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Una proposta rivoluzionaria contro la normalizzazione in Libano


 Elder Rambaldi

Nel Libano è tuttora in corso una guerra ed un’occupazione portata avanti dalla macchina sionista, al di là delle tregue sancite. Un processo che non si è mai arrestato dalla fine del 2023. Israele, durante questo periodo, ha usato i mezzi più meschini per i propri fini, uno su tutti il ricorso alle cariche esplosive nei cercapersone (settembre 2024) che hanno causato morti e feriti non solo tra i miliziani della resistenza ma anche tra civili e personale sanitario. Non sono mai mancati bombardamenti, invasioni, occupazioni, distruzioni. Soprattutto nel Sud del Libano, nella valle del Beqa ed in alcuni quartieri della capitale (gli ultimi bombardamenti risalgono all’aprile 2026). Israele dichiara di colpire strutture di Hezbollah, identificando quest’ultimo come l’obiettivo dei suoi attacchi, ma questa è solo una scusa.

Il vero obiettivo è un altro, è quello perpetrato anche a Gaza (con la scusa di Hamas): uccidere, distruggere ogni cosa, sfollare gli abitanti, occupare avamposti per preparare il terreno all’espansione coloniale, al progetto della Grande Israele. Per fare questo occorre spezzare ogni resistenza, Hezbollah (che non è l’unica ma la più forte) per prima. Ricordiamo nel settembre 2024 il bombardamento, da parte di Israele, di interi palazzi nella capitale che causarono la morte dell’allora leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e di diversi altri dirigenti, oltre a vari civili.

Israele, del resto, ha una lunga storia di ingerenza nel Libano, occupandolo in parte dal 1982 fino al 2000 (in alcuni momenti arrivando ad occupare perfino parte di Beirut); poi ancora nella cosiddetta seconda guerra israelo-libanese del 2006.

Quello che succede ora, dopo il cosiddetto cessate il fuoco di aprile, sono fatti reali, documentati e denunciati perfino da organismi ONU. Ogni giorno l’occupazione nel Sud del Libano avanza, oltre un milione di civili sono stati costretti a lasciare le proprie case, creando anche un nuovo flusso di rifugiati nel paese ed alimentando tensioni interne. Continuano i bombardamenti e gli attacchi con i droni. Anche a Beirut quotidianamente sorvolano droni e velivoli israeliani. Di volta in volta vengono creati nuove installazioni e avamposti sionisti in territorio libanese (ed anche in territorio siriano).

Tutto questo mentre vengono svolti i “colloqui di pace” tra Israele e Libano, con le ultime sessioni tenute proprio a Roma il 15 e 16 luglio ed il 4 agosto. Nello scacchiere imperialista l’Italia rivendica a suo modo un ruolo nel Medio Oriente. Ricordiamo che dal 2006 l’Esercito Italiano è uno dei principali contributori di truppe UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) e che lo stesso ha assunto il comando della missione per cinque diversi mandati, compreso l’attuale iniziato nel giugno 2025. Nella stagione in cui si profila il probabile termine della missione UNIFIL (dicembre 2026), quest’ultima in profonda crisi di credibilità, l’Italia cerca di capitalizzare allora sul piano diplomatico. Contemporaneamente, da un altro versante, si affaccia la Turchia di Erdogan che, inseguendo il suo progetto neo-ottomano, dichiara di offrirsi di svolgere un ruolo per salvaguardare la sovranità del Libano dopo il ritiro delle truppe UNIFIL.

La pace però, in questo momento, è solo finzione. Il governo libanese è succube dell’imperialismo statunitense, soprattutto a partire dai rapporti instaurati tra i due dal 2006. Inoltre, dalla crisi economica del 2019, il paese è ammanettato mani e piedi ad un debito tra i più alti al mondo se considerato il rapporto debito/PIL. Dato questo suo intrinseco carattere servile, il Libano non oppone nessuna reale resistenza/opposizione all’ingerenza e all’occupazione israeliana. Procede anzi in un processo di normalizzazione, riconoscendo lo stato di Israele per la prima volta nella storia (proprio attraverso i negoziati diretti) e rendendosi disponibile a totali ed ulteriori concessioni verso gli imperialismi. Preoccupato più nel contrastare Hezbollah che l’invasore israeliano. Fatto “curioso”: Hezbollah è parte del governo.

Inoltre l’esercito libanese è debole perché lo Stato libanese è stato storicamente debole. Il Libano di oggi sconta ancora l’eredità coloniale, la suddivisione imperialista dell’area attraverso il trattato Skyes-Picot che ha disegnato i confini statali con linee e righelli. Una società che attraversa un groviglio di equilibri istituzionali instabili basati su divisioni confessionali. Che però non sono serviti ad evitare quindici anni di guerra civile (prima di classe e poi confessionale) tra il 1975 ed il 1990, con influenze esterne da parte di molteplici attori. Attualmente il 20% della popolazione del Libano è composta da rifugiati (palestinesi e siriani): una quota stratosferica, che crea ulteriori frizioni nella società, e nei suoi “equilibri” interni. Gran parte della popolazione è schiacciata dalla rampante crisi economica, che conosce altissimi tassi di inflazione. Circa il 44% della popolazione vive in condizioni di povertà (più del triplo rispetto al decennio precedente), mentre il 5% della società libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale.

A portare avanti la resistenza armata è quindi Hezbollah, che ha avuto un ruolo determinante nel ritiro delle truppe israeliane dal paese nel 2000, ottenendo da qui una grande popolarità e riconoscimento. Hezbollah, che è molto radicato tra la popolazione (soprattutto musulmana sciita, ma non solo), non è l’unico gruppo della resistenza armata contro il sionismo, ma è quello che in qualche modo la domina e la convoglia. Tale resistenza è legittima e va difesa, al di là dello stampo politico dell’organizzazione che la porta avanti. Del resto il diritto di autodeterminazione di un popolo, la sua lotta per l’indipendenza, la liberazione dal dominio coloniale e dall’occupazione straniera è un principio riconosciuto anche dal diritto internazionale borghese (sulla carta).

Hezbollah però è una forza settaria (islamica), politicamente reazionaria, legata al regime oppressivo iraniano degli ayatollah (ed indirettamente legata all’imperialismo russo-cinese), che non potrà portare alla liberazione delle masse oppresse libanesi. Anche le piccole altre forze di sinistra nel Libano, come il Partito Comunista Libanese, non avanzano nessuna battaglia pubblica per i propri giochi ed equilibri. Risulta che nel paese non c’è attualmente alcun reale discorso politico pubblico, nessuna iniziativa, nessuna mobilitazione contro l’occupazione.

Proprio in questo contesto, l’organizzazione Darb, sezione libanese della Lega Internazionale Socialista (di cui fa parte anche il Partito Comunista dei Lavoratori), aveva convocato mesi fa un presidio per manifestare contro la guerra e l’occupazione portate avanti da Israele, e denunciando la passività del governo (il suo percorso di normalizzazione). Il presidio venne negato, per motivi politici. In Libano il livello di repressione contro la dissidenza è infatti molto alto ed in costante aumento.

Dopo questo divieto i compagni di Darb hanno deciso quindi di costruire un percorso: la “Campagna di contrasto all’occupazione e al processo di normalizzazione in Libano”. Un’unità di azione con altre piccole forze per uscire allo scoperto e per potersi affermare come polo attrattivo alternativo. Un campo che raccoglie l’opposizione al sionismo, l’opposizione alla normalizzazione del governo, l’opposizione all’attuale direzione politica della resistenza. Un campo non settario, laico e soprattutto di classe, rivendicando appunto il collegamento della lotta contro la guerra alla lotta di classe.

La data del 18 luglio ha segnato un importante punto intermedio della campagna, mediante una conferenza pubblica che ha visto 135 presenze (inclusi giornalisti) nella sala di un teatro. A questa conferenza ha partecipato anche una delegazione della Lega Internazionale Socialista (proveniente da Italia, Spagna, Germania) che ha appoggiato pubblicamente l’iniziativa mediante una dichiarazione sottoscritta anche da un gruppo marxista rivoluzionario siriano (Syrian Revolutionary Left party) lì presente. In sala, per sostenere la campagna, anche il rivoluzionario libanese George Abdallah, uscito dalle prigioni francesi lo scorso luglio dopo quarant’anni di detenzione. La conferenza ha lanciato l’appuntamento ad una mobilitazione di piazza per il giorno 7 agosto, davanti al Palazzo del Governo a Beirut.

Attenderemo l’esito della mobilitazione e gli eventuali sviluppi, ma al di là del livello di partecipazione che sarà raggiunto, il fatto stesso della convocazione di una mobilitazione di questo genere, nel contesto libanese attuale, è già un risultato politico importante.

Dall’Italia, e da ogni paese in cui è presente la Lega Internazionale Socialista, continueremo la battaglia al fianco del popolo libanese e dei suoi compagni marxisti rivoluzionari, e lo faremo con l’unico modo con cui sarà possibile vincere: l’internazionalismo. Internazionalismo significa non solo portare dichiarazioni di solidarietà, aiuti, scambi. Ma soprattutto avere una stessa lotta, uno stesso programma, una stessa strategia.

A tal proposito è evidente che ancor’oggi trova conferma, diventando fondamentale nella strategia di liberazione, la teoria della rivoluzione permanente di Trotsky. Nessuna direzione borghese si dimostra capace di difendere i diritti basilari e democratici di un popolo oppresso dall’imperialismo. Lo si può vedere attraverso l’azione di tutti quei regimi borghesi del Medio Oriente (Iran, Qatar, Siria, Iraq…) che hanno dimostrato la totale inerzia e disinteresse verso i loro fratelli arabi vittime di un genocidio. Lo si vede in maniera esemplare poi proprio con il caso della borghesia libanese.

Ancor meno affidamento lo si può dare alle potenze imperialiste, vecchie e nuove. Cina e Russia si sono dimostrate complici del genocidio di Gaza e dell’azione coloniale di USA e Israele nel Medio Oriente, dando semaforo verde al “piano di pace” come merce di scambio per la spartizione di zone globali di interesse. Occorre opporci a qualsiasi imperialismo, partendo da quello di casa nostra. Conseguentemente occorre opporci anche ad ogni visione politica campista, tanto cara ad una certa sinistra “radicale” di casa nostra.

A fronte di un’aggressione da parte di una potenza imperialista ad un paese dipendente siamo per la sconfitta della prima, siamo per il diritto di autodeterminazione nazionale. Così difendiamo il Libano, la Palestina e l’Iran contro Israele e gli Stati Uniti; così difendiamo l’Ucraina contro la Russia. Difendiamo la loro resistenza armata, diritto fondamentale dei popoli oppressi, ma ci opponiamo alla loro direzione politica borghese o piccolo-borghese. Ci opponiamo politicamente ad Hezbollah, ad Hamas, al regime degli ayatollah, al regime di Zelensky. Un’opposizione da un punto di vista indipendente di classe ed anticapitalista.

Sarà solo un percorso rivoluzionario socialista ed internazionale, guidato da una direzione proletaria e popolare, a portare alla completa liberazione i popoli oppressi, fuori da ogni colonialismo militare, politico ed economico. Per questo serve un’Internazionale marxista rivoluzionaria.

Denunciamo apertamente il cosiddetto “piano di pace” di Trump-Blair-Netanyahu, trattandosi in realtà di un piano neocoloniale. Rivendichiamo il diritto al ritorno della diaspora palestinese. Rivendichiamo l’armamento dei popoli di fronte ai governi della resa sottomessi all’imperialismo. Rifiutiamo l’ipotesi “due popoli due stati” e rifiutiamo gli accordi di Oslo. È evidente come questi non possano reggere la realtà. La natura dello stato sionista di Israele non permette l’esistenza del popolo palestinese e dei popoli vicini. Finché esisterà lo stato sionista di Israele esisterà colonialismo, oppressione e guerra. Per questo siamo per la sconfitta e la distruzione rivoluzionaria dello stato sionista di Israele.

La soluzione potrà unicamente venire attraverso l’autodeterminazione nazionale del popolo arabo della regione, attraverso un processo rivoluzionario socialista di tutta la regione che porti alla costruzione di uno stato di Palestina libero, laico, democratico e socialista, dentro la cornice di di una federazione di repubbliche socialiste del Medio Oriente, comprensiva del Libano. L’unica soluzione che possa garantire la piena emancipazione del popolo arabo e la tutela dei diritti di tutte le minoranze, a cominciare da quella ebraica.

Rivendichiamo come anche nostro lo slogan che ha percorso e percorre tutte le piazze del mondo: “From the river to the sea, Palestine will be free”. È la posizione storica dei trotskisti, che, a differenza delle altre organizzazioni del movimento operaio, fin dall’inizio si sono opposti alla creazione di Israele e all’ipotesi “due popoli due stati”.

In Italia il Partito Comunista dei Lavoratori pone la necessità di costruire un fronte unico permanente di classe e di massa, con una piattaforma generale unificante, un’agenda dalla parte dei lavoratori e degli oppressi, un agenda anticapitalista. Collegare le ragioni della lotta per l’autodeterminazione dei popoli oppressi alla lotta contro l’economia di guerra, contro il governo e per un’alternativa di società.

Rivendichiamo quindi:

– La rottura di ogni relazione politica, istituzionale ed economica con Israele. Anche nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, in tutte le sue articolazioni.

– Il taglio delle spese militari.

– L’uscita dell’Italia dalla NATO.

– L’aumento di 400 euro dei salari ed un salario minimo intercategoriale di 1800 euro.

– La cancellazione delle leggi sulla precarietà del lavoro.

– La diminuzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali a parità di paga. Lavorare tutti, lavorare meno.

– La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dei settori economici strategici e delle aziende che licenziano, che non rispettano i diritti sindacali e che inquinano.

– L’esproprio dei beni economici del Vaticano (escludendo i luoghi di culto).

– Un pesante finanziamento del welfare pubblico: sanità, istruzione e servizi pubblici di qualità e gratuiti.

Per questo è necessario rivendicare anche il rifiuto unilaterale del pagamento del debito pubblico verso le banche ed una patrimoniale del 10% sui milionari.

Sono questioni elementari che toccano la vita quotidiana delle masse popolari, ma che si scontrano con questo sistema, con il capitalismo, che per di più vive ora un’epoca di crisi e non può nemmeno offrire le briciole. La soluzione di emancipazione rimanda per forza alla prospettiva di un governo della classe lavoratrice e ad un’economia socialista, ottenibili solo con un processo rivoluzionario di massa.

Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

 


Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista

Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di intesa e venerdì è previsto un accordo di cessate il fuoco che comprenda tutti i fronti, compreso il Libano, e il ritiro delle forze sioniste.

Allo stesso tempo, la zona sud di Beirut è stata bombardata, in concomitanza con l’espansione delle operazioni israeliane nel sud del Libano, con l’intento di dividere i due fronti, imporre la propria presenza e perseguire i propri interessi nella regione.

Ciò è diventato evidente da quando, alla fine di maggio, Netanyahu ha minacciato di bombardare massicciamente Beirut, e l’esercito dell’entità sionista ha ordinato alla popolazione della zona sud di Beirut e del sud del Libano di evacuare le proprie case prima che fossero ridotte in macerie. Si tratta di una guerra permanente contro il Libano.

Nel frattempo, l’invasione delle Forze di Difesa Israeliane prosegue. Ha raggiunto la periferia della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, roccaforte della resistenza, e ha issato la propria bandiera sulle rovine strategiche del castello medievale dei crociati, situato sulla cima di una montagna, violando ancora una volta il cessate il fuoco concordato nell’aprile del 2026. Hanno inoltre minacciato le principali città di Sidone e Tiro e hanno recentemente emanato ordini di evacuazione totale di una regione che si estende a nord fino al fiume Zahrani, 10 km a nord del fiume Litani.

L’obiettivo di questa guerra è chiaro: il nemico sionista mira a conquistare e occupare in modo permanente il sud del Libano. Pertanto, la resistenza deve essere schiacciata e l’intera popolazione deve essere cacciata in modo permanente. Il cosiddetto accordo di cessate il fuoco ha portato all’attuale occupazione della zona a sud del fiume Litani, con oltre un milione di abitanti sfollati. Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno raso al suolo e fatto saltare in aria villaggi, ormai svuotati dei loro abitanti, dimostrando così la loro intenzione di rendere permanente l’occupazione.

Il governo israeliano proclama non solo di voler sradicare i combattenti di Hezbollah, ma anche di voler distruggere la loro base sociale, ovvero la popolazione prevalentemente sciita della zona, che si stima superi il 30 per cento della popolazione del Paese. Ciò dimostra, contrariamente alle intenzioni dei sionisti, che i combattenti di Hezbollah costituiscono effettivamente una forza di resistenza legittima, organicamente legata ai residenti rimasti e a quelli sfollati, costituiti in gran parte dalla popolazione sciita.

I comunisti di tutto il mondo, pur non condividendo la politica e la strategia islamista di Hezbollah, hanno il dovere assoluto di sostenere questa resistenza e di denunciare le Forze di Difesa Israeliane attraverso una lotta organizzata contro l’imperialismo, che sta cercando di estendere il proprio genocidio e la propria pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania.

Netanyahu lo ha chiarito in modo inequivocabile quando ha annunciato la conquista dello storico Castello di Beaufort (Qal’at al-Shaqīf). In un’intervista alla BBC, ha descritto l’evento, secondo le sue stesse parole, come «l’abbattimento della barriera della paura» e ha confermato che «prenderanno l’iniziativa di operare su tutti i fronti in Siria, a Gaza e in Libano».

IL REGIME SIONISTA CERCA DI APPROFITTARE DELLA SITUAZIONE

Ci sono diverse ragioni, tra loro collegate, per cui lo Stato sionista sta spingendo in questa direzione proprio ora.

In primo luogo, lo stesso regime sionista è diventato sempre più aggressivo, barbaro ed espansionista dall’ottobre 2023 in poi. Il governo e le forze fasciste in Israele, in particolare, vedono l’opportunità di continuare il genocidio a Gaza, di cui ora controllano almeno il 60% del territorio, che si estenderà al 70%, secondo quanto dichiarato da Netanyahu il 21 maggio. Nel frattempo, Israele prosegue l’annessione de facto di porzioni sempre più ampie della Cisgiordania. E vede la possibilità di occupare in modo permanente vaste aree del Libano nella loro spinta verso la creazione di un “Grande Israele”. Ciò deriva dalla logica espansionistica intrinseca allo stesso Stato sionista.

Naturalmente, esistono anche altre ragioni contingenti, come l’utilizzo dell’aggressione permanente come mezzo per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne del governo di Netanyahu. Ma l’inesorabile espansione di uno Stato coloniale ha un carattere più fondamentale. Non ci sarà mai una pace duratura con i suoi vicini, né si porrà fine alla distruzione del popolo palestinese, fintanto che esisterà lo Stato razzista sionista.

Sono molteplici le ragioni che determinano l’attuale possibilità di espansione di cui approfitta lo Stato sionista: dall’attuale crisi dell’egemonia statunitense nella regione al continuo sostegno delle potenze occidentali alla complicità dei regimi reazionari arabi e alla pronta tolleranza delle politiche sioniste da parte, tra gli altri, di Russia e Cina.

Israele ha colto la guerra reazionaria contro l’Iran come un’opportunità per attaccare il Libano.

Ironia della sorte, il fallimento degli Stati Uniti nella guerra che aveva per obiettivo rovesciare gli islamisti a Teheran e imporre un cambio di regime filoccidentale ha portato a una situazione fragile, in cui i “negoziati” proseguono parallelamente agli attacchi statunitensi e alle controffensive iraniane. La difficoltà di concordare un cessate il fuoco, che possa in qualche modo essere presentato come un “successo”, consente a Israele di proseguire la propria guerra nonostante le pressioni dei suoi alleati di Washington e dell’Europa occidentale. Finché l’esercito statunitense presenterà i propri continui attacchi contro l’Iran come “autodifesa”, i sionisti useranno la stessa urgenza e la stessa scusa per la loro invasione del Libano, anche se sono consapevoli che l’Iran non può accettare un accordo con gli Stati Uniti fintantoché Israele continua la sua guerra contro il Libano.

Sebbene l’attuale invasione e campagna militare in Libano contraddica il tentativo degli USA e dell’Europa occidentale di giungere a una soluzione reazionaria nella regione e di mediare un accordo con l’Iran, questi non sono disposti a esercitare alcuna pressione decisiva contro il loro alleato sionista. Ciò è il risultato delle contraddizioni interne della “strategia” di Trump, nonché delle divisioni interne all’establishment statunitense. Per quanto riguarda le principali potenze imperialiste europee – in particolare la Gran Bretagna e la Germania – su questo punto esse seguiranno gli Stati Uniti e, di conseguenza, continueranno a sostenere «incondizionatamente» il «diritto di Israele all’autodifesa».

Pertanto, i sionisti potranno proseguire la loro guerra nelle sue diverse forme, e cercheranno di raggiungere i propri obiettivi, nella situazione attuale, anche in caso di cessate il fuoco.

COME SI PUÒ FERMARE IL SIONISMO?

Il popolo libanese ha tutto il diritto di resistere all’aggressione sionista. La classe operaia internazionale, i socialisti, i comunisti, i sindacati e i partiti devono mobilitarsi a suo sostegno, proprio come sostengono il popolo palestinese nella sua lotta contro il genocidio.

In Libano il governo svolge un ruolo particolarmente infido. Si rifiuta di mobilitare l’esercito per la difesa del Paese. Non solo viene meno a questo dovere elementare, ma si impegna addirittura in negoziati con il nemico, concordando “tregue” e “cessate il fuoco” che i sionisti violano costantemente.

Per mesi, tutti i discorsi sulla tregua sono stati un tentativo deliberato di ingannare l’opinione pubblica e nascondere la continuità dell’aggressione sotto forme diverse. Il sud del Libano non ha mai vissuto una tregua, ma piuttosto una guerra aperta portata avanti con molteplici metodi: bombardamenti quotidiani, omicidi mirati, occupazione continua del territorio e progressiva espansione delle aree su cui il nemico impone il proprio controllo militare diretto.

Ma le autorità libanesi si rifiutano di opporsi ai sionisti. Sono diventate burattini degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali, prive di qualsiasi potere contrattuale e totalmente dipendenti dai sostegni economici imperialisti. Imporre in modo permanente un regime fantoccio di questo tipo, tuttavia, richiede anche lo schiacciamento di tutte le forze di resistenza e di malcontento popolare all’interno del Libano.

Per quanto riguarda Hezbollah, esso continua a contrastare l’occupazione nei limiti delle possibilità disponibili e grazie al sacrificio dei propri combattenti. Ma la natura islamica e borghese della sua politica, la sua dipendenza da un’alleanza con il regime reazionario iraniano e il suo ruolo nelle passate lotte di massa proprio in Libano, rendono impossibile per Hezbollah fornire una strategia e un programma in grado di unire l’intera classe lavoratrice, i giovani e i poveri delle città di tutto il Paese, superando le divisioni confessionali e identitarie su basi di classe.

La classe lavoratrice e le masse popolari libanesi devono unirsi alla resistenza contro il nemico sionista. Ma devono farlo sulla base di un programma che colleghi la lotta contro il sionismo e l’imperialismo alla lotta per una soluzione socialista. Cioè un programma di rivoluzione permanente, per un Libano socialista come parte di un mondo socialista. Per questo è necessario costruire un partito rivoluzionario nel pieno di questa battaglia.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) esprime solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo libanese. Sosteniamo i nostri compagni libanesi della LIS, i loro sforzi per allargare la lotta contro l’occupazione in qualsiasi modo e il loro obiettivo di costruire un ampio fronte, politicamente attivo e presente sul territorio, che riunisca lavoratori, studenti, sindacati, forze progressiste e tutti coloro che rifiutano la normalizzazione e la resa.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Ma nonostante il loro eroismo e la loro lotta, le masse libanesi da sole non saranno in grado di fermare l’esercito israeliano e la sua enorme potenza militare. L’aggressione sionista può essere invece fermata e sconfitta se la classe lavoratrice araba, statunitense ed europea costringerà i propri governi a interrompere il sostegno militare allo Stato sionista e a recidere i legami finanziari ed economici.

Ciò significa che le organizzazioni dei lavoratori – compresi i partiti riformisti di massa e i sindacati – devono mobilitarsi in massa per intensificare la pressione sui governi occidentali che favoriscono e sostengono i crimini di Israele, e sui regimi della regione che ostacolano o non fanno nulla per sostenere la resistenza contro di essi. Nel farlo, dobbiamo combattere le leggi e la propaganda che dipingono Hezbollah come un’organizzazione terroristica, mentre presentano Israele come un modello di democrazia. Milioni di persone, soprattutto tra i giovani, hanno ora smascherato tutto ciò.

Dobbiamo lottare per boicottare ogni forma di appoggio e di aiuto militare e culturale a Israele, ed esigere la condanna per il genocidio di cui è autore. I lavoratori devono imporre le proprie sanzioni contro Israele, come hanno fatto in diverse occasioni i lavoratori portuali greci e italiani. La sinistra di tutto il mondo deve inoltre inviare aiuti ai comunisti libanesi, alle organizzazioni studentesche e ai sindacati, affinché si possa indicare una prospettiva di classe e rivoluzionaria al popolo lavoratore del Libano che sta soffrendo.

– Fermare i bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane e l’espulsione della popolazione libanese.

– Sconfiggere l’aggressione e l’occupazione sionista! Fuori dal Libano tutte le forze sioniste e liberazione degli ostaggi sequestrati.

– Israele, USA e Stati europei che sostengono il sionismo paghino integralmente per la ricostruzione di tutti i villaggi e delle aree devastate del Libano.

– Sostegno alla resistenza popolare! Sostegno ai comunisti e ai sindacalisti libanesi!

– Per un Libano socialista, parte di una Federazione socialista della regione del Medio Oriente e Africa del Nord!

L'elenco degli appuntamenti di piazza indette dalla Global Sumud Flotilla e dalle organizzazioni sodali

 


L'elenco delle manifestazioni in tutta Italia  sodali in seguito al rapimento delle compagne e dei compagni della Global Sumud Flotilla da parte dell'esercito terrorista dell'entità sionista

https://www.facebook.com/share/r/1KcsM4r4ja/

Dichiarazione della LIS – Fuori Israele dal Libano

 


Sconfiggere il mostro sionista è una causa di tutta l’umanità. Solidarietà attiva con il popolo libanese

Il 2 marzo, appena due giorni dopo l’inizio dell’aggressione sionista e statunitense contro l’Iran, lo Stato genocida di Israele ha invaso il Libano. Solo nell’ultimo mese, Israele ha sottratto oltre il 15% del territorio nel sud del Paese, distrutto più di 10.000 abitazioni e costretto alla fuga un milione di persone su una popolazione totale di poco più di sei milioni. Le azioni criminali di Israele, cioè non solo l’incursione del suo esercito ma i bombardamenti in tutto il paese, hanno già ucciso più di 1.500 abitanti. Solo l’8 aprile, in dieci minuti, hanno lanciato più di 160 missili sulla popolazione civile indifesa di Beirut, distruggendo interi edifici e infrastrutture e causando 300 nuove vittime.

Gli attacchi del sionismo contro il Libano e altri paesi del Medio Oriente sono iniziati diversi anni fa. Queste azioni fanno parte della strategia dello Stato di Israele e degli Stati Uniti per ridisegnare la mappa del Medio Oriente in modo da soddisfare i propri interessi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito al genocidio sionista in corso a Gaza, all’avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, all’invasione della Siria, ai bombardamenti dello Yemen e all’attacco criminale contro l’Iran, in cui gli israeliani hanno sganciato decine di migliaia di bombe e ucciso migliaia di bambini e civili, oltre a funzionari del regime. L’aggressione che hanno scatenato nella regione ha portato alla diffusione del conflitto in più di dieci paesi, e minaccia di continuare ad espandersi.

L’imperialismo e Israele hanno incontrato una resistenza inaspettata in Iran. La fragile tregua firmata di recente ha rappresentato per Trump una via d’uscita dalla situazione estremamente complessa in cui si trova. Afflitto dalla sua crescente impopolarità in patria e dalla crisi economica causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, ha dovuto firmare una tregua e accettare di negoziare un accordo che, se portato a termine, rappresenterebbe una chiara vittoria per l’Iran e dimostrerebbe che il mostro non è invincibile. Ma dovremo aspettare e vedere come si evolveranno gli eventi. Il giorno dopo la presunta tregua, Israele ha sferrato l’attacco più sanguinoso contro Beirut a recente memoria d’uomo. Per rappresaglia, l’Iran ha chiuso nuovamente lo Stretto di Hormuz.

Israele, che è stato costretto a sostenere il cessate il fuoco in Iran, si rifiuta di estendere il cessate il fuoco al Libano. Ciò aggraverà la crisi umanitaria e la possibilità che scoppi una guerra civile confessionale nel Paese, poiché le centinaia di migliaia di sfollati provenienti dal sud, per lo più la base sociale e religiosa di Hezbollah, sono costretti a stabilirsi in zone a maggioranza cristiana, il che ha già iniziato a causare attriti e scontri.

Netanyahu sta affrontando aspre critiche sul fronte interno per aver accettato di sospendere l’offensiva contro l’Iran senza aver raggiunto gli obiettivi promessi. La sua posizione sul fronte interno è sempre più precaria. Esiste la possibilità che perda le elezioni e finisca per essere accusato di corruzione. Questo spiega il suo approccio aggressivo in Libano.

È necessaria una campagna internazionale per sostenere il popolo libanese e opporsi alla brutale aggressione portata avanti dall’enclave colonialista. Il Libano ha tutto il diritto di difendersi. E i rivoluzionari e coloro che difendono la democrazia in tutto il mondo hanno l’obbligo di stare al loro fianco e lottare per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano.

GUERRA ESTERNA E INTERNA

Mentre nel sud infuria il combattimento corpo a corpo contro gli invasori, il governo libanese sta manifestando la propria disponibilità a negoziare e a riconoscere, per la prima volta nella storia, l’esistenza dello Stato di Israele. È arrivato addirittura a ritirare il proprio esercito dal sud del Paese per agevolare l’incursione dell’esercito israeliano. La sua priorità è diventata il conflitto confessionale con Hezbollah, che cerca di sconfiggere e disarmare, invece che la difesa del paese dall’invasione sionista.

A sua volta, Hezbollah, nonostante il suo eroismo, è incapace, a causa della sua ideologia confessionale e della sua subordinazione agli interessi dell’Iran, che pone anche al di sopra degli interessi del popolo libanese, di unire la maggioranza della popolazione attorno al suo progetto e di guidare un processo di liberazione nazionale.

Ciò rende più che mai necessario contribuire a costruire un’alternativa politica rivoluzionaria, in grado di unire le masse sfruttate e oppresse attorno a una strategia non confessionale, che lotti per sconfiggere il sionismo e al contempo liberare definitivamente il Paese dalla sottomissione semicoloniale e dal saccheggio di cui è vittima per mano di molte potenze imperialiste. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario strappare il potere alle molteplici espressioni della borghesia libanese e instaurare un governo dei lavoratori e dei poveri.

Questa prospettiva può essere realizzata solo nell’ambito di una lotta internazionale, a fianco degli altri popoli arabi, che devono affrontare la sfida di liberarsi delle monarchie e dei governi dittatoriali complici degli interessi imperialisti, e di unirsi a una rivoluzione nella regione che istituisca una libera federazione di repubbliche in Medio Oriente. Crediamo che solo da comunisti si possa ottenere una vittoria definitiva sull’occupazione e sull’imperialismo.

SOLIDARIETÀ ATTIVA CON IL POPOLO LIBANESE

Il popolo libanese ha bisogno di noi. Come Lega Internazionale Socialista (LIS) lanciamo un appello per una campagna internazionale a sostegno della sua lotta contro l’invasore. Allo stesso tempo, ci impegniamo a raccogliere e inviare risorse a sostegno dei giovani comunisti che, in maniera indipendentemente dal governo e dai gruppi confessionali, stanno svolgendo un intenso lavoro umanitario per portare soccorso a chi ne ha bisogno.

Via le grinfie sioniste dal Libano!

Per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano!

Fuori l’imperialismo dal Medio Oriente!

10 aprile

Lega Internazionale Socialista

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Un’altra sconfitta del sionismo. I giudici confermano l’assoluzione di Alejandro Bodart


 La magistratura di Buenos Aires ha dichiarato «inammissibili» i ricorsi presentati dalla DAIA (Delegazione delle Associazioni Israeliane in Argentina) e dalla Procura. Questa nuova sentenza è la quarta a favore del nostro compagno Alejandro Bodart. Respinge l’ultimo ricorso, conferma la sua assoluzione e infligge una nuova sconfitta ai tentativi del sionismo di criminalizzare la difesa del popolo palestinese e la denuncia del genocidio

Una nuova e schiacciante sentenza giudiziaria ha appena inflitto una dura sconfitta al sionismo e ai suoi tentativi di censura. Lo scorso 27 marzo 2026 la Prima Sezione della Corte di Cassazione e d’Appello in materia penale della Città Autonoma di Buenos Aires ha deciso di dichiarare totalmente inammissibili i ricorsi di incostituzionalità presentati dalla Procura e dalla parte civile della DAIA. Entrambe le parti cercavano di portare il caso davanti al Truibunale Superiore di Giustizia locale per ribaltare l’assoluzione del nostro compagno Alejandro Bodart.

Questa decisione conferma ancora una volta un principio fondamentale per la nostra attività politica e per i diritti umani, stabilendo che denunciare il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese non costituisce alcun reato.

Per comprendere la portata di questa vittoria è necessario ripercorrere il modo in cui il sionismo ha cercato di criminalizzare la libertà di espressione nel corso di tutti questi anni. Tutto è iniziato con alcuni semplici messaggi sui social network in cui Bodart metteva in discussione le azioni criminali dello Stato di Israele. In un primo momento, il giudice incaricato del caso ha respinto l’accusa, ma l’insistenza della parte civile è riuscita a imporre l’avvio di un processo orale. Durante quel processo sono stati chiamati a testimoniare esperti qualificati, e la forza delle prove ha portato a una prima e indiscutibile assoluzione. Non volendo accettare la realtà, la lobby sionista ha presentato ricorso in appello e ha ottenuto una condanna provvisoria. Quell’enorme ingiustizia è stata rapidamente ribaltata nel settembre 2025, quando la Corte di Cassazione ha annullato la pena e ha nuovamente assolto il nostro compagno. Ora, di fronte al disperato tentativo della DAIA e della Procura di continuare a inasprire il conflitto giudiziario, i giudici chiudono nuovamente loro la porta in faccia respingendo il loro ricorso.

In questa ultima istanza i querelanti hanno cercato di sostenere che la precedente sentenza di assoluzione fosse priva di logica e risultasse arbitraria. Hanno preteso che venisse applicata esclusivamente la definizione di antisemitismo elaborata dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IRHA) e hanno affermato che i messaggi di Bodart rappresentassero un discorso di odio secondo le linee guida del Piano d’Azione di Rabat (sulle modalità di valutazione dei discorsi d’incitamento all’odio, approvato dall’ONU nel 2012, ndt).

Il tribunale ha smontato completamente queste rozze manovre, spiegando che la denuncia non è riuscita a dimostrare l’esistenza di un vero e proprio caso costituzionale. In definitiva, la risposta della Giustizia ha smascherato l’inganno della DAIA e della Procura. I denuncianti non avevano alcun argomento costituzionale concreto da presentare, e la loro unica rimostranza era che i giudici precedenti avessero interpretato le pubblicazioni a favore del nostro collega Bodart, riconoscendogli il diritto di esprimere la propria opinione.

Attraverso questo ricorso in appello, i querelanti intendevano utilizzare la massima autorità giudiziaria della città come una sorta di ripescaggio per forzare una condanna per puro capriccio ideologico, che avrebbe costituito anche un tentativo di punire chiunque tenti di difendere la causa palestinese. Il loro è stato un tentativo disperato, che i magistrati hanno bloccato, chiarendo la non disponibilità delle alte sfere giudiziarie ad assecondare i capricci politici frutto della frustrazione sionista. Inoltre, i giudici hanno respinto la questione di gravità istituzionale sollevata dall’accusa, ritenendo che le sue affermazioni fossero generiche e prive di fondamento per giustificare l’intervento della massima autorità giudiziaria locale. Ciò significa che la querela ha cercato di inventarsi che le dichiarazioni del nostro compagno mettessero a rischio l’intera società e minacciassero la convivenza pacifica. Hanno cercato di ingigantire il caso in modo del tutto artificiale per generare allarme e costringere il Tribunale Superiore a occuparsi del caso.

Tutte queste sentenze giungono esattamente alla stessa conclusione. È stato pienamente dimostrato che non vi è stata alcuna azione discriminatoria. L’intero procedimento persecutorio orchestrato dalla DAIA è stato un chiaro intento di criminalizzare un’espressione politica di condanna del genocidio e di difesa del popolo palestinese.

L’enorme lavoro degli avvocati difensori María del Carmen Verdú e Ismael Jalil è stato fondamentale per smontare ogni singola menzogna presentata dal pubblico ministero e dai querelanti. Questo grande trionfo appartiene a loro, al nostro compagno Bodart, ai militanti del MST e della LIS e all’immensa campagna di solidarietà nazionale e internazionale che si è mobilitata per fermare questo abuso istituzionale.

Speriamo che i difensori del genocidio smettano di insistere con i loro ricorsi assurdi e riconoscano una volta per tutte questa assoluzione definitiva. Conoscendo la natura di questi personaggi, e sfruttando la forza che ci dà questa lotta, ci prepariamo a qualsiasi tentativo di continuare la persecuzione. Perché è emerso chiaramente che si è trattato della fabbricazione di un caso esemplare al fine di limitare la libertà di opinione e ogni critica al genocidio, e che ciò è fallito. Indubbiamente tanto accanimento è dovuto al fatto che la realtà del genocidio sta venendo alla luce e che denunciarlo non è un reato.

Oggi il mondo intero si mobilita per condannare il massacro in Medio Oriente. Questa sentenza rappresenta uno scudo indispensabile per proteggere altri attivisti perseguitati dal sionismo a livello mondiale. La forza di questa vittoria legale ci dà molta più forza per esigere l’immediata archiviazione di procedimenti persecutori simili, come quello che sta affrontando attualmente la compagna Vanina Biasi.

Forti di questo importantissimo trionfo, manteniamo alta la guardia e portiamo avanti la campagna e le azioni in difesa di Bodart. Non permetteremo mai che le nostre voci vengano messe a tacere e continueremo a denunciare il genocidio perpetrato da Israele fino alla conquista di una Palestina veramente libera dal fiume al mare.

Gonzalo Zuttión

Tricolore in armi


 L’Italia aumenta l’export di armi del 157%, lungo la rotta del Piano Mattei

Grande festa sui mercati dell’industria bellica. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha aumentato l’esportazione di armi del 157%. Il maggior incremento percentuale su scala mondiale.

Rivelatrice è la rotta dell’export italiano. «Il 59% delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente , il 16% è andato in Asia e Oceania, il 13% in Europa» documenta Il Sole 24 Ore (10 marzo). Dunque la stragrande maggioranza dell’export militare non è andato “all’Ucraina”, come magari pensa qualche sprovveduto campista. È andato in misura preponderante a Israele, Egitto e monarchie del Golfo. È la rotta dell’imperialismo italiano, è la rotta del piano Mattei.

Le armi non sono solo procacciatrici di profitti per azionisti e mercanti del settore. Tracciano anche aree di influenza, lubrificano relazioni diplomatiche. L’Italia si muove da tempo in direzione dell’ampliamento del proprio raggio di affari e relazioni in Medio Oriente. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri seguono ed ispirano il tracciato, a danno per lo più della Francia, e con sponda americana. Questa rotta non è stata inventata da Meloni. Ha almeno dieci anni di lavorio alle spalle, con i contributi del governo Renzi (Arabia Saudita), Gentiloni-Minniti (Nord Africa), Draghi (Golfo). È vero invece che il governo Meloni ha dato un assetto più complessivo e sistemico al disegno. Anche per legittimarsi presso il grande capitale italiano e raccogliere i suoi favori. Trasversali.

Non a caso la grande stampa borghese del gruppo GEDI (La Stampa e Repubblica) come quella del gruppo Cairo (Corriere della Sera) ha lustrato il piano Mattei, anche al di là del proprio posizionamento politico verso il governo. Come non è un caso che i partiti borghesi dell’opposizione liberale, PD e M5S, abbiano votato a favore della missione navale in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, assieme a Meloni, in pieno genocidio. Una missione militare tuttora operativa ed anzi pericolosamente rafforzata di cui nessuna “opposizione” in Parlamento, guarda caso, reclama la revoca. Neppure in presenza della nuova guerra sionista americana, e della minacciata riapertura manu militari del Canale di Hormuz da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia.

Sì, il Board of Peace ha diviso il fronte borghese. La tavola trumpiana è troppo grottesca e provocatoria, troppo divisiva verso la UE, per essere accettata dagli europeisti liberali in Italia. Ma attenzione: un conto è la tavola, e un conto è il menù. E il menù sono gli interessi superiori dell’imperialismo italiano, quelli che vanno al di là di ogni confine politico.

Una coalizione liberale di centrosinistra che si candida ad alternanza di sistema non romperà mai con lo Stato sionista, con le monarchie petrolifere, con l’industria bellica, con la loro rotta d’affari. Il piano coloniale di Trump a settembre non vide un solo voto contrario nel Parlamento italiano. Ai vertici della Fondazione Leonardo siedono uomini del PD o provenienti dalle sue file (Minniti). Nella Commissione Difesa il personale politico del PD è da sempre procacciatore d’affari per l’industria bellica, sia quando è al governo (Roberta Pinotti) sia quando è all’opposizione (Lorenzo Guerini). Quanto al “pacifista” Giuseppe Conte, ha anticipato il proprio sostegno ad una partecipazione italiana alla futura “forza di stabilizzazione” per Gaza, come al rafforzamento dei Carabinieri in Cisgiordania quali formatori della polizia palestinese (collaborazionista) di Abu Mazen («l’Italia potrebbe svolgere un ruolo a Gaza, abbiamo dei professionisti apprezzati sempre in tutto il mondo»)Giorgia Meloni ha significativamente dichiarato che quel passaggio potrebbe registrare un voto unanime del Parlamento.

L’esperienza dimostra che non si può rompere con l’industria bellica e col militarismo coloniale senza rompere con il capitalismo e l’imperialismo italiano. Il fatto che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica sia oggi avanzata in Italia dal solo Partito Comunista dei Lavoratori ci parla non solo della subalternità della sinistra, ma anche dell’attualità di una sinistra rivoluzionaria quale strumento di lotta coerente contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nessun coinvolgimento nella guerra sionista americana!

 


Ipocrisia europea e complicità italiana

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Mentre lo Stato sionista e l’imperialismo USA proseguono l’aggressione all’Iran, le basi militari in Italia sono già di fatto operative. Non c’è bisogno di una formale richiesta americana, che tanto potrebbe arrivare come no. L’uso delle base di Sigonella è pienamente attivo: 24 voli militari USA dallo scalo prima del 28 febbraio, diretti alla base di Souda Bay (Creta) in preparazione dell’attacco. Un uso logistico, indiretto, a fini di rifornimento e trasporto truppe. Ma in ogni caso un uso a fini militari nel quadro di un’aggressione di guerra.

Non è certo la prima volta. La stessa Giorgia Meloni ha ricordato gli accordi bilaterali tra Italia ed USA sull’uso delle basi, siglati nel 1951 e nel 1954, poi rinnovati nel 1995, e naturalmente ben custoditi dai governi italiani di ogni colore politico. Accordi in larga parte (scandalosamente) secretati, che consentono l’uso logistico e “tecnico” delle basi militari senza alcuna esigenza di particolari permessi politici. Vincoli analoghi coinvolgono peraltro in varie forme tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica.

L’ipocrisia dei governi imperialisti europei è clamorosa. Formalmente nessuno dei governi imperialisti di Europa è direttamente coinvolto nella guerra israeliano-americana all’Iran. Anche perché la linea Trump emargina i vecchi alleati (Gran Bretagna inclusa) da ogni decisione di politica estera, mettendoli di fronte al fatto compiuto, senza neppure informarli. Ma nessuno tra i grandi d’Europa ha la volontà e l’interesse ad opporsi. In fondo l‘America fa il lavoro sporco che noi non siamo in grado di fare”è stato fatto filtrare ufficiosamente ai margini dei lavori della UE.

Una confessione in piena regola, già rilasciata un anno fa dal governo tedesco a sostegno del genocidio sionista, e oggi ribadita per la guerra all’Iran. Una sintesi di invidia, impotenza, complicità.

Parlano i fatti. La stessa Germania di Merz che a Monaco qualche settimana fa aveva lamentato la rottura americana del Patto transatlantico è corsa precipitosamente alla Casa Bianca nel quarto giorno di guerra per ostentare le relazioni con Trump. Al punto che persino la compiacente stampa tedesca parla di una figura umiliante per Merz. La Francia di Macron ha parlato dell’attacco americano all’Iran come di un atto estraneo al cosiddetto diritto internazionale, ma ha concluso che l’Iran non deve difendersi, per evitare escalation. Mentre la portaerei Charles De Gaulle prende il largo per tutelare gli interessi della Francia. Solo il governo di Spagna – che pure ha anch’esso accresciuto le proprie spese militari – dichiara il proprio no alla guerra sull’onda di sondaggi che rivelano l’opposizione alla guerra dell’80% della popolazione spagnola. Ma la dissociazione non si traduce in rottura, e si combina con la richiesta di rispetto per la Spagna quale membro leale della NATO. Nel mentre navi militari francesi, olandesi, italiane, spagnole, si dirigono verso Cipro.

Il governo italiano partecipa all’ipocrisia europea da una angolazione particolare, e con crescente difficoltà. Nel corso dell’ultimo anno Giorgia Meloni ha coperto la figura e la linea di Trump in tutte le forme possibili, presentandosi come pontiere tra America ed Europa nel nome dell’Occidente. Ma il corso politico banditesco di Donald Trump sia in politica interna (Minneapolis) che in politica estera, e la conseguente reazione al trumpismo nell’ultima fase in settori crescenti dell’opinione pubblica, complicano il sostegno di Meloni al Presidente americano. Ed anzi lo espongono ad un rischio di rigetto, tanto più preoccupante alla vigilia di un referendum decisivo per il governo.

Da qui il silenzio imbarazzato della Presidente del Consiglio sulla guerra all’Iran, le sue contorsioni, il suo arrampicamento sugli specchi. Da un lato “non siamo in guerra e non ci vogliamo entrare”. Dall’altro aiuti militari alle monarchie del Golfo e difesa degli accordi bilaterali tra Italia e USA circa l’uso delle basi. Con una logica di scambio: non è un caso se poche settimane fa la NATO ha riconosciuto all’Italia il ruolo di guida della sua base di Napoli, il più grande presidio militare occidentale del Sud Europa.

Solo sudditanza verso gli USA? Solo complicità ideologica col trumpismo? No, non c’è solo questo. C’è anche l’interesse specifico dell’imperialismo italiano nella politica estera del governo Meloni. La proiezione dell’Italia in Medio Oriente ha fatto un salto col piano Mattei. Gli affari con le monarchie del Golfo coinvolgono tutte le grandi aziende energetiche e tutta l’industria bellica tricolore. I viaggi del ministro Crosetto negli Emirati Arabi non sono turistici, seguono la rotta degli appalti nelle infrastrutture, nella logistica, nella cantieristica, nella produzione militare. La flotta navale del Qatar, ad esempio, è in larga parte di produzione italiana. Tutto ciò non significa solo profitti, ma anche allargamento di proprie aree di influenza, maggiori entrature e peso diplomatico, a scapito di altri imperialismi concorrenti, come quello francese. Un bottino da difendere tanto più in un contesto di guerra.

La ragione per cui l’Italia partecipa al Board of Peace di Trump, a differenza di altri imperialismi europei, non nasce solo dal fatto che è l’imperialismo USA a distribuire le carte in Medio Oriente dopo la macelleria in Palestina. Nasce anche dal fatto che l’imperialismo italiano ha oggi nuove carte da preservare in regione e nuove ambizioni. E proprio l’attuale scenario di guerra e di possibili sconvolgimenti regionali rende la partecipazione italiana ancor più importante per gli interessi (imperialistici) nazionali. Il vero scandalo politico a sinistra è che a settembre il piano coloniale di Trump-Blair-Netanyahu da cui sarebbe nato il Board of Peace non ha registrato nel Parlamento italiano un solo voto contrario. Non uno.

La partecipazione italiana alla missione navale Aspides in Golfo Persico, per di più con un ruolo di guida, risponde alla stessa logica. Non è solo militanza militare al fianco di Israele contro gli houthi e contro i palestinesi. È anche tutela di un proprio ruolo negoziale su diversi tavoli del Medio Oriente. Ed oggi rappresenta oltretutto un coinvolgimento nello scenario di guerra, col serio rischio di arruolamento diretto.

Domanda: è un caso se nella primavera del 2024, in pieno genocidio, quella missione militare fu votata in Parlamento da un fronte di unità nazionale che andava da Giorgia Meloni al M5S passando per il PD? Altro che opposizione! Il “pacifismo” si è inchinato al tricolore, persino di fronte a un governo a guida postfascista. E ad oggi, non a caso, nessuna “opposizione” parlamentare chiede il ritiro da quella missione.

Il rifiuto della guerra sionista-americana all’Iran deve allora saldarsi con la rivendicazione della rottura con l’imperialismo italiano, i suoi interessi, le sue compromissioni. La lotta contro la guerra o è anche lotta contro il proprio imperialismo o non è.

Via l’Italia dal Board of Peace, dalla missione in Golfo Persico, da ogni teatro di guerra!

Via l’Italia dalla NATO, via la NATO dall’Italia!

Partito Comunista dei Lavoratori