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Reform: un partito di padroni in vestiti populisti

 


KD Tait


Il 7 maggio Reform UK ha assunto il controllo di 14 consigli comunali inglesi, ha conquistato 17 seggi a Holyrood (parlamento scozzase) – la sua prima rappresentanza elettiva in quel parlamento – ed è diventata l’opposizione ufficiale nel Senedd (parlamento del Galles) con 34 membri. Altrove abbiamo analizzato i risultati delle elezioni. Qui ci chiediamo che tipo di progetto politico sia Reform, quali interessi serva, e come dovrebbero rispondere i socialisti all’affermazione secondo la quale questo partito stia parlando a nome della classe lavoratrice.

Reform UK è l’ultimo veicolo di una corrente con una storia ben più antica. Le sue radici affondano nello sciovinismo “della piccola Inghilterra” della destra conservatrice postimperiale: il Bruges Group, i ribelli di Maastricht, il Referendum Party, l’UKIP e il Brexit Party. È definito dall’ostilità all’integrazione europea e all’immigrazione, e agli impegni normativi ad esse associate. Per gran parte della sua storia, questa è stata una corrente minoritaria nella destra politica britannica.

La Brexit ha cambiato tutto. Il referendum del 2016 ha trasformato una tradizione marginale in una forza politica di massa e ha fornito a una particolare fazione del capitale britannico uno strumento per un progetto di classe concreto: rompere con l’UE e con il più ampio quadro normativo europeo, le cui regole in materia di lavoro, ambiente e aiuti di stato ponevano dei limiti, per quanto deboli, alla libertà di capitale.

Ciò ha significato deregolamentazione del mercato del lavoro, attacchi alla spesa sociale, accelerazione della mercificazione del Servizio Sanitario Nazionale (NHS), abbandono dell’obiettivo di zero emissioni nette per proteggere gli interessi dei combustibili fossili, liberazione del settore finanziario dalla supervisione europea e apertura ad accordi commerciali con gli Stati Uniti. La visione positiva, per quanto ve ne fosse una, era quella di un’economia a bassa tassazione e bassa regolamentazione, trainata dalla finanza e orientata verso circuiti di capitale redditizi negli Stati Uniti, nel Golfo e in Asia, piuttosto che verso il mercato europeo.

Il suo patriottismo implicava anche il riarmo e un atteggiamento imperialista più aggressivo all’estero, come dimostrato da Nigel Farage e Richard Tice nel loro iniziale sostegno alla guerra di Trump contro l’Iran, prima di ritirarsi quando si è rivelata impopolare.

Naturalmente, questo progetto non poteva essere dichiarato apertamente. Una campagna per allungare la giornata lavorativa e privatizzare i servizi pubblici non avrebbe vinto un referendum. La fazione di capitalisti dietro la Brexit ha fatto ciò che tali fazioni hanno sempre fatto: ha costruito una base di massa su slogan razzisti, nazionalisti e autoritari, fabbricando una “crisi” per incanalare la legittima rabbia della classe lavoratrice verso politiche reazionarie. “Riprendiamoci il controllo” era la formula, ma il controllo da riprendere era quello del capitale, non quello dei lavoratori.

ANDANDO OLTRE LA BREXIT

Reform UK porta avanti quel progetto. Sebbene i conservatori abbiano realizzato più o meno una “hard Brexit” (Brexit dura), in seguito la pandemia, la guerra in Ucraina e il protezionismo di Trump hanno reso più difficile la realizzazione di una Britannia corsara indipendente. Reform sostiene quindi che la promessa centrale della Brexit – quella di «riprendere il controllo» delle frontiere – sia stata tradita dai conservatori, i cui nuovi accordi commerciali e fallimenti economici hanno ridotto l’immigrazione europea ma aumentato quella non bianca. Reform sostiene inoltre che il Labour desideri segretamente rientrare nell’UE.

I finanziatori di Reform provengono dalla stessa corrente della destra Brexit, ora consolidata attorno al partito: finanza speculativa, hedge fund, ricchezze legate alle criptovalute e interessi legati ai combustibili fossili. Tra questi figurano Jeremy Hosking e Christopher Harborne, insieme a una rete transatlantica che collega la destra britannica all’asse MAGA, alla lobby dei combustibili fossili e all’apparato politico dei think tank di estrema destra e pro libero mercato.

Il partito ha attinto anche all’apparato ideologico che ruota attorno all’ala del nazionalconservatorismo britannico: il teologo di Cambridge James Orr, scrittori postliberali e nazionalconservatori, nonché i conduttori di GB News che fungono da propagandisti interni.

La piattaforma di Reform si è spostata ulteriormente a destra dopo la Brexit, incoraggiata dal crescente sostegno e dall’esempio di Trump. Il ritiro dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo si accompagna a politiche anti-migranti modellate sull’ICE americano. Tagli fiscali per le imprese e i redditi alti finanziati da tagli alla spesa pubblica. L’abolizione dell’obiettivo zero emissioni protegge gli interessi dei combustibili fossili. La riforma “incentrata sulle assicurazioni” del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) presenta la privatizzazione come una libera scelta. La sua agenda autoritaria di guerra culturale e di controllo poliziesco prende di mira i sindacati, i manifestanti, gli attivisti per il clima e le minoranze.

Il razzismo serve a giustificare la crisi abitativa, la stagnazione salariale e il collasso dei servizi pubblici dopo quattro decenni di neoliberismo. La colpa è dei richiedenti asilo, dei consigli comunali “woke” e della massa informe di Westminster. I proprietari immobiliari, gli azionisti e la City vengono risparmiati.

Il carattere elitario di Reform è dimostrato dal susseguirsi di esponenti di spicco dei Tories che vi hanno aderito. Andrea Jenkyns ha lasciato il Partito Conservatore ed è stata eletta sindaca di Greater Lincolnshire per Reform. Danny Kruger, Robert Jenrick, Suella Braverman e Andrew Rosindell l’hanno seguita, tutti provenienti dall’ala destra parlamentare dei Tories. Malcolm Offord, ex membro della Camera dei Lord con i Tories, è ora a capo di Reform in Scozia e siede a Holyrood.

Si tratta di un partito populista di destra, profondamente capitalista nella sua gestione finanziaria, nella sua ideologia e nella sua leadership, che maschera le sue politiche a favore dei ricchi con pregiudizi di “buon senso” mentre Farage sorride alle telecamere, con un boccale di birra e una sigaretta in mano.

IL MITO DELLA “CLASSE OPERAIA BIANCA”

Nonostante gli sforzi di una lobby ben finanziata per sostenere il contrario, l’ascesa di Reform non è semplicemente una rivolta della classe lavoratrice. La sua base principale comprende ex elettori del Partito Conservatore, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, pensionati ed elettori anziani e socialmente conservatori dell’Inghilterra meridionale e costiera: fasce di popolazione da tempo ricettive alle politiche anti-immigrazione e ostili alla redistribuzione.

Ma Reform sta attirando anche lavoratori anziani provenienti da aree deindustrializzate come Sunderland, Tameside, le valli gallesi e il bacino carbonifero di Durham, dove il ritiro del Partito Laburista e dei sindacati dalla loro base operaia ha svuotato i legami di classe.

La cosiddetta “classe operaia bianca” è una costruzione ideologica, non una realtà sociologica. Essa razzializza la classe, tratta i lavoratori neri e asiatici come anomalie e ignora le reali divisioni di classe tra imprenditori, lavoratori autonomi e salariati. La “guerra al woke” di Reform contrappone gli oppressi e i poveri agli abitanti delle città e dei quartieri “dimenticati”.

Reform, come il Blue Labour (i settori più di destra del Partito Laburista, ndr), usa un linguaggio di classe per presentare gli attacchi ai lavoratori come una difesa dei loro interessi. Il suo scopo è quello di spostare la politica a destra su temi come l’immigrazione, il welfare e la cultura.

Per alcuni elettori, votare per Reform non è tanto un’approvazione di Farage quanto una protesta contro “l’establishment”. Ma è comunque più di una protesta. Significa dare sostegno a un programma sempre più di destra e apertamente razzista: privare i migranti dei loro diritti, attaccare i cittadini britannici non bianchi, espulsioni di massa e campi di detenzione modellati sull’America di Trump. Non è un voto contro l’establishment, è un voto per la reazione populista di destra.

Non c’è dubbio che Reform abbia attratto un numero considerevole di elettori della classe lavoratrice ed ex elettori laburisti. Gran parte della responsabilità è da attribuire al Partito Laburista. Esso non è riuscito a contrastare le politiche anti-immigrati come usate come spiegazione automatica per la carenza di alloggi, la disoccupazione e il declino sociale. Al governo e nei consigli comunali, il Partito Laburista ha anche contribuito a creare le condizioni che ora Reform sfrutta: austerità, tagli, politiche abitative fallimentari e peggioramento dei servizi pubblici.

CHE FARE?

Decenni di arretramento del Partito Laburista dall’insediamento nella classe, di compromessi su welfare e immigrazione, e di assecondamento degli interessi dei padroni hanno creato il vuoto politico che Reform ora colma. In alcune aree, il Partito Laburista sta perdendo elettori in direzioni opposte: a favore di Reform a destra e dei Verdi a sinistra. Sotto Starmer, una retorica più dura su frontiere, proteste, welfare e difesa si è combinata con politiche di austerità che peggiorano le condizioni dei lavoratori. Il partito che afferma di contrastare Reform gli sta spianando la strada.

Ciò che può contrastare Reform è la ricostruzione del potere della classe lavoratrice. Ciò significa lotta di classe, antirazzismo e antifascismo nei luoghi di lavoro, nei sindacati e nelle comunità. Significa un programma anticapitalista sui contenuti che Reform sfrutta: alloggi, salari, servizi pubblici e diritti democratici. E significa rivolgere la rabbia contro i padroni, i proprietari terrieri e le istituzioni statali responsabili della crisi.

Né il Partito Laburista né i Verdi sono disposti o in grado di organizzare questo scontro con il capitale. Il compito spetta ai socialisti, ai militanti sindacali e alle organizzazioni di classe: smascherare Reform come partito dei padroni, combattere il razzismo ovunque si manifesti e costruire un’alternativa politica radicata nella lotta di classe.

Riconquistiamo il diritto alla salute!

 


I dati che la cronaca sottolinea quotidianamente evidenziano l'enorme prezzo che il nostro paese sta pagando in termini di vite umane alla pandemia da coronavirus in atto, e con esso le pesanti ricadute sul piano economico e sociale. Ciò non è casuale, ma la diretta conseguenza della crisi del nostro Servizio Sanitario Nazionale, frutto delle politiche succedutesi negli ultimi decenni all'insegna del liberismo, dell'austerità, degli interessi del capitale finanziario. Politiche promosse peraltro in tutta Europa, da ogni governo.

Quanto emerso durante la prima fase ha reso palese tutto ciò ed evidenziato la necessità di intervenire con decisione sul terreno del contenimento della diffusione della pandemia, della cura. Ciò per tanta parte non è accaduto: le misure adottate si sono rivelate confuse, contrastanti, largamente inadeguate, e ciò che si temeva, ossia una seconda ondata di contagi, è divenuta realtà.

Un disastro annunciato, la cui responsabilità è da attribuire in egual misura al governo centrale ed ai vari governi regionali, accomunati dalla volontà di non rompere con la logica della regionalizzazione dell'organizzazione e gestione della sanità, della corsa alla privatizzazione del sistema, al punto che il vero soggetto vincente ad un anno dall'inizio della pandemia sembra essere paradossalmente la sanità privata.

Oggi, a fronte di quella che per molti è una terza ondata, l'attenzione si è giocoforza spostata sul terreno della somministrazione dei vaccini, finalmente disponibili, ed ancora una volta i limiti del sistema emergono con forza.

L'avere abbandonato la strada di un polo pubblico volto alla ricerca, alla produzione ed alla distribuzione degli stessi, come di altri farmaci e presidi medico sanitari, l'avere rispettato gli interessi delle multinazionali farmaceutiche ed il loro monopolio dei brevetti ha esposto il nostro paese, così come l'intera Unione Europea, alla quale ne è stato delegato l'acquisto e la distribuzione, ad un ricatto inaccettabile, dettato unicamente dalla volontà di profitto.

Ciò che ad oggi si evidenzia è una insufficiente trasparenza circa i termini degli accordi sottoscritti, una immotivata disparità di costi tra un vaccino e l'altro, ritardi consistenti sui tempi della consegna ai diversi stati, e quindi un allungamento dei tempi per il raggiungimento della “immunità di gregge” necessaria al superamento della pandemia, ed il rischio concreto è che a tanti paesi del mondo quei vaccini non arrivino affatto, e comunque con tempi assai diversi, evidenziando ancora una volta quanto il diritto alla salute continui ad essere subordinato alla ricchezza disponibile (ad oggi sono 130 i paesi che non hanno avviato la vaccinazione).

Ciò conferma che è il sistema a dovere essere ripensato alla radice. Noi riteniamo necessario che i vaccini siano considerati un bene comune globale, che si superi la logica imperante dei brevetti, che la sua somministrazione sia gratuita ed a disposizione dell'intera umanità, e ci sentiamo pertanto
impegnati a sostenere le iniziative che muovono in tal senso.

Per quanto concerne il nostro paese chiediamo che il governo e le regioni mettano in campo uno sforzo assai maggiore di quello in essere, affinché si stringano i tempi della vaccinazione di massa (ai ritmi odierni occorrerebbero almeno tre anni), garantendone sempre e comunque la gratuità, e per fare questo occorre utilizzare, nel rispetto delle procedure, ogni spazio e modalità disponibile, mettere a disposizione molto più personale di quello ad oggi utilizzato, garantire tutta la strumentazione necessaria.

Al di là della decisiva questione della vaccinazione, resta l'esigenza di una profonda riforma del Servizio Sanitario Nazionale nella direzione da noi indicata con la campagna “ Riconquistiamo il diritto alla salute”, a sostegno di proposte chiare, fattibili.

Oggi più che mai occorre rivendicare la ridefinizione dell'assetto dei servizi di prevenzione, cura, riabilitazione, ospedalieri e territoriali, anche attraverso la riapertura di ospedali soppressi, la definizione di strutture ad hoc, attuando processi di reinternalizzazione, etc.

Ciò che serve è un vero e proprio piano che muova in tale direzione, un piano pubblico, per strutture pubbliche, che rompa con la logica del ricorso al privato parassitario di questi anni, i cui risultati fallimentari sono sotto gli occhi di tutti.

La sanità deve essere interamente pubblica.
Ciò che occorre affermare è un piano straordinario di stabilizzazione di tutto il personale precario e di assunzioni di almeno 40000 unità di personale medico, di almeno 80000 unità di personale infermieristico, nonché di un congruo numero di personale ausiliario, con contratti a tempo indeterminato, che passa attraverso la definizione di idonei percorsi formativi, ed una politica davvero volta a riconoscere adeguatamente il lavoro dello stesso.

Tutto ciò deve e può essere finanziato: le risorse ci sono.
Qui si colloca la questione del recovery fund, che a fronte di una disponibilità complessiva di 209 miliardi di euro, ne prevede soltanto 19 per la sanità, nonostante lo stesso governo uscente abbia a più riprese parlato di un fabbisogno complessivo di almeno 40 miliardi, nonché dello stesso recovery plan, che allo stato si è soffermato soprattutto sul processo di digitalizzazione del sistema. Una scelta, quella del mettere in campo risorse attraverso il ricorso al recovery fund, che rappresenta nel suo complesso una operazione di indebitamento pubblico, che in prospettiva finirà con l'essere scaricato ancora una volta sulle masse popolari, sullo stesso sistema sanitario, che va ostacolata. Occorre che l'investimento nella sanità pubblica sia finanziato da una patrimoniale sulle grandi ricchezze.

Ciò che serve è mettere in campo un'azione di lotta, ampia ed articolata, in grado di imporre tale scelta, di sostenere le proposte formulate per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale; ciò è parte della necessaria opposizione al governo Draghi, espressione delle élite economico-finanziarie che in Italia come in Europa portano la responsabilità del progressivo smantellamento del sistema di welfare, segnatamente del sistema sanitario.

È necessario riconquistare il diritto alla salute, affermare una sanità pubblica, universale, laica, gratuita.
La campagna continua, noi ci siamo!


Marzo 2021



31 luglio: "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita"

Venerdì, 31 Luglio 2020 alle ore 15 - 20 - Angolo via Augusto Righi 2/a via dell'Indipendenza 45/A Bologna

Petizione: "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita"

Banchetto di raccolta firme sulla petizione
I promotori della popolazione invitano le cittadine e i cittadini a firmare la petizione per sostenere il diritto alla salute e garantire le risorse per il Servizio Sanitario Nazionale
Promuovono: Democrazia Atea,Fronte Popolare,La Città Futura,Partito Comunista dei Lavoratori,Partito Comunista Italiano,Partito della Rifondazione Comunista,Partito Marxista-Leninista Italiano,Potere al Popolo,Risorgimento Italiano,Sinistra Anticapitalista