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Per una Palestina libera, laica e socialista

 


In un Medio Oriente socialista

26 Ottobre 2023

Testo del Volantino che distribuiremo Sabato 28, a Roma, alla manifestazione.


Non c’è soluzione della questione palestinese senza la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista.

In queste ore si susseguono i bombardamenti sulla popolazione civile di Gaza. Non vengono risparmiati luoghi di culto, scuole ed ospedali, dove cercano un disperato rifugio soprattutto bambini e donne. Un massacro. Ma forse l’aspetto ancora più disumano è l’assedio totale, di stampo medievale, dichiarato dal governo israeliano ad un territorio in cui vivono oltre due milioni di persone. Centinaia di migliaia sono i cittadini costretti a scappare di casa per non fare più ritorno. È una nuova catastrofe per il popolo palestinese, una nuova Nakba, paragonabile a quella del 1948.

Innanzitutto, è necessario fermare questo genocidio. Il popolo palestinese sia a Gaza che in Cisgiordania sta resistendo. Lo sta facendo da anni, sia con le mobilitazioni di piazza che con le armi. Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Opposizione Trotskista Internazionale (OTI) (https://ito-oti.org/), è incondizionatamente al fianco di questa resistenza, seguendo la tradizione sempre propria del trotskismo, che nel 1948 fu l’unica corrente del movimento operaio internazionale che si pronunciò contro la nascita dello Stato di Israele, mentre tutte le altre, in particolare gli stalinisti, sostennero apertamente lo Stato coloniale sionista contro il popolo arabo.


Lo Stato d’Israele si fa forte del sostegno delle potenze “democratiche” d’Occidente. Un sostegno politico, economico, militare. Lo stesso sostegno che già viene offerto alla prossima annunciata invasione di terra. Lo stesso sostegno di cui Israele ha goduto nei 75 anni di occupazione della Palestina.

“Lo Stato d’Israele non si tocca”. Questa è la sintesi della diplomazia mondiale, ma anche della pubblica informazione. Noi abbiamo denunciato da sempre la natura reazionaria di Hamas e le sue azioni contro i civili. Ma un conto è criticare Hamas dentro il campo della resistenza palestinese, un altro è usare cinicamente l’azione di Hamas per coprire i crimini del sionismo contro i palestinesi e la loro resistenza. L’assimilazione di antisionismo e antisemitismo è assunta come clava nel dibattito pubblico, come forma di intimidazione verso il sostegno alla Palestina, come scudo protettivo dei crimini d’Israele.

“Due popoli, due Stati” dicono i benpensanti, ma dove dovrebbe situarsi uno Stato palestinese a fianco dell’intoccabile Israele? Basta porre questa domanda elementare per diradare la nuvola di fumo. Oggi la Cisgiordania è occupata da settecentomila coloni israeliani armati che, impuniti e protetti dalle truppe, organizzano spedizioni squadristiche contro i contadini palestinesi. Gaza è sotto un assedio genocida. Dunque, chiediamo ancora: dove dovrebbe situarsi un fantomatico Stato palestinese rispettoso dello Stato d’Israele? In quale sgabuzzino dovrebbe rassegnarsi a vivere?


Solo una Palestina libera dal sionismo, una Palestina laica, una Palestina socialista, può realizzare l’autodeterminazione del popolo palestinese
, a cominciare dal diritto al ritorno di milioni di palestinesi cacciati dalla propria terra fin dal 1948. Solo questa Palestina, riconoscendo i diritti nazionali della minoranza ebraica, può consentire la pacifica convivenza di arabi ed ebrei.

Le grandi mobilitazioni delle masse arabe in questi giorni, in Algeria, in Egitto, in Tunisia, e soprattutto in Giordania e in Iraq, ci dicono che la grande maggioranza della popolazione araba supporta la lotta palestinese come una propria ragione di liberazione e di riscatto. Sviluppare ed estendere la ribellione araba a fianco del popolo palestinese, guadagnarla ad una prospettiva antimperialista e antisionista, è il compito dei marxisti rivoluzionari palestinesi e arabi. Estendere al massimo la mobilitazione al fianco del popolo palestinese a livello mondiale è il compito urgente dei marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

• Per la fine dell’assedio e del massacro di Gaza
• Al fianco della resistenza palestinese
• Per la liberazione della Palestina e la distruzione rivoluzionaria dello Stato di Israele
• Per una Palestina libera, laica e socialista nell’ambito di una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione italiana della Opposizione Trotskista Internazionale (OTI)

Meloni, un anno dopo

 


C'è bisogno di una lotta vera

22 Settembre 2023

Testo del volantino nazionale del PCL

È passato un anno da quando è nato il governo Meloni. Parlano i fatti.
I salari delle lavoratrici e dei lavoratori, privati e pubblici, hanno continuato la loro discesa, come in nessun altro paese d’Europa.
Il caro prezzi sul carrello della spesa è trainato dall’aumento dei profitti, gli stessi che il governo vuole ulteriormente detassare.
Le accise sulla benzina, che Meloni aveva promesso di “cancellare”, sono state integralmente ripristinate dal governo stesso.
I mutui variabili hanno conosciuto una impennata a tutto beneficio delle banche che hanno fatto utili record (altro che microtassa sugli extraprofitti da 0,1%).
Aumentano ovunque gli omicidi sul lavoro, grazie a un precariato dilagante e alla liberalizzazione degli appalti che Meloni ha esteso.
Il sistema sanitario è a pezzi, con liste d’attesa infinite, mentre la sanità privata che il governo protegge fa affari d’oro in Borsa.
Le uniche spese in crescita sono quelle per gli armamenti e per pagare il debito pubblico alle banche e alle compagnie di assicurazione. Come con tutti i governi precedenti, nessuno escluso.

Meloni vanta “l’attenzione ai redditi medio bassi”. Quanta ipocrisia! La principale misura del governo è stata la cancellazione del reddito di cittadinanza, cioè il diritto di sopravvivenza dei disoccupati, in funzione dell’abbassamento dei salari. Il rifiuto scandaloso di ogni forma di salario minimo completa il quadro. Per di più, con l’“autonomia differenziata”, vogliono indirizzare verso i padroni del Nord le risorse sottratte alla popolazione più povera del paese. Altro che destra... “sociale”.

Meloni vuole rivendere per la prossima legge di stabilità la “riduzione del cuneo fiscale”. Ma è uno specchietto per le allodole. Chi paga i contributi tagliati? I lavoratori e le lavoratrici, o attraverso il fisco, o attraverso il debito pubblico, o attraverso i tagli ai servizi. I padroni, e i loro profitti, non versano un euro. Per questo il capo di Confindustria è così entusiasta dell’operazione. Tutela semplicemente gli interessi dei capitalisti.

È necessario allora che la classe lavoratrice tuteli i propri interessi. Lavoratrici e lavoratori francesi, inglesi, tedeschi, americani sono scesi ripetutamente in lotta nell’ultimo anno per rivendicare i propri diritti sociali e forti aumenti salariali. Occorre imitare il loro esempio. Occorre una lotta vera, unitaria, radicale, di massa che ponga al centro dello scenario politico le ragioni di chi lavora.

• Per un forte aumento salariale di almeno 300 euro netti per tutti i lavoratori e le lavoratrici
• Per la reintroduzione della scala mobile dei salari
• Per un salario minimo intercategoriale di almeno 12 euro l’ora
• Per un reddito dignitoso ai disoccupati
• Per la cancellazione di tutte le misure di precarizzazione del lavoro e della attuale legislazione sugli appalti
• Per il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori sulle condizioni del lavoro, e la decuplicazione di ispettori e ispezioni
• Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40
• Per una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco, che possa finanziare il raddoppio della spesa sanitaria, un vasto piano di assunzioni nei servizi, un forte investimento in risanamento ambientale ed energie rinnovabili
• Per la cancellazione del debito pubblico alle banche e l’abbattimento delle spese militari


Occorre far emergere in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i sindacati di classe, questa piattaforma generale unificante. L’ora delle chiacchiere è finita. Per un anno intero le burocrazie dirigenti del sindacato hanno garantito a governo e padroni la pace sociale, limitandosi a critiche innocue.
Adesso basta. Non è sufficiente una pur positiva manifestazione a Roma, come non lo sarebbe uno sciopero generale pro forma del tutto simbolico come abbiamo visto in passato. È necessario preparare uno sciopero generale vero, a carattere prolungato, su una piattaforma generale di rivendicazioni che le lavoratrici e i lavoratori possano sentire come propria. Un'assemblea nazionale di delegate e delegati eletti può varare questa piattaforma.

Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori potrà realizzare una svolta vera. Che è anticapitalistica o non è. C’è bisogno di un partito della classe lavoratrice che lotti per questa svolta. Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte ogni giorno per costruirlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro tutti i partiti borghesi

 


Manca una voce indipendente della classe lavoratrice

11 Settembre 2022

Volantino del PCL sulle elezioni politiche del 25 settembre

Il Partito Comunista dei Lavoratori non sostiene alcun partito o lista per le elezioni politiche del 25 settembre. Denuncia le condizioni particolarmente antidemocratiche e vessatorie, in fatto di raccolta firme in pieno agosto, che hanno precluso la nostra partecipazione (con l’eccezione della Liguria al Senato). Denuncia una scelta di calendario elettorale dettata esclusivamente dalla volontà di predisporre in tempi brevi il nuovo governo del capitale finanziario.

Siamo contro i partiti e schieramenti borghesi che si contendono il governo della stessa classe. Quella classe capitalista che insieme o in alternanza hanno tutti servito negli anni e nei decenni.

Siamo contro una destra reazionaria, oggi guidata dagli eredi in doppiopetto dell’estrema destra italiana, che vuole l’ulteriore detassazione dei ricchi a carico dei salariati e dei servizi sociali, l’inasprimento delle misure forcaiole contro gli immigrati, una nuova restrizione dei diritti democratici, il più libero saccheggio dell’ambiente, una riforma istituzionale che rafforzi il potere esecutivo in senso plebiscitario (presidenzialismo). Una destra legata ai sovranismi nazionalisti più reazionari d’Europa (Polonia, Ungheria, Russia), e che al tempo stesso cerca di ingraziarsi la benevolenza del capitale finanziario per ottenere semaforo verde. Come in passato. Come quando Giorgia Meloni votò da ministra di Berlusconi 8 miliardi di tagli alla scuola pubblica e poi la legge Fornero di Monti per pagare il debito pubblico alla banche.

Siamo contro il centro liberal-borghese, nelle sue diverse espressioni. Dal nuovo polo Renzi-Calenda che impugna la bandiera di Draghi, al Partito Democratico di Letta che candida Carlo Cottarelli a garanzia del grande capitale italiano ed europeo. Il PD è stato il principale partito dell’establishment e dell’attacco ai diritti sociali (precarietà, privatizzazioni, tagli sociali). La sua pretesa di fare da baluardo “democratico” è truffaldina. Il PD sostiene l’aumento massiccio delle spese militari in piena convergenza con la destra, le leggi elettorali maggioritarie che oggi consentono alla destra di ambire alla maggioranza assoluta del Parlamento senza avere la maggioranza assoluta dei voti, la difesa dei grandi monopoli energetici. Il PD ha arato sempre il terreno della destra, ingrassando le sue fortune.

Siamo contro il Movimento 5 Stelle, smascherato da una legislatura che l’ha visto governare con tutti i partiti padronali con un ruolo di massima responsabilità. I governi Conte hanno varato e gestito i famigerati decreti Salvini contro gli immigrati e i diritti di lotta di lavoratrici e lavoratori, l’aumento netto delle spese militari, la pura manutenzione dello sfascio della sanità pubblica negli anni drammatici della pandemia, subordinandosi per di più alle ingiunzioni padronali contro misure essenziali di sicurezza sanitaria (come in occasione della mancata zona rossa in Val Brembana). La pretesa del M5S di sopravvivere al proprio crollo, intestandosi la rappresentanza di istanze sociali, dimostra solo la sua natura truffaldina.

Non è presente purtroppo una alternativa di classe a sinistra. La sinistra cosiddetta radicale si è compromessa più volte in questi trent'anni nei governi padronali votando austerità e sacrifici. E oggi nessuno dei suoi partiti si è posto con chiarezza dalla parte della classe lavoratrice. Sinistra Italiana ha scelto la subordinazione al PD. Il PC di Rizzo ha completato il suo corso politico rossobruno facendo blocco con forze reazionarie. Unione Popolare dell’ex sindaco De Magistris ha inseguito (invano) l’alleanza col M5S sulla base di una impostazione “democratico-progressista” estranea a una matrice di classe riconoscibile. Il PCI esprime una impostazione subalterna verso la Russia di Putin e presenta come “paese socialista” l’imperialismo cinese.

In questo quadro non avanziamo, neppure criticamente, indicazioni di voto a sinistra. Non certo a Sinistra Italiana, arruolata dal PD come sua ruota di scorta. Ma nemmeno a Unione Popolare o, là dove è presente, al PCI. Vi sono alcuni settori d’avanguardia che possono cercare illusoriamente nel voto a Unione Popolare una forma di opposizione ai partiti dominanti. Non siamo indifferenti alle loro illusioni. Ma Unione Popolare è l’ennesima riedizione di una lista civica in cui la sinistra di classe si disperde e si annulla. Per di più in questo caso sotto l’egida dell’impronta di chi (De Magistris) cerca di costruire il “proprio” partito personale su una impostazione esplicitamente interclassista, e con il coinvolgimento di chi come Paolo Ferrero, da ministro del governo Prodi, votò la detassazione dei profitti e le missioni militari, e già sostenne il primo governo Prodi che fece il blocco navale contro i migranti albanesi.
La nostra scelta dunque è l’astensione. Invitiamo in ogni caso a non votare per liste di Unione Popolare ove capeggiate da De Magistris e i suoi sodali piccolo-borghesi o dall’ex ministro Ferrero.

Al di là del voto vogliamo porre ai lavoratori e alle lavoratrici, a partire dalla loro avanguardia, la questione decisiva: quella della costruzione di un partito della classe lavoratrice, autonomo da tutti i partiti borghesi, contrapposto al capitalismo e al suo Stato, che si batta in ogni lotta e su ogni terreno per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il partito che oggi manca, l’unico di cui la classe operaia ha bisogno. Avremmo voluto dar battaglia per la costruzione di questo partito anche sul terreno elettorale, presentandoci ovunque, come in passato, come Partito Comunista dei Lavoratori. Ma le norme particolarmente truffaldine che imponevano di raccogliere in pochi giorni d’agosto una montagna di firme autenticate hanno precluso questa possibilità, consentendoci la presentazione solo in Liguria, al Senato.

Il PCL porterà avanti in ogni caso la propria proposta anticapitalista. Le elezioni passano, la lotta di classe resta. Il prossimo autunno porterà con sé nuovi fronti di battaglia contro le classi dominanti e il loro governo, chiunque sarà il vincitore delle urne. L’esigenza del più ampio fronte unitario di lotta di tutte le organizzazioni della classe lavoratrice, politiche, sindacali, associative, sarà riproposta da ogni versante. Il nostro partito sarà in prima fila, come sempre, nel sostenerla.

- Per il blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari
- Per la requisizione immediata e integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici
- Per un forte aumento salariale di 300 euro netti e la reintroduzione della scala mobile dei salari
- Per un salario minimo di 12 euro all’ora, 1500 euro netti mensili
- Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco da investire in sanità, scuola, risanamento ambientale, energie rinnovabili, rete idrica
- Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore a parità di paga
- Per il blocco dei licenziamenti e la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano
- Per la cancellazione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti
- Per l’abbattimento delle spese militari, contro ogni guerra imperialista


Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzare compiutamente queste misure di svolta. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà strappare cammin facendo risultati parziali. Costruire controcorrente la coscienza di questa verità è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.




(per scaricare il volantino: https://www.pclavoratori.it/cms_utilities/download.php?id_bin=6419)

Partito Comunista dei Lavoratori

Né Russia né NATO. Contro tutti gli imperialismi

 


Per una difesa popolare dell’Ucraina dall’imperialismo russo. Per un’Ucraina socialista e indipendente, come voluta da Lenin (e maledetta da Putin)

esto del volantino del PCL sulla guerra in Ucraina. In fondo alla pagina il volantino allegato.


Lo scontro tra NATO e Russia in Ucraina vede contrapposti interessi imperialistici. L’attacco russo all’Ucraina è contro i diritti del popolo ucraino e contro gli interessi dei lavoratori russi.

L’attacco di Putin all’Ucraina esprime la politica di potenza di un imperialismo sorretto da oligarchi capitalisti arricchitisi sulle spoglie dell’URSS. Lo scopo è trarre vantaggio dal declino dell’imperialismo USA e dal suo scontro con l’imperialismo cinese per allargare la propria area d’influenza. Lo fa ovunque. Nel Mediterraneo affacciandosi in Libia, in Medio Oriente a sostegno di Assad, in Africa (Mali) con tanto di milizie ed affari. Lo fa in Centro Asia schiacciando nel sangue la ribellione degli operai kazaki. Lo fa in Europa a tutela del regime reazionario di Lukashenko, e ora con l’attacco all’Ucraina.

L’obiettivo l’ha dichiarato lo stesso Putin: ricostruire la “Grande Madre Russia”, contro il diritto di autodeterminazione dell’Ucraina “voluto da Lenin e dai bolscevichi”. È la linea grande russa dell’Impero zarista. Per questa stessa ragione da comunisti rivendichiamo il diritto di autodeterminazione dell’Ucraina contro l’imperialismo russo. Lo stesso che in Russia taglia le pensioni per finanziare il proprio militarismo.

Ma il diritto di autodeterminazione dell’Ucraina non può certo essere garantito dalla NATO e dagli imperialismi d’Occidente. Le loro parole su “democrazia e giustizia” fanno solo ribrezzo. Hanno foraggiato guerre coloniali. Sostengono i peggiori regimi del Medio Oriente, dall’Egitto all’Arabia Saudita, allo Stato d’Israele. Appoggiano i regimi reazionari dell’America Latina, a partire da quello brasiliano. E in Europa hanno passato gli ultimi 30 anni dopo il crollo dell’URSS ad espandere i confini della NATO, a gonfiare i bilanci militari, a tagliare le spese sociali. Oggi appoggiano il governo reazionario dell’Ucraina, spostano truppe, varano sanzioni contro la Russia, al solo scopo di difendere la propria zona d’influenza e la propria quota del bottino. Altro che difesa della “legalità internazionale”! L’unica legge che conoscono è quella della rapina. Non riconosciamo agli imperialismi d’occidente alcun “diritto”. Per questo siamo contrari ad ogni intervento militare o sanzione occidentale contro la Russia. Il nemico principale è in casa nostra.

Il diritto di indipendenza e autodifesa del popolo ucraino può essere affermato solo contro l’imperialismo russo, contro la NATO, in totale autonomia dal governo reazionario ucraino. La nostra difesa dell’Ucraina contro l’imperialismo russo muove da un’angolazione indipendente. Solo la classe lavoratrice ucraina può affermare i diritti della nazione ucraina. Solo un’Ucraina socialista può realizzare una vera indipendenza e assicurare il diritto di autodeterminazione delle stesse popolazioni del Donbass. Solo la prospettiva di una rivoluzione socialista internazionale può liberare l’umanità dalle guerre.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dei fascisti dalla CGIL!

 


Per l'autodifesa delle lavoratrici e dei lavoratori dalla violenza fascista e reazionaria. Per una svolta radicale della politica del sindacato

15 Ottobre 2021

Testo del volantino per la manifestazione del 16 ottobre

Questo è il volantino che il PCL distribuirà domani alla manifestazione antifascista convocata da CGIL, CISL e UIL dopo i fatti di sabato scorso. Parteciperemo alla manifestazione con le nostre bandiere, un nostro striscione, le nostre parole d'ordine; contro i fascisti ma da un'angolazione di classe indipendente. In solidarietà con la CGIL contro l'attacco fascista, ma senza un grammo di sconto alla sua burocrazia dirigente, alla sua politica, alle sue enormi responsabilità di fronte ai lavoratori e alle lavoratrici.


L’attacco fascista alla sede nazionale della CGIL è un atto infame. I fascisti non attaccano una politica sindacale ma il sindacato in quanto tale, ossia il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a una propria organizzazione, a tutela degli interessi della propria classe. È la natura stessa del fascismo, che si distingue da ogni altra espressione reazionaria proprio perché mira alla distruzione di tutte le organizzazioni del movimento operaio. Oggi le organizzazioni fasciste usano il movimento reazionario No vax e No green pass come proprio terreno di pascolo, di reclutamento, di organizzazione. L’attacco fascista del 9 ottobre è frutto di questa miscela.

Contro le organizzazioni fasciste è necessaria un’azione indipendente del movimento operaio. Affidarsi allo Stato è un'illusione, come dimostra l’intera esperienza del dopoguerra. Le leggi antifasciste già ci sono ma non hanno portato a risultati, o perché non vengono applicate o perché non producono effetti concreti. Lo scioglimento di Ordine Nuovo (1973), di Avanguardia Nazionale (1976), del Fronte Nazionale (2000) non ha cancellato la presenza dei fascisti, che si sono riorganizzati ogni volta in altre forme e sotto altre sigle. Ed oggi Fratelli d’Italia e la Lega provano addirittura a far leva sulla proposta di scioglimento di Forza Nuova per invocare misure liberticide contro le organizzazioni comuniste, sventolando la squallida mozione del Parlamento Europeo che equipara nazismo e comunismo.

La violenza reazionaria non è solo quella delle organizzazioni fasciste, che ha la sua specificità. È anche quella delle squadre di picchiatori assoldati dalle aziende contro i picchetti di lavoratrici e lavoratori in sciopero, nella logistica, alla FedEx, alla Texprint. Una violenza incoraggiata dalle leggi contro gli immigrati, dalla tolleranza degli abusi padronali, dalla copertura dello Stato. I decreti Salvini e la criminalizzazione delle forme di resistenza sociale (picchetti, blocchi stradali, etc.) ha moltiplicato i casi di repressione aziendale, poliziesca, giudiziaria contro le lotte operaie.

Tutto questo va contrastato e respinto. Contro le organizzazioni fasciste e ogni forma di violenza reazionaria le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a difendersi, a difendere le proprie Camere del lavoro, le proprie pratiche di lotta, i propri spazi, le proprie conquiste. La cultura dell’autodifesa appartiene alla storia migliore del movimento operaio. Se i fascisti vogliono riproporre azioni squadriste da anni ’20, allora le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a rispondere: presidiando le Camere del lavoro, organizzando la difesa dei picchetti, opponendo alla forza reazionaria la propria forza organizzata. Lo stesso vale contro le azioni squadriste di picchiatori o crumiri.

Parallelamente va rivendicata la cancellazione dei decreti Salvini, sia nella parte che criminalizza i migranti sia in quella che attacca i diritti di lotta del movimento operaio. Come va respinta la pretesa del governo Draghi e del Ministro degli Interni Lamorgese di restringere ulteriormente i diritti di manifestazione prendendo a pretesto l’aggressione fascista di sabato scorso. Far leva sulle azioni fasciste per restringere la libertà di manifestare è un'operazione inaccettabile che la CGIL ha il dovere di contrastare.

In realtà è tutta la politica sindacale a essere chiamata a un cambio di rotta. Come siamo intransigenti nel difendere la CGIL dalle minacce fasciste, così vogliamo essere netti nel giudicare la linea del suo apparato dirigente, che consideriamo disastrosa, sindacalmente e politicamente. Da anni e decenni si insegue la concertazione con il padronato e i suoi governi, cioè la trattativa sulla piattaforma della controparte. Prima sulla scala mobile; poi sulla precarizzazione del lavoro, le privatizzazioni, i tagli sociali; poi ancora sulle pensioni, con le ridicole tre ore di sciopero contro la Legge Fornero, che hanno regalato a Salvini milioni di voti operai; infine, persino sui licenziamenti, concedendo a padroni e governo lo sblocco in cambio di un “avviso comune” che è solo una truffa. Parallelamente si sono abbandonate a loro stesse centinaia di vertenze per la difesa del lavoro, senza dar loro una indicazione unificante né in fatto di rivendicazioni né in fatto di forme di lotta e di organizzazione.

Il risultato di tutto questo è uno solo: i padroni si sono rafforzati, la precarietà del lavoro è dilagata, e le morti sul lavoro ne sono una misura agghiacciante. Ma soprattutto è arretrata la coscienza delle masse. Milioni di lavoratrici e lavoratori, sentitisi senza tutela, hanno cercato a destra quello che non trovavano a sinistra, finendo con l’essere dirottati contro falsi bersagli: ieri contro i migranti e oggi magari contro i vaccini. Lo stesso movimento No vax e No green pass catalizza, su basi reazionarie, diversi motivi di malcontento. Lo spazio dei fascisti è figlio di questo clima.

La direzione della CGIL non può chiamarsi fuori da questo bilancio. In quanto direzione del più grande sindacato di massa, ne porta per intero la responsabilità. Eppure, vediamo che persevera come se nulla fosse accaduto. Persino i fatti di sabato scorso sembrano diventare una leva di accreditamento presso il governo Draghi, nel segno dell’abbraccio tra Draghi e Landini. Un abbraccio che non è solamente uno scatto d’immagine ma la cornice simbolica di una politica, una politica di unità nazionale con il governo del capitale finanziario. Lo stesso che liberalizza i licenziamenti, peggiora il reddito di cittadinanza, abbassa la tassazione delle rendite finanziarie, cancella persino l’elemosina di Quota 100, destina alla sanità pubblica l’ultima voce di spesa tagliando per di più l’IRAP che la finanzia. Continuare a sostenere di fatto questo governo, come fa Landini, significa disarmare le lavoratrici e i lavoratori, e alimentare anche nelle loro file gli umori peggiori.

Occorre allora un’altra direzione del sindacato e della CGIL. Occorre un sindacato che unifichi le vertenze del lavoro, che costruisca una cassa nazionale di resistenza, che dica che le lavoratrici e i lavoratori debbono occupare le aziende che licenziano, come hanno fatto in GKN, e che rivendichi la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Occorre un sindacato che si batta per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro e per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40. Occorre un sindacato che chieda il raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e da una patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco. Un sindacato che recuperi insomma la propria autonomia dai padroni e dal governo, e per questo possa unire le lavoratrici e i lavoratori in un vero sciopero generale.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte in CGIL e in ogni sindacato classista per questa svolta generale di indirizzo. Per restituire il sindacato a lavoratrici e lavoratori. Per unirli in una lotta comune, al di là di ogni diversa appartenenza sindacale. Per ricondurre ogni loro lotta alla prospettiva di un loro governo. Un governo anticapitalista, basato sulla forza e l’autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori. L’unico governo che possa cambiare davvero le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il nostro 1° Maggio: costruire il partito della rivoluzione

 


Testo del volantino che distribuiremo nelle piazze domani.

30 Aprile 2021

La pandemia che da oltre un anno attraversa il mondo ha messo a nudo la realtà del capitalismo. Tutto ciò che è avvenuto lo chiama in causa. I passaggi di specie (spillover) alla base dell’epidemia sono l’effetto delle deforestazioni. Morti e sofferenze sono stati moltiplicati dalla distruzione dei sistemi sanitari per pagare il debito pubblico alle banche. Il blocco della ricerca scientifica sui coronavirus dopo la fine della Sars (2003) è stato determinato dalla privatizzazione della ricerca, e dal conseguente disimpegno delle case farmaceutiche. Oggi sono i colossi farmaceutici, ingrassati dalle risorse pubbliche, a tenere in pugno la vaccinazione di interi continenti, anche grazie ai contratti segreti stipulati con gli Stati e alla scandalosa proprietà dei brevetti. A sua volta l’esclusione dalla vaccinazione stessa di una parte larga dell’umanità è un fattore di aggravamento del contagio.

La crisi economica mondiale innescata dalla pandemia, più profonda e più estesa della crisi del 2008, si è abbattuta sulla classe operaia come una valanga. Centinaia di milioni di nuovi disoccupati. Incremento dei tassi di sfruttamento. Moltiplicazione del precariato. Legislazioni sociali d’eccezione e abusi padronali dilaganti. Mentre gli Stati borghesi hanno riempito le tasche degli azionisti con nuove elargizioni di risorse pubbliche, e un nuovo massiccio indebitamento pubblico. Un debito che verrà scaricato sui salariati nei prossimi anni con ulteriori misure di austerità e sacrifici.

Non si tratta solamente della miseria sociale. Il capitalismo sta aggredendo la natura come mai era avvenuto in tutta la storia dell’umanità. Gli accordi tra Stati per la riconversione energetica sono costruiti sulla sabbia. Dove domina il profitto, non può regnare il rispetto della natura. I colossi che investono sulle fonti rinnovabili sono gli stessi che continuano a lucrare su petrolio e carbone. I biocarburanti concorrono alla desertificazione di territori immensi con le monocolture invasive impiantate per la loro produzione. Le batterie per l’auto elettrica sospingono il saccheggio di cobalto e litio nel cuore dell’Africa con effetti ambientali devastanti. Il paese al mondo che investe di più nel fotovoltaico è anche il paese più inquinato al mondo, la Cina. Altro che accordi di Kyoto o Parigi, peraltro già irrisi o disdetti! Altro che appelli alla buona coscienza degli individui o dei capi di Stato!

La grande crisi spinge le potenze imperialiste, vecchie e nuove, a disputarsi mercati e zone di influenza. La competizione tra USA e Cina in particolare è la battaglia per l’egemonia sul pianeta nel nuovo secolo. La pandemia l’ha acuita e approfondita. I mari del Pacifico, l’Asia, l’Africa, la stessa America Latina sono il teatro di uno scontro senza risparmio di colpi. Il primato nelle nuove tecnologie è la nuova frontiera di questo scontro. Le guerre commerciali, i protezionismi, i nazionalismi, ne sono effetto e strumento. La grande corsa agli armamenti accompagna la nuova stagione. Saltano i vecchi accordi sugli equilibri nucleari tra USA e Russia. La Cina persegue il pareggiamento militare con gli USA. Il Giappone si riarma. Aumentano i bilanci militari nella stessa Unione Europea. La prospettiva storica di nuovi conflitti sia locali che su vasta scala rientra fra gli scenari possibili.

L’Europa capitalista è stretta nella morsa tra USA e Cina. La competizione globale ha spinto gli imperialismi europei (Germania, Francia, Italia, Spagna e Gran Bretagna) a realizzare una concentrazione dei propri sforzi per partecipare alla contesa mondiale. Il ricorso per la prima volta all’indebitamento continentale (Recovery Plan) è un portato di questa scelta, sullo sfondo della pandemia. Ma il volume delle risorse impiegate è molto inferiore a quello dei poli imperialisti concorrenti, i tempi e processi della vaccinazione sono assai più lenti. Il divario con USA e Cina pertanto si accresce. Mentre proprio la polarizzazione tra USA e Cina acuisce i contrasti tra gli interessi nazionali in Europa. Tra l’interesse tedesco alla relazione economica con la Cina, la spinta atlantista di Draghi quale sponda a Biden, le ambizioni egemoniche della Francia.

I lavoratori e le lavoratrici d’Europa non hanno nulla da spartire con nessuno degli interessi in campo. Né con gli interessi dell’europeismo borghese, né con quelli del nazionalismo reazionario. Il governo di unità nazionale di Mario Draghi in Italia tra liberal borghesi e populisti reazionari dimostra una volta di più che l’unica vera alternativa è tra capitale e lavoro.

“Proletari di tutti i paesi, unitevi!” scriveva Marx nel Manifesto. È una parola d’ordine più attuale che mai. È l’unica parola d’ordine che può sancire l’autonomia dei lavoratori da tutti i loro avversari. È una parola d’ordine rivoluzionaria. Contro l’europeismo borghese, contro i sovranismi nazionalisti, per un’Europa socialista.

Il riformismo è un’illusione senza futuro. Le riforme furono possibili nei trent’anni “gloriosi” del dopoguerra grazie al boom della ricostruzione capitalista e all’esistenza dell’URSS. Quella stagione è morta da tempo e per sempre. L’epoca nuova che attraversa il mondo pone ovunque all’ordine del giorno la distruzione delle vecchie conquiste sociali e l’attacco ai vecchi diritti democratici. Tutto ciò che era stato conquistato viene messo in discussione. L’alternativa di prospettiva storica è quella tra rivoluzione e reazione. O il movimento operaio rovescia il capitalismo, o il capitalismo trascinerà le giovani generazioni verso un futuro di miseria, di crisi ambientali, di guerre.

È falso che la classe operaia non esiste più o non può più lottare. I salariati non sono mai stati così numerosi al mondo. È vero, si trovano da tempo sotto i colpi del capitalismo e della sua crisi. Soprattutto in Europa hanno subito rovesci e sconfitte. Ma il conflitto sociale segna diverse parti del mondo, dalle lotte economiche degli operai cinesi allo sciopero di 200 milioni di operai in India, sino alla grande mobilitazione dei giovani lavoratori americani e al loro nuovo interesse per le idee del socialismo. Nella stessa Europa, dove maggiore è la ritirata, molta brace cova sotto la cenere. Intanto il grande movimento delle donne su scala planetaria, il risveglio della giovane generazione contro l’inquinamento e le responsabilità del profitto, indicano gli alleati possibili della classe lavoratrice e di un progetto di rivoluzione.

Ciò che è spaventosamente arretrato non è la forza sociale ma la consapevolezza politica. Vi hanno contribuito in modo determinante le vecchie direzioni riformiste politiche e sindacali del movimento operaio. Prima lo stalinismo e la socialdemocrazia, che hanno distrutto il patrimonio rivoluzionario di un secolo fa. Poi il coinvolgimento delle direzioni riformiste nelle politiche di austerità degli ultimi decenni, dal sostegno ai Prodi alla capitolazione di Tsipras. Ciò che ha prodotto non solo l’arretramento delle condizioni di vita e di lavoro, ma la retrocessione ulteriore della coscienza di classe, e per questa via il suo disarmo di fronte alle suggestioni populiste e reazionarie.

Ricostruire una coscienza classista e rivoluzionaria è oggi il compito dell’avanguardia, in Italia, in Europa, nel mondo. È un lavoro difficile e controcorrente, ma è l’unica via.

È possibile condurlo se tutti coloro che condividono questo progetto unificano le proprie energie in una organizzazione, in un partito rivoluzionario d’avanguardia che in ogni lotta e in ogni movimento porti la coscienza e il programma della rivoluzione sociale.

Un partito organizzato su scala nazionale e internazionale.

La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) e la sua lotta per la rifondazione della internazionale rivoluzionaria vanno ostinatamente in questa direzione. Unisciti a noi!

Partito Comunista dei Lavoratori