Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta epidemia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta epidemia. Mostra tutti i post

Volentieri pubblichiamo: Facciamo pagare la crisi ai padroni!

 


Tutti e tutte in piazza il 29 e 30 gennaio

Testo del Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe a sostegno dello sciopero del 29 gennaio e della giornata di mobilitazione del 30 gennaio


La crisi sanitaria ancora pienamente in atto a livello mondiale sta accelerando e rendendo ancora più evidenti le contraddizioni strutturali dell’attuale modo di produzione.

Un’emergenza pandemica che non è casuale ma al contrario è strettamente legata al sistema capitalistico e alla sua espansione vorace e predatoria, che non risparmia alcun ecosistema.

Sono infatti in progressivo e costante aumento la deforestazione e la desertificazione, l’incremento irreversibile della temperatura terrestre che produce ciclicamente catastrofi naturali, l’agribusiness e l’allevamento intensivo, l’inquinamento e l’urbanizzazione esasperata, la rapina di territori e i conseguenti fenomeni di migrazione alla ricerca di una vita dignitosa.

Un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto, sul massiccio sfruttamento di vite e sul saccheggio di risorse su scala globale non poteva che provocare, tra i suoi rovinosi effetti sociali, anche questa crisi sanitaria mondiale.

Sebbene l’intero sistema produttivo e sociale sia stato travolto da questa crisi, governi e padroni si appellano alla retorica dell'unità nazionale: in realtà intendono scaricare i costi della crisi solo sulle classi subalterne per tutelare l'accumulazione di ricchezze dei capitalisti che non viene minimamente intaccata dalle misure governative, anzi il più delle volte continua a crescere.

Le politiche messe in atto dai governi nazionali, Conte in primis, segnano la subordinazione servile alle richieste e alle forti pressioni padronali che spingono per misure di tutela dei loro profitti e di socializzazione delle perdite sulle classi subalterne, le quali saranno costrette a pagare le inevitabili ristrutturazioni produttive. Le misure di emergenza sino ad ora messe in campo comporteranno l’aumento del debito (a partire dal Recovery Plan) e pertanto ulteriori stagioni di “sacrifici”, con tagli del welfare, sterilizzazione dei salari e sgretolamento di tutele e diritti acquisiti (tra cui anche il diritto di sciopero e di attività sindacale).

In questo quadro tendono ad inasprirsi il patriarcato e le discriminazioni di genere: l’atomizzazione e la segregazione generata dallo smart-working scaricano il peso del lavoro di cura e riproduttivo ancor più sulle spalle delle donne.

Lo stesso vale per la discriminazione degli e delle immigrate: il razzismo istituzionale che ricatta chi non è cittadino italiano, imponendo la subordinazione ad un documento e criminalizzando chi non ce l’ha, comporta un accesso differenziale alle cure, alla prevenzione e al welfare. La finta ‘sanatoria’ promossa dalla ministra Bellanova e il ritocco di facciata ai decreti Salvini sono la prova di quanto faccia comodo alla classe dominante mantenere gli immigrati in una condizione di subalternità legalizzata.

L’imminente termine della moratoria dei licenziamenti non potrà che aggravare la condizione di impoverimento già approfondita da anni di austerità: una moratoria peraltro più fittizia che reale, in quanto il mancato rinnovo dei contratti a termine, la chiusura totale di attività, i licenziamenti disciplinari fittizi, l’espulsione del lavoro sommerso e in nero, già ne hanno decretato la fine.

In definitiva, il padronato sta approfittando della crisi in atto per continuare la propria guerra di classe e regolare i conti con i lavoratori e i proletari: l’offensiva padronale sul versante dei salari, dei contratti e delle complessive condizioni di lavoro è ormai esplicita e palese a chiunque: l'annuncio di oltre 6000 licenziamenti in tutta Europa di lavoratori da parte di Fedex-TNT ne è la riprova.

La gestione dell’emergenza, anche in questa infinita seconda fase, segnala e conferma l’assoluta assenza di tutela della salute e della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, subordinata anch’essa alle deroghe tese a tutelare gli interessi padronali e il profitto.

Questo, e non altri, è il principale motivo per cui l'Italia è il paese europeo col più alto numero di vittime per CoViD-19, alimentate ulteriormente da una gestione fallimentare dell'emergenza e da anni di tagli e di distruzione programmata del sistema sanitario nazionale: un sistema al collasso anche per il pressoché completo abbandono delle politiche di prevenzione e della medicina territoriale e del lavoro. L’inizio a dir poco zoppicante della campagna vaccinale ne è un’ulteriore dimostrazione.

Questo stato di cose richiama la necessità di porre con forza all’attenzione dei lavoratori e degli oppressi la necessità oggettiva del superamento del sistema di sfruttamento capitalistico, stante l’assoluta incompatibilità e contrapposizione degli interessi generali di classe con quelli della borghesia imperialista e dei suoi maggiordomi al governo.

Un’incompatibilità e una contrapposizione oggettiva e storicamente data che necessitano di una mobilitazione a livello di massa, di strumenti di lotta che diano realistiche e praticabili risposte alla materialità dei bisogni di classe immediati, per affrontare concretamente le difficoltà del proletariato soprattutto nell’attuale fase storica.

Ma ciò non è sufficiente: devono essere poste le basi per superare la mera difesa sul piano aziendale o di singola categoria per rispondere agli attacchi che subiscono tutti i proletari e per strutturare un fronte di azione e di lotta di massa, esteso, comprensivo dell’insieme dell’intera classe, superando i mille rivoli e le mille vertenze in cui è tutt’ora scomposta.

Un fronte di classe con un chiaro indirizzo anti-capitalista, che rilanci le parole d’ordine storiche e unificanti del movimento operaio, che sia capace di invertire una volta per tutte la tendenza al riflusso e alla passività, e che restituisca ai proletari quel protagonismo e quella fiducia nei propri mezzi che è il requisito fondamentale per resistere e per vincere.

In continuità con le mobilitazioni del 18 e 19 dicembre il Patto d'Azione anti-capitalista aderisce allo sciopero generale del 29 gennaio convocato dalla partecipata Assemblea dei Lavoratori e delle Lavoratrici Combattivi, ne condivide e ne fa proprie le parole d’ordine: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, cassaintegrazione al 100% del salario, salario medio garantito a disoccupati e precari, imposizione di una Million tax del 10% sul 10% per far pagare la crisi ai suoi artefici, rispetto e potenziamento dei protocolli sanitari per l’autodifesa della salute sui luoghi di lavoro, regolarizzazione senza condizioni degli immigrati sprovvisti di documenti, e lancia una giornata di mobilitazione nei territori, ove possibile, nella giornata di sabato 30 gennaio per riaffermare la necessità della costruzione di un fronte unico di classe il più ampio possibile.

Facciamo quindi appello a tutte le realtà sociali, sindacali e politiche che condividono questa necessità, e ai singoli proletari stanchi di subire quotidianamente le politiche di sfruttamento e marginalità, a partecipare in massa alle giornate del 29 e 30 gennaio e ai prossimi appuntamenti del Patto d'azione.

Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe

31 luglio: "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita"

Venerdì, 31 Luglio 2020 alle ore 15 - 20 - Angolo via Augusto Righi 2/a via dell'Indipendenza 45/A Bologna

Petizione: "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita"

Banchetto di raccolta firme sulla petizione
I promotori della popolazione invitano le cittadine e i cittadini a firmare la petizione per sostenere il diritto alla salute e garantire le risorse per il Servizio Sanitario Nazionale
Promuovono: Democrazia Atea,Fronte Popolare,La Città Futura,Partito Comunista dei Lavoratori,Partito Comunista Italiano,Partito della Rifondazione Comunista,Partito Marxista-Leninista Italiano,Potere al Popolo,Risorgimento Italiano,Sinistra Anticapitalista

Non si ferma la rivolta antirazzista nelle città americane

L'avanguardia della gioventù USA, nera e bianca, si ribella alla polizia e al governo

Saint Paul, Chicago, Detroit, Washington, New York, Atlanta, Houston, Denver, San Francisco... Il grosso degli Stati americani e tutte le grandi città degli USA sono investiti da una mobilitazione radicale di decine di migliaia di giovani, per protestare contro l'assassinio a Minneapolis di George Floyd, uomo di pelle nera, da parte di un poliziotto bianco, e chiedere l'arresto dei quattro agenti corresponsabili dell'omicidio.

Non è una sollevazione dalle proporzioni di massa, ma neppure un'ordinaria protesta antirazzista. Non ha le dimensioni della grande rivolta nera del 1967, ma è molto più estesa di quella di Los Angeles del 1992. Di certo è assai più ampia e radicale di quella che nel 2014 investì la città di Ferguson per un omicidio simile. Nel 2014 si mobilitò essenzialmente il movimento del Black Lives Matter, un movimento importante di pelle nera. Oggi la rivolta ha tutti i colori: afroamericani, bianchi, ispanici, in larghissima maggioranza giovani, in buona parte donne. È la rivolta del popolo della sinistra americano, quello forgiatosi in Occupy Wall Street e poi sviluppatosi contro il trumpismo.

L'elemento antirazzista è centrale, ma si intreccia con ragioni di classe. La grande crisi del 2008 ha accresciuto tutte le disuguaglianze della società americana. La lunga ripresa del decennio successivo, costruita su precarizzazione e supersfruttamento, le ha paradossalmente approfondite. È stata la ripresa di Wall Street, non certo degli operai americani con diritti tagliati o di studenti impiccati a una montagna di debiti. Questo divario a sua volta ha spesso un colore. Una famiglia nera di Minneapolis guadagna in media 36000 dollari l'anno, il 44% di una bianca. Solo una famiglia nera su quattro possiede una casa, a fronte del 76% dei bianchi. La divaricazione sociale si sovrappone a quella razziale e la sospinge.

La pandemia ha fatto il resto. L'esplosione del contagio negli USA ha colpito la comunità nera più di ogni altra. Nel Kentucky solo l'8% della popolazione è di colore, ma lo sono quasi un quinto dei morti di Covid. I lavoratori più a rischio, meno protetti e meno pagati, dagli infermieri ai dipendenti dei supermercati, sono in larga parte neri o latini. Diverse inchieste e denunce parlano di numerose discriminazioni nei tempi di soccorso dei malati di colore, mentre oggi milioni di neri sono in prima fila nel nuovo esercito di licenziati e disoccupati. George Floyd è diventato il simbolo di tutte queste ragioni. Nere, ma non solo nere. La composizione sociale dei manifestanti – studenti, precari, disoccupati – ne è un riflesso.

La polizia americana, lo Stato americano, sono il bersaglio centrale della protesta. La polizia è il concentrato peggiore e più odiato del razzismo USA. Una polizia largamente bianca, guidata da ufficiali bianchi, abituata a esercitare violenza ordinaria contro i neri. Il fatto che degrado ed emarginazione metropolitane si addensino innanzitutto tra i neri fortifica a sua volta il pregiudizio razziale tra le forze dell'ordine. Soprusi, umiliazioni, violenze poliziesche sono pane quotidiano nelle grandi periferie americane, segnando l'esperienza di vita di milioni di giovani. L'omicidio razziale, spesso impunito, ne è solo il risvolto più tragico. Per questo la rivolta oggi si scaglia contro la polizia, le sue macchine, i suoi edifici, sino a dare alle fiamme il commissariato dei quattro agenti assassini.

A tutto questo si aggiunge il fattore politico. Trump ha investito sin dall'inizio nella divisione razziale per capitalizzare il consenso bianco e dividere la classe operaia americana. L'operazione è in parte riuscita con la conquista di un settore importante del proletariato bianco della grande industria. Il nuovo corso protezionista anticinese all'insegna dell'America first mira a consolidare questo blocco sociale. Ma ora la pandemia e la nuova grande crisi capitalista mettono Trump in difficoltà. La sua gestione dell'emergenza sanitaria, concausa della tragedia, è stata rovinosa.
Il sistema sanitario privato, nel quale Trump più di ogni altro si è identificato, è stato un moltiplicatore criminale, non solo nei fatti ma agli occhi di larga parte della società americana, inclusi tanti proletari bianchi. Ora il Presidente USA cerca di risolvere il problema dell'ordine pubblico minacciando di sparare o di scatenare cani feroci (ricorso tragico dell'Alabama schiavista), e mobilitando le truppe federali a sostegno della polizia, come non accadeva dal 1992. Ma la radicalità della risposta d'ordine a difesa della polizia, nel momento in cui proprio la polizia è sotto accusa, rischia di ampliare il fossato. Nel mentre, la pandemia è ben lungi dall'essere liquidata, e la nuova recessione è ormai in pieno corso.

Il Partito Democratico degli USA , a partire dal candidato Joe Biden e dal suo sponsor Obama, criticano naturalmente l'assassinio poliziesco, ma lavorano al riflusso della protesta di piazza, una protesta che non controllano e in larga parte subiscono. L'unico loro timore è che Trump possa recuperare nei sondaggi come uomo d'ordine contro "le violenze" dei manifestanti. Non si distingue in questo la cosiddetta ala “socialista” del Partito Democratico, che ha visto scendere in piazza il suo stesso popolo e non sa bene come riportarlo all'ovile.
L'evocazione di (fantasiose) presunte infiltrazioni di suprematisti bianchi nelle manifestazioni da parte di questo ambiente mira a boicottare il movimento, provocare defezioni, riportare la calma. Il commentario delle sinistre riformiste italiane avalla, in varie forme, l'operazione. Così come ha avallato il ritiro di Sanders dalla competizione elettorale in obbedienza allo stato maggiore democratico, in omaggio all'eterno bipolarismo USA.

Noi stiamo, da marxisti rivoluzionari, su un altro binario, quello della costruzione di un movimento di classe e di massa indipendente negli USA, e in esso di una egemonia anticapitalista.
Per questo salutiamo la ribellione dell'avanguardia della gioventù americana, bianca e nera, e ne rivendichiamo senza riserve la radicalità antipoliziesca e antigovernativa. Per questo diciamo che il futuro della ribellione e delle sue ragioni è affidato all'incontro col più vasto proletariato americano.
Decine di milioni di lavoratori e di lavoratrici sono e saranno investiti da una nuova gigantesca crisi sociale, che colpirà nuovamente lavoro, salari, diritti. Una irruzione sulla scena della lotta di classe di questa immensa massa di salariati è il fattore che potrebbe fare la differenza e segnare davvero una svolta.
In questi anni di Trump, contro tante previsioni disfattiste, si sono sviluppate lotte importanti dei salariati USA, dal movimento nazionale dei fazzoletti rossi nella scuola alle lotte operaie, radicali e prolungate, della General Motors. Vedremo quale sarà l'impatto della crisi su queste dinamiche sociali. Di certo la ribellione in corso dell'avanguardia della gioventù parla anche e soprattutto a loro.
Partito Comunista dei Lavoratori

La pandemia e la tragedia italiana

20 Marzo 2020
18 marzo 2020. In Italia 35.713 casi totali di contagio da coronavirus, 2.978 deceduti, 16.620 attualmente malati (ricoverati e in terapia intensiva) [fonte: Protezione Civile], per un tasso di malattia, aggiungendo i guariti, del 57,81%; 4025 guariti, mortalità del 8,34%. Una enormità!
Nello stesso momento nel mondo: 220.691 casi totali, 8.957 deceduti (fonte Johns Hopkins Coronavirus Resource Center), mortalità del 4,06%. La differenza salta agli occhi.
Tanto più se scorporiamo il dato italiano, la mortalità nel resto del mondo scende a 3,21%!
La differenza è talmente clamorosa che dovrebbe essere all'attenzione sia del mondo scientifico che di quello dell’informazione, per tentare di darne una prima spiegazione.

Perché il coronavirus, un agente virale che presenta scarsissime mutazioni genetiche tra un ceppo e l’altro, si accanisce così tanto contro la popolazione italiana?
Naturalmente i dati sono oggetto di discussione, dal momento che la i “casi” così come definiti non sono omogenei, nel senso che in taluni paesi si è provveduto ad effettuare i tamponi diagnostici solo nei malati, in altri sono stati effettuati anche sulle persone a rischio di contagio (che, ad esempio, avevano avuto un contatto durante il periodo di incubazione con una persona positiva al coronavirus), in altri sono stati effettuati tamponi a tutta la popolazione di un determinato territorio (ad esempio a Vo' Euganeo).
In ogni caso, trattandosi di numeri cospicui, questi dati sono fortemente significativi.

Lo sappiamo ormai: la malattia da coronavirus è una malattia altamente contagiosa caratterizzata da una relativamente elevata mortalità. Ciò, però, purtroppo non spiga il dato drammatico dell’Italia.
La vicenda cinese, che sembra in queste ore avviarsi ad una soluzione positiva (nessun nuovo contagio autoctono, e alcune decine di casi “importati”) dimostra un andamento diverso.
In Cina si sono avuti al momento 81.000 casi, di cui 3.245 deceduti (dati Ansa del 19 marzo 2020), con una mortalità del 4,01%. 7.263 persone sono ancora malate, e dunque possiamo stimare che i guariti o coloro che non hanno presentato significativi segni di malattia siano stati oltre 70.000, con un tasso oltre l’85%.
Il paragone più appropriato con la situazione italiana può essere quello della Corea del Sud. Questo paese è situato ad una latitudine vicina a quella del nostro paese. La popolazione è simile: poco sopra i 50.000.000 di abitanti contro i circa 60.000.000 dell’Italia. Anche il reddito pro capite non è molto diverso. In Corea del Sud si sono registrati al momento 8.565 casi totali di contagio, 91 decessi, 1.947 guariti (dati Ansa del 19 marzo 2020), con una mortalità dell’1,6%!

Cos’è allora che fa impennare le statistiche nel nostro paese a confronto con questi paesi?
I fattori sono sicuramente molteplici, ed è sicuramente difficile determinare al momento quale sia quello principale. Sicuramente seguiranno approfonditi studi epidemiologici che potranno darcene una spiegazione su base scientifica.
Dunque al momento non abbiamo prove, ma possiamo provare a muoverci per via indiziaria.

A tal proposito è molto probabile – anche perché è stato al centro del commentario giornalistico e di settore in tutti questi giorni – che uno dei principali indiziati sia la capacità dimostrata o meno del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) di reggere l’urto poderoso dell’epidemia.
Il governo fin dai primi giorni ci ha ricordato l’”eccellenza” del nostro SSN, tanto più quello della Lombardia, dove è esploso il contagio con il maggior numero di positivi e di morti.
Nonostante ciò, fin da subito le misure progressivamente più severe nei confronti degli spostamenti delle persone sono state giustificate dal sovraccarico del SSN e dal pericolo che non potesse fare fronte all'epidemia.
La sanità lombarda è il fiore all'occhiello di quella nazionale, almeno a sentire autorevoli giudizi politici e di esperti negli ultimi decenni. Va detto che si tratta di un modello di sanità che vede una forte compartecipazione del settore privato con quello pubblico tramite il sistema degli accreditamenti.
Eppure proprio qui è esploso il problema dei pronto soccorso e degli ospedali divenuti autentiche fonti di contagio, nonché degli innumerevoli operatori sanitari positivi al coronavirus. La situazioni è divenuta tragica negli ultimi giorni soprattutto nella provincia di Bergamo e di Brescia, cuore dell’industria meccanica italiana. A proposito di questa particolare situazione abbiamo già scritto.

Sono molti giorni che giustamente medici e operatori sanitari vengono definiti “eroi” per la loro abnegazione, e per il loro sacrificio. È indubbio, a loro deve andare il nostro ringraziamento. Ma se quella contro il coronavirus è una guerra, come viene definito da più parti, dobbiamo essere in grado di schierare un esercito all'altezza della battaglia. Sappiamo bene che sicuramente un esercito forte ha bisogno di soldati di valore, che sappiano combattere eroicamente alla bisogna. E questo, come abbiamo visto, non ci manca. Ma qualsiasi pivello uscito da una qualsiasi accademia militare sa che per vincere la guerra, un esercito deve essere anche adeguatamente attrezzato. E qui purtroppo casca l’asino!

Già. La sanità, o meglio il nostro SSN, come sta?
I dati storici ci presentano un quadro impietoso. Dal sito quotidianosanità.it apprendiamo che negli ultimi dieci anni in Italia sono stati tagliati 200 ospedali, 45.000 posti letto, 10.000 medici e 11.000 infermieri. Bisogna aggiungere che i tagli hanno riguardato in particolar modo la sanità pubblica, quella che disperatamente sta tentando di reggere l’urto dell’epidemia, mentre è relativamente cresciuto nel tempi il comparto privato accreditato (fino al oltre il 48% del totale), che solo oggi, dopo tre settimane drammatiche di scoppio della malattia, viene chiamato a svolgere un ruolo complementare a quello dei sanitari in prima linea, e non ugualmente in tutte le regioni italiane.
Peraltro oggi, dopo circa un mese dallo scoppio dell’epidemia nel nostro paese e dopo che per più due mesi avevamo visto i suoi drammatici effetti a Wuhan e nella provincia di Hubei in Cina, a medici e infermieri mancano addirittura i più elementari dispositivi di protezione individuale, ad esempio le mascherine.
In particolare il taglio selvaggio dei posti letto ne ha fatto crollare il numero ogni 1000 abitanti a 3,2, ben al di sotto della media OCSE di 4,7. Nella UE la parte del leone la fa la Germania, con ben 8 poti letto ogni 1000 abitanti. Mentre al contempo la Spagna, che vede una crescita dei contagi e purtroppo dei decessi molto simile alla nostra, conta un numero di solo 2,5 posti letto ogni 1000 abitanti, un numero addirittura inferiore a quello dell’Italia.
Soprattutto è interessante il confronto con la Corea del Sud. In questo Paese, come abbiamo visto, lo stesso virus ha determinato un evento epidemico ben diverso da quello italiano. Lì la mortalità da Covid-19, infatti, ad oggi si attesta intorno all’1%, contro l' 8,34% dell’Italia!
Ci chiediamo: è possibile che questo dato possa essere correlato non esclusivamente ma anche ed in maniera importante all'enorme differenza del numero di posti letto ogni 1.000 abitanti? In Corea del Sud questo numero è di circa 12 contro il misero 3,2 della sanità italiana!

Chiediamo al mondo scientifico, a quello politico e quello giornalistico se sia legittimo ritenere che in Italia il SSN, non certo per sua responsabilità, non abbia potuto ospedalizzare adeguatamente tutti i malati, quanto meno rispetto alla Corea del Sud, e pertanto ciò stia influendo in maniera importante, se non determinante, sull'elevatissima mortalità da coronavirus che si registra nel nostro paese.
Ora invece ci rivolgiamo al nostro mondo, quello che vogliamo rappresentare: il mondo del lavoro.
Care lavoratrici e lavoratori, vi domandiamo: se medici e infermieri sono eroi che affrontano l'epidemia a prezzo della propria salute e incolumità, non siamo forse autorizzati a pensare che chi in questi anni ha tolto loro risorse, mezzi e strutture per affrontare questa ed altre emergenze ha commesso un autentico crimine contro la popolazione italiana?

La classe lavoratrice si deve risvegliare e scuotere un ordine sociale la cui classe dominante, quella dei capitalisti, la sta esponendo in questi giorni, in queste ore, al pericolo di contagio in nome della continuità della produzione a tutto profitto del padronato.
Deve combattere un sistema politico capace soltanto di produrre governi che, composti dalle più diverse forze politiche dell'arco parlamentare da destra a sinistra, hanno invariabilmente tagliato lo stato sociale e sottratto enormi risorse al sistema sanitario per ripagare il debito alle banche e all'interesse usuraio maturato nei loro confronti.
Governi che mentre procedevano ai tagli lineari a sanità, scuola e servizi, garantivano il profitto delle grandi imprese mediante massicce defiscalizzazioni, in ossequio alla competizione imperialistica internazionale (la tutela del cosiddetto made in Italy) e per attrarre investimenti da parte di multinazionali che hanno il solo l'intento di razziare ed andarsene. È il caso ad esempio di Ilva e Whirlpool.

Per fare questo la classe lavoratrice deve cambiare radicalmente le direzioni delle proprie organizzazioni sindacali, a partire dalle maggiori, come la CGIL, la cui burocrazia invece di tutelarla sorregge oggi il governo delle elemosine sociali mentre al contempo si accoda al padronato nella strenua ricerca di una rinnovata forma di collaborazione di classe che ne garantisca il ruolo e i piccoli e meschini privilegi.

Oggi più che mai è evidente che solo la classe lavoratrice può porre rimedio alla catastrofe della crisi capitalista, instaurando un ordine sociale che si basi sulla forza della sua organizzazione e sulla responsabilità della sua direzione.
Partito Comunista dei Lavoratori