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La vertenza ex Ilva in un passaggio cruciale

 


Per la difesa di tutti i posti di lavoro! Blocco generale dei licenziamenti! Per la nazionalizzazione integrale della ex Ilva, sotto il controllo degli operai, a garanzia del loro lavoro e della loro salute!

Partito Comunista dei Lavoratori

Sugli operai dell’Ilva continua a gravare un infinito gioco del cerino. Da decenni. Senza che nessun attore di questa partita voglia prendersi le proprie responsabilità.

I gruppi capitalistici che si sono succeduti ai vertici dell’azienda dopo la sua privatizzazione si sono occupati, com’è naturale, di massimizzare i profitti. Prima i Riva, poi Arcelor Mittal, ora chissà. I governi borghesi di ogni colore hanno assicurato i gruppi capitalistici acquirenti. Le cordate politiche dominanti sul piano nazionale e locale hanno mirato a raggranellare il consenso elettorale necessario per tenersi in piedi e riprodursi, in accordo coi padroni dell’Ilva e coi governi: contrapponendo per lo più la salute al lavoro (o il lavoro alla salute), come se gli operai dovessero scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Il risultato è che il risanamento ambientale è stato mancato, e il diritto al lavoro di ventimila operai, tra azienda e indotto, è finito sotto sequestro. Un disastro.

Ora la Corte d’Appello di Milano, su esposto di un’associazione di cittadini, ha decretato la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto per l’inosservanza delle tutele ambientali, a meno di atti riparativi.

Ma nessuno dei grandi gruppi capitalistici che hanno mostrato interesse all’acquisto vuole farsi carico degli investimenti necessari a tutelare insieme salute e lavoro. L’indiana Jindal prenderebbe tutto a un costo irrisorio, area a caldo inclusa, per massimizzare l’affare col minimo impegno. La cordata dei capitalisti italiani punta esclusivamente alla cosiddetta area a freddo, con forni elettrici e preridotto, mirando a sottrarsi a ogni contenzioso giudiziario. Ma significherebbe un pesante abbattimento dei posti di lavoro, in azienda e nel relativo indotto, oltre che un abbandono della produzione d’acciaio da altoforno, l’unica rimasta in Italia. Con ricadute a cascata sull’intero ciclo integrato dell’acciaio, e dunque su tutti gli stabilimenti.

C’è peraltro chi ritiene possibile riconvertire la produzione a caldo con forni elettrici, come nel caso di Andrea Colli, professore di Storia dell’industria alla Bocconi (La Repubblica, 9 settembre). Semplicemente, a suo dire, la riconversione sarebbe «costosa, con tempi che eccedono i cicli della politica». Il superesperto di siderurgia professor Carlo Malpelli mette nero su bianco tempi necessari e cifre: «come minimo 4 o 5 anni, considerate anche bonifiche e demolizioni, e investimenti da 2,5 a 5,5 miliardi. Una mole che nessun investitore privato è in grado di sostenere». (La Repubblica, 5 agosto).

Detto in soldoni, significa che né i capitalisti né i loro governi sono disponibili a caricarsi i costi dell’operazione. Questa verità non ha radici nella tecnologia, ma nelle regole del capitale. Cioè nelle regole del profitto. Oggi la siderurgia mondiale soffre di una gigantesca sovrapproduzione, per via soprattutto dell’espansione cinese. Tutti i grandi gruppi siderurgici competono tra loro per abbattere i costi, in posti di lavoro come in tutele ambientali. Il paradosso è che nel resto d’Europa il livello di tutele ambientali nella produzione d’acciaio da altoforno è più basso che a Taranto, non più alto. A rigore, se chiude Taranto dovrebbero chiudere tutti. Sperare tanto più oggi nei capitalisti buoni, “sociali” ed “ecologici”, significa credere alle favole.

L’unica soluzione nell’interesse dei lavoratori dell’ex Ilva passa per la immediata nazionalizzazione integrale dell’azienda, sotto il controllo dei lavoratori stessi, quale premessa di una sua riconversione attraverso gli investimenti pubblici necessari, a garanzia di lavoro e salute. Con la salvaguardia, nel tempo della transizione, di tutti i posti di lavoro a stipendio pieno. E con la successiva ripartizione della produzione siderurgica fra tutti i lavoratori del settore attraverso una riduzione d’orario a parità di paga.

Si dirà che “sono costi insostenibili per le finanze pubbliche”. Niente affatto. Sono costi sicuramente inferiori alla mole di miliardi pubblici versata per decenni ai padroni privati della siderurgia. Sicuramente inferiori a quelli previsti dai grandi piani di riarmo. Sicuramente inferiori al costo dell’enorme debito pubblico (in Italia, di soli interessi, cento miliardi l’anno) versati nel portafoglio delle banche, delle assicurazioni, dei grandi fondi finanziari che hanno comprato i titoli di Stato. Un indebitamento, peraltro, cresciuto in misura proporzionale alla progressiva detassazione dei redditi da capitale (a partire da Ires).

Si obietterà che i vincoli dell’Unione Europea dei capitalismi continentali privilegiano il risanamento finanziario a garanzia dei capitalisti creditori piuttosto che gli investimenti pubblici nella riconversione produttiva dell’acciaio. Verissimo. Ma ciò significa semplicemente che le regole del capitalismo tricolore ed europeo sono incompatibili con gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici. L’avevamo capito da tempo. È ora di portare questa verità nella coscienza dei lavoratori e delle lavoratrici. Nessuna subordinazione alle regole del capitale!

La prima necessità è far emergere la rivendicazione della nazionalizzazione integrale della ex Ilva e dell’intera produzione di acciaio quale unica vera soluzione della crisi siderurgica dal punto di vista degli interessi dei lavoratori. Basta con i passaggi di proprietà da capitalista a capitalista, da pescecane a pescecane, con gli operai che ogni volta ne pagano il prezzo. Basta con lo Stato che si fa comitato d’affari degli interessi privati, socializzando le perdite e garantendo i profitti. È ora di voltare pagina. L’intera produzione siderurgica sia nazionalizzata, senza indennizzo per i grandi azionisti, sotto il controllo degli operai. Tutti i sindacati che dicono di rappresentare gli operai dovrebbero battersi unitariamente per tale rivendicazione. E soprattutto dovrebbero sostenerla con la forza di massa di una mobilitazione vera. Non il classico presidio rituale di testimonianza. Ma un’azione radicale e prolungata capace di incidere realmente sui rapporti di forza ponendo un tema di ordine pubblico alle autorità di governo.

Quando i lavoratori di Genova un anno fa fermarono la produzione a Cornigliano bloccando la città per sette giorni costrinsero il governo a più miti consigli. Il punto è che non si può procedere in ordine sparso, stabilimento per stabilimento, magari nella illusione, o nella speranza, di scampare allo spezzatino aziendale a scapito dei lavoratori di altri siti. La prima necessità è quella dell’unità tra i lavoratori di tutti gli stabilimenti ex Ilva e dell’indotto. Il blocco generale dei licenziamenti, nell’azienda e nell’indotto, è il primo e più urgente obiettivo unitario. Occorre una lotta unitaria che si ponga all’altezza di questo obiettivo.

Quando anni fa gli operai della GKN occuparono la fabbrica contro i licenziamenti e istituirono una cassa di resistenza indicarono l’unica risposta possibile che si ponesse all’altezza dello scontro. Se le direzioni sindacali avessero generalizzato questo livello di risposta in tutte le vertenze esposte ai processi di ristrutturazione, non ci troveremmo nella situazione attuale di atomizzazione e dispersione delle lotte. La crisi dell’ex Ilva ripropone su un piano diverso la stessa esigenza. Certo, fra gli operai, soprattutto a Taranto, serpeggia oggi delusione e disorientamento, frutto anche di una direzione sindacale inconcludente e rassegnata. Quasi che ormai l’unico negoziato possibile fosse sul salvagente degli ammortizzatori. Ma un cambio di direzione della lotta, una piattaforma unificante per tutti gli stabilimenti, una forma d’azione dirompente potrebbe innescare una ripresa di fiducia e di motivazione. E in ogni caso persino sul terreno difensivo, persino in una logica di riduzione del danno, i risultati migliori possono venire solo dalla radicalizzazione della lotta, dalla modifica sul campo dei rapporti di forza. Non dalle passerelle istituzionali.

Il governo a guida postfascista ha celebrato in Puglia i fasti dei suoi quattro anni, con l’unica preoccupazione dei fischi operai. Meloni e D’Urso vogliono disinnescare in silenzio la “bomba sociale” di Taranto per timore che esploda loro in mano in prossimità delle elezioni politiche. È una ragione in più per realizzare una svolta unitaria e radicale della mobilitazione. L’unica di cui il governo ha paura. L’unica che può strappare un risultato.

La vicenda Whirlpool ad un passaggio decisivo

La lotta di resistenza dei lavoratori e delle lavoratrici Whirlpool merita il più ampio sostegno e solidarietà. La lotta è splendida, con un ruolo molto attivo delle operaie. Come in tante pagine di storia, affiorano in questa lotta prolungata risorse insospettabili che spesso sorprendono gli stessi protagonisti. Al tempo stesso proprio la durezza dello scontro pone l'esigenza di una riflessione su sbocchi e prospettive della lotta in corso, e sul ruolo di tutti i soggetti protagonisti.


IL PROGETTO DI CESSIONE DELLO STABILIMENTO DI NAPOLI 

La vicenda Whirlpool è legata alla crisi di sovrapproduzione che investe il settore degli elettrodomestici. L'azienda vuole scaricare sugli operai gli oneri di questa crisi. Un anno fa lo fece con l'azienda Embraco, oggi riprova con lo stabilimento di Napoli. Le rassicurazioni della Whirlpool sul fatto che “non vuole chiudere” lo stabilimento di Napoli sono state presentate da Di Maio e in parte degli stessi sindacati come un passo avanti positivo. In realtà sono solo rassicurazioni patacca. La Whirlpool non aveva mai parlato neanche in precedenza di “chiusura” dello stabilimento, ma della sua cessione a un nuovo acquirente. Questo intento non viene affatto revocato, ma semmai confermato. Cosa significhi per gli operai una cessione dello stabilimento non è difficile immaginarlo. Come in ogni passaggio di proprietà, significa una riduzione pesante dei posti di lavoro e il peggioramento delle condizioni di chi al lavoro resta. Non vi è eccezione al riguardo, dall'Alitalia alla vicenda Ilva. Ogni volta un macello per i salariati.


LUIGI DI MAIO, MENTITORE SERIALE 

Ora il punto è che la cessione dello stabilimento napoletano di Whirlpool non è affatto un'ipotesi eventuale, ma un negoziato già aperto, nel silenzio cinico e complice di Luigi Di Maio e del governo.

La verità è ormai emersa. Il 13 aprile scorso la Whirlpool informava il ministero del lavoro, dunque Di Maio, sul fatto che intendeva cedere lo stabilimento. Il ministro non ha informato né i lavoratori, né – pare – i sindacati, perché non voleva turbative in campagna elettorale, in particolare nel suo feudo campano. In compenso lo stesso ministro già in aprile ha attivato Invitalia, l'azienda pubblica interessata ai passaggi di proprietà, perché cercasse un acquirente possibile dello stabilimento Whirlpool, nell'interesse di Whirlpool. E l'acquirente eventuale è stato trovato: la cordata di Italcementi, guidata dall'amministratore delegato Giovanni Battista Ferrario. La notizia, non smentita, è stata fornita da un informatissimo Corriere della Sera (13/6). Ed è una notizia clamorosa. Sta a significare che lo sdegno esibito da Di Maio, a urne chiuse, contro la minaccia della Whirlpool è stata solo una recita ipocrita. Il ministro non solo ha nascosto per mesi agli operai e (forse) ai sindacati le intenzioni dell'azienda, ma ha lavorato in silenzio con Whirlpool per la cessione dello stabilimento. La minaccia della revoca di pochi milioni di fondi pubblici, a uso di telecamere, non deve ingannare. Whirlpool è un'azienda con quasi cinque miliardi di fatturato, e si era impegnata nell'ottobre scorso a investire 250 milioni nella produzione. I pochi milioni di fondi revocati sono dunque irrilevanti, e sono messi preventivamente sul conto dell'operazione da parte dell'azienda.


NAZIONALIZZAZIONE, UNICA SOLUZIONE 

Il vero problema ora è quale risposta dei lavoratori. Tra gli operai e le operaie della fabbrica c'è grande combattività e una generosità straordinaria, unite ad alcune illusioni. Le illusioni in Di Maio da parte di un vasto settore degli operai Whirlpool è reale ed anche comprensibile. Si crede spesso in ciò che si spera, tanto più in un contesto drammatico. Ma la speranza nel Ministro del lavoro è mal riposta. Ne sanno qualcosa gli operai dell'Ilva, cui Di Maio aveva venduto tra gli applausi un accordo “storico” rivelatosi, come avevamo previsto, una clamorosa truffa.
Ora questa truffa non deve ripetersi alla Whirlpool. C'è un solo modo per evitarla: rifiutare di negoziare sul terreno posto dal padrone, con la complicità del governo. Perché ogni negoziato su quel piano inclinato porta alla divisione dei lavoratori e alla loro sconfitta.

Lo stabilimento Whirlpool di Napoli non va né chiuso né ceduto. La sovrapproduzione non va scaricata sugli operai. C'è meno lavoro perché i mercati sono saturi? Vorrà dire che il lavoro che c'è va ripartito tra tutti i lavoratori attraverso una riduzione dell'orario a parità di paga. La Whirlpool dichiara che questa soluzione è inaccettabile perché lede i profitti e non tiene conto del mercato? Vorrà dire che l'azienda va nazionalizzata sotto il controllo dei lavoratori. Se la proprietà dei padroni nega le esigenze degli operai, non si mettono in discussione gli operai ma la proprietà. E la nazionalizzazione va rivendicata senza indennizzo per i grandi azionisti. La Whirlpool l'indennizzo se l'è già preso con anni di sfruttamento e di regalie pubbliche. Il suo esproprio è solo la restituzione del maltolto. Altro che l'innocuo buffetto della revoca di pochi milioni a una azienda che fa miliardi!

C'è un solo modo, a sua volta, per aprire questa prospettiva: occupare lo stabilimento da parte dei lavoratori e delle lavoratrici. È l'unica via per capovolgere i rapporti di forza, e solo la forza può strappare risultati. Non solo: l'occupazione degli stabilimenti Whirlpool diventerebbe un riferimento esemplare per i lavoratori e le lavoratrici di centinaia di aziende in lotta a difesa del lavoro. È esattamente ciò che temono padroni e governo. Anzi, è l'unica cosa che realmente temono.

Durante la manifestazione di Napoli, in occasione dello sciopero generale dei metalmeccanici, si sono levati dallo spezzone compatto dei lavoratori Whirlpool slogan, canti, parole d'ordine tra loro molto diverse. Tra questi a un certo punto il grido ritmato di “potere operaio”. È significativo che in una lotta dura riemergano, controcorrente, parole d'ordine antiche. Non riflettono (purtroppo) una coscienza politica corrispondente, ma confermano che in ogni sciopero vero c'è una fiammella di rivoluzione, come diceva Lenin. Alimentare questa fiammella, portarla alla soglia della coscienza, è il compito dell'avanguardia.

Questo è l'intervento che il Partito Comunista dei Lavoratori ha portato e porterà tra i lavoratori e le lavoratrici della Whirlpool, nel quadro di una prospettiva anticapitalista.
Partito Comunista dei Lavoratori

CONTINUA LA REPRESSIONE PADRONALE: NON SI FERMERANNO LE LOTTE OPERAIE!


A seguito della lotta degli operai Stemi-Artoni e Astercoop per il miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e poi per il reintegro dopo un licenziamento politico di massa, continua la campagna di repressione della lotta operaia a Cesena, a grande richiesta di Artoni e Coop Adriatica.
Tre militanti del PCL a dicembre 2015 avevano ricevuto dei fogli di via e a marzo erano stati colpiti dalla solita persecuzione politica, sotto forma di denunce per la partecipazione alla lotta dei lavoratori Stemi-Artoni,ora archiviate.
A nemmeno un mese di distanza dal proscioglimento di lavoratori, sindacalisti e militanti solidali alla lotta dei lavoratori Stemi-Artoni per il reintegro sul posto di lavoro, a seguito dell’accusa di violenza privata e altri reati, tre giorni fa sono state recapitate altre due notifiche di citazione a giudizio per i picchetti dell’ottobre-novembre 2015. Ancora una volta, vengono colpiti dalla repressione giudiziaria i lavoratori, i loro rappresentanti sindacali e i militanti che hanno sostenuto in prima persona la loro lotta, i loro picchetti. Tra questi, alcuni militanti del PCL emiliano-romagnolo e diversi compagni del collettivo Studenti Rivoluzionari di Bologna.
Si tratta di un gravissimo atto di repressione e l’intento è chiaro: tagliare le gambe ai lavoratori, privarli del sostegno e della solidarietà di altri lavoratori, privarli della rappresentanza sindacale.
Non è la prima e non sarà l’ultima denuncia che colpirà i militanti del PCL: chi lotta per la rivoluzione sa di dover subire la repressione di chi comanda e di chi sfrutta, perché mina le basi di questa società governata da un pugno di industriali e banchieri.
Il PCL ribadisce il proprio impegno: non ci faremo intimidire dalla repressione dei capitalisti e saremo come sempre accanto agli operai in lotta a Cesena come in tutta Italia.
Partito Comunista dei Lavoratori – Emilia-Romagna