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Nessun coinvolgimento nella guerra sionista americana!

 


Ipocrisia europea e complicità italiana

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Mentre lo Stato sionista e l’imperialismo USA proseguono l’aggressione all’Iran, le basi militari in Italia sono già di fatto operative. Non c’è bisogno di una formale richiesta americana, che tanto potrebbe arrivare come no. L’uso delle base di Sigonella è pienamente attivo: 24 voli militari USA dallo scalo prima del 28 febbraio, diretti alla base di Souda Bay (Creta) in preparazione dell’attacco. Un uso logistico, indiretto, a fini di rifornimento e trasporto truppe. Ma in ogni caso un uso a fini militari nel quadro di un’aggressione di guerra.

Non è certo la prima volta. La stessa Giorgia Meloni ha ricordato gli accordi bilaterali tra Italia ed USA sull’uso delle basi, siglati nel 1951 e nel 1954, poi rinnovati nel 1995, e naturalmente ben custoditi dai governi italiani di ogni colore politico. Accordi in larga parte (scandalosamente) secretati, che consentono l’uso logistico e “tecnico” delle basi militari senza alcuna esigenza di particolari permessi politici. Vincoli analoghi coinvolgono peraltro in varie forme tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica.

L’ipocrisia dei governi imperialisti europei è clamorosa. Formalmente nessuno dei governi imperialisti di Europa è direttamente coinvolto nella guerra israeliano-americana all’Iran. Anche perché la linea Trump emargina i vecchi alleati (Gran Bretagna inclusa) da ogni decisione di politica estera, mettendoli di fronte al fatto compiuto, senza neppure informarli. Ma nessuno tra i grandi d’Europa ha la volontà e l’interesse ad opporsi. In fondo l‘America fa il lavoro sporco che noi non siamo in grado di fare”è stato fatto filtrare ufficiosamente ai margini dei lavori della UE.

Una confessione in piena regola, già rilasciata un anno fa dal governo tedesco a sostegno del genocidio sionista, e oggi ribadita per la guerra all’Iran. Una sintesi di invidia, impotenza, complicità.

Parlano i fatti. La stessa Germania di Merz che a Monaco qualche settimana fa aveva lamentato la rottura americana del Patto transatlantico è corsa precipitosamente alla Casa Bianca nel quarto giorno di guerra per ostentare le relazioni con Trump. Al punto che persino la compiacente stampa tedesca parla di una figura umiliante per Merz. La Francia di Macron ha parlato dell’attacco americano all’Iran come di un atto estraneo al cosiddetto diritto internazionale, ma ha concluso che l’Iran non deve difendersi, per evitare escalation. Mentre la portaerei Charles De Gaulle prende il largo per tutelare gli interessi della Francia. Solo il governo di Spagna – che pure ha anch’esso accresciuto le proprie spese militari – dichiara il proprio no alla guerra sull’onda di sondaggi che rivelano l’opposizione alla guerra dell’80% della popolazione spagnola. Ma la dissociazione non si traduce in rottura, e si combina con la richiesta di rispetto per la Spagna quale membro leale della NATO. Nel mentre navi militari francesi, olandesi, italiane, spagnole, si dirigono verso Cipro.

Il governo italiano partecipa all’ipocrisia europea da una angolazione particolare, e con crescente difficoltà. Nel corso dell’ultimo anno Giorgia Meloni ha coperto la figura e la linea di Trump in tutte le forme possibili, presentandosi come pontiere tra America ed Europa nel nome dell’Occidente. Ma il corso politico banditesco di Donald Trump sia in politica interna (Minneapolis) che in politica estera, e la conseguente reazione al trumpismo nell’ultima fase in settori crescenti dell’opinione pubblica, complicano il sostegno di Meloni al Presidente americano. Ed anzi lo espongono ad un rischio di rigetto, tanto più preoccupante alla vigilia di un referendum decisivo per il governo.

Da qui il silenzio imbarazzato della Presidente del Consiglio sulla guerra all’Iran, le sue contorsioni, il suo arrampicamento sugli specchi. Da un lato “non siamo in guerra e non ci vogliamo entrare”. Dall’altro aiuti militari alle monarchie del Golfo e difesa degli accordi bilaterali tra Italia e USA circa l’uso delle basi. Con una logica di scambio: non è un caso se poche settimane fa la NATO ha riconosciuto all’Italia il ruolo di guida della sua base di Napoli, il più grande presidio militare occidentale del Sud Europa.

Solo sudditanza verso gli USA? Solo complicità ideologica col trumpismo? No, non c’è solo questo. C’è anche l’interesse specifico dell’imperialismo italiano nella politica estera del governo Meloni. La proiezione dell’Italia in Medio Oriente ha fatto un salto col piano Mattei. Gli affari con le monarchie del Golfo coinvolgono tutte le grandi aziende energetiche e tutta l’industria bellica tricolore. I viaggi del ministro Crosetto negli Emirati Arabi non sono turistici, seguono la rotta degli appalti nelle infrastrutture, nella logistica, nella cantieristica, nella produzione militare. La flotta navale del Qatar, ad esempio, è in larga parte di produzione italiana. Tutto ciò non significa solo profitti, ma anche allargamento di proprie aree di influenza, maggiori entrature e peso diplomatico, a scapito di altri imperialismi concorrenti, come quello francese. Un bottino da difendere tanto più in un contesto di guerra.

La ragione per cui l’Italia partecipa al Board of Peace di Trump, a differenza di altri imperialismi europei, non nasce solo dal fatto che è l’imperialismo USA a distribuire le carte in Medio Oriente dopo la macelleria in Palestina. Nasce anche dal fatto che l’imperialismo italiano ha oggi nuove carte da preservare in regione e nuove ambizioni. E proprio l’attuale scenario di guerra e di possibili sconvolgimenti regionali rende la partecipazione italiana ancor più importante per gli interessi (imperialistici) nazionali. Il vero scandalo politico a sinistra è che a settembre il piano coloniale di Trump-Blair-Netanyahu da cui sarebbe nato il Board of Peace non ha registrato nel Parlamento italiano un solo voto contrario. Non uno.

La partecipazione italiana alla missione navale Aspides in Golfo Persico, per di più con un ruolo di guida, risponde alla stessa logica. Non è solo militanza militare al fianco di Israele contro gli houthi e contro i palestinesi. È anche tutela di un proprio ruolo negoziale su diversi tavoli del Medio Oriente. Ed oggi rappresenta oltretutto un coinvolgimento nello scenario di guerra, col serio rischio di arruolamento diretto.

Domanda: è un caso se nella primavera del 2024, in pieno genocidio, quella missione militare fu votata in Parlamento da un fronte di unità nazionale che andava da Giorgia Meloni al M5S passando per il PD? Altro che opposizione! Il “pacifismo” si è inchinato al tricolore, persino di fronte a un governo a guida postfascista. E ad oggi, non a caso, nessuna “opposizione” parlamentare chiede il ritiro da quella missione.

Il rifiuto della guerra sionista-americana all’Iran deve allora saldarsi con la rivendicazione della rottura con l’imperialismo italiano, i suoi interessi, le sue compromissioni. La lotta contro la guerra o è anche lotta contro il proprio imperialismo o non è.

Via l’Italia dal Board of Peace, dalla missione in Golfo Persico, da ogni teatro di guerra!

Via l’Italia dalla NATO, via la NATO dall’Italia!

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro la missione militare nel Mar Rosso

 


A difesa del popolo palestinese e della sua resistenza

«Una missione navale per salvare il commercio. Previsto l'uso della forza.» Così il Corriere della Sera (22 gennaio) presenta e magnifica l'annunciata spedizione militare nel Mar Rosso, Aspides, da parte di Italia, Francia, Germania.
I relativi ministri degli Esteri si preoccupano di sottolineare “il carattere difensivo” della missione, distinguendola dall'operazione Prosperity Guardian promossa da USA e Gran Bretagna. In realtà, quali che siano le regole di ingaggio, si tratta di un intervento militare in zona di guerra a difesa dello stato sionista. La minaccia e gli attacchi degli houthi riguardano le navi dirette in Israele o in commercio con Israele. Ogni missione militare anti-houthi è a difesa dello stato d'Israele e della sua guerra di sterminio contro il popolo palestinese.
USA e Gran Bretagna hanno attaccato lo Yemen con ripetuti bombardamenti, con oltre cento morti. Italia, Francia, Germania inviano proprie navi da guerra (almeno tre cacciatorpediniere o fregate) per segnare la propria presenza deterrente. L'obiettivo è anche quello di non lasciare a USA e Gran Bretagna il monopolio di gestione della partita medio-orientale.
Ogni imperialismo vuole prenotare il proprio ruolo in partita. La “libertà dei mari e del commercio” è la comune bandiera propagandistica. Ma la prima libertà che viene tutelata è quella di Israele di massacrare i palestinesi.

La missione ha il patrocinio dell'Unione Europea. L'articolo 44 del Trattato dell'Unione prevede che il Consiglio Europeo possa affidare la realizzazione di una missione militare «a un gruppo di Stati membri che lo desiderano e dispongono delle capacità necessarie» per tale missione, in coordinamento con l'Alto rappresentante UE. Francia e Italia sono già presenti nella regione del Mar Rosso e del Canale di Suez con propri bastimenti militari, ufficialmente svincolati dalla presenza americana. La Germania si aggiunge di buon grado nel segno del suo nuovo protagonismo militare e filosionista. Gli ambasciatori dei paesi UE, presenti alla riunione del Comitato politico e di sicurezza del 16 gennaio scorso, hanno anticipato l'appoggio corale alla missione. La Spagna ha dichiarato che non partecipa ma non si oppone: il governo Sanchez-Podemos non vuole intralciare l'azione di guerra, cercando solo di salvare la faccia.

L'Italia si candida a paese guida dell'operazione. Il ministro degli Esteri Tajani ha spiegato che «Aspides non è solo una missione di polizia internazionale, è un importantissimo segnale politico della UE: siamo sulla direzione della difesa comune europea, che è il vero tassello necessario per la politica estera comune».
Tutta la retorica un tanto al chilo su una Europa autonoma dagli Stati Uniti, naturalmente nel nome della pace, si scontra con una realtà ben diversa: ogni passo autonomo degli imperialismi europei richiama lo sviluppo del loro militarismo. Separato o congiunto.

Il governo italiano, a differenza di quello tedesco, olandese, danese, non ha firmato il documento di appoggio agli attacchi di USA e Regno Unito. Vuole minimizzare il rischio di ritorsioni. Punta a coinvolgere nella missione europea i regni del Golfo e i paesi costieri africani più interessati (Gibuti, Eritrea, Egitto), sia per avere la più ampia copertura, sia in funzione della logica generale del cosiddetto Piano Mattei, che candida l'Italia al ruolo di pivot in Africa e Medio Oriente.

È significativo che le opposizioni liberali (PD, Azione, M5S) coprano e sostengano la missione militare italiana ed europea, con la benedizione del Quirinale. Il quotidiano liberalsionista La Repubblica invoca pubblicamente «la più ampia convergenza in Parlamento» (23 gennaio). È l'unità nazionale tricolore. Il governo a guida postfascista ha le spalle coperte quando si tratta dell'interesse superiore dell'imperialismo italiano (e del sionismo).

È una ragione in più perché tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento, si mobilitino unitariamente contro la missione militare imperialista, facendo dell'opposizione alla missione una parte integrante della difesa del popolo palestinese e della sua resistenza. È questa la proposta del Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori