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Lo stretto di Hormuz e le contraddizioni imperialiste

 


Il vicolo cieco della guerra di Trump. Il cinico baratto tra imperialismi vecchi e nuovi

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“Liberare lo stretto di Hormuz, consentire la libera navigazione e il libero commercio”. Questa è diventata l’invocazione di tutte le potenze imperialiste, a partire naturalmente dagli Stati Uniti. Ed anche la possibile bandiera per un allargamento della guerra di aggressione contro l’Iran. Non è un caso, visto che da Hormuz passa un quinto del trasporto mondiale di greggio e una quota ben superiore di gas, di alluminio, di elio, tutti vitali per l’economia mondiale.

Ma le stesse potenze che invocano la “liberazione” dello stretto non sanno bene come procedere. Il Presidente USA, lo stesso che ogni giorno da quindici giorni dichiara che “il nemico è stato annientato” e che “la guerra è vinta”, supplica l’aiuto di quelle potenze imperialiste alleate che non aveva neppure informato dell’attacco. Ma gli imperialismi alleati tentennano. Da un lato vogliono compiacere gli USA, dall’altro non vogliono essere trascinati in guerra. Tanto più a fronte della insospettata resistenza militare iraniana. Una coalizione di navi militari per liberare Hormuz? È possibile ma… a guerra finita dichiarano gli imperialismi europei. Quando cioè non ve ne sarebbe più bisogno.

Imperialismi che forniscono agli USA appoggi logistici, supporti operativi, condivisione di basi militari in Medio Oriente, Italia inclusa, non vogliono figurare come complici di Trump. Lo sono ma in una forma che vorrebbe essere anonima. Perché la guerra di Trump, già impopolare negli USA, lo è ancor più in Europa. Perchè Trump continua ad umiliare gli imperialismi alleati, cui chiede aiuto rilanciando sulla loro testa il mercanteggiamento con Putin. Perché il Board of Peace a guida Trump taglia fuori gli imperialismi europei dalla spartizione coloniale del Medio Oriente. Perché dunque immolarsi per una guerra subita e per di più rovinosa?

Meglio tirare il sasso e nascondere la mano dietro le quinte. Meglio provare a trattare sotto banco con l’Iran il lasciapassare per le proprie navi e chiedergli clemenza per i propri alleati del Golfo. Tutti regimi dispotici non meno del regime iraniano. Tutti fondati sullo sfruttamento schiavile di lavoro immigrato. Tutti coinvolti nell’aggressione all’Iran, o come diretti propugnatori della guerra (Arabia Saudita) o come fornitori attivi di basi militari, radar, intelligence all’imperialismo USA (Kuwait, Bahrein, Qatar e soprattutto Emirati Arabi Uniti). Ma tutti clienti d’affari di tutti i paesi imperialisti, grandi o piccoli. La richiesta corale della loro protezione è solo la protezione dei propri affari.

E la Russia, e la Cina? Dove è finito il favoloso mondo dei BRICS, lo “scudo protettivo” del Sud del mondo, l’alternativa reale allo strapotere americano?

Iran ed Emirati, entrambi associati nei BRICS, sono tra loro in guerra. L’imperialismo russo, legato formalmente all’Iran da un accordo di partneriato strategico, non solo si guarda bene dal proteggere il proprio alleato, magari fornendogli strumenti vitali di contraerea, ma punta a incassare compiaciuto i vantaggi che la guerra sionista americana gli assicura: maggiori proventi dall’accresciuto prezzo del petrolio, maggiore possibilità di finanziare la propria guerra di invasione dell’Ucraina, maggiore forza contrattuale verso l’imperialismo americano nel negoziare la spartizione del paese invaso. Più la guerra di aggressione all’Iran si prolunga, più l’imperialismo russo si avvantaggia sullo scacchiere strategico per lui decisivo.

In cambio dell’apertura americana sull’Ucraina, la Russia si è già astenuta all’ONU sul piano coloniale di Trump per la Palestina. Ed oggi, come già a giugno, si propone come calmiere dell’Iran: come suo suggeritore di prudenza e moderazione nella reazione all’aggressione. Il blocco di Hormuz per la Russia è in definitiva solo un vantaggio. Ancor più se formalmente se ne dissocia.

Quanto alla Cina, ha ottenuto dall’Iran il lasciapassare per le proprie navi e il proprio greggio nello stretto di Hormuz. Per il resto chiede all’Iran di risparmiare il più possibile le monarchie del Golfo, tutte – ma proprio tutte – coinvolte in grandi affari (anche) con l’imperialismo cinese. Anch’esso astenutosi al pari della Russia in sede ONU sul piano per Gaza. Anch’esso coinvolto in prima persona con le proprie aziende nella oppressione della Cisgiordania occupata.

Come la Russia, anche la Cina non voleva la guerra sionista americana all’Iran, alleato di entrambi. Ma una volta che la guerra c’è, l’unica preoccupazione di Pechino come di Mosca non è quella di sostenere l’alleato, ma di trarne un utile per i propri interessi imperialistici. Sicuramente la Cina da grande potenza mondiale non vuole un blocco dell’economia globale. Ma se il blocco si produce a causa della chiusura dello Stretto, saranno altri, non la Cina, a pagare il prezzo maggiore.

Insomma, l’Iran è “alleato” della Cina solo in veste di garante delle navi cinesi e della loro navigazione petrolifera, non certo in veste di paese difeso e protetto dall’aggressione. Tra i BRICS infatti, come ad altre latitudini del globo, vi sono padroni (imperialisti) e vassalli (semicoloniali). Cina e Russia sono tra i primi, l’Iran appartiene ai secondi. Sarebbero i BRICS l’alternativa strategica agli USA?

Tutto lo scenario mondiale ripropone una verità di fondo. I salariati, i popoli oppressi, i paesi semicoloniali aggrediti non hanno protettori nelle alte sfere di questo o quell’altro imperialismo. Sono solo merce di scambio dei loro traffici e delle loro guerre. Solo il rovesciamento dell’imperialismo e del capitalismo potrà liberare un futuro diverso dell’umanità.

Contro la guerra sionista americana, via l’imperialismo dal Medio Oriente!

Contro ogni missione imperialista per “liberare” Hormuz!

Via l’Italia dalla missione Aspides nel Golfo Persico!

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dal Rojava! Autodeterminazione per il popolo curdo!

 


Volantino distribuito nelle manifestazioni per il Rojava

Negli ultimi giorni, l'esercito siriano ha ripetutamente attaccato quartieri e città in Siria dove vivono curdi o che sono sotto autogestione curda.
L'esercito siriano è stato supportato nei suoi attacchi dalla Turchia, le cui milizie “proxy” sono coinvolte in modo significativo. È chiaro che la Turchia ha un interesse significativo a strappare l'autogoverno democratico ai curdi, nel nord e nell'est della Siria (Rojava), ed è sempre stata determinata a impedire qualsiasi forma di autogoverno curdo.

Il 18 gennaio, il presidente del governo di transizione siriano, Ahmed al-Scharaa, ha proposto quindi un cessate il fuoco che di fatto priva di potere le SDF (Forze Democratiche Siriane) guidate dai curdi in Siria. In base a questo accordo, le SDF devono essere pienamente integrate nell'esercito siriano. Solo un'unità di polizia locale nelle aree curde, integrata nell'apparato di polizia siriano, potrà continuare ad esistere. In definitiva, tutti gli accordi mirano a disarmare le SDF e anche le unità curde di autodifesa YPG e YPJ.

Inoltre, aree di autogoverno curdo, in particolare Raqqa e Deir ez-Zor, saranno poste sotto il dominio dello stato siriano e l'autonomia curda cesserà. Il controllo sulle prigioni che ospitano sostenitori dell'ISIS e i loro familiari, così come l'accesso a infrastrutture e risorse importanti, sarà trasferito. Sebbene la regione sia stata gravemente danneggiata dalla guerra contro l'ISIS, possiede ancora risorse considerevoli come giacimenti petroliferi e di gas e terreni agricoli particolarmente fertili

Per placare i curdi, al-Scharaa ha riconosciuto ufficialmente il curdo come lingua in un decreto emesso il 16 gennaio. Secondo questo decreto, il curdo può ora essere insegnato come materia secondaria nelle scuole delle aree dove la maggioranza della popolazione è curda. Newroz è stata anche dichiarata festa nazionale, queste sono briciole che non potrebbero essere più piccole.

L'escalation della situazione e gli attacchi all'autogestione democratica della Siria settentrionale e orientale hanno diverse ragioni tattiche. Secondo alcuni resoconti dei media, al-Sharaa sta attualmente negoziando un accordo a Parigi che consentirebbe e legittimerebbe l'occupazione del sud della Siria da parte dell'esercito israeliano. L'attacco alla regione autonoma fungerebbe anche da perfida distrazione per nascondere questo tradimento.
Ma alla fine, questo è solo un aspetto secondario. Gli sforzi di al-Sharaa derivano dallo stesso nazionalismo siriano, che sostiene anche il governo islamista e rifiuta il diritto all'autodeterminazione delle nazioni oppresse. Nel migliore dei casi, il nuovo regime si sente costretto a fare concessioni tattiche e solo temporanee ai curdi.

In secondo luogo, l’escalation è anche strettamente legata al cambiamento nei rapporti di potere imperialisti. Gli Stati Uniti, che un tempo sostenevano militarmente le SDF guidate dai curdi nella lotta contro l'ISIS, stanno voltando loro le spalle. Poiché l'ISIS è stato sconfitto, almeno militarmente, e l'autogoverno curdo non interessa più agli Stati Uniti – al contrario, anzi – il loro atteggiamento è cambiato di conseguenza. I risultati democratici del Rojava non hanno alcuna importanza per gli Stati Uniti, né uno stato decentralizzato che non sia nel loro interesse strategico. Al contrario, gli USA vogliono un governo vassallo filo-occidentale in Siria attraverso il quale possano controllare indirettamente il paese. Non sono solo gli Stati Uniti; anche la comunità internazionale sta diventando sempre più solidale verso il governo siriano. Con questo sostegno, è più facile attaccare i presunti oppositori di uno stato siriano "stabile". L'obiettivo è aprire la Siria al capitale straniero.

Ciò significa anche che al-Sharaa vuole rappresentare uno stato centralizzato in cui il potere è concentrato nelle sue mani. La crisi sociale ed economica in corso e le contraddizioni interne tra le diverse fazioni del governo su cui si basa al-Sharaa rendono praticamente necessaria la necessità di un regime bonapartista che, inoltre, dipende per il bene o per il male dagli Stati Uniti, da altri imperialismi occidentali e da potenze regionali come Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Qualsiasi forma di autogoverno o struttura federalista, come richiesto dalle SDF e dal PYD, si oppone a questo. L'argomento secondo cui tali strutture metterebbero in discussione il nuovo stato emergente e scoraggerebbero gli investitori stranieri viene ripetutamente utilizzato dal regime come giustificazione per sopprimere i risultati.

Ci opponiamo fermamente agli attacchi dell'esercito siriano contro la popolazione e le regioni curde che sono state principalmente sotto autogestione curda da quasi un decennio. Come ogni popolo oppresso, hanno diritto all'autodeterminazione nazionale. È inaccettabile che le strutture relativamente "progressiste" (non pienamente socialiste) e il diritto all'autodifesa vengano minati in questo modo! Questi attacchi non sono solo terribili, ma sono anche di fatto un tradimento: nel marzo 2025, l'accordo tra le SDF e al-Sharaa prometteva di costruire uno stato "democratico, pluralista, decentralizzato". Anche questo fu una sconfitta per il popolo curdo, poiché già prevedeva l'integrazione delle istituzioni o delle strutture amministrative civili curde, e quindi i risultati raggiunti dalle SDF nel corso degli anni, nel governo di transizione.

Nessuna potenza imperialista può essere affidabile per difendere i diritti delle nazioni oppresse – né in Kurdistan né in Ucraina, figuriamoci in Palestina. Solo la classe lavoratrice autorganizzata può sostenere i propri diritti fino alla fine. È nell'interesse di tutti i lavoratori siriani alzarsi ora per i diritti uguali per tutti e, soprattutto, difendere i diritti e i risultati democratici della popolazione curda.

I lavoratori siriani hanno già dimostrato coraggio e tenacia nell'istituire sindacati indipendenti e comitati dei lavoratori, oltre che nel resistere ai tagli di posti di lavoro e alla chiusura delle fabbriche. Ora devono mostrare la stessa fermezza nella lotta per i diritti democratici.
Solo difendendo chiaramente i diritti di tutte le persone oppresse, come le minoranze nazionali e religiose e le donne, potranno costruire una vera alternativa al nazionalismo, all'islamismo e all'imperialismo.

Solo un governo operaio basato su consigli e proprie milizie armate, che includerebbero molti combattenti del movimento curdo, ma anche le restanti forze democratiche in Siria, può offrire una soluzione.

• Giù dal le mani dal Rojava!
• Solidarietà con il popolo curdo e vittoria ai combattenti!
• Sostegno concreto, compreso armamento, al SDF
• Per il diritto all'autodeterminazione nazionale, incluso il diritto all'armamento della popolazione!
• Ritiro immediato dell’esercito siriano dalle aree curde!
• Ritiro di tutte le truppe straniere dalla Siria!
• Per un Kurdistan unito e socialista in una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori

Meloni d'Arabia

 


L'imperialismo italiano in manovra

L'imperialismo italiano è in manovra. Il recente viaggio a Riad di Giorgia Meloni può essere visto da angolazioni diverse, ma complementari.
Un aspetto riguarda le relazioni italiane con l'imperialismo USA, e in particolare con la sua nuova amministrazione. Dopo il crollo del regime di Assad, la sostanziale sconfitta di Hezbollah in Libano, il netto ridimensionamento del peso dell'Iran in Medio Oriente, Donald Trump punta a rilanciare gli accordi di Abramo tra lo stato sionista e le potenze del Golfo. Lo fa nel suo proprio interesse. Per concentrare le forze contro l'imperialismo cinese sui mari del Pacifico, Trump ha bisogno di lasciarsi alle spalle un equilibrio stabile in Medio Oriente, naturalmente sulla pelle dei palestinesi. Il coinvolgimento dell'Arabia Saudita è fondamentale per l'operazione. L'Italia si candida al ruolo di mediatrice attiva del progetto, anche al fine di lustrare la propria credibilità presso gli USA.

Ma chi vede solamente questo aspetto rimuove l'altra faccia della medaglia. L'Italia non è a Riad “per conto degli USA”, ma innanzitutto per il proprio interesse imperialista. I paesi del Consiglio del Golfo (Arabia Saudita, Barhein, Emirati, Kuwait, Qatar e Oman) hanno sviluppato una forte proiezione in Africa: tra il 2012 e il 2022 una massa di investimenti pari a 100 miliardi di dollari, prevalentemente nel settore minerario e in infrastrutture (porti, scali aereo portuali, ferrovie): la sola Arabia Saudita annuncia programmi di investimento di 41 miliardi nel prossimo decennio. L'Italia vede nell'Africa la propria proiezione naturale, secondo la dottrina del “Mediterraneo allargato” (...molto allargato), a scapito dell'area di influenza francese, ormai in declino. Da qui l'idea di una “partnership strategica” tra Roma e Riad. Una convergenza di interessi.

Due degli accordi siglati da Meloni in Arabia Saudita riguardano l'intesa tra l'italiana SACE, il gruppo energetico saudita ACWA Power, e la Banca Araba per lo Sviluppo Economico in Africa. La SACE (grande gruppo assicurativo, partecipato dal Tesoro) offre copertura agli investimenti congiunti, e ottiene in cambio laute contropartite per le imprese italiane. Non solo in Africa ma anche nella regione araba. Leonardo offre ai sauditi nuovi sistemi di combattimento aereo e l'ingresso nel progetto di caccia militare d'avanguardia condiviso con Gran Bretagna e Giappone. Fincantieri, già impegnata a costruire la flotta militare del Qatar, entra nel business dei servizi logistici per navi militari saudite. Snam incassa l'accordo per trasportare in Europa idrogeno verde, di cui Riad è il principale produttore mondiale. Pirelli – già partecipata dal Fondo sovrano saudita – ottiene l'apertura di nuovi stabilimenti nel paese..

Il volume d'affari si estende all'esportazione italiana in fatto di macchinari, apparecchiature elettriche, prodotti alimentari, articoli di moda, coinvolgendo più di venti grandi imprese tricolori, mentre calano del 31% le importazioni italiane da Riad.
Un accordo vantaggioso per Roma, stimato in più di 10 miliardi di euro. La IV edizione dell'Arab Italian Business Forum organizzato a Roma dalla Camera di Commercio Italo-Araba plaude entusiasta all'intesa. Con un risvolto importante nella UE: il governo Meloni vuole presentarsi a Bruxelles come avamposto obbligato delle relazioni europee con i paesi arabi e col continente africano. Anche qui scavalcando la Francia.

Il cosiddetto Piano Mattei non è solo propaganda. Nella nuova giungla delle contese imperialiste, l'imperialismo italiano ricerca il proprio posto al sole. Con grandi difficoltà, ma anche una determinazione nuova. In ogni caso, col pieno appoggio del grande capitale di casa nostra.

Certo la disinvoltura non manca alla Presidente del Consiglio: per anni aveva denunciato, dall'opposizione (non senza retorica islamofoba) quel Bin Salman con cui oggi negozia. Ma la contestazione di incoerenza rivolta a Meloni da parte del centrosinistra fa sorridere gli uomini d'affari. Tutti i governi italiani, tutti i partiti borghesi, hanno trafficato negli anni col Regno sanguinario e misogino di Riad .Tutti hanno votato a favore della spedizione navale in Golfo Persico, al fianco di Israele e contro gli houthi. Tutti hanno armato lo stato sionista e coperto la sua barbarie in Palestina. Meloni si muove nel solco tracciato, con una marcia in più. “Io porto risultati”, ha replicato. I capitalisti italiani ringraziano.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà ai lavoratori del CALP


 Care compagne e cari compagni,


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime solidarietà incondizionata ai lavoratori portuali del CALP contro l'indecente stretta repressiva di cui sono oggetto.

L'imputazione loro rivolta di “violare la legalità” misura l'ipocrisia dell'accusa.
La legalità che lo Stato difende è quella che permette ad armatori e terminalisti di smerciare strumenti di morte destinandoli ai peggiori regimi: bombe e armi, quelle sì micidiali, prodotte e montate negli Stati capitalisti cosiddetti democratici e vendute a monarchie assolutiste che si appoggiano sulla schiavitù dei propri salariati, sulla negazione dei diritti delle donne, sulla oppressione di altri popoli.
Il contrasto del commercio delle armi, e tanto più dei regimi reazionari cui sono destinate, appartiene alla storia del movimento operaio internazionale e dei lavoratori portuali in particolare, e non solo in Italia. Di certo i portuali di Genova hanno sempre rappresentato in Italia l'avanguardia di queste lotte. L'unica responsabilità dei compagni del CALP è quella di richiamarsi apertamente a questa tradizione, non solo a parole ma coi fatti. È una responsabilità di cui giustamente possono andare fieri.

I bilanci militari si stanno gonfiando in tutto il mondo. Il 50% degli investimenti nell'intelligenza artificiale sull'intero pianeta riguardano gli armamenti. La corsa senza freno agli armamenti ha sempre preparato nella storia lugubri prospettive di guerra. La lotta internazionale contro la guerra, assieme a quella per la riduzione dell'orario di lavoro, ha accompagnato la nascita stessa del movimento operaio come movimento internazionale.
L'internazionalismo operaio è stato da tempo dismesso dal grosso delle organizzazioni sindacali e da tanti partiti della “sinistra”. È ora di recuperarlo e di rilanciarlo.
L'azione dei compagni del CALP in questi anni ha ricercato e ottenuto l'unità d'azione contro la guerra e il commercio delle armi con lavoratori e lavoratrici di altri paesi, contro ogni forma di nazionalismo sovranista comunque ammantato. Criminalizzare questa lotta ha un solo significato: sgomberare la via della guerra e delle guerre in cui sfruttati di diversi paesi e magari di diverso colore sono usati gli uni contro gli altri dai propri sfruttatori. È un'operazione che va respinta.

Le imputazioni rivolte contro i compagni del CALP mostrano la vera natura dell'attuale democrazia borghese: una democrazia per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati. L'articolo 11 della Costituzione (“L'Italia ripudia la guerra...”) serve solo a nascondere una realtà esattamente opposta. L'Italia capitalista produce strumenti di guerra, vende strumenti di guerra, aumenta le spese in armamenti, finanzia missioni militari in decine di paesi, al servizio della NATO e/o per interessi propri. L'Arabia Saudita, come l'Egitto, come il Qatar, sono solo clientela per il capitalismo militar-industriale tricolore, e per i suoi Presidenti del Consiglio, vecchi (Renzi) e nuovi (Draghi). Per ripudiare la guerra occorre ripudiare il capitale, senza illusioni costituzionali sulla sua “democrazia” o su una sua possibile riforma.

Del resto in questi giorni, in altri contesti, altre lotte d'avanguardia che fuoriescono dalle regole del gioco sono prese di mira da magistratura e Digos. È il caso della lotta dei lavoratori di TNT a Piacenza, dove sono stati addirittura arrestati dirigenti operai del sindacato SICobas, dietro l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, cioè di aver difeso un picchetto operaio che rivendicava diritti dalla carica a freddo della polizia. È il clima che si vuole creare attorno al governo di unità nazionale di Mario Draghi, un clima di ordine, disciplina, restaurazione, che rimetta in riga le avanguardie che osano alzare la testa, con l'unico scopo di bloccare preventivamente ogni possibile effetto di contagio.
C'è un solo modo di replicare: difendere incondizionatamente e unitariamente i diritti dei lavoratori colpiti, al di là delle diverse appartenenze sindacali e politiche; lavorare a unificare ed estendere le lotte di resistenza.

Per questo, e con queste motivazioni, siamo e saremo al fianco dei lavoratori del CALP, per la più ampia mobilitazione unitaria a sostegno delle loro ragioni.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ministero della transizione ecologica: il bazooka mascherato di verde del capitalismo italiano


 I primi a proporre l’idea di un "Ministero della transizione ecologica" arrivano dalle fronde riformiste. Tra i più entusiasti c’è Rossella Muroni ex presidente di lega Ambiente e deputata di Liberi e Uguali che ne parlava da giorni. Il primo febbraio sulla sua pagina facebook si esprime con queste parole: «In queste ore si sta svolgendo un confronto sui temi che devono essere al centro dell’azione del nuovo Governo. I 209 miliardi del Recovery Plan sono una grande occasione: basta litigi, usiamoli per cambiare totalmente il Paese e costruire il futuro, che mi auguro sia fortemente legato all’economia verde».

Ma già da anni si esprimeva per una soluzione di questo genere.

Friday For Future nei giorni ha scritto una lettera direttamente a Draghi: «… Lo scorso agosto, lei ha detto che “privare i giovani del futuro è la più grande forma di disuguaglianza”. Il suo governo agirà per non privarci del nostro futuro, e garantire giustizia climatica, per non far pagare questa crisi ai più fragili e a chi ha meno responsabilità? Non c’è più tempo per “fare il possibile”. Va fatto il necessario. “Whatever it takes”, a qualunque costo. La sentiremo citare di nuovo, tra un po’ di anni, nei video su YouTube o nei libri di storia, come “la frase che ha salvato il clima”? Ai posteri l’ardua sentenza. A questo Governo, però, la scelta di garantirci o negarci un futuro...».

Questa spinta, Draghi e il Presidente Mattarella, non l’hanno lasciata passare invano e l’hanno utilizzata per una fine mossa strategica: imbrigliare la dissidenza del Movimento 5 Stelle contro il futuro governo e muovere le file degli interessi del capitalismo italiano verso 70 miliardi di euro che costituiscono il 37 % del Recovery Fund dentro un piano europeo più vasto chiamato volgarmente Recovery Plan.

Dalle pagine della Commissione Europea all’interno del Recovery Plan si legge: «le transizioni climatiche e digitali eque, attraverso il Fondo per una transizione giusta e il programma Europa digitale». In queste scarne parole è racchiuso tutto il programma capitalistico falsamente tinto di verde del governo Draghi nel suo complesso.

Andiamo, però, con ordine. Draghi ha legato con un filo diretto alla sua supervisione diversi ministeri:

- Il ministero della Transizione ecologica diretto da Roberto Cingolani
- Innovazione tecnologica e la transizione digitale con ministro Vittorio Colao
- Sviluppo economico ministro Giancarlo Giorgetti e ovviamente il Ministero dell’Economia e Finanze diretto dal suo uomo di fiducia Daniele Franco.

Basterebbero le figure e i curricula di questi personaggi, per capire che le visioni “romantiche” di una difesa ambientalista e la trasformazione ecologica da parte del nuovo governo sono una cantonata pazzesca e uno schiaffo che arriva dalla semplice realtà dei fatti.

Chi è Roberto Cingolani? Fisico e Direttore scientifico dell’ITT, Istituto Italiano di Tecnologia dal 2005. Nel 2016 il finanziamento ricevuto dallo Stato, tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze, dell’ITT è stato di circa 94 milioni di euro. I finanziamenti acquisiti direttamente dalla Fondazione ammontano a 213,6 milioni di euro. Nel 2019 diventa Chief Technology and Innovation Officer della società leader del settore difesa e aerospazio Leonardo di proprietà al 30,2 % del ministero di Economia e Finanza che nel 2019 aveva un portafoglio ordini di circa 36.500 milioni di euro, per un ricavo di circa 14.000 milioni di euro.

Un fisico esperto in tecnologie militari e armamenti ai vertici del gioiello imperialista italiano per eccellenza, cosa ha a che fare con la trasformazione ecologica? Infatti, dalla pagina web di Leonardo SpA, si legge testualmente: «Protagonisti nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Proteggere i cittadini, i territori, le infrastrutture. Questo ci rende un protagonista globale nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza...».

Eppure Cingolani è oggi il ministro della Transizione ecologica. Viene esaltato da Matteo Renzi che lo definisce uomo di eccezionali doti. Infatti è proprio Renzi che gli affida l’ITT anni prima, ed è ancora Renzi che caldeggia la nomina di Alessandro Profumo a capo di Finmeccanica/Leonardo (condannato in seguito per le vicende del Monte dei Paschi di Siena) e che a sua volta inserisce nel suo staff proprio Cingolani che diventa un protagonista della Leopolda nel 2018.

Alcuni aspetti inquietanti vedono la Leonardo SpA avere stretti legami con l’Arabia Saudita. Infatti proprio dalle pagine di Leonardo SpA si legge che la società “governativa italiana” ha perfino ottimi rapporti con il regime totalitario e disumano Saudita: «Forniamo soluzioni tecnologiche al Regno dell'Arabia Saudita, a partire dagli elicotteri VIP fino ai sistemi per la gestione del sistema bancario islamico». Armi e soldi sicuramente discussi tra Renzi e il principe saudita Mohammed bin Salman. Da notare come lo stesso Renzi sia “invidioso del costo del lavoro” in Arabia Saudita, vista da lui come nuova culla del “Rinascimento”.

Con Leonardo SpA conduce i suoi fili anche il ministero dell’Innovazione tecnologica e transizione digitale, Vittorio Colao, ex amministratore delegato di omnitel/vodafone. Colao viene nominato da Giuseppe Conte a capo della Task Force contro la crisi pandemica nel 2020. Tra i suoi 17 membri c’è l’immancabile Cingolani. Guarda caso però Vittorio Colao entra nel CdA di Finmeccanica nel 2000 insieme a Corrado Passera prima di trasformarsi in Leonardo SpA.

Giancarlo Giorgetti leghista legato agli interessi degli imprenditori del nord, ex missino doc e amico personale di Mario Draghi, è il nuovo ministro dello sviluppo economico. Nel Governo Conte I Lega-5 stelle gli viene affidata la delega alle politiche spaziali ed aerospaziali con la presidenza del Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e alla ricerca aerospaziale. Anche lui stringe i legami con Leonardo SpA tanto che partecipa negli USA agli incontri preliminari per il progetto finalizzato alla realizzazione di una specie di spazioporto a Taranto-Grottaglie, al quale guarda Leonardo-Finmeccanica per testare i suoi prototipi. Invece della bonifica del polo di Taranto, si investono energie in faraonici progetti spaziali. Ma se questo non bastasse, tra gli alti vertici di Leonardo troviamo Francesco Giorgetti fratello di Giancarlo. Come minimo è un conflitto di interessi.

Il Ministero dell’Economia e Finanze diretto da Daniele Franco risulta essere il principale azionista governativo di Leonardo SpA da dove proviene il ministro Cingolani. Dalla pagina della Camera dei Deputati prendiamo l’ immagine dei loghi delle aziende con partecipazione statale quotate e non in borsa nel 2018 (la trovate anche alla fine dell'articolo, ndr).

Non c’è alcuna impresa che sia impegnata nel settore delle nuove tecnologie “green”. Viceversa sono molte quelle che si occupano del settore energetico, legate all’apparato militare industriale.

Risulta alquanto difficile immaginare che l’apparato economico dello Stato borghese indirizzi le scelte capitalistiche verso politiche con investimenti in un settore a suo dire “green”, nel quale ad oggi non esiste nulla. Viceversa, tutto il suo sforzo è proteso verso scelte di carattere imperialista. Draghi nel suo discorso di insediamento alle camere ha condensato il programma ambientalista del suo Governo in queste scarne parole: «Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane».

È difficile immaginare che l’equipe prescelta per la “transizione” ecologica del Paese si occupi della difesa dell’ambiente e dei territori, quando questi fini esperti e politici fino a ieri si sono occupati di armamenti, sfruttamenti energetici di territori neo colonizzati e di robotica per limitare la presenza dei lavoratori nei centri di produzione. Le strutture e le infrastrutture del capitalismo nazionale dovrebbero essere trasformate in un programma senza profitti. Questo è palesemente impossibile. Già ad ottobre sulle pagine web del MISE veniva descritto il progetto Italia 2030 insieme alla Luiss Business School (l’accademia del Capitalismo italiano) in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti, Enel, Eni, Generali, Intesa Sanpaolo, Italgas, Leonardo, Poste Italiane, Snam e Terna.

«Abbiamo promosso ‘Italia 2030’ per dare vita a un piano di azione congiunto in cui l’economia circolare fosse al centro delle strategie per il futuro del Paese, a partire proprio da conoscenze e competenze. Solo se continueremo ad avvicinare le opportunità dell’economia circolare a cittadini e aziende, le sue potenzialità diventeranno reali. È una necessità per il Paese, che non può permettersi di perdere il treno della sostenibilità, ed è resa ancora più impellente alla luce della direzione green del Recovery Fund», così aveva commentato per l’occasione Stefano Buffagni, Viceministro allo Sviluppo Economico. Uomo di rango del M5Stelle, sottosegretario alla presidenza del consiglio nel primo Governo Conte e vice ministro al MISE nel Conte II.

Le politiche ambientali di transizione ecologica di questo nuovo governo non esistono. L’Italia è l’anello debole dell’imperialismo europeo e deve stare al passo negli scontri degli interessi tra blocchi nel Mediterraneo e in Africa. Le fonti di energia fossile sono al centro di queste mire. In particolare il Gas Naturale e gli Hub di approvvigionamento e stoccaggio. Il nuovo ministro Cingolani lo diceva già nel 2018.

La sua posizione era nettamente contraria perfino alle rinnovabili in chiave capitalistica: fotovoltaico, eolico, auto elettriche. Alla Leopolda di Renzi dichiarava con decisione sulla sostenibilità: «Nel lungo termine non ci sarà [...] Il costo energetico di tutte le cose che desideriamo avere è molto elevato. Da un lato pretendiamo molto dalla tecnologia come se fosse tutto gratuito, dall’altro non vogliamo oleodotti, gasdotti, nucleare...». Una posizione nettamente a favore delle fonti fossili.

Un futuro programma imperialista, quindi falsamente “ecologico”, teso alla riconquista di spazi e domini in nome del profitto e con i costi a carico dei lavoratori. Altro che Recovery Fund per l’ambiente. Una cascata di soldi per la modernizzazione dell’apparato militare industriale sotto la guida dei gioielli di stato Leonardo SpA, ENI, Saipem, multinazionali dell’energia e banche a dettarne le linee guida.

E triste prevedere che la situazione drammatica dei lavoratori di Arcelormittal, delle miriadi di Terre dei Fuochi sparse nel paese, nonché dei vari dissesti idrogeologici rimarranno tali nel tempo.

Solo la ripresa della lotta di classe contro questo governo come tutti i governi della borghesia, potrà abbattere ogni mistificazione e riportare al centro delle scelte la difesa dell’umanità. Ogni chimera riformista falsamente ambientalista e i compromessi ai danni dei più deboli devono essere spazzati via.

Solo un programma rivoluzionario di transizione anticapitalista verso il socialismo potrà raggiungere la salvezza del pianeta.

Ruggero Rognoni


La sollevazione popolare in Libano

La sollevazione popolare in Libano dopo la drammatica esplosione al porto di Beirut ha costretto alle dimissioni il governo Diab. La stessa sorte toccata a suo tempo al governo Hariri, anch'esso disarcionato dalla prima ribellione di massa iniziata il 17 ottobre 2019.

Chi nutre una visione geopolitica e spesso complottistica della storia, secondo cui tutto ciò che avviene è deciso dietro le quinte da un pugno di burattinai (siano essi gli imperialismi, le multinazionali, Soros e Bill Gates...) che manovrerebbero le masse a proprio piacimento, avrà qualche difficoltà a interpretare la dinamica libanese. Perché l'intero corso politico dell'ultimo anno nel paese dei cedri ha come primo protagonista la rivolta di massa contro un intero sistema di potere, e di poteri: quello che gli imperialismi e le potenze regionali avevano architettato per i libanesi.


EREDITÀ COLONIALE E SPARTIZIONE CONFESSIONALE

La divisione confessionale dello stato libanese è in ultima analisi un'eredità coloniale. Dopo la disgregazione dell'impero ottomano seguito alla prima guerra mondiale, l'imperialismo francese e l'imperialismo inglese si spartirono le sue spoglie disegnando la geografia del Medio Oriente. Fu il trattato di Sykes Picot,
1916, rivelato e denunciato agli occhi del mondo dalla rivoluzione bolscevica. La Francia ottenne il mandato per Libano e Siria, creature artificiali del nuovo ordine stabilito con riga e compasso. La divisione confessionale del Libano fu la forma politica funzionale al suo controllo. La conquista dell'indipendenza nel 1943/'45 preservò questa eredità, dandole nuove forme. Il lungo periodo dei trent'anni gloriosi del secondo dopoguerra consentì al Libano risorse economiche sufficienti per sostenere il proprio equilibrio interno fondato sull'alleanza tra borghesia sunnita e cristiana. Ricchezza finanziaria ed estraneità alle guerre regionali sembrarono assegnare al Libano un insperato privilegio. Erano gli anni in cui il paese veniva chiamato, non a caso, la Svizzera del Medio Oriente.
Ma alla metà degli anni '70 questo equilibrio crollò. La Svizzera del Medio Oriente si trasformò in breve tempo nel paese di una spietata guerra civile confessionale, tra il fronte cristiano maronita e il fronte arabo musulmano, sostenuto dai palestinesi e dalla minoranza drusa (Jumblatt). Una guerra estenuante, che dal 1975 al 1990 trasformò il Libano in un cumulo di rovine, a partire da Beirut. L'equilibrio tra le confessioni religiose fu ristabilito solo dopo quindici anni col concorso decisivo delle potenze imperialiste, in primis USA, Francia, Italia, che dal 1982 – dopo l'aggressione sionista all'OLP e alla sua presenza libanese – investirono in Libano una propria presenza militare quale garante dello status quo.
Il sistema da allora vigente ha recuperato la vecchia spartizione delle funzioni istituzionali definita nel 1943 tra le minoranze etniche e religiose: la guida del governo ai sunniti, la presidenza della repubblica e la guida dell'esercito ai cristiano-maroniti, la presidenza del Parlamento agli sciiti. Il sistema di voto (proporzionale dal 2018) è blindato e distorto da questa spartizione corporativa, che ha retto nel tempo a prove difficili, come le guerre del Golfo, la nuova guerra libano-israeliana del 2006 e il contrasto tra USA e Iran. Persino la prima onda delle rivoluzioni arabe e la lunga guerra siriana sembrarono risparmiare gli equilibri libanesi, dove dal 2009 la nuova alleanza di governo tra una parte della comunità cristiano-maronita guidata dal generale Aoun e il “Partito di Dio” filoiraniano Hezbollah sancì una sorta di pacificazione nazionale. Con l'Arabia Saudita, nemica dell'Iran, nel ruolo di protettrice della borghesia sunnita (famiglia Hariri).


UN CAPITALISMO LIBANESE SUPERPARASSITARIO

La pace interna poggiava in realtà su basi fragili. Prima la crisi capitalistica internazionale, poi la seconda ondata delle rivoluzioni arabe hanno destrutturato il regime nelle sue fondamenta.

Il capitalismo libanese ha assunto nel lungo periodo una natura particolarmente parassitaria. Beirut ha operato per decenni come deposito di grandi investimenti immobiliari e finanziari. La ricostruzione degli anni '90 dopo la guerra civile è stato un volano di tali investimenti, provenienti dai paesi imperialisti e dalle monarchie del Golfo. Una ristretta oligarchia finanziaria – cristiana, sunnita, sciita – si è smisuratamente arricchita in un rapporto osmotico col grande capitale internazionale. Oggi il 5% della società libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale. Lo Stato confessionale opera come intermediario e agenzia del capitale finanziario: prende a prestito dalle sessanta banche private del paese a tassi di interessi altissimi, indebitandosi a dismisura, mentre l'estrema debolezza della produzione industriale costringe il Libano a importare ogni bene di prima necessità, dagli alimenti ai medicinali, con un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti (3,7 miliardi di esportazioni e 20 miliardi di importazioni) e un ulteriore incremento del debito pubblico. L'evasione fiscale delle grandi ricchezze e il peso della corruzione endemica hanno fatto il resto. Intanto molte banche hanno chiuso i battenti, ma solo dopo aver portato all'estero 6 miliardi di dollari, i risparmi dei cittadini libanesi. Il default dello Stato nel marzo 2020, il crollo della lira libanese, lo sviluppo di una inflazione annua del 60% sui beni primari, sono lo sbocco di questa spirale rovinosa.


“ANDATEVENE TUTTI, E TUTTI VUOL DIRE TUTTI”.
CARATTERI E DINAMICA DI UNA RIVOLUZIONE


L'ascesa di massa dell'ottobre 2019 è inseparabile da tale contesto.
L'innesco della rivolta, come spesso accade, è stato casuale: l'aumento della tassa sulle comunicazioni Whatsapp. Ma le sue radici erano e sono profonde. Da un lato, la mobilitazione ha raccolto la nuova spinta della seconda fase delle rivoluzione arabe e medio-orientali (Algeria, Iraq, Sudan), a partire dalle loro rivendicazioni democratiche. Dall'altro, si è rivolta contro l'insieme della classe dirigente libanese in tutte le sue espressioni politiche e istituzionali, quale responsabile del crollo del paese.

Il tratto caratterizzante della ribellione di massa in Libano (come del resto in Iraq) è il suo carattere aconfessionale. È la rottura dei vecchi recinti etnici, religiosi, settari che per un lungo periodo storico hanno diviso e frantumato il proletariato libanese e le classi subalterne a vantaggio della borghesia, dell'imperialismo, delle diverse potenze regionali. La parola d'ordine “non siamo né sunniti né cristiani né sciiti, siamo libanesi” è divenuta una parola d'ordine di massa, in una dinamica di movimento che ha investito il Nord sunnita e cristiano e il Sud sciita, e che per questo si è posta in rotta di collisione con i diversi partiti confessionali della borghesia. È una parola d'ordine democratica che rivendica l'eguaglianza e la laicità dello Stato contro la sua spartizione. Non è un caso che sia la giovane generazione la protagonista della ribellione. Una giovane generazione che non ha vissuto la guerra civile degli anni '70 e '80, che non è stata irregimentata dalle diverse confessioni, ma che ha vissuto sulla propria pelle la comune condizione di miseria, di disoccupazione, di privazione di futuro.

Per la stessa ragione è molto significativa la partecipazione delle donne alla rivoluzione. Il patto tra i clan confessionali, il profilo reazionario delle loro leadership, ha comportato la sistematica negazione dei diritti democratici delle donne libanesi, su ogni terreno. L'unità di governo tra reazionari maroniti e reazionari sciiti si è consumata in primo luogo contro di loro. La sollevazione anticonfessionale ha dunque trovato le donne in prima fila, a partire dalle giovanissime, con lo sviluppo di un imponente movimento femminista nazionale organizzato, a Nord e a Sud.

La pandemia ha frenato e interrotto questa mobilitazione multiforme negli ultimi mesi. L'immane tragedia dell'esplosione di Beirut, fotografia perfetta del fallimento di un regime, l'ha oggi rilanciata e radicalizzata. L'assalto ai palazzi del potere di sabato 8 agosto, l'occupazione e devastazione della sede associativa delle banche, hanno espresso la radicale volontà di rottura della gioventù libanese con la propria classe dominante. Il tentativo di quest'ultima di dirottare la crisi politica verso nuove elezioni è al momento fallito, perché privo di credibilità. Nuove elezioni con le vecchie regole sarebbero non solo un salvacondotto per i partiti dominanti ma la riproduzione del loro sistema spartitorio. “Andatevene tutti, e tutti vuol dire tutti!” è la replica di massa a questa profferta.


LA DEBOLEZZA DEL MOVIMENTO OPERAIO LIBANESE

L'esplosione di massa dell'ultimo anno ha scavalcato il movimento operaio organizzato. Il movimento operaio libanese è stato fortemente indebolito nella sua lunga storia dalla divisione confessionale del paese. I partiti confessionali hanno lavorato sistematicamente per la sua frantumazione. In particolare la Confederazione Generale dei Lavoratori Libanesi (CGTL) è stata terreno di spartizione tra i partiti dominanti. Ogni partito settario ha costruito il proprio sindacato di categoria per pesare maggiormente nella Confederazione, col risultato di dividere le forze e paralizzarne l'azione.

La Commissione di Coordinamento dei Sindacati (UCC), quale sindacato alternativo, ha svolto invece un ruolo importante nel ciclo di lotte operaie dal 2011 al 2014 attorno a rivendicazioni economiche elementari (aumenti salariali, diritti di contrattazione, rifiuto dell'austerità). Un ciclo di lotte che ha visto la crescita dei livelli di sindacalizzazione nei diversi settori: tra i portuali (baricentro storico del proletariato libanese), fra gli insegnanti (per lo più dipendenti di scuole private religiose), nel personale sanitario (in particolare fra le infermiere). Ma contro questo processo di sindacalizzazione ha lavorato l'intero fronte dei partiti dominanti, con l'obiettivo di spezzarne la dinamica e disinnescare il contagio. Nel 2015 il blocco dei partiti confessionali ha recuperato il proprio controllo sull'UCC impedendo l'elezione ai suoi vertici di una candidatura "di sinistra", Hanna Gharil. L'indebolimento di UCC ha favorito l'arretramento della classe lavoratrice e del suo livello di organizzazione proprio alla vigilia dell'esplosione rivoluzionaria e della crisi verticale del regime.

La politica del Partito Comunista Libanese, di estrazione stalinista, legato strettamente al Partito Comunista Siriano filo-assadista, è stata subalterna, al di là dei proclami, a questa dinamica generale. La partecipazione del Partito Comunista Libanese a partire dal 2008 ad un blocco politico con Hezbollah e con forze borghesi confessionali, la cosiddetta “Alleanza dell'8 marzo”, lo ha di fatto subordinato al bipolarismo dominante, privandolo di un possibile ruolo alternativo.
La debolezza del movimento operaio rappresenta a sua volta un punto debole della rivoluzione libanese.


LE MANOVRE DELLA REAZIONE E DELL'IMPERIALISMO, FRANCIA IN TESTA

La coscienza politica della ribellione è più arretrata della sua azione, come accade frequentemente nelle dinamiche di massa.
Il movimento si articola in una miriade di comitati di scopo e di associazioni ( “movimento contro il caro prezzi”, “comitato contro il pagamento del debito pubblico”, “osservatorio popolare per la lotta alla corruzione”, “comitato sui rifiuti urbani”, ecc.), ma manca di ogni centralizzazione e direzione politica unificante, mentre la disperazione sociale e letteralmente la fame allargano il proprio raggio ogni giorno di più, in un paese in cui tra quindici giorni rischia di mancare la farina e il pane, mentre la pandemia moltiplica contagi e morti. E a fronte di un sistema sanitario costosissimo, largamente privato, e in buona parte crollato, come denuncia Medici Senza Frontiere.

È in questo spazio che si sviluppano le manovre politiche per indebolire e dividere la mobilitazione. Settori di destra cristiana reazionaria legati al partito falangista dei Gemayel, ad esempio il gruppo di ex ufficiali che chiedono l'aumento delle proprie pensioni, cercano di inserirsi nella rivolta per indirizzarla unilateralmente contro Hezbollah e Amal, in una logica di richiamo della foresta della vecchia pulsione settaria. Specularmente, il Partito di Dio fa leva sulla campagna di Gemayel per recuperare consenso presso la gioventù sciita che gli è sfuggita di mano, e richiamarla all'unità confessionale.

Ma è soprattutto l'imperialismo che bussa alla porta di un Libano collassato. La Francia di Macron si offre nelle vesti di salvatrice del Libano, e addirittura della sua rivoluzione: 250 milioni di euro come primo obolo «direttamente destinato al popolo, non ai suoi governanti», recita il Presidente francese, chiedendo in cambio riforme economiche risolutrici. Quali? Ad esempio un drastico taglio delle spese sociali per rendere solvibile il Libano presso il capitale finanziario, anche francese. E chi dovrebbe realizzare queste riforme? Un nuovo governo selezionato dai creditori, sotto il loro controllo. Il plauso di alcuni settori popolari all'offerta francese riflette ad un tempo ingenuità e disperazione.
Non mancano peraltro le contraddizioni d'interesse tra gli imperialismi. La Francia, per ingraziarsi il senso comune popolare, chiede una inchiesta internazionale sull'esplosione al porto di Beirut, perché “non è possibile aver fiducia in una commissione d'inchiesta gestita dai governanti libanesi”. Ma gli USA si oppongono, perché temono che la commissione offra alla Francia un palcoscenico troppo ampio. Quanto all'Italia, il ministro degli esteri Luigi Di Maio non vuole essere emarginato dall'iniziativa francese e si affretta a dichiarare che il Libano è per l'Italia «una seconda casa» (!), e che per questo dirige la missione militare UNIFIL nel Sud Libano, una missione che proprio il 31 agosto dovrà rinnovare il proprio mandato.
Di certo la seconda ricostruzione del Libano è un boccone ghiotto per gli imperialismi. E non solo in termini economici, ma anche come postazione strategica nel rimescolamento degli equilibri generali in Medio Oriente.


PROGRAMMA DI EMERGENZA E PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA

Ma non sarà l'imperialismo a salvare il Libano. Il colonialismo francese è la radice storica del dramma, non può essere la sua soluzione. In ogni caso non può esserlo per la classe lavoratrice, i disoccupati, la popolazione povera del paese. Al contrario, non può esservi alcuna soluzione progressiva della crisi politica, economica, sociale, istituzionale, sanitaria senza una rottura drastica con l'imperialismo, a partire dalla cancellazione del gigantesco debito pubblico. I cosiddetti aiuti dell'imperialismo servono solo a garantire laute commesse per la ricostruzione e a pagare gli strozzini del capitale finanziario. Senza recidere la dipendenza economica dall'imperialismo, innanzitutto europeo, e dalle potenze regionali – Arabia Saudita e Iran in primis – non è possibile alcun controllo sulla ricostruzione e alcuna prospettiva di emancipazione sociale. Cancellare il debito pubblico con l'imperialismo, nazionalizzare senza indennizzo per i grandi azionisti l'intero sistema bancario, sono la prima voce di un programma di emergenza, assieme all'esproprio dei capitalisti libanesi e alla cacciata di tutti i loro partiti.

Questo programma è inseparabile dall'unificazione di un fronte di massa che raccolga tutte le domande di liberazione: le domande di emancipazione della classe lavoratrice, dell'industria, del commercio, dell'amministrazione pubblica, a partire da una scala mobile dei salari contro il carovita, un controllo popolare sui prezzi, un piano di investimenti pubblici nella sanità (che va interamente nazionalizzata), nei trasporti, nel risanamento ecologico, che offra lavoro all'enorme massa dei giovani disoccupati, mettendola al servizio della ricostruzione. Ma anche le domande e i diritti dei rifugiati siriani, spesso usati come manovalanza ricattabile e al tempo stesso bersaglio di campagne xenofobe; e del mezzo milione di palestinesi, costretti da decenni a vivere nei campi, senza servizi e senza tetto, in una condizione ignobile di degrado.

Questo programma di lotta salda le ragioni dell'emergenza libanese con la prospettiva della rivoluzione araba e medio orientale, che va ben al di là dei confini del Libano. Una prospettiva che cancelli alla radice ogni eredità coloniale, a partire dallo Stato sionista, affermi il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e del popolo curdo, unifichi il Medio Oriente in una grande federazione di popoli liberi. Ciò che può avvenire solo su basi socialiste.
Questo programma ha bisogno di un partito rivoluzionario internazionale capace di conquistare sul campo la propria credibilità di direzione alternativa, in Libano, in Algeria, in Iraq, ovunque la rivoluzione rialzi la testa.


CON LA RIVOLUZIONE, PER UNA SUA DIREZIONE ANTICAPITALISTA

Leggeremo lo sviluppo della crisi libanese col metodo dei marxisti, che vedono i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, nella diversità delle loro forme, dinamiche, contraddizioni; e che al tempo stesso non si affidano alla spontaneità dei movimenti, ma pongono la questione decisiva dello sviluppo della loro coscienza e direzione. È il metodo con cui abbiamo riconosciuto e sostenuto le rivoluzioni arabe, contro ogni sostegno ai regimi oppressivi cui si ribellavano (come ha fatto tanta parte del campismo di estrazione stalinista); ma senza mai subordinarci alle loro direzioni liberali, piccolo-borghesi e filoimperialiste, che le hanno portate alla disfatta in Tunisia, in Egitto, in Siria, come hanno fatto i più diversi ambienti movimentisti.

Autonomia dei comunisti in funzione della lotta per l'egemonia anticapitalista nei movimenti di massa: è la politica di Lenin e di Trotsky, dell'Internazionale comunista dei tempi migliori. È la politica che lo scenario mondiale rende ogni giorno più attuale, quale unica possibile alternativa, in Libano e ovunque.

Partito Comunista dei Lavoratori

I portuali di Genova contro la guerra. Intervista a un lavoratore del CALP

In mezzo alla rassegnazione generalizzata della maggioranza della classe lavoratrice e ai venti populisti e sovranisti che si radicano tra le masse, a Genova il Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali (CALP) si è reso protagonista di una battaglia esemplare, che ha saputo coniugare classismo, internazionalismo, antimperialismo e antimilitarismo. Una battaglia che assume ancor più valore perché nasce e si sviluppa dall'iniziativa di lavoratori di un settore strategico. La loro battaglia ha assunto un'eco internazionale, sia per il suo significato sia per il riverbero della mobilitazione, che ha toccato porti in tutta Europa: Anversa, Bilbao, Marsiglia, Tilbury, Le Havre.
La scintilla che ha fatto avviare questa mobilitazione è stata la contrapposizione ai traffici di armi e materiale per scopi bellici della flotta saudita Bahri, che per conto della petromonarchia dell'Arabia Saudita, rifornisce eserciti regolari e milizie islamiste impegnate nei conflitti della Siria del Nord (contro i curdi e il regime di Assad), del Kashmir e nella sporca guerra in Yemen. Tutte guerre che stanno provocando tremende e disumane conseguenze per le popolazioni e le classi lavoratrici, vittime di giochi di potere e profitto delle rispettive classi dirigenti e borghesi.
L'ultimo atto di questa lotta si è tenuto al varco Etiopia lunedì 16 Febbraio, di nuovo contro l'attracco della Bahri Yambu al terminal GMT, con un presidio che ha visto la solidarietà di diverse realtà associative, di movimento, sindacali (ma non di quelle con un peso nel Porto come la CGIL) e politiche – compreso il nostro partito e il coordinamento unitario delle sinistre di opposizione.
Facciamo qualche domanda a Ricki, un compagno del CALP.

Non vi siete opposti solo all'attracco della flotta Bahri ma avete denunciato anche i traffici che hanno coinvolto la Bana, che riforniva armi per conto della Turchia di Erdogan alle milizie libiche di al-Sarraj, e avete denunciato in generale le guerre e i conflitti. La solidarietà ricevuta indica una certa attenzione alla vostra battaglia. Continuerete la vostra lotta? Partiti, sindacati e associazioni come possono fornire una solidarietà attiva?

"Ci siamo opposti a diversi traffici di armi. Quello della flotta Bahri è solo uno dei più impressionanti. Inoltre sappiamo che dal 23 marzo le navi Bahri non toccheranno più i porti europei, per andare direttamente dagli USA alla Turchia e portare forniture all'esercito di Erdogan e alle milizie qaediste e jihadiste che operano nella Siria del Nord. Probabilmente, quelle armi, munizioni ed equipaggiamenti verranno utilizzati contro il progetto rivoluzionario del Rojava.
Sì! Abbiamo denunciato i traffici della flotta Bana, che svolge queste operazioni da sempre. Ma consideriamo l'opposizione alla Bahri centrale, emblematica, perché mette in mostra gli intrecci di interessi sulla guerra contro popolazioni inermi, esemplificando la pericolosità dei traffici di armi. Per questo continueremo con la nostra battaglia e ci auguriamo di continuare ad avere la solidarietà e la vicinanza di tutti i soggetti politici e sociali che ci hanno dato sostegno attraverso la partecipazione e la risonanza alla nostra lotta."


Il 20 maggio 2019 la vostra mobilitazione e il vostro lavoro di inchiesta costrinse la burocrazia FILT-CGIL a dichiarare lo sciopero della CULMV (Compagnia Unica fra i Lavoratori delle Merci Varie) e del terminal GMT per impedire il carico di generatori per scopi militari sulla Bahri Yanbu. Questa volta la CGIL, nonostante le pressioni di altre realtà politiche e associative e il sostegno di tanti delegati FILT e di altre categorie CGIL, non ha convocato alcuno sciopero in vostro sostegno. Secondo voi come mai, e quali conseguenze ha avuto?

"Lo sciopero del 20 maggio è stato costruito tutti assieme e ha visto il sostegno della Compagnia Unica e di tutta la CGIL, è stata una battaglia vincente e importante che ci siamo conquistati tutti, tutti siamo stati protagonisti.
Il 16 febbraio, invece, i soggetti che ci hanno sostenuto nella mobilitazione passata, contribuendo anche alla vittoria, si sono tirati indietro e ci hanno lasciati soli. Le motivazioni crediamo di averle abbastanza chiare nella nostra testa. Sono argomento di discussione e riflessione tra noi del Collettivo e saranno sicuramente oggetto di confronti e discussioni, anche delicate, tra noi e i soggetti che crediamo non ci abbiano sostenuto a sufficienza e con coerenza.
L'ultima mobilitazione è stata costruita dal Collettivo, dall'Assemblea contro la Guerra, da associazioni, partiti e dalle tante persone che hanno condiviso le nostre parole d'ordine, le ragioni della nostra mobilitazione e la presenza al varco portuale in un giorno difficile, lavorativo e di pioggia."


C'è chi insinua che la vostra battaglia sia pericolosa per i lavoratori delle aziende che producono, progettano e trafficano armi e che lucrano sull'economia di guerra. Voi però avete scritto delle lettere proprio ai lavoratori di queste aziende e avete co-organizzato un corteo contro Leonardo, ribadendo come la lotta contro la guerra e i traffici di armi riguardi tutti.

"Sì, noi crediamo che il problema delle armi, di chi le produce e della sua logistica sia una questione che i lavoratori si devono porre. Devono farlo perché è anche una questione sindacale, perché i lavoratori e le lavoratrici devono sapere quello che fanno e per cosa lo fanno, devono essere a conoscenza dell'utilizzo finale di quello che producono e trasportano. Infatti ci sono lavoratori che producono o trasportano materiale per scopi civili e che, ad un certo punto, si sono ritrovati a eseguire lavori per commesse militari, anche inconsapevolmente. Poi è chiaro che siano scelte difficili, che comportano problemi che non si possono risolvere in poche battute. Sta di fatto che a questa filiera ci si può opporre, si possono praticare forme di disobbedienza o anche solo di denuncia, e il nostro interesse, con quelle lettere, era per lo meno informare quei lavoratori e quelle lavoratrici della filiera in cui erano inseriti e di renderli partecipi che c'era chi si opponeva non a loro e al loro posto di lavoro, ma per mettere in discussione per cosa si lavora. Per quel che riguarda il Porto, per esempio, siamo convinti che possa andare avanti anche senza i traffici di armi. Per quanto siano commesse remunerative, fanno lavorare poche persone, e crediamo che i porti non debbano essere utilizzati per traffici di morte, ma per ciò che è necessario alle persone e alla loro vita, non per distruggerla."


Il vostro collettivo si è reso protagonista anche di molte altre lotte, a partire dalle vertenze in porto fino alle manifestazioni di Genova Antifascista. Non ultima, la battaglia di Piazza Corvetto del 23 maggio 2019 contro il comizio di CasaPound, per cui sono arrivati ben 50 avvisi di garanzia contro diversi manifestanti. Purtroppo questa consapevolezza e conflittualità sono rare nella classe lavoratrice. Come mai questo vostro protagonismo e questa vostra sensibilità?

"Credo che i valori dell'antifascismo, della Resistenza, della solidarietà e dell'antirazzismo siano valori che il Porto di Genova ha intrinsecamente e a prescindere da noi. Sono nelle banchine, nei suoi discorsi, nei suoi bar, tra le persone che lo vivono e che lo hanno vissuto. Noi li abbiamo avuti in eredità da chi ha lavorato prima di noi, da chi ha vissuto la rivolta di piazza del 30 giugno del 1960, le lotte dei portuali, i valori e le esperienze della Resistenza e dell'opposizione al regime. Quindi un po' tutti i lavoratori del porto, chi più chi meno, sentono queste cose. Ed è dimostrato anche dai più giovani, infatti dopo essere entrati in poco tempo parlano con noi di antifascismo, di diritti, di questioni legate al mondo del lavoro e alle sue lotte. Credo sia il destino dei portuali genovesi essere in prima fila in tante battaglie. I compagni del Collettivo sono pieni di denunce ma ne andiamo fieri. Le battaglie che noi facciamo per i lavoratori, per la nostra città, per i nostri compagni e per chi vive con noi le lotte, per noi sono medaglie, e le conseguenze non sono certo un problema. Vogliamo andare avanti con intelligenza, determinazione, combattività e coerenza."


Anche in questo breve scambio si mette in evidenza la forza della classe lavoratrice quando è consapevole e determinata e quando riesce a connettersi con le migliori tradizioni di lotta e resistenza del passato, per tradurle nelle necessità dell'oggi.
Noi non possiamo che dare il pieno sostegno a questa lotta e utilizzare le reti di militanti e quadri politici e sindacali per megafonare le loro parole d'ordine e per promuovere l'emulazione e la generalizzazione di queste battaglie, ribadendo che i lavoratori e le lavoratrici devono rivendicare il controllo delle scelte su produzione, lavoro e società. Questa è la base per la prospettiva di un sistema differente, in cui il potere deve essere strappato agli sfruttatori e agli speculatori e assunto dalla classe lavoratrice organizzata, nell'interesse di tutta la società al di là di ogni confine e nazione.
Solo queste lotte possono bloccare i progetti di atomizzazione della classe e del suo disciplinamento, e mettere in discussione i traffici di morte e l'alimentazione di guerre devastanti, per pretendere una riconversione di tutta l'industria bellica per finalità sociali e per dirottare le masse di capitali, impegnate in quel settore, in favore della spesa sociale, per rifinanziare e rafforzare sanità, istruzione, trasporti, case e servizi pubblici. Una rivendicazione più che mai urgente oggi, nel mezzo di una pandemia mondiale, se si pensa che un F-35 corrisponde a oltre 7.000 respiratori, con cui fornire assistenza a chi sviluppa complicazioni gravi. Una rivendicazione sempreverde se si pensa alla miseria e alla crisi sanitaria perenne vissuta da larghissimi strati della popolazione mondiale, soprattutto nei paesi vittime dell'imperialismo.
Ma è all'ordine del giorno anche perché, come detto, i traffici contro cui si scontrano i portuali genovesi sono gli stessi che producono milioni di profughi e sfollati, come le persone che in questi giorni vengono usati come carne da macello e merce di scambio tra Erdogan e l'Europa ai confini della Grecia.
Ribadiamo quindi che i traffici di armi e l'economia di guerra devono essere bloccati, e che va posta all'ordine del giorno la costruzione di un sistema socio-economico e politico alternativo, internazionale, fondato su una economia pianificata e sotto controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, da mettere al servizio dei bisogni e delle necessità di tutti e tutte, e non solo dei profitti di pochi.

Basta guerre e basta traffici di armi!
Porti e confini chiusi alle armi! Porti e confini aperti alle persone!
Cristian Briozzo

A fianco dei lavoratori portuali contro la guerra

Il Collettivo Autonomo dei Portuali di Genova ha promosso per il giorno 17 febbraio un’azione di boicottaggio di una nave saudita che trasporta armi in Medio Oriente e probabilmente in Yemen. È un’azione che dà continuità all'iniziativa analoga intrapresa nel maggio scorso col sostegno della CGIL, che allora scioperò. Il coordinamento genovese delle sinistre di opposizione è impegnato in un sostegno attivo di questa iniziativa e nella sua massima valorizzazione. Così il coordinamento nazionale, che ha espresso il comunicato che qui pubblichiamo.


Il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione sostiene l'azione di boicottaggio delle navi di guerra intrapresa e proposta dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali di Genova, in continuità con l'azione svolta lo scorso maggio. Come sosterrà ogni altra iniziativa di chiaro contrasto alla guerra che abbia la medesima ispirazione di classe.

La battaglia contro la guerra non può limitarsi alle parole, né ai confini. Sono i lavoratori e le lavoratrici che sono oggi costretti a produrre, smerciare, trasportare strumenti di morte contro altri lavoratori ed esseri umani, al solo scopo di ingrassare i profitti di grandi capitalisti, banchieri azionisti. Sono i lavoratori e le lavoratrici che possono bloccare questo traffico.

Lo Stato italiano e i suoi governi parlano di “pace” ma proteggono l'industria di guerra. Il ministero del tesoro partecipa al capitale finanziario dei colossi dell'industria militare, e promuove cartelli e fusioni con l'industria militare di altri paesi (nell'Unione Europea e fuori dell'Unione) in funzione dell'ampliamento dei mercati, della conquista di nuove aree di influenza, di una politica imperialista. Questa politica per sua natura non conosce principi e morale al di fuori del profitto. Traffica con regimi sanguinari (Arabia Saudita), con regimi militari torturatori (Egitto), e naturalmente con la grande potenza USA, prima responsabile delle politiche di guerra e di rapina.

L'attuale governo italiano non si distingue in questo dai suoi predecessori se non forse per una maggiore ipocrisia.

Il lavoratori e le lavoratrici non hanno nulla a che spartire con questa politica e il suo cinismo. A loro si chiede di produrre e smerciare morte solo per arricchire i loro padroni. A loro si chiedono turni di lavoro massacranti, rassegnazione alla precarietà, cancellazione dei diritti a vantaggio di chi li sfrutta. A loro si chiede di contribuire ad uccidere altri lavoratori e lavoratrici in terre lontane, anch'esse vittima dello stesso sistema capitalista che opprime il nostro lavoro.

L'azione intrapresa dal collettivo portuali di Genova è in rotta di collisione con tutto questo. Richiama l'interesse del lavoro contro l'interesse del capitale, al di là di ogni confine di nazione, di etnia, di religione. Offre alla rivendicazione della pace l'unico ancoraggio coerente che merita: quello di classe, quello internazionalista. Non a caso è una iniziativa che si rivolge a tutti i lavoratori. Non a caso è condivisa con i lavoratori portuali di altri paesi e con i loro sindacati.
Auspichiamo e richiediamo, quindi, alle diverse organizzazioni sindacali, a partire dalla CGIL e dal suo sindacato di categoria FILT che già lo fecero in occasione di un precedente attracco della nave Bahri Yanbu nel porto di Genova nel maggio scorso, di proclamare lo sciopero dei lavoratori del porto per il giorno in cui approdasse la nave, il cui arrivo è ad oggi previsto per il prossimo 16 febbraio.

Come coordinamento nazionale sosteniamo dunque il valore di questa azione e lavoreremo ad amplificarne il messaggio e l'esempio, all'interno di una campagna più generale contro la guerra, per il ritiro delle truppe italiane da tutte le missioni, per la rottura della Italia con la NATO, già intrapresa a partire dall'assemblea nazionale del 7 dicembre e sviluppata con la giornata nazionale di mobilitazione del 25 gennaio. Una campagna cui vogliamo dare continuità e su cui lavoreremo a raccogliere la più ampia unità d'azione con tutti i soggetti che condividono questi obiettivi.
Coordinamento unitario nazionale delle sinistre di opposizione

Nella politica internazionale contano o no i criteri di classe?

In questi giorni segnati dall'atto terroristico USA a Bagdad, la priorità è la più ampia mobilitazione contro l'imperialismo, per il ritiro delle nostre truppe da tutte le missioni militari, per la rottura dell'Italia con la NATO. Questo è l'impegno del nostro partito, questa è e sarà la campagna del coordinamento delle sinistre di opposizione uscito dall'assemblea nazionale del 7 dicembre, una campagna unitaria che mira a coinvolgere tutte le organizzazioni che condividono questi obiettivi, indipendentemente da ogni divergenza d'analisi e di prospettiva.

Tuttavia una campagna unitaria non rimuove la necessità del libero confronto delle posizioni. Lo dimostrano le posizioni espresse rispettivamente dal segretario del Partito della Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, e dal capo del Partito Comunista, Marco Rizzo. Posizioni sicuramente diverse, e tuttavia accomunate dalla rimozione di un criterio di classe elementare nella politica internazionale.


MAURIZIO ACERBO E L'APPELLO ALL'UNIONE (CAPITALISTICA) EUROPEA

«Il nostro governo e l’Unione Europea devono attivarsi in un ruolo di pace, frenando le spinte belliciste della Casa Bianca ed agendo con gli altri attori internazionali per l’avvio di un dialogo con l’Iran, a partire dalla rimessa in discussione delle sanzioni comminate unilateralmente dagli USA.» (Maurizio Acerbo)

Difficile riassumere tanto bene in poche righe una concezione così subalterna dell'ordine mondiale.
Ci si appella all'attuale governo italiano e alla Unione Europea per "un ruolo di pace".

Ma il governo italiano non è lo stesso governo padronale che ha giurato fedeltà alla NATO, che finanzia le missioni di guerra più di ogni altro paese della UE, che ovunque procura commesse militari per l'industria tricolore delle armi (Leonardo) presso i regimi più reazionari e impresentabili (dall'Arabia Saudita all'Egitto di al-Sisi)? Chiedere al governo dell'imperialismo italiano di «attivarsi in un ruolo di pace» è una grottesca contraddizione in termini, priva di ogni senso politico e logico.

Si chiede un ruolo di pace all'Unione Europea. Ma l'Unione Europea non è forse l'unione capitalistica dei diversi imperialismi nazionali, al tempo stesso subalterni militarmente agli USA e portatori di propri interessi predatori? Tutti i paesi della UE aumentano i propri bilanci militari, si contendono gli uni contro gli altri le sfere d'influenza, sostengono gli uni contro gli altri le peggiori bande armate e mercenarie (come Francia e Italia in Libia), finanziano e coprono il regime turco di Erdogan e la sua politica guerrafondaia contro i curdi (salvo trovarselo come concorrente scomodo in Libia). Si può chiedere a questi imperialismi di «attivarsi in un ruolo di pace»?

Intendiamoci: è indubbio che né l'Italia né l'Unione Europea (a differenza della Gran Bretagna) hanno condiviso l'iniziativa di Trump contro l'Iran, né tanto meno vorrebbero essere coinvolti in una spirale di guerra in Medio Oriente. Di più: prima che lo chiedesse loro il compagno Acerbo, già si “attivavano” per “frenare le spinte belliciste della Casa Bianca”. Cos'era, del resto, la rimostranza europea verso gli USA al momento della rottura degli accordi nucleari e delle sanzioni economiche contro il regime iraniano?
Il punto è che Italia e UE vogliono "dialogare con l'Iran" (cioè col regime teocratico e oppressivo che da quarant'anni lo domina) non nel nome della pace, ma dei propri interessi imperialisti. Non vogliono perdere il ricco mercato import-export con Teheran, né i propri (enormi) investimenti di capitale finanziario che il regime iraniano ha sempre tutelato, né l'impennata dei prezzi del petrolio che una guerra con l'Iran trascinerebbe con sé (che colpirebbe la UE, non gli USA, ormai largamente autosufficienti dal punto di vista energetico), né più in generale la messa a soqquadro dei propri affari con tutti i governi più o meno banditeschi del Medio Oriente, spesso giocando sulle loro rivalità e i loro appetiti. La “pace” che gli imperialisti vogliono è sempre la pace dei propri interessi, non quella dei lavoratori e dei popoli. Chi rimuove questa verità o semplicemente la copre chiedendo al proprio imperialismo una politica di pace, non sviluppa la coscienza di massa e confonde la stessa avanguardia.


MARCO RIZZO E L'“EROE SOLEIMANI”

Su un altro fronte, sicuramente diverso ma non meno grottesco, si muove Marco Rizzo.
Dopo aver giustamente denunciato l'attacco terroristico dell'imperialismo USA a Bagdad, il segretario del PC ha sentito il bisogno di celebrare «...il generale Soleimani, eroe della difesa della Siria, il numero 2 dell'Iran... l'uomo che più ha vinto l'ISIS».

Ora, è del tutto evidente per i comunisti che in caso di guerra tra USA e Iran sia doveroso difendere per principio e incondizionatamente l'Iran, indipendentemente dal regime che lo governa. È la posizione che abbiamo assunto in tutti i casi di guerra tra un paese imperialista e un paese dipendente, come vuole la tradizione del marxismo rivoluzionario. Ma detto questo, si può rimuovere la natura del regime del paese che (giustamente) si difende dall'imperialismo? Il regime iraniano è un regime teocratico oppressivo che ha condannato a morte in quarant'anni diverse migliaia di attivisti operai e sindacali, perseguita da sempre con particolare accanimento i comunisti, esercita la tortura e la pena di morte contro gli oppositori, nega alle donne le libertà più elementari, calpesta i diritti dei curdi.
Il generale Soleimani è stato la punta di diamante dell'apparato militare di questo regime. Lo è stato sul piano interno, alla guida dei famigerati pasdaran. Lo è stato all'estero, come in Iraq, dove ha guidato la repressione contro la rivolta popolare facendo diverse centinaia di morti; o come in Siria, dove non ha concorso solo (indubbiamente) a sconfiggere l'ISIS – contro il quale peraltro combatterono e vinsero in primo luogo i curdi, non Soleimani – ma anche a reprimere la prima rivolta di massa contro Assad, una repressione che spianò la strada alla reazione dei tagliagola panislamisti prima di Al Qaida e poi dell'ISIS. I crimini che l'imperialismo USA imputa a Soleimani sono una menzogna spudorata. Quelli che gli imputano le sue vittime, dall'altra parte della barricata, sono invece una tragica realtà.
Questa realtà non ci impedisce affatto di difendere l'Iran, incondizionatamente, dall'aggressione imperialista. Come non ci impedì di difendere incondizionatamente l'Argentina del generale Galtieri contro l'aggressione imperialista della Gran Bretagna nel 1982, o la Serbia di Milosevic contro la guerra “umanitaria” del governo D'Alema (che Rizzo sostenne) nel 1999, o l'Iraq di Saddam Hussein contro l'aggressione dell'imperialismo USA nel 1991 e nel 2003. Certo però ci impedisce di chiamare Solemaini “eroe”. Questo è il linguaggio del regime di Teheran, non può essere il linguaggio dei comunisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

No al terrorismo imperialista USA!

L'attacco militare ordinato da Trump in Iraq contro l'élite dirigente delle forze militari iraniane è un atto squisitamente terroristico. Esprime l'arroganza della principale potenza imperialista del pianeta, che rivendica il diritto di fare ogni cosa nel mondo che risponda ai superiori interessi americani, fuori persino da qualsiasi concertazione preventiva con le potenze imperialiste alleate o avversarie. "America first" di Donald Trump significa questo: il ritorno in grande stile della politica di potenza degli USA.

L'azione terroristica degli USA si colloca in un contesto preciso della vicenda mediorientale. Da dieci anni la nazione araba e il Medio Oriente vivono un riassetto generale di equilibri e relazioni. L'imperialismo USA ha subìto, più che dirigere, i processi politici della regione. La disfatta politica delle avventure imperialiste in Iraq e in Afghanistan, unita alla grande crisi capitalistica e alla nuova polarizzazione del confronto mondiale tra USA e Cina, ha impedito agli USA di disporre di proprie significative forze militari nella lunga guerra di Siria contro l'ISIS. Di ciò si è avvantaggiata la Russia di Putin, che punta a ricostruire in Medio Oriente l'area di influenza della vecchia URSS, ma anche due potenze regionali chiave della regione, la Turchia di Erdogan e l'Iran di Khamenei. Erdogan si allarga in Siria, massacrando i curdi col lasciapassare americano (e russo), ma anche in Libia, offrendosi come scudo militare di al-Sarraj. Il regime teocratico di Teheran punta a consolidare l'asse sciita nella regione e a incassare sul piano politico il ruolo militare giocato in Siria e in Iraq.
L'amministrazione americana punta ora a riequilibrare i rapporti di forza nella regione. Lo fa ricomponendo l'asse di ferro coi propri alleati di sempre, lo Stato sionista e l'Arabia Saudita, entrambi nemici mortali dell'Iran. La disdetta dell'accordo nucleare con l'Iran, la ripresa delle sanzioni contro Teheran, puntano al cuore della potenza economica e militare iraniana, a vantaggio dei sauditi e di Israele. L'atto terroristico compiuto è in linea con questa impostazione.

L'Iraq è più che mai teatro diretto della contesa tra USA e Iran. Paradossalmente fu la maldestra aggressione imperialista all'Iraq, con il rovesciamento di Saddam Hussein, senza disporre di una soluzione politica di ricambio ed umiliando la minoranza sunnita, a spingere l'Iraq nelle mani della potenza iraniana e di un governo controllato dall'Iran. Ora l'imperialismo USA punta a scalzare l'Iran dall'Iraq. Lo fa nel momento di massimo indebolimento politico della presenza iraniana in Iraq, oggetto di una grande rivolta popolare di massa contro il governo iracheno filoiraniano che ha costretto alle dimissioni il governo Mahdi lasciando 400 morti nelle piazze. Lo fa nel momento di crisi politica dell'influenza iraniana in Libano, dove una grande rivolta di massa ha messo in discussione i vecchi equilibri confessionali. Lo fa nel momento in cui il regime oppressivo iraniano si vede contestato nello stesso Iran dalla più ampia mobilitazione popolare dal 2009.

“Rivolte orchestrate dagli USA e da Israele”, come recitano le veline iraniane, e purtroppo a rimorchio tanti campisti di casa nostra? Nulla di più falso. Sono rivolte popolari di massa innescate dalla miseria, dalla disperazione, dalla volontà di ribellione della giovane generazione contro regimi oppressivi. Gli USA non hanno speso una parola per i 400 giovani e lavoratori assassinati in Iraq dal regime filoiraniano. Ed oggi paradossalmente proprio la drammatizzazione militare dello scontro con l'Iran da parte degli USA potrebbe semmai indebolire la dinamica di massa, consentendo al regime iraniano e ai suoi alleati di capitalizzare il sacrosanto sdegno antiamericano e di recuperare in parte il consenso perduto. Ancora una volta l'imperialismo USA si conferma da ogni punto di vista il principale nemico di ogni rivoluzione progressiva, come fu peraltro a fronte delle rivoluzioni arabe in Egitto, Libia, Siria, quando l'imperialismo, a partire dagli USA, usò tutte le leve politiche e militari di cui disponeva per spezzare le potenzialità delle sollevazioni di massa e dirottarle verso la disfatta e la controrivoluzione.

Il regime iraniano è un regime reazionario e sanguinario che opprime la classe lavoratrice, le nega le libertà sindacali, reprime e tortura chi si ribella. Ma solo i lavoratori e le lavoratrici di Iran possono chiamare il regime sul banco degli imputati costruendo una propria alternativa. Non certo il terrorismo degli USA, il principale gendarme imperialista del mondo.


No al terrorismo imperialista degli USA!
Via le truppe USA dall'Iraq!
Via l'imperialismo e il sionismo dalla nazione araba e dal Medio Oriente!

Pieno sostegno alle rivolte popolari in Iraq e in Iran contro regimi sanguinari oppressivi!
Pieno diritto d autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dai palestinesi e dai curdi!
Per una federazione socialista del Medio Oriente!
Partito Comunista dei Lavoratori