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Ipocrisia nazionalista a cinque stelle

“La Francia è colonialista in Africa ed è causa della fuga dei migranti in Italia” esclamano Di Battista e di Maio, per contendere i voti a Salvini. Fratelli d'Italia plaude entusiasta, reclamando un primato nazionalista. Anche Stefano Fassina, di Patria e Costituzione, si allinea al coro contro “le politiche neocoloniali della Francia”.

Quanta sudicia ipocrisia in questa recita elettorale!

Che l'imperialismo francese difenda in Africa la propria area di influenza non c'è alcun dubbio. Che lo faccia con l'arroganza propria della vecchia potenza grandeur è altrettanto vero. Era vero anche quando Di Maio un anno fa scriveva compunto a Macron esaltando il suo successo elettorale e rivendicando una assonanza tra M5S e En Marche. Ma lasciamo perdere. Il punto è un altro: l'imperialismo italiano dove lo mettiamo?

Già, perché nella migliore tradizione nazionalista, il colonialismo è sempre quello degli altri, in particolare quello delle potenze concorrenti. Anzi, nel nome della denuncia dell'imperialismo altrui si nasconde il proprio imperialismo nazionale e le sue ambizioni di potenza. La storia italiana è emblematica. Prima il giolittismo in Libia, poi il fascismo in Etiopia giustificarono le peggiori gesta dell'imperialismo patrio nel nome della contrapposizione ai vecchi imperi coloniali e del diritto dell'Italia a un posto al sole. In forme certo molto diverse oggi si ripropone proprio quel vecchio spartito.

Di Maio e "Dibba" si diffondono nella denuncia delle pratiche di sfruttamento condotte dalla Francia contro la “sovranità” dei paesi del Sahel. Bene. Ma le pratiche di sfruttamento condotte dal capitalismo tricolore di casa nostra non sono meno ciniche e brutali. ENI è la principale azienda operante in Africa, traffica col regime assassino di al-Sisi in Egitto, si accaparra giacimenti in Nigeria a suon di mazzette, contende alla Total (guarda caso francese) il controllo del petrolio libico e dunque il controllo politico della Libia. La Salini Impregilo estende il proprio raggio d'azione in Corno D'Africa, erige dighe che affamano i contadini di Etiopia, espande i propri affari in Eritrea a braccetto col regime reazionario che la domina, sbarca in Kenya a rimorchio di ENI e delle sue tre piattaforme offshore. I grandi marchi italiani dell'industria tessile (Moncler, Tod's, Armani, Prada, Gucci, Dolce & Gabbana) sfruttano migliaia di proletari africani in condizioni di lavoro e di vita invivibili, magari attraverso aziende collegate come il caso della Sonoma in Madagascar, grande fornitrice di capi di lusso per i vari marchi del made in Italy, che paga gli operai 30 dollari al mese per 12 ore di lavoro giornaliere. Per non parlare, in Asia, dello sfruttamento delle operaie del Bangladesh, che oggi si ribellano con scioperi di massa anche a padroni italiani. Potremmo continuare a lungo.

Si dirà che tutto questo riguarda i capitalisti italiani ma non l'Italia come Stato e governo. Sbagliato. È vero l'opposto. Lo Stato e i governi italiani (tutti) si muovono proprio a supporto dei capitalisti tricolore. Se i capitalisti italiani fanno affari, contendendoli ai propri concorrenti (magari francesi) è proprio perché interviene lo Stato italiano. È nata non a caso l'Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, che interviene con una dotazione finanziaria pubblica (soldi presi dalle tasche dei lavoratori italiani) in ventidue paesi di cui ben nove nel cuore dell'Africa (Burkina Faso, Senegal, Niger, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Mozambico). Tra questi paesi, guarda caso, figurano le vecchie colonie italiane. In cosa consiste l'intervento italiano? Semplice. È la politica dei prestiti condizionati: si fa prestito ai governi e regimi locali perché predispongano commesse per le aziende italiane, o acquistino prodotti italiani, o concedano terreni semigratuiti a investitori italiani, o privatizzino beni e servizi a vantaggio di acquirenti italiani. Una normale politica di saccheggio. Per ingrassare i capitalisti tricolori il paese in questione si indebita e poi rincorre senza fine il pagamento del debito e i relativi interessi alla madrepatria italiana, in una dinamica di spoliazione progressiva. I flussi migratori, anche verso l'Italia, sono il prodotto, diretto o indiretto, di questa rapina. Non solo italiana, ma anche italiana. In alcuni paesi soprattutto italiana.

“L'Africa avrà il suo futuro quando la Francia se ne andrà a casa sua” esclama il Dibba. Così ci sarà posto per l'Italia: questo è il sottotraccia dello slancio anticoloniale contro la Francia. Quanto a Giuseppe Conte, è appena tornato da un viaggio in Africa presso tutti i paesi contesi alla Francia e ai suoi affari col solito codazzo di amministratori delegati e creditori. Il governo del cambiamento non ha cambiato in nulla neppure in questo.

Quanto a noi, siamo e restiamo contro gli imperialismi di tutti i colori, a partire innanzitutto dal nostro. A fianco degli sfruttati di ogni colore, contro i capitalisti di ogni bandiera.
21/01/2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Governo Gentiloni: il renzismo senza Renzi


13 Dicembre 2016

Il “nuovo” governo Gentiloni è la continuità mascherata del renzismo. Una forma di renzismo senza Renzi. Un governo-ponte che nelle intenzioni di Renzi dovrebbe dargli il tempo di preparare la sospirata rivincita elettorale. Il più presto possibile, s'intende, nella speranza di travasare sul PD il 41% del Sì alla riforma costituzionale (bocciata).

Per coltivare il sogno della rivincita, Renzi aveva tre necessità complementari. La prima: fare un (breve) passo indietro nella scena politica, per onorare le promesse pubbliche in caso di sconfitta e provare a riabilitare la propria immagine ammaccata. La seconda: disporre di un potere di controllo sul nuovo governo ed in particolare sulle scelte delicate in fatto di nomine pubbliche (che sono parte del blocco di potere del renzismo). La terza: disporre di un governo sufficientemente debole, incapace di fargli ombra, incapace di travalicare i tempi brevi che Renzi gli ha assegnato.

Il governo Gentiloni risponde a queste necessità. Matteo Renzi conserva una propria presenza diretta nell'esecutivo grazie all'inserimento di Luca Lotti e di Maria Elena Boschi, la più stretta scuderia renziana. Affida la partita decisiva della prossima legge elettorale ad Anna Finocchiaro, la cui fedeltà è stata già sperimentata nel fiancheggiamento diretto di Boschi lungo lo scontro sulla riforma istituzionale. Preserva i propri ministri economici fondamentali (Padoan e Poletti), per preservare il patto di ferro con Confindustria e con le banche. Offre rappresentanza ministeriale a tutte le correnti della maggioranza filorenziana del PD, per assicurarsi il controllo del fronte interno al partito al piede di partenza del suo congresso. Cancella la sola ministra Giannini, ormai bruciata sull'altare della Buona Scuola, e zavorra più di ogni altra per l'immagine del renzismo. Respinge infine la candidatura ministeriale di Verdini, sia per evitare nuovi appesantimenti di immagine, sia soprattutto perché un governo più ballerino sui numeri al Senato avrà maggiori difficoltà a durare, e potrà essere più facilmente sfiduciato.

Questa operazione tuttavia ha due punti di debolezza.
La prima è l'immagine pubblica obiettivamente provocatoria di un governo che schiera in prima fila tutte le figure sconfitte dal No del 4 dicembre: la garanzia di controllo renziano sul governo viene pagata al caro prezzo di una sfrontata continuità ministeriale. Il renzismo senza Renzi oltre una certa soglia di impudicizia rischia di zavorrare ulteriormente proprio l'immagine di Renzi e le sue ambizioni di rivincita.

Il secondo fattore di complicazione riguarda il rapporto con una parte non irrilevante dei poteri forti. Poteri a suo tempo tutti schierati col renzismo nel momento della sua ascesa e delle sue promesse di stabilizzazione reazionaria, ma che oggi diffidano dello spirito avventuriero di un (aspirante) Bonaparte sconfitto che rischia di anteporre la propria sete di rivincita all'interesse generale di sistema. Lo sguardo critico della grande stampa borghese verso un governo paravento delle ambizioni del renzismo è sintomatico di questa preoccupazione. La stessa Presidenza della Repubblica ne è investita.

Resta il fatto che il governo Gentiloni continuerà le pratiche correnti del renzismo e del grande capitale contro i lavoratori italiani. La continuità della gestione del Jobs Act. La continuità della detassazione dei profitti già sigillata dall'ultima Legge di stabilità, a carico di spese e protezioni sociali. La continuità del soccorso pubblico al potere bancario, con l'annunciato salvataggio del Monte dei Paschi di Siena a carico dei lavoratori contribuenti. La continuità delle politiche di segregazione e di espulsione dei migranti, in sintonia con la campagna del populismo reazionario (Salvini e Di Battista).

La costruzione di un'opposizione sociale, unitaria e di massa, contro il renzismo e la sua versione mascherata, è l'unica via per dare una prospettiva progressiva alla vittoria del No del 4 dicembre.
Partito Comunista dei Lavoratori