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La vertenza ex Ilva in un passaggio cruciale

 


Per la difesa di tutti i posti di lavoro! Blocco generale dei licenziamenti! Per la nazionalizzazione integrale della ex Ilva, sotto il controllo degli operai, a garanzia del loro lavoro e della loro salute!

Partito Comunista dei Lavoratori

Sugli operai dell’Ilva continua a gravare un infinito gioco del cerino. Da decenni. Senza che nessun attore di questa partita voglia prendersi le proprie responsabilità.

I gruppi capitalistici che si sono succeduti ai vertici dell’azienda dopo la sua privatizzazione si sono occupati, com’è naturale, di massimizzare i profitti. Prima i Riva, poi Arcelor Mittal, ora chissà. I governi borghesi di ogni colore hanno assicurato i gruppi capitalistici acquirenti. Le cordate politiche dominanti sul piano nazionale e locale hanno mirato a raggranellare il consenso elettorale necessario per tenersi in piedi e riprodursi, in accordo coi padroni dell’Ilva e coi governi: contrapponendo per lo più la salute al lavoro (o il lavoro alla salute), come se gli operai dovessero scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Il risultato è che il risanamento ambientale è stato mancato, e il diritto al lavoro di ventimila operai, tra azienda e indotto, è finito sotto sequestro. Un disastro.

Ora la Corte d’Appello di Milano, su esposto di un’associazione di cittadini, ha decretato la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto per l’inosservanza delle tutele ambientali, a meno di atti riparativi.

Ma nessuno dei grandi gruppi capitalistici che hanno mostrato interesse all’acquisto vuole farsi carico degli investimenti necessari a tutelare insieme salute e lavoro. L’indiana Jindal prenderebbe tutto a un costo irrisorio, area a caldo inclusa, per massimizzare l’affare col minimo impegno. La cordata dei capitalisti italiani punta esclusivamente alla cosiddetta area a freddo, con forni elettrici e preridotto, mirando a sottrarsi a ogni contenzioso giudiziario. Ma significherebbe un pesante abbattimento dei posti di lavoro, in azienda e nel relativo indotto, oltre che un abbandono della produzione d’acciaio da altoforno, l’unica rimasta in Italia. Con ricadute a cascata sull’intero ciclo integrato dell’acciaio, e dunque su tutti gli stabilimenti.

C’è peraltro chi ritiene possibile riconvertire la produzione a caldo con forni elettrici, come nel caso di Andrea Colli, professore di Storia dell’industria alla Bocconi (La Repubblica, 9 settembre). Semplicemente, a suo dire, la riconversione sarebbe «costosa, con tempi che eccedono i cicli della politica». Il superesperto di siderurgia professor Carlo Malpelli mette nero su bianco tempi necessari e cifre: «come minimo 4 o 5 anni, considerate anche bonifiche e demolizioni, e investimenti da 2,5 a 5,5 miliardi. Una mole che nessun investitore privato è in grado di sostenere». (La Repubblica, 5 agosto).

Detto in soldoni, significa che né i capitalisti né i loro governi sono disponibili a caricarsi i costi dell’operazione. Questa verità non ha radici nella tecnologia, ma nelle regole del capitale. Cioè nelle regole del profitto. Oggi la siderurgia mondiale soffre di una gigantesca sovrapproduzione, per via soprattutto dell’espansione cinese. Tutti i grandi gruppi siderurgici competono tra loro per abbattere i costi, in posti di lavoro come in tutele ambientali. Il paradosso è che nel resto d’Europa il livello di tutele ambientali nella produzione d’acciaio da altoforno è più basso che a Taranto, non più alto. A rigore, se chiude Taranto dovrebbero chiudere tutti. Sperare tanto più oggi nei capitalisti buoni, “sociali” ed “ecologici”, significa credere alle favole.

L’unica soluzione nell’interesse dei lavoratori dell’ex Ilva passa per la immediata nazionalizzazione integrale dell’azienda, sotto il controllo dei lavoratori stessi, quale premessa di una sua riconversione attraverso gli investimenti pubblici necessari, a garanzia di lavoro e salute. Con la salvaguardia, nel tempo della transizione, di tutti i posti di lavoro a stipendio pieno. E con la successiva ripartizione della produzione siderurgica fra tutti i lavoratori del settore attraverso una riduzione d’orario a parità di paga.

Si dirà che “sono costi insostenibili per le finanze pubbliche”. Niente affatto. Sono costi sicuramente inferiori alla mole di miliardi pubblici versata per decenni ai padroni privati della siderurgia. Sicuramente inferiori a quelli previsti dai grandi piani di riarmo. Sicuramente inferiori al costo dell’enorme debito pubblico (in Italia, di soli interessi, cento miliardi l’anno) versati nel portafoglio delle banche, delle assicurazioni, dei grandi fondi finanziari che hanno comprato i titoli di Stato. Un indebitamento, peraltro, cresciuto in misura proporzionale alla progressiva detassazione dei redditi da capitale (a partire da Ires).

Si obietterà che i vincoli dell’Unione Europea dei capitalismi continentali privilegiano il risanamento finanziario a garanzia dei capitalisti creditori piuttosto che gli investimenti pubblici nella riconversione produttiva dell’acciaio. Verissimo. Ma ciò significa semplicemente che le regole del capitalismo tricolore ed europeo sono incompatibili con gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici. L’avevamo capito da tempo. È ora di portare questa verità nella coscienza dei lavoratori e delle lavoratrici. Nessuna subordinazione alle regole del capitale!

La prima necessità è far emergere la rivendicazione della nazionalizzazione integrale della ex Ilva e dell’intera produzione di acciaio quale unica vera soluzione della crisi siderurgica dal punto di vista degli interessi dei lavoratori. Basta con i passaggi di proprietà da capitalista a capitalista, da pescecane a pescecane, con gli operai che ogni volta ne pagano il prezzo. Basta con lo Stato che si fa comitato d’affari degli interessi privati, socializzando le perdite e garantendo i profitti. È ora di voltare pagina. L’intera produzione siderurgica sia nazionalizzata, senza indennizzo per i grandi azionisti, sotto il controllo degli operai. Tutti i sindacati che dicono di rappresentare gli operai dovrebbero battersi unitariamente per tale rivendicazione. E soprattutto dovrebbero sostenerla con la forza di massa di una mobilitazione vera. Non il classico presidio rituale di testimonianza. Ma un’azione radicale e prolungata capace di incidere realmente sui rapporti di forza ponendo un tema di ordine pubblico alle autorità di governo.

Quando i lavoratori di Genova un anno fa fermarono la produzione a Cornigliano bloccando la città per sette giorni costrinsero il governo a più miti consigli. Il punto è che non si può procedere in ordine sparso, stabilimento per stabilimento, magari nella illusione, o nella speranza, di scampare allo spezzatino aziendale a scapito dei lavoratori di altri siti. La prima necessità è quella dell’unità tra i lavoratori di tutti gli stabilimenti ex Ilva e dell’indotto. Il blocco generale dei licenziamenti, nell’azienda e nell’indotto, è il primo e più urgente obiettivo unitario. Occorre una lotta unitaria che si ponga all’altezza di questo obiettivo.

Quando anni fa gli operai della GKN occuparono la fabbrica contro i licenziamenti e istituirono una cassa di resistenza indicarono l’unica risposta possibile che si ponesse all’altezza dello scontro. Se le direzioni sindacali avessero generalizzato questo livello di risposta in tutte le vertenze esposte ai processi di ristrutturazione, non ci troveremmo nella situazione attuale di atomizzazione e dispersione delle lotte. La crisi dell’ex Ilva ripropone su un piano diverso la stessa esigenza. Certo, fra gli operai, soprattutto a Taranto, serpeggia oggi delusione e disorientamento, frutto anche di una direzione sindacale inconcludente e rassegnata. Quasi che ormai l’unico negoziato possibile fosse sul salvagente degli ammortizzatori. Ma un cambio di direzione della lotta, una piattaforma unificante per tutti gli stabilimenti, una forma d’azione dirompente potrebbe innescare una ripresa di fiducia e di motivazione. E in ogni caso persino sul terreno difensivo, persino in una logica di riduzione del danno, i risultati migliori possono venire solo dalla radicalizzazione della lotta, dalla modifica sul campo dei rapporti di forza. Non dalle passerelle istituzionali.

Il governo a guida postfascista ha celebrato in Puglia i fasti dei suoi quattro anni, con l’unica preoccupazione dei fischi operai. Meloni e D’Urso vogliono disinnescare in silenzio la “bomba sociale” di Taranto per timore che esploda loro in mano in prossimità delle elezioni politiche. È una ragione in più per realizzare una svolta unitaria e radicale della mobilitazione. L’unica di cui il governo ha paura. L’unica che può strappare un risultato.

La crisi e il Sulcis. Il caso Eurallumina


 La Vigilia di Natale, Il Sole 24 ore, giornale di Confindustria, concede spazio ad un articolo sulle quattro aziende sarde finite sui “tavoli di crisi” attivi presso il MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy): Eurallumina, Sideralloys Italia (ex Alcoa), Portovesme e Sanac. Il motivo apparente sembra una reale preoccupazione per le sorti dei lavoratori. Tra le righe però, per chi legge la realtà attraverso la lente dello scontro tra classi, sa perfettamente che il problema riguarda la tenuta degli stabilimenti per i futuri investitori e tutto l’indotto in termini di profitto.

Nonostante la manovra 2026 agevoli notevolmente le imprese, rimane da stabilire con precisione la partita dei costi dell’energia per il nuovo anno, puntando ad aiuti statali, taglio degli oneri e gas release. Insomma, va chiarito come verranno gestiti i fondi riprogrammati del PNRR in relazione al nuovo Piano di Transizione 5.0 e quali imprese potranno accedervi in base ai nuovi tetti dei crediti d’imposta e dei superammortamenti.

Il caso di Eurallumina e dell’intero polo industriale del Sulcis Iglesiente dipende dalla risoluzione di questi problemi fondamentali: approvvigionamento energetico alternativo al carbone, ammodernamento delle infrastrutture e continuità produttiva. Si tratta di vertenze ormai da definire “storiche”: Eurallumina da ben sedici anni vede i suoi dipendenti in cassa integrazione con l’impiego dei pochi che servono alla manutenzione degli impianti. Non si sa di preciso le oscillazioni in termini numerici, ma nel 2015 si parlava di 357 addetti diretti più circa 100 addetti nell’indotto, mentre oggi si registrano 114 lavoratori.

Dopo aver sventato il rischio di liquidazione al 31 dicembre, in legge di bilancio è stata stanziata la copertura finanziaria necessaria a garantire la continuità aziendale: 9,6 milioni di euro comprese le attività di bonifica per i primi sei mesi del 2026. I ministri Urso e Calderone parlano di “grande risultato” e la presidente della Regione Sardegna Todde ha espresso grande soddisfazione.

Questo risultato, sottolineiamo noi, è stato ottenuto con una dura lotta operaia. Durante l’ultima protesta, quattro operai sono rimasti a 40 metri d'altezza sul silo numero 3 dello stabilimento per dodici giorni; a questa sono seguite la manifestazione a Roma il 20 dicembre davanti al MIMIT e lo sciopero generale del 12 dicembre contro la legge di bilancio.
I sindacati coinvolti, CGIL, CISL e UIL con i comparti di settore, dichiarano però che è necessario scongelare gli asset russi per riprendere gli impegni di Rusal, poiché le sanzioni bloccano al contempo sia l’approvvigionamento di gas sia gli investimenti promessi.


APPROVIGIONAMENTO ENERGETICO E DISASTRO AMBIENTALE SULLA PELLE DEI PROLETARI

La produzione di alluminio primario pone due grandi problemi: il grande consumo energetico e la compatibilità ambientale, poiché la lavorazione dell’allumina, estratta dalla bauxite, prevede un processo altamente inquinante.

Il primo aspetto ha visto un susseguirsi di progetti, investimenti e iter burocratici lunghi e difficili da ricostruire. Basti ricordare il fallimentare progetto della centrale termica cogenerativa inizialmente alimentata a carbone (modificato successivamente), per convogliare energia termica ed elettrica agli impianti dello stabilimento: 74 milioni di euro di fondi pubblici (su 100 complessivi), grazie ad un contratto sottoscritto con Invitalia. La centrale era gestita da Eural Energy, che nel luglio 2020 si fonde con Eurallumina mediante incorporazione; tra le due società vigeva prima un contratto di “take or pay”, assicurando ad Eural Energy incassi sicuri.
Dopo anni di ipotesi e progetti si decide la conversione dell’approvvigionamento a GNL (gas naturale liquefatto), definitivamente cristallizzata nel recente DPCM Energia per la Sardegna, siglato il 10 settembre 2025. Il GNL, il cui trasporto via mare implica inquinamento e impiego di altri combustibili necessari per il trasporto, giunge all’isola e viene rigassificato; resteranno attive le unità di stoccaggio e rigassificazione a Porto Torres e Oristano e la rete di metanodotti detta “mini dorsale” che collega Oristano alla zona del Sulcis; mentre dovrebbe sparire la nave rigassificatrice di Portovesme (SU).

Il secondo aspetto relativo all’inquinamento e salute pubblica è più delicato, poiché pone sfide che implicano anche il ripensamento di ciò che si produce e come lo si produce. Il territorio del Sulcis-Iglesiente-Guspinese è afflitto da una grave crisi ambientale e sanitaria, e rientra ancora oggi tra i siti di interesse nazionale (SIN) a cui indirizzare azioni di bonifica del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali e sotterranee.
L’impatto sull’ambiente è stato ampiamente documentato. Gli studi di ISPRA resi pubblici nel 2016 hanno dimostrato le conseguenze devastanti dello scarto di fabbrica, il “bacino dei fanghi rossi”, che ha compromesso suolo e falde idriche e di conseguenza la catena alimentare. Molti prodotti, contenenti metalli pesanti, hanno avuto risvolti negativi sulla salute, causando diverse malattie invalidanti, specie nei bambini. Per i lavoratori, l’esposizione diretta alla lavorazione di fabbrica aumenta il rischio di tumori al pancreas e di malattie dell’apparato urinario.

Nel 2009 il bacino dei fanghi rossi fu sottoposto a sequestro, e fu avviato un processo per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti, a carico dei dirigenti di Eurallumina; assolti nel 2023 poiché “il fatto non sussiste”. Insomma, a pagare caro e persino con la propria salute sono sempre i lavoratori e le loro famiglie. Solo poche voci isolate hanno preso in considerazione la possibilità di una conversione produttiva con il passaggio all’alluminio secondario (riciclato), come il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus: la conversione sarebbe una scelta opportuna poiché ci sarebbe un risparmio energetico fino al 95% in meno e una drastica riduzione delle emissioni di CO2. L’alluminio riciclato può inoltre essere impiegato in una pluralità di settori: automobilistico, edilizio, sportivo etc…, può essere riciclato più volte senza perdere le proprietà.


L’IMPERIALISMO ITALIANO E GLI AFFARI DEL GNL

Il GNL è un affare che coinvolge tutta la penisola italiana, non solo la Sardegna. Ci sono altri terminal di rigassificazione attivi, come Ravenna e Piombino, ed è inoltre previsto lo sviluppo della Linea Adriatica: 425 km di gasdotti da nord a sud che rientra nel progetto RePowerEU, interessata da miliardi di investimenti PNRR.

Per il nostro imperialismo è un affare: le importazioni di gas, in primis dagli USA, implementa gli affari di Snam ed ENI. De Scalzi è stato chiaro: «ENI, che era il primo importatore di gas russo, dopo averci dovuto rinunciare e averlo sostituito firmando accordi di lungo termine in altri Paesi, non ha interesse a tornare indietro. Abbiamo sostenuto investimenti importanti per mettere in sicurezza l’Italia e l’Europa, e non possiamo pensare di accollarci ulteriori spese per riprenderlo» (Milano Finanza, 27 febbraio 2025).
Il futuro DL Energia dovrebbe contenere, tra le varie misure, anche la vendita anticipata presso i siti di stoccaggio dei volumi di gas da parte di GSE e Snam. I proventi di questa operazione saranno destinati a ridurre le tariffe di trasporto e distribuzione per i clienti industriali. Quello che Confindustria chiede dal 2022.

La questione è chiara: da un lato si punta a rafforzare il peso economico e politico dell’Italia in Europa, dall’altro si continua a mantenere i rapporti commerciali con gli USA, dai quali l’Italia importa il maggior volume del gas liquefatto. Un mercato, quello americano, che per l’Italia rappresenta investimenti in molti settori e uno sbocco commerciale che genera oltre il 50% del surplus netto dell'Italia nel mondo.


LA QUESTIONE DEL GAS SULLO SFONDO DELL’INVASIONE RUSSA IN UCRAINA

La società Eurallumina è attualmente controllata da UC Rusal tramite la cipriota Libertatem Materials LTD di Oleg Deripaska, proprietario al 100% delle azioni.
Dopo il congelamento degli asset nel maggio 2023, Rusal non ha smesso comunque di macinare profitti, anzi ha potenziato la propria presenza in Guinea, dove esistono ricchi giacimenti di bauxite, e ha rivolto i propri investimenti ad altri mercati come l’Etiopia, con la quale ha siglato a novembre il Memorandum of Understanding. Per finire, ricomincerà a beneficiare dei dividendi di Nornickel e ha di recente stipulato un accordo con KraMZ ltd per la vendita di 75.000 tonnellate di prodotti di alluminio per 220 milioni di dollari.
Quest’ultimo consentirà a Rusal di mantenere uno sbocco commerciale sicuro all’interno della catena del valore di EN+.
Ad ogni modo, dei quattro stabilimenti Rusal in Europa, tre lavorano regolarmente (con deroghe al congelamento dei beni da parte di Germania, Irlanda e Svezia) ad eccezione dell’Italia, dove ad occuparsi di Eurallumina è l’Agenzia del Demanio. L’unica cosa che non garantisce Rusal per il 2026 è la liquidità necessaria allo stabilimento, per coprire tutti i costi, dai salari e integrazione della CIG, alla gestione e rinnovamento degli impianti e i soldi per la bonifica. In totale un investimento da 400 milioni di euro.


UNA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA NECESSARIA

Le nostre posizioni sull’invasione russa in Ucraina sono note a tutti: difendiamo il diritto alla resistenza del popolo ucraino senza alcuna fiducia e alcun sostegno politico a Zelensky e alla NATO; abbiamo da subito criticato l’uso delle sanzioni verso la Russia poiché invece che causare danni alla borghesia russa e indebolire l’attacco di Putin, colpisce i proletari in termini di costi sociali. Ma non ci importa difendere i profitti di Rusal e di Deripaska, e nemmeno quelli dei nostri capitalisti.

Per evitare che il settore industriale del Sulcis collassi, e con esso i lavoratori e le rispettive famiglie, si rende necessario mettere i lavoratori al centro delle decisioni e lasciare cha siano i lavoratori organizzati a diventare i protagonisti della loro vertenza, senza cedimenti alle burocrazie sindacali spinte dal “pragmatismo” (sbloccare gli asset) e nemmeno al campismo nostrano, che vede Putin come un liberatore e l’imperialismo solo in Occidente.

Gli investimenti di Deripaska o un diverso investitore privato disposto a coprire le somme preventivate consentirebbero ai lavoratori di tornare in fabbrica, ma non cambierebbe di una virgola la situazione ambientale e sanitaria.
Il Sulcis è un territorio dove tutti speculano con fasulle promesse e agende infinite; tutti i soldi pubblici sprecati sino ad ora in folli progetti energetici, se correttamente usati, avrebbero già risolto una parte del problema.

È necessario dunque connettere le lotte del lavoro a quelle ambientali per assicurare contemporaneamente salario e salute.

• Blocco dei licenziamenti ad oltranza sino alla risoluzione della vertenza;
• Nazionalizzazione sotto controllo operaio: espropriare Rusal senza indennizzo. Dopo anni di incuria e progetti incompatibili da un punto di vista ambientale, la proprietà deve essere pubblica e la gestione deve essere operaia.
• Convergenza della lotta ambientalista con la lotta di fabbrica.
• Forte piano di investimenti pubblici: per la bonifica e la messa in sicurezza del territorio; per la conversione degli impianti e passaggio alla produzione dell’alluminio secondario.

Siamo consapevoli che nessun governo borghese consentirà l’attuazione di un simile programma, perché sono i comitati d’affari dei padroni. Solo un governo dei lavoratori può attuare queste decisioni e garantire salario e tutela di ambiente e salute.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Qatar, lo spettacolo può iniziare

 


Il calcio d'avvio in una pozza di sangue

20 Novembre 2022

Per capire cos'è il capitalismo basta guardare al mondiale di calcio che si apre in Qatar. Gli emiri qatarini hanno comprato nel 2010 l'assegnazione dei giochi a suon di mazzette. Il governo francese di Sarkozy ha sponsorizzato la richiesta in cambio dell'acquisto di armi francesi. Un vero "Qatargate" che ha coinvolto nella pubblica corruzione i massimi dirigenti del calcio mondiale.

Nel frattempo dal 2010 a oggi quasi settemila lavoratori immigrati sono morti in Qatar nei famigerati cantieri del mondiale. Operai indiani, pakistani, bengalesi, nepalesi, costretti a lavorare al sole per 12 ore di fila a 45 gradi, morti per lo più di infarto. Operai schiavizzati, privi di ogni diritto, impossibilitati a spostarsi dal luogo di lavoro, con cellulare e passaporto posti sotto sequestro dai loro padroni. Un campionario dell'orrore.

Non è tutto. Il regime del Qatar calpesta i diritti più elementari delle donne, considera pubblicamente “malati” gli/le omosessuali, disprezza la comunità LGBT. Immagini o gesti che possano evocare la libertà sessuale saranno banditi dal mondiale, assicurano le autorità. Del resto il Qatar è il tempio internazionale dei Fratelli Musulmani, il suo oscurantismo misogino è degno della tradizione. Quanto agli scrupoli ambientali, la promessa retorica degli “stadi verdi”, spesa in anni di propaganda ingannevole, si è risolta nell'esatto opposto: sette stadi dove la temperatura si mantiene a 20 gradi quando fuori ce ne sono il doppio. 3,6 milioni di tonnellate di CO2, un tasso d'inquinamento quasi doppio di quello prodotto in Russia nel campionato del 2018.

In compenso, il Qatar ha pubbliche virtù per il capitale. Produce e vende gas in grandi quantità e a prezzi contenuti. E soprattutto è un grande committente per la produzione bellica internazionale. Da dieci anni l'emiro sta allestendo la propria potenza militare, in particolare nella flotta. Fincantieri è in prima fila nella costruzione della marina militare del paese, non senza sgomitamenti con la concorrenza francese. Del resto, in tempi di guerra tutti gli imperialismi vecchi e nuovi si affacciano alla corte del Qatar, offrendo e chiedendo servizi.

L'imperialismo russo e quello cinese onorano l'emiro con naturale disinvoltura: non hanno bisogno di salvare l'apparenza. Gli imperialismi liberali d'Occidente non sanno invece dove nascondere la faccia. Mascherano la propria ipocrisia dietro i fuochi d'artificio dello spettacolo. Panem et circenses è in fondo una ricetta millenaria, al pari della schiavitù.

Partito Comunista dei Lavoratori

Diretta Facebook. Capitalismo, crisi ambientale e transizione ecologica

 


Domenica 16 maggio, ore 10:30

Il video dell'evento:




Lo sviluppo e la crisi del capitalismo ha portato alla devastazione del nostro pianeta come mai prima d'ora.

L'azione dell'uomo negli ultimi due secoli ha influito drasticamente sull'equilibrio degli ecosistemi. L'uomo però non produce in modo individuale su questo pianeta, ma opera all'interno della società e del modo di produzione del proprio periodo: questo sistema si chiama capitalismo e la borghesia è la classe dominante.

È per questo che la borghesia ed i suoi governi sono i principali responsabili dell'inquinamento e supersfruttamento della terra. È per questo che il superamento di questa società è il primo passo verso la salvaguardia del globo e della vita dell'umanità.

Ne parliamo con:

Diego Ardissono, Segreteria PCL

Gioele Costantini, Commissione ambiente PCL

Ruggero Rognoni, Commissione ambiente PCL

Luca Gagliano, Commissione ambiente PCL

Stefano Falai, Commissione ambiente PCL


Non mancare!

Partito Comunista dei Lavoratori

Unificare e generalizzare le lotte per l'ambiente!

Verso il 5 giugno, a un anno dagli scioperi mondiali per il clima

È passato più di un anno dal primo sciopero mondiale per il clima, e sono stati milioni gli studenti che sono scesi nelle piazze italiane e nel mondo. Sorge quindi la necessità di definire con chiarezza quale prospettiva dare alle mobilitazioni. È un’esigenza pratica e immediata.


NESSUNA FIDUCIA VERSO I GOVERNI DELLA BORGHESIA

Alle promesse dei politici non sono seguiti i fatti. In ogni Paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi dei veri responsabili della crisi climatica, ovvero i capitalisti. I politici non attuano le politiche ambientali necessarie. È un forse un caso? No, ma non è una questione di volontà dei gruppi dirigenti che ci governano, è invece la necessità del sistema di produzione capitalistico a richiedere una continuità irrazionale nelle scelte politiche, volte soltanto alla massimizzazione del profitto. Se in altri Paesi, nell’ambito parlamentare, si trova un maggior successo della “politica ambientale”, non dobbiamo avere nessuna illusione verso le concessioni pseudoambientaliste del capitale. Queste “svolte” politiche vengono costruite ad arte soltanto per disinnescare l’esplosività di un movimento di massa, e non colpiscono minimamente le fondamenta del sistema di produzione, la vera radice di tutti i problemi.


PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE E DI MASSA

La crisi sanitaria esplosa in questo periodo di epidemia dimostra come questo sistema sociale ed economico di organizzazione della società è fallito e non ha più nulla da dare alla maggioranza della popolazione. È giunto il momento di rovesciarlo in una prospettiva che possa rispondere alle esigenze della battaglia ambientalista ed alle rivendicazioni sociali del mondo del lavoro.
Una riconversione ecologica dell'economia creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile, ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell'economia. Una riorganizzazione ecosocialista, nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.
È urgente più che mai mobilitare il movimento operaio, il solo che, in alleanza con gli studenti, può dare una prospettiva concreta alla battaglia per l’ambiente, in un'ottica rivoluzionaria e anticapitalista.
Quindi bisogna unificare e sostenere le mobilitazioni, a partire dallo sciopero generale dell’istruzione del 5 giugno, promosso da ADL Cobas e sostenuto dal Coordinamento precari della scuola autoconvocati, e dalla mobilitazione nazionale del 6 giugno, promossa dall’appello “Facciamo pagare la crisi ai padroni e ai loro governi!”, nato dal patto unitario d'azione per un fronte anticapitalista, cui il nostro partito aderisce insieme a diversi soggetti politici e sindacali.


UNA PROSPETTIVA SOCIALISTA ANCHE PER L’AMBIENTE

Ora acquistano incredibile importanza le parole d’ordine come la nazionalizzazione, senza indennizzi alla proprietà, delle aziende che inquinano, della sanità e dell’industria farmaceutica e la loro immediata riconversione ecologica sotto il controllo dei lavoratori. Tuttavia, una prospettiva socialista non può limitarsi alla riconversione ecologica delle industrie e relativa cessazione delle tecnologie ad alto tasso entropico. Perché sarà necessario elaborare un bilancio energetico: ovvero un varo del piano energetico nazionale (calcolo dell’energia e della materia consumata in un anno, e bilancio preventivo) relativamente ai beni prodotti. È necessario programmare la quantità di energia utilizzabile per le nuove produzioni rivolte a rispondere ai bisogni reali della maggioranza della popolazione, e non a garantire i profitti di un pugno di capitalisti; definire un tasso programmato di entropia basato sull’impronta ecologica nazionale in rapporto con l’impronta ecologica mondiale.

I militanti del PCL sono impegnati nella costruzione di un partito, in Italia e nel mondo, che lotti per elevare la coscienza politica delle masse alla comprensione della necessità dell’alternativa anticapitalistica e del socialismo. Una società in cui l’umanità possa finalmente prendersi cura della salute propria e del mondo intero.
Lotta con noi!
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione ambiente

Il capitalismo uccide la natura. L'alternativa o è anticapitalista o non è

Il futuro dell'umanità è in pericolo.
La temperatura del pianeta continua a crescere, l'aria che si respira è sempre più contaminata, i ghiacciai si sciolgono, cresce il livello degli oceani, si estinguono molte specie viventi, si estendono insieme siccità e inondazioni. Nove milioni di persone nel mondo muoiono ogni anno per l'inquinamento.

Non sono dati “di parte”, ma una verità riconosciuta da tutta la comunità scientifica. Eppure è stato necessario un movimento di decine di milioni di giovani per denunciarla agli occhi del mondo.

Ma qual è la causa vera e di fondo della devastazione ambientale? Ci raccontano che sono i consumi individuali sbagliati e gli stili di vita inappropriati. Come a dire che le responsabilità sono di ognuno, e dunque la società non c'entra. Ipocriti! È vero l'opposto. Alla base di tutto sta proprio un'organizzazione della società e dell'economia che mette il profitto sopra ogni cosa, e che subordina a sé ogni individuo. La dittatura del profitto: questo è ciò che distrugge gli ecosistemi del pianeta.

È la dittatura del profitto che ha sospinto le energie fossili, che ha posto al centro il binomio tra auto e petrolio, che ha marginalizzato le energie rinnovabili. È la dittatura del profitto che intossica gli alimenti coi pesticidi, che impoverisce i suoli col supersfruttamento, che trasforma in discariche i mari e i fiumi. E questa dittatura del profitto non è un effetto spiacevole di politiche sbagliate, che si può correggere con qualche riforma. È il pilastro su cui si regge l'intera organizzazione della società. Un'organizzazione che si chiama capitalismo. Senza la messa in discussione del capitalismo, in ogni paese e su scala mondiale, non vi sarà la riconciliazione tra specie umana e natura.

Questa riconciliazione è non solo necessaria ma possibile. Il potenziale tecnico delle energie rinnovabili (sole, vento, acqua) consentirebbe di coprire per oltre 10 volte i bisogni energetici dell'umanità. Una riconversione ecologica dell'economia mondiale creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile. Ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell'economia. Una riorganizzazione ecosocialista: nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.

In ogni paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi di questi miliardari. Basti pensare che l'ENI incassa ogni anno in Italia ben 16 miliardi di sussidi pubblici per continuare a inquinare. Soldi versati indistintamente da vecchi e nuovi governi. Soldi presi da salari, pensioni, sanità, istruzione. Soldi sottratti (anche) alle bonifiche ambientali, al trasporto pubblico su ferro, al riassetto idrogeologico del territorio. Per non parlare dei 70-80 miliardi versati ogni anno alle banche per pagare gli interessi sui titoli di Stato e gonfiare il portafoglio dei loro grandi azionisti. Gli stessi che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende inquinanti.

Occorre fare piazza pulita di tutto questo. Il movimento studentesco che si è levato il 15 marzo ha potenzialità enormi. Altri vogliono dirottarlo su falsi binari, magari elettorali. Noi vogliamo invece portare al suo interno un progetto anticapitalista, unendo attorno ad esso tutti coloro che lo condividono.
Partito Comunista dei Lavoratori