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Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

 


Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista

Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di intesa e venerdì è previsto un accordo di cessate il fuoco che comprenda tutti i fronti, compreso il Libano, e il ritiro delle forze sioniste.

Allo stesso tempo, la zona sud di Beirut è stata bombardata, in concomitanza con l’espansione delle operazioni israeliane nel sud del Libano, con l’intento di dividere i due fronti, imporre la propria presenza e perseguire i propri interessi nella regione.

Ciò è diventato evidente da quando, alla fine di maggio, Netanyahu ha minacciato di bombardare massicciamente Beirut, e l’esercito dell’entità sionista ha ordinato alla popolazione della zona sud di Beirut e del sud del Libano di evacuare le proprie case prima che fossero ridotte in macerie. Si tratta di una guerra permanente contro il Libano.

Nel frattempo, l’invasione delle Forze di Difesa Israeliane prosegue. Ha raggiunto la periferia della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, roccaforte della resistenza, e ha issato la propria bandiera sulle rovine strategiche del castello medievale dei crociati, situato sulla cima di una montagna, violando ancora una volta il cessate il fuoco concordato nell’aprile del 2026. Hanno inoltre minacciato le principali città di Sidone e Tiro e hanno recentemente emanato ordini di evacuazione totale di una regione che si estende a nord fino al fiume Zahrani, 10 km a nord del fiume Litani.

L’obiettivo di questa guerra è chiaro: il nemico sionista mira a conquistare e occupare in modo permanente il sud del Libano. Pertanto, la resistenza deve essere schiacciata e l’intera popolazione deve essere cacciata in modo permanente. Il cosiddetto accordo di cessate il fuoco ha portato all’attuale occupazione della zona a sud del fiume Litani, con oltre un milione di abitanti sfollati. Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno raso al suolo e fatto saltare in aria villaggi, ormai svuotati dei loro abitanti, dimostrando così la loro intenzione di rendere permanente l’occupazione.

Il governo israeliano proclama non solo di voler sradicare i combattenti di Hezbollah, ma anche di voler distruggere la loro base sociale, ovvero la popolazione prevalentemente sciita della zona, che si stima superi il 30 per cento della popolazione del Paese. Ciò dimostra, contrariamente alle intenzioni dei sionisti, che i combattenti di Hezbollah costituiscono effettivamente una forza di resistenza legittima, organicamente legata ai residenti rimasti e a quelli sfollati, costituiti in gran parte dalla popolazione sciita.

I comunisti di tutto il mondo, pur non condividendo la politica e la strategia islamista di Hezbollah, hanno il dovere assoluto di sostenere questa resistenza e di denunciare le Forze di Difesa Israeliane attraverso una lotta organizzata contro l’imperialismo, che sta cercando di estendere il proprio genocidio e la propria pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania.

Netanyahu lo ha chiarito in modo inequivocabile quando ha annunciato la conquista dello storico Castello di Beaufort (Qal’at al-Shaqīf). In un’intervista alla BBC, ha descritto l’evento, secondo le sue stesse parole, come «l’abbattimento della barriera della paura» e ha confermato che «prenderanno l’iniziativa di operare su tutti i fronti in Siria, a Gaza e in Libano».

IL REGIME SIONISTA CERCA DI APPROFITTARE DELLA SITUAZIONE

Ci sono diverse ragioni, tra loro collegate, per cui lo Stato sionista sta spingendo in questa direzione proprio ora.

In primo luogo, lo stesso regime sionista è diventato sempre più aggressivo, barbaro ed espansionista dall’ottobre 2023 in poi. Il governo e le forze fasciste in Israele, in particolare, vedono l’opportunità di continuare il genocidio a Gaza, di cui ora controllano almeno il 60% del territorio, che si estenderà al 70%, secondo quanto dichiarato da Netanyahu il 21 maggio. Nel frattempo, Israele prosegue l’annessione de facto di porzioni sempre più ampie della Cisgiordania. E vede la possibilità di occupare in modo permanente vaste aree del Libano nella loro spinta verso la creazione di un “Grande Israele”. Ciò deriva dalla logica espansionistica intrinseca allo stesso Stato sionista.

Naturalmente, esistono anche altre ragioni contingenti, come l’utilizzo dell’aggressione permanente come mezzo per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne del governo di Netanyahu. Ma l’inesorabile espansione di uno Stato coloniale ha un carattere più fondamentale. Non ci sarà mai una pace duratura con i suoi vicini, né si porrà fine alla distruzione del popolo palestinese, fintanto che esisterà lo Stato razzista sionista.

Sono molteplici le ragioni che determinano l’attuale possibilità di espansione di cui approfitta lo Stato sionista: dall’attuale crisi dell’egemonia statunitense nella regione al continuo sostegno delle potenze occidentali alla complicità dei regimi reazionari arabi e alla pronta tolleranza delle politiche sioniste da parte, tra gli altri, di Russia e Cina.

Israele ha colto la guerra reazionaria contro l’Iran come un’opportunità per attaccare il Libano.

Ironia della sorte, il fallimento degli Stati Uniti nella guerra che aveva per obiettivo rovesciare gli islamisti a Teheran e imporre un cambio di regime filoccidentale ha portato a una situazione fragile, in cui i “negoziati” proseguono parallelamente agli attacchi statunitensi e alle controffensive iraniane. La difficoltà di concordare un cessate il fuoco, che possa in qualche modo essere presentato come un “successo”, consente a Israele di proseguire la propria guerra nonostante le pressioni dei suoi alleati di Washington e dell’Europa occidentale. Finché l’esercito statunitense presenterà i propri continui attacchi contro l’Iran come “autodifesa”, i sionisti useranno la stessa urgenza e la stessa scusa per la loro invasione del Libano, anche se sono consapevoli che l’Iran non può accettare un accordo con gli Stati Uniti fintantoché Israele continua la sua guerra contro il Libano.

Sebbene l’attuale invasione e campagna militare in Libano contraddica il tentativo degli USA e dell’Europa occidentale di giungere a una soluzione reazionaria nella regione e di mediare un accordo con l’Iran, questi non sono disposti a esercitare alcuna pressione decisiva contro il loro alleato sionista. Ciò è il risultato delle contraddizioni interne della “strategia” di Trump, nonché delle divisioni interne all’establishment statunitense. Per quanto riguarda le principali potenze imperialiste europee – in particolare la Gran Bretagna e la Germania – su questo punto esse seguiranno gli Stati Uniti e, di conseguenza, continueranno a sostenere «incondizionatamente» il «diritto di Israele all’autodifesa».

Pertanto, i sionisti potranno proseguire la loro guerra nelle sue diverse forme, e cercheranno di raggiungere i propri obiettivi, nella situazione attuale, anche in caso di cessate il fuoco.

COME SI PUÒ FERMARE IL SIONISMO?

Il popolo libanese ha tutto il diritto di resistere all’aggressione sionista. La classe operaia internazionale, i socialisti, i comunisti, i sindacati e i partiti devono mobilitarsi a suo sostegno, proprio come sostengono il popolo palestinese nella sua lotta contro il genocidio.

In Libano il governo svolge un ruolo particolarmente infido. Si rifiuta di mobilitare l’esercito per la difesa del Paese. Non solo viene meno a questo dovere elementare, ma si impegna addirittura in negoziati con il nemico, concordando “tregue” e “cessate il fuoco” che i sionisti violano costantemente.

Per mesi, tutti i discorsi sulla tregua sono stati un tentativo deliberato di ingannare l’opinione pubblica e nascondere la continuità dell’aggressione sotto forme diverse. Il sud del Libano non ha mai vissuto una tregua, ma piuttosto una guerra aperta portata avanti con molteplici metodi: bombardamenti quotidiani, omicidi mirati, occupazione continua del territorio e progressiva espansione delle aree su cui il nemico impone il proprio controllo militare diretto.

Ma le autorità libanesi si rifiutano di opporsi ai sionisti. Sono diventate burattini degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali, prive di qualsiasi potere contrattuale e totalmente dipendenti dai sostegni economici imperialisti. Imporre in modo permanente un regime fantoccio di questo tipo, tuttavia, richiede anche lo schiacciamento di tutte le forze di resistenza e di malcontento popolare all’interno del Libano.

Per quanto riguarda Hezbollah, esso continua a contrastare l’occupazione nei limiti delle possibilità disponibili e grazie al sacrificio dei propri combattenti. Ma la natura islamica e borghese della sua politica, la sua dipendenza da un’alleanza con il regime reazionario iraniano e il suo ruolo nelle passate lotte di massa proprio in Libano, rendono impossibile per Hezbollah fornire una strategia e un programma in grado di unire l’intera classe lavoratrice, i giovani e i poveri delle città di tutto il Paese, superando le divisioni confessionali e identitarie su basi di classe.

La classe lavoratrice e le masse popolari libanesi devono unirsi alla resistenza contro il nemico sionista. Ma devono farlo sulla base di un programma che colleghi la lotta contro il sionismo e l’imperialismo alla lotta per una soluzione socialista. Cioè un programma di rivoluzione permanente, per un Libano socialista come parte di un mondo socialista. Per questo è necessario costruire un partito rivoluzionario nel pieno di questa battaglia.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) esprime solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo libanese. Sosteniamo i nostri compagni libanesi della LIS, i loro sforzi per allargare la lotta contro l’occupazione in qualsiasi modo e il loro obiettivo di costruire un ampio fronte, politicamente attivo e presente sul territorio, che riunisca lavoratori, studenti, sindacati, forze progressiste e tutti coloro che rifiutano la normalizzazione e la resa.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Ma nonostante il loro eroismo e la loro lotta, le masse libanesi da sole non saranno in grado di fermare l’esercito israeliano e la sua enorme potenza militare. L’aggressione sionista può essere invece fermata e sconfitta se la classe lavoratrice araba, statunitense ed europea costringerà i propri governi a interrompere il sostegno militare allo Stato sionista e a recidere i legami finanziari ed economici.

Ciò significa che le organizzazioni dei lavoratori – compresi i partiti riformisti di massa e i sindacati – devono mobilitarsi in massa per intensificare la pressione sui governi occidentali che favoriscono e sostengono i crimini di Israele, e sui regimi della regione che ostacolano o non fanno nulla per sostenere la resistenza contro di essi. Nel farlo, dobbiamo combattere le leggi e la propaganda che dipingono Hezbollah come un’organizzazione terroristica, mentre presentano Israele come un modello di democrazia. Milioni di persone, soprattutto tra i giovani, hanno ora smascherato tutto ciò.

Dobbiamo lottare per boicottare ogni forma di appoggio e di aiuto militare e culturale a Israele, ed esigere la condanna per il genocidio di cui è autore. I lavoratori devono imporre le proprie sanzioni contro Israele, come hanno fatto in diverse occasioni i lavoratori portuali greci e italiani. La sinistra di tutto il mondo deve inoltre inviare aiuti ai comunisti libanesi, alle organizzazioni studentesche e ai sindacati, affinché si possa indicare una prospettiva di classe e rivoluzionaria al popolo lavoratore del Libano che sta soffrendo.

– Fermare i bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane e l’espulsione della popolazione libanese.

– Sconfiggere l’aggressione e l’occupazione sionista! Fuori dal Libano tutte le forze sioniste e liberazione degli ostaggi sequestrati.

– Israele, USA e Stati europei che sostengono il sionismo paghino integralmente per la ricostruzione di tutti i villaggi e delle aree devastate del Libano.

– Sostegno alla resistenza popolare! Sostegno ai comunisti e ai sindacalisti libanesi!

– Per un Libano socialista, parte di una Federazione socialista della regione del Medio Oriente e Africa del Nord!

Dichiarazione della LIS – Fuori Israele dal Libano

 


Sconfiggere il mostro sionista è una causa di tutta l’umanità. Solidarietà attiva con il popolo libanese

Il 2 marzo, appena due giorni dopo l’inizio dell’aggressione sionista e statunitense contro l’Iran, lo Stato genocida di Israele ha invaso il Libano. Solo nell’ultimo mese, Israele ha sottratto oltre il 15% del territorio nel sud del Paese, distrutto più di 10.000 abitazioni e costretto alla fuga un milione di persone su una popolazione totale di poco più di sei milioni. Le azioni criminali di Israele, cioè non solo l’incursione del suo esercito ma i bombardamenti in tutto il paese, hanno già ucciso più di 1.500 abitanti. Solo l’8 aprile, in dieci minuti, hanno lanciato più di 160 missili sulla popolazione civile indifesa di Beirut, distruggendo interi edifici e infrastrutture e causando 300 nuove vittime.

Gli attacchi del sionismo contro il Libano e altri paesi del Medio Oriente sono iniziati diversi anni fa. Queste azioni fanno parte della strategia dello Stato di Israele e degli Stati Uniti per ridisegnare la mappa del Medio Oriente in modo da soddisfare i propri interessi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito al genocidio sionista in corso a Gaza, all’avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, all’invasione della Siria, ai bombardamenti dello Yemen e all’attacco criminale contro l’Iran, in cui gli israeliani hanno sganciato decine di migliaia di bombe e ucciso migliaia di bambini e civili, oltre a funzionari del regime. L’aggressione che hanno scatenato nella regione ha portato alla diffusione del conflitto in più di dieci paesi, e minaccia di continuare ad espandersi.

L’imperialismo e Israele hanno incontrato una resistenza inaspettata in Iran. La fragile tregua firmata di recente ha rappresentato per Trump una via d’uscita dalla situazione estremamente complessa in cui si trova. Afflitto dalla sua crescente impopolarità in patria e dalla crisi economica causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, ha dovuto firmare una tregua e accettare di negoziare un accordo che, se portato a termine, rappresenterebbe una chiara vittoria per l’Iran e dimostrerebbe che il mostro non è invincibile. Ma dovremo aspettare e vedere come si evolveranno gli eventi. Il giorno dopo la presunta tregua, Israele ha sferrato l’attacco più sanguinoso contro Beirut a recente memoria d’uomo. Per rappresaglia, l’Iran ha chiuso nuovamente lo Stretto di Hormuz.

Israele, che è stato costretto a sostenere il cessate il fuoco in Iran, si rifiuta di estendere il cessate il fuoco al Libano. Ciò aggraverà la crisi umanitaria e la possibilità che scoppi una guerra civile confessionale nel Paese, poiché le centinaia di migliaia di sfollati provenienti dal sud, per lo più la base sociale e religiosa di Hezbollah, sono costretti a stabilirsi in zone a maggioranza cristiana, il che ha già iniziato a causare attriti e scontri.

Netanyahu sta affrontando aspre critiche sul fronte interno per aver accettato di sospendere l’offensiva contro l’Iran senza aver raggiunto gli obiettivi promessi. La sua posizione sul fronte interno è sempre più precaria. Esiste la possibilità che perda le elezioni e finisca per essere accusato di corruzione. Questo spiega il suo approccio aggressivo in Libano.

È necessaria una campagna internazionale per sostenere il popolo libanese e opporsi alla brutale aggressione portata avanti dall’enclave colonialista. Il Libano ha tutto il diritto di difendersi. E i rivoluzionari e coloro che difendono la democrazia in tutto il mondo hanno l’obbligo di stare al loro fianco e lottare per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano.

GUERRA ESTERNA E INTERNA

Mentre nel sud infuria il combattimento corpo a corpo contro gli invasori, il governo libanese sta manifestando la propria disponibilità a negoziare e a riconoscere, per la prima volta nella storia, l’esistenza dello Stato di Israele. È arrivato addirittura a ritirare il proprio esercito dal sud del Paese per agevolare l’incursione dell’esercito israeliano. La sua priorità è diventata il conflitto confessionale con Hezbollah, che cerca di sconfiggere e disarmare, invece che la difesa del paese dall’invasione sionista.

A sua volta, Hezbollah, nonostante il suo eroismo, è incapace, a causa della sua ideologia confessionale e della sua subordinazione agli interessi dell’Iran, che pone anche al di sopra degli interessi del popolo libanese, di unire la maggioranza della popolazione attorno al suo progetto e di guidare un processo di liberazione nazionale.

Ciò rende più che mai necessario contribuire a costruire un’alternativa politica rivoluzionaria, in grado di unire le masse sfruttate e oppresse attorno a una strategia non confessionale, che lotti per sconfiggere il sionismo e al contempo liberare definitivamente il Paese dalla sottomissione semicoloniale e dal saccheggio di cui è vittima per mano di molte potenze imperialiste. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario strappare il potere alle molteplici espressioni della borghesia libanese e instaurare un governo dei lavoratori e dei poveri.

Questa prospettiva può essere realizzata solo nell’ambito di una lotta internazionale, a fianco degli altri popoli arabi, che devono affrontare la sfida di liberarsi delle monarchie e dei governi dittatoriali complici degli interessi imperialisti, e di unirsi a una rivoluzione nella regione che istituisca una libera federazione di repubbliche in Medio Oriente. Crediamo che solo da comunisti si possa ottenere una vittoria definitiva sull’occupazione e sull’imperialismo.

SOLIDARIETÀ ATTIVA CON IL POPOLO LIBANESE

Il popolo libanese ha bisogno di noi. Come Lega Internazionale Socialista (LIS) lanciamo un appello per una campagna internazionale a sostegno della sua lotta contro l’invasore. Allo stesso tempo, ci impegniamo a raccogliere e inviare risorse a sostegno dei giovani comunisti che, in maniera indipendentemente dal governo e dai gruppi confessionali, stanno svolgendo un intenso lavoro umanitario per portare soccorso a chi ne ha bisogno.

Via le grinfie sioniste dal Libano!

Per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano!

Fuori l’imperialismo dal Medio Oriente!

10 aprile

Lega Internazionale Socialista

https://lis-isl.org/it/

“No kings! No ICE! No war! No capitalism!”

 


Sabato 28 marzo si è tenuta la terza delle giornate “No Kings” contro Trump. La gente è scesa nelle strade in centinaia di città negli Stati Uniti e nel resto del mondo. A Madison, nel Wisconsin, circa 6.000 persone hanno sfilato per le strade. Kim Gasper-Rabuck, militante a Madison di Socialist Horizon (Lega Internazionale Socialista), ha preso la parola durante il comizio. Di seguito si riporta una trascrizione del suo intervento.

Grazie per avermi concesso la parola. Conosco molte persone a Madison, ma per quelli che non ho ancora conosciuto mi chiamo Kim Gasper-Rabuck. Sono una mamma, un’educatrice, una socialista rivoluzionaria, militante di Socialist Horizon di Madison.

Ci sono centinaia di migliaia, molto probabilmente milioni di persone, in tutto il mondo che protestano oggi contro Donald J. Trump. Sono felice di essere tra questi milioni. Vogliamo tutti protestare contro questo pezzo di merda straordinariamente razzista, misogino, transfobico, imperialista e capitalista.

Il motivo per cui speravo di dire qualcosa oggi è che, a mio modesto parere, Donald J. Trump non è la radice del problema, ma piuttosto è un sintomo di un sistema capitalista in crisi; uno che sfrutta e opprime tutti noi per creare profitti per pochi.

Donald Trump non è il motivo per cui abbiamo un bilancio di guerra da miliardi di dollari. Il bilancio di guerra cresce astronomicamente anno dopo anno, indipendentemente dal governo capitalista al potere.

Trump non ha causato quei 40 milioni di americani affamati. Il dottor Martin Luther King Jr parlò dei 40 milioni di americani affamati già nel 1967. Nessuno dei due partiti del regime ha fatto qualcosa che abbia lasciato il segno per ridurre quel numero.

Trump non ha creato il complesso militar-industriale, il sistema carcerario statunitense, né quel sistema che costituisce un viadotto dalla scuola alla prigione. Tutto questo è esploso in maniera crescente durante le amministrazioni Reagan-Bush-Clinton-Bush-Obama-Biden prima di lui.

Lui e i repubblicani non hanno creato da soli la crisi climatica.

Trump non ha dato inizio ai livelli epidemici di aggressioni sessuali che tutti noi affrontiamo.

Non ha abolito il diritto all’aborto ed è stato “pro-choice” per decenni.

Trump non ha creato l’ICE, né la Border Patrol lungo i confini, né ha iniziato le deportazioni e le detenzioni, anche se le ha portate a proporzioni epiche! Tutta questa mostruosità è stata creata in precedenza. E non è stato lui il presidente che ha avviato il finanziamento e l’armamento del genocidio sistematico del popolo palestinese. Sono stati bensì Joe Biden e Kamala Harris!

Loro hanno dato il via libera al sionista assassino Benjamin Netanyahu più e più volte; hanno mandato navi cariche di bombe e di armi per massacrare oltre 100.000 palestinesi, mentendo spudoratamente alla gente fingendo di “organizzare un cessate il fuoco”.

Trump continua questi crimini, ma l’impero è uno sport di squadra bipartisan.

E’ stato il presidente democratico Harry S. Truman ad uccidere il maggior numero di esseri umani in un solo momento per difendere l’impero USA, sganciando due bombe nucleari su Hiroshima e su Nagasaki incenerendo più di 150.000 persone.

I partiti Repubblicano e Democratico hanno commesso quelle atrocità su richiesta della classe capitalista statunitense, lavorando mano nella mano per realizzare la volontà dei miliardari che vogliono più profitto, più petrolio e più potere.

La regione del Golfo Persico possiede le più grandi riserve complessive di petrolio greggio al mondo. Entrambi i partiti controllano il governo degli Stati Uniti per agire come guardiani che promuovono e difendono militarmente in quella regione gli interessi finanziari di Exxon Mobile, Shell, BP e Chevron. Da decenni desiderano controllare l’Iran e reinstallare un nuovo dittatore fantoccio come il precedente scià di Persia, così da poter governare nuovamente quel paese alle loro condizioni.

Sotto Obama, Trump e Biden, entrambi i partiti hanno supervisionato la costruzione di bombe “bunker-buster” da 30.000 libbre con lo scopo dichiarato di attaccare e distruggere i bunker iraniani e di annientare la loro leadership. La disastrosa guerra di Trump è l’esito inevitabile di un processo già in corso da anni.

Oggi ci troviamo all’apice di una massiccia guerra regionale, potenzialmente mondiale, che costa ai contribuenti più di un miliardo di dollari al giorno. Sono i nostri soldi, spesi per bombardare un paese che la maggior parte degli americani avrebbe difficoltà a trovare sulla carta geografica, e dove, nel primo giorno di bombardamento, sono state martirizzate 185 bambine mentre si trovavano sui banchi di scuola.

Ora il governo si prepara ad autorizzare altri 200 miliardi di dollari per espandere la guerra e inviare forze d’invasione. I politici del Partito Democratico, teoricamente indignati, hanno scelto di non convocare le masse in strada per fermare la guerra, non hanno raccomandato a tutto il paese di scioperare per fermare questa guerra, che è esattamente ciò che potrebbero fare per assicurare che questa guerra sia conclusa immediatamente.

Piuttosto si lamentano ad alta voce di non essere stati invitati ad autorizzare loro stessi questa guerra tramite il “War Powers Act”, e ora hanno scelto di entrare in pausa per due settimane come se fossero studenti universitari nella pausa primaverile.

Bisogna essere onesti al 100%: il Partito Democratico non ha mai realizzato un bilancio per spese militare o di polizia di cui non fosse soddisfatto.

Quindi, mentre palestinesi, iraniani, cubani, venezuelani, libanesi, siriani e altri vengono attaccati, subiscono embargo, subiscono una perdita massiccia di vite umane, patiscono la fame, amputazioni e altre forme di violenza inimmaginabili, i funzionari del Partito Democratico che conducono queste proteste No Kings non si sono mai palesati nell’urlare a pieni polmoni per porre fine a queste guerre imperialiste di aggressione.

Questa manifestazione, oggi 28 marzo, rappresenta il primo giorno del più grande movimento contro la guerra che questo paese abbia mai conosciuto. Avrebbero dovuto farlo i Democratici, ma hanno scelto di non farlo, perché il loro partito è altrettanto entusiasticamente imperialista quanto quello di Donald J Trump. I partiti capitalisti e imperialisti non metteranno fine a questa guerra, ma noi possiamo!

Ci sono quaranta milioni di americani affamati ai quali sono stati tagliati i buoni pasto. Più di 700.000 di queste persone, la maggior parte dei quali sono bambini, anziani e disabili, vivono qui nel piccolo stato del Wisconsin. Più di 40.000 di questi vivono proprio a Madison.

I miei amici non hanno abbastanza soldi per mettere il cibo in tavola per i loro figli e contemporaneamente comprare il detersivo per lavare i vestiti.

Migranti, rifugiati e richiedenti asilo qui a Madison, di cui circa 30.000 donne, uomini e bambini, temono di andare dal medico, al lavoro, a fare la spesa, temono di andare a scuola, a causa del terrore delle pattuglie dell’ICE nei loro quartieri.

Nessuno di noi può permettersi di rimborsare i prestiti studenteschi governativi, con un debito totale attualmente di 1,6 miliardi di dollari: il doppio dell’importo dovuto nel 2016.

I nostri figli adulti sono pagati così male che vivono con noi fino a 30 anni, che essi lo vogliano o meno. Il mese scorso ha registrato il numero più alto di pignoramenti di automobili della storia degli Stati Uniti.

Copriamo le emergenze e gli abbandoni sanitari individuali attraverso le campagne GoFundMe, o con le bancarotte personali, perché circa 30 milioni di persone non hanno assistenza sanitaria, perché non abbiamo un sistema sanitario nazionalizzato.

I banchi alimentari in tutto il paese stanno esaurendo le scorte.

Siamo sovraccarichi di lavoro, con poco personale, sottopagati, e i nostri lavori fanno schifo, con orari estesi, pochi o nessun indennizzo, condizioni di lavoro pessime e padroni oppressivi. Veniamo licenziati o messi nelle liste nere per aver cercato di costituire sindacati.

Abbiamo disastri naturali come inondazioni e incendi, contaminazioni dell’acqua e del suolo con sostanze polifluoroalchiliche (PFAS), e questo a causa del cambiamento climatico.

Non abbiamo le risorse per garantire il diritto all’aborto laddove è ancora legale.

Le persone queer non possono usare il bagno che vogliono, praticare sport o camminare per strada di notte senza il timore di essere picchiate.

Questa è la realtà, ed è una realtà insostenibile con la quale io non sono più disposta a convivere!

Gli Stati Uniti sono il paese più ricco della storia del mondo. Il capitalismo globale potrebbe sfamare tutte le persone del mondo e mantenerle sfamate. Non esiste la penuria, c’è solo il furto legale e organizzato della maggior parte della ricchezza che produciam da parte di miliardari tronfi e dei guerrafondai del capitalismo.

Non c’è motivo perché qualcuno di noi non ne faccia a meno! C’è solo una penuria prodotta dal capitalismo, ovvero una disuguaglianza imposta a causa del sistema guidato dal profitto. Non dovrebbero esserci milionari o miliardari. Non c’è bisogno della classe dominante dei parassiti.

Meritiamo di meglio. Lo meritiamo tutto. E dovremmo riprenderci ciò che è nostro, i frutti del nostro lavoro.

Dobbiamo arrivare tutti a capire che non voteremo per entrare in un nuovo ordine mondiale a nostro vantaggio, è chiaro che il sistema bipartitico ha storicamente garantito, e continuerà a garantire, la nostra sofferenza, maggiori vite perse, più abusi e più stupri di donne e bambini. Ma questo solo finché glielo permetteremo.

Una società bella, libera, collettiva e umana, è davvero possibile, e nascerà solo attraverso la lotta rivoluzionaria. Sono militante di Socialist Horizon qui a Madison, e se ciò che ho detto ha senso per voi, spero che vi unirete a noi per il nostro prossimo incontro pubblico, dove discuteremo di cosa sia il socialismo e di come possiamo arrivarci.
Vi invitiamo, quindi, ad unirvi ad un progetto partecipativo di mutuo soccorso sabato 11 aprile.

Kim Gasper-Rabuck

No alla nuova guerra sionista americana contro l’Iran, che ha diritto di difendersi

 


Per l’abbattimento della dittatura teocratica da parte di una rivoluzione proletaria e popolare, non dei bombardieri imperialisti e sionisti

Né scià né mullah. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici in Iran

La nuova guerra sionista americana contro Iran è una guerra imperialista.

Le motivazioni “democratiche” con cui si ricopre sono grottesche. Tanto più in bocca a un regime genocida come quello sionista e al governo reazionario della principale potenza imperialista del pianeta.

La stessa pretesa di imporre all’Iran la rinuncia all’energia nucleare e allo stesso armamento nucleare riflette l’arroganza senza limiti di Israele e delle potenze imperialiste che lo sostengono. Con quale diritto uno stato coloniale provvisto di armi nucleari e le potenze nucleari imperialiste che lo armano pretendono di imporre allo Stato iraniano la rinuncia alla propria difesa e alla propria sovranità militare? Che diritto hanno a farsi gendarmi del mondo potenze responsabili di ogni crimine passato e presente? Quale “diritto internazionale” può evocare quello Stato sionista che ha fatto carta straccia di ogni diritto, a partire dalla Palestina?

Da marxisti rivoluzionari siamo nemici giurati del regime reazionario clerico-fascista iraniano e contro ogni assurda pretesa di iscriverlo in un presunto campo progressista internazionale. Si tratta tanto più oggi di un regime responsabile della repressione sanguinaria contro i giovani, le donne, i lavoratori, le minoranze curde, beluci, azere. Ma avversiamo il regime dei mullah dal versante delle ragioni democratiche e sociali delle masse oppresse, per una prospettiva di governo operaio e popolare. Non dal versante, opposto, dei bombardieri sionisti e americani. Il cui unico scopo è quello di installare a Teheran un proprio governo fantoccio, integrato nel “nuovo Medio Oriente”a dominazione americana. Per questo nella guerra scatenata da Israele e USA contro l’Iran, ci schieriamo dalla parte dell’Iran, che ha tutto il diritto di difendersi e di replicare all’aggressione.

Ciò non significa per parte nostra dare un sostegno politico al regime iraniano. Le masse popolari dell’Iran hanno il diritto incondizionato a lottare per rovesciare il governo clerico-fascista che le opprime, anche nel corso della guerra stessa. Le ragioni della rivoluzione iraniana hanno carattere prioritario. Ma le loro aspirazioni di libertà non hanno oggettivamente nulla a che spartire coi cinici interessi coloniali di chi oggi bombarda il loro paese e le loro scuole.

La nuova guerra contro l’Iran è parte integrante della guerra più generale intrapresa dallo Stato sionista, con il pieno sostegno imperialista, in tutta la regione. Dopo aver occupato Gaza, colonizzato la Cisgiordania, aggredito il Libano, allargato la occupazione del Golan siriano, colpito lo Yemen, bombardato per dodici giorni l’Iran nella guerra di giugno, ora il governo guerrafondaio di Netanyahu rivolge nuovamente i propri bombardieri contro l’Iran, per completare il lavoro, con la collaborazione decisiva di Donald Trump. Il Board of Peace a direzione Trump si candida a struttura di gestione e amministrazione del nuovo ordine mediorientale.

Ci opponiamo a questo piano complessivo neocoloniale, dal versante delle ragioni dei popoli oppressi della regione, a partire dalle ragioni del popolo palestinese e del popolo curdo. Solo la liberazione della Palestina, della nazione araba, dell’intero Medio Oriente, dalla presenza del sionismo e dell’imperialismo può portare una pace giusta nella regione. Inseparabile dai diritti di autodeterminazione di ogni popolo oppresso. Inseparabile dal rovesciamento di ogni regime oppressivo.

Per una Palestina libera, laica, socialista, unita dal fiume al mare, dentro una federazione socialista del Medio Oriente.

Per l’autodeterminazione di tutti i popoli dell’Iran e la loro unificazione nella federazione socialista regionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dichiarazione della LIS di solidarietà con le proteste popolari in Iran


 Una nuova ondata di mobilitazioni sta scuotendo Teheran e dozzine di città iraniane contro l’incremento del costo della vita, il collasso della valuta e la crescente povertà, scontrandosi nuovamente con la repressione del regime degli ayatollah. Al tempo stesso, l’imperialismo USA una volta ancora ha minacciato l’Iran cercando di capitalizzare la crisi. La ribellione può avanzare in termini progressivi solo attraverso la mobilitazione indipendente della classe lavoratrice e del popolo iraniano, attraverso organi democratici e la costruzione di un’alternativa socialista, rivoluzionaria e internazionalista.



ONDATA DI PROTESTE

Migliaia di iraniani – lavoratori, studenti, negozianti – sono scesi nelle strade a fine dicembre dapprima a Teheran e rapidamente nell’intero paese, a Shiraz, Mashhad, Tabriz, Karaj, Qazvin e Esfahan e in altre città. L’esplosivo collasso della moneta nazionale e l’iperinflazione hanno agito da innesco. Il potere d’acquisto delle famiglie operaie è stato distrutto. Un dollaro oggi si cambia con 1,4 milioni di riyal, facendo divenire i generi alimentari e altri servizi basilari insopportabilmente costosi.
Le proteste sono iniziate come reazione al deterioramento delle condizioni di vita, e velocemente hanno inglobato il rigetto del regime reazionario teocratico, con slogan contro la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e con rivendicazioni politiche. Le mobilitazioni sono continuate fino lunedì 5 gennaio, per otto giorni consecutivi.


RISPOSTA REPRESSIVA E CRESCENTE INSTABILITÀ REGIONALE

Come sempre, il regime fondamentalista ha risposto con la repressione. Le forze di sicurezza, incluso il Basij della Guardia della Rivoluzione, hanno causato la morte di oltre venti persone, dozzine di altre manifestanti sono stati feriti e circa 1.000 arrestati. La Guida Suprema ha accusato i “nemici esterni” di sfruttare il malcontento economico e ha dichiarato che i rivoltosi “vanno messi al loro posto”, mentre i media ufficiali hanno assecondato questa narrazione per giustificare la violenza istituzionale. Tale situazione destabilizza ulteriormente il Medio Oriente, già reso convulso dal genocidio condotto da Isreale contro il popolo palestinese e dall’accordo trappola siglato da Netanyahu e Trump.


AGGRESSIONI E NUOVE MINACCE DI TRUMP

L’Iran ha sofferto delle sanzioni economiche che sono state rinnovate dopo il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare del 2018. Queste sanzioni hanno contribuito all’attuale devastazione economica. L'Iran ha subito anche attacchi militari, come i bombardamenti congiunti di Israele e degli USA nel 2025. Adesso Trump sta minacciando nuovamente il paese con nuovi interventi se il regime dovesse usare violenza contro i dimostranti. Trump è un cinico senza limiti: mentre propone se stesso come “pacifista”, ha represso gli attivisti per la Palestina negli Stati Uniti, ha bombardato il Venezuela e rapito il presidente Maduro con la moglie. Il vero obiettivo della retorica di Trump è quella di preparare il terreno per future ingerenze.


UNA RIVOLUZIONE DEVIATA

La rivoluzione iraniana del 1979 è stata realizzata con scioperi e mobilitazioni indipendenti di milioni di operai, contadini, settori urbani poveri e dai giovani, dai quali sorsero organi di autorganizzazione, di autodifesa e di coordinamento dal basso, come i consigli operai (Shoras), comitati di sciopero, comitati di fabbrica e comitati di quartiere. La forza della rivoluzione riuscì a rovesciare la dittatura dello Scià di Persia (Iran), Mohammad Reza Pahlavi, che era un pilastro dell’imperialismo USA in Medio Oriente.

La classe operaia svolse un ruolo decisivo – specialmente con gli scioperi generali e il controllo su settori strategici come il petrolio – ma fu priva di una direzione rivoluzionaria capace di contendere il potere. Il clero sciita, diretto da Khomeini, smantellò gli organi del dualismo di potere e represse la sinistra, dominò il processo in corso appoggiandosi sulla sua influenza religiosa e sociale.


UN REGIME REAZIONARIO CONTESTATO DALLE LOTTE POPOLARI

Gli ayatollah hanno instaurato, internamente, un regime borghese, teocratico, reazionario e controrivoluzionario, con una politica che nel tempo ha alternato conflittualità e accordi con l’imperialismo USA. Al di là dei limitati e preannunciati attacchi ad Israele, il regime iraniano non ha sviluppato un coerente e decisivo sostegno al popolo palestinese durante il genocidio perpetrato dal sionismo; piuttosto, esso ha agito secondo i propri interessi regionali.

Le rivendicazioni di differenti settori sociali e la repressione del 2025-2026 non sono un “fulmine a ciel sereno”. Durante gli ultimi quindici anni, con altalenante intensità, si sono verificate proteste collegate alla Primavera araba (2011-2012) e per i diritti politici e sociali (dal 2017 ad oggi). Tanto per fare un esempio, nel 2022 un’insorgenza di massa ha attraversato l’Iran a seguito dell’assassinio di Mahsa Amini mentre questa si trovava in stato di arresto, diventando un grido contro l’oppressione religiosa e la diseguaglianza.


SOLIDARIETÀ CON LE LOTTE. PER UNA SOLUZIONE RIVOLUZIONARIA E SOCIALISTA

I compiti dell’irrisolta rivoluzione del 1979 sono collegati ai compiti attuali, i quali emergono dalle ingiustizie del capitalismo teocratico, dall’autoritarismo del regime e dall’aggressione sionista-imperialista. Pertanto:

• Esprimiamo la nostra solidarietà con le proteste per i diritti sociali, contro la povertà, la diseguaglianza e il deterioramento delle condizioni di vita, e in difesa dei diritti democratici negati con l’oppressione e la repressione.

• Pretendiamo la fine della repressione, la condanna dei responsabili politici e materiali degli assassinii di coloro che hanno combattuto per i loro diritti, il rilascio dei prigionieri politici.

• Sosteniamo le iniziative che promuovono l’autorganizzazione e l’autodifesa della classe operaia, in forma indipendente dai restaurazionisti, dai filosionisti e dai filoimperialisti.

• Respingiamo ogni ingerenza di potenze estere, a cominciare da Trump e il suo alleato sionista, che cercano soltanto di strumentalizzare la lotta del popolo iraniano per i loro obiettivi geopolitici.

• Le rivendicazioni per la giustizia economica, per le libertà democratiche e la dignità umana, possono avere successo solo se articolate dal basso, sconfiggendo il regime che ha sfruttato e oppresso generazioni di lavoratori iraniani, e se si contrappongo agli interessi di altri imperialismi, come quelli di Cina e Russia.

• Il compito più importante è la costruzione di una forte, coerente, sinistra alternativa, organizzata attorno all’obiettivo della rivoluzione comunista in Iran e nel Medio Oriente, che spazzi via i governi monarchici, fondamentalisti, filoimperialisti e sionisti, e assicuri il potere a coloro che non hanno mai governato: i lavoratori e le masse popolari, in un sistema senza sfruttatori e oppressori, con pieni diritti democratici e sociali. Un sistema socialista.

Lega Internazionale Socialista - Segretariato Internazionale

Libertà per Mohammad Hannoun!

 


Il governo italiano al servizio dello Stato sionista

27 Dicembre 2025

L'arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell'Associazione dei Palestinesi in Italia, e di altri otto attivisti palestinesi, è un fatto gravissimo che denunciamo con forza.
Il governo italiano, e in particolare il ministero degli Interni, si fanno una volta di più esecutori solerti del regime genocida di Netanyahu.

L'imputazione rivolta contro Hannoun è quella di aver diretto l'organizzazione di Hamas nel nostro paese, in particolare di aver promosso la raccolta di fondi a sostegno di organizzazioni umanitarie e di assistenza a questa collegate, e per questo considerate associazioni illegali dallo Stato d'Israele.
Dunque lo Stato italiano assume come proprio codice legale il codice di uno Stato coloniale. Uno Stato che, come è noto, considera terroristiche o complici del terrorismo, pertanto illegali, non solo le organizzazioni della resistenza ma tutte le associazioni e attività legate al sostegno alla popolazione palestinese, sia a Gaza che in Cisgiordania.

Una ipocrisia rivoltante. Tutti sanno che la popolazione di Gaza, martoriata da due anni di bombardamenti genocidi, dalla fame, dalla distruzione di ogni forma di vita civile, è amministrata da Hamas. Qualsiasi forma di sostegno alla popolazione civile di Gaza passa per ciò che resta delle sue strutture amministrative. Con questa ragione il governo genocida di Netanyahu ha sistematicamente boicottato ogni forma di assistenza umanitaria, sanitaria, alimentare alla popolazione che bombardava: “ogni aiuto va ad Hamas, quindi nessun aiuto” è stato ed è il codice sionista. Il governo italiano ha semplicemente fatto propria questa logica criminale di Israele.

In ogni caso, non riconosciamo alcuna legittimità ad accuse di terrorismo provenienti dallo Stato d'Israele, sia quando dirette contro organizzazioni della resistenza palestinese (Hamas inclusa) sia a maggior ragione quando dirette contro forme di sostegno alla popolazione civile della Palestina. Il terrorismo è quello dello Stato coloniale sionista, col suo carico sanguinoso di barbarie agli occhi del mondo intero; non quello di chi resiste, di chi lo contrasta, di chi assiste una popolazione martortiata.

Non sosteniamo politicamente Hamas e il suo progetto. Ma difendiamo incondizionatamente ogni organizzazione della resistenza palestinese, e ogni forma di sostegno alla popolazione palestinese, dalla repressione dello Stato sionista, e del governo italiano che se ne fa esecutore. Non saremo mai equidistanti tra oppressi ed oppressori.

Giù le mani da Mohammad Hannoun e dai palestinesi arrestati!

Per la più ampia mobilitazione unitaria del movimento pro Palestina, e di tutte le organizzazioni del movimento operaio, a favore dell'immediata liberazione degli arrestati!

Partito Comunista dei Lavoratori

Sciopero per la Palestina!

 


No all'aggressione alla Flottilla. No al piano Trump-Blair-Netanyahu

2 Ottobre 2025

Testo del volantino che verrà distribuito in occasione dello sciopero generale del 3 ottobre


English version


Mentre Trump e Netanyahu varano un piano neocoloniale per la Palestina e per Gaza, la marina militare dello Stato sionista tutela il proprio blocco navale nel mare di Gaza minacciando, aggredendo, sequestrando le imbarcazioni della Flotilla. È un fatto gravissimo e inaccettabile.

Il blocco navale di Gaza che dura da diciotto anni (...altro che 7 ottobre) è di fatto parte integrante della guerra genocida che Netanyahu ha scatenato contro il popolo palestinese. Denunciarlo e contestarlo non solo è un diritto ma un dovere. Questo è lo scopo dichiarato della Global Sumud Flotilla.

L'aggressione alla Flotilla da parte di Israele è la riprova, se ve ne era bisogno, che lo Stato sionista conosce una sola legge: quella della prevaricazione e del terrore contro ogni turbativa, persino simbolica, dei suoi interessi di Stato oppressore. È la stessa pratica del terrore di questi due anni di guerra a Gaza e in Cisgiornania col loro carico di morte e distruzioni. Una pratica non solo impunita, ma sostenuta, finanziata, armata da tutti i governi cosiddetti democratici. E avallata da tutte le potenze imperialiste, vecchie e nuove.

Il governo italiano ha fornito a Israele una copertura totale. Sino ad addossare agli attivisti della Flotilla la responsabilità dell'aggressione di Israele nei suoi confronti. Nessuna meraviglia: è lo stesso governo che tutela l'accordo militare dell'Italia con Israele, che offre l'aeroporto di Sigonella al rifornimento degli aerei israeliani, che fornisce a Israele attraverso Leonardo elicotteri da impiegare contro la resistenza, che concede all'ENI il mare di Gaza per ricavarne profitti.

La definizione di Israele come “paese amico”, e della Flotilla come presenza ostile, sta in questo quadro. L'appello corale alla Flotilla da parte della Presidenza della Repubblica, dei vertici della Chiesa, di larga parte della cosiddetta opposizione parlamentare, perché rinunciasse a violare il blocco navale accontentandosi di qualche pacca sulle spalle misura solamente la complicità istituzionale con Israele di tutta la politica borghese. La stessa che un anno fa in Parlamento votò la spedizione navale in Golfo Persico contro gli houthi, al fianco di Israele e contro la resistenza palestinese.

L'aggressione alla Flotilla e la complicità di cui quest'aggressione gode è un ulteriore fascio di luce sul vero volto del piano Trump-Netanyahu. La pace eterna che il piano rivendica è quella dei cimiteri. Una pietra tombale sull'autodeterminazione della Palestina. I palestinesi sono privati di ogni voce in capitolo sulla loro sorte. Ogni loro resistenza è minacciata di distruzione totale. Sulla Cisgiordania si lascia mano libera a Netanyahu, mentre Gaza è affidata ad un protettorato coloniale angloamericano con tanto di occupazione militare. A garanzia di Israele, degli interessi imperialisti, degli appetiti di affaristi e immobiliaristi. Una infamia. Di cui sono complici tutti i governi arabi e tutti gli Stati imperialisti, incluse la Russia e la Cina, che dichiarano il proprio appoggio al piano di pace di Trump augurandogli pieno successo.

È la riprova che i palestinesi non hanno amici in alto, ma solo in basso. Nel coraggio della loro resistenza, nella mobilitazione pro Palestina della giovane generazione di tutto il mondo, nella classe lavoratrice internazionale.

Viva lo sciopero per la Palestina contro lo Stato coloniale di Israele e la sua barbarie genocida!

Per il blocco a oltranza nei porti e negli aeroporti di ogni traffico con Israele, con potere di controllo e di veto dei lavoratori sulle merci in entrata e in uscita.

Giù le mani dalla Flottilla.

No al protettorato neocoloniale previsto dal Piano Trump-Blair-Netanyahu.

Per la piena autodeterminazione del popolo palestinese.

Per il diritto del ritorno dei palestinesi nella propria terra.

Per una Palestina unita dal fiume al mare, libera dal sionismo, dall'imperialismo, da ogni forma di colonialismo.

Per una Palestina laica e socialista, in un Medio Oriente socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sionismo e bolscevismo

 


«Compagni,


il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista ha dato un fraterno benvenuto ai compagni da voi delegati al III Congresso Internazionale e con loro ha esaminato molto attentamente la questione dell’affiliazione della vostra organizzazione all’Internazionale Comunista. Il Comitato Esecutivo riconosce il fatto che avete iniziato a espellere dalle vostre file gli elementi apertamente riformisti e centristi. Riconosce che, in quasi tutti i paesi in cui avete organizzazioni, siete pronti a condurre la lotta contro la borghesia a fianco delle sezioni comuniste di quei paesi. Riconosce inoltre che, grazie ai vostri sforzi comuni, siete riusciti a gettare le basi di un movimento comunista in Palestina che, una volta ratificate tutte le condizioni stabilite dal Comitato Esecutivo, sarà idoneo a diventare la sezione nazionale dell’Internazionale Comunista.
Tuttavia, nel vostro movimento esistono tendenze in linea di principio incompatibili con quelle dell’Internazionale Comunista, che ci preoccupano molto. L’idea che la concentrazione delle masse proletarie, semiproletarie ed ebraiche in Palestina possa fornire una base per l’emancipazione sociale e nazionale della classe operaia ebraica è utopica e riformista e in realtà controrivoluzionaria nelle sue conseguenze pratiche, poiché equivale alla colonizzazione della Palestina, che, in ultima analisi, rafforzerebbe la posizione dell’imperialismo britannico in Palestina.
La completa liquidazione di tale ideologia è la condizione più importante che ci sentiamo in dovere di stabilire. Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista è consapevole del fatto che la forte emigrazione, che è un’espressione concreta delle peculiari condizioni industriali del proletariato ebraico, è un problema di cui le sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista devono occuparsi nella misura in cui possono essere utilizzate nella lotta per la dittatura del proletariato e per l’adempimento delle rivendicazioni vitali concrete dei lavoratori. È dovere delle sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista istituire gli organi appropriati per l’indagine e la soluzione di questa questione.
Il Comitato Esecutivo ha deciso di istituire un Ufficio Ebraico nel centro dell’attività ebraica, il cui compito sarà quello di portare avanti la propaganda comunista tra i proletari ebrei in tutto il mondo. Il Comitato Esecutivo invita il vostro Ufficio Centrale a convocare una conferenza internazionale di tutte le organizzazioni comuniste del Poale Zion entro sei mesi, allo scopo di sciogliere definitivamente la vostra organizzazione internazionale e di fondere le vostre organizzazioni nelle sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista, entro un periodo non superiore a due mesi e alle condizioni sopra menzionate.
In conclusione, il Comitato Esecutivo fa appello a tutti i lavoratori comunisti ebrei affinché combattano contro le tendenze particolaristiche prevalenti nel movimento operaio comunista ebraico e si rendano conto che i lavoratori ebrei rivoluzionari possono diventare parte integrante della famiglia dei Grandi Lavoratori Comunisti solo all’interno dell’Internazionale Comunista.
Lunga vita all’Unione degli Operai Comunisti Ebrei nell’Internazionale Comunista!
Lunga vita alla Terza Internazionale che sola è in grado di guidare la lotta per l’emancipazione dei lavoratori di tutte le nazioni alla vittoria finale!»

Così il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista rispondeva alla richiesta di adesione del Poale Zion, il 26 agosto 1921. Di fronte alle condizioni del Comintern, una parte del movimento sionista-socialista rinunciò al sionismo e si mise sulla strada dell’internazionalismo proletario. Nel Poale Zion divennero dominanti le tendenze sioniste e riformiste.

Era stata la ex bundista Maria «Esther» Jakovlevna Frumkina, a dichiarare al II congresso del Comintern:

«Un esempio mostrerà di quali menzogne siano state vittime le masse lavoratrici di una nazionalità oppressa, menzogne che rappresentano una grande risorsa per l’Intesa e per la borghesia delle nazioni in questione. È il caso dei sionisti in Palestina che, con il pretesto di fondare uno stato ebraico indipendente, reprimono la popolazione lavoratrice e gli arabi che vivono in Palestina sotto il giogo britannico, sebbene gli ebrei siano ancora una minoranza. Questa menzogna senza precedenti deve essere combattuta, e in modo molto energico, poiché i sionisti in ogni paese lavorano avvicinando tutte le masse arretrate di lavoratori ebrei e cercando di creare gruppi di lavoratori con tendenze sioniste (Poale Zion), che ultimamente si sforzano di adottare una versione comunista. Vorrei citare qui uno degli esempi più eclatanti del movimento sionista. In Palestina non abbiamo a che fare con una popolazione a maggioranza ebraica. Abbiamo a che fare con una mera minoranza che cerca di sottomettere la maggior parte dei lavoratori del Paese alla capitale dell’Intesa. Dobbiamo combattere questi tentativi con la massima energia. I sionisti cercano di conquistare sostenitori in ogni paese e, attraverso la loro agitazione e la loro propaganda, servono gli interessi della classe capitalista. L’Internazionale Comunista deve combattere questo movimento con la massima energia».

Nel 1943, morirà nei gulag staliniani.

Il sionismo non è una creatura atavica, come millanta la mistica delle élite ebraiche. È artefatto tutto contemporaneo, figlio della decadenza capitalistica. L’avaria del sistema classista manifesta con forza la necessità del suo superamento. Chi non vuol concedersi a questo superamento si ritrova costretto a conservare il sistema oltre i suoi limiti razionali, indicando la responsabilità dei suoi guasti in cause fantasiose, col risultato di protrarre e aggravare ogni guasto. La borghesia nazista creerà il mito del giudeo parassita dell’economia, cospiratore filostraniero e filocomunista, principale ragione della sconfitta nazionale della Prima Guerra mondiale.

La borghesia ebraica risponderà non con la confutazione della mistica, ma col suo rovesciamento: l’ebreo che da millenni aspira al ritorno alla primordiale patria di Sionne, per sfuggire all’antisemitismo strutturale del mondo intero. La verità è che, dall’esilio babilonese e dalla dispersione romana lungo tutto il medioevo fino alla storia recente, gli ebrei hanno vissuto in altre terre e, se poté in essi conservarsi un sentimento religioso, caratteristiche culturali e una memoria più o meno condivisa a identificarli come popolo, non è vero che questo popolo ambì al ritorno a una terra perduta millenni addietro. I problemi del popolo ebraico contemporaneo sono i problemi della contemporaneità, risolvibili solo nel suo quadro, non col ricorso a leggende. Di questo avviso furono gli stessi ebrei che, per secoli, pretesero un posto nelle società in cui vivevano e mai invece guardarono a tali società come un luogo di passaggio, in attesa che il Messia ponesse fine alla diaspora.

Dirà Abraham Léon: «il sionismo è un movimento recente e il più giovane dei movimenti nazionali europei, ma ciò non gli impedisce di pretendere – ancor più degli altri nazionalismi – (oggi, anzi, diremmo “ferocemente contro gli altri nazionalismi”) di avere le sue radici nel lontano passato».

La genesi del sionismo, ideologia rovesciata dell’antisemitismo, si annida nella patria dei pogrom, l’impero zarista. Fu il pamphlet Autoemancipazione! (1882) del medico ebreo russo Leo Pinsker, il primo a parlare della fobia secolare e irrazionale per gli ebrei, una «malattia della mente delle nazioni non ebraiche», un pregiudizio insuperabile in qualunque modo non fosse la formazione di una colonia «in America o in una terra adatta in Oriente» (il fondatore dell’Hibbat Zion puntava già alla Palestina). Che il massimo esponente del sionismo politico, Theodor Herzl, lo abbia letto o meno, spiccheranno le analogie col suo Lo Stato degli ebrei. Quando Herzl elabora la sua ideologia si trova a Parigi, scenario dell’affare Dreyfus, il processo a un ufficiale ebreo dell’esercito francese ingiustamente accusato di tradimento, e dell’esplosione di antisemitismo che ne seguì. Si ribadisce: la metafisica sionista venne generandosi come risposta piccolo-borghese alla metafisica della borghesia imperialista, russa, francese, più tardi tedesca.

Nel 1897 Herzl, raccogliendo l’appello di Pinsker per un Congresso Ebraico, ideerà, convocherà e presiederà a Basilea il primo Congresso Sionista. Al cospetto di 17 delegati, fonderà l’Organizzazione Sionista Mondiale (WZO). Quanto mai eloquente il suo manifesto: «Formiamo una parte del baluardo per l’Europa contro l’Asia, saremo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie». Nasceva ufficialmente un nuovo movimento, il quale tuttavia si trovava inevitabilmente a misurarsi col panorama politico del secolo, venendone alternamente condizionato. Il sionismo conobbe diverse articolazioni, tutte costitutive di un medesimo progetto coloniale. Tra le più importanti: il sionismo politico di Herzl, la cui cifra distintiva era una insistenza sull’aspetto diplomatico del progetto, l’importanza del riconoscimento internazionale e di un mandato legale per l’insediamento in Palestina. Costola tattica di questa articolazione ideologica fu il sionismo sintetico di Chaim Weizmann, che nell’Italia fascista giocò un ruolo diplomatico di rilievo. Col motto «Conquista o muori!», seguì il sionismo-revisionista, la variante ultramilitarista e parafascista di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, fondatore del Betar per la «Grande Israele», ispiratore delle squadracce punitive del Brit HaBirionim in Palestina, comandante in capo delle milizie dell’Igrun. Dal Partito Revisionista Sionista (Hatzohar) discende l’Herut (1948-1988) da cui discende l’attuale Likud di Benjamin Netanyahu.

Ma il grande fermento rivoluzionario che agitava il mondo non poteva esimere dal rapporto col socialismo quella parte di popolo ebraico variamente interessato al sionismo. Dal rifiuto del Bund ebraico di integrare l’ideologia sionista, nacque il Poale Zion (Operai di Sion), prima come movimento e nel 1906, per impulso di Ber Borochov, costituitosi in partito.

Il Bund sosteneva che la lotta del proletariato ebraico avrebbe dovuto svilupparsi all’interno della diaspora, nei Paesi in cui viveva, senza la necessità di un’emigrazione di massa o della creazione di uno Stato ebraico. Sul piano ideologico, considerava la proposta sionista come una fuga dalla lotta di classe. Circa le ricadute materiali, il Bund, che nel 1921 si scioglieva in maggioranza nel Partito Comunista Russo, maturò una lettura del sionismo in tutto combaciante col Comintern dopo l’inizio della Prima guerra mondiale e del mandato britannico in Palestina: il progetto sionista come manovra della borghesia occidentale, quinta colonna dell’imperialismo britannico in Medio Oriente.

Prima della Nakba, i marxisti-rivoluzionari che si espressero sul sionismo non poterono prevedere l’immane carneficina cui Israele avrebbe dato corso nei decenni, ma diffusamente si ritrovano preziose intuizioni. Nell’intervista rilasciata ai corrispondenti della stampa ebraica al suo arrivo in Messico (gennaio 1937), Trotskij affermava già che «il conflitto tra ebrei e arabi in Palestina assume un carattere sempre più tragico e minaccioso» e che, in regime capitalistico, ogni tentativo di risoluzione del problema ebraico «non può che essere un palliativo e spesso persino un’arma a doppio taglio, come dimostra l’esempio della Palestina», avendo in mente le prime sollevazioni arabe contro gli ebrei.

La Prima Guerra mondiale si conclude con la sconfitta dell’Impero Ottomano e la sua perdita della regione palestinese. La Rivolta Araba esplosa nel 1916, prima dell’arrivo delle truppe britanniche, aveva cominciato una lotta su vasta scala contro l’oppressione turca finalizzata alla creazione di uno stato arabo indipendente. Strumentalmente, il Regno Unito supportò l’insurrezione; poi si unì militarmente al conflitto. La corrispondenza Hussein-McMahon (1915-1916), con la quale la Gran Bretagna, tramite il suo alto commissario in Egitto Henry McMahon, prometteva allo Sharif Hussein della Mecca, leader della Rivolta, il riconoscimento di un grande regno arabo in cambio del suo aiuto militare contro l’Impero Ottomano, portò dapprincipio una parte dell’insurrezione a battersi a fianco delle truppe inglesi, credendo sincere le promesse.

Le illusioni si sgretolarono quando, nel 1917, gli arabi scoprirono che, con l’accordo di Sykes-Picot, stipulato un anno prima, inglesi e francesi programmavano la spartizione del Medio Oriente in zone di influenza, contraddicendo apertamente la promessa di un regno arabo unito e indipendente; e soprattutto che, con la Dichiarazione Balfour, il Regno Unito s’impegnava a sostenere la creazione di una «patria nazionale per il popolo ebraico» nella Palestina che gli arabi consideravano parte del loro futuro Stato.

Da quel momento, fu un prosieguo ininterrotto di sollevazioni popolari contro l’occupazione britannica e i sionisti suoi protetti, che compravano terreni dagli effendi residenti in altri stati e ne cacciavano gli arabi che li abitavano e li coltivavano. Da parte araba, nasceva un nazionalismo che portava a una inedita lotta anche contro ebrei non sionisti, in una regione in cui da sempre arabi ed ebrei avevano convissuto. Da parte inglese e sionista, massacri di migliaia di arabi. I moti di Gerusalemme (1920) e il massacro di Hebron (1929), centinaia di morti. La seconda Grande Rivolta Araba (1936-1939), seimila arabi uccisi. L’ultimo dei capitoli prima della fondazione di Israele e della Nakba, ma che naturalmente le comprende, fu la guerra civile del 1947-1948, quando l’ONU sancisce di fatto la nascita dello Stato Ebraico e le truppe inglesi si ritireranno. Dopo averla aggiogata, l’Inghilterra lascerà la Palestina in dote all’ONU e, col declinare progressivo del proprio primato imperialista, perderà la supremazia della sua partnership con Israele in favore degli USA, emergenti dalla Seconda Guerra Mondiale come nuova superpotenza.

Nel frattempo, lo stalinismo aveva vinto nel mondo e anche dell’antisionismo genetico del bolscevismo si apprestava a far strame. Credendo di poter istituire un’alleanza con Israele e di farsene strumento di pressione contro l’imperialismo, in sede ONU anche il Cremlino votava a favore della fondazione di Israele. Il veto dell’Unione Sovietica, potenza temuta e decisiva per gli equilibri internazionali, avrebbe fatto saltare il progetto. Ma Stalin non si fermò a ignorare la natura sociale di uno Stato che si fondava sulla soppressione più efferata del diritto di autodeterminazione dei popoli, lui che, del resto, georgiano, era stato il primo a negarlo alla Georgia. Fece di più. Fu il primo a rifornire di armi Israele.

Data l’escalation preoccupante del conflitto in Palestina, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU impose un embargo sulle armi a tutti i paesi della regione coinvolti nel conflitto. Ma l’embargo penalizzava soprattutto Israele, che si ritrovò ad affrontare gli eserciti di diversi Stati arabi con una quantità molto limitata di armamenti. Tradotto in parole semplici, l’operazione equivaleva a dire "ci abbiamo provato! Ma se il rischio è di trovarci nuovamente trascinati in un conflitto mondiale, non intendiamo correrlo per Israele". Fu Stalin a salvare Israele, ripetendo la mossa del Molotov-Ribbentrop quando aggirò l’embargo e armò Hitler. Egli vide nella violazione dell'embargo un’opportunità per indebolire l’influenza occidentale in Medio Oriente e per creare un potenziale alleato. Decise quindi di fornire armi a Israele attraverso la Cecoslovacchia, divenuta stato satellite il febbraio 1948.

Le forniture, organizzate nell’ambito dell’«Operazione Balak», furono decisive per le sorti del conflitto. Tra il 1948 e il 1949, la Cecoslovacchia vendette a Israele un’enorme quantità di armi, tra cui fucili, munizioni, mitragliatrici e persino aerei da caccia come gli Avia S-199, una versione cecoslovacca dei Messerschmitt Bf 109 tedeschi. Queste armi, trasportate con ponti aerei clandestini, furono fondamentali per permettere a Israele di resistere all’attacco e di riportare la vittoria nella sua guerra coloniale.

Il Partito Comunista di Palestina guidato da Radwan Hassan al Hilou (Musa), sezione palestinese dell’Internazionale Comunista, veniva lacerato da una crisi irreversibile. La componente araba, nella quale spiccava Najati Sidqi, abbondonò in massa il partito. Il PCP perse quasi completamente la sua credibilità e la sua influenza all’interno della comunità araba palestinese. La spaccatura rese il partito un’organizzazione prevalentemente ebraica e lo isolò dal movimento nazionalista palestinese e dalle masse arabe. La rottura sancì il fallimento del progetto di un partito misto, arabo-ebraico, che secondo la tradizione bolscevica saldava la lotta di classe e l’anticolonialismo in un’unica organizzazione.

Israele, oggi, è tra le mostruosità più sanguinose che la degenerazione del socialismo su scala internazionale, la controrivoluzione stalinista, ha lasciato in eredità al ventunesimo secolo.

La storia presenta sempre il conto. Non è un caso che i marxisti-rivoluzionari siano arrivati al nuovo secolo anche sulla base della rottura con la tradizione stalinista su Israele e sull’autodeterminazione dei popoli. Progetto Comunista, l’area embrionale del Partito Comunista dei Lavoratori, rompeva dal Partito della Rifondazione Comunista proprio per la sua denuncia del ruolo imperialista giocato dalle truppe italiane in Iraq e sul rifiuto della soluzione "due popoli, due stati" per la Palestina. In Palestina, lo stato sionista nasce proprio contro la nascita di uno o più stati arabi. Nasce come avamposto dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente. Qualunque sia la forma di governo di cui possa dotarsi, lo Stato sionista è la pallottola che la prima terribile guerra globale tra le potenze imperialiste ha lasciato nel cuore del Medio Oriente e lo sta uccidendo per avvelenamento.

Dal socialdemocratico Ben Gurion all’ultranazionalista Netanyahu, Israele non ha fatto altro che sfruttare e rubare, espellere e sterminare. Non ha mai conosciuto eccezioni a questa politica. Perché altra politica non può avere il colonialismo. Il sionismo era ieri e tanto più lo è oggi una vergognosa copertura ideologica di un’impresa criminale. Con la sua strumentalizzazione dell’Olocausto per riprodurre lo stesso crimine contro altri popoli, è la più grande offesa che abbia mai conosciuto il popolo ebraico. Solo la rivoluzione saprà far sì che sia l’ultima.

Salvo Lo Galbo