio e gas libici. Eppure Haftar e il governo di Tobruk pongono immediatamente sotto il controllo della NOC di Sanallah i terminal dei porti, aprendo rapidamente una relazione proficua per la principale compagnia petrolifera nazionale e per gli interessi dei capitali stranieri.
Ma qui Haftar si fa più scaltro. Non punta più alla destituzione di Al-Sarraj tout court e a dominare il Parlamento di Tripoli, ma ad imporre un potere contrattuale e ricattatorio nei confronti del GNA, per affermarsi come uomo forte della Libia, unico in grado di colpire islamisti dell'ISIS e qaedisti, conquistare posizioni del GNA rendendole più sicure, e difendersi dai continui attacchi delle Brigate islamiste, guadagnando un controllo stabile su tutta la Cirenaica.
Al contrario, il governo di Al-Sarraj fatica a difendere la sua sovranità: il Fezzan rimane fuori controllo, parti della capitale sono in mano a milizie contrapposte, gli attentati islamisti continuano a imperversare, le rese di conti tra milizie rendono impossibile la legittimazione del GAN.
Tra la fine del 2016 e l'inizio del 2017, Khalifa Ghwell tenta un colpo di mano a Tripoli occupando militarmente i ministeri e imponendo la fuga al governo di al-Sarraj nella base navale di Abu Seta.


Lo scenario odierno: Haftar, nuovo Napoleone Libico

In questo quadro diviene evidente come Haftar diventi sempre più la pedina vincente degli interessi dell'imperialismo francese in Cirenaica e della proiezione di potenza della Russia nelle risorse energetiche del Mediterraneo. Il generale, infatti, pare abbia siglato un accordo con la Russia: armi in cambio di una base militare in Cirenaica.
Ma, a questo punto, mentre la scommessa di Francia, Egitto e Russia sembra avere la meglio sui qaedisti di Bengasi, mantenere il controllo e la stabilità dei porti di Ras Lanuf e Sidra e rappresentare un elemento di stabilità per tutta la Cirenaica, quella dell'Italia e dell'Unione Europea vacilla e si mostra impotente.
Il governo russo, comunque, non è particolarmente noto per le proprie posizioni “esclusivamente bi-laterali”, per cui di fronte al primo slancio verso Haftar, ridimensiona e relativizza il concreto supporto militare al governo di Tobruk, e apre a confronti anche con Al-Sarraj: lo scopo è arrivare alla riconciliazione, ma ponendo in chiaro il ruolo diretto delle forze armate russe e della scommessa su Haftar.
Nel marzo 2017 Al-Sarraj riceve l'ennesimo colpo. Mentre a Tripoli si susseguivano manifestazioni di piazza contro le milizie islamiste, sparatorie tra milizie rivali e attentati terroristici, le Brigate al-Nawasi, fino ad allora sostenitrici del GNA, occupano la base di Abu Seta, dove si trovava il governo di Al-Sarraj. L'obiettivo è quello di frenare le azioni e le proteste anti-islamiste nei territori controllati dal governo e preservare il monopolio della repressione delle stesse, gestita direttamente dai miliziani di Misurata, per riaffermare il proprio ruolo nel controllo del territorio soprattutto in alcune zone di Tripoli. Tale azione dimostra ulteriormente il ricatto sotto cui è incastrato il governo debole della diplomazia europea ed italiana.
Non per nulla a maggio 2017 si annuncia l'accordo tra Haftar e Al-Sarraj, sponsorizzato da Emirati Arabi Uniti ed Egitto, e con l'avvallo dell'Italia da parte del duo Gentiloni-Eni e degli Stati Uniti di Trump. Tale arrangiamento prevede la costruzione di un unico esercito regolare alle dipendenze del governo di Accordo Nazionale, comandato dall'uomo forte del momento, Haftar. Contemporaneamente, però, Haftar rimette in mostra il proprio peso, impossessandosi di Derna grazie al supporto aereo dell'areonautica egiziana, scatenando, con questa violazione di sovranità, le ire del governo di Al-Sarraj, impotente di fronte alla genialità del rivale.
Unico elemento di riscatto per la pedina dell'imperialismo tricolore disorientato: le milizie fedeli al GAN riescono a far ritirare le truppe di Ghwell a Misurata, provando così a recuperare in parte il controllo della capitale, allontanando la principale minaccia e potere parallelo a Tripoli, capace di fomentare le componenti più islamiste delle tribù a sostegno del GAN.
Tutta l'operazione mostra la sua tela a luglio, lo scorso mese, quando il Generale Khalifa Haftar denuncia, attraverso gli organi del suo Esercito Nazionale Libico, le ingerenze e il supporto fornito agli islamisti jihadisti di Qatar, Sudan e Turchia. Questo viene immediatamente accompagnato dall'interpellanza dell'Egitto in sede ONU in cui si denunciano queste relazioni, legittimando pienamente le operazioni congiunte egiziane e di Tobruk contro gli islamisti in Cirenaica. Il generale con questa comunicazione d'impatto, ribadendo il proprio ruolo egemonico in campo militare, richiama tutte le milizie tribali e i libici a consegnare le armi e unirsi alle forze legittime dell'Esercito Nazionale Libico, per risolvere definitivamente la situazione nel paese. Haftar si pone sempre più come unica personalità detentrice del potere militare e tribale di Libia, il nuovo uomo capace di portare ordine e stabilità contro gli eccessi delle milizie, le aspirazioni di crescita degli islamisti, la minaccia dell'ISIS e le lotte settarie.


Il sorpasso francese sulla strategia dilettante italiana attraverso il Generale Haftar

Qui si consuma l'operazione di rovesciamento degli equilibri attraverso l'intervento del Bonaparte francese, Macròn, e del Napoleone libico, Haftar. Mentre l'Italia era impegnata dalla preparazione di un incontro sull'immigrazione con altri governi europei e africani, il Presidente francese si rende protagonista di un accordo, siglato il 25 luglio sotto l'egida delle Nazioni Unite, tramite il nuovo inviato Salame, tra Haftar stesso e Al-Sarraj. Tale accordo sancisce internazionalmente l'affermazione di Haftar, con l'appoggio aperto di Francia, Egitto, Russia e Cina e in contrappeso alla debolezza di Al-Sarraj. Il tutto con la totale messa in disparte dell'imperialismo italiano, neppure informato dell'incontro anche se ringraziato ufficialmente da Macròn per il lavoro svolto fino a qui, parole che sottintendono un invito a lasciare spazio a chi gioca sul serio e a chi investe sui cavalli vincenti con una strategia di cornice dotata di lungimiranza.
L'armata brancaleone del Partito Democratico e dell'imperialismo italiano prende lo smacco più grande, tagliato fuori dai giochi nel proprio giardino di casa, neppure invitato al consesso internazionale che sanciva il rilancio in pompa magna dell'intervento francese e della affermazione degli interessi capitalistici e militari dell'Eliseo come della Russia.
Dal governo italiano partono così disperati tentativi di riconfermare un ruolo di attore regionale nevralgico, cercando di venire incontro alla necessità di una politica interna in grado di concorrere con destra leghista e Movimento 5 Stelle nel cavalcare il populismo razzista e reazionario, e a quella di recuperare un'immagine internazionale, attraverso un intervento diretto per venire in soccorso dello sgangherato alleato in decadenza Al-Sarraj. In poche parole si cerca di mettersi il fez in testa in Italia e di mettere in mostra un teatrino imperialistico a dir poco farsesco.
Un gioco pericoloso che si consuma sulla pelle di migranti e profughi. Il primo passo del governo, subito dopo il vertice con Macròn, è quello di chiamare a rapporto in Italia al-Sarraj, il quale, cercando nuovo supporto da chiunque possa fornirgli un appiglio, finisce per richiedere il supporto italiano contro i trafficanti. Dopo che già nel 2016 il governo italiano inviò, in termini più propagandistici che di reale supporto militare, 300 uomini (di cui 100 militari) attorno ad un campo medico militare a Misurata per fornire supporto contro l'ISIS; dopo che a giugno 2017 il ministro Alfano ha riconfermato, ad Agrigento, gli accordi economici italo-libici per riaffermare il ruolo dei capitali italiani nella ricostruzione; ora si tenta l'approccio dell'ex membro del PCI, Minniti. Quest'ultimo, in un incontro a Tunisi con il governo di Tripoli, ha cercato di avviare trattative per la costruzione di un area di “Ricerca e Salvataggio” (Search and Rescue, i marines de'noantri) in cui le forze di polizia italiane possano collaborare con la Guardia Costriera libica inviando proprie navi nel contrasto all'immigrazione. Il governo italiano cerca di superare a destra i neofascisti di Generazione Identitaria e dell'operazione Defend Europe, e combina il pasticcio più grande, colpendo definitivamente la credibilità del proprio uomo in Libia.
Al-Sarraj viene immediatamente attaccato da Haftar, che contemporaneamente condanna anche l'ingerenza “coloniale” italiana: la sovranità della Libia non si tocca, soprattutto se mette in discussione il primato ormai consolidato di Haftar, sancito dal nuovo accordo con Egitto, Francia e Russia.
A questo fa seguito la sostanziale ribellione interna dei vice di Al-Sarraj, che rappresentano il sostegno delle principali milizie o componenti dello sgangherato “esercito regolare”. Così il Governo di Accordo Nazionale sancisce la fascia di mare adibita al “Search and Rescue” e immediatamente il generale Ayoub Qassem, della Marina Militare di Tripoli, a nome anche della Guardia Costiera libica, vieta a qualsiasi nave straniera, sia essa ONG o italiana, di entrare senza autorizzazione nelle acque definite in quella zona, ben più ampia delle semplici acque territoriali libiche.
Non a caso è di poche ore fa la notizia di un avvertimento della Marina a suon di scariche di mitraglietta sulla nave Open Arms dell'ONG spagnola Proactiva. Atto a cui consegue la sospensione, da parte di Medici Senza Frontiere, degli interventi di salvataggio, visto lo scenario di denigrazione, attacco e generale diffamazione da parte italiana e l'avvertimento riguardo la disponibilità ad utilizzare le armi della Guardia costiera e della Marina libiche.
In tutto questo si consuma il crollo di appoggio per Al-Sarraj, che rimane sotto lo scacco di tutti gli attori già citati (Fezzan, milizie islamiste, Ghwani, che spesso trascina a sé le potenti milizie di Misurata, alleati interdetti dalla sudditanza al “colonialismo” italiano ed europeo etc) e che ora, si ritrova con una crisi interna, in cui, uno dei suoi quattro vice, Fathi al-Majbari, che rappresenta parte delle milizie della Tripolitania, spinge per una fronda interna contro l'ormai moribondo Al-Sarraj.

Haftar si conferma sempre di più come lo strumento per la ricostruzione della Libia e per la pacificazione delle oltre 220 milizie in campo, alfiere di interessi imperialistici nuovi e disposti a tutto per affermare un proprio ruolo nella regione. Prima fra tutti la Francia con l'intento di ricostruire il proprio canale coloniale che coinvolge Ciad, Mali e Niger, dei quali controlla valuta ed economia; la Russia, che cerca di porre la propria testa di ponte in Cirenaica; e l'Egitto, che vuole cavalcare la battaglia agli islamisti per rafforzare la propria posizione anche nel fronte interno con i Fratelli Musulmani.
Nel quadro degli equilibri tribali interni, inoltre, continua a strappare dimostrazioni di fedeltà e sostegno da un numero sempre maggiore di tribù, soprattutto le più influenti, strappandole all'ambiguo e debole governo di Al-Sarraj. Tra quelle che son passate a sostenere il nuovo generale di ferro, indebolendo Al-Sarraj, ci sono le tribù Mshait, Obeid, Fwakher, Drasa ma soprattutto le potentissime Warfallah e Gharyan.
Haftar ora si pone, da ottimo Bonaparte, anche come risolutore del problema che affligge il fronte interno italiano: i migranti.
Si lancia così nella proposta di una soluzione senza mediazioni fondata su alcuni capisaldi: l'inutilità e la scarsa sostenibilità del tentativo di fermare il flusso migratorio sulle coste, che significherebbe sobbarcare alla Libia il peso di masse di poveri e diseredati; il divieto a qualsiasi nave, in particolare quelle italiane e delle ONG, di entrare nelle acque territoriali libiche e nella fascia di S&R; il rifiuto degli accordi che Al-Sarraj ha stilato su questo tema, etichettandoli come illegali, illegittimi e dannosi per la Libia e la sua sovranità; l'invito a fornire al suo esercito 20 miliardi di dollari con cui costruirà un sistema militare di filtro e blocco dei flussi a sud della Libia, giocando a spostare sempre più giù la frontiera europea.
- “Dobbiamo invece lavorare assieme per bloccare i flussi sui 4.000 chilometri del confine desertico libico nel sud. I miei soldati sono pronti. Io controllo oltre tre quarti del Paese. Possiedo la mano d'opera, ma mi mancano i mezzi. Macron mi ha chiesto cosa ci serve: gli sto mandando una lista. Corsi di addestramento per le guardie di frontiera, munizioni, armi, ma soprattutto autoblindo, jeep per la sabbia, droni, sensori, visori notturni, elicotteri, materiali per costruire campi armati di 150 uomini ciascuno altamente mobile e posizionati ogni minimo 100 chilometri. Stimo il costo in circa 20 miliardi di dollari distribuiti su 20 o 25 anni per i Paesi europei uniti in uno sforzo collettivo”.
Insomma Haftar sembra l'ultima spiaggia per l'imperialismo italiano, se non vuole rimanere fuori dai giochi ed essere definitivamente sorpassato dalla Francia, nonostante debba ammettere al mondo intero di aver fallito completamente strategia e di aver dimostrato una pessima capacità di gestione dei rapporti e delle relazioni diplomatiche. Il nuovo generale macellaio, pronto a porsi alla guida di un governo al servizio degli imperialismi, si mostra internazionalmente come il solo cavallo vincente e capace di districarsi nel caos libico, sintetizzando gli interessi delle borghesie tribali libiche più ricche e delle borghesie europee, che necessitano di stabilità e lottizzazione delle risorse e di risposte vendibili mediaticamente sul tema migratorio.
In tutto questo, trafficanti, generali e politici utilizzano come principale merce di scambio proprio i migranti che, negli oltre 12 centri di detenzione libici (veri e propri lager, e sono solo quelli ufficiali), sono costretti a torture, condizioni di vita e di igiene bestiali, pestaggi, uccisioni sommarie, deportazioni. Di questi 12, alcuni sono sotto il controllo di Haftar (circa 5) e altri sotto la debole giurisdizione di Al-Sarraj (circa 6), mentre almeno uno è in mano agli islamisti legati al Califfato.
Questo è l'effetto dell'imperialismo e della lotta tra borghesie nazionali per accaparrarsi lo sfruttamento e il commercio di determinate risorse, riducendo gli attori locali in semplici pedine del gioco sporco dei vari esecutivi al servizio dei conglomerati di capitali imperialistici casalinghi.
Ad aggravare qualsiasi prospettiva alternativa nello scenario libico è, poi, la particolare composizione sociale di questo paese e della sua popolazione.
Da sempre la Libia e il “popolo” libico non riconoscono un potere statale “nazionale”. I libici, innanzitutto, percepiscono e costruiscono la propria identità sulla base delle divisioni tribali, vere e proprie organizzazioni sociali, economiche ed ideologiche: si stima che le più importanti siano circa 140-150, di cui 30, le più influenti e potenti, hanno determinato gli equilibri politici nel corso della tormentata storia del paese. La Libia, inoltre, è divisa etnicamente e politicamente in tre grandi regioni, grazie alle mire di semplificazione di gestione coloniale fin dal periodo romano, che esprimono raggruppamenti di tribù in competizione tra loro: la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan. Allo stesso tempo le divisioni etniche più importanti raccolgono le varie tribù in grandi conglomerati etnici: i berberi (nel nord-ovest), gli arabi/berberi (in tripolitania e in genere nel nord), i tuareg (a sud-ovest) e i tobou (nel sud-est).
Completamente assente per tutti i proletari di questo paese è una coscienza di classe, schiacciata da questo tipo di appartenenze e sovrastrutture ideologiche e sociali.
I fenomeni di urbanizzazione che si sono sviluppati sotto l'era del Rais Gheddafi (personificazione dello strapotere della propria tribù, sostenuta dalle tribù della Tripolitania: Warfallah, Magariha e le tribù Zentan. la principale ossatura dell'esercito del Rais e l'attuale principale base militare di Haftar), iniziano a dar vita ad un primo proletariato urbano, mentre l'ossatura principale del mondo operaio ruota attorno al petrolio (estrazione, raffinazione, trasporto e logisitica portuale), essendo la Libia il secondo paese esportatore dopo la Nigeria, mentre gran parte della popolazione vive di pastorizia e, solo in alcuni casi e in zone particolarmente fertili di agricoltura.
Uno scenario difficile per un paese profondamente arretrato, socialmente ed economicamente, eppure così strategico nei giochi economici, finanziari e politici dell'Africa e dell'Europa.
Cristian Briozzo