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LA GIUNTA OPPORTUNISTA ED IL TRAM FILOSIONISTA


 

Con l'arrivo del tanto atteso tram a Bologna, al netto di tutto ciò che può essere detto sull'opera stessa, un dettaglio salta all'occhio, e cioè chi ha prodotto il tanto agognato mezzo.


Trattasi di CAF, impresa basca impegnata a collaborare con lo stato sionista e genocidiario israeliano; un'azienda che si sta occupando del progetto della Jerusalem Light Rail, infrastruttura che connetterà Gerusalemme stessa con gli avamposti dei coloni israeliani, avamposti costruiti strappando terre ai palestinesi che le vivono grazie alla collaborazione fra le formazioni paramilitari dei coloni stessi  e le forze militari e di polizia israeliane.


È un progetto (come sottolinea BDS) dipendente dall'espropriazione dei palestinesi e che rafforza il network degli avamposti coloniali israeliani; un progetto che implicitamente sostiene la politica coloniale e genocidiaria sionista, nella quale quindi CAF è coinvolta


Ci teniamo a ricordare che la giunta che ha commissionato questo mezzo da questa specifica azienda ha voluto a più riprese pubblicizzare il proprio sostegno alla causa palestinese; per l'ennesima volta, tuttavia, si rende evidente che si tratta di un posizionamento puramente propagantistico e di facciata.

Alle forze del campolargo (in città e nazionalmente) ha fatto comodo cavalcare l'onda del supporto per la causa palestinese, in quella che si è dimostrata un'operazione pubblicitaria a basso costo - ma hanno dimostrato ad ogni occasione la natura puramente cosmetica di questo posizionamento, che sia nazionalmente o localmente, con operazioni filosioniste (si pensi al ddl Delrio) o col continuare gli affari con chi facilita il rafforzamento delle politiche genocidiarie.


Come Partito Comunista dei Lavoratori, la nostra posizione è netta: non diamo solo un generico supporto alla causa palestinese, ma denunciamo attivamente la natura coloniale ed imperialista di Israele e riteniamo che solo la sua distruzione rivoluzionaria e la costruzione di un unico stato palestinese inserito in una federazione socialista possa essere la soluzione ultima ai problemi della regione. Alla luce di questa linea, questa e mille altre collaborazioni con chi fa affari con i responsabili di un genocidio devono cessare immediatamente, come pure deve essere denunciata l'ipocrisia di chi cerca consensi facili, speculando politicamente sulla distruzione di un popolo, ma al momento del dunque rivela la propria vera appartenenza.

Una proposta rivoluzionaria contro la normalizzazione in Libano


 Elder Rambaldi

Nel Libano è tuttora in corso una guerra ed un’occupazione portata avanti dalla macchina sionista, al di là delle tregue sancite. Un processo che non si è mai arrestato dalla fine del 2023. Israele, durante questo periodo, ha usato i mezzi più meschini per i propri fini, uno su tutti il ricorso alle cariche esplosive nei cercapersone (settembre 2024) che hanno causato morti e feriti non solo tra i miliziani della resistenza ma anche tra civili e personale sanitario. Non sono mai mancati bombardamenti, invasioni, occupazioni, distruzioni. Soprattutto nel Sud del Libano, nella valle del Beqa ed in alcuni quartieri della capitale (gli ultimi bombardamenti risalgono all’aprile 2026). Israele dichiara di colpire strutture di Hezbollah, identificando quest’ultimo come l’obiettivo dei suoi attacchi, ma questa è solo una scusa.

Il vero obiettivo è un altro, è quello perpetrato anche a Gaza (con la scusa di Hamas): uccidere, distruggere ogni cosa, sfollare gli abitanti, occupare avamposti per preparare il terreno all’espansione coloniale, al progetto della Grande Israele. Per fare questo occorre spezzare ogni resistenza, Hezbollah (che non è l’unica ma la più forte) per prima. Ricordiamo nel settembre 2024 il bombardamento, da parte di Israele, di interi palazzi nella capitale che causarono la morte dell’allora leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e di diversi altri dirigenti, oltre a vari civili.

Israele, del resto, ha una lunga storia di ingerenza nel Libano, occupandolo in parte dal 1982 fino al 2000 (in alcuni momenti arrivando ad occupare perfino parte di Beirut); poi ancora nella cosiddetta seconda guerra israelo-libanese del 2006.

Quello che succede ora, dopo il cosiddetto cessate il fuoco di aprile, sono fatti reali, documentati e denunciati perfino da organismi ONU. Ogni giorno l’occupazione nel Sud del Libano avanza, oltre un milione di civili sono stati costretti a lasciare le proprie case, creando anche un nuovo flusso di rifugiati nel paese ed alimentando tensioni interne. Continuano i bombardamenti e gli attacchi con i droni. Anche a Beirut quotidianamente sorvolano droni e velivoli israeliani. Di volta in volta vengono creati nuove installazioni e avamposti sionisti in territorio libanese (ed anche in territorio siriano).

Tutto questo mentre vengono svolti i “colloqui di pace” tra Israele e Libano, con le ultime sessioni tenute proprio a Roma il 15 e 16 luglio ed il 4 agosto. Nello scacchiere imperialista l’Italia rivendica a suo modo un ruolo nel Medio Oriente. Ricordiamo che dal 2006 l’Esercito Italiano è uno dei principali contributori di truppe UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) e che lo stesso ha assunto il comando della missione per cinque diversi mandati, compreso l’attuale iniziato nel giugno 2025. Nella stagione in cui si profila il probabile termine della missione UNIFIL (dicembre 2026), quest’ultima in profonda crisi di credibilità, l’Italia cerca di capitalizzare allora sul piano diplomatico. Contemporaneamente, da un altro versante, si affaccia la Turchia di Erdogan che, inseguendo il suo progetto neo-ottomano, dichiara di offrirsi di svolgere un ruolo per salvaguardare la sovranità del Libano dopo il ritiro delle truppe UNIFIL.

La pace però, in questo momento, è solo finzione. Il governo libanese è succube dell’imperialismo statunitense, soprattutto a partire dai rapporti instaurati tra i due dal 2006. Inoltre, dalla crisi economica del 2019, il paese è ammanettato mani e piedi ad un debito tra i più alti al mondo se considerato il rapporto debito/PIL. Dato questo suo intrinseco carattere servile, il Libano non oppone nessuna reale resistenza/opposizione all’ingerenza e all’occupazione israeliana. Procede anzi in un processo di normalizzazione, riconoscendo lo stato di Israele per la prima volta nella storia (proprio attraverso i negoziati diretti) e rendendosi disponibile a totali ed ulteriori concessioni verso gli imperialismi. Preoccupato più nel contrastare Hezbollah che l’invasore israeliano. Fatto “curioso”: Hezbollah è parte del governo.

Inoltre l’esercito libanese è debole perché lo Stato libanese è stato storicamente debole. Il Libano di oggi sconta ancora l’eredità coloniale, la suddivisione imperialista dell’area attraverso il trattato Skyes-Picot che ha disegnato i confini statali con linee e righelli. Una società che attraversa un groviglio di equilibri istituzionali instabili basati su divisioni confessionali. Che però non sono serviti ad evitare quindici anni di guerra civile (prima di classe e poi confessionale) tra il 1975 ed il 1990, con influenze esterne da parte di molteplici attori. Attualmente il 20% della popolazione del Libano è composta da rifugiati (palestinesi e siriani): una quota stratosferica, che crea ulteriori frizioni nella società, e nei suoi “equilibri” interni. Gran parte della popolazione è schiacciata dalla rampante crisi economica, che conosce altissimi tassi di inflazione. Circa il 44% della popolazione vive in condizioni di povertà (più del triplo rispetto al decennio precedente), mentre il 5% della società libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale.

A portare avanti la resistenza armata è quindi Hezbollah, che ha avuto un ruolo determinante nel ritiro delle truppe israeliane dal paese nel 2000, ottenendo da qui una grande popolarità e riconoscimento. Hezbollah, che è molto radicato tra la popolazione (soprattutto musulmana sciita, ma non solo), non è l’unico gruppo della resistenza armata contro il sionismo, ma è quello che in qualche modo la domina e la convoglia. Tale resistenza è legittima e va difesa, al di là dello stampo politico dell’organizzazione che la porta avanti. Del resto il diritto di autodeterminazione di un popolo, la sua lotta per l’indipendenza, la liberazione dal dominio coloniale e dall’occupazione straniera è un principio riconosciuto anche dal diritto internazionale borghese (sulla carta).

Hezbollah però è una forza settaria (islamica), politicamente reazionaria, legata al regime oppressivo iraniano degli ayatollah (ed indirettamente legata all’imperialismo russo-cinese), che non potrà portare alla liberazione delle masse oppresse libanesi. Anche le piccole altre forze di sinistra nel Libano, come il Partito Comunista Libanese, non avanzano nessuna battaglia pubblica per i propri giochi ed equilibri. Risulta che nel paese non c’è attualmente alcun reale discorso politico pubblico, nessuna iniziativa, nessuna mobilitazione contro l’occupazione.

Proprio in questo contesto, l’organizzazione Darb, sezione libanese della Lega Internazionale Socialista (di cui fa parte anche il Partito Comunista dei Lavoratori), aveva convocato mesi fa un presidio per manifestare contro la guerra e l’occupazione portate avanti da Israele, e denunciando la passività del governo (il suo percorso di normalizzazione). Il presidio venne negato, per motivi politici. In Libano il livello di repressione contro la dissidenza è infatti molto alto ed in costante aumento.

Dopo questo divieto i compagni di Darb hanno deciso quindi di costruire un percorso: la “Campagna di contrasto all’occupazione e al processo di normalizzazione in Libano”. Un’unità di azione con altre piccole forze per uscire allo scoperto e per potersi affermare come polo attrattivo alternativo. Un campo che raccoglie l’opposizione al sionismo, l’opposizione alla normalizzazione del governo, l’opposizione all’attuale direzione politica della resistenza. Un campo non settario, laico e soprattutto di classe, rivendicando appunto il collegamento della lotta contro la guerra alla lotta di classe.

La data del 18 luglio ha segnato un importante punto intermedio della campagna, mediante una conferenza pubblica che ha visto 135 presenze (inclusi giornalisti) nella sala di un teatro. A questa conferenza ha partecipato anche una delegazione della Lega Internazionale Socialista (proveniente da Italia, Spagna, Germania) che ha appoggiato pubblicamente l’iniziativa mediante una dichiarazione sottoscritta anche da un gruppo marxista rivoluzionario siriano (Syrian Revolutionary Left party) lì presente. In sala, per sostenere la campagna, anche il rivoluzionario libanese George Abdallah, uscito dalle prigioni francesi lo scorso luglio dopo quarant’anni di detenzione. La conferenza ha lanciato l’appuntamento ad una mobilitazione di piazza per il giorno 7 agosto, davanti al Palazzo del Governo a Beirut.

Attenderemo l’esito della mobilitazione e gli eventuali sviluppi, ma al di là del livello di partecipazione che sarà raggiunto, il fatto stesso della convocazione di una mobilitazione di questo genere, nel contesto libanese attuale, è già un risultato politico importante.

Dall’Italia, e da ogni paese in cui è presente la Lega Internazionale Socialista, continueremo la battaglia al fianco del popolo libanese e dei suoi compagni marxisti rivoluzionari, e lo faremo con l’unico modo con cui sarà possibile vincere: l’internazionalismo. Internazionalismo significa non solo portare dichiarazioni di solidarietà, aiuti, scambi. Ma soprattutto avere una stessa lotta, uno stesso programma, una stessa strategia.

A tal proposito è evidente che ancor’oggi trova conferma, diventando fondamentale nella strategia di liberazione, la teoria della rivoluzione permanente di Trotsky. Nessuna direzione borghese si dimostra capace di difendere i diritti basilari e democratici di un popolo oppresso dall’imperialismo. Lo si può vedere attraverso l’azione di tutti quei regimi borghesi del Medio Oriente (Iran, Qatar, Siria, Iraq…) che hanno dimostrato la totale inerzia e disinteresse verso i loro fratelli arabi vittime di un genocidio. Lo si vede in maniera esemplare poi proprio con il caso della borghesia libanese.

Ancor meno affidamento lo si può dare alle potenze imperialiste, vecchie e nuove. Cina e Russia si sono dimostrate complici del genocidio di Gaza e dell’azione coloniale di USA e Israele nel Medio Oriente, dando semaforo verde al “piano di pace” come merce di scambio per la spartizione di zone globali di interesse. Occorre opporci a qualsiasi imperialismo, partendo da quello di casa nostra. Conseguentemente occorre opporci anche ad ogni visione politica campista, tanto cara ad una certa sinistra “radicale” di casa nostra.

A fronte di un’aggressione da parte di una potenza imperialista ad un paese dipendente siamo per la sconfitta della prima, siamo per il diritto di autodeterminazione nazionale. Così difendiamo il Libano, la Palestina e l’Iran contro Israele e gli Stati Uniti; così difendiamo l’Ucraina contro la Russia. Difendiamo la loro resistenza armata, diritto fondamentale dei popoli oppressi, ma ci opponiamo alla loro direzione politica borghese o piccolo-borghese. Ci opponiamo politicamente ad Hezbollah, ad Hamas, al regime degli ayatollah, al regime di Zelensky. Un’opposizione da un punto di vista indipendente di classe ed anticapitalista.

Sarà solo un percorso rivoluzionario socialista ed internazionale, guidato da una direzione proletaria e popolare, a portare alla completa liberazione i popoli oppressi, fuori da ogni colonialismo militare, politico ed economico. Per questo serve un’Internazionale marxista rivoluzionaria.

Denunciamo apertamente il cosiddetto “piano di pace” di Trump-Blair-Netanyahu, trattandosi in realtà di un piano neocoloniale. Rivendichiamo il diritto al ritorno della diaspora palestinese. Rivendichiamo l’armamento dei popoli di fronte ai governi della resa sottomessi all’imperialismo. Rifiutiamo l’ipotesi “due popoli due stati” e rifiutiamo gli accordi di Oslo. È evidente come questi non possano reggere la realtà. La natura dello stato sionista di Israele non permette l’esistenza del popolo palestinese e dei popoli vicini. Finché esisterà lo stato sionista di Israele esisterà colonialismo, oppressione e guerra. Per questo siamo per la sconfitta e la distruzione rivoluzionaria dello stato sionista di Israele.

La soluzione potrà unicamente venire attraverso l’autodeterminazione nazionale del popolo arabo della regione, attraverso un processo rivoluzionario socialista di tutta la regione che porti alla costruzione di uno stato di Palestina libero, laico, democratico e socialista, dentro la cornice di di una federazione di repubbliche socialiste del Medio Oriente, comprensiva del Libano. L’unica soluzione che possa garantire la piena emancipazione del popolo arabo e la tutela dei diritti di tutte le minoranze, a cominciare da quella ebraica.

Rivendichiamo come anche nostro lo slogan che ha percorso e percorre tutte le piazze del mondo: “From the river to the sea, Palestine will be free”. È la posizione storica dei trotskisti, che, a differenza delle altre organizzazioni del movimento operaio, fin dall’inizio si sono opposti alla creazione di Israele e all’ipotesi “due popoli due stati”.

In Italia il Partito Comunista dei Lavoratori pone la necessità di costruire un fronte unico permanente di classe e di massa, con una piattaforma generale unificante, un’agenda dalla parte dei lavoratori e degli oppressi, un agenda anticapitalista. Collegare le ragioni della lotta per l’autodeterminazione dei popoli oppressi alla lotta contro l’economia di guerra, contro il governo e per un’alternativa di società.

Rivendichiamo quindi:

– La rottura di ogni relazione politica, istituzionale ed economica con Israele. Anche nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, in tutte le sue articolazioni.

– Il taglio delle spese militari.

– L’uscita dell’Italia dalla NATO.

– L’aumento di 400 euro dei salari ed un salario minimo intercategoriale di 1800 euro.

– La cancellazione delle leggi sulla precarietà del lavoro.

– La diminuzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali a parità di paga. Lavorare tutti, lavorare meno.

– La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dei settori economici strategici e delle aziende che licenziano, che non rispettano i diritti sindacali e che inquinano.

– L’esproprio dei beni economici del Vaticano (escludendo i luoghi di culto).

– Un pesante finanziamento del welfare pubblico: sanità, istruzione e servizi pubblici di qualità e gratuiti.

Per questo è necessario rivendicare anche il rifiuto unilaterale del pagamento del debito pubblico verso le banche ed una patrimoniale del 10% sui milionari.

Sono questioni elementari che toccano la vita quotidiana delle masse popolari, ma che si scontrano con questo sistema, con il capitalismo, che per di più vive ora un’epoca di crisi e non può nemmeno offrire le briciole. La soluzione di emancipazione rimanda per forza alla prospettiva di un governo della classe lavoratrice e ad un’economia socialista, ottenibili solo con un processo rivoluzionario di massa.

Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

 


Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista

Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di intesa e venerdì è previsto un accordo di cessate il fuoco che comprenda tutti i fronti, compreso il Libano, e il ritiro delle forze sioniste.

Allo stesso tempo, la zona sud di Beirut è stata bombardata, in concomitanza con l’espansione delle operazioni israeliane nel sud del Libano, con l’intento di dividere i due fronti, imporre la propria presenza e perseguire i propri interessi nella regione.

Ciò è diventato evidente da quando, alla fine di maggio, Netanyahu ha minacciato di bombardare massicciamente Beirut, e l’esercito dell’entità sionista ha ordinato alla popolazione della zona sud di Beirut e del sud del Libano di evacuare le proprie case prima che fossero ridotte in macerie. Si tratta di una guerra permanente contro il Libano.

Nel frattempo, l’invasione delle Forze di Difesa Israeliane prosegue. Ha raggiunto la periferia della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, roccaforte della resistenza, e ha issato la propria bandiera sulle rovine strategiche del castello medievale dei crociati, situato sulla cima di una montagna, violando ancora una volta il cessate il fuoco concordato nell’aprile del 2026. Hanno inoltre minacciato le principali città di Sidone e Tiro e hanno recentemente emanato ordini di evacuazione totale di una regione che si estende a nord fino al fiume Zahrani, 10 km a nord del fiume Litani.

L’obiettivo di questa guerra è chiaro: il nemico sionista mira a conquistare e occupare in modo permanente il sud del Libano. Pertanto, la resistenza deve essere schiacciata e l’intera popolazione deve essere cacciata in modo permanente. Il cosiddetto accordo di cessate il fuoco ha portato all’attuale occupazione della zona a sud del fiume Litani, con oltre un milione di abitanti sfollati. Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno raso al suolo e fatto saltare in aria villaggi, ormai svuotati dei loro abitanti, dimostrando così la loro intenzione di rendere permanente l’occupazione.

Il governo israeliano proclama non solo di voler sradicare i combattenti di Hezbollah, ma anche di voler distruggere la loro base sociale, ovvero la popolazione prevalentemente sciita della zona, che si stima superi il 30 per cento della popolazione del Paese. Ciò dimostra, contrariamente alle intenzioni dei sionisti, che i combattenti di Hezbollah costituiscono effettivamente una forza di resistenza legittima, organicamente legata ai residenti rimasti e a quelli sfollati, costituiti in gran parte dalla popolazione sciita.

I comunisti di tutto il mondo, pur non condividendo la politica e la strategia islamista di Hezbollah, hanno il dovere assoluto di sostenere questa resistenza e di denunciare le Forze di Difesa Israeliane attraverso una lotta organizzata contro l’imperialismo, che sta cercando di estendere il proprio genocidio e la propria pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania.

Netanyahu lo ha chiarito in modo inequivocabile quando ha annunciato la conquista dello storico Castello di Beaufort (Qal’at al-Shaqīf). In un’intervista alla BBC, ha descritto l’evento, secondo le sue stesse parole, come «l’abbattimento della barriera della paura» e ha confermato che «prenderanno l’iniziativa di operare su tutti i fronti in Siria, a Gaza e in Libano».

IL REGIME SIONISTA CERCA DI APPROFITTARE DELLA SITUAZIONE

Ci sono diverse ragioni, tra loro collegate, per cui lo Stato sionista sta spingendo in questa direzione proprio ora.

In primo luogo, lo stesso regime sionista è diventato sempre più aggressivo, barbaro ed espansionista dall’ottobre 2023 in poi. Il governo e le forze fasciste in Israele, in particolare, vedono l’opportunità di continuare il genocidio a Gaza, di cui ora controllano almeno il 60% del territorio, che si estenderà al 70%, secondo quanto dichiarato da Netanyahu il 21 maggio. Nel frattempo, Israele prosegue l’annessione de facto di porzioni sempre più ampie della Cisgiordania. E vede la possibilità di occupare in modo permanente vaste aree del Libano nella loro spinta verso la creazione di un “Grande Israele”. Ciò deriva dalla logica espansionistica intrinseca allo stesso Stato sionista.

Naturalmente, esistono anche altre ragioni contingenti, come l’utilizzo dell’aggressione permanente come mezzo per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne del governo di Netanyahu. Ma l’inesorabile espansione di uno Stato coloniale ha un carattere più fondamentale. Non ci sarà mai una pace duratura con i suoi vicini, né si porrà fine alla distruzione del popolo palestinese, fintanto che esisterà lo Stato razzista sionista.

Sono molteplici le ragioni che determinano l’attuale possibilità di espansione di cui approfitta lo Stato sionista: dall’attuale crisi dell’egemonia statunitense nella regione al continuo sostegno delle potenze occidentali alla complicità dei regimi reazionari arabi e alla pronta tolleranza delle politiche sioniste da parte, tra gli altri, di Russia e Cina.

Israele ha colto la guerra reazionaria contro l’Iran come un’opportunità per attaccare il Libano.

Ironia della sorte, il fallimento degli Stati Uniti nella guerra che aveva per obiettivo rovesciare gli islamisti a Teheran e imporre un cambio di regime filoccidentale ha portato a una situazione fragile, in cui i “negoziati” proseguono parallelamente agli attacchi statunitensi e alle controffensive iraniane. La difficoltà di concordare un cessate il fuoco, che possa in qualche modo essere presentato come un “successo”, consente a Israele di proseguire la propria guerra nonostante le pressioni dei suoi alleati di Washington e dell’Europa occidentale. Finché l’esercito statunitense presenterà i propri continui attacchi contro l’Iran come “autodifesa”, i sionisti useranno la stessa urgenza e la stessa scusa per la loro invasione del Libano, anche se sono consapevoli che l’Iran non può accettare un accordo con gli Stati Uniti fintantoché Israele continua la sua guerra contro il Libano.

Sebbene l’attuale invasione e campagna militare in Libano contraddica il tentativo degli USA e dell’Europa occidentale di giungere a una soluzione reazionaria nella regione e di mediare un accordo con l’Iran, questi non sono disposti a esercitare alcuna pressione decisiva contro il loro alleato sionista. Ciò è il risultato delle contraddizioni interne della “strategia” di Trump, nonché delle divisioni interne all’establishment statunitense. Per quanto riguarda le principali potenze imperialiste europee – in particolare la Gran Bretagna e la Germania – su questo punto esse seguiranno gli Stati Uniti e, di conseguenza, continueranno a sostenere «incondizionatamente» il «diritto di Israele all’autodifesa».

Pertanto, i sionisti potranno proseguire la loro guerra nelle sue diverse forme, e cercheranno di raggiungere i propri obiettivi, nella situazione attuale, anche in caso di cessate il fuoco.

COME SI PUÒ FERMARE IL SIONISMO?

Il popolo libanese ha tutto il diritto di resistere all’aggressione sionista. La classe operaia internazionale, i socialisti, i comunisti, i sindacati e i partiti devono mobilitarsi a suo sostegno, proprio come sostengono il popolo palestinese nella sua lotta contro il genocidio.

In Libano il governo svolge un ruolo particolarmente infido. Si rifiuta di mobilitare l’esercito per la difesa del Paese. Non solo viene meno a questo dovere elementare, ma si impegna addirittura in negoziati con il nemico, concordando “tregue” e “cessate il fuoco” che i sionisti violano costantemente.

Per mesi, tutti i discorsi sulla tregua sono stati un tentativo deliberato di ingannare l’opinione pubblica e nascondere la continuità dell’aggressione sotto forme diverse. Il sud del Libano non ha mai vissuto una tregua, ma piuttosto una guerra aperta portata avanti con molteplici metodi: bombardamenti quotidiani, omicidi mirati, occupazione continua del territorio e progressiva espansione delle aree su cui il nemico impone il proprio controllo militare diretto.

Ma le autorità libanesi si rifiutano di opporsi ai sionisti. Sono diventate burattini degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali, prive di qualsiasi potere contrattuale e totalmente dipendenti dai sostegni economici imperialisti. Imporre in modo permanente un regime fantoccio di questo tipo, tuttavia, richiede anche lo schiacciamento di tutte le forze di resistenza e di malcontento popolare all’interno del Libano.

Per quanto riguarda Hezbollah, esso continua a contrastare l’occupazione nei limiti delle possibilità disponibili e grazie al sacrificio dei propri combattenti. Ma la natura islamica e borghese della sua politica, la sua dipendenza da un’alleanza con il regime reazionario iraniano e il suo ruolo nelle passate lotte di massa proprio in Libano, rendono impossibile per Hezbollah fornire una strategia e un programma in grado di unire l’intera classe lavoratrice, i giovani e i poveri delle città di tutto il Paese, superando le divisioni confessionali e identitarie su basi di classe.

La classe lavoratrice e le masse popolari libanesi devono unirsi alla resistenza contro il nemico sionista. Ma devono farlo sulla base di un programma che colleghi la lotta contro il sionismo e l’imperialismo alla lotta per una soluzione socialista. Cioè un programma di rivoluzione permanente, per un Libano socialista come parte di un mondo socialista. Per questo è necessario costruire un partito rivoluzionario nel pieno di questa battaglia.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) esprime solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo libanese. Sosteniamo i nostri compagni libanesi della LIS, i loro sforzi per allargare la lotta contro l’occupazione in qualsiasi modo e il loro obiettivo di costruire un ampio fronte, politicamente attivo e presente sul territorio, che riunisca lavoratori, studenti, sindacati, forze progressiste e tutti coloro che rifiutano la normalizzazione e la resa.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Ma nonostante il loro eroismo e la loro lotta, le masse libanesi da sole non saranno in grado di fermare l’esercito israeliano e la sua enorme potenza militare. L’aggressione sionista può essere invece fermata e sconfitta se la classe lavoratrice araba, statunitense ed europea costringerà i propri governi a interrompere il sostegno militare allo Stato sionista e a recidere i legami finanziari ed economici.

Ciò significa che le organizzazioni dei lavoratori – compresi i partiti riformisti di massa e i sindacati – devono mobilitarsi in massa per intensificare la pressione sui governi occidentali che favoriscono e sostengono i crimini di Israele, e sui regimi della regione che ostacolano o non fanno nulla per sostenere la resistenza contro di essi. Nel farlo, dobbiamo combattere le leggi e la propaganda che dipingono Hezbollah come un’organizzazione terroristica, mentre presentano Israele come un modello di democrazia. Milioni di persone, soprattutto tra i giovani, hanno ora smascherato tutto ciò.

Dobbiamo lottare per boicottare ogni forma di appoggio e di aiuto militare e culturale a Israele, ed esigere la condanna per il genocidio di cui è autore. I lavoratori devono imporre le proprie sanzioni contro Israele, come hanno fatto in diverse occasioni i lavoratori portuali greci e italiani. La sinistra di tutto il mondo deve inoltre inviare aiuti ai comunisti libanesi, alle organizzazioni studentesche e ai sindacati, affinché si possa indicare una prospettiva di classe e rivoluzionaria al popolo lavoratore del Libano che sta soffrendo.

– Fermare i bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane e l’espulsione della popolazione libanese.

– Sconfiggere l’aggressione e l’occupazione sionista! Fuori dal Libano tutte le forze sioniste e liberazione degli ostaggi sequestrati.

– Israele, USA e Stati europei che sostengono il sionismo paghino integralmente per la ricostruzione di tutti i villaggi e delle aree devastate del Libano.

– Sostegno alla resistenza popolare! Sostegno ai comunisti e ai sindacalisti libanesi!

– Per un Libano socialista, parte di una Federazione socialista della regione del Medio Oriente e Africa del Nord!

L'elenco degli appuntamenti di piazza indette dalla Global Sumud Flotilla e dalle organizzazioni sodali

 


L'elenco delle manifestazioni in tutta Italia  sodali in seguito al rapimento delle compagne e dei compagni della Global Sumud Flotilla da parte dell'esercito terrorista dell'entità sionista

https://www.facebook.com/share/r/1KcsM4r4ja/

Dichiarazione della LIS – Fuori Israele dal Libano

 


Sconfiggere il mostro sionista è una causa di tutta l’umanità. Solidarietà attiva con il popolo libanese

Il 2 marzo, appena due giorni dopo l’inizio dell’aggressione sionista e statunitense contro l’Iran, lo Stato genocida di Israele ha invaso il Libano. Solo nell’ultimo mese, Israele ha sottratto oltre il 15% del territorio nel sud del Paese, distrutto più di 10.000 abitazioni e costretto alla fuga un milione di persone su una popolazione totale di poco più di sei milioni. Le azioni criminali di Israele, cioè non solo l’incursione del suo esercito ma i bombardamenti in tutto il paese, hanno già ucciso più di 1.500 abitanti. Solo l’8 aprile, in dieci minuti, hanno lanciato più di 160 missili sulla popolazione civile indifesa di Beirut, distruggendo interi edifici e infrastrutture e causando 300 nuove vittime.

Gli attacchi del sionismo contro il Libano e altri paesi del Medio Oriente sono iniziati diversi anni fa. Queste azioni fanno parte della strategia dello Stato di Israele e degli Stati Uniti per ridisegnare la mappa del Medio Oriente in modo da soddisfare i propri interessi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito al genocidio sionista in corso a Gaza, all’avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, all’invasione della Siria, ai bombardamenti dello Yemen e all’attacco criminale contro l’Iran, in cui gli israeliani hanno sganciato decine di migliaia di bombe e ucciso migliaia di bambini e civili, oltre a funzionari del regime. L’aggressione che hanno scatenato nella regione ha portato alla diffusione del conflitto in più di dieci paesi, e minaccia di continuare ad espandersi.

L’imperialismo e Israele hanno incontrato una resistenza inaspettata in Iran. La fragile tregua firmata di recente ha rappresentato per Trump una via d’uscita dalla situazione estremamente complessa in cui si trova. Afflitto dalla sua crescente impopolarità in patria e dalla crisi economica causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, ha dovuto firmare una tregua e accettare di negoziare un accordo che, se portato a termine, rappresenterebbe una chiara vittoria per l’Iran e dimostrerebbe che il mostro non è invincibile. Ma dovremo aspettare e vedere come si evolveranno gli eventi. Il giorno dopo la presunta tregua, Israele ha sferrato l’attacco più sanguinoso contro Beirut a recente memoria d’uomo. Per rappresaglia, l’Iran ha chiuso nuovamente lo Stretto di Hormuz.

Israele, che è stato costretto a sostenere il cessate il fuoco in Iran, si rifiuta di estendere il cessate il fuoco al Libano. Ciò aggraverà la crisi umanitaria e la possibilità che scoppi una guerra civile confessionale nel Paese, poiché le centinaia di migliaia di sfollati provenienti dal sud, per lo più la base sociale e religiosa di Hezbollah, sono costretti a stabilirsi in zone a maggioranza cristiana, il che ha già iniziato a causare attriti e scontri.

Netanyahu sta affrontando aspre critiche sul fronte interno per aver accettato di sospendere l’offensiva contro l’Iran senza aver raggiunto gli obiettivi promessi. La sua posizione sul fronte interno è sempre più precaria. Esiste la possibilità che perda le elezioni e finisca per essere accusato di corruzione. Questo spiega il suo approccio aggressivo in Libano.

È necessaria una campagna internazionale per sostenere il popolo libanese e opporsi alla brutale aggressione portata avanti dall’enclave colonialista. Il Libano ha tutto il diritto di difendersi. E i rivoluzionari e coloro che difendono la democrazia in tutto il mondo hanno l’obbligo di stare al loro fianco e lottare per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano.

GUERRA ESTERNA E INTERNA

Mentre nel sud infuria il combattimento corpo a corpo contro gli invasori, il governo libanese sta manifestando la propria disponibilità a negoziare e a riconoscere, per la prima volta nella storia, l’esistenza dello Stato di Israele. È arrivato addirittura a ritirare il proprio esercito dal sud del Paese per agevolare l’incursione dell’esercito israeliano. La sua priorità è diventata il conflitto confessionale con Hezbollah, che cerca di sconfiggere e disarmare, invece che la difesa del paese dall’invasione sionista.

A sua volta, Hezbollah, nonostante il suo eroismo, è incapace, a causa della sua ideologia confessionale e della sua subordinazione agli interessi dell’Iran, che pone anche al di sopra degli interessi del popolo libanese, di unire la maggioranza della popolazione attorno al suo progetto e di guidare un processo di liberazione nazionale.

Ciò rende più che mai necessario contribuire a costruire un’alternativa politica rivoluzionaria, in grado di unire le masse sfruttate e oppresse attorno a una strategia non confessionale, che lotti per sconfiggere il sionismo e al contempo liberare definitivamente il Paese dalla sottomissione semicoloniale e dal saccheggio di cui è vittima per mano di molte potenze imperialiste. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario strappare il potere alle molteplici espressioni della borghesia libanese e instaurare un governo dei lavoratori e dei poveri.

Questa prospettiva può essere realizzata solo nell’ambito di una lotta internazionale, a fianco degli altri popoli arabi, che devono affrontare la sfida di liberarsi delle monarchie e dei governi dittatoriali complici degli interessi imperialisti, e di unirsi a una rivoluzione nella regione che istituisca una libera federazione di repubbliche in Medio Oriente. Crediamo che solo da comunisti si possa ottenere una vittoria definitiva sull’occupazione e sull’imperialismo.

SOLIDARIETÀ ATTIVA CON IL POPOLO LIBANESE

Il popolo libanese ha bisogno di noi. Come Lega Internazionale Socialista (LIS) lanciamo un appello per una campagna internazionale a sostegno della sua lotta contro l’invasore. Allo stesso tempo, ci impegniamo a raccogliere e inviare risorse a sostegno dei giovani comunisti che, in maniera indipendentemente dal governo e dai gruppi confessionali, stanno svolgendo un intenso lavoro umanitario per portare soccorso a chi ne ha bisogno.

Via le grinfie sioniste dal Libano!

Per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano!

Fuori l’imperialismo dal Medio Oriente!

10 aprile

Lega Internazionale Socialista

https://lis-isl.org/it/

Lo scenario post-referendum

 


Cacciare Meloni. Rilanciare l’opposizione di massa. Liberare la via di una alternativa anticapitalista

Dopo quasi quattro anni di governo, Giorgia Meloni ha conosciuto la sua prima sconfitta politica. Una sconfitta seria che investe l’intero scenario italiano, e carica di nuove responsabilità le organizzazioni del movimento operaio.

LA SCONFITTA PESANTE DEL GOVERNO

La misura della sconfitta governativa è innanzitutto nei numeri. L’affluenza al voto è stata molto alta, nel segno di una forte polarizzazione. Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni europee del 2024 è andato a votare per il referendum. Il No ha vinto con due milioni di scarto, dopo una rapida rimonta. Ha vinto in tutte le grandi città e nella larga maggioranza delle regioni, anche in quelle governate dalla destra. Ha vinto tra i giovani sotto i 34 anni (61%), e ancor più marcatamente fra gli studenti (63,6%). Ha vinto nella popolazione femminile occupata (56%).

Il travaso diretto di voti dal blocco sociale del centrodestra in direzione del No c’è stato (il 10% dell’elettorato di Forza Italia, il 12% di quello leghista, il 3% di Fratelli d’Italia) ma in misura complessivamente contenuta. È vero invece che una parte significativa dell’elettorato della destra nelle regioni del Sud si è astenuto dal voto, mentre una parte di astenuti “di sinistra” alle ultime elezioni europee è andato a votare per il No. La destra non ha perso il proprio blocco sociale ma ha registrato una sua crisi di motivazione. Mentre il fronte del No, relativamente parlando, ha fatto il pieno, nonostante le defezioni a favore del Sì di alcuni segmenti di elettorato PD (9%) e più significativamente del M5S (17%).

Come è evidente, il voto del 22-23 marzo non è stato un voto “per le procure” (a dispetto dell’impostazione dei comitati del No), e neppure un voto “per il centrosinistra”. È stato principalmente un voto politico contro il governo a guida postfascista. Ed in particolare contro la premier.

Giorgia Meloni si era spesa fortemente nell’ultima fase della campagna, combinando i toni istituzionali da Presidente del Consiglio con il ricorso agli argomenti più truci di taglio trumpiano: contro «gli stupratorii pedofili, i devastatori, gli spacciatori», persino «i ladri di bimbi strappati alle madri», tutti attribuiti ai possibili effetti del No. La sua speranza era quella di trascinare al voto i bassifondi della propria base elettorale, usarli come ariete di sfondamento, incassare la vittoria prevista, spianare per questa via il cammino plebiscitario del premierato. Questo disegno è clamorosamente fallito.

UN VOTO CONTRO MELONI, CONTRO TRUMP, CONTRO NETANYAHU

I fatti internazionali hanno avuto un ruolo importante in questo fallimento. La sovrapposizione di immagine fra Trump e Meloni si è trasformata col tempo in una zavorra per la Presidente del Consiglio, con un crescendo traumatizzante.

Prima il pieno sostegno di Trump alla guerra genocida di Netanyahu; poi la pirateria in Venezuela; poi le minacce contro Cuba; poi le pretese sulla Groenlandia; poi gli assassinii di Minneapolis in mondovisione; infine la nuova guerra sionista americana contro l’Iran, con le sue ricadute sul portafoglio ma anche con le sue incognite globali. Questa escalation del trumpismo ha suscitato una progressiva reazione di rigetto, sempre più radicale, nel senso comune di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica. Nel mondo, in Europa, anche in Italia. Una Presidente del Consiglio che aveva esibito pubblicamente la propria relazione speciale con Trump, che aveva vantato il ruolo di pontiere fra Trump e la UE, che si era spesa elettoralmente a sostegno dell’internazionale trumpiana (da Orban a Milei), che aveva portato l’Italia nel Board of Peace anche per tutelare l’intesa con Trump, è stata inevitabilmente colpita da questo rigetto. Il suo tentativo di sottrarvisi, con qualche contorta dissociazione passiva dell’ultima ora, non le ha risparmiato l’immagine di complicità. L’ha paradossalmente sottolineata.

Il movimento di settembre-ottobre 2025 ha pesato nell’urna. In forma indiretta ma evidente. I giovani avevano già segnalato in precedenza un orientamento contrario alle destre. Nelle stesse elezioni politiche del settembre 2022 (dove però l’astensionismo giovanile era stato elevato) e a maggior ragione nella prova successiva delle elezioni europee. Non a caso in occasione del referendum CGIL sui temi del lavoro di un anno fa la fascia generazionale under 34 è stata l’unica a superare il quorum di affluenza al voto, naturalmente a sostegno dei quesiti. Ma certo il genocidio di Gaza e le complicità del governo italiano col sionismo hanno sospinto un salto netto di radicalizzazione del sentimento giovanile. Le straordinarie mobilitazioni del 22 settembre e del 4 Ottobre nelle strade e nelle piazze di tutta Italia ne sono state il riflesso. Quel movimento non ha conosciuto continuità per responsabilità prevalenti delle direzioni sindacali, ma ha lasciato un segno nel senso comune sia dei protagonisti che di un’area più vasta della società italiana. Il voto referendario contro il governo è stato anche un voto per la Palestina.

UN GOVERNO NETTAMENTE INDEBOLITO

La sconfitta referendaria è gravida di conseguenze politiche. Non precostituisce affatto, in quanto tale, una sconfitta della destra nelle elezioni del 2027. Ma certo complica pesantemente la vita del governo nell’anno decisivo di fine legislatura.

Il progetto delle riforme istituzionali è azzerato, e con esso quello scambio tra riforma della giustizia, autonomia differenziata e premierato su cui era stato costruito il patto di maggioranza tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Resta la proposta di riforma della legge elettorale, incentrata sull’eliminazione dei collegi. Ma la Lega non sembra ora disponibile a mollare i collegi del Nord, tanto più a fronte dell’insidia Vannacci. Forza Italia obietta all’indicazione del candidato premier della coalizione perché teme una penalizzazione elettorale a vantaggio di Meloni. E Meloni dopo la sconfitta ha un potere negoziale con i suoi alleati obiettivamente ridotto.

Il campo della politica estera, cui Meloni aveva affidato una parte importante del proprio prestigio, sia in Italia che nella UE, è stato investito dal ciclone del trumpismo e dalla sua crisi. Il marchio dell’”unico governo stabile” d’Europa è ormai materiale d’archivio. Non è un fatto secondario. La stabilità di governo era fino a ieri la principale dote di Meloni nel rapporto col grande capitale. Ora tutto si complica anche su quel versante. Lo scontro fra Confindustria e governo sugli incentivi fiscali alle imprese prima concessi e poi revocati non è solo un riflesso dei costi imprevisti della guerra, ma anche una registrazione della novità di scenario: Confindustria batte cassa presso un governo più debole, al quale tanto più oggi non concede licenza di sgarro.

Più in generale, è proprio il terreno economico-sociale il punto più problematico per il governo. Le risorse del PNRR sono finite. La crisi industriale si acuisce. La crisi energetica si fa drammatica per l’Italia, in particolare per le forniture di gas, per via degli effetti della guerra. La crescita di prezzo dei carburanti, ma anche a cascata dei beni alimentari, insidia il consenso del governo presso più ampi settori popolari. L’obiettivo della fuoriuscita dalla procedura d’inflazione, che sembrava acquisito, è contraddetto dagli ultimi dati: ciò che impedirebbe al governo di finanziare fuori bilancio l’aumento annunciato delle spese militari. Ogni ipotesi di rinegoziazione o di nuova sospensione del Patto di stabilità continentale, per via dell’emergenza guerra, appare molto improbabile. Mentre l’ampliamento del possibile ricorso ai cosiddetti “aiuti statali” all’industria, sponsorizzato non a caso dalla Germania, cozza nel caso dell’Italia con un indebitamento pubblico gigantesco, in progressivo incremento, privo oltretutto del precedente sostegno della BCE.

In ogni caso, l’impatto politico della sconfitta pesa sulla percezione di massa. Per quasi quattro anni la Presidente del Consiglio aveva usufruito di una immagine pubblica di “invincibilità”: una sua rendita di posizione, per quanto abusiva, presso ampi settori popolari e di classe media. Questo mito è crollato. E questo crollo trascina con sé l’indebolimento politico reale della sua figura, nel mentre incoraggia i sentimenti ostili del blocco sociale di opposizione. Meloni ha rappresentato per quattro anni il volto pubblico del governo e della sua comunicazione sociale. Per molti aspetti l’unico volto “presentabile” di una compagine molto posticcia. Ora la sconfitta, sfregiando quel volto, zavorra la credibilità dell’esecutivo. Le dimissioni imposte a Delmastro, Bartolozzi, Santanchè sono il tentativo di un colpo d’ala della Presidente del Consiglio alla ricerca affannosa di capri espiatori. Ma sono anche la misura del colpo subito, e per alcuni aspetti una sua oggettiva amplificazione, al di là delle intenzioni. Mentre la crisi interna di Forza Italia, sotto il pressing proprietario della famiglia Berlusconi, e le spinte divaricanti che attraversano la Lega, aggiungono nuovo piombo sulle ali della coalizione.

LA GUERRA INTERNA AL CENTROSINISTRA LIBERALE

Il campo largo del centrosinistra borghese è sicuramente beneficiario della sconfitta governativa. Con effetti immediati. La segretaria del PD si rafforza nel proprio partito. Si rafforza l’asse PD-M5S-AVS come baricentro della coalizione. Si indebolisce il peso negoziale di Renzi. Va fuori campo l’opzione terzopolista di Calenda. Nel complesso, un consolidamento degli stati maggiori del centrosinistra.

Ma paradossalmente questo successo, proprio perché rafforza le chance di una futura alternanza di governo, radicalizza lo scontro fra PD e M5S per la guida del centrosinistra. Uno scontro di ambizioni apparentemente irrinunciabili per la guida della borghesia italiana.

Giuseppe Conte vuole correre per guidare il suo terzo governo. Rifiuta la soluzione Schlein quale leader del principale partito di centrosinistra. Rivendica “primarie aperte”, con voto on line, che possano ribaltare il rapporto di forza col PD. Punta a beneficiare di una possibile moltiplicazione di candidature concorrenti a danno di Schlein. Investe su una postura politica anfibia che da un lato occhieggia ai sentimenti pacifisti (piegati soprattutto in chiave anti-Ucraina), dall’altro liscia il pelo alle politiche legge e ordine, come già sul tema anti-immigrati, e corteggia gli appetiti fiscali delle imprese. È la postura populista spregiudicata di un premier per tutte le stagioni.

Elly Schlein capitalizza la sconfitta di quelle minoranze interne al PD che si erano schierate per il Sì, a favore obiettivo di Meloni, pur di contrastare la segretaria. Può contare sul sostegno di Bonaccini e Franceschini, e con essi sulla non belligeranza di un apparato interno di partito oggi privo di possibili alternative. Ma resta per molti aspetti prigioniera della costituzione materiale borghese del partito che dirige. Un partito costretto ad affidarsi a Schlein per battere la concorrenza dei Cinque Stelle e tornare alla guida del governo del capitale, ma che non si identifica nella segreteria, e si riserva in prospettiva di rimpiazzarla.

Non a caso nella partita annunciata delle primarie Schlein punta sul “sostegno esterno” della burocrazia CGIL, non potendosi fidare del proprio partito. Mentre una schiera di padri nobili del PD, Prodi in primis, evoca dietro le quinte un candidato premier super partes per la coalizione, che possa non solo evitare primarie di scontro Schlein-Conte (e le sue incognite) ma anche offrire al grande capitale una maggiore garanzia di autorevolezza sul piano nazionale ed europeo.

Non è tutto. Sul lato destro della coalizione sono al lavoro diverse ingegnerie di improbabili soggetti di centro in cerca di autore (Ruffini, Spadafora, Onorato, Manfredi, Sala, Silvia Salis…), con l’obiettivo di riequilibrare l’assetto interno del centrosinistra. Il principale architetto dell’operazione è Matteo Renzi e la sua Italia Viva, che si erano schierati in larga misura per il Sì nel referendum, a vantaggio del governo Meloni, ma che PD, M5S e la stessa AVS hanno da tempo accettato incondizionatamente come socio di coalizione, rimuovendo ogni veto. Non è un caso, e non è solo questione elettorale. Le credenziali antioperaie di Renzi convalidate dall’esperienza di governo (2014-2016) sono un canale utile di relazione con ambienti del grande capitale. E gli ambienti del grande capitale sono centrali per un’alternanza borghese di governo, come nella storia degli ultimi trent’anni.

IL GOVERNO MELONI RESTA IN SELLA. L’IGNAVIA DELLE OPPOSIZIONI LIBERALI. LA DOMANDA DI STABILITÀ DELLA BORGHESIA

Nel frattempo nessun partito di centrosinistra ha chiesto le dimissioni del governo Meloni a seguito della sua sconfitta referendaria. Nessuno. Rimproverano ovviamente a Meloni il ritardo e l’ipocrisia del repulisti interno di figure da tempo impresentabili. Ma la richiesta di dimissioni dell’esecutivo viene rimossa. È clamoroso. Un governo reazionario che da quattro anni governa “nel nome del popolo” con il 44% dei votanti e il 59% dei parlamentari grazie a una legge elettorale truffaldina varata dal PD (il Rosatellum); che “nel nome del popolo” ha varato una legge di riforma costituzionale sottratta ad ogni mediazione parlamentare persino all’interno della propria maggioranza; che ha cercato su questa legge l’investitura del popolo in funzione di un progetto bonapartista di pieni poteri; che è stato clamorosamente sfiduciato dallo stesso “popolo” che ha evocato… viene risparmiato dalla richiesta di dimissioni. Quale la ragione di tanta generosità?

Ragioni diverse. Incide la lotta irrisolta per la guida del centrosinistra. Ma non solo. Incide anche la “responsabilità istituzionale” dei partiti borghesi liberali, in uno scenario internazionale di crisi profonda. Il Presidente di Confindustria è esplicito: «Serve un grande senso di responsabilità da parte di tutti i partiti. Abbiamo troppe cose da fare… bisogna mettersi a a lavorare a testa bassa per il bene delle imprese e dei cittadini..Sarebbe nell’interesse del Paese oggi vedere le forze di maggioranza e di opposizione sedersi insieme per scrivere un patto per lo sviluppo, per mettere a fuoco, in pochi punti, le priorità dell’industria..La stabilità è una delle poche cose che ci vengono riconosciute in Europa. Quindi la stabilità non può essere messa in discussione» (Il Foglio, 26 marzo).

La stessa domanda di stabilità e collaborazione viene dagli ambienti del Quirinale, e persino dai vertici rinnovati della Associazione Nazionale Magistrati («vogliamo ripristinare un clima di dialogo col nostro interlocutore politico», cioè col governo Meloni). Naturalmente oggi non vi sono le condizioni politiche per un patto generale fra opposizioni e governo. Ma le pressioni di Confindustria e dei piani alti dello Stato borghese non sono irrilevanti per quegli stati maggiori del centrosinistra che si candidano a governare in loro nome.

La stessa burocrazia CGIL, subalterna al centrosinistra, non solo evita di affondare il colpo contro Meloni ma giunge ad avanzare una proposta pubblica di reciproco “ascolto”. «Questo governo non ha la maggioranza di consenso nel Paese. E quindi deve avere l’umiltà di smetterla di comandare per mettersi finalmente a governare… Il governo deve accettare di confrontarsi con le parti sociali e con il Parlamento. Perché mediazione sociale e compromesso non sono brutte parole… Soprattutto in un momento in cui siamo di fronte ad una situazione del tutto inedita… col ritorno della guerra, con l’aumento delle disuguaglianze, c’è bisogno di un coinvolgimento delle persone e delle parti sociali». Sono le parole di Maurizio Landini sul quotidiano La Stampa (25 marzo). Il capo della principale organizzazione di massa del movimento operaio non solo non chiede le dimissioni del governo reazionario ma fa leva sulla sua sconfitta per rivendicare il compromesso politico e sociale con Meloni e col padronato. Non importa che si tratti di un pio desiderio, già tante volte frustrato. Importa il significato della profferta in sé, quale misura della subalternità CGIL alla borghesia italiana.

Inutile aggiungere che né Alleanza Verdi-Sinistra né il Rifondazione Comunista hanno qualcosa da dire sulla linea CGIL. È il risvolto fisiologico della loro subalternità al centrosinistra, e delle proprie ambizioni di governo.

In questo quadro, protetto dall’ignavia delle opposizioni, Giorgia Meloni può disporre di un proprio spazio di manovra per sopravvivere alle proprie difficoltà. Può decidere di tentare un rilancio, magari sul terreno di quelle politiche forcaiole contro i migranti che hanno ottenuto il viatico dell’Unione Europea (col voto di settori della socialdemocrazia continentale). Come potrebbe invece valutare conveniente andare un domani a elezioni anticipate, per evitare uno sfarinamento della sua maggioranza. In ogni caso, sarebbe lei a decidere, al riparo da ogni vera opposizione, e da ogni prospettiva di alternativa vera.

UNA VERA OPPOSIZIONE PER UN’ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA. UNITÀ E RADICALITÀ STANNO INSIEME

Una vera opposizione e una vera alternativa sono dunque più che mai indissolubilmente intrecciate.

“Cacciare il governo Meloni” è tanto più oggi una rivendicazione elementare. I manifestanti No Kings della grande manifestazione del 28 marzo a Roma hanno fatto giustamente della parola d’ordine “governo Melonidimissioni” la propria colonna sonora corale. Un sentimento pubblico liberatorio dopo la vittoria referendaria. Se non ora, quando?

Ma la cacciata del governo è inseparabile dal rilancio di una mobilitazione di massa capace di imporla. Il tema è delicato e decisivo.

Se le grandi mobilitazioni di settembre-ottobre 2025 hanno lasciato il segno nel senso comune di ampi settori di massa, e in particolare della gioventù, la loro disattivazione – per volontà soprattutto delle direzioni sindacali – non è stata priva di conseguenze. È vero, il governo ha subito ugualmente una sconfitta politica pesante, ma il suo blocco sociale è ancora in piedi. Oltre la metà dei salariati ha votato Sì al referendum. La maggioranza della popolazione femminile impiegata nel lavoro domestico ha votato Sì. Tre grandi regioni del Nord conservano un’egemonia reazionaria piccolo-medio-borghese sulla maggioranza della popolazione. La riserva reazionaria della provincia profonda resta intatta. L’astensione dal voto nel Meridione ha premiato il No, ma il rapporto di forza tra blocchi sociali rimane in larga misura inalterato, come registrano tutti i sondaggi post-referendum sugli orientamenti di voto.

Solo una mobilitazione straordinaria può smuovere il blocco sociale reazionario, dilatare le sue contraddizioni, precipitarne la crisi. Ma una mobilitazione straordinaria ha bisogno di una bandiera di riferimento, di una piattaforma di rivendicazioni in cui riconoscersi e per cui battersi. Una piattaforma capace non solo di unire nella lotta i diversi attori del blocco sociale alternativo, ma anche di parlare ai salariati che votano a destra, di favorire la loro autonomia e lo sviluppo di una loro coscienza.

La richiesta di un forte aumento generale dei salari e di una scala mobile a protezione dall’inflazione; di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare sanità, istruzione, servizi, un piano di opere sociali e ambientali; dell’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro; di una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga capace di ripartire fra tutti il lavoro che c’è; di una vertenza unificante per le centinaia di aziende in crisi (Stellantis ed Ilva in primis) con la richiesta della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori; di una nazionalizzazione e riconversione dell’industria bellica, senza indennizzo e sotto controllo operaio, come dei grandi monopoli energetici… Sono tutte rivendicazioni che nel loro insieme possono incunearsi nel blocco sociale reazionario e favorire una sua scomposizione.

Al tempo stesso sono richieste che possono e debbono saldarsi con rivendicazioni democratiche già fatte proprie dal senso comune e/o di facile comprensione popolare. Come il rifiuto di ogni guerra imperialista, l’abbattimento delle spese militari, la chiusura delle basi, il ritiro dalle missioni di guerra, la rottura con la NATO e con lo Stato coloniale di Israele, la difesa del diritto di autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dal popolo di Palestina. Ma anche la cancellazione dei privilegi fiscali del Vaticano, la soppressione delle misure liberticide di Meloni-Salvini-Piantedosi-Valditara, una legge elettorale interamente proporzionale a difesa del principio di rappresentanza e dell’uguaglianza di ogni voto…

Nessuno di questi obiettivi – tanto più il loro insieme- è compatibile col centrosinistra liberal-borghese, la cui costituzione materiale regala alla destra e al suo blocco sociale una rendita di posizione resistente, come mostra la storia della seconda Repubblica. Solo le organizzazioni del movimento operaio possono assumersi la responsabilità di promuovere un’opposizione di massa e di classe su una piattaforma generale di svolta. Solo un fronte unico delle sinistre sindacali, associative, politiche, di movimento, può sostenere uno sciopero generale vero mirato a ribaltare i rapporti di forza tra le classi. Ciò che implica la rottura col centrosinistra ed una iniziativa politica indipendente.

L’autonomia dal centrosinistra liberale non è un fine a sé ma il passaggio decisivo per un’opposizione di massa e di classe, in funzione di una prospettiva anticapitalista. Non si tratta di disertare il fronte unico dei movimenti, come ha fatto Potere al Popolo in occasione della grande manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma, a favore di un proprio percorso separato e autocentrato. Al contrario. Si tratta di battersi per il più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento; e di portare dentro ogni occasione di fronte unico, e dentro ogni organizzazione di classe e di massa, la proposta della rottura col centro borghese liberale per la promozione di un’alternativa anticapitalista. Unità e radicalità debbono stare insieme. Non si dà l’una senza l’altra. È la linea che caratterizza, oggi come ieri, il Partito Comunista dei Lavoratori.

Marco Ferrando