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Sulle elezioni amministrative 2021

 


Un’occasione per opporsi al governo unito del capitale con un programma di rivoluzione

27 Maggio 2021

Le elezioni amministrative, che vedranno in ottobre le “cittadine e i cittadini” esprimersi per il rinnovo dei consigli comunali di numerosi comuni, tra cui molte città capoluogo, da Roma a Milano, Napoli, Torino, Bologna, etc., cadono a ridosso della combinazione della più grave crisi sanitaria e la più grande crisi economica del dopoguerra.

La crisi sanitaria si è trasformata in una tragedia dettagliata dall’elevatissimo numero di morti e persone debilitate in permanenza, provocato sicuramente dall’aggressività del Coronavirus, ma altrettanto indubbiamente dallo sfacelo del sistema sanitario nazionale debilitato da decenni di tagli e privatizzazioni. Un sistema sanitario che già prima dell’epidemia contava decine centinai di ospedali in meno e la carenza di decine di migliaia tra medici, infermieri e personale sanitario.

Semplicemente il sistema sanitario non ha retto l’impatto del contagio e la risultante è stata la conta dei morti.

A ciò si sono aggiunte le incompetenze del governo e la sua acquiescenza alle criminali interessi dei capitalisti che, finché hanno potuto, si sono opposti al lockdown in molti territori, continuando a fare lavorare i propri dipendenti spesso in assenza dei presidi sanitari essenziali.

Nonostante le resistenze, il governo ha dovuto prendere misure di restrizione sanitaria drastiche che hanno bloccato interi settori industriali (il settore del turismo, il settore dell’auto, il settore dei servizi, etc.) determinando una crisi che ha colpito tutti, anche se, come sempre, alcuni settori capitalistici si sono ingrassati proprio grazie ad essa (industria farmaceutica, le grandi piattaforme per il commercio on-line come Amazon, la logistica, le banche che speculano sul debito pubblico in crescita esponenziale).

La crisi economica è divenuta così l’ombra di quella pandemica.

Large fasce di piccola borghesia (piccoli commercianti, del settore turistico, dei servizi alla persona, etc.) sono stati rovinati, e dovendo garantire il grande capitale (garanzie pubbliche sul credito ed ulteriori defiscalizzazioni) il governo ha concesso loro risorse insufficienti (ristori) per di più caricandoli sulla fiscalità generale (anche con condoni e minori controlli sull’evasione fiscale), ossia sulle spalle del lavoro dipendente che vi contribuisce all’80%.

La crisi, dunque, è come un cerino acceso che dal grande capitale viene passato alla piccola borghesia per finire immancabilmente per scottare le mani alle lavoratrici e ai lavoratori, in definitiva la solita vittima sacrificale.

Le misure prese dalle grandi centrali imperialistiche, la UE e gli Usa, sono straordinarie. Nell’ambito del Recovery Plan all’Italia spettano 248 miliardi di euro in 6 anni, oltre alla possibilità dello scostamento del rapporto debito-PIL permesso dalla sospensione del patto di stabilità.

La misura per dimensioni appare una sorta di riedizione del piano Marshall. Si connota sostanzialmente per una parte di un vero e proprio prestito “agevolato” (a basso interesse) e per un’altra di un esborso a fondo perduto, caricato sulla socializzazione del debito a livello europeo. Ciò significa che da una parte il prestito contratto si dovrà restituire, con gli interessi, direttamente, andando a gravare sulle disponibilità finanziarie per il futuro; dall’altra occorrerà metter mano a “riforme” che sostanzialmente taglieranno ulteriormente lo stato sociale, dalle pensioni ai servizi (scuola, sanità).

Insomma, questi finanziamenti sono carburante per far ripartire l’economia capitalista e la proiezioni imperialista italiana (Libia, Medioriente), unitamente ad una loro ristrutturazione (Industria 4.0) a scapito delle condizioni di vita e dei diritti della classe lavoratrice e del complesso del mondo del lavoro.

La macelleria sociale conseguente è già in corso e non potrà che aggravarsi con lo sblocco dei licenziamenti, necessario a questa ristrutturazione, secondo l’ineluttabile logica del capitale.

La borghesia italiana e i suoi partiti si sono attrezzati a questo durissimo passaggio di fase. Il varo del governo Draghi, un governo di unità nazionale sostenuto dalla grande maggioranza dei partiti dell’arco parlamentare, rappresenta esattamente il varo di un autentico comitato di gestione delle misure abnormi per il rilancio e la ristrutturazione del capitalismo italiano.

Da tempo il PCL è impegnato in diversi percorsi e iniziative di unità d’azione d’avanguardia, sempre con l’obbiettivo e nella prospettiva della costruzione del più ampio fronte unitario di classe che avanzi un la vertenza generale sulla base delle rivendicazioni del programma transitorio, quale principio tattico per creare un ponte tra i bisogni immediati della classe lavoratrice e la prospettiva della rivoluzione socialista. L’unità dei capitalisti e dei partiti borghesi dietro il vessillo del governo Draghi rende ancora più urgente la risposta della classe operaia con la forza della sua mobilitazione unitaria, ciò che implica l’ulteriore attivazione delle forze del Partito.

Tuttavia, il programma di rivoluzione del Partito non si limita solo alle misure rivendicative che il fronte unico di classe dovrebbe portare avanti per aprirsi la strada verso un’inversione degli attuali rapporti di forza tra le classi, ma indica l’unica soluzione politica che possa assicurare l’alternativa di società: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza organizzata.

Le elezioni amministrative rappresentano l’occasione per presentare questo programma di rivoluzione all’attenzione della più vasta platea di lavoratrici e di lavoratori e delle classi popolari. Di fronte alla portata della crisi l’appuntamento elettorale assume un significato nazionale e non può essere ridotto ad un fatto locale. Lo stesso commentario mass-mediatico lo afferma quotidianamente. Dappertutto bisogna far crescere l’opposizione al governo Draghi. Ciò è assolutamente necessario.

Ma non basta: senza un programma di rivoluzione che non tragga conforto dal bilancio politico del disastro compiuto negli ultimi decenni dalle sinistre riformiste, con il loro appoggio nei più diversi paesi dell’Europa a governi borghesi e alle loro politiche di sacrifici ai danni della classe lavoratrice, si è condannati a ripetere gli stessi errori e ad indebolire le possibilità del risveglio della mobilitazione operaia.

Per questo, sul terreno elettorale non è possibile l’unità con i riformisti, destinata immancabilmente ad un mercato di programmi e di parole d’ordine sul terreno del minimo comune denominatore. Un minimo comune denominatore di cui oggi misuriamo la drammatica sproporzione e inadeguatezza di fronte alla catastrofe sociale.

La sirena unitaria per liste genericamente di sinistra può esercitare un’attrattiva anche nei confronti di tante compagne e compagni del tutto in buona fede, ma ciò che vien sempre rimosso al piede di partenza della composizione di tali liste è appunto il bilancio politico del riformismo. Alcune compagne e compagni possono credere, con tutta onestà, che la candidatura in liste unitarie possa facilitare la visibilità del Partito laddove non avesse le forze per la presentazione elettorale autonoma. Tuttavia, il prezzo da pagare è troppo salato: proprio le ragioni del Partito verrebbero messe da parte, a partire dal suo impegno per l’unità d’azione delle avanguardie per il fronte unico di classe e lo sbocco politico che dovrebbe avere per garantire le sue rivendicazioni: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Il vantaggio sarebbe solo delle organizzazioni riformiste, che, come un’agenzia interna al movimento operaio, lavorano incessantemente, ora con frasi scarlatte, ora con argomenti “ragionevoli” e concreti, a consegnarlo mani e piedi nelle mani della politica borghese e degli interessi capitalistici.

Le militanti e i militanti del PCL, senza smentire per un attimo, anzi proprio per rilanciare il loro impegno unitario riferito a tutte le organizzazioni che fanno riferimento alla classe lavoratrice, rifiutano il metodo delle liste unitarie con i riformisti, riaffermano la tattica elettorale leninista, che vuole utilizzare le elezioni come una tribuna rivoluzionaria, e lavorano controcorrente per la presentazione elettorale autonoma delle liste del Partito Comunista dei Lavoratori alle prossime elezioni amministrative.

Partito Comunista dei Lavoratori

Subappalti e licenziamenti, la stretta si avvicina

 


Unire le forze, prepararsi allo scontro

Liberalizzazione del subappalto al massimo ribasso significa moltiplicazione dello sfruttamento e degli omicidi bianchi. Sblocco dei licenziamenti a fine giugno significa centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici buttati su una strada. Prolungamento sino a fine anno dello smart working con decisione unilaterale dell'azienda significa stralciare l'organizzazione del lavoro dalla contrattazione. Ritorno a pieno regime della Legge Fornero con la fine dell'elemosina di quota 100 significa aumento dell'età pensionabile per milioni di lavoratori e lavoratrici.

Il governo Draghi è, come si vede, un cantiere aperto. Dietro la cortina fumogena del Recovery Plan e delle sue meraviglie, celebrate con magna pompa dalla grande stampa, emerge sempre di più il suo contenuto di classe.

Da un lato un gigantesco travaso di miliardi nelle tasche di imprese e banche attraverso un'operazione a debito presso il capitale finanziario che sarà scaricata sui lavoratori senza che i padroni paghino un solo euro. Persino l'idea miserabile di Enrico Letta di un obolo simbolico sopra i cinque milioni di patrimonio è stato considerato irricevibile da Draghi, perché «è il momento di dare e non di togliere», cioè di continuare a dare ai padroni togliendo soldi e diritti agli operai.
Dall'altro lato un semaforo verde alla ristrutturazione delle aziende attraverso la mano libera su operai e impiegati: l'eterno rilancio del processo di accumulazione sulla pelle degli sfruttati.
Tutto questo, si badi bene, nel momento stesso in cui imprese e banche annunciano la forte ripresa dei dividendi da distribuire agli azionisti: dopo la manna dei 21 miliardi del 2019, e la discesa a “soli” 13 miliardi nell'anno della pandemia, si torna ora alla previsione di 18 miliardi di dividendi con l'annunciata ripresa. Piazza Affari fa festa.

E il sindacato? Maurizio Landini ha dichiarato che la liberalizzazione del subappalto e del massimo ribasso è «indecente» e che «se dovesse restare», lui sarebbe pronto «persino» allo sciopero generale. Tutte ipotetiche di terzo tipo che servono solo a chiedere al governo una qualche foglia di fico dietro cui ripararsi. Come dire: “Sto accettando di tutto. Sto accettando lo sblocco dei licenziamenti in cambio di qualche ammortizzatore. Sto firmando contratti capestro. Ho assicurato la pace sociale nelle aziende sul fronte della pandemia, con protocolli farsa. Ho celebrato le virtù del nuovo governo offrendo collaborazione su tutti i tavoli, dalla Whirlpool, all'Alitalia, all'Ilva, alla logistica, pur sapendo che si avvicina un bagno di sangue. Almeno preoccupatevi di salvarmi la faccia agli occhi degli operai evitando di prendermi pubblicamente a schiaffi, come sul subappalto, senza neanche avvisarmi. Non costringetemi a proclamare controvoglia uno sciopero che potrebbe danneggiare l'unità nazionale cui per primo mi sono iscritto, e a cui tanto tengo”.
Non costringetemi, insomma, a fingere di fare sindacato.

Così ragiona Maurizio Landini, tutto chiacchiere e distintivo. Uno, nessuno, centomila, avrebbe detto Pirandello. Si offre ai padroni come controllore degli operai, e agli operai come mezzo di tutela dai padroni. Per piacere agli operai minaccia lo sciopero, per piacere ai padroni assicura che lo vuole evitare. Ma questo gioco dura fino a quando esiste uno spazio materiale di manovra. Quando la crisi capitalista morde, quando le leggi della competizione mondiale impongono scelte cruciali, la commedia della burocrazia perde il suo palco e il suo pubblico. Deve dire sì o no al programma dei padroni e del loro governo. E regolarmente pronuncia il suo sì, infarcendolo di preoccupazioni e di lacrime ipocrite. Come è accaduto lungo l'intero arco della grande crisi, dal 2008 ad oggi.

Di certo la nuova stretta che si annuncia, assieme ai balbettii della burocrazia CGIL, pongono a tutte le sinistre di classe, politiche e sindacali, una responsabilità precisa: quella di unire nell'azione le proprie forze in funzione di un fronte unitario di classe e di massa. Unità di classe contro unità nazionale. Piattaforma di classe contro piattaforma del governo e dei padroni. Forza contro forza.
I prossimi mesi saranno per tutti un banco di prova. O di qua o di là, in mezzo al guado non si può stare. Il Partito Comunista dei Lavoratori si batterà come sempre, in ogni sede, per la più larga unità di lotta e per la massima radicalità d'azione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il 21 e 22 maggio contro il G20 e il Vertice Mondiale sulla Salute

 


Il 21 maggio a Roma si riunisce il Forum del G20 sul tema della crisi sanitaria e dei vaccini. Ovviamente, al di là della facciata propagandistica, la vera preoccupazione degli stati capitalisti e delle potenze imperialiste è come rilanciare l'economia capitalistica internazionale nel tempo della pandemia e come utilizzare lo strumento dei vaccini in funzione della spartizione delle zone d'influenza e degli equilibri globali. L'incontro sull'Africa a Parigi, cui ha partecipato lo stesso governo italiano, ha confermato la vera natura del negoziato, che non è come vaccinare tempestivamente la popolazione del continente, ad oggi scandalosamente esclusa dalla vaccinazione, ma come usare quest'ultima al fine di riprodurre l'indebitamento dell'Africa col FMI e coi diversi Stati imperialisti (Cina in primis).


Il Recovery Plan dell'Unione Europea si muove in questo quadro. Per la sanità pochi spiccioli, infinitamente meno di quel che si è tagliato in 15 anni, e per di più dirottati verso la sanità privata, che in Borsa fa ovunque affari d'oro. Per il resto, una pioggia straordinaria di miliardi nel portafoglio dei capitalisti e delle banche, in funzione del rilancio del capitalismo europeo su scala mondiale. Per di più finanziata con una gigantesca operazione a debito che sarà scaricato sui salariati e la giovane generazione. Il governo di unità nazionale attorno a Draghi è parte integrante e influente di questa partita.

In contrapposizione alle politiche dominanti e al G20 che le simboleggia, si terranno a Roma due importanti iniziative. Venerdì 21 alle ore 15 è convocata in Via San Pancrazio (Largo 3 giugno 1849) una manifestazione promossa dalle organizzazioni del Patto d'azione anticapitalista, innanzitutto Fronte della Gioventù Comunista e SI Cobas. Sabato 22 è prevista la manifestazione nazionale promossa dalle organizzazioni della sinistra politica di classe e da USB. Il PCL ha proposto all'insieme delle organizzazioni promotrici delle due manifestazioni una gestione unitaria e condivisa delle due giornate. Per questa ragione aderisce e partecipa ad entrambe con la proposta caratterizzante del nostro partito, quella che riconduce la lotta per il diritto alla salute alla lotta di classe anticapitalistica e alla prospettiva rivoluzionaria e socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

PNRR, un piano dei capitalisti a carico dei salariati


 Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): 248 miliardi di euro, 18,5 miliardi alla sanità, da qui al 2026 (più 2,9 miliardi del fondo complementare). Un'operazione finanziaria di proporzioni inedite, evocata come risposta eccezionale ad una eccezionale pandemia e alla drammatica crisi del sistema sanitario che essa ha rivelato e aggravato, destina alla sanità la quota minore della ripartizione dei fondi.

Il progetto originario del ministro Speranza, nel precedente governo, aveva promesso per la sanità un investimento di 65 miliardi aggiuntivi. Ora, a parità di ministro, siamo a meno di un terzo. Una cifra irrisoria, per di più spalmata in cinque anni, da qui al 2026.
Per dare la misura, il solo investimento necessario nelle terapie intensive, in termini di mezzi, personale, strutture, richiederebbe 12 miliardi, secondo le stime del quotidiano di Confindustria. Da solo, oltre il 50% del volume di risorse indicato. Le solenni promesse sul “rilancio della medicina territoriale”, assunzioni di personale sanitario, nuovi piani pandemici.. sono destinate a restare chiacchiere vuote.
“Nulla sarà come prima” si prometteva un anno fa con aria compunta e solenne. Tutto è e resterà come prima, nella condizione materiale del servizio sanitario reale.

Questo primo dato, evidente a occhio nudo, offre la chiave di lettura dell'intero Recovery Plan dal punto di vista sociale. Un grande travaso di risorse pubbliche nelle tasche degli azionisti, delle imprese e delle banche. Un travaso diretto e indiretto. In forma di finanziamento e incentivi (digitalizzazione e “transizione ecologica”), di liberalizzazioni di mercato (concorrenza e appalti), di riduzione dei controlli su ambiente e corruzione (“semplificazioni”). Insomma, produrre di più e più in fretta senza il condizionamento di lacci e lacciuoli.
Non a caso Confindustria e Associazione Nazionale dei Costruttori si sono affrettate a benedire il tutto, e semmai di esplicitare ancor meglio la partnership tra pubblico e privato, quella per cui lo Stato ci mette i soldi e le imprese incassano i profitti, come peraltro avviene da decenni.
La novità sta nel nuovo concentrato di risorse di provenienza europea. Un investimento nella modernizzazione capitalista finalizzato a potenziare la capacità competitiva della borghesia italiana, sul terreno continentale e mondiale. Un investimento nella produttività di sistema, dove il capitale tricolore registra i maggiori ritardi rispetto ai capitalismi concorrenti.
Quanto alla retorica della “rivoluzione verde” è sufficiente un dato: per il riassetto idrogeologico del territorio il PNRR stanzia 2,5 miliardi in cinque anni: il nulla. Questo in un paese esposto a terremoti, inondazioni, frane, dove il solo riassetto del territorio dovrebbe rappresentare il primo grande cantiere nazionale. Parallelamente l'investimento sull'idrogeno reclamizzato dal piano si tramuta in un imponente beneficio per ENI, la principale azienda petrolifera nazionale.

Non è un caso se la Borsa festeggia. Le quotazioni azionarie di costruzioni, TLC, energia spiccano il volo. L'Associazione Nazionale dei Costruttori Edili calcola che il proprio comparto possa giovarsi di complessivi 113 miliardi, ossia il 51% del totale delle risorse previste dal piano, una grande colata di cemento. Telecom registra la migliore performance azionaria del 2021 con un incremento del 16,32% solo nei primi mesi dell'anno. L'intero settore energetico (ENI, Falck Renewables, Alerion, ENEL, Terna, ENI e SNAM) prevede ritorni da favola per i propri utili e patrimoni. ENI da sola li ha incrementati del 18,18% nel primo trimestre 2021.

Chi paga questo immane travaso di risorse a favore delle imprese? Questa è una domanda cruciale. Tutta l'operazione è a debito. Lo è sul versante del Recovery Plan: 191 miliardi e rotti ricavati dalla vendita di titoli europei sul mercato finanziario, da ripagare coi relativi interessi da parte di tutti i paesi dell'UE. Soldi presi a prestito dal capitale finanziario, da ripagare al capitale finanziario. Anche la quota minore del ricavato continentale redistribuita ai diversi paesi come fondo perduto è presa a prestito dall'Unione Europea, ed è dunque a carico del bilancio comunitario. Lo stesso vale a maggior ragione per i piani finanziari complementari varati dai diversi stati nazionali.
Il debito sarà scaricato sull'erario pubblico, quindi a parità di condizioni sui lavoratori salariati, che reggono sulle proprie spalle il grosso del carico fiscale.
La riforma del fisco, tra le raccomandazioni dell'UE, è affidata a una legge delega da presentare entro luglio. Ma tra tutte le anticipazioni ufficiose non ve ne è una che alluda ad una maggiore tassazione dei profitti. Negli Usa la gigantesca mole di miliardi versata da Biden ai capitalisti è in parte caricata sull'aumento (modesto) delle aliquote fiscali sul capitale. L'operazione è complessivamente a vantaggio dei capitalisti, ma questi ultimi sono chiamati a contribuire. In Europa e in Italia i capitalisti non ci mettono un euro, incassano e basta. Mentre i salariati saranno chiamati a pagare.

E non si tratterà solamente di sacrifici fiscali; lo si deduce dal Def che accompagna il Recovery. Nonostante il Patto di stabilità sia sospeso per il 2021 e il 2022, il Def varato da Draghi prospetta nei tre anni a venire una forte riduzione del deficit di bilancio, più forte di quella prospettata da Conte. Conte prospettava una evoluzione del deficit dal 10,8% al 3% da qui al 2023. In termini di deficit strutturale sul Pil si prefigurava una riduzione del 2,9% (dal 6,4% al 3,5% di Pil, quasi 60 miliardi di euro). Draghi è ancor più radicale, prospetta un'evoluzione del deficit da 11,8% del 2020 al 3,4% nel 2024. Nel solo anno prossimo si passerà da 11,8% al 5,9% (3,9% in termini di deficit strutturale).
In altri termini l'ulteriore impennata del debito pubblico italiano, dovuta alle elargizioni ai capitalisti e alla recessione pandemica, viene compensata e affrontata con una stretta progressiva di bilancio già a partire dal 2022, nonostante la sospensione del Fiscal
Compact. È ciò che Draghi garantisce al capitale finanziario europeo in cambio del Recovery Fund.
Non è un caso che la borghesia italiana voglia che Draghi completi la legislatura, così potrebbe essere lui a negoziare le nuove regole di bilancio della UE, e a caricarsi sul groppone l'avvio della prossima stagione di austerità a partire dal 2023, a carico di sanità, pensioni, lavoro, istruzione.

Ma il quadro politico di unità nazionale reggerebbe un simile passaggio? Draghi avrà voglia di gestire in prima persona l'austerità da capo del governo con tutte le incertezze del caso, o preferirà incassare un settennato assai più riposante al Quirinale? Ed eventuali elezioni politiche anticipate, con la possibile (probabile?) vittoria del fronte populista reazionario, come impatterà sul programma concordato tra Italia e UE sino al 2026? Sono interrogativi senza risposta che inquietano oggi la borghesia. Il dato certo è che Draghi si è caricato sulle spalle un progetto strategico di rilancio del capitalismo italiano, e che la burocrazia sindacale stende ai suoi piedi un tappeto.
Certo si annunciano passaggi stretti per il governo in fatto di gestione dell'operazione. La fine di "quota 100" riapre la questione Fornero, mentre lo sblocco dei licenziamenti minaccia sfracelli.
Su entrambi i terreni il margine di manovra delle politiche di concertazione è molto stretto. Le burocrazie si offrono anticipatamente come utili pompieri, come hanno fatto in tutto il decorso della pandemia. Usano la paura di uno scontro sociale senza rete per chiedere udienza e riconoscimenti al governo e ai padroni. Il compito delle organizzazioni d'avanguardia della sinistra di classe è più che mai quello di costruire una alternativa per la classe operaia in vista dello scontro che si annuncia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Riconquistiamo il diritto alla salute!

 


I dati che la cronaca sottolinea quotidianamente evidenziano l'enorme prezzo che il nostro paese sta pagando in termini di vite umane alla pandemia da coronavirus in atto, e con esso le pesanti ricadute sul piano economico e sociale. Ciò non è casuale, ma la diretta conseguenza della crisi del nostro Servizio Sanitario Nazionale, frutto delle politiche succedutesi negli ultimi decenni all'insegna del liberismo, dell'austerità, degli interessi del capitale finanziario. Politiche promosse peraltro in tutta Europa, da ogni governo.

Quanto emerso durante la prima fase ha reso palese tutto ciò ed evidenziato la necessità di intervenire con decisione sul terreno del contenimento della diffusione della pandemia, della cura. Ciò per tanta parte non è accaduto: le misure adottate si sono rivelate confuse, contrastanti, largamente inadeguate, e ciò che si temeva, ossia una seconda ondata di contagi, è divenuta realtà.

Un disastro annunciato, la cui responsabilità è da attribuire in egual misura al governo centrale ed ai vari governi regionali, accomunati dalla volontà di non rompere con la logica della regionalizzazione dell'organizzazione e gestione della sanità, della corsa alla privatizzazione del sistema, al punto che il vero soggetto vincente ad un anno dall'inizio della pandemia sembra essere paradossalmente la sanità privata.

Oggi, a fronte di quella che per molti è una terza ondata, l'attenzione si è giocoforza spostata sul terreno della somministrazione dei vaccini, finalmente disponibili, ed ancora una volta i limiti del sistema emergono con forza.

L'avere abbandonato la strada di un polo pubblico volto alla ricerca, alla produzione ed alla distribuzione degli stessi, come di altri farmaci e presidi medico sanitari, l'avere rispettato gli interessi delle multinazionali farmaceutiche ed il loro monopolio dei brevetti ha esposto il nostro paese, così come l'intera Unione Europea, alla quale ne è stato delegato l'acquisto e la distribuzione, ad un ricatto inaccettabile, dettato unicamente dalla volontà di profitto.

Ciò che ad oggi si evidenzia è una insufficiente trasparenza circa i termini degli accordi sottoscritti, una immotivata disparità di costi tra un vaccino e l'altro, ritardi consistenti sui tempi della consegna ai diversi stati, e quindi un allungamento dei tempi per il raggiungimento della “immunità di gregge” necessaria al superamento della pandemia, ed il rischio concreto è che a tanti paesi del mondo quei vaccini non arrivino affatto, e comunque con tempi assai diversi, evidenziando ancora una volta quanto il diritto alla salute continui ad essere subordinato alla ricchezza disponibile (ad oggi sono 130 i paesi che non hanno avviato la vaccinazione).

Ciò conferma che è il sistema a dovere essere ripensato alla radice. Noi riteniamo necessario che i vaccini siano considerati un bene comune globale, che si superi la logica imperante dei brevetti, che la sua somministrazione sia gratuita ed a disposizione dell'intera umanità, e ci sentiamo pertanto
impegnati a sostenere le iniziative che muovono in tal senso.

Per quanto concerne il nostro paese chiediamo che il governo e le regioni mettano in campo uno sforzo assai maggiore di quello in essere, affinché si stringano i tempi della vaccinazione di massa (ai ritmi odierni occorrerebbero almeno tre anni), garantendone sempre e comunque la gratuità, e per fare questo occorre utilizzare, nel rispetto delle procedure, ogni spazio e modalità disponibile, mettere a disposizione molto più personale di quello ad oggi utilizzato, garantire tutta la strumentazione necessaria.

Al di là della decisiva questione della vaccinazione, resta l'esigenza di una profonda riforma del Servizio Sanitario Nazionale nella direzione da noi indicata con la campagna “ Riconquistiamo il diritto alla salute”, a sostegno di proposte chiare, fattibili.

Oggi più che mai occorre rivendicare la ridefinizione dell'assetto dei servizi di prevenzione, cura, riabilitazione, ospedalieri e territoriali, anche attraverso la riapertura di ospedali soppressi, la definizione di strutture ad hoc, attuando processi di reinternalizzazione, etc.

Ciò che serve è un vero e proprio piano che muova in tale direzione, un piano pubblico, per strutture pubbliche, che rompa con la logica del ricorso al privato parassitario di questi anni, i cui risultati fallimentari sono sotto gli occhi di tutti.

La sanità deve essere interamente pubblica.
Ciò che occorre affermare è un piano straordinario di stabilizzazione di tutto il personale precario e di assunzioni di almeno 40000 unità di personale medico, di almeno 80000 unità di personale infermieristico, nonché di un congruo numero di personale ausiliario, con contratti a tempo indeterminato, che passa attraverso la definizione di idonei percorsi formativi, ed una politica davvero volta a riconoscere adeguatamente il lavoro dello stesso.

Tutto ciò deve e può essere finanziato: le risorse ci sono.
Qui si colloca la questione del recovery fund, che a fronte di una disponibilità complessiva di 209 miliardi di euro, ne prevede soltanto 19 per la sanità, nonostante lo stesso governo uscente abbia a più riprese parlato di un fabbisogno complessivo di almeno 40 miliardi, nonché dello stesso recovery plan, che allo stato si è soffermato soprattutto sul processo di digitalizzazione del sistema. Una scelta, quella del mettere in campo risorse attraverso il ricorso al recovery fund, che rappresenta nel suo complesso una operazione di indebitamento pubblico, che in prospettiva finirà con l'essere scaricato ancora una volta sulle masse popolari, sullo stesso sistema sanitario, che va ostacolata. Occorre che l'investimento nella sanità pubblica sia finanziato da una patrimoniale sulle grandi ricchezze.

Ciò che serve è mettere in campo un'azione di lotta, ampia ed articolata, in grado di imporre tale scelta, di sostenere le proposte formulate per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale; ciò è parte della necessaria opposizione al governo Draghi, espressione delle élite economico-finanziarie che in Italia come in Europa portano la responsabilità del progressivo smantellamento del sistema di welfare, segnatamente del sistema sanitario.

È necessario riconquistare il diritto alla salute, affermare una sanità pubblica, universale, laica, gratuita.
La campagna continua, noi ci siamo!


Marzo 2021