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Primo maggio, per un'alternativa anticapitalista e socialista

 


1 Maggio 2025

Testo del volantino del PCL per le manifestazioni del Primo maggio

La nuova direzione dell'imperialismo USA punta ad una spartizione del mondo fra grandi potenze (USA, Russia, Cina), offrendo all'imperialismo russo un ruolo negoziale su scala globale. Il suo obiettivo è separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese per contrastare l'ascesa di quest'ultimo. Gli imperialismi europei vengono scavalcati. Il ridimensionamento della presenza USA in Europa, il riconoscimento alla Russia del diritto ad ampliare la propria area di influenza nel vecchio continente, la rivendicazione di un controllo USA sull'intero continente “americano” (...esteso alla Groenlandia!), l'avvio di una guerra commerciale mirata principalmente contro la Cina sono tutti tasselli del “Fare di nuovo grande l'America”. È il tentativo americano di rimontare la propria crisi di egemonia.

Non sappiamo se la manovra di Trump avrà successo. Ma già ora osserviamo le sue ricadute sulla classe operaia e sui popoli oppressi.

Ogni imperialismo cerca di arruolare i salariati sotto la propria bandiera. Gli imperialismi europei - sgomitando tra loro- avviano una grande operazione di “riarmo” per prenotare un posto a tavola nella spartizione mondiale, a carico di sanità, istruzione, diritti sociali. Il protezionismo alzerà i prezzi ovunque a spese dei salari, mentre le delocalizzazioni in direzione degli USA colpiranno i posti di lavoro in Europa. Intanto negli USA decine di migliaia di salariati vengono licenziati dalla pubblica amministrazione, per ridurre le tasse sui capitalisti. Mentre le spese globali in armamenti superano i tremila miliardi: ogni imperialismo vuol sedersi al tavolo con la pistola in fondina ben carica. In una prospettiva storica è la corsa verso una guerra mondiale. Nessun imperialismo oggi la vuole. Ma tutti in forme diverse rischiano di concorrervi.

I popoli oppressi sono le prime vittime delle manovre imperialiste.
L'Ucraina, invasa tre anni fa dall'imperialismo russo, è oggi minacciata dalla nuova tenaglia russo americana. Tra una Russia che reclama il proprio bottino di annessioni, e gli USA che puntano alle risorse minerarie ucraine: si prepara una pace per procura. Quanto agli imperialismi europei si candidano a protettori militari di una futura pace imperialista.

La Palestina resta più che mai sotto le bombe dello Stato sionista, col concorso di tutti gli imperialismi. Trump ha dato carta bianca a Netanyahu nel massacro senza fine di Gaza e nel terrore sempre più brutale in Cisgiordania. Gli imperialismi europei, Italia inclusa, continuano a sostenere militarmente Israele. Quanto all''imperialismo russo non mette certo a rischio le sue relazioni con Trump per la Palestina, né peraltro ha mai rotto il proprio rapporto con Israele. Il progetto annessionista della Grande Israele si avvale di tutte queste complicità.

L'attuale scenario mondiale riassume il bilancio di trent'anni. Le classi dirigenti liberali che dopo il crollo del muro di Berlino avevano annunciato un futuro di pace e prosperità sono di fronte al proprio fallimento. La sinistra riformista internazionale, subordinandosi ciclicamente ai governi liberali ha concimato il terreno della propria disfatta. Le tendenze reazionarie capitalizzano la crisi congiunta di liberalismo borghese e riformismo, sia in America che in larga parte d’Europa.

In Italia i tre anni di governo Meloni riassumono, in forma particolare, lo scenario mondiale. Il suicidio della sinistra cosiddetta “radicale” tra le braccia di Prodi, alla vigilia della grande crisi capitalistica del 2008, ha spianato la strada all'onda lunga del populismo reazionario tra le stesse fila dei salariati. La subordinazione delle direzioni sindacali ai governi borghesi dell'ultimo decennio (Monti, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi) ha fatto il resto. Il risultato è che il 58% dei salariati in Italia si astiene dal voto, mentre il 39% dei salariati che votano sostengono Fratelli d'Italia. Un disastro. Ciò che oggi incoraggia il governo Meloni nella stretta repressiva contro lotte e diritti (Decreto 1660), nel perseguimento di una riforma istituzionale reazionaria (premierato e autonomia differenziata), nell'attacco ai diritti delle donne e di tutti i settori particolarmente oppressi.

Tanto più in questo quadro il PCL sostiene attivamente la campagna per cinque SI referendari alla abrogazione di leggi antioperaie ed antidemocratiche, a difesa del lavoro e dei diritti di cittadinanza. Ma è necessario combinare l'iniziativa referendaria con una svolta radicale sul terreno della lotta di classe. Una svolta che dia a milioni di lavoratori e lavoratrici una piattaforma generale di rivendicazioni unificanti in cui riconoscersi e una ritrovata fiducia nella propria forza. Per un aumento generale dei salari di almeno 400 euro netti, una riduzione dell'orario di lavoro a 30/32 ore pagate 40, la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, il raddoppio dell'investimento pubblico in Sanità, istruzione, lavoro, finanziato da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Solo una grande vertenza generale attorno a queste rivendicazioni può unificare il mondo del lavoro, ribaltare i rapporti di forza, riaprire dal basso lo scenario politico. In direzione di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici quale unica vera alternativa.

Più in generale non c'è via d'uscita dall'imbarbarimento del mondo fuori da una prospettiva anticapitalista e socialista. Il proletariato mondiale non è mai stato tanto forte nei numeri, con oltre due miliardi di salariati. Ma la sua coscienza ha subito un arretramento storico, per responsabilità delle sue direzioni. Ricostruire una coscienza anticapitalistica nel proletariato internazionale, è l'unica via per rilanciare la sua capacità di egemonia su tutte le lotte di liberazione. Ma per ricostruire la coscienza rivoluzionaria è necessaria l'azione organizzata di una avanguardia, in ogni paese e su scala mondiale. Di un partito rivoluzionario leninista.


NO AL RIARMO IMPERIALISTA E ALL'ECONOMIA DI GUERRA

PER I DIRITTI DI AUTODETERMINAZIONE DI TUTTI I POPOLI OPPRESSI, CONTRO TUTTI GLI IMPERIALISMI VECCHI E NUOVI.

NO AL COLONIALISMO SIONISTA E ALLA SUA BARBARIE.
PER UN SOSTEGNO INCONDIZIONATO ALLA RESISTENZA PALESTINESE.
PER LA CONVERGENZA TRA RESISTENZA PALESTINESE, RESISTENZA KURDA E RIVOLUZIONE ARABA.
PER UNA PALESTINA UNITA DAL FIUME AL MARE, DEMOCRATICA, LAICA, SOCIALISTA, IN UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE

NO ALLA SPARTIZIONE IMPERIALISTA DELL'UCRAINA.
PER IL RITIRO DELLE TRUPPE RUSSE DAI TERRITORI CONQUISTATI CON L'INVASIONE DEL 24 FEBBRAIO 22.
NO AL SACCHEGGIO DELLE RISORSE UCRAINE
PER UNA PACE SENZA ANNESSIONI.
PER L'AUTODETERMINAZIONE DEL DONBASS.

VIA IL GOVERNO DI GIORGIA MELONI, GOVERNO REAZIONARIO DI POLIZIA.
PER UNA SVOLTA DI LOTTA GENERALE CHE UNIFICHI LA CLASSE LAVORATRICE E ATTORNO AD ESSA TUTTI I SETTORI OPPRESSI DELLA SOCIETA'
PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI, UNICA VERA ALTERNATIVA.

SOCIALISMO O BARBARIE.

PER UNA INTERNAZIONALE RIVOLUZIONARIA DEL PROLETARIATO:
PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI!




(volantino allegato in fondo alla pagina)

Partito Comunista dei Lavoratori

Il decreto del primo maggio

 


Misure padronali e balbettio sindacale

Il "decreto del primo maggio" sottolinea una volta di più lo scarto tra la determinazione del governo e il balbettio delle burocrazie sindacali.

Il governo ha esteso innanzitutto l'uso dei contratti a termine, la forma più classica di lavoro precario, esattamente come chiede Confindustria. Il Sole 24 Ore non a caso esulta.
In secondo luogo ha smantellato, come annunciato, il vecchio reddito di cittadinanza, sostituendolo con una misura che limita pesantemente la platea interessata, l'importo erogato, la durata dell'importo. Con ciò ha accolto la richiesta pressante del padronato, che vuole eliminare ogni possibile intralcio, per quanto debole, ai salari da fame, e capitalizzare a proprio vantaggio quote ancor più ampie di spesa pubblica.
In terzo luogo ha realizzato il famoso taglio del cuneo fiscale, cioè il taglio dei contributi previdenziali, presentandolo come grande sostegno ai salari. Una truffa bella e buona, per la ragione più semplice: i contributi sono messo a carico del debito pubblico (scostamento di bilancio) e della fiscalità generale, cioè sostanzialmente a carico dei salariati “beneficiari”. In compenso si chiede ai “beneficiari” di non rivendicare aumenti salariali, per i quali infatti non è previsto un euro in relazione al rinnovo dei contratti pubblici. È la ragione per cui Confindustria plaude al taglio del cuneo fiscale, e anzi lo chiede ancor più consistente. Si tratta di una misura di protezione dei profitti, gli stessi profitti in forte crescita che stanno trainando l'aumento dei prezzi e falcidiando i salari.

Vi sarebbero dunque tutte le condizioni di una forte mobilitazione. Tanto più contro un governo a guida postfascista che non ha regalato alle burocrazie neppure la finzione di una trattativa, limitandosi alla pura comunicazione delle decisioni prese.
Ma i burocrati sindacali non vanno al di là di garbatissime parole di insoddisfazione per il trattamento subito, unite alla solita preghiera a futura memoria di un proprio riconoscimento di ruolo, mentre nel merito coprono l'operazione sul cuneo fiscale che li vede allineati a Confindustria, contro ogni vero aumento dei salari a carico dei profitti. Uno scenario di pace sociale che il quadro di mobilitazioni in Europa per forti aumenti salariali – come in Gran Bretagna e persino in Germania – rende ancor impressionante.

Non solo. Questa scandalosa passività delle burocrazie sindacali di casa nostra rischia di regalare al governo Meloni uno spazio d'immagine agli occhi di molti lavoratori. “I sindacati chiacchierano, noi aumentiamo le buste paga di chi lavora, scegliete voi con chi stare”, ha dichiarato la capa del governo a reti unificate. Una manovra propagandistica tanto più insidiosa perché combinandosi col taglio del reddito di cittadinanza mira a contrapporre i salariati ai disoccupati, quindi a dividere ancor di più il blocco delle classi subalterne.

Lo ribadiamo. La lotta per una vertenza unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, contro il padronato e il suo governo reazionario, è inseparabile dalla battaglia per un'altra direzione del movimento operaio e sindacale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Fedez e il Primo maggio

 


Quando i diritti civili non incontrano la lotta di classe

Il Primo maggio di quest’anno, nonostante la pandemia, è stato un importante momento di lotta, di mobilitazione e di confronto che ha visto scendere in piazza diverse migliaia di lavorator* unit* nella lotta in barba a differenze di etnia, di genere e di appartenenza politica e sindacale. Migliaia di persone scese in piazza per difendere i loro diritti, mettere in luce le contraddizioni dell’attuale gestione della pandemia, denunciare la colpevole inefficienza di un sistema sanitario martoriato da decenni di tagli, contrastare le manovre antioperaie del governo Draghi e denunciare la connivenza delle direzioni dei sindacati confederali rispetto a tale stato di cose.

Eppure la notizia che da giorni rimbalza su tutti i mezzi di comunicazione e sembra dividere l’arco parlamentare e anche il movimento stesso (LGBTQIA+ e non solo) riguarda il celebre "concertone" del Primo maggio. In particolare riguarda un intervento fatto dal rapper Fedez durante la sua esibizione su quel palco, vergognosamente perimetrato – come è stato notato – dalle insegne di ENI, sponsor dell’evento (a dire il vero, purtroppo, non per la prima volta).

Personalmente non crediamo sia necessario ricostruire qui la dinamica dei fatti (essa è ormai nota a quasi tutt* coloro che leggono i giornali, possiedono una televisione o hanno un profilo social). Non crediamo nemmeno sia necessario riportare il testo dell’intervento (rintracciabile un po’ ovunque anche per iscritto) o analizzarne il contenuto (esso sarebbe tutto sommato pienamente condivisibile). Sarebbe superfluo anche inserirsi all’interno della polemica sul timido ed impacciato tentativo di censura preventiva della RAI nei confronti dell’artista. Che la censura dei mezzi d’informazione esista e che la società borghese ne faccia ampio uso è noto ormai da secoli. Il fatto che molte persone se ne siano accorte soltanto pochi giorni fa può, al massimo, dare inizio ad alcune speculazioni, peraltro già trite, su quanto sia pervasiva l’illusione di libertà che caratterizza la nostra epoca.

Sarebbe abbastanza ridicolo anche dare ulteriore risalto al botta e risposta tra la Lega e il rapper, oppure denunciare l’incoerenza di Fedez sulla base dei testi delle sue canzoni (come fanno in molt* in questi ultimi giorni).

Altrettanto sciocco sarebbe insinuare – come fanno la UIL e alcune forze sedicenti comuniste – che un intervento sui diritti civili, a prescindere dal suo autore, sia “fuori contesto” perché il Primo maggio “si deve parlare solo di lavoro”. A parte che non si può ignorare il fatto che anche la maggioranza della popolazione LGBTQIA+, delle donne, delle minoranze etniche e religiose e delle altre soggettività discriminate da questo sistema rientrano a vario titolo nella classe lavoratrice, e che probabilmente il luogo di lavoro è uno dei luoghi dove più si fanno sentire le discriminazioni e la repressione delle differenze, comunque il Primo maggio – almeno per noi marxist* rivoluzionar* – è una giornata di lotta e di mobilitazione contro il capitalismo. E se – come abbiamo già sostenuto in altre occasioni – il capitalismo sta alla radice di tutte le diverse oppressioni, allora il Primo maggio è anche un’occasione in cui denunciare e lottare contro omo-lesbo-bi-transfobia, sessismo, razzismo, abilismo e ogni altra forma di oppressione. La lotta di classe, l’anticapitalismo e la rivoluzione sociale non sono chiostri riservati ai soli lavoratori (a questo punto il maschile plurale è d’obbligo), ma sono le strade maestre attraverso cui ogni sfruttat* e ogni oppress* può raggiungere finalmente la libertà, la dignità e i diritti di cui è stat* ingiustamente privat* fino a questo momento.

Tornando a quanto avvenuto, non stiamo parlando di un evento sorprendente. In fondo, ciò a cui abbiamo assistito è un copione già noto da oltre un secolo: un borghese rampante (in questo caso esponente di spicco dello star system nazionale) che indossa i panni del filantropo e coglie l’occasione per ergersi in maniera spettacolare a paladino dei “meno fortunati” e delle “minoranze”, guadagnando così nuovi consensi e ulteriore popolarità (operazione perfettamente riuscita, dobbiamo ammettere). Quanto egli creda in ciò che dice o fa non è particolarmente importante.

Molto più importante è analizzare come le sue parole siano state recepite dalla comunità LGBTQIA+ e, in generale, dalla cosiddetta sinistra. Molto più interessante è vedere come il dibattito pubblico sui diritti civili da alcuni giorni giri tutto attorno alle parole del signor Lucia.
Il fatto che un rapper commerciale e personaggio televisivo milionario (nonché testimonial ufficiale di Amazon Prime) venga osannato come fulgido esempio di artista engagé da tutto il variegato mondo del cosiddetto centrosinistra – dal PD a Sinistra Italiana, da Arcigay alla burocrazia CGIL passando per la cosiddetta stampa progressista e per il M5S, sempre più confuso e ambiguo sui diritti civili (tra uscite misogine e machiste di Grillo e posizioni contraddittorie interne con favorevoli e contrari al DDL Zan) – non è altro che l’ennesima dimostrazione della definitiva bancarotta del riformismo, privo ormai di qualsiasi riferimento politico e culturale credibile e completamente incapace di agire, anche solo formalmente, in favore de* sfruttat* e de* oppress* di queste società.

Quel centrosinistra, rappresentato in massima parte dal PD, che ogni giorno agisce contro la nostra classe rendendo sempre più precarie le nostre vite e sbriciolando un pezzo alla volta i nostri diritti in nome del profitto e del dominio della borghesia e delle sue organizzazioni.

Quel centrosinistra che ipocritamente tenta di nascondersi dietro al paravento dei diritti civili, salvo poi mostrare la propria vera natura anche in questo campo. Basti pensare al Decreto Minniti, alla mancata abolizione dei Decreti Salvini (che sono stati anzi potenziati in alcune delle loro funzioni repressive) o, per ritornare al tema principale, al DDL Cirinnà e al DDL Zan.

Due leggi fortemente insufficienti, dei meri atti formali privi di qualsivoglia forza effettiva. Il primo nasce già come compromesso, per espressa volontà dei suoi autori, e subisce poi una lunga serie di manomissioni (anche da parte dei suoi promotori) che rendono molto debole il risultato finale. Il secondo, non ancora approvato, è un testo di legge che si propone di contrastare l’omo-lesbo-bi-transfobia e la misoginia attraverso un quanto mai discutibile inasprimento delle pene in un’ottica che, senza troppe remore, ci sentiamo di definire securitaria. All’interno di un più ampio contesto, caratterizzato da una sempre più diffusa e capillare repressione di stato e di una sempre più intransigente cultura dell’ordine, tale manovra, malgrado i propositi nobili, mostra dei risvolti inquietanti ed esecrabili, in quanto si accompagna ad un inadeguato sistema di prevenzione delle discriminazioni e di formazione sul tema ulteriormente indebolito dal celebrato articolo 4 del DDL che garantisce il ‘pluralismo delle idee’ e la ‘libertà delle scelte’ (ironicamente significa che qualsiasi persona o organizzazione omofoba che non voglia istituire un lager o organizzare un pogrom è libera di continuare ad esporre le proprie posizioni pubblicamente e senza limitazione alcuna). Non possiamo negare che questa legge presenti anche alcuni aspetti positivi, quali, per esempio, il potenziamento dei centri contro le discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, il monitoraggio statistico nazionale delle discriminazioni e della violenza omo-lesbo-bi-transfobica, l’elaborazione di una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere e l’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia in data 17 maggio. Ma essi risultano pur sempre alquanto incerti e l’impianto generale della legge propende in ogni caso verso la semplice punizione dei reati e non verso l’eliminazione del problema (1).

D’altro canto sarebbe impossibile eliminare il problema senza individuarne ed eliminarne la causa, ovvero la criminale e marcescente struttura del capitalismo. Compito che ovviamente neanche * più sincer* de* riformist* sarebbe disposto ad assolvere. Figuriamoci che cosa può essere disposto a fare il gruppo parlamentare del PD.

Ed è questo il centro della questione. La comunità LGBTQIA+ non può continuare a pendere dalle labbra di questo centrosinistra ipocrita, non può continuare a credere nelle promesse e nelle fantomatiche conquiste del gradualismo riformista, non può continuare a fare affidamento sulle celebrità che fanno coming out o che si schierano “dalla parte giusta” (come Fedez), e non può continuare a tacciare chi non concorda con il metodo descritto pocanzi di essere divisiv*, estremista o perennemente scontent*. Continuando lungo questo vicolo cieco, l’unico risultato possibile è il perpetuarsi della nostra condizione di subalternità.

L’unica via praticabile resta il recupero della combattività che caratterizzava questo movimento alle origini, a partire dal recupero e dalla rivendicazione della nostra condizione di esseri “fuorinorma” e, in seguito, con la costruzione di un fronte ampio capace di convogliare tutte quelle forze, soggettività ed esperienze che in questo sistema si sentono sfruttate ed oppresse, scomode ed inascoltate, sole e indifese: lavorator*, migrant*, donne, precar*, persone discriminate sulla base del loro stato fisico o psicologico e ogni altro “dannat*” di questa Terra. Tutto questo deve avvenire chiaramente in un’ottica di rottura anticapitalista, antifascista, femminista, internazionalista e anticlericale.

Ovvero nell’ottica dell’instaurazione del socialismo e della conquista del potere da parte di tutt* coloro che il potere borghese ha oppresso e continua ad opprimere.




(1) Con quanto abbiamo detto riguardo al DDL Zan non intendiamo – come fanno altri soggetti politici – rigettare l’importanza di una legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia. Una legge di questo tipo è assolutamente necessaria, urgente, attesa e voluta dalla comunità LGBTQIA+. Semplicemente questa legge non è il DDL Zan (per quanto quest’ultimo possa rappresentare un minuscolo passo avanti rispetto al nulla esistente) per i motivi già citati.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Il nostro 1° Maggio: costruire il partito della rivoluzione

 


Testo del volantino che distribuiremo nelle piazze domani.

30 Aprile 2021

La pandemia che da oltre un anno attraversa il mondo ha messo a nudo la realtà del capitalismo. Tutto ciò che è avvenuto lo chiama in causa. I passaggi di specie (spillover) alla base dell’epidemia sono l’effetto delle deforestazioni. Morti e sofferenze sono stati moltiplicati dalla distruzione dei sistemi sanitari per pagare il debito pubblico alle banche. Il blocco della ricerca scientifica sui coronavirus dopo la fine della Sars (2003) è stato determinato dalla privatizzazione della ricerca, e dal conseguente disimpegno delle case farmaceutiche. Oggi sono i colossi farmaceutici, ingrassati dalle risorse pubbliche, a tenere in pugno la vaccinazione di interi continenti, anche grazie ai contratti segreti stipulati con gli Stati e alla scandalosa proprietà dei brevetti. A sua volta l’esclusione dalla vaccinazione stessa di una parte larga dell’umanità è un fattore di aggravamento del contagio.

La crisi economica mondiale innescata dalla pandemia, più profonda e più estesa della crisi del 2008, si è abbattuta sulla classe operaia come una valanga. Centinaia di milioni di nuovi disoccupati. Incremento dei tassi di sfruttamento. Moltiplicazione del precariato. Legislazioni sociali d’eccezione e abusi padronali dilaganti. Mentre gli Stati borghesi hanno riempito le tasche degli azionisti con nuove elargizioni di risorse pubbliche, e un nuovo massiccio indebitamento pubblico. Un debito che verrà scaricato sui salariati nei prossimi anni con ulteriori misure di austerità e sacrifici.

Non si tratta solamente della miseria sociale. Il capitalismo sta aggredendo la natura come mai era avvenuto in tutta la storia dell’umanità. Gli accordi tra Stati per la riconversione energetica sono costruiti sulla sabbia. Dove domina il profitto, non può regnare il rispetto della natura. I colossi che investono sulle fonti rinnovabili sono gli stessi che continuano a lucrare su petrolio e carbone. I biocarburanti concorrono alla desertificazione di territori immensi con le monocolture invasive impiantate per la loro produzione. Le batterie per l’auto elettrica sospingono il saccheggio di cobalto e litio nel cuore dell’Africa con effetti ambientali devastanti. Il paese al mondo che investe di più nel fotovoltaico è anche il paese più inquinato al mondo, la Cina. Altro che accordi di Kyoto o Parigi, peraltro già irrisi o disdetti! Altro che appelli alla buona coscienza degli individui o dei capi di Stato!

La grande crisi spinge le potenze imperialiste, vecchie e nuove, a disputarsi mercati e zone di influenza. La competizione tra USA e Cina in particolare è la battaglia per l’egemonia sul pianeta nel nuovo secolo. La pandemia l’ha acuita e approfondita. I mari del Pacifico, l’Asia, l’Africa, la stessa America Latina sono il teatro di uno scontro senza risparmio di colpi. Il primato nelle nuove tecnologie è la nuova frontiera di questo scontro. Le guerre commerciali, i protezionismi, i nazionalismi, ne sono effetto e strumento. La grande corsa agli armamenti accompagna la nuova stagione. Saltano i vecchi accordi sugli equilibri nucleari tra USA e Russia. La Cina persegue il pareggiamento militare con gli USA. Il Giappone si riarma. Aumentano i bilanci militari nella stessa Unione Europea. La prospettiva storica di nuovi conflitti sia locali che su vasta scala rientra fra gli scenari possibili.

L’Europa capitalista è stretta nella morsa tra USA e Cina. La competizione globale ha spinto gli imperialismi europei (Germania, Francia, Italia, Spagna e Gran Bretagna) a realizzare una concentrazione dei propri sforzi per partecipare alla contesa mondiale. Il ricorso per la prima volta all’indebitamento continentale (Recovery Plan) è un portato di questa scelta, sullo sfondo della pandemia. Ma il volume delle risorse impiegate è molto inferiore a quello dei poli imperialisti concorrenti, i tempi e processi della vaccinazione sono assai più lenti. Il divario con USA e Cina pertanto si accresce. Mentre proprio la polarizzazione tra USA e Cina acuisce i contrasti tra gli interessi nazionali in Europa. Tra l’interesse tedesco alla relazione economica con la Cina, la spinta atlantista di Draghi quale sponda a Biden, le ambizioni egemoniche della Francia.

I lavoratori e le lavoratrici d’Europa non hanno nulla da spartire con nessuno degli interessi in campo. Né con gli interessi dell’europeismo borghese, né con quelli del nazionalismo reazionario. Il governo di unità nazionale di Mario Draghi in Italia tra liberal borghesi e populisti reazionari dimostra una volta di più che l’unica vera alternativa è tra capitale e lavoro.

“Proletari di tutti i paesi, unitevi!” scriveva Marx nel Manifesto. È una parola d’ordine più attuale che mai. È l’unica parola d’ordine che può sancire l’autonomia dei lavoratori da tutti i loro avversari. È una parola d’ordine rivoluzionaria. Contro l’europeismo borghese, contro i sovranismi nazionalisti, per un’Europa socialista.

Il riformismo è un’illusione senza futuro. Le riforme furono possibili nei trent’anni “gloriosi” del dopoguerra grazie al boom della ricostruzione capitalista e all’esistenza dell’URSS. Quella stagione è morta da tempo e per sempre. L’epoca nuova che attraversa il mondo pone ovunque all’ordine del giorno la distruzione delle vecchie conquiste sociali e l’attacco ai vecchi diritti democratici. Tutto ciò che era stato conquistato viene messo in discussione. L’alternativa di prospettiva storica è quella tra rivoluzione e reazione. O il movimento operaio rovescia il capitalismo, o il capitalismo trascinerà le giovani generazioni verso un futuro di miseria, di crisi ambientali, di guerre.

È falso che la classe operaia non esiste più o non può più lottare. I salariati non sono mai stati così numerosi al mondo. È vero, si trovano da tempo sotto i colpi del capitalismo e della sua crisi. Soprattutto in Europa hanno subito rovesci e sconfitte. Ma il conflitto sociale segna diverse parti del mondo, dalle lotte economiche degli operai cinesi allo sciopero di 200 milioni di operai in India, sino alla grande mobilitazione dei giovani lavoratori americani e al loro nuovo interesse per le idee del socialismo. Nella stessa Europa, dove maggiore è la ritirata, molta brace cova sotto la cenere. Intanto il grande movimento delle donne su scala planetaria, il risveglio della giovane generazione contro l’inquinamento e le responsabilità del profitto, indicano gli alleati possibili della classe lavoratrice e di un progetto di rivoluzione.

Ciò che è spaventosamente arretrato non è la forza sociale ma la consapevolezza politica. Vi hanno contribuito in modo determinante le vecchie direzioni riformiste politiche e sindacali del movimento operaio. Prima lo stalinismo e la socialdemocrazia, che hanno distrutto il patrimonio rivoluzionario di un secolo fa. Poi il coinvolgimento delle direzioni riformiste nelle politiche di austerità degli ultimi decenni, dal sostegno ai Prodi alla capitolazione di Tsipras. Ciò che ha prodotto non solo l’arretramento delle condizioni di vita e di lavoro, ma la retrocessione ulteriore della coscienza di classe, e per questa via il suo disarmo di fronte alle suggestioni populiste e reazionarie.

Ricostruire una coscienza classista e rivoluzionaria è oggi il compito dell’avanguardia, in Italia, in Europa, nel mondo. È un lavoro difficile e controcorrente, ma è l’unica via.

È possibile condurlo se tutti coloro che condividono questo progetto unificano le proprie energie in una organizzazione, in un partito rivoluzionario d’avanguardia che in ogni lotta e in ogni movimento porti la coscienza e il programma della rivoluzione sociale.

Un partito organizzato su scala nazionale e internazionale.

La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) e la sua lotta per la rifondazione della internazionale rivoluzionaria vanno ostinatamente in questa direzione. Unisciti a noi!

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Primo maggio e la grande crisi: diretta streaming

Venerdì 1° maggio, ore 17:30, assemblea in diretta streaming sulla pagina Facebook del PCL

Questo 1° maggio ha come sfondo uno scenario internazionale inedito, che intreccia la pandemia con una nuova grande recessione. Una recessione che trascina con sé una nuova offensiva capitalistica contro le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle lavoratrici.
In Italia la crisi conosce una particolare intensità, sia per la particolare intensità del contagio, sia per le condizioni preesistenti di una crisi capitalistica irrisolta dopo la grande depressione del 2008/2012.

Dopo aver affrontato domenica 19 aprile, con una nostra iniziativa nazionale, il tema dell'emergenza sanitaria e delle responsabilità criminali del capitalismo nel suo innesco, nella sua propagazione, nei suoi tassi di mortalità, affrontiamo ora il risvolto sociale e politico della nuova grande crisi in Italia, e dunque i temi e i terreni di una risposta di classe e di massa del movimento operaio. Contro ogni forma di “unità nazionale”, politica e sindacale.


VENERDÌ 1° MAGGIO - ORE 17.30
Diretta streaming sulla pagina Facebook del Partito Comunista dei Lavoratori


Introduce Federico Bacchiocchi, segreteria nazionale PCL

con:

Lorenzo Mortara, operaio YKK
Elena Felicetti, coord. precari della scuola
Cristian Briozzo, ex lavoratore Poste
Donatella Ascoli, commissione donne PCL
Luigi Sorge, operaio FCA

Conclusioni di Marco Ferrando, portavoce nazionale PCL



Non mancare!
Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL sostiene le mobilitazioni promosse dal SI Cobas e da ADL Cobas il 30 aprile e 1 maggio

21Il governo, spinto da Confindustria e le altre associazioni padronali, vuole avviare la "fase due". I dati giornalieri dell'epidemia da coronavirus attestano, però, ancora alti tassi di contagio e purtroppo numerosi decessi. Non vi sono le condizioni di sicurezza per riaprire tutte le attività produttive. Inoltre mancano i presidi sanitari più elementari, a partire dalle mascherine, e non si può testare la popolazione per mancanza di tamponi, laboratori attrezzati e reagenti.
Al padronato questo non interessa. Chiede a gran forza la ripresa dei propri profitti a costo di sacrificare la sicurezza di milioni di lavoratori, dei loro familiari e di tutti a causa del rischio di propagazione del contagio.

Il PCL ha già denunciato le responsabilità criminali di Confindustria e consociate, che con la complicità di governo e istituzioni locali non hanno preso le misure necessarie alla protezione della popolazione, come si è visto in Lombardia, dove la malattia ha provocato migliaia di vittime.
Non si può adesso affidare il controllo della sicurezza sul lavoro, compresi gli spostamenti, alle stesse autorità che hanno provocato il disastro, come vogliono i protocolli di cartapesta firmati da governo, Confindustria e burocrazia di CGIL, CISL e UIL.
Il controllo deve essere delle lavoratrici e dei lavoratori, mediante le proprie organizzazioni.

Il PCL è da sempre impegnato nella costruzione di un fronte unico politico e sindacale che si basi sugli interessi della classe lavoratrice e la sua indipendenza dalle politiche e dagli interessi di padronato, banche e governo. Tanto più oggi, quando la crisi sanitaria a cui hanno contribuito decenni di tagli alla sanità pubblica ha già provocato una profonda crisi economica che sta sfociando in una durissima crisi sociale con milioni di disoccupati e l'impoverimento della maggioranza della popolazione.
Pertanto il PCL sostiene tutte le iniziative politiche e sindacali che si muovano nella stessa direzione, come le iniziative di mobilitazione, fino eventualmente allo sciopero, promosse dal SI Cobas e da ADL Cobas nelle giornate del 30 aprile e 1 maggio. Valuta positivamente le indicazioni rivendicative alla base della mobilitazione, e ritiene che esse possano incontrarsi con le rivendicazioni avanzate dal nostro partito:

- Controllo indipendente dei lavoratori sulle condizioni di lavoro
- Blocco dei licenziamenti, compresi i precari
- Salario al 100% per le lavoratrici e i lavoratori in cassa integrazione
- Indennità di quarantena per tutti coloro che si ritrovano senza lavoro e senza reddito
- Riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di salario
- Rilancio e nuovi investimenti massicci nella sanità pubblica. Nazionalizzazione della sanità privata e dell'industria farmaceutica senza indennizzo per i grandi azionisti
- Imposizione immediata di una tassazione patrimoniale straordinaria: il 10% del patrimonio del 10% più ricco della popolazione

La sicurezza sia in mano alle lavoratrici e ai lavoratori. La crisi la paghino i padroni che l'hanno provocata.
Non più governi complici di banchieri e capitalisti!
Per il governo dei lavoratori!
Partito Comunista dei Lavoratori

Il Primo maggio: internazionalista e rivoluzionario!

In tutto il mondo il capitalismo è fonte di disastri. Trent’anni fa, dopo il crollo del Muro di Berlino, avevano annunciato una nuova era di prosperità. Ma la grande crisi del 2008 ha gettato sulla strada decine di milioni di lavoratori. Poi gli stessi sacerdoti del capitale hanno annunciato la buona novella della “ripresa”. Ma la ripresa si è rivelata tale solo per i profitti e i dividendi di Borsa. Per gli operai continua il calvario dei sacrifici, del lavoro precario, della disoccupazione, del supersfruttamento. Ovunque si allunga l'orario di lavoro per ingrassare i grandi azionisti. Ovunque si tagliano le spese su scuola, salute, trasporti, per pagare il debito pubblico alle banche. Ovunque, sotto ogni moneta, sotto ogni governo. Perché il problema non è il conio della moneta o il colore politico di chi amministra; il problema sta nel sistema capitalista, marcio nelle sue fondamenta, incapace di assicurare il progresso. 

Non si tratta solamente della miseria sociale. Il capitalismo sta aggredendo la natura come mai era avvenuto in tutta la storia dell'umanità. Gli accordi tra Stati per la riconversione energetica sono costruiti sulla sabbia. Dove domina il profitto, non può regnare il rispetto della natura. I colossi che investono sulle fonti rinnovabili sono gli stessi che continuano a lucrare su petrolio e carbone. I biocarburanti concorrono alla desertificazione di territori immensi con le monocolture invasive impiantate per la loro produzione. Le batterie per l'auto elettrica sospingono il saccheggio di cobalto e litio nel cuore dell'Africa con effetti ambientali devastanti. Il paese al mondo che investe di più nel fotovoltaico è anche il paese più inquinato al mondo, la Cina. 
Altro che accordi di Kyoto o Parigi, peraltro già irrisi o disdetti! Altro che appelli alla buona coscienza degli individui o dei capi di Stato! 

La grande crisi spinge le potenze imperialiste, vecchie e nuove, a disputarsi mercati e zone di influenza. La competizione tra USA e Cina in particolare è la battaglia per l'egemonia sul pianeta nel nuovo secolo. I mari del Pacifico, l'Asia, l'Africa, la stessa America Latina sono il teatro di uno scontro senza risparmio di colpi. Il primato nelle nuove tecnologie è la nuova frontiera di questo scontro. Le guerre commerciali, i protezionismi, i nazionalismi, ne sono effetto e strumento, in America (Trump) e in Europa. La nuova grande corsa agli armamenti accompagna la nuova stagione. Saltano i vecchi accordi sugli equilibri nucleari tra USA e Russia. La Cina persegue il pareggiamento militare con gli USA. Il Giappone si riarma. Aumentano i bilanci militari degli stessi imperialismi europei, a partire da quello tedesco e francese. La prospettiva storica di nuovi conflitti sia locali che su vasta scala rientra fra gli scenari possibili. 

L'Europa capitalista è stretta nella morsa tra USA e Cina. La competizione globale ha spinto gli imperialismi europei (Germania, Francia, Italia, Spagna e Gran Bretagna) a realizzare una concentrazione dei propri sforzi per partecipare alla contesa mondiale. Ma la grande crisi, i venti nazionalisti, le contraddizioni tra gli interessi nazionali hanno provocato una crisi profonda nella UE, paralizzata da tempo tra spinte unioniste e separatiste (Brexit). Le imminenti elezioni europee sono uno dei teatri di questo scontro. La crisi dell'asse franco-tedesco, il contenzioso tra Italia e Francia in Nord Africa, il contrasto tra USA e Germania nel rapporto egemonico con l'Est europeo, la crisi dei trattati europei sulle politiche di bilancio, i contrasti irrisolti sull'immigrazione, misurano nel loro insieme la crisi della UE. Il nuovo corso nazionalista di Trump investe su questa crisi e la alimenta. 

I lavoratori e le lavoratrici d'Europa non hanno nulla da spartire con nessuno degli interessi in campo 

Le forze borghesi europeiste vogliono subordinare i lavoratori alle ambizioni del capitalismo europeo di gareggiare alla pari con USA e Cina. Le politiche di saccheggio di salari e diritti praticate per trent’anni nel nome dell'Unione hanno avuto questo fine. Ogni sviluppo della UE in senso federalista avverrebbe sulla pelle dei lavoratori europei. Il campione dell'europeismo borghese Macron è non a caso il principale sostenitore del militarismo europeo. Altro che Europa di pace e di progresso! 
Ma le forze borghesi nazionaliste non offrono nulla di meglio. Al contrario. Vogliono utilizzare l'insofferenza popolare contro l'Unione Europea per subordinare i lavoratori all'interesse della propria borghesia contro altre borghesie e altri lavoratori. Vogliono arruolare i salariati in una guerra condotta contro altri salariati, contro gli immigrati, contro i diritti delle donne e degli oppressi. Nel mentre difendono di fatto, al di là delle parole, le vecchie politiche di rapina del capitale finanziario. 
Il governo Lega-M5S, le sue politiche di elemosine sociali messe a carico dei destinatari, i suoi progetti di ulteriore detassazione dei capitalisti a spese dei lavoratori, sono un esempio chiarissimo dell'inganno populista. 

“Proletari di tutti i paesi, unitevi!” scriveva Marx nel Manifesto. È una parola d'ordine più attuale che mai. È l'unica parola d'ordine che può sancire l'autonomia dei lavoratori da tutti i loro avversari, dai liberali come dai reazionari. È una parola d'ordine rivoluzionaria. Contro l'europeismo borghese, contro i sovranismi nazionalisti, per un’Europa socialista. 

Il riformismo è un’illusione senza futuro. Le riforme furono possibili nei trent’anni "gloriosi" del dopoguerra grazie al boom della ricostruzione capitalista e all'esistenza dell'URSS. Quella stagione è morta da tempo e per sempre. L'epoca nuova che attraversa il mondo pone ovunque all'ordine del giorno la distruzione delle vecchie conquiste sociali e l'attacco ai vecchi diritti democratici. Tutto ciò che era stato conquistato viene messo in discussione. L'alternativa di prospettiva storica è quella tra rivoluzione e reazione. O il movimento operaio rovescia il capitalismo, o il capitalismo trascinerà le giovani generazioni verso un futuro di miseria, di crisi ambientali, di guerre. 

È falso che la classe operaia non esiste più o non può più lottare. I salariati non sono mai stati così numerosi al mondo. È vero, si trovano da tempo sotto i colpi del capitalismo e della sua crisi. Soprattutto in Europa hanno subito rovesci e sconfitte. Ma il conflitto sociale segna diverse parti del mondo, dalle lotte economiche degli operai cinesi allo sciopero di 200 milioni di operai in India, sino alla ripresa di mobilitazione dei giovani lavoratori americani e al loro nuovo interesse per le idee del socialismo. Nella stessa Europa, dove maggiore è la ritirata, le lotte recenti dei lavoratori francesi, la fiammata degli operai ungheresi, lo sciopero di massa degli insegnanti polacchi ci dicono che, nonostante tutto, molta brace cova sotto la cenere. Il grande movimento delle donne su scala planetaria, il risveglio della giovane e giovanissima generazione contro l'inquinamento e le responsabilità del profitto indicano gli alleati possibili della classe lavoratrice e di un progetto di rivoluzione. 

Ciò che è spaventosamente arretrato non è la forza sociale ma la consapevolezza politica. Vi hanno contribuito in modo determinante le vecchie direzioni riformiste politiche e sindacali del movimento operaio. Prima lo stalinismo e la socialdemocrazia, che hanno distrutto il patrimonio rivoluzionario di un secolo fa. Poi il coinvolgimento delle direzioni riformiste nelle politiche di austerità degli ultimi decenni, dal sostegno ai Prodi alla capitolazione di Tsipras. Ciò che ha prodotto non solo l'arretramento delle condizioni di vita e di lavoro, ma la retrocessione ulteriore della coscienza di classe, e per questa via il suo disarmo di fronte alle suggestioni populiste e reazionarie. 

Ricostruire una coscienza classista e rivoluzionaria è oggi il compito dell'avanguardia, in Italia, in Europa, nel mondo. È un lavoro difficile e controcorrente, ma è l'unica via. È possibile condurlo se tutti coloro che condividono questo progetto unificano le proprie energie in una organizzazione, in un partito rivoluzionario d'avanguardia che in ogni lotta e in ogni movimento porti la coscienza e il programma della rivoluzione sociale. Un partito organizzato su scala nazionale e internazionale. 

La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori e la sua lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale vanno ostinatamente in questa direzione. Unisciti a noi!

30 aprile 2019



Partito Comunista dei Lavoratori

NO AI LICENZIAMENTI. NO ALLA DITTATURA DEL PADRONATO!

SOLIDARIETA' AI COMPAGNI LICENZIATI

Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione di Bologna, aderisce al presidio indetto da SGB il 1 maggio alle ore 10 davanti alla sede delle Poste di piazza Liber Paradisus per esprimere la sua massima solidarietà ai compagni sindacalisti Aiachi e Noureddine vittime di  licenziamento da parte della cooperativa Dedalog che lavora per  SDA,  per futili motivi, ma più probabilmente a causa del loro attivismo a favore dei lavoratori del settore.
E’ora che i lavoratori tornino a difendersi unitariamente e attivamente dai licenziamenti. E’ ora di ribellarsi  alla crescente arroganza padronale sui luoghi di lavoro, mascherate da presunte riorganizzazioni o ristrutturazioni aziendali.
Il PCL sostiene l’iniziativa di SGB per  l’immediato reintegro dei compagni licenziati quale momento di resistenza e di rilancio delle lotte contro il padronato e la sua dittatura.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZ. DI BOLOGNA

Il Primo maggio di Alexis Tsipras

Non c'è fine alle misure antipopolari del governo di Syriza in Grecia

2 Maggio 2017
Si era appena conclusa la manifestazione del Primo maggio ad Atene contro le politiche di austerità, quando il governo Tsipras, in piena notte, ha confezionato un nuovo accordo coi creditori strozzini all'insegna di ulteriori sacrifici: nuovo abbassamento del livello di esenzione fiscale (da 8.636 euro a 6.000), ulteriori tagli alle pensioni, altre privatizzazioni a partire dal settore dell'elettricità. In cambio di cosa? Di 7,4 miliardi di cosiddetti aiuti alla Grecia che servono a pagare... i creditori. Cioè i governi imperialisti europei e il capitale finanziario. Gli stessi che dettano, a proprio vantaggio, la politica del governo greco. Gli stessi che acquistano a prezzo di saldo beni e aziende pubbliche greche oggetto di privatizzazione.
Soddisfatti della nuova rapina ottenuta al tavolo negoziale con Tsipras, i governi europei e la BCE si rivolgono ora al Fondo Monetario Internazionale per coinvolgerlo pienamente in un nuovo programma di... "aiuti”. E il giro ricomincia.

Tsipras aveva solennemente giurato due mesi fa, all'apertura del nuovo negoziato, che non avrebbe “chiesto neppure un euro in più al popolo greco” (testuale). Due mesi dopo presenta i nuovi sacrifici come una vittoria per il fatto di aver ottenuto in cambio il permesso di elargire (nel 2018!) qualche aiuto caritatevole alle famiglie povere. Le stesse famiglie affamate nel frattempo dallo strozzinaggio dei creditori. Un'ipocrisia spudorata e senza fine.

Ma la sinistra riformista italiana, vecchia e nuova, continua a difendere Syriza e il governo greco. Nessuna meraviglia. Se il capitalismo è l'unico orizzonte possibile, non vi è alcuna alternativa alla miseria e a chi la governa, né in Grecia né altrove. Al di là degli esercizi retorici del Primo maggio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Lavoratori di tutto il mondo unitevi!

Per un Primo maggio internazionalista e di lotta

1 Maggio 2017
Primo maggio è il simbolo dell'unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.
La Grande Crisi ha portato alla luce ancora una volta l'irrazionalità di questo sistema. Montagne di miliardi a sostegno delle banche, per “salvare la (loro) economia”. Tagli, restrizioni, sacrifici sempre più insopportabili per finanziare questo soccorso pubblico al capitalismo in crisi. Per competere sui mercati si comprimono i salari, si allunga l'orario di lavoro, si tagliano i diritti sindacali individuali e collettivi, si smantella il contratto nazionale, in una corsa infinita che arruola i salariati di ogni paese in una guerra permanente contro altri salariati. Mentre le stesse borghesie che predicano rigore e sacrifici ai propri operai nel nome del superiore “interesse nazionale” imboscano il frutto della propria rapina nei paradisi fiscali.


IL FALLIMENTO DEL RIFORMISMO

Il sogno di un capitalismo onesto e dal volto umano, di una Europa sociale, democratica e di pace, si è rivelato un’utopia e una truffa.

Le socialdemocrazie, negli ultimi trent'anni, hanno aperto la strada alle controriforme sociali: da Blair a Schroeder, da Prodi a Hollande. Ed anche la nuova Sinistra Europea finisce sempre col gestire, una volta al governo, le stesse politiche antioperaie. Tsipras ha gestito la stessa politica della troika che aveva denunciato dall'opposizione. La Rifondazione Comunista di Bertinotti e Ferrero votò al governo (Prodi) guerra e sacrifici, contro cui era nata, sino al suicidio.

La capitolazione riformista in epoca di crisi spiana la strada al populismo reazionario, che monta in larga parte d'Europa, nel segno della guerra ai migranti. Il suicidio della sinistra politica e sindacale ha accompagnato in Italia e in Europa l'avanzata di posizioni nazionalistiche-reazionarie, sovraniste, populiste e securitarie dei Le Pen, Salvini e Grillo, in un’autentica gara per meglio colpire i diritti di lavoratori e sfruttati; e sono la cartina di tornasole dell’assenza di una direzione conseguentemente rivoluzionaria del movimento operaio in Italia in Europa e nel mondo.

Si aggiungono i nuovi venti di guerra: la vittoria di Trump, l'intervento militare degli Stati Uniti in Siria e il bombardamento in Afghanistan rappresentano la smentita nei fatti delle interpretazioni che vedevano gli Stati Uniti pronti a ritirarsi da un ruolo di primo piano nello scenario mondiale. La vittoria di Trump ha invece dimostrato una volta di più come in questa fase storica segnata dalla grande crisi del capitalismo non solo si è esaurito lo spazio per ogni ipotesi riformista, ma che anche le vecchie forme della politica borghese conoscono una crisi senza precedenti.


LA VERA ALTERNATIVA È TRA SOCIALISMO E REAZIONE

La vera alternativa non è tra destra e sinistra, ma tra classe lavoratrice e borghesia. Tra rivoluzione e reazione. Questo è il grande bivio del nostro tempo. Solo il rovesciamento del capitalismo può liberare un orizzonte di progresso. Attraverso un'organizzazione socialista della società che metta nelle mani di chi lavora le leve fondamentali dell'economia, a partire dalla grande industria e dalle banche.

Riducendo l'orario di lavoro a parità di paga per dare a tutti e a tutte un lavoro.
Riconvertendo le produzioni nocive, a difesa della salute e dell'ambiente.
Ricostruendo e allargando le protezioni sociali.
Finalizzando l'intera economia ai bisogni di tutti, non al profitto di pochi.

Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, può realizzare queste misure. L'alternativa a questa prospettiva rivoluzionaria internazionale è l'imbarbarimento del mondo. Non una minaccia, ma un processo già in atto.


LA CLASSE OPERAIA È UNA POTENZA MONDIALE

La classe ha subito in larga parte del pianeta un arretramento pesante in questi decenni.
Il sistematico tradimento dei propri partiti e delle burocrazie sindacali ha frantumato le sue lotte di resistenza, ha favorito disgregazione e sconfitte, ha trascinato un arretramento diffuso della coscienza di ampi settori di massa. A beneficio del padronato e del populismo reazionario.

Eppure resta l'unica forza che può costruire un ordine nuovo, ponendosi alla testa di tutte le domande di liberazione. I salariati nel mondo superano ormai i due miliardi. Le resistenze sociali continuano a percorrere il mondo. A partire dalle lotte dell'enorme proletariato cinese, che ha strappato in dieci anni la triplicazione del salario. O da quelle per il salario minimo negli USA. Nella stessa Europa la grande mobilitazione francese contro il Jobs Act d’oltralpe, nel segno dell'unità tra salariati e giovani, ha spezzato la morsa dello stato d'assedio e delle leggi eccezionali (votate vergognosamente dal Front de Gauche), riproponendo al centro dello scontro sfruttati e sfruttatori. In Italia ci sono stati e ci sono tuttora numerosi episodi di resistenza che vengono da ampi settori di classe: dal 40% di no che il rinnovo del CCNL metalmeccanico ha ottenuto nelle grandi fabbriche alla resistenza dei lavoratori Almaviva, dalle lotte della logistica agli scioperi in Fincantieri a Palermo, e per ultimo il 70% di no dei lavoratori e delle lavoratrici di Alitalia che hanno respinto l’ennesimo accordo capestro.
Segnali di resistenza che non possono essere lasciati soli ad affrontare lo scontro di classe, e che dimostrano che la ribellione è possibile ed è l'unica via.


PER UN PARTITO RIVOLUZIONARIO IN OGNI PAESE E INTERNAZIONALMENTE

Tutta l'esperienza di classe, passata e recente, ci dice una cosa: non basta il movimento di lotta, è essenziale la coscienza politica. La direzione del movimento. Le lotte più grandi possono persino rovesciare un regime oppressivo, come è accaduto in Tunisia o in Egitto. Ma se non si sviluppa la coscienza politica, congiungendosi a un progetto rivoluzionario, anche la lotta più grande è condannata prima o poi alla sconfitta. Costruire controcorrente tra gli sfruttati una coscienza di classe anticapitalista e rivoluzionaria è il compito insostituibile di un partito comunista, in ogni paese e nel mondo intero. Organizzare i lavoratori più coscienti attorno a un programma di rivoluzione; unire nella stessa organizzazione tutti coloro che condividono questo programma; radicare questa organizzazione tra i lavoratori e in ogni movimento di lotta; ricondurre ogni esperienza di lotta, nella propaganda e agitazione di ogni giorno, alla prospettiva della rivoluzione sociale e del potere dei lavoratori.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte nelle lotte dei lavoratori, in ogni lotta di resistenza sociale per questo progetto di liberazione e rivoluzione. Per la costruzione di un partito internazionale della classe lavoratrice basato su questa prospettiva: l'unica vera alternativa.
Partito Comunista dei Lavoratori