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È morto Hugo Blanco

 


Dirigente trotskista e leader dei contadini peruviani

Pochi giorni fa, il 25 giugno, è mancato all’età di 88 anni Hugo Blanco Galdes, dirigente trotskista peruviano e internazionale, e leader dei contadini indigeni nativi (quechua) del suo paese, di cui organizzò la resistenza armata contro le forze di repressione statali e dei latifondisti.


Blanco nacque nel novembre 1934 nella storica città di Cuzco. Benché di famiglia borghese e “bianca”, fin da ragazzo contrastò il regime sociale esistente e la sua oppressione degli indigeni.

A metà degli anni ‘50 si recò a La Plata in Argentina per studiare agraria in quella città. Fu lì che conobbe e aderì al movimento trotskista, raggiungendo l’organizzazione Palabra Obrera diretta da Nahuel Moreno (che aderiva al Comitato Internazionale della Quarta Internazionale, la corrente antirevisionista, che aveva il principale esponente nell’americano Jim Cannon, già membro dell’Esecutivo dell’Internazionale Comunista negli anni ’20). Come militante di tale organizzazione, entrò nel 1957 in una grande fabbrica, per impratichirsi nel lavoro sindacale.

Rientrò poi alla fine degli anni ‘50 in Perù, per contribuire allo sviluppo della sezione peruviana del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale, il Partito Operaio Rivoluzionario. Nella sua regione di Cuzco si recò nella zona della Valle de la Convencion, dove la massa dei contadini indigeni vivevano sottoposti ai latifondisti in condizioni di tipo feudale. Affittò un piccolo terreno per essere anche lui contadino, e si mise a organizzare sindacalmente i lavoratori.
Dal 1959 al 1962 modificò i rapporti di forza e la situazione, guidando occupazioni di terre ed espulsioni di latifondisti, e organizzando migliaia di contadini. Per sviluppare questa azione organizzò con i suoi compagni una milizia popolare armata. Questa organizzazione non aveva niente a che vedere con un gruppo guerrigliero. Come disse allora e in un’intervista ancora due anni fa, «io non sono mai stato un guerrigliero castrista». In tutta la sua azione si sentiva profumo di bolscevismo. Tutte le decisioni erano votate dalle assemblee, che nominano inoltre dal basso tutti i delegati e dirigenti. La zona della Valle del la Convencion era diventata, certo in piccolo, una specie di comune contadina di tipo sovietico.
Il governo peruviano non poteva permettere l’esistenza di tale situazione, tanto più che Hugo Blanco, oltre che segretario della confederazione contadina di tutta la regione di Cuzco, stava diventando un riferimento per i contadini a livello nazionale. Ci furono alcuni scontri della milizia contadina con la gendarmeria e altri incidenti. In questi vennero uccisi alcuni gendarmi. Blanco fu accusato dell’omicidio di uno di questi, arrestato, e condannato a morte.

Fu una grande campagna di mobilitazione, sia interna in Perù che internazionale (insieme alla paura delle conseguenze in Perù, da parte delle masse in primis contadine, dell’uccisione “legale” di Blanco), che permise che la condanna fosse mutata in venticinque anni di prigione. L'organizzazione che fu centrale nella campagna internazionale per Blanco fu il Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, cioè l’organizzazione nata dalla riunificazione, purtroppo opportunista, tra i revisionisti della frazione della vecchia Quarta Internazionale diretta da Mandel e Maitan, e la metà del vecchio Comitato Internazionale con Cannon e Moreno (il POR peruviano aveva seguito quest’ultimo) .

Nel 1968, proprio dopo la conclusione disastrosa dell'azione di Che Guevara in Bolivia, la maggioranza del Segretariato Unificato decise follemente di passare a una strategia di guerra di guerriglia in tutta l’America Latina. Informato in carcere di questa decisione, Blanco espresse il suo dissenso, ma non chiese di renderlo pubblico, perché isolato in carcere e perché credeva che fosse una posizione unanime dell’Internazionale.

Quando nel 1970 Blanco fu liberato, come vedremo, scoprì che quasi il 40% dell’Internazionale (tutti gli ex del Comitato Internazionale più alcuni altri) erano contrari alla svolta guerriglierista. Si lanciò quindi nella battaglia politica scrivendo diversi documenti e articoli, tra l’altro innervosito dal fatto che nessuno lo avesse chiaramente informato, come sarebbe stato possibile, della divisione dell’Internazionale.

Come abbiamo detto, Hugo Blanco era stato liberato anticipatamente. Questo derivava dal fatto che in Perù si era costituito un nuovo regime progressista. Alla fine del 1968 si era infatti realizzato un colpo di stato militare particolare. Un vasto settore di ufficiali di sinistra, capeggiati dal Generale Velasco Alvarado, aveva abbattuto il corrotto regime civile, costituendo un governo militare rivoluzionario in forma di dittatura bonapartista semitotalitaria, con un progetto parzialmente antimperialista e anticapitalista. Per fare un esempio moderno, il governo di Velasco aveva alcuni tratti comuni con quello di Chavez, però anche profonde differenze. La politica sociale chavista è stata sostanzialmente populista redistributiva, ma con pieno rispetto del capitalismo e degli stessi latifondisti; invece Velasco attuò un ampio piano di nazionalizzazione, a partire da quella del petrolio, estendendola ai settori principali dell'economia, come lo zucchero e la pesca. D’altro canto, mentre Chavez ha sempre mantenuto le forme della democrazia borghese (Chavez è sempre stato eletto), quella di Velasco era una dittatura che si basava sull’apparato militare, e non su un partito, come il PSUV chavista.

Anche sul terreno della riforma agraria il governo militare intervenne in maniera radicale espropriando i latifondisti e dividendo i latifondi tra i contadini, senza indennizzo ai proprietari (ma con i contadini costretti a pagare un indennizzo allo stato, che indebitò molti di loro rendendolo impossibile la modernizzazione delle loro proprietà).

Come detto, il governo militare liberò Blanco, che in carcere aveva scritto anche un libro sull'esperienza della lotta dei contadini di Cuzco. Anzi, Velasco gli propose di mettersi al suo servizio come esperto della questione contadina. Fedele alle sue posizioni conseguentemente trotskiste, Hugo Blanco rifiutò. Lottava per la rivoluzione socialista, e non per un regime bonapartista di capitalismo di stato.

Per ripicca, il governo “rivoluzionario”, con una decisione illegale, lo esiliò dal suo proprio paese. Così egli andò prima in Messico, poi in Cile. Erano gli anni del governo di fronte popolare di Salvador Allende. Militò lì con i compagni trotskisti locali, criticando anche tutte le mezze misure e i limiti del fronte popolare, che portarono alla tragica disfatta sua e del proletariato cileno. Al momento del golpe riuscì, come molti altri, a rifugiarsi in un'ambasciata, nel suo caso quella svedese, e come tutti i rifugiati, dopo alcuni mesi poté esiliarsi nel paese nella cui ambasciata si era rifugiato. In esilio in Svezia scrisse anche un volume sulla tragica esperienza cilena.

Nel frattempo in Perù, nel 1975, un golpe pacifico di settori militari moderati del governo “rivoluzionario” rovesciò Velasco. Il golpe fu certamente salutato, se non appoggiato direttamente, dall’imperialismo USA. Tuttavia permise il ritorno alla democrazia borghese. Blanco rientrò in Perù e fu tra i principali riferimenti del Fronte Operaio Contadino Studentesco e del Popolo (FOCEP), un blocco elettorale egemonizzato dalle forze trotskiste, con la presenza anche di altre organizzazioni, che prese il 12% alle elezioni dell’assemblea costituente, in cui Blanco fu il primo eletto per preferenze.
Per controbattere il ruolo dei trotskisti, nonostante le ingenuità unitarie dello stesso Blanco, che pensava in termini di fronte unitario per la rivoluzione piuttosto che di partito leninista che sconfiggesse le posizioni opportuniste, le componenti centriste del FOCEP e quelle, centriste e riformiste, rimaste esterne ad esso (il totale delle cinque liste di sinistra presentatesi fu del 29%, ma il FOCEP aveva il risultato migliore), compreso il Partito Comunista, lanciarono l’idea di un fronte elettorale di tutta la sinistra. Però il ruolo è l’immagine di Blanco è tale che quello che sembra il candidato unitario naturale per le presidenziali del 1980 è Hugo Blanco.
I mesi che precedono le elezioni vedono un susseguirsi di manovre, opportunismi e settarismi, che fanno sì che alla fine si presentino ben nove liste di sinistra. Blanco è quindi il candidato alla presidenza dei soli trotskisti. È il primo dei candidati di sinistra e il quarto fra tutti, ma con solo il 4% voti (l’insieme della sinistra scende dal 29% del 1978 al 17%). Però i trotskisti e il suo PRT (Partito Rivoluzionario dei Lavoratori) sono appunto il partito più forte elettoralmente (il PC stalinista continuava a dirigere la centrale sindacale operaia), con alcuni deputati e senatori. Avrebbe potuto costituire la futura direzione del proletariato e dei contadini poveri del Perù. Anche in riferimento a questo, tutte le forse maoiste, centriste, staliniste e riformiste si uniscono finalmente in una coalizione dal nome di Izquierda Unida (Sinistra Unita). Era chiaro che in un primo momento tale forza elettorale non poteva che attrarre l’attenzione della maggioranza delle masse di sinistra. Per cui alle elezioni comunali del 1983 IU ha un grande risultato, in particolare conquistando il sindaco di Lima, mentre il PRT, dalla struttura militante debole, ha risultati modesti. Era prevedibile. Si trattava di reagire stringendo i ranghi, denunciando i limiti riformisti di IU, proponendo un fronte unico su obbiettivi di mobilitazione classista e ribadendo, in primis a sé stessi, l’assoluta necessità di continuare controcorrente la lotta per la costruzione di un partito leninista.

È qui invece che Blanco commette il più grave e disastroso dei suoi errori, anche a causa del suo progressivo spostarsi, negli anni precedenti, verso le posizioni della maggioranza mandeliana del Segretariato Unificato. Va alla televisione nazionale, fa una piena autocritica per non essere stato in IU e dichiara per lui finita l'esperienza del PRT. Questi, di fronte a ciò, implode. Blanco con alcuni altri raggiunge Izquierda Unida, in forma non organizzata e senza ipotesi di battaglia politica programmatica. Ne sarà senatore per diversi anni, ma senza battaglia chiara contro il riformismo e il centrismo.

Nel 1990, il presidente populista di centro Fujimori realizza una specie di autogolpe con l’appoggio dell’esercito, che bonapartizza ulteriormente il regime. Blanco è minacciato di morte sia dai servizi segreti del regime che dai folli terroristi maoisti di Sendero Luminoso (Sentiero Luminoso). Deve quindi autoesiliarsi nuovamente, e va in Messico. Continua a dichiararsi trotskista, ma senza un rapporto organico con nessuna organizzazione.
Dopo la caduta di Fujimori nel 2000 rientra in Perù. Ormai la rottura col marxismo rivoluzionario reale e completa. Dopo le sconfitte subite, con l’incapacità di trovare risposte nel trotskismo realmente conseguente e anche di fronte al tracollo dell’Unione Sovietica, diventa, secondo la sua stessa definizione, ecosocialista. Rivendica ancora la sua tradizione trotskista, con cui non romperà formalmente mai, ma sostiene che la questione principale non è la rivoluzione proletaria, tantomeno la costruzione di partiti e di una Internazionale rivoluzionaria, ma, almeno per l’oggi, di un vasto fronte ecologista, certo anticapitalistico nella sua lotta, ma non classista e rivoluzionario. Dimentica così che senza la presa del potere come premessa dell’abolizione del modo di produzione capitalistico, non sarà mai possibile piegare quest’ultimo alle esigenze dell’umanità.

Benché molto vecchio, continua a sostenere energicamente le lotte contadine. Pubblica anche, con un vecchio militante trotskista, dirigente ancora oggi della UIT morenista, una rivista per il suo mondo (Lucha Indigena), e viene eletto presidente onorario del Sindacato Nazionale dei Contadini.

È morto in Svezia perché, all’inizio del 2020, vi si era recato per visitare sua figlia, che vive là. Bloccato dall’epidemia del Covid, quando avrebbe potuto rientrare in patria era ormai malato e ricoverato in ospedale, dove appunto si è spento il 25 giugno scorso.

Al di là di ogni aspetto politico, come chiunque lo ha conosciuto può testimoniare, e come la sua storia dimostra, Hugo Blanco era una persona di un carisma, una cortesia e un coraggio straordinari. Avrebbe potuto scegliere una vita se non ricca almeno comoda, e invece ha sempre voluto essere un proletario insieme agli altri proletari, per guidarli verso la lotta rivoluzionaria per la loro liberazione. Egli fu sempre un sostenitore, applicando i suoi principi, della democrazia operaia e contadina, non volendo mai che qualcuno si ritrovasse a “camminare obbedendo” (secondo lo slogan castro-guevarista), ma che tutti determinassero le proprie scelte sulla base dell’opinione della maggioranza di chi lottava.

Certo, dal punto di vista del marxismo rivoluzionario conseguente, egli rimane, a bilancio della sua vita, una figura contraddittoria. Ma resta che nei suoi anni giovanili e anche per un periodo più in là egli fu un militante e un dirigente degno del nome di trotskista. E del resto la responsabilità del suo abbandonare il trotskismo conseguente è anche di quegli epigoni di Trotsky che non hanno saputo difendere e sviluppare la Quarta Internazionale su basi conseguenti, e sono passati su posizioni revisioniste, opportuniste e, a volte, anche manovriere e settarie.

È per questo che Hugo Blanco rimane un esempio, insieme alla sua “non guerrilla” delle valli del Cuzco, del futuro della rivoluzione latinoamericana, che non sarà determinata dall’azione verticistica di un pugno di eroi, destinati alla inevitabile sconfitta, ma dalla ribellione di milioni di donne e uomini, proletari e oppressi, diretti democraticamente dai migliori di loro, come fu Hugo Blanco.

Addio Hugo. Il tuo nome vivrà nei secoli e nel futuro mondo socialista e umano che tu hai sognato.

FG

L’emergenza di un sistema fallito

 


Al momento in cui scriviamo l’emergenza è in pieno svolgimento. Tra le province di Forlì-Cesena e Ravenna i morti sembrano essere 8, oltre a diversi dispersi. Migliaia le persone evacuate, tra cui anche nostri compagni, a causa dell’esondazione del Savio e del Montone. In ampie zone manca la corrente e non funziona la rete di telefonia mobile. Nelle zone collinari molte frazioni sono isolate per frane e smottamenti.


Impossibile per ora quantificare i danni, le immagini che giungono dai canali di informazione sono sconfortanti, i soccorritori lavorano senza sosta. Questo è il copione già visto in tante altre regioni italiane che ora colpisce il nostro territorio.

I sindaci di ogni parte politica e colore indaffarati con il cellulare in mano, ministri che sorvolano il mosaico marrone di fango e tetti, chiacchiere a volontà sui social, di gente che si cerca e si informa, e si arrabbia. Gente che non sa da dove passare per andare al lavoro, perché il padrone la fabbrica non l’ha voluta chiudere. Nemmeno davanti a questo.

Adesso la priorità è evitare altri morti e prestare soccorso. Non possiamo che invitare lavoratori e lavoratrici a non uscire per andare a lavorare, a rifiutarsi di lavorare in condizioni di insicurezza, a proteggersi a ogni costo, che il portafoglio del padrone aumenta lo stesso tutti i giorni.

Per noi, questa ennesima tragedia non può essere vista in altro modo che un fallimento di un sistema, il sistema capitalistico.

Fino a poco tempo fa a Forlì il dibattito pubblico verteva su un paio di temi principali: da un lato di come fare per rendere la città un’attrazione turistica, dall’altro dell’ennesimo mega-mercato da costruire in zona periferica. Dell’ennesima cementificazione selvaggia. Di un ristorante sushi da trecento coperti, di un nuovo McDonald’s e di chissà quante altre mostruosità fra parcheggi, appartamenti e allegati vari, una operazione che vede alleati il mega-commercio, l’edilizia, la speculazione fondiaria e le banche, nell’estremo e disperato tentativo di moltiplicare i capitali da spartire.

La natura ci ricorda quanto il capitalismo sia miope. Non vede più in là del proprio profitto.

Gli alvei dei fiumi, gli argini e i fossi del territorio sono da tanto tempo carenti di manutenzione e controlli. Di prevenzione neanche l’ombra, o quando c’è è del tutto insufficiente. “Non ci sono i soldi” ci hanno sempre ripetuto gli amministratori di ogni parte politica e colore, e il personale degli enti preposti è insufficiente. Tanto per allargare il discorso, è drammatico notare che la parte del PNRR dedicata al risanamento ambientale è una presa in giro, più o meno come l’aumento dei salari di Renzi e Meloni.

Per i banchieri, i soldi devono rendere rapidamente.
Per i costruttori è più redditizio riversare nel terreno montagne di materie prime, invece di dedicarsi al governo del bene più prezioso e insostituibile, l’ambiente naturale.
Per i gruppi commerciali l’importante è vendere.
E per i politici, al loro servizio, l’importante e fare “sistema”, per rilanciare lo sviluppo dell’economia.

Cosa c’entra in tutto questo la maggior parte della popolazione? Coloro che vivono del proprio lavoro e che non sono responsabili di questa catastrofe? Niente! Mettendo un segno su una scheda ogni tanto non decidono nulla, ma i disastri li pagano loro.

I disastri li paghiamo noi.

Tra pochi giorni, quelli necessari per il lutto di facciata, torneremo a sorbirci la retorica della maschia unità contro le avversità di una natura matrigna, del “ce la faremo”, del “volemose bene”, della “Romagna che torna a essere terra di turismo” e le varie narrazioni che puntano a farci credere di essere tutti ugualmente vittime e ovviamente nessuno responsabile.

Invece i responsabili ci sono, hanno nomi e cognomi, ma soprattutto una professione. Quella degli sfruttatori: dei lavoratori, della natura, del territorio, delle risorse.

Quello che succede qui, in Romagna, ha un legame profondissimo con quello che succede in ogni altra parte del mondo, dove gli eventi meteorologici straordinari si susseguono alimentati da un cambiamento climatico fuori controllo.

Dal fango nello scantinato di casa, alla deforestazione amazzonica, una crisi globale non può che richiedere una soluzione globale, un rovesciamento radicale di un sistema che è il diretto mandante, esecutore e becchino di questa ennesima crisi.

Il capitalismo è fallito. E questo fatto non può più essere ignorato, per quanto vogliano farcelo credere da anni, con ogni sorta di menzogna. Solo una riorganizzazione ecosocialista della società può mettere gli interessi dei molti davanti a quelli dei (soliti) pochi, una rivoluzione che metta gli esseri viventi, umani e non, e l’ambiente davanti al profitto.

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione Romagna

Climate March. Guerra e catastrofe ambientale o rivoluzione

 


L'intervento del PCL

Sabato 10 settembre si è svolta al Lido di Venezia, in concomitanza con la giornata conclusiva della Mostra del Cinema, la Climate March, che ha visto la partecipazione di attivisti di vari movimenti ambientalisti provenienti da tutta Italia e non solo. La manifestazione si inseriva nel contesto del Climate Camp, organizzato presso lo stesso Lido di Venezia col traino dell’area disobbediente.

Il PCL ha preso parte alla marcia portando le proprie parole d’ordine per un ambientalismo anticapitalista, riassunte dallo slogan “socialism for future” che apriva il volantino diffuso. La lotta per la tutela dell’ambiente non può infatti prescindere da quella per il controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione e la pianificazione democratica dell’economia. Allo stesso modo, e per lo stesso motivo, non può prescindere dall’unificazione delle battaglie ecologiste con quelle sociali (ed in tal senso risultava senz’altro positiva la presenza di una nutrita delegazione di compagni della GKN, da lungo tempo impegnati in una dura vertenza per la difesa della loro fabbrica).

Da rilevare come anche in quest’occasione le istituzioni borghesi abbiano deciso di usare il loro apparato repressivo per impedire al corteo di raggiungere la zona del Palazzo del Cinema, bersagliando i manifestanti con idranti e cariche dei reparti antisommossa.



(Di seguito il testo del volantino elaborato dalla Commissione ambiente del PCL e diffuso nel corso della manifestazione)


SOCIALISM FOR FUTURE
Guerra, catastrofe ambientale o rivoluzione!


I capitalisti non possono risolvere la crisi ambientale. Essi devono sfruttare il lavoro, per competere con altri capitalisti e conquistare materie prime e nuovi mercati. E dunque, il capitalismo è una lotta fra bande che i governi fanno combattere ai popoli: nelle fabbriche insalubri, nel degrado delle metropoli, nelle campagne inquinate, nei paesi poveri saccheggiati dalle multinazionali. Le conseguenze sono emigrazioni e disoccupazione di massa, che favoriscono razzismo e nazionalismo, che a loro volta generano guerre.

La concorrenza nazionale e internazionale produce precarietà, abbatte salari e diritti, accrescendo la povertà globale; i massacranti ritmi di lavoro uccidono migliaia di lavoratori ogni anno. Le industrie capitaliste riversano enormi quantità di materiali tossici nell’aria, nell’acqua e nel suolo; producono montagne di rifiuti; stipano materiali pregiati in buche su tutto il pianeta, dove non potranno mai più essere recuperati, o li inceneriscono avvelenando l’aria.

È un sistema inefficiente e demenziale, che depreda le fonti della ricchezza fino all’esaurimento e non può tutelare la salute né dentro le fabbriche né fuori di esse. Ma i capitalisti, i governi e le istituzioni internazionali ignorano gli allarmi degli scienziati e dei movimenti. Anzi, dopo averci condotto vicino all’estinzione, dichiarano di voler attuare la transizione ecologica. È una truffa, la vera transizione ecologica dipende dalla rivoluzione contro il capitalismo.

La rivoluzione ecosocialista prevede che scienza e tecnologia siano messe a disposizione dell’umanità e non del profitto. La vera scienza ecologica considera le industrie come una serie di ecosistemi interconnessi ed interfacciati con l’ambiente globale; dove gli sprechi di energia e materie prime vengano ridotti al minimo.

Affinché ciò possa funzionare è necessaria una collaborazione globale fra le nazioni, un piano di interventi commisurato agli ecosistemi locali, la riorganizzazione dei commerci globali e una selezione qualitativa e quantitativa dei prodotti, cioè, una economia socialista pianificata. Siccome i capitalisti non accetterebbero mai di condividere le proprie ricchezze, si tratta, in fin dei conti, di una lotta fra proprietari dei mezzi di produzione e chi possiede solo il proprio lavoro; riguarda la sopravvivenza dell’intera umanità.

Globalizziamo le lotte contro la deforestazione, la cementificazione, l’industria del lusso e degli armamenti, l’agricoltura e l’allevamento intensivo, la distruzione degli ecosistemi ancora intatti e lo sfruttamento dei lavoratori. Per creare l’equilibrio fra umanità e natura rivendichiamo la nazionalizzazione delle industrie, sotto il controllo dei lavoratori e dei popoli. Per il futuro dei giovani creiamo un equilibrio fra umanità e natura.

Il capitalismo è un sistema decadente; il capitalismo ha fallito.
Uniamoci per realizzare l’ecosocialismo.

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Venezia

Unificare e generalizzare le lotte per l'ambiente!

Verso il 5 giugno, a un anno dagli scioperi mondiali per il clima

È passato più di un anno dal primo sciopero mondiale per il clima, e sono stati milioni gli studenti che sono scesi nelle piazze italiane e nel mondo. Sorge quindi la necessità di definire con chiarezza quale prospettiva dare alle mobilitazioni. È un’esigenza pratica e immediata.


NESSUNA FIDUCIA VERSO I GOVERNI DELLA BORGHESIA

Alle promesse dei politici non sono seguiti i fatti. In ogni Paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi dei veri responsabili della crisi climatica, ovvero i capitalisti. I politici non attuano le politiche ambientali necessarie. È un forse un caso? No, ma non è una questione di volontà dei gruppi dirigenti che ci governano, è invece la necessità del sistema di produzione capitalistico a richiedere una continuità irrazionale nelle scelte politiche, volte soltanto alla massimizzazione del profitto. Se in altri Paesi, nell’ambito parlamentare, si trova un maggior successo della “politica ambientale”, non dobbiamo avere nessuna illusione verso le concessioni pseudoambientaliste del capitale. Queste “svolte” politiche vengono costruite ad arte soltanto per disinnescare l’esplosività di un movimento di massa, e non colpiscono minimamente le fondamenta del sistema di produzione, la vera radice di tutti i problemi.


PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE E DI MASSA

La crisi sanitaria esplosa in questo periodo di epidemia dimostra come questo sistema sociale ed economico di organizzazione della società è fallito e non ha più nulla da dare alla maggioranza della popolazione. È giunto il momento di rovesciarlo in una prospettiva che possa rispondere alle esigenze della battaglia ambientalista ed alle rivendicazioni sociali del mondo del lavoro.
Una riconversione ecologica dell'economia creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile, ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell'economia. Una riorganizzazione ecosocialista, nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.
È urgente più che mai mobilitare il movimento operaio, il solo che, in alleanza con gli studenti, può dare una prospettiva concreta alla battaglia per l’ambiente, in un'ottica rivoluzionaria e anticapitalista.
Quindi bisogna unificare e sostenere le mobilitazioni, a partire dallo sciopero generale dell’istruzione del 5 giugno, promosso da ADL Cobas e sostenuto dal Coordinamento precari della scuola autoconvocati, e dalla mobilitazione nazionale del 6 giugno, promossa dall’appello “Facciamo pagare la crisi ai padroni e ai loro governi!”, nato dal patto unitario d'azione per un fronte anticapitalista, cui il nostro partito aderisce insieme a diversi soggetti politici e sindacali.


UNA PROSPETTIVA SOCIALISTA ANCHE PER L’AMBIENTE

Ora acquistano incredibile importanza le parole d’ordine come la nazionalizzazione, senza indennizzi alla proprietà, delle aziende che inquinano, della sanità e dell’industria farmaceutica e la loro immediata riconversione ecologica sotto il controllo dei lavoratori. Tuttavia, una prospettiva socialista non può limitarsi alla riconversione ecologica delle industrie e relativa cessazione delle tecnologie ad alto tasso entropico. Perché sarà necessario elaborare un bilancio energetico: ovvero un varo del piano energetico nazionale (calcolo dell’energia e della materia consumata in un anno, e bilancio preventivo) relativamente ai beni prodotti. È necessario programmare la quantità di energia utilizzabile per le nuove produzioni rivolte a rispondere ai bisogni reali della maggioranza della popolazione, e non a garantire i profitti di un pugno di capitalisti; definire un tasso programmato di entropia basato sull’impronta ecologica nazionale in rapporto con l’impronta ecologica mondiale.

I militanti del PCL sono impegnati nella costruzione di un partito, in Italia e nel mondo, che lotti per elevare la coscienza politica delle masse alla comprensione della necessità dell’alternativa anticapitalistica e del socialismo. Una società in cui l’umanità possa finalmente prendersi cura della salute propria e del mondo intero.
Lotta con noi!
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione ambiente

Il capitalismo uccide la natura. L'alternativa o è anticapitalista o non è

Il futuro dell'umanità è in pericolo.
La temperatura del pianeta continua a crescere, l'aria che si respira è sempre più contaminata, i ghiacciai si sciolgono, cresce il livello degli oceani, si estinguono molte specie viventi, si estendono insieme siccità e inondazioni. Nove milioni di persone nel mondo muoiono ogni anno per l'inquinamento.

Non sono dati “di parte”, ma una verità riconosciuta da tutta la comunità scientifica. Eppure è stato necessario un movimento di decine di milioni di giovani per denunciarla agli occhi del mondo.

Ma qual è la causa vera e di fondo della devastazione ambientale? Ci raccontano che sono i consumi individuali sbagliati e gli stili di vita inappropriati. Come a dire che le responsabilità sono di ognuno, e dunque la società non c'entra. Ipocriti! È vero l'opposto. Alla base di tutto sta proprio un'organizzazione della società e dell'economia che mette il profitto sopra ogni cosa, e che subordina a sé ogni individuo. La dittatura del profitto: questo è ciò che distrugge gli ecosistemi del pianeta.

È la dittatura del profitto che ha sospinto le energie fossili, che ha posto al centro il binomio tra auto e petrolio, che ha marginalizzato le energie rinnovabili. È la dittatura del profitto che intossica gli alimenti coi pesticidi, che impoverisce i suoli col supersfruttamento, che trasforma in discariche i mari e i fiumi. E questa dittatura del profitto non è un effetto spiacevole di politiche sbagliate, che si può correggere con qualche riforma. È il pilastro su cui si regge l'intera organizzazione della società. Un'organizzazione che si chiama capitalismo. Senza la messa in discussione del capitalismo, in ogni paese e su scala mondiale, non vi sarà la riconciliazione tra specie umana e natura.

Questa riconciliazione è non solo necessaria ma possibile. Il potenziale tecnico delle energie rinnovabili (sole, vento, acqua) consentirebbe di coprire per oltre 10 volte i bisogni energetici dell'umanità. Una riconversione ecologica dell'economia mondiale creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile. Ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell'economia. Una riorganizzazione ecosocialista: nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.

In ogni paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi di questi miliardari. Basti pensare che l'ENI incassa ogni anno in Italia ben 16 miliardi di sussidi pubblici per continuare a inquinare. Soldi versati indistintamente da vecchi e nuovi governi. Soldi presi da salari, pensioni, sanità, istruzione. Soldi sottratti (anche) alle bonifiche ambientali, al trasporto pubblico su ferro, al riassetto idrogeologico del territorio. Per non parlare dei 70-80 miliardi versati ogni anno alle banche per pagare gli interessi sui titoli di Stato e gonfiare il portafoglio dei loro grandi azionisti. Gli stessi che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende inquinanti.

Occorre fare piazza pulita di tutto questo. Il movimento studentesco che si è levato il 15 marzo ha potenzialità enormi. Altri vogliono dirottarlo su falsi binari, magari elettorali. Noi vogliamo invece portare al suo interno un progetto anticapitalista, unendo attorno ad esso tutti coloro che lo condividono.
Partito Comunista dei Lavoratori