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Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

 


Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista

Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di intesa e venerdì è previsto un accordo di cessate il fuoco che comprenda tutti i fronti, compreso il Libano, e il ritiro delle forze sioniste.

Allo stesso tempo, la zona sud di Beirut è stata bombardata, in concomitanza con l’espansione delle operazioni israeliane nel sud del Libano, con l’intento di dividere i due fronti, imporre la propria presenza e perseguire i propri interessi nella regione.

Ciò è diventato evidente da quando, alla fine di maggio, Netanyahu ha minacciato di bombardare massicciamente Beirut, e l’esercito dell’entità sionista ha ordinato alla popolazione della zona sud di Beirut e del sud del Libano di evacuare le proprie case prima che fossero ridotte in macerie. Si tratta di una guerra permanente contro il Libano.

Nel frattempo, l’invasione delle Forze di Difesa Israeliane prosegue. Ha raggiunto la periferia della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, roccaforte della resistenza, e ha issato la propria bandiera sulle rovine strategiche del castello medievale dei crociati, situato sulla cima di una montagna, violando ancora una volta il cessate il fuoco concordato nell’aprile del 2026. Hanno inoltre minacciato le principali città di Sidone e Tiro e hanno recentemente emanato ordini di evacuazione totale di una regione che si estende a nord fino al fiume Zahrani, 10 km a nord del fiume Litani.

L’obiettivo di questa guerra è chiaro: il nemico sionista mira a conquistare e occupare in modo permanente il sud del Libano. Pertanto, la resistenza deve essere schiacciata e l’intera popolazione deve essere cacciata in modo permanente. Il cosiddetto accordo di cessate il fuoco ha portato all’attuale occupazione della zona a sud del fiume Litani, con oltre un milione di abitanti sfollati. Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno raso al suolo e fatto saltare in aria villaggi, ormai svuotati dei loro abitanti, dimostrando così la loro intenzione di rendere permanente l’occupazione.

Il governo israeliano proclama non solo di voler sradicare i combattenti di Hezbollah, ma anche di voler distruggere la loro base sociale, ovvero la popolazione prevalentemente sciita della zona, che si stima superi il 30 per cento della popolazione del Paese. Ciò dimostra, contrariamente alle intenzioni dei sionisti, che i combattenti di Hezbollah costituiscono effettivamente una forza di resistenza legittima, organicamente legata ai residenti rimasti e a quelli sfollati, costituiti in gran parte dalla popolazione sciita.

I comunisti di tutto il mondo, pur non condividendo la politica e la strategia islamista di Hezbollah, hanno il dovere assoluto di sostenere questa resistenza e di denunciare le Forze di Difesa Israeliane attraverso una lotta organizzata contro l’imperialismo, che sta cercando di estendere il proprio genocidio e la propria pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania.

Netanyahu lo ha chiarito in modo inequivocabile quando ha annunciato la conquista dello storico Castello di Beaufort (Qal’at al-Shaqīf). In un’intervista alla BBC, ha descritto l’evento, secondo le sue stesse parole, come «l’abbattimento della barriera della paura» e ha confermato che «prenderanno l’iniziativa di operare su tutti i fronti in Siria, a Gaza e in Libano».

IL REGIME SIONISTA CERCA DI APPROFITTARE DELLA SITUAZIONE

Ci sono diverse ragioni, tra loro collegate, per cui lo Stato sionista sta spingendo in questa direzione proprio ora.

In primo luogo, lo stesso regime sionista è diventato sempre più aggressivo, barbaro ed espansionista dall’ottobre 2023 in poi. Il governo e le forze fasciste in Israele, in particolare, vedono l’opportunità di continuare il genocidio a Gaza, di cui ora controllano almeno il 60% del territorio, che si estenderà al 70%, secondo quanto dichiarato da Netanyahu il 21 maggio. Nel frattempo, Israele prosegue l’annessione de facto di porzioni sempre più ampie della Cisgiordania. E vede la possibilità di occupare in modo permanente vaste aree del Libano nella loro spinta verso la creazione di un “Grande Israele”. Ciò deriva dalla logica espansionistica intrinseca allo stesso Stato sionista.

Naturalmente, esistono anche altre ragioni contingenti, come l’utilizzo dell’aggressione permanente come mezzo per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne del governo di Netanyahu. Ma l’inesorabile espansione di uno Stato coloniale ha un carattere più fondamentale. Non ci sarà mai una pace duratura con i suoi vicini, né si porrà fine alla distruzione del popolo palestinese, fintanto che esisterà lo Stato razzista sionista.

Sono molteplici le ragioni che determinano l’attuale possibilità di espansione di cui approfitta lo Stato sionista: dall’attuale crisi dell’egemonia statunitense nella regione al continuo sostegno delle potenze occidentali alla complicità dei regimi reazionari arabi e alla pronta tolleranza delle politiche sioniste da parte, tra gli altri, di Russia e Cina.

Israele ha colto la guerra reazionaria contro l’Iran come un’opportunità per attaccare il Libano.

Ironia della sorte, il fallimento degli Stati Uniti nella guerra che aveva per obiettivo rovesciare gli islamisti a Teheran e imporre un cambio di regime filoccidentale ha portato a una situazione fragile, in cui i “negoziati” proseguono parallelamente agli attacchi statunitensi e alle controffensive iraniane. La difficoltà di concordare un cessate il fuoco, che possa in qualche modo essere presentato come un “successo”, consente a Israele di proseguire la propria guerra nonostante le pressioni dei suoi alleati di Washington e dell’Europa occidentale. Finché l’esercito statunitense presenterà i propri continui attacchi contro l’Iran come “autodifesa”, i sionisti useranno la stessa urgenza e la stessa scusa per la loro invasione del Libano, anche se sono consapevoli che l’Iran non può accettare un accordo con gli Stati Uniti fintantoché Israele continua la sua guerra contro il Libano.

Sebbene l’attuale invasione e campagna militare in Libano contraddica il tentativo degli USA e dell’Europa occidentale di giungere a una soluzione reazionaria nella regione e di mediare un accordo con l’Iran, questi non sono disposti a esercitare alcuna pressione decisiva contro il loro alleato sionista. Ciò è il risultato delle contraddizioni interne della “strategia” di Trump, nonché delle divisioni interne all’establishment statunitense. Per quanto riguarda le principali potenze imperialiste europee – in particolare la Gran Bretagna e la Germania – su questo punto esse seguiranno gli Stati Uniti e, di conseguenza, continueranno a sostenere «incondizionatamente» il «diritto di Israele all’autodifesa».

Pertanto, i sionisti potranno proseguire la loro guerra nelle sue diverse forme, e cercheranno di raggiungere i propri obiettivi, nella situazione attuale, anche in caso di cessate il fuoco.

COME SI PUÒ FERMARE IL SIONISMO?

Il popolo libanese ha tutto il diritto di resistere all’aggressione sionista. La classe operaia internazionale, i socialisti, i comunisti, i sindacati e i partiti devono mobilitarsi a suo sostegno, proprio come sostengono il popolo palestinese nella sua lotta contro il genocidio.

In Libano il governo svolge un ruolo particolarmente infido. Si rifiuta di mobilitare l’esercito per la difesa del Paese. Non solo viene meno a questo dovere elementare, ma si impegna addirittura in negoziati con il nemico, concordando “tregue” e “cessate il fuoco” che i sionisti violano costantemente.

Per mesi, tutti i discorsi sulla tregua sono stati un tentativo deliberato di ingannare l’opinione pubblica e nascondere la continuità dell’aggressione sotto forme diverse. Il sud del Libano non ha mai vissuto una tregua, ma piuttosto una guerra aperta portata avanti con molteplici metodi: bombardamenti quotidiani, omicidi mirati, occupazione continua del territorio e progressiva espansione delle aree su cui il nemico impone il proprio controllo militare diretto.

Ma le autorità libanesi si rifiutano di opporsi ai sionisti. Sono diventate burattini degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali, prive di qualsiasi potere contrattuale e totalmente dipendenti dai sostegni economici imperialisti. Imporre in modo permanente un regime fantoccio di questo tipo, tuttavia, richiede anche lo schiacciamento di tutte le forze di resistenza e di malcontento popolare all’interno del Libano.

Per quanto riguarda Hezbollah, esso continua a contrastare l’occupazione nei limiti delle possibilità disponibili e grazie al sacrificio dei propri combattenti. Ma la natura islamica e borghese della sua politica, la sua dipendenza da un’alleanza con il regime reazionario iraniano e il suo ruolo nelle passate lotte di massa proprio in Libano, rendono impossibile per Hezbollah fornire una strategia e un programma in grado di unire l’intera classe lavoratrice, i giovani e i poveri delle città di tutto il Paese, superando le divisioni confessionali e identitarie su basi di classe.

La classe lavoratrice e le masse popolari libanesi devono unirsi alla resistenza contro il nemico sionista. Ma devono farlo sulla base di un programma che colleghi la lotta contro il sionismo e l’imperialismo alla lotta per una soluzione socialista. Cioè un programma di rivoluzione permanente, per un Libano socialista come parte di un mondo socialista. Per questo è necessario costruire un partito rivoluzionario nel pieno di questa battaglia.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) esprime solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo libanese. Sosteniamo i nostri compagni libanesi della LIS, i loro sforzi per allargare la lotta contro l’occupazione in qualsiasi modo e il loro obiettivo di costruire un ampio fronte, politicamente attivo e presente sul territorio, che riunisca lavoratori, studenti, sindacati, forze progressiste e tutti coloro che rifiutano la normalizzazione e la resa.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Ma nonostante il loro eroismo e la loro lotta, le masse libanesi da sole non saranno in grado di fermare l’esercito israeliano e la sua enorme potenza militare. L’aggressione sionista può essere invece fermata e sconfitta se la classe lavoratrice araba, statunitense ed europea costringerà i propri governi a interrompere il sostegno militare allo Stato sionista e a recidere i legami finanziari ed economici.

Ciò significa che le organizzazioni dei lavoratori – compresi i partiti riformisti di massa e i sindacati – devono mobilitarsi in massa per intensificare la pressione sui governi occidentali che favoriscono e sostengono i crimini di Israele, e sui regimi della regione che ostacolano o non fanno nulla per sostenere la resistenza contro di essi. Nel farlo, dobbiamo combattere le leggi e la propaganda che dipingono Hezbollah come un’organizzazione terroristica, mentre presentano Israele come un modello di democrazia. Milioni di persone, soprattutto tra i giovani, hanno ora smascherato tutto ciò.

Dobbiamo lottare per boicottare ogni forma di appoggio e di aiuto militare e culturale a Israele, ed esigere la condanna per il genocidio di cui è autore. I lavoratori devono imporre le proprie sanzioni contro Israele, come hanno fatto in diverse occasioni i lavoratori portuali greci e italiani. La sinistra di tutto il mondo deve inoltre inviare aiuti ai comunisti libanesi, alle organizzazioni studentesche e ai sindacati, affinché si possa indicare una prospettiva di classe e rivoluzionaria al popolo lavoratore del Libano che sta soffrendo.

– Fermare i bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane e l’espulsione della popolazione libanese.

– Sconfiggere l’aggressione e l’occupazione sionista! Fuori dal Libano tutte le forze sioniste e liberazione degli ostaggi sequestrati.

– Israele, USA e Stati europei che sostengono il sionismo paghino integralmente per la ricostruzione di tutti i villaggi e delle aree devastate del Libano.

– Sostegno alla resistenza popolare! Sostegno ai comunisti e ai sindacalisti libanesi!

– Per un Libano socialista, parte di una Federazione socialista della regione del Medio Oriente e Africa del Nord!

Dichiarazione della LIS – Fuori Israele dal Libano

 


Sconfiggere il mostro sionista è una causa di tutta l’umanità. Solidarietà attiva con il popolo libanese

Il 2 marzo, appena due giorni dopo l’inizio dell’aggressione sionista e statunitense contro l’Iran, lo Stato genocida di Israele ha invaso il Libano. Solo nell’ultimo mese, Israele ha sottratto oltre il 15% del territorio nel sud del Paese, distrutto più di 10.000 abitazioni e costretto alla fuga un milione di persone su una popolazione totale di poco più di sei milioni. Le azioni criminali di Israele, cioè non solo l’incursione del suo esercito ma i bombardamenti in tutto il paese, hanno già ucciso più di 1.500 abitanti. Solo l’8 aprile, in dieci minuti, hanno lanciato più di 160 missili sulla popolazione civile indifesa di Beirut, distruggendo interi edifici e infrastrutture e causando 300 nuove vittime.

Gli attacchi del sionismo contro il Libano e altri paesi del Medio Oriente sono iniziati diversi anni fa. Queste azioni fanno parte della strategia dello Stato di Israele e degli Stati Uniti per ridisegnare la mappa del Medio Oriente in modo da soddisfare i propri interessi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito al genocidio sionista in corso a Gaza, all’avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, all’invasione della Siria, ai bombardamenti dello Yemen e all’attacco criminale contro l’Iran, in cui gli israeliani hanno sganciato decine di migliaia di bombe e ucciso migliaia di bambini e civili, oltre a funzionari del regime. L’aggressione che hanno scatenato nella regione ha portato alla diffusione del conflitto in più di dieci paesi, e minaccia di continuare ad espandersi.

L’imperialismo e Israele hanno incontrato una resistenza inaspettata in Iran. La fragile tregua firmata di recente ha rappresentato per Trump una via d’uscita dalla situazione estremamente complessa in cui si trova. Afflitto dalla sua crescente impopolarità in patria e dalla crisi economica causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, ha dovuto firmare una tregua e accettare di negoziare un accordo che, se portato a termine, rappresenterebbe una chiara vittoria per l’Iran e dimostrerebbe che il mostro non è invincibile. Ma dovremo aspettare e vedere come si evolveranno gli eventi. Il giorno dopo la presunta tregua, Israele ha sferrato l’attacco più sanguinoso contro Beirut a recente memoria d’uomo. Per rappresaglia, l’Iran ha chiuso nuovamente lo Stretto di Hormuz.

Israele, che è stato costretto a sostenere il cessate il fuoco in Iran, si rifiuta di estendere il cessate il fuoco al Libano. Ciò aggraverà la crisi umanitaria e la possibilità che scoppi una guerra civile confessionale nel Paese, poiché le centinaia di migliaia di sfollati provenienti dal sud, per lo più la base sociale e religiosa di Hezbollah, sono costretti a stabilirsi in zone a maggioranza cristiana, il che ha già iniziato a causare attriti e scontri.

Netanyahu sta affrontando aspre critiche sul fronte interno per aver accettato di sospendere l’offensiva contro l’Iran senza aver raggiunto gli obiettivi promessi. La sua posizione sul fronte interno è sempre più precaria. Esiste la possibilità che perda le elezioni e finisca per essere accusato di corruzione. Questo spiega il suo approccio aggressivo in Libano.

È necessaria una campagna internazionale per sostenere il popolo libanese e opporsi alla brutale aggressione portata avanti dall’enclave colonialista. Il Libano ha tutto il diritto di difendersi. E i rivoluzionari e coloro che difendono la democrazia in tutto il mondo hanno l’obbligo di stare al loro fianco e lottare per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano.

GUERRA ESTERNA E INTERNA

Mentre nel sud infuria il combattimento corpo a corpo contro gli invasori, il governo libanese sta manifestando la propria disponibilità a negoziare e a riconoscere, per la prima volta nella storia, l’esistenza dello Stato di Israele. È arrivato addirittura a ritirare il proprio esercito dal sud del Paese per agevolare l’incursione dell’esercito israeliano. La sua priorità è diventata il conflitto confessionale con Hezbollah, che cerca di sconfiggere e disarmare, invece che la difesa del paese dall’invasione sionista.

A sua volta, Hezbollah, nonostante il suo eroismo, è incapace, a causa della sua ideologia confessionale e della sua subordinazione agli interessi dell’Iran, che pone anche al di sopra degli interessi del popolo libanese, di unire la maggioranza della popolazione attorno al suo progetto e di guidare un processo di liberazione nazionale.

Ciò rende più che mai necessario contribuire a costruire un’alternativa politica rivoluzionaria, in grado di unire le masse sfruttate e oppresse attorno a una strategia non confessionale, che lotti per sconfiggere il sionismo e al contempo liberare definitivamente il Paese dalla sottomissione semicoloniale e dal saccheggio di cui è vittima per mano di molte potenze imperialiste. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario strappare il potere alle molteplici espressioni della borghesia libanese e instaurare un governo dei lavoratori e dei poveri.

Questa prospettiva può essere realizzata solo nell’ambito di una lotta internazionale, a fianco degli altri popoli arabi, che devono affrontare la sfida di liberarsi delle monarchie e dei governi dittatoriali complici degli interessi imperialisti, e di unirsi a una rivoluzione nella regione che istituisca una libera federazione di repubbliche in Medio Oriente. Crediamo che solo da comunisti si possa ottenere una vittoria definitiva sull’occupazione e sull’imperialismo.

SOLIDARIETÀ ATTIVA CON IL POPOLO LIBANESE

Il popolo libanese ha bisogno di noi. Come Lega Internazionale Socialista (LIS) lanciamo un appello per una campagna internazionale a sostegno della sua lotta contro l’invasore. Allo stesso tempo, ci impegniamo a raccogliere e inviare risorse a sostegno dei giovani comunisti che, in maniera indipendentemente dal governo e dai gruppi confessionali, stanno svolgendo un intenso lavoro umanitario per portare soccorso a chi ne ha bisogno.

Via le grinfie sioniste dal Libano!

Per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano!

Fuori l’imperialismo dal Medio Oriente!

10 aprile

Lega Internazionale Socialista

https://lis-isl.org/it/

No al piano coloniale Trump-Netanyahu

 


Per la continuità della mobilitazione unitaria contro il sionismo e l'imperialismo

15 Ottobre 2025

L'universo politico mediatico a 360 gradi sta celebrando il piano Trump per la Palestina con la retorica più grottesca. Anche i commentatori più sobri si sperticano in lodi commosse per la ritrovata “pace” in Medio Oriente, attribuendo a Donald Trump il ruolo storico di pacificatore.

Ma di quale pace stiamo parlando?

Cessazione dei bombardamenti, scambio dei prigionieri, ingresso degli aiuti alimentari: se l'accordo si limitasse a questo sarebbe ovviamente del tutto legittimo e positivo. Ma non è questo il contenuto di fondo dell'accordo. Al contrario. Questo è solo il bordo inzuccherato di un bicchiere velenoso. Velenoso per il popolo palestinese, per la sua resistenza, per la sua liberazione. Chi non vede questo ignora semplicemente la realtà. E danneggia pesantemente la stessa mobilitazione antisionista.

Guardiamo in faccia la realtà dell'accordo. Di ciò che dice e di ciò che tace.


LA REALTÀ DELL'ACCORDO DI “PACE”

La Cisgiordania, di cui il piano non parla, è abbandonata di fatto alla furia dei coloni e delle forze di occupazione. Il fatto che a Ramallah persino i festeggiamenti per i prigionieri liberati siano stati proibiti dalle autorità israeliane, e che le case dei loro familiari siano state saccheggiate preventivamente dai militari occupanti a fini di intimidazione, ci parla dell'immutata quotidianità del terrore sionista. Non meno della prostrazione fisica dei prigionieri palestinesi liberati dopo anni o decenni di torture e angherie.

Per Gaza è prevista un'occupazione militare multinazionale a guida americana sotto la supervisione diretta del Presidente USA. Mentre le forze di occupazione sioniste che ancora controllano oltre il 50% della Striscia manterranno in ogni caso una propria presenza militare. Si tratta di un protettorato mandatario di classica tradizione coloniale. Un'occupazione per procura. Due milioni di gazawi, dopo due anni di genocidio, non avranno neppure il diritto formale a eleggere una propria rappresentanza, ridotti a oggetto passivo di un piano concordato tra imperialismo USA, Stato sionista e borghesie arabe.

Lo Stato sionista, che ha distrutto Gaza, non verserà un solo euro per la sua ricostruzione. Il punto 10 del piano Trump affida la ricostruzione al libero mercato di capitali privati, con l'obiettivo dichiarato di edificare “città medio-orientali”: investimenti immobiliari di lusso garantiti dalle monarchie del Golfo in concerto con le grandi compagnie americane ed occidentali.

I palestinesi poveri di Gaza, con le proprie case distrutte dai bombardamenti, non potranno certo comprare i nuovi immobili di lusso. Saranno destinati alla vita di paria in accampamenti di fortuna, in uno stato permanente di umiliazione e ricatto.
In compenso, è già partito lo sgomitamento tra le grandi aziende e i rispettivi governi per la spartizione del bottino. Il cosiddetto Consiglio di pace sarà solo il comitato d'affari di questo business. Ignoti tecnocrati palestinesi, scelti dalle potenze straniere, daranno copertura all'operazione. L'Italia manderà i carabinieri a supporto delle proprie ragioni contrattuali.

Per le organizzazioni della resistenza palestinese non c'è futuro in questo piano imperialista se non quello della propria subordinazione e/o della propria resa.

La cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese, che già svolge da tempo un ruolo di polizia sussidiaria delle forze di occupazione in Cisgiordania, ha prontamente offerto la propria collaborazione al piano Trump alla ricerca di uno strapuntino a Gaza. Ma dovrà guadagnarsi il lasciapassare dello Stato sionista, per il momento non disponibile.

Per Hamas e le forze della resistenza, che in questi due anni hanno combattuto valorosamente, il piano Trump-Netanyahu prevede il disarmo e l'esilio. Al più, nell'attesa della subentrante “forza multinazionale di stabilizzazione” (e dunque nel suo proprio interesse), Trump consente ad Hamas un ruolo provvisorio di polizia locale per mantenere l'ordine. Non più di questo. Lo Stato sionista lo accetta in cambio dell'impegno di Hamas al disarmo.

In sostanza: Trump ha garantito a Israele l'impegno al disarmo di Hamas, ed ha garantito ad Hamas che Israele non riprenderà la guerra dopo la liberazione degli ostaggi. Di certo il negoziato diretto fra gli uomini di Trump e la direzione di Hamas è stato determinante mercoledì scorso per sbloccare l'accordo “di pace”. Ma presentare questo accordo come una vittoria della resistenza sarebbe davvero un macabro scherzo. L'intero piano di “pacificazione” imperialista del Medio Oriente richiede la distruzione della resistenza palestinese.


UN ACCORDO “FIGLIO DELLA MOBILITAZIONE”?

Chi presenta l'accordo “di pace” come un sottoprodotto positivo della grande mobilitazione in Occidente contro il genocidio sionista confonde la propria fantasia con la realtà.

L'accordo non è figlio della mobilitazione antisionista ma dello sfondamento militare di Israele in Medio Oriente.
È vero: mai l'odio contro Israele è stato tanto grande nel mondo, e questo è sicuramente causa ed effetto della grande mobilitazione internazionale contro il genocidio. Ma al contempo mai la forza militare di Israele è stata tanto grande nella regione mediorientale.

In due anni, grazie al sostegno militare delle grandi potenze imperialiste, in primo luogo dell'imperialismo USA, la guerra di Israele ha progressivamente piegato a proprio vantaggio i rapporti di forza nella regione. Ha ridimensionato l'Iran, ha annientato la direzione di Hezbollah, ha capitalizzato il crollo del regime siriano. Tutto ciò ha incentivato alla lunga il rilancio degli Accordi di Abramo, cioè la gravitazione dei regimi arabi attorno all'attuale vincitore militare della partita. Trump è stato l'attivo mediatore di questa ricomposizione. Ha portato in dote ad Israele l'apertura, una dopo l'altra, delle borghesie arabe. Ed ha offerto in cambio ai regimi arabi (Qatar in primis) le proprie garanzie da possibili attacchi israeliani

L'accordo, naturalmente, non è privo di contraddizioni ed incognite. I regimi arabi vorrebbero qualche promessa, fosse pure retorica, sulla questione palestinese a beneficio delle proprie opinioni pubbliche. La Turchia neoottomana di Erdogan si candida a contrappeso regionale dello Stato sionista. Gli imperialismi europei cercano spazi affaristici e diplomatici in queste contraddizioni in funzione della loro più generale relazione negoziale con gli USA. Ma, al di là di contraddizioni e incognite, resta il dato di fatto: l'accordo “di pace” è un indubbio successo dell'imperialismo USA e dell'amministrazione Trump. Che ha bisogno di una normalizzazione del Medio Oriente per potersi concentrare sulla sfida del Pacifico verso la Cina.

Peraltro, la normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi ed Israele, ed il coinvolgimento in questa dell'India, libera un canale di transito commerciale alternativo (India, penisola arabica, Tel Aviv) alla Via della Seta cinese. Anche questo è parte del piano Trump.

Un altro fattore nella dinamica degli avvenimenti è stato il relativo isolamento della resistenza palestinese in Medio Oriente. Grande è la sproporzione tra la grande mobilitazione pro Palestina in Occidente e il livello di mobilitazione delle masse arabe.
Subito dopo il 7 ottobre, diversi paesi arabi (Giordania, Iraq, Tunisia...) videro imponenti mobilitazioni di solidarietà coi palestinesi, in aperta polemica coi propri governi. Ma in seguito il movimento arabo ha conosciuto un progressivo riflusso. L'eccezione del Marocco, dove il movimento pro Palestina resta importante, non cambia il quadro d'insieme. Di certo questo riflusso ha favorito lo spazio di manovra dei governi arabi verso Israele e l'imperialismo USA, consentendo loro di massimizzare le pressioni sulla direzione di Hamas per indurla ad accettare il piano Trump.

Tutto ciò ripropone un nodo strategico centrale per la resistenza palestinese. Solo l'incontro fra resistenza palestinese e rivoluzione araba può spezzare la dominazione sionista e imperialista sulla regione, e liberare la via per la stessa liberazione della Palestina. In altri termini, una Palestina unita dal fiume al mare, libera laica e socialista, è indissolubile da un movimento rivoluzionario di liberazione dell'intera nazione araba e della regione mediorientale. Ciò che richiede a un tempo un cambio di direzione e prospettiva della stessa resistenza palestinese e lo sviluppo del marxismo rivoluzionario tra le masse arabe, a partire dalla loro avanguardia.


CONTINUARE LA MOBILITAZIONE ANTISIONISTA. PER LA ROTTURA DI OGNI RELAZIONE CON ISRAELE

Il colpo subito dal popolo palestinese e dalla sua resistenza non deve significare in alcun modo un arretramento della mobilitazione antisionista in casa nostra. Al contrario. La mobilitazione internazionale a sostegno della Palestina è, se possibile, più importante di prima.

Le diplomazie imperialiste sono ovunque al lavoro per ripulire l'immagine di Israele e cancellare la memoria del genocidio. Gli stessi governi che hanno finanziato e armato per due anni la barbarie sionista contro il popolo di Gaza e Cisgiordania cercano non solo di abbellire il cosiddetto accordo “di pace” ma di intestarsene il merito. Governo Meloni in primis. Questa operazione va denunciata e contrastata ovunque: nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Nessuno deve sfuggire alle proprie responsabilità. Nessun crimine, nessuna complicità, devono essere rimossi o perdonati.

La battaglia per la rottura di ogni relazione con lo Stato sionista deve continuare, a partite dal blocco a oltranza di ogni traffico con Israele nei porti e negli aeroporti. Il fronte unico di lotta che si è realizzato, dopo la spinta del 22 settembre, nelle grandi giornate dello sciopero generale del 3 ottobre, e nella gigantesca manifestazione del 4 ottobre, dev'essere salvaguardato e rilanciato contro ogni logica di defilamento o di ripiegamento autocentrato. Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà impegnato ovunque in questa direzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dichiarazione - A un anno dall'inizio del nuovo genocidio israeliano

 


Nessuno stato sionista in Palestina. Stop all’invasione del Libano. Fuori gli Stati Uniti dal Medio Oriente! Per una Palestina unica, democratica, laica e socialista!

5 Ottobre 2024

English translation

Dichiarazione congiunta della Lega Socialista Internazionale (ISL), della Lega per la Quinta Internazionale (L5I) e dell’Opposizione Trotskista Internazionale (ITO).


Il 7 ottobre segna un anno da quando Hamas ha invaso le difese di confine nel sud di Israele, attaccato obiettivi militari, preso ostaggi – per lo più civili – ed è tornato alle sue basi. L'operazione ha colto Israele di sorpresa, ha distrutto il mito della sua invulnerabilità e ha paralizzato il processo di "normalizzazione" delle sue relazioni con gli Stati arabi complici sponsorizzati dall'imperialismo statunitense. Il dolore per la morte e il maltrattamento di civili inermi non può nascondere il fatto che la parte essenziale responsabile della violenza è lo Stato sionista e colonialista, che ha commesso pulizia etnica e genocidio contro il popolo palestinese dalla fine della prima guerra mondiale, nel 1918, sotto la protezione dell'imperialismo britannico, con un salto drammatico quando lo Stato israeliano è stato fondato nel 1948, 76 anni fa.

2. Come rappresaglia per le azioni di Hamas, le Forze di Difesa Israeliane hanno rilanciato una guerra brutale contro la Palestina, specialmente nella Striscia di Gaza. L'incessante bombardamento di case, ospedali, scuole, panetterie e campi profughi; l'interruzione di acqua, elettricità e internet; il blocco degli aiuti umanitari e sanitari internazionali hanno finora causato, direttamente e indirettamente, più di 200.000 morti palestinesi – per lo più donne e bambini, circa 10.000 sotto le macerie, 95.000 feriti, quasi due milioni di sfollati e la distruzione di tutte le infrastrutture di base. Oltre a questo massacro, le truppe sioniste e i coloni attaccano i residenti palestinesi nella Cisgiordania occupata.

3. Nell'ultima settimana, lo Stato di Israele ha moltiplicato i suoi attacchi contro il Libano. Prima ha fatto esplodere migliaia di segnalatori acustici, e poi ha scatenato bombardamenti contro i civili nel sud, aprendo così la possibilità di un'escalation della guerra in tutto il Medio Oriente. Finora, la sua offensiva ha causato centinaia di morti, migliaia di feriti e un massiccio sfollamento dal sud del Libano e dalle aree di Baalbek, Bekaa e Hermel verso Beirut, la capitale. È il più grande attacco a quel paese dall'occupazione sionista del 1982, un'aggressione che oggi Israele intende ripetere. L’assassinio di Nasrallah e l’invasione del Libano del sud si sta trasformando in una guerra totale contro Hezbollah e l’intero popolo libanese. Allo stesso tempo, a causa del collasso economico libanese, la capacità degli ospedali e delle istituzioni di aiuto umanitario si sta esaurendo.

4. Durante l'ultimo anno, gli attacchi e le operazioni armate di Israele hanno raggiunto anche la Siria, lo Yemen e l'Iran, sempre con il sostegno economico, politico e militare degli Stati Uniti, dell'imperialismo occidentale e dei loro governi. Israele ha anche la complicità esplicita o implicita dei nuovi imperialismi di Russia e Cina, e della maggior parte dei governi capitalisti dei paesi arabi. Al di là della sua retorica anti-israeliana, il regime reazionario e teocratico iraniano non ha sostenuto la resistenza palestinese nella pratica, in conformità con le sue aspettative. Allo stesso tempo, la più grande minaccia alla possibilità di una vera pace nella regione è l'oppressione sionista-imperialista.

5. Nonostante l'enorme disparità di forze e i massacri, Israele non è ancora riuscito a superare la resistenza palestinese, a smantellare Hamas o a recuperare gli ostaggi. Allo stesso tempo, nei principali paesi imperialisti, nel mondo arabo e a livello globale, con i giovani all'avanguardia, ci sono manifestazioni di massa, accampamenti e altre azioni in solidarietà con la Palestina, e il boicottaggio degli interessi sionisti che espongono il ruolo criminale di Israele. Gli attivisti sfidano la repressione e la persecuzione dei governi complici. Questo crescente rifiuto ha spinto la Corte Penale Internazionale e le agenzie delle Nazioni Unite a emettere risoluzioni di condanna di Israele, chiedendo un cessate il fuoco, l'arrivo di aiuti umanitari e la fine dell'occupazione di nuovi territori. Ma si limitano a dichiarazioni formali, senza sanzioni effettive. L'unico strumento decisivo per la vittoria rimane la resistenza palestinese e la solidarietà attiva dei popoli arabi e del mondo intero.

6. Il governo di estrema destra di Netanyahu, del Likud e dei partiti religiosi sta approfondendo la sua offensiva antipalestinese di natura chiaramente pogromista. Le proteste in Israele criticano il governo e chiedono che negozi lo scambio di prigionieri con Hamas, ma sostengono la dominazione sionista. I settori progressisti contro l'occupazione sono molto in minoranza. D'altra parte, l'Autorità Palestinese di Abu Mazen e l'OLP in Cisgiordania svolgono un ruolo di collaborazione più o meno aperta con Israele. Per quanto riguarda Hamas, Hezbollah e altre leadership nazionaliste borghesi e jihadiste, il loro progetto politico è uno Stato palestinese capitalista e fondamentalista islamico nello stile dell'Iran, che consideriamo reazionario e autoritario. Siamo separati da questa strategia da differenze inconciliabili, motivo per cui incoraggiamo la costruzione di una nuova leadership palestinese rivoluzionaria, socialista e internazionalista.

7. Nonostante queste differenze fondamentali, sosteniamo incondizionatamente la causa del popolo palestinese per la sua liberazione e autodeterminazione, il suo diritto a difendersi con tutti i mezzi a sua disposizione e a tornare e recuperare le sue case e terre usurpate. Facciamo appello ai giovani, ai lavoratori e ai popoli; alle organizzazioni popolari e a quelle per i diritti umani, agli attivisti arabi ed ebrei antisionisti negli Stati Uniti, in Europa, in Medio Oriente, nel Maghreb e nel mondo intero per raddoppiare la loro mobilitazione nel ripudio dello Stato di Israele e a sostegno della Palestina. Il primo compito dei socialisti rivoluzionari è quello di promuovere la massima unità d'azione possibile contro il genocidio sionista e in solidarietà con il popolo palestinese. Estendiamo questo sostegno al popolo libanese, oggi sotto attacco impunito da parte di Israele.

8. Non c'è stata, non c'è e non ci sarà alcuna pace giusta e duratura in Medio Oriente fino a quando persisterà l'oppressione dello Stato sionista, teocratico e terrorista di Israele, artificialmente posizionato come gendarme filoimperialista dei popoli arabi. Né con la fallimentare politica dei due stati, che l'imperialismo e i suoi alleati stanno cercando di ricreare, né con uno stato palestinese capitalista e islamista. Per svolgere un ruolo progressista, la classe operaia e i giovani israeliani devono rompere con il sionismo, rifiutare la sua guerra e sostenere la causa palestinese. La pace sarà possibile solo con la sconfitta definitiva dell'oppressivo Stato israeliano e la sua sostituzione con una Palestina unica, laica, democratica e socialista nel quadro di una rivoluzione socialista regionale.

9. Le organizzazioni sottoscritte propongono:

La più ampia mobilitazione internazionale in difesa e in solidarietà con il popolo palestinese contro l'apartheid e il genocidio sionista. Solidarietà con il popolo libanese di fronte all'aggressione di Israele.

• Un cessate il fuoco immediato e la fine degli attacchi israeliani a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Siria. Truppe sioniste e coloni fuori da Gaza e dalla Cisgiordania.
• Esigere che i governi rompano le relazioni diplomatiche, economiche, accademiche e militari con Israele. Sostegno alla campagna BDS: boicottaggio, disinvestimento, sanzioni.
• Libertà per tutti i detenuti palestinesi in Israele. Diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi e al recupero delle loro terre e case. Piena parità di diritti.
• Per la distruzione dello Stato sionista. Per una Palestina unica, laica, democratica e socialista dal fiume al mare, dove tutti i popoli vivano in pace.
• Abbasso le monarchie arabe e i governi capitalisti, complici del sionismo e dell'imperialismo. Per una federazione di repubbliche socialiste in Medio Oriente.
• Gli Stati Uniti e tutti gli imperialisti fuori dal Medio Oriente!

Ennesimo crimine di Israele per preparare l'invasione del Libano

 


21 Settembre 2024

English translation

Israele continua a massacrare chiunque si opponga alle sue mire espansioniste, all’occupazione coloniale del territorio palestinese e al suo regime di apartheid.
In questi giorni ha sferrato un attacco criminale che ha colpito civili e miliziani di Hezbollah.
Con un atto di puro stampo terroristico, il Mossad ha fatto esplodere migliaia di dispositivi elettronici ad uso personale uccidendo più di quranta persone, tra cui molti civili, e ferendone migliaia in Libano e in Siria.

Il massacro di Gaza non si ferma. Ma lo stato sionista non è pago di sangue. Dopo aver massacrato decine di migliaia di cittadini di Gaza, soprattutto donne e bambini, aver distrutto ospedali e scuole, e affamato la popolazione, ora volge il suo sguardo criminale a nord.

Mentre vanno avanti i combattimenti in Cisgiordania, dove giovani partigiani palestinesi cadono sotto i colpi dell’esercito israeliano e dove i contadini palestinesi vengono aggrediti dalle squadracce di coloni sionisti armati, intere divisioni vengono spostate al confine nord con il Libano.

Fervono i preparativi del piano di invasione del Libano, per attaccare Hezbollah che da mesi sta sparando missili per colpire il territorio di Israele al confine con il Libano con l'obiettivo dichiarato di obbligare Israele a fermare il massacro di Gaza.

Il Partito Comunista del Lavoratori denuncia l’ennesimo crimine odioso dello stato sionista, e così come appoggia ogni forma di resistenza da parte del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordana pur diffidando delle sue direzioni politiche, così sostiene incondizionatamente la resistenza del popolo libanese contro l’aggressione israeliana, pur nutrendo la massima sfiducia in Hezbollah.

Tutte le azioni dello stato sionista denunciano la sua natura criminale, che gode di impunità internazionale per la protezione che gli assicurano gli USA e gli altri imperialismi occidentali.
Lo stato sionista è una fucina di guerra inesauribile, e solo la sua distruzione pe via rivoluzionaria può portare alla liberazione del popolo palestinese, di quello arabo, e alla pace in Medio Oriente.

Ma la liberazione del popolo palestinese e di quello arabo può essere assicurata solo in una Palestina libera laica e socialista, che assicuri pieni diritti a tutte le minoranze.
L’edificazione socialista in Palestina non potrebbe però avvenire in uno stato di isolamento internazionale. Essa a sua volta può essere assicurata solo nell’ambito di una federazione socialista del Medio Oriente, unico ambito possibile per la soluzione di tutte le questioni nazionali dell’area, da quella araba a quella curda.

Viva la resistenza palestinese!

Viva la resistenza libanese!

Per la distruzione rivoluzionaria dello stato di Israele!

Per una Palestina libera laica e socialista nell’ambito della federazione socialista del Medio Oriente!

Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste parole d’ordine nella grande manifestazione di Roma il 5 ottobre a sostegno del popolo palestinese

Partito Comunista dei Lavoratori

La sollevazione popolare in Libano

La sollevazione popolare in Libano dopo la drammatica esplosione al porto di Beirut ha costretto alle dimissioni il governo Diab. La stessa sorte toccata a suo tempo al governo Hariri, anch'esso disarcionato dalla prima ribellione di massa iniziata il 17 ottobre 2019.

Chi nutre una visione geopolitica e spesso complottistica della storia, secondo cui tutto ciò che avviene è deciso dietro le quinte da un pugno di burattinai (siano essi gli imperialismi, le multinazionali, Soros e Bill Gates...) che manovrerebbero le masse a proprio piacimento, avrà qualche difficoltà a interpretare la dinamica libanese. Perché l'intero corso politico dell'ultimo anno nel paese dei cedri ha come primo protagonista la rivolta di massa contro un intero sistema di potere, e di poteri: quello che gli imperialismi e le potenze regionali avevano architettato per i libanesi.


EREDITÀ COLONIALE E SPARTIZIONE CONFESSIONALE

La divisione confessionale dello stato libanese è in ultima analisi un'eredità coloniale. Dopo la disgregazione dell'impero ottomano seguito alla prima guerra mondiale, l'imperialismo francese e l'imperialismo inglese si spartirono le sue spoglie disegnando la geografia del Medio Oriente. Fu il trattato di Sykes Picot,
1916, rivelato e denunciato agli occhi del mondo dalla rivoluzione bolscevica. La Francia ottenne il mandato per Libano e Siria, creature artificiali del nuovo ordine stabilito con riga e compasso. La divisione confessionale del Libano fu la forma politica funzionale al suo controllo. La conquista dell'indipendenza nel 1943/'45 preservò questa eredità, dandole nuove forme. Il lungo periodo dei trent'anni gloriosi del secondo dopoguerra consentì al Libano risorse economiche sufficienti per sostenere il proprio equilibrio interno fondato sull'alleanza tra borghesia sunnita e cristiana. Ricchezza finanziaria ed estraneità alle guerre regionali sembrarono assegnare al Libano un insperato privilegio. Erano gli anni in cui il paese veniva chiamato, non a caso, la Svizzera del Medio Oriente.
Ma alla metà degli anni '70 questo equilibrio crollò. La Svizzera del Medio Oriente si trasformò in breve tempo nel paese di una spietata guerra civile confessionale, tra il fronte cristiano maronita e il fronte arabo musulmano, sostenuto dai palestinesi e dalla minoranza drusa (Jumblatt). Una guerra estenuante, che dal 1975 al 1990 trasformò il Libano in un cumulo di rovine, a partire da Beirut. L'equilibrio tra le confessioni religiose fu ristabilito solo dopo quindici anni col concorso decisivo delle potenze imperialiste, in primis USA, Francia, Italia, che dal 1982 – dopo l'aggressione sionista all'OLP e alla sua presenza libanese – investirono in Libano una propria presenza militare quale garante dello status quo.
Il sistema da allora vigente ha recuperato la vecchia spartizione delle funzioni istituzionali definita nel 1943 tra le minoranze etniche e religiose: la guida del governo ai sunniti, la presidenza della repubblica e la guida dell'esercito ai cristiano-maroniti, la presidenza del Parlamento agli sciiti. Il sistema di voto (proporzionale dal 2018) è blindato e distorto da questa spartizione corporativa, che ha retto nel tempo a prove difficili, come le guerre del Golfo, la nuova guerra libano-israeliana del 2006 e il contrasto tra USA e Iran. Persino la prima onda delle rivoluzioni arabe e la lunga guerra siriana sembrarono risparmiare gli equilibri libanesi, dove dal 2009 la nuova alleanza di governo tra una parte della comunità cristiano-maronita guidata dal generale Aoun e il “Partito di Dio” filoiraniano Hezbollah sancì una sorta di pacificazione nazionale. Con l'Arabia Saudita, nemica dell'Iran, nel ruolo di protettrice della borghesia sunnita (famiglia Hariri).


UN CAPITALISMO LIBANESE SUPERPARASSITARIO

La pace interna poggiava in realtà su basi fragili. Prima la crisi capitalistica internazionale, poi la seconda ondata delle rivoluzioni arabe hanno destrutturato il regime nelle sue fondamenta.

Il capitalismo libanese ha assunto nel lungo periodo una natura particolarmente parassitaria. Beirut ha operato per decenni come deposito di grandi investimenti immobiliari e finanziari. La ricostruzione degli anni '90 dopo la guerra civile è stato un volano di tali investimenti, provenienti dai paesi imperialisti e dalle monarchie del Golfo. Una ristretta oligarchia finanziaria – cristiana, sunnita, sciita – si è smisuratamente arricchita in un rapporto osmotico col grande capitale internazionale. Oggi il 5% della società libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale. Lo Stato confessionale opera come intermediario e agenzia del capitale finanziario: prende a prestito dalle sessanta banche private del paese a tassi di interessi altissimi, indebitandosi a dismisura, mentre l'estrema debolezza della produzione industriale costringe il Libano a importare ogni bene di prima necessità, dagli alimenti ai medicinali, con un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti (3,7 miliardi di esportazioni e 20 miliardi di importazioni) e un ulteriore incremento del debito pubblico. L'evasione fiscale delle grandi ricchezze e il peso della corruzione endemica hanno fatto il resto. Intanto molte banche hanno chiuso i battenti, ma solo dopo aver portato all'estero 6 miliardi di dollari, i risparmi dei cittadini libanesi. Il default dello Stato nel marzo 2020, il crollo della lira libanese, lo sviluppo di una inflazione annua del 60% sui beni primari, sono lo sbocco di questa spirale rovinosa.


“ANDATEVENE TUTTI, E TUTTI VUOL DIRE TUTTI”.
CARATTERI E DINAMICA DI UNA RIVOLUZIONE


L'ascesa di massa dell'ottobre 2019 è inseparabile da tale contesto.
L'innesco della rivolta, come spesso accade, è stato casuale: l'aumento della tassa sulle comunicazioni Whatsapp. Ma le sue radici erano e sono profonde. Da un lato, la mobilitazione ha raccolto la nuova spinta della seconda fase delle rivoluzione arabe e medio-orientali (Algeria, Iraq, Sudan), a partire dalle loro rivendicazioni democratiche. Dall'altro, si è rivolta contro l'insieme della classe dirigente libanese in tutte le sue espressioni politiche e istituzionali, quale responsabile del crollo del paese.

Il tratto caratterizzante della ribellione di massa in Libano (come del resto in Iraq) è il suo carattere aconfessionale. È la rottura dei vecchi recinti etnici, religiosi, settari che per un lungo periodo storico hanno diviso e frantumato il proletariato libanese e le classi subalterne a vantaggio della borghesia, dell'imperialismo, delle diverse potenze regionali. La parola d'ordine “non siamo né sunniti né cristiani né sciiti, siamo libanesi” è divenuta una parola d'ordine di massa, in una dinamica di movimento che ha investito il Nord sunnita e cristiano e il Sud sciita, e che per questo si è posta in rotta di collisione con i diversi partiti confessionali della borghesia. È una parola d'ordine democratica che rivendica l'eguaglianza e la laicità dello Stato contro la sua spartizione. Non è un caso che sia la giovane generazione la protagonista della ribellione. Una giovane generazione che non ha vissuto la guerra civile degli anni '70 e '80, che non è stata irregimentata dalle diverse confessioni, ma che ha vissuto sulla propria pelle la comune condizione di miseria, di disoccupazione, di privazione di futuro.

Per la stessa ragione è molto significativa la partecipazione delle donne alla rivoluzione. Il patto tra i clan confessionali, il profilo reazionario delle loro leadership, ha comportato la sistematica negazione dei diritti democratici delle donne libanesi, su ogni terreno. L'unità di governo tra reazionari maroniti e reazionari sciiti si è consumata in primo luogo contro di loro. La sollevazione anticonfessionale ha dunque trovato le donne in prima fila, a partire dalle giovanissime, con lo sviluppo di un imponente movimento femminista nazionale organizzato, a Nord e a Sud.

La pandemia ha frenato e interrotto questa mobilitazione multiforme negli ultimi mesi. L'immane tragedia dell'esplosione di Beirut, fotografia perfetta del fallimento di un regime, l'ha oggi rilanciata e radicalizzata. L'assalto ai palazzi del potere di sabato 8 agosto, l'occupazione e devastazione della sede associativa delle banche, hanno espresso la radicale volontà di rottura della gioventù libanese con la propria classe dominante. Il tentativo di quest'ultima di dirottare la crisi politica verso nuove elezioni è al momento fallito, perché privo di credibilità. Nuove elezioni con le vecchie regole sarebbero non solo un salvacondotto per i partiti dominanti ma la riproduzione del loro sistema spartitorio. “Andatevene tutti, e tutti vuol dire tutti!” è la replica di massa a questa profferta.


LA DEBOLEZZA DEL MOVIMENTO OPERAIO LIBANESE

L'esplosione di massa dell'ultimo anno ha scavalcato il movimento operaio organizzato. Il movimento operaio libanese è stato fortemente indebolito nella sua lunga storia dalla divisione confessionale del paese. I partiti confessionali hanno lavorato sistematicamente per la sua frantumazione. In particolare la Confederazione Generale dei Lavoratori Libanesi (CGTL) è stata terreno di spartizione tra i partiti dominanti. Ogni partito settario ha costruito il proprio sindacato di categoria per pesare maggiormente nella Confederazione, col risultato di dividere le forze e paralizzarne l'azione.

La Commissione di Coordinamento dei Sindacati (UCC), quale sindacato alternativo, ha svolto invece un ruolo importante nel ciclo di lotte operaie dal 2011 al 2014 attorno a rivendicazioni economiche elementari (aumenti salariali, diritti di contrattazione, rifiuto dell'austerità). Un ciclo di lotte che ha visto la crescita dei livelli di sindacalizzazione nei diversi settori: tra i portuali (baricentro storico del proletariato libanese), fra gli insegnanti (per lo più dipendenti di scuole private religiose), nel personale sanitario (in particolare fra le infermiere). Ma contro questo processo di sindacalizzazione ha lavorato l'intero fronte dei partiti dominanti, con l'obiettivo di spezzarne la dinamica e disinnescare il contagio. Nel 2015 il blocco dei partiti confessionali ha recuperato il proprio controllo sull'UCC impedendo l'elezione ai suoi vertici di una candidatura "di sinistra", Hanna Gharil. L'indebolimento di UCC ha favorito l'arretramento della classe lavoratrice e del suo livello di organizzazione proprio alla vigilia dell'esplosione rivoluzionaria e della crisi verticale del regime.

La politica del Partito Comunista Libanese, di estrazione stalinista, legato strettamente al Partito Comunista Siriano filo-assadista, è stata subalterna, al di là dei proclami, a questa dinamica generale. La partecipazione del Partito Comunista Libanese a partire dal 2008 ad un blocco politico con Hezbollah e con forze borghesi confessionali, la cosiddetta “Alleanza dell'8 marzo”, lo ha di fatto subordinato al bipolarismo dominante, privandolo di un possibile ruolo alternativo.
La debolezza del movimento operaio rappresenta a sua volta un punto debole della rivoluzione libanese.


LE MANOVRE DELLA REAZIONE E DELL'IMPERIALISMO, FRANCIA IN TESTA

La coscienza politica della ribellione è più arretrata della sua azione, come accade frequentemente nelle dinamiche di massa.
Il movimento si articola in una miriade di comitati di scopo e di associazioni ( “movimento contro il caro prezzi”, “comitato contro il pagamento del debito pubblico”, “osservatorio popolare per la lotta alla corruzione”, “comitato sui rifiuti urbani”, ecc.), ma manca di ogni centralizzazione e direzione politica unificante, mentre la disperazione sociale e letteralmente la fame allargano il proprio raggio ogni giorno di più, in un paese in cui tra quindici giorni rischia di mancare la farina e il pane, mentre la pandemia moltiplica contagi e morti. E a fronte di un sistema sanitario costosissimo, largamente privato, e in buona parte crollato, come denuncia Medici Senza Frontiere.

È in questo spazio che si sviluppano le manovre politiche per indebolire e dividere la mobilitazione. Settori di destra cristiana reazionaria legati al partito falangista dei Gemayel, ad esempio il gruppo di ex ufficiali che chiedono l'aumento delle proprie pensioni, cercano di inserirsi nella rivolta per indirizzarla unilateralmente contro Hezbollah e Amal, in una logica di richiamo della foresta della vecchia pulsione settaria. Specularmente, il Partito di Dio fa leva sulla campagna di Gemayel per recuperare consenso presso la gioventù sciita che gli è sfuggita di mano, e richiamarla all'unità confessionale.

Ma è soprattutto l'imperialismo che bussa alla porta di un Libano collassato. La Francia di Macron si offre nelle vesti di salvatrice del Libano, e addirittura della sua rivoluzione: 250 milioni di euro come primo obolo «direttamente destinato al popolo, non ai suoi governanti», recita il Presidente francese, chiedendo in cambio riforme economiche risolutrici. Quali? Ad esempio un drastico taglio delle spese sociali per rendere solvibile il Libano presso il capitale finanziario, anche francese. E chi dovrebbe realizzare queste riforme? Un nuovo governo selezionato dai creditori, sotto il loro controllo. Il plauso di alcuni settori popolari all'offerta francese riflette ad un tempo ingenuità e disperazione.
Non mancano peraltro le contraddizioni d'interesse tra gli imperialismi. La Francia, per ingraziarsi il senso comune popolare, chiede una inchiesta internazionale sull'esplosione al porto di Beirut, perché “non è possibile aver fiducia in una commissione d'inchiesta gestita dai governanti libanesi”. Ma gli USA si oppongono, perché temono che la commissione offra alla Francia un palcoscenico troppo ampio. Quanto all'Italia, il ministro degli esteri Luigi Di Maio non vuole essere emarginato dall'iniziativa francese e si affretta a dichiarare che il Libano è per l'Italia «una seconda casa» (!), e che per questo dirige la missione militare UNIFIL nel Sud Libano, una missione che proprio il 31 agosto dovrà rinnovare il proprio mandato.
Di certo la seconda ricostruzione del Libano è un boccone ghiotto per gli imperialismi. E non solo in termini economici, ma anche come postazione strategica nel rimescolamento degli equilibri generali in Medio Oriente.


PROGRAMMA DI EMERGENZA E PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA

Ma non sarà l'imperialismo a salvare il Libano. Il colonialismo francese è la radice storica del dramma, non può essere la sua soluzione. In ogni caso non può esserlo per la classe lavoratrice, i disoccupati, la popolazione povera del paese. Al contrario, non può esservi alcuna soluzione progressiva della crisi politica, economica, sociale, istituzionale, sanitaria senza una rottura drastica con l'imperialismo, a partire dalla cancellazione del gigantesco debito pubblico. I cosiddetti aiuti dell'imperialismo servono solo a garantire laute commesse per la ricostruzione e a pagare gli strozzini del capitale finanziario. Senza recidere la dipendenza economica dall'imperialismo, innanzitutto europeo, e dalle potenze regionali – Arabia Saudita e Iran in primis – non è possibile alcun controllo sulla ricostruzione e alcuna prospettiva di emancipazione sociale. Cancellare il debito pubblico con l'imperialismo, nazionalizzare senza indennizzo per i grandi azionisti l'intero sistema bancario, sono la prima voce di un programma di emergenza, assieme all'esproprio dei capitalisti libanesi e alla cacciata di tutti i loro partiti.

Questo programma è inseparabile dall'unificazione di un fronte di massa che raccolga tutte le domande di liberazione: le domande di emancipazione della classe lavoratrice, dell'industria, del commercio, dell'amministrazione pubblica, a partire da una scala mobile dei salari contro il carovita, un controllo popolare sui prezzi, un piano di investimenti pubblici nella sanità (che va interamente nazionalizzata), nei trasporti, nel risanamento ecologico, che offra lavoro all'enorme massa dei giovani disoccupati, mettendola al servizio della ricostruzione. Ma anche le domande e i diritti dei rifugiati siriani, spesso usati come manovalanza ricattabile e al tempo stesso bersaglio di campagne xenofobe; e del mezzo milione di palestinesi, costretti da decenni a vivere nei campi, senza servizi e senza tetto, in una condizione ignobile di degrado.

Questo programma di lotta salda le ragioni dell'emergenza libanese con la prospettiva della rivoluzione araba e medio orientale, che va ben al di là dei confini del Libano. Una prospettiva che cancelli alla radice ogni eredità coloniale, a partire dallo Stato sionista, affermi il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e del popolo curdo, unifichi il Medio Oriente in una grande federazione di popoli liberi. Ciò che può avvenire solo su basi socialiste.
Questo programma ha bisogno di un partito rivoluzionario internazionale capace di conquistare sul campo la propria credibilità di direzione alternativa, in Libano, in Algeria, in Iraq, ovunque la rivoluzione rialzi la testa.


CON LA RIVOLUZIONE, PER UNA SUA DIREZIONE ANTICAPITALISTA

Leggeremo lo sviluppo della crisi libanese col metodo dei marxisti, che vedono i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, nella diversità delle loro forme, dinamiche, contraddizioni; e che al tempo stesso non si affidano alla spontaneità dei movimenti, ma pongono la questione decisiva dello sviluppo della loro coscienza e direzione. È il metodo con cui abbiamo riconosciuto e sostenuto le rivoluzioni arabe, contro ogni sostegno ai regimi oppressivi cui si ribellavano (come ha fatto tanta parte del campismo di estrazione stalinista); ma senza mai subordinarci alle loro direzioni liberali, piccolo-borghesi e filoimperialiste, che le hanno portate alla disfatta in Tunisia, in Egitto, in Siria, come hanno fatto i più diversi ambienti movimentisti.

Autonomia dei comunisti in funzione della lotta per l'egemonia anticapitalista nei movimenti di massa: è la politica di Lenin e di Trotsky, dell'Internazionale comunista dei tempi migliori. È la politica che lo scenario mondiale rende ogni giorno più attuale, quale unica possibile alternativa, in Libano e ovunque.

Partito Comunista dei Lavoratori