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Crisi industriale e parassitismo borghese

 


La crisi dell'auto e gli utili di Agnelli

1 Ottobre 2024

L'industria dell'auto è investita da una crisi di fondo in tutta Europa. La recessione tedesca, i costi della transizione all'elettrico, la concorrenza capitalistica della Cina sul mercato europeo dell'auto elettrica sono tre fattori tra loro combinati che si abbattono sul vecchio continente.

Il passaggio programmato dall'auto endotermica all'auto elettrica entro il 2035, reso necessario dalla drammatica crisi climatica, riduce l'importo della componentistica lungo l'intera filiera. O si ripartisce fra tutti i salariati il lavoro che c'è con una riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga, o la riconversione si abbatterà sui salariati con la distruzione concentrata dei posti di lavoro. L'annuncio della prossima chiusura di uno stabilimento della Volkswagen in Germania è solo la punta emergente di un grande iceberg che investirà la lotta di classe nell'industria automobilistica in tutta la prossima fase.

I capitalisti europei non reggono la concorrenza cinese. Gli stati borghesi dell'Unione Europea non hanno i margini di manovra necessari nei propri bilanci nazionali per sostenere i costi della riconversione. Il ricorso al debito pubblico è minato dal ritorno del patto di stabilità, con le relative restrizioni di bilancio. Il ricorso a un nuovo indebitamento continentale, fortemente richiesto di Mario Draghi, si scontra con l'indisponibilità del capitalismo tedesco a farsi carico degli indebitamenti mediterranei.
La concorrenza mondiale nella riduzione delle tasse per i capitalisti mina la capacità fiscale degli stati, mentre la corsa generale dei paesi UE all'incremento delle spese militari, sospinta dalle contraddizioni interimperialistiche su scala mondiale, complica ulteriormente la questione delle risorse. In poche parole, i novecento miliardi annui aggiuntivi che Draghi considera necessari per l'unione dei capitalismi europei per sostenere la loro transizione ecologica e digitale, e insieme il salto della loro potenza militare, paiono oggi al di fuori della costituzione materiale della UE.

In Italia la crisi dell'auto si inscrive in una lunga parabola. Negli ultimi diciassette anni la produzione di FIAT, poi FCA e Stellantis, si è ridotta di quasi il 70%, da 911000 alle 300000 stimate quest'anno. Delle 505000 auto vendute in Italia, meno della metà è stata prodotta in Italia. La promessa di Stellantis di aumentare la produzione nel paese si è rivelata, una volta di più, una truffa: un modo di battere cassa per incassare incentivi a tutela degli azionisti.
In ogni paese i capitalisti dell'auto battono cassa presso i governi nel nome della “tutela del lavoro” nel momento stesso in cui gestiscono delocalizzazioni e programmano chiusure. Tavares implora un “piano Marshall” per la transizione all'elettrico attraverso la formazione di un fondo europeo per l'automobile, nella speranza di offrire ai propri azionisti una ragione valida per confermarlo amministrazione delegato. In realtà si prepara a gestire lo scontro sociale contro i propri salariati.

Nel frattempo le società partecipate dalla holding della famiglia Agnelli-Elkann celebrano un utile record per il primo semestre del 2024: quasi 15 miliardi di euro. È il frutto dei successi di borsa delle azioni del gruppo sui molteplici fronti del proprio investimento finanziario: dal settore del tech alla sanità privata. La furibonda guerra interna alla famiglia Agnelli per la spartizione dell'eredità non ha ostacolato dunque il comune incasso degli utili finanziari.

La natura parassitaria del capitalismo trova una conferma tanto più clamorosa nel quadro della crisi dell'auto. La lotta per l'esproprio della borghesia e per la proprietà pubblica sotto controllo operaio delle leve della produzione non è solo l'unica via di una transizione ecologica rispettosa degli operai e del loro lavoro. È anche una misura elementare di igiene morale. Porteremo questa verità nel prossimo sciopero sindacale di tutto il settore auto e componentistica del 18 ottobre.

Partito Comunista dei Lavoratori

Alluvione e futuro


 DI  · AGOSTO 2, 2023

Di Partigiano Stanziale

Chi non conosce l’origine del male è vittima per sempre

A quasi due mesi dall’alluvione in Romagna, il dibattito pubblico si concentra soprattutto nelle polemiche fra opposizioni e maggioranze, in Parlamento e nelle amministrazioni locali. La realtà, la sostanza degli eventi, sembra decadere nell’incomprensibile brusio, sempre più tenue, di particolari irrilevanti.

Così, le vittime dell’alluvione vengono istituzionalizzate, e passivizzate, nella speranza di ottenere qualcosa, prima o poi, per gentile concessione di un sistema il cui funzionamento appare loro incomprensibile. Sicché le giuste rivendicazioni di chi ha perso tutto, invece di confliggere con gli eventuali responsabili della catastrofe, verranno cooptate, e depotenziate, all’interno di un inesistente dialogo con le istituzioni, presunte democratiche. Per cui, concentrarsi sulle tante inefficienze dei soccorsi, sull’insufficienza dei fondi stanziati dal governo post-fascista (per il momento pochi miliardi fino al 2025), sull’assurdità della nomina di un commissario per la ricostruzione a scadenza elettorale (fino alle europee del prossimo anno) e sulle condizioni attuali in cui versano gli alluvionati, (drammatiche per i proletari, a corto di risparmi per sostituire i beni perduti), è giusto e doveroso, ma inutile, se nel frattempo non si cercano le cause della catastrofe.

Un modo di produzione inefficiente e distruttivo

Negli ultimi decenni, in regione è cresciuta in maniera esponenziale la cementificazione di vaste porzioni del territorio. Gli allevamenti intensivi di bovini, in pianura, hanno sostituito gli allevamenti bradi in collina e in montagna. Mentre quelli di polli e suini sono aumentati. L’agricoltura intensiva ha continuato a distruggere la biodiversità (la più varia d’Europa, in quanto sita al confine fra flora continentale e mediterranea). La fertilità della pianura alluvionale, inferiore soltanto al delta del Mekong, con le mono-colture intensive si è estremamente ridotta. Sulla costa si è continuato a costruire, fin sulle spiagge, una quantità infinita di appartamenti, alberghi, campeggi, ristoranti e altri edifici di ogni genere, per il –benessere? – di milioni di villeggianti del ceto medio più o meno benestante (con relativa crescita esponenziale del lavoro nero e dell’evasione fiscale). Infine, il crescente sviluppo industriale e dei trasporti non ha dato letteralmente respiro agli emiliani-romagnoli, con un inquinamento dell’aria secondo soltanto alla Lombardia. Il risultato è che in Emilia Romagna il 100% degli ecosistemi è a rischio.

Un caso esemplare

Come ha mostrato, pochi giorni fa, la trasmissione RAI Report, nel corso degli ultimi anni, in regione, sono stati eseguiti una quantità di interventi per la sicurezza dei centri abitati e del territorio contro il rischio idrogeologico. Nei fiumi sono state realizzate casse di espansione, ampliamenti e abbattimenti degli argini, e altri di vario genere, per aumentare la portata idraulica, per rallentare la velocità della corrente, per consentire alle piene di espandersi e così rifornire le falde sotterranee. Tuttavia, non tutti quelli necessari e urgenti sono stati realizzati, o nemmeno progettati.

Inoltre, la manutenzione degli alvei, dei fossi e dei canali è stata ridotta al minimo, sia in montagna, sia in pianura, come sul litorale adriatico. Di tutto questo Forlì, capitale spirituale della Romagna, funziona come esempio della demenzialità contraddittoria del vigente modello economico, inefficiente e distruttivo, che causa danni irreparabili all’ambiente naturale, alle cose e alle persone. Di come l’alluvione abbia messo a nudo la decadenza di una borghesia e di un ceto politico che assomiglia alla grottesca incoscienza della regina Antonietta di Francia. La quale, a un cortigiano che la informava che il popolo non aveva più il pane, rispondeva infastidita: “Che mangino brioche!”.

Una classe politica in carriera

Pochi giorni prima dell’alluvione, l’amministrazione comunale (Sindaco Zattini, Lega) lanciava l’idea di -Forlì, città turistica-. Una idea piuttosto balzana, dato che Forlì si è sempre caratterizzata per le attività manifatturiere e agricole. Forse intendeva ribattere alla concorrenza del governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini (PD); il quale, con il consueto linguaggio aziendalista, invitava i sindaci della regione a –fare squadra– al fine di mettere in rete –le proprie competenze e saperi-, per rilanciare l’economia. In entrambi i casi il riscaldamento climatico e rischi connessi non venivano presi in considerazione.

Un mese dopo la catastrofe, a dimostrazione che per i Sindaco era già passata la nottata, i media locali, cartacei e online, pubblicavano la notizia dell’inizio cantiere per completare la circonvallazione intorno alla città: “Fortemente voluti dal sindaco Zattini”. Il progetto prevede: due gallerie, svincoli, rotonde e vari altri lavori. Una spesa di dodici milioni di soldi pubblici; per la gioia dei costruttori e per incentivare la circolazione su gomma, responsabile di buona parte delle emissioni di anidrite carbonica nell’atmosfera e di conseguenza dei fenomeni atmosferici estremi. Mentre la cementificazione della città e zone limitrofe continua senza pause, anzi con rinnovato fervore distruttivo. Due mesi dopo la catastrofe, di nuovo il governatore Bonaccini, tanto per non essere da meno, convocava a convegno le associazioni dei costruttori; i quali (e in quanto tali), esprimevano la ferma volontà di continuare a costruire come prima e più di prima, per creare nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza. Insomma, della serie: quando alla pubblicità ci credono anche quelli che la fanno.

Un’opera senza futuro

A proposito di circonvallazione (o asse di arroccamento), la prima parte di essa, realizzata circa vent’anni orsono, per qualche chilometro corre vicina al fiume Montone, sopra un terrapieno alto fino a otto metri. Praticamente, rinchiude in una specie di tinozza alcuni quartieri periferici della città. Allora, il 16 maggio verso mezzanotte, quando l’onda di piena ha superato gli argini, allagando questi quartieri, a un certo punto si è infranta contro un ostacolo insormontabile, ed è cresciuta rapidamente fino a raggiungere un metro e mezzo di altezza. Quindi, accelerando, si è infilata nei pochi sottopassi del terrapieno, passando oltre e allagando altre abitazioni, per poi spandersi nelle campagne retrostanti. E questo la dice lunga sul concetto capitalista di rapporto con l’ambiente naturale, secondo il quale il territorio viene considerato un semplice supporto, o basamento, per qualsivoglia (e ovunque convenga) attività redditizia.

Il ponte della ferrovia

Forlì si trova sopra la -sella- fra i fiumi Ronco e Montone. In realtà i fiumi sono tre, in quanto, poco prima della città, alle acque del Montone si aggiungono quelle di un altro fiume: il Rabbi. Escluso il centro storico, la città si trova in gran parte, più o meno, al livello del letto di secca dei fiumi e al di sotto del livello di piena; per cui a forte rischio idrogeologico. Dal 2014 al 2017, sono stati realizzati diversi interventi per la messa in sicurezza dei quartieri più esposti al rischio alluvione, sia nel Ronco che nel Montone.

Tuttavia, per il Montone, il progetto non prevedeva l’innalzamento del ponte della ferrovia Milano-Lecce, il quale lo scavalca a circa un chilometro a valle del centro storico e poco dopo i quartieri alluvionati. Trattasi di un vecchio manufatto in laterizio (a tre archi e due piloni piantati in mezzo al letto del fiume), ben fatto, ma molto basso (addirittura le rotaie sfiorano il colmo degli argini) e dalla struttura massiccia e ingombrante. Per cui, si può ipotizzare che la presenza di questo ostacolo abbia, perlomeno, aumentato la massa d’acqua che ha scavalcato gli argini quando è arrivata la piena. Ciò non significa che il ponte della ferrovia e la circonvallazione (in misura minore) siano stati la causa dell’alluvione; tuttavia senza di essi, probabilmente, l’area alluvionata sarebbe stata diversa: meno estesa?

Gli agenti del capitale

In generale, le cause dell’alluvione sono state parzialmente naturali. O meglio, dietro un evento di per sé naturale, in quanto causato da un fenomeno naturale (la pioggia), insistono responsabilità delle classi dirigenti, politiche e produttive: locali, regionali e di Governo.

Nello specifico: hanno ignorato gli allarmi degli scienziati, dei movimenti e dell’evidenza, sulla crescente probabilità di fenomeni atmosferici mai accaduti, sempre più estremi e pericolosi. Hanno incentivato un modo di produzione energivoro e inquinante, mettendo a rischio la sopravvivenza delle popolazioni, di loro stessi e delle generazioni future. Non si sono preoccupati di approntare piani di emergenza per le popolazioni colpite da eventuali catastrofi: allarme, soccorso, evacuazione, collocazione degli sfollati, vie di fuga, eccetera. Hanno tagliato i fondi destinati alla protezione civile e agli enti preposti alla salvaguardia dell’ambiente naturale e delle popolazioni soggette a rischio idrogeologico; vuoi per mancanza di risorse economiche, vuoi per disinteresse (che è la stessa cosa). Più precisamente, hanno ignorato le relazioni dei servizi tecnici delle autorità di bacino; nelle quali si indicavano le aree abitate a rischio alluvione e gli interventi necessari e urgenti. (Per approfondimenti invitiamo a fare una ricerca negli archivi dei servizi tecnici, genio civile, della Regione Emilia Romagna). Se in tutto questo vi siano responsabilità di rilevanza penale, di questo o di quel singolo amministratore, eventualmente sarà la magistratura a doverlo appurare; anche se in questi casi è la norma che tutto finisca nell’oblio e che le vittime rimangano senza giustizia. In ogni caso, rimane la colpa collettiva di una classe politica incapace di prendere atto della realtà.

La distruzione chiamata ricchezza

Lo sviluppo economico in Emilia Romagna, particolarmente in Romagna, dopo il 1989 (Caduta del muro di Berlino) praticamente non ha avuto più freni. Le burocrazie sindacali e politiche del PCI aderirono, con l’entusiasmo del neofita ignorante, al modello fordista di crescita quantitativa senza qualità, sottoponendo il territorio alla più bieca speculazione edilizia (urbanistica clientelare contrattata). Non che in precedenza avessero fatto di meglio, tuttavia il modello stalinista in versione togliattiana (espulsione dei ceti popolari dai centri storici e costruzione di quartieri dormitorio nelle periferie) prevedeva un minimo di programmazione e controllo politico (piani regolatori) Questo modello, non certo diverso dalle regioni governate fin dal dopoguerra dalla Democrazia Cristiana, in Romagna è stato meno evidente per l’assenza di grandi città, con la popolazione diluita in centri piccoli o medio piccoli, ma è stato altrettanto e forse più devastante, per l’antropizzazione inflitta all’intero territorio. Esclusa la montagna, abbandonata a sé stessa in quanto poco interessante per gli investimenti. Non è un caso che i paesi di collina e montagna si siano spopolati progressivamente negli ultimi decenni.

Negazionisti contro transizionisti

Nei prossimi anni la questione ambientale diventerà sempre di più importante per vincere le elezioni, specialmente nei paesi occidentali. Le prime avvisaglie si avvertono già negli USA, in vista delle prossime elezioni presidenziali. Da una parte i padroni delle industrie energivore, degli allevamenti e delle monocolture intensive, rappresentati dalle destre negazioniste. Le quali sostengono che il riscaldamento climatico fa parte dei cicli naturali e che prima o poi finirà (o addirittura non lo prendono in considerazione). Dall’altra, la borghesia transizionista, che sta investendo enormi capitali nelle energie rinnovabili e per impossessarsi delle risorse naturali: acqua, suoli fertili e materie prime tecnologiche. Significativo che pochi giorni fa, nel Parlamento Europeo, la norma sul Natur Restoration Law, (per il ripristino degli habitat, parte del più ampio disegno del Green Deal) sia stata approvata con una risicata maggioranza di voti. Ne consegue che nei singoli stati non se ne farà niente o quasi: l’esultanza di Greta Thunberg e solidali è del tutto inappropriata.

La contronatura del capitale

È ormai evidente che i negazionisti non capiscono niente di ecologia e nemmeno sono interessati a capire. Il loro è un mondo estraneo a qualsiasi forma vita che non sia la loro. Al contrario, i transizionisti ne capiscono un po’, ma non possono investire le grandi quantità di capitali che sarebbero necessarie per la messa in sicurezza/adattamento dei territori sempre più a rischio nei prossimi anni. Il limite è che gli investimenti autenticamente ecologici non rendono profitto a breve termine. Si tratta della così detta finanziarizzazione dell’economia. Nella quale, i tempi di riproduzione del capitale al di sopra del tasso medio di profitto, sono estremamente ridotti, per effetto della rivoluzione informatica e telematica. Ma questo non è un’anomalia, sta nella storia dell’economia mercantile: ogni nuova scoperta, potenzialmente progressiva, viene distorta e messa al suo servizio. Anche il capitalismo più progressista, neo-keynesiano, non può abiurare sé stesso.

E le classi lavoratrici?

In questo lotta divaricante fra classi dirigenti e dominanti, da che parte starà la maggioranza delle classi lavoratrici? Negli ultimi decenni, i lavoratori si sono spostati in massa verso destra, reagendo, più o meno consapevolmente, al tradimento delle burocrazie politiche e sindacali dei partiti di sinistra. Nelle ultime tornate elettorali hanno votato per le destre o per il populismo grillino, in molti si sono astenuti. Ma se la direzione dovesse cambiare; nel senso che, da ora in avanti, gli eventi climatici estremi saranno un elemento formante dei conflitti sociali? In questo caso, la questione ambientale interagirà con la questione salariale, con i diritti sociali e civili e nella geopolitica come mai nella storia dei conflitti all’interno della nostra specie. E questo potrebbe essere propedeutico per il ritorno di grandi masse proletarie verso la lotta; e non sarà certo il salario minimo, penosa bandierina del neo PD sinistrorso a cambiare le cose, ad acquietare il conflitto fra capitale e ambiente-lavoro nel prossimo periodo storico. Ma questo è il problema dei problemi; perché solo i lavoratori avrebbero la forza di imporre lo stato di emergenza ambientale nazionale, e trovare le risorse per una vera transizione ecologica. Primi provvedimenti: una tassa patrimoniale fortemente progressiva, blocco immediato della cementificazione, nazionalizzazione (senza risarcimento alla proprietà) delle industrie energivore/inquinanti e messa in sicurezza/bonifica del territorio. Se invece rimarranno ancora passivi continuerà la catastrofe.

Conclusioni provvisorie

In Romagna come nel resto del paese, il dibattito sulla questione ecologica è estremamente arretrato. Rimane concentrato nei particolari, mentre le ragioni, le responsabilità e le colpe rimangono tabù. Ogni tentativo di alzare il livello si scontra contro il muro del presente, senza futuro e visione di insieme. Le scoperte scientifiche sul funzionamento della natura, vengono tacciate di ideologia. Assistiamo al rovesciamento di senso fra natura e cultura, là dove il naturale (la biosfera) diventa un’entità culturale e (quindi opinabile); mentre la cultura dominante (l’economia di mercato) viene considerata naturale e quindi immutabile, nella sacralità della proprietà privata. Nel frattempo, in Romagna, i corsi d’acqua (escluso piccoli interventi di riparazione degli argini) sono rimasti tali e quali a prima dell’alluvione. La materialità dell’urgenza non viene presa in considerazione, per la semplice ragione che è troppo grossa per essere compresa e affrontata. Una spada di Damocle rimane sospesa sul capo dei residenti delle zone a rischio, in Romagna e nel resto del paese. Se dovessero ripetersi le precipitazioni del mese di maggio, ed è probabile che prima o poi avverranno di nuovo, la pianura tornerà sott’acqua e la montagna franerà ancora, ma non sembra interessare a nessuno. Inizia un capitolo feroce della storia dei sapiens.

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11 Maggio 2022

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Se vuoi la pace prepara la rivoluzione. Editoriale - Marco Ferrando

Guerra imperialista, guerra nazionale e resistenza ucraina

Transizione ecologica, guerra e transizione energetica - Stefano Falai

Aleksandra Kollontaj, 1872-2022 - P.A.L.

Le elezioni in Ungheria - Elia Spina

Cinema operaio: il ritorno di Brizé e Gravel - Salvo Lo Galbo

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In questo numero:


Sciopero generale! Editoriale - Marco Ferrando

La vertenza Elica a Fabriano - Mauro Goldoni

Le elezioni in Perù - M.F.

Tesi sulla questione palestinese

Transizione ecologica, geopolitica e imperialismo - Francesco Peresino

Partito Comunista dei Lavoratori

Diretta Facebook. Capitalismo, crisi ambientale e transizione ecologica

 


Domenica 16 maggio, ore 10:30

Il video dell'evento:




Lo sviluppo e la crisi del capitalismo ha portato alla devastazione del nostro pianeta come mai prima d'ora.

L'azione dell'uomo negli ultimi due secoli ha influito drasticamente sull'equilibrio degli ecosistemi. L'uomo però non produce in modo individuale su questo pianeta, ma opera all'interno della società e del modo di produzione del proprio periodo: questo sistema si chiama capitalismo e la borghesia è la classe dominante.

È per questo che la borghesia ed i suoi governi sono i principali responsabili dell'inquinamento e supersfruttamento della terra. È per questo che il superamento di questa società è il primo passo verso la salvaguardia del globo e della vita dell'umanità.

Ne parliamo con:

Diego Ardissono, Segreteria PCL

Gioele Costantini, Commissione ambiente PCL

Ruggero Rognoni, Commissione ambiente PCL

Luca Gagliano, Commissione ambiente PCL

Stefano Falai, Commissione ambiente PCL


Non mancare!

Partito Comunista dei Lavoratori

PNRR, un piano dei capitalisti a carico dei salariati


 Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): 248 miliardi di euro, 18,5 miliardi alla sanità, da qui al 2026 (più 2,9 miliardi del fondo complementare). Un'operazione finanziaria di proporzioni inedite, evocata come risposta eccezionale ad una eccezionale pandemia e alla drammatica crisi del sistema sanitario che essa ha rivelato e aggravato, destina alla sanità la quota minore della ripartizione dei fondi.

Il progetto originario del ministro Speranza, nel precedente governo, aveva promesso per la sanità un investimento di 65 miliardi aggiuntivi. Ora, a parità di ministro, siamo a meno di un terzo. Una cifra irrisoria, per di più spalmata in cinque anni, da qui al 2026.
Per dare la misura, il solo investimento necessario nelle terapie intensive, in termini di mezzi, personale, strutture, richiederebbe 12 miliardi, secondo le stime del quotidiano di Confindustria. Da solo, oltre il 50% del volume di risorse indicato. Le solenni promesse sul “rilancio della medicina territoriale”, assunzioni di personale sanitario, nuovi piani pandemici.. sono destinate a restare chiacchiere vuote.
“Nulla sarà come prima” si prometteva un anno fa con aria compunta e solenne. Tutto è e resterà come prima, nella condizione materiale del servizio sanitario reale.

Questo primo dato, evidente a occhio nudo, offre la chiave di lettura dell'intero Recovery Plan dal punto di vista sociale. Un grande travaso di risorse pubbliche nelle tasche degli azionisti, delle imprese e delle banche. Un travaso diretto e indiretto. In forma di finanziamento e incentivi (digitalizzazione e “transizione ecologica”), di liberalizzazioni di mercato (concorrenza e appalti), di riduzione dei controlli su ambiente e corruzione (“semplificazioni”). Insomma, produrre di più e più in fretta senza il condizionamento di lacci e lacciuoli.
Non a caso Confindustria e Associazione Nazionale dei Costruttori si sono affrettate a benedire il tutto, e semmai di esplicitare ancor meglio la partnership tra pubblico e privato, quella per cui lo Stato ci mette i soldi e le imprese incassano i profitti, come peraltro avviene da decenni.
La novità sta nel nuovo concentrato di risorse di provenienza europea. Un investimento nella modernizzazione capitalista finalizzato a potenziare la capacità competitiva della borghesia italiana, sul terreno continentale e mondiale. Un investimento nella produttività di sistema, dove il capitale tricolore registra i maggiori ritardi rispetto ai capitalismi concorrenti.
Quanto alla retorica della “rivoluzione verde” è sufficiente un dato: per il riassetto idrogeologico del territorio il PNRR stanzia 2,5 miliardi in cinque anni: il nulla. Questo in un paese esposto a terremoti, inondazioni, frane, dove il solo riassetto del territorio dovrebbe rappresentare il primo grande cantiere nazionale. Parallelamente l'investimento sull'idrogeno reclamizzato dal piano si tramuta in un imponente beneficio per ENI, la principale azienda petrolifera nazionale.

Non è un caso se la Borsa festeggia. Le quotazioni azionarie di costruzioni, TLC, energia spiccano il volo. L'Associazione Nazionale dei Costruttori Edili calcola che il proprio comparto possa giovarsi di complessivi 113 miliardi, ossia il 51% del totale delle risorse previste dal piano, una grande colata di cemento. Telecom registra la migliore performance azionaria del 2021 con un incremento del 16,32% solo nei primi mesi dell'anno. L'intero settore energetico (ENI, Falck Renewables, Alerion, ENEL, Terna, ENI e SNAM) prevede ritorni da favola per i propri utili e patrimoni. ENI da sola li ha incrementati del 18,18% nel primo trimestre 2021.

Chi paga questo immane travaso di risorse a favore delle imprese? Questa è una domanda cruciale. Tutta l'operazione è a debito. Lo è sul versante del Recovery Plan: 191 miliardi e rotti ricavati dalla vendita di titoli europei sul mercato finanziario, da ripagare coi relativi interessi da parte di tutti i paesi dell'UE. Soldi presi a prestito dal capitale finanziario, da ripagare al capitale finanziario. Anche la quota minore del ricavato continentale redistribuita ai diversi paesi come fondo perduto è presa a prestito dall'Unione Europea, ed è dunque a carico del bilancio comunitario. Lo stesso vale a maggior ragione per i piani finanziari complementari varati dai diversi stati nazionali.
Il debito sarà scaricato sull'erario pubblico, quindi a parità di condizioni sui lavoratori salariati, che reggono sulle proprie spalle il grosso del carico fiscale.
La riforma del fisco, tra le raccomandazioni dell'UE, è affidata a una legge delega da presentare entro luglio. Ma tra tutte le anticipazioni ufficiose non ve ne è una che alluda ad una maggiore tassazione dei profitti. Negli Usa la gigantesca mole di miliardi versata da Biden ai capitalisti è in parte caricata sull'aumento (modesto) delle aliquote fiscali sul capitale. L'operazione è complessivamente a vantaggio dei capitalisti, ma questi ultimi sono chiamati a contribuire. In Europa e in Italia i capitalisti non ci mettono un euro, incassano e basta. Mentre i salariati saranno chiamati a pagare.

E non si tratterà solamente di sacrifici fiscali; lo si deduce dal Def che accompagna il Recovery. Nonostante il Patto di stabilità sia sospeso per il 2021 e il 2022, il Def varato da Draghi prospetta nei tre anni a venire una forte riduzione del deficit di bilancio, più forte di quella prospettata da Conte. Conte prospettava una evoluzione del deficit dal 10,8% al 3% da qui al 2023. In termini di deficit strutturale sul Pil si prefigurava una riduzione del 2,9% (dal 6,4% al 3,5% di Pil, quasi 60 miliardi di euro). Draghi è ancor più radicale, prospetta un'evoluzione del deficit da 11,8% del 2020 al 3,4% nel 2024. Nel solo anno prossimo si passerà da 11,8% al 5,9% (3,9% in termini di deficit strutturale).
In altri termini l'ulteriore impennata del debito pubblico italiano, dovuta alle elargizioni ai capitalisti e alla recessione pandemica, viene compensata e affrontata con una stretta progressiva di bilancio già a partire dal 2022, nonostante la sospensione del Fiscal
Compact. È ciò che Draghi garantisce al capitale finanziario europeo in cambio del Recovery Fund.
Non è un caso che la borghesia italiana voglia che Draghi completi la legislatura, così potrebbe essere lui a negoziare le nuove regole di bilancio della UE, e a caricarsi sul groppone l'avvio della prossima stagione di austerità a partire dal 2023, a carico di sanità, pensioni, lavoro, istruzione.

Ma il quadro politico di unità nazionale reggerebbe un simile passaggio? Draghi avrà voglia di gestire in prima persona l'austerità da capo del governo con tutte le incertezze del caso, o preferirà incassare un settennato assai più riposante al Quirinale? Ed eventuali elezioni politiche anticipate, con la possibile (probabile?) vittoria del fronte populista reazionario, come impatterà sul programma concordato tra Italia e UE sino al 2026? Sono interrogativi senza risposta che inquietano oggi la borghesia. Il dato certo è che Draghi si è caricato sulle spalle un progetto strategico di rilancio del capitalismo italiano, e che la burocrazia sindacale stende ai suoi piedi un tappeto.
Certo si annunciano passaggi stretti per il governo in fatto di gestione dell'operazione. La fine di "quota 100" riapre la questione Fornero, mentre lo sblocco dei licenziamenti minaccia sfracelli.
Su entrambi i terreni il margine di manovra delle politiche di concertazione è molto stretto. Le burocrazie si offrono anticipatamente come utili pompieri, come hanno fatto in tutto il decorso della pandemia. Usano la paura di uno scontro sociale senza rete per chiedere udienza e riconoscimenti al governo e ai padroni. Il compito delle organizzazioni d'avanguardia della sinistra di classe è più che mai quello di costruire una alternativa per la classe operaia in vista dello scontro che si annuncia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ministero della transizione ecologica: il bazooka mascherato di verde del capitalismo italiano


 I primi a proporre l’idea di un "Ministero della transizione ecologica" arrivano dalle fronde riformiste. Tra i più entusiasti c’è Rossella Muroni ex presidente di lega Ambiente e deputata di Liberi e Uguali che ne parlava da giorni. Il primo febbraio sulla sua pagina facebook si esprime con queste parole: «In queste ore si sta svolgendo un confronto sui temi che devono essere al centro dell’azione del nuovo Governo. I 209 miliardi del Recovery Plan sono una grande occasione: basta litigi, usiamoli per cambiare totalmente il Paese e costruire il futuro, che mi auguro sia fortemente legato all’economia verde».

Ma già da anni si esprimeva per una soluzione di questo genere.

Friday For Future nei giorni ha scritto una lettera direttamente a Draghi: «… Lo scorso agosto, lei ha detto che “privare i giovani del futuro è la più grande forma di disuguaglianza”. Il suo governo agirà per non privarci del nostro futuro, e garantire giustizia climatica, per non far pagare questa crisi ai più fragili e a chi ha meno responsabilità? Non c’è più tempo per “fare il possibile”. Va fatto il necessario. “Whatever it takes”, a qualunque costo. La sentiremo citare di nuovo, tra un po’ di anni, nei video su YouTube o nei libri di storia, come “la frase che ha salvato il clima”? Ai posteri l’ardua sentenza. A questo Governo, però, la scelta di garantirci o negarci un futuro...».

Questa spinta, Draghi e il Presidente Mattarella, non l’hanno lasciata passare invano e l’hanno utilizzata per una fine mossa strategica: imbrigliare la dissidenza del Movimento 5 Stelle contro il futuro governo e muovere le file degli interessi del capitalismo italiano verso 70 miliardi di euro che costituiscono il 37 % del Recovery Fund dentro un piano europeo più vasto chiamato volgarmente Recovery Plan.

Dalle pagine della Commissione Europea all’interno del Recovery Plan si legge: «le transizioni climatiche e digitali eque, attraverso il Fondo per una transizione giusta e il programma Europa digitale». In queste scarne parole è racchiuso tutto il programma capitalistico falsamente tinto di verde del governo Draghi nel suo complesso.

Andiamo, però, con ordine. Draghi ha legato con un filo diretto alla sua supervisione diversi ministeri:

- Il ministero della Transizione ecologica diretto da Roberto Cingolani
- Innovazione tecnologica e la transizione digitale con ministro Vittorio Colao
- Sviluppo economico ministro Giancarlo Giorgetti e ovviamente il Ministero dell’Economia e Finanze diretto dal suo uomo di fiducia Daniele Franco.

Basterebbero le figure e i curricula di questi personaggi, per capire che le visioni “romantiche” di una difesa ambientalista e la trasformazione ecologica da parte del nuovo governo sono una cantonata pazzesca e uno schiaffo che arriva dalla semplice realtà dei fatti.

Chi è Roberto Cingolani? Fisico e Direttore scientifico dell’ITT, Istituto Italiano di Tecnologia dal 2005. Nel 2016 il finanziamento ricevuto dallo Stato, tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze, dell’ITT è stato di circa 94 milioni di euro. I finanziamenti acquisiti direttamente dalla Fondazione ammontano a 213,6 milioni di euro. Nel 2019 diventa Chief Technology and Innovation Officer della società leader del settore difesa e aerospazio Leonardo di proprietà al 30,2 % del ministero di Economia e Finanza che nel 2019 aveva un portafoglio ordini di circa 36.500 milioni di euro, per un ricavo di circa 14.000 milioni di euro.

Un fisico esperto in tecnologie militari e armamenti ai vertici del gioiello imperialista italiano per eccellenza, cosa ha a che fare con la trasformazione ecologica? Infatti, dalla pagina web di Leonardo SpA, si legge testualmente: «Protagonisti nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Proteggere i cittadini, i territori, le infrastrutture. Questo ci rende un protagonista globale nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza...».

Eppure Cingolani è oggi il ministro della Transizione ecologica. Viene esaltato da Matteo Renzi che lo definisce uomo di eccezionali doti. Infatti è proprio Renzi che gli affida l’ITT anni prima, ed è ancora Renzi che caldeggia la nomina di Alessandro Profumo a capo di Finmeccanica/Leonardo (condannato in seguito per le vicende del Monte dei Paschi di Siena) e che a sua volta inserisce nel suo staff proprio Cingolani che diventa un protagonista della Leopolda nel 2018.

Alcuni aspetti inquietanti vedono la Leonardo SpA avere stretti legami con l’Arabia Saudita. Infatti proprio dalle pagine di Leonardo SpA si legge che la società “governativa italiana” ha perfino ottimi rapporti con il regime totalitario e disumano Saudita: «Forniamo soluzioni tecnologiche al Regno dell'Arabia Saudita, a partire dagli elicotteri VIP fino ai sistemi per la gestione del sistema bancario islamico». Armi e soldi sicuramente discussi tra Renzi e il principe saudita Mohammed bin Salman. Da notare come lo stesso Renzi sia “invidioso del costo del lavoro” in Arabia Saudita, vista da lui come nuova culla del “Rinascimento”.

Con Leonardo SpA conduce i suoi fili anche il ministero dell’Innovazione tecnologica e transizione digitale, Vittorio Colao, ex amministratore delegato di omnitel/vodafone. Colao viene nominato da Giuseppe Conte a capo della Task Force contro la crisi pandemica nel 2020. Tra i suoi 17 membri c’è l’immancabile Cingolani. Guarda caso però Vittorio Colao entra nel CdA di Finmeccanica nel 2000 insieme a Corrado Passera prima di trasformarsi in Leonardo SpA.

Giancarlo Giorgetti leghista legato agli interessi degli imprenditori del nord, ex missino doc e amico personale di Mario Draghi, è il nuovo ministro dello sviluppo economico. Nel Governo Conte I Lega-5 stelle gli viene affidata la delega alle politiche spaziali ed aerospaziali con la presidenza del Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e alla ricerca aerospaziale. Anche lui stringe i legami con Leonardo SpA tanto che partecipa negli USA agli incontri preliminari per il progetto finalizzato alla realizzazione di una specie di spazioporto a Taranto-Grottaglie, al quale guarda Leonardo-Finmeccanica per testare i suoi prototipi. Invece della bonifica del polo di Taranto, si investono energie in faraonici progetti spaziali. Ma se questo non bastasse, tra gli alti vertici di Leonardo troviamo Francesco Giorgetti fratello di Giancarlo. Come minimo è un conflitto di interessi.

Il Ministero dell’Economia e Finanze diretto da Daniele Franco risulta essere il principale azionista governativo di Leonardo SpA da dove proviene il ministro Cingolani. Dalla pagina della Camera dei Deputati prendiamo l’ immagine dei loghi delle aziende con partecipazione statale quotate e non in borsa nel 2018 (la trovate anche alla fine dell'articolo, ndr).

Non c’è alcuna impresa che sia impegnata nel settore delle nuove tecnologie “green”. Viceversa sono molte quelle che si occupano del settore energetico, legate all’apparato militare industriale.

Risulta alquanto difficile immaginare che l’apparato economico dello Stato borghese indirizzi le scelte capitalistiche verso politiche con investimenti in un settore a suo dire “green”, nel quale ad oggi non esiste nulla. Viceversa, tutto il suo sforzo è proteso verso scelte di carattere imperialista. Draghi nel suo discorso di insediamento alle camere ha condensato il programma ambientalista del suo Governo in queste scarne parole: «Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane».

È difficile immaginare che l’equipe prescelta per la “transizione” ecologica del Paese si occupi della difesa dell’ambiente e dei territori, quando questi fini esperti e politici fino a ieri si sono occupati di armamenti, sfruttamenti energetici di territori neo colonizzati e di robotica per limitare la presenza dei lavoratori nei centri di produzione. Le strutture e le infrastrutture del capitalismo nazionale dovrebbero essere trasformate in un programma senza profitti. Questo è palesemente impossibile. Già ad ottobre sulle pagine web del MISE veniva descritto il progetto Italia 2030 insieme alla Luiss Business School (l’accademia del Capitalismo italiano) in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti, Enel, Eni, Generali, Intesa Sanpaolo, Italgas, Leonardo, Poste Italiane, Snam e Terna.

«Abbiamo promosso ‘Italia 2030’ per dare vita a un piano di azione congiunto in cui l’economia circolare fosse al centro delle strategie per il futuro del Paese, a partire proprio da conoscenze e competenze. Solo se continueremo ad avvicinare le opportunità dell’economia circolare a cittadini e aziende, le sue potenzialità diventeranno reali. È una necessità per il Paese, che non può permettersi di perdere il treno della sostenibilità, ed è resa ancora più impellente alla luce della direzione green del Recovery Fund», così aveva commentato per l’occasione Stefano Buffagni, Viceministro allo Sviluppo Economico. Uomo di rango del M5Stelle, sottosegretario alla presidenza del consiglio nel primo Governo Conte e vice ministro al MISE nel Conte II.

Le politiche ambientali di transizione ecologica di questo nuovo governo non esistono. L’Italia è l’anello debole dell’imperialismo europeo e deve stare al passo negli scontri degli interessi tra blocchi nel Mediterraneo e in Africa. Le fonti di energia fossile sono al centro di queste mire. In particolare il Gas Naturale e gli Hub di approvvigionamento e stoccaggio. Il nuovo ministro Cingolani lo diceva già nel 2018.

La sua posizione era nettamente contraria perfino alle rinnovabili in chiave capitalistica: fotovoltaico, eolico, auto elettriche. Alla Leopolda di Renzi dichiarava con decisione sulla sostenibilità: «Nel lungo termine non ci sarà [...] Il costo energetico di tutte le cose che desideriamo avere è molto elevato. Da un lato pretendiamo molto dalla tecnologia come se fosse tutto gratuito, dall’altro non vogliamo oleodotti, gasdotti, nucleare...». Una posizione nettamente a favore delle fonti fossili.

Un futuro programma imperialista, quindi falsamente “ecologico”, teso alla riconquista di spazi e domini in nome del profitto e con i costi a carico dei lavoratori. Altro che Recovery Fund per l’ambiente. Una cascata di soldi per la modernizzazione dell’apparato militare industriale sotto la guida dei gioielli di stato Leonardo SpA, ENI, Saipem, multinazionali dell’energia e banche a dettarne le linee guida.

E triste prevedere che la situazione drammatica dei lavoratori di Arcelormittal, delle miriadi di Terre dei Fuochi sparse nel paese, nonché dei vari dissesti idrogeologici rimarranno tali nel tempo.

Solo la ripresa della lotta di classe contro questo governo come tutti i governi della borghesia, potrà abbattere ogni mistificazione e riportare al centro delle scelte la difesa dell’umanità. Ogni chimera riformista falsamente ambientalista e i compromessi ai danni dei più deboli devono essere spazzati via.

Solo un programma rivoluzionario di transizione anticapitalista verso il socialismo potrà raggiungere la salvezza del pianeta.

Ruggero Rognoni