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Per un fronte unico anticapitalista! Avanti con il patto d'azione!

Sintesi dell'assemblea telematica di sabato 9 maggio



Pubblichiamo il resoconto dell'assemblea nazionale del patto d’azione promosso in primo luogo dal SI Cobas. Il PCL vi ha partecipato, condividendo la piattaforma rivendicativa e portando il proprio contributo, in una logica non di autorecinzione di questo importante spazio di avanguardia ma della massima estensione del fronte unitario d’azione, del suo profilo classista, della sua proiezione di massa. È la logica con cui interveniamo in ogni ambito dell’avanguardia, coniugando unità e radicalità di proposta in funzione di una prospettiva rivoluzionaria.



La terza assemblea telematica ha visto una forte partecipazione ed un vivo dibattito: 5 ore di assemblea, oltre 200 partecipanti, 45 interventi, numerose organizzazioni politiche e sindacali, delegati di base, singoli attivisti, reti sociali.

È stata riconfermata l'adesione alla piattaforma unitaria di rivendicazioni immediate e politiche condivisa nella scorsa assemblea, così come rinnovato l'impegno e la volontà di costruire nei fatti il patto di unità d'azione contro padronato e governo.

Le giornate di lotta, sciopero e mobilitazione del 30 aprile e 1 maggio indette dal SI Cobas e dall'ADL Cobas, la settimana di attivazione sociale indetta dalla rete di realtà cittadine "Vogliamo Tutto" iniziata il 25 aprile, l'adesione e l'attivazione di diversi organismi e compagni partecipanti al Patto d'azione sono i primi risultati concreti e tangibili di questa proposta.

La famosa fase 2 per noi è qualcosa di completamente diverso rispetto quella che sta attuando il governo su pressione di Confindustria e padroni, ovvero riaprire tutto indipendentemente dai rischi per la salute e la vita dei lavoratori al fine di assecondare come prima e più di prima la pressione e le intimidazioni dei padroni.

Per noi la fase 2 significa anzitutto prendere atto della enorme profondità di questa doppia crisi, sanitaria ed economica. Significa prendere atto che ai piani alti della politica e dell'economia si sta progettando e organizzando un pesante peggioramento, un vero e proprio salto in giù delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i comparti della classe lavoratrice (sui luoghi di lavoro, con la crescita della disoccupazione, accollandoci un enorme aumento del debito di stato, e restringendo di molto le libertà sindacali e politiche). Basti pensare al vergognoso dibattito mediatico circa la "regolarizzazione" a tempo dei lavoratori delle campagne oppure il silenzio assordante rispetto allo sfruttamento triplo delle donne lavoratrici e disoccupate.

Abbiamo davanti a noi non la prosecuzione, leggermente aggravata, dei processi degli ultimi dieci anni, ma un'improvvisa e forte intensificazione delle contraddizioni e dei contrasti di classe. Ci aspettano mesi e anni di duri scontri di classe.

La vertenza in TNT-Fedex, che in queste settimane ha visto la mobilitazione e lo sciopero di migliaia di lavoratori in tutta la filiera e decine e decine di camionette sgomberare i presidi operai, è un segno chiaro di come i padroni (e i sindacati sempre più subordinati agli interessi del profitto e integrati allo stato) intendano affrontare questa fase 2.

Dobbiamo fare il possibile per non farci trovare impreparati, per serrare le nostre file, mettendo in primo piano ciò che ci unisce rispetto a ciò che ci divide: non un astratta “unità per l'unità”, bensì un programma di lotta unificante, composto da parole d'ordine e rivendicazioni semplici e chiare (riassumibili nella mozione finale dell'assemblea del 14 aprile) che è a disposizione di tutti coloro che ne condividono lo spirito, i contenuti e gli obbiettivi.

Nelle assemblee precedenti abbiamo tracciato una doppia linea di demarcazione: no a qualsiasi forma di “patto sociale” con la classe sfruttatrice in nome degli interessi della nazione, cioè del capitalismo nazionale, quale invece è proposto da CGIL-CISL-UIL e da tutte le forse dell'arco costituzionale; no a qualsiasi forma di “sovranismo” e di avvelenamento nazionalistico dei lavoratori, per l'affermazione di una prospettiva di unità internazionalista tra i lavoratori per fronteggiare l'internazionale del capitale.

L'assemblea ha ribadito chiaramente che oggi non dobbiamo "evocare l'unità" ma delimitare un campo che ci consenta di iniziare a costruire un'azione comune su fondamenta solide. L'assemblea ha confermato la necessità di compiere un passo in avanti:

1) Il sostegno pieno e l'impegno di tutti gli aderenti al Patto d'azione per la costruzione di un Assemblea Nazionale dei delegati e delle delegate aperto a tutti i lavoratori e le lavoratrici combattive, di tutti i settori ed indipendentemente dall'appartenenza di sigla, con l'obiettivo di affrontare e rispondere unitariamente alle necessità comuni di resistenza e di lotta che accomunano oggi i lavoratori della logistica, del settore metalmeccanico, della sanità, dell'alimentare, i proletari disoccupati, al di là di ogni particolarismo settoriale, territoriale o di categoria.

Quest'iniziativa procede in parallelo rispetto al Patto d'azione e di fronte unico anticapitalista, ma è essenziale per dare forza e significato al nostro percorso.

2) Rilanciare la mobilitazione operaia e sociale e dare vita nelle prossime settimane ad una giornata di lotta in piazza (con tutte le accortezze del caso) nella quale portare contemporaneamente nei territori, nelle città, nei paesi, nei quartieri i contenuti della nostra piattaforma, facendo il massimo sforzo per rivolgerci a quel vasto numero di lavoratori e lavoratrici, giovani precari e disoccupati, che stanno già pagando un prezzo pesantissimo per la crisi.

In queste settimane la crisi capitalistica, esplosa con la pandemia ma le cui radici sono ben più profonde e antecedenti al CoViD-19, si sta già manifestando in maniera drammatica: il ritardo nell'erogazione degli ammortizzatori sociali, le avvisaglie di ristrutturazioni e licenziamenti su larga scala, l'insufficienza e la parzialità delle misure a sostegno di disoccupati e dei precari rappresentano dei chiari segnali di una possibile ed imminente precipitazione delle tensioni sociali, di fronte alle quali si pone l'urgenza di una risposta decisa e immediata da parte del movimento di classe in risposta ai tentativi della destre sovraniste di cavalcare la crisi in chiave reazionaria e xenofoba.

3) Coordinarsi a livello nazionale per rispondere unitariamente a tutte le multe, denunce e forme di repressione che si stanno scagliando contro le reti sociali, i disoccupati e i lavoratori che hanno deciso di essere responsabili verso la propria salute ma non obbedienti verso l'utilizzo politico e repressivo dello stato di emergenza, riappropriandosi dell'agibilità sindacale, sociale e politica nelle piazze.

4) Sostenere un processo di convergenza e salto di qualità delle esperienze di mutualismo e solidarietà proletaria che si sono sviluppate su tutti i territori, città, quartieri e luoghi di lavoro.

Infine l'assemblea ha chiarito che bisogna allargare il più possibile il nostro raggio di azione, aspirare ad una dimensione di massa.

Per tale motivo verranno individuate forme organizzative e strumenti di comunicazione finalizzati a questo obiettivo politico.

La convergenza verso un patto d'azione ed un programma comune è un esigenza storica.

Rendiamola un orizzonte possibile!

LA CRISI COLPISCE DURAMENTE: COSTRUIAMO IL PIÙ AMPIO FRONTE UNITARIO PERCHÉ NON LA PAGHI LA CLASSE LAVORATRICE

Il PCL sostiene le manifestazioni dell'15 maggio davanti alle sedi INPS indette unitariamente da SI.COBAS, SGB, ADLCobas e Reddito di quarantena, per la difesa dei salari, il sostegno al reddito di lavoratrici e lavoratori che hanno perso il lavoro o lo stanno perdendo e il rilancio dello stato sociale.



Se ci deve essere una “ripresa” non deve essere quella di profitti, ma quella delle lotte e dei diritti.

Le foto della manifestazione davanti alla sede dell'INPS di Bologna del 15 maggio 2020:




















Partito Comunista dei Lavoratori – Sezione di Bologna

Video: Dopo il virus arrivano licenziamenti, disoccupazione e tagli ai salari e stato sociale: la crisi non devono pagarla le lavoratrici e i lavoratori!

COMUNICATO DEL COORDINAMENTO DELLE SINISTRE DI OPPOSIZIONE DI BOLOGNA


Il coordinamento delle Sinistre di Opposizione di Bologna sostiene con forza il presidio indetto da SGB, ADL Cobas e S.I.COBAS  l'8, maggio presso la sede della Regione Emilia Romagna
Si associa alle rivendicazioni alla base del presidio contro una amministrazione regionale che con sostanziale noncuranza per la sicurezza di lavoratrici e lavoratori si associa al padronato e alle regioni governate dalla destra nel richiedere l'apertura immediata delle attività' produttive senza prevedere un rilancio della Sanità Pubblica e l'ampliamento del trasporto pubblico. 
Soprattutto accoglie e rilancia l'appello all'unita' delle forze sindacali, sociali e politiche che fanno riferimento alla classe lavoratrice lanciato dai promotori del presidio. 
Costruiamo l'unita' più ampia di lavoratrici e lavoratori perché la crisi la paghino, padroni, banche e governi e amministrazioni regionali loro complici. 
Se non ora quando? 

Sinistre di Opposizione di Bologna:
Partito Comunista Italiano
Partito Comunista dei Lavoratori
Partito della Rifondazione Comunista

Il video della manifestazione pienamente riuscita:



P.s. vedi info: https://www.facebook.com/pclbologna/

Il PCL sostiene le mobilitazioni promosse dal SI Cobas e da ADL Cobas il 30 aprile e 1 maggio

21Il governo, spinto da Confindustria e le altre associazioni padronali, vuole avviare la "fase due". I dati giornalieri dell'epidemia da coronavirus attestano, però, ancora alti tassi di contagio e purtroppo numerosi decessi. Non vi sono le condizioni di sicurezza per riaprire tutte le attività produttive. Inoltre mancano i presidi sanitari più elementari, a partire dalle mascherine, e non si può testare la popolazione per mancanza di tamponi, laboratori attrezzati e reagenti.
Al padronato questo non interessa. Chiede a gran forza la ripresa dei propri profitti a costo di sacrificare la sicurezza di milioni di lavoratori, dei loro familiari e di tutti a causa del rischio di propagazione del contagio.

Il PCL ha già denunciato le responsabilità criminali di Confindustria e consociate, che con la complicità di governo e istituzioni locali non hanno preso le misure necessarie alla protezione della popolazione, come si è visto in Lombardia, dove la malattia ha provocato migliaia di vittime.
Non si può adesso affidare il controllo della sicurezza sul lavoro, compresi gli spostamenti, alle stesse autorità che hanno provocato il disastro, come vogliono i protocolli di cartapesta firmati da governo, Confindustria e burocrazia di CGIL, CISL e UIL.
Il controllo deve essere delle lavoratrici e dei lavoratori, mediante le proprie organizzazioni.

Il PCL è da sempre impegnato nella costruzione di un fronte unico politico e sindacale che si basi sugli interessi della classe lavoratrice e la sua indipendenza dalle politiche e dagli interessi di padronato, banche e governo. Tanto più oggi, quando la crisi sanitaria a cui hanno contribuito decenni di tagli alla sanità pubblica ha già provocato una profonda crisi economica che sta sfociando in una durissima crisi sociale con milioni di disoccupati e l'impoverimento della maggioranza della popolazione.
Pertanto il PCL sostiene tutte le iniziative politiche e sindacali che si muovano nella stessa direzione, come le iniziative di mobilitazione, fino eventualmente allo sciopero, promosse dal SI Cobas e da ADL Cobas nelle giornate del 30 aprile e 1 maggio. Valuta positivamente le indicazioni rivendicative alla base della mobilitazione, e ritiene che esse possano incontrarsi con le rivendicazioni avanzate dal nostro partito:

- Controllo indipendente dei lavoratori sulle condizioni di lavoro
- Blocco dei licenziamenti, compresi i precari
- Salario al 100% per le lavoratrici e i lavoratori in cassa integrazione
- Indennità di quarantena per tutti coloro che si ritrovano senza lavoro e senza reddito
- Riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di salario
- Rilancio e nuovi investimenti massicci nella sanità pubblica. Nazionalizzazione della sanità privata e dell'industria farmaceutica senza indennizzo per i grandi azionisti
- Imposizione immediata di una tassazione patrimoniale straordinaria: il 10% del patrimonio del 10% più ricco della popolazione

La sicurezza sia in mano alle lavoratrici e ai lavoratori. La crisi la paghino i padroni che l'hanno provocata.
Non più governi complici di banchieri e capitalisti!
Per il governo dei lavoratori!
Partito Comunista dei Lavoratori

Ripartenza di cosa?

La società borghese inciampa a ogni passo sulle contraddizioni che crea

Il Presidente del Consiglio ha annunciato la ripresa generale del lavoro il 4 maggio. Indistintamente, su tutto il territorio nazionale, quindi anche nelle regioni tuttora segnate da un alto tasso di contagio e mortalità, che peraltro sono le regioni in cui si concentra guarda caso il cuore della produzione industriale, e dove è più forte la pressione di Confindustria per la ripartenza.

Grande è lo sforzo della comunicazione pubblica nell'annunciare che la ripresa avverrà “ in sicurezza”. La raccomandano le autorità sanitarie, la garantiscono gli industriali. Gli stessi industriali che hanno posto il veto sulla zona rossa nel bergamasco, che hanno chiesto alle prefetture di produrre in deroga, che hanno licenziato operai che denunciavano la mancata osservanza delle regole. C'è qualcuno che oggi può credere alle loro "preoccupazioni"?


L'INCIAMPO DELLE MASCHERINE

Non è solo un problema di credibilità, ma anche di contraddizioni plateali. Persino sui temi più elementari.

Prendiamo il caso delle arcinote mascherine. A due mesi dall'inizio dell'emergenza sanitaria, la seconda potenza industriale d'Europa è ancora alle prese con la loro insufficienza. Una insufficienza macroscopica. Il giornale di Confindustria ci informa (21 aprile) che con la ripresa generalizzata saranno necessari 40 milioni di mascherine al giorno (due a testa per 20 milioni di lavoratori). Secondo la task force di Colao ne occorreranno 953 milioni al mese. «Fabbisogni impossibili da soddisfare», riconosce il quotidiano confindustriale, perché le 80 aziende che si sono buttate sul mercato per produrle, allettate dagli incentivi offerti, ne producono appena 3 milioni al giorno, mentre il commercio mondiale delle mascherine è ormai intasato dalla competizione di tutti contro tutti. Solo una larga riconversione produttiva di altri settori potrebbe far fronte al bisogno. Ma ciò richiederebbe misure drastiche e immediate di nazionalizzazione a garanzia della riconversione. Una bestemmia per Confindustria.


TAMPONI, TEST, LABORATORI. LA CRISI DELLA DIAGNOSTICA

Il problema dei tamponi e dei test sierologici non è da meno.

Il nuovo capo di Confindustria Carlo Bonomi ha sempre accompagnato la richiesta della riapertura con la garanzia della diagnostica. Di cui peraltro si occupa, guarda caso, la sua azienda. Questa garanzia è clamorosamente assente. La ripresa richiederebbe un esame tampone generalizzato a tutti i lavoratori, perché non si possono portare in fabbrica i positivi. Ma il numero dei tamponi oggi effettuato, a partire dalla Lombardia, resta irrisorio. Non dipende dalla mancata disponibilità dei tamponi, ma dall'assenza dei laboratori per l'esame dei dati: i laboratori pubblici sono stati tagliati, quelli privati prendono cifre da capogiro e sono comunque insufficienti.

Ancor più complicato è il quadro dei test sierologici, fondamentali per individuare gli immuni. Qui c'è una autentica guerra per bande tra aziende produttrici per accaparrarsi il mercato. In particolare in Lombardia. Da un lato la Diasorin, sponsorizzata dalla regione, che punta all'esclusiva di monopolio. Dall'altro la TecnoGenetcs che ha fatto ricorso al TAR contro la Diasorin. Parallelamente è in corso anche una gara nazionale gestita dall'Istituto Superiore della Sanità, che non si capisce come interagisca con lo scontro in Lombardia. L'unica cosa certa in questa guerra di mercato è che non esiste ad oggi un test sierologico nazionalmente validato e riconosciuto. E questo a pochi giorni dalla “ripartenza”. Solo una immediata nazionalizzazione dell'industria farmaceutica, un investimento concentrato su laboratori e ricerca pubblica, una massiccia assunzione di nuovi ricercatori e specialisti, risponderebbe alle necessità.


L'ENIGMA DEI TRASPORTI

Non ci sono solo problemi sanitari, ma anche di organizzazione del lavoro, e soprattutto di trasporto sul lavoro. Tutta la stampa borghese è costretta a riconoscere che non può esserci una condizione minima di sicurezza senza una riorganizzazione del trasporto: bus, tram, metropolitane, ferrovie regionali. Tuttavia le aziende di settore, largamente privatizzate, mettono le mani avanti.

ASSTRA, l'associazione nazionale maggiormente rappresentativa delle imprese di trasporto pubblico in Italia, è lapidaria: non sarà possibile incrementare il parco mezzi. La produzione richiederebbe tempi variabili che vanno dai 18 a 36 mesi a seconda della tipologia di mezzi, bus o treni. Peccato che le aziende che producevano mezzi pubblici siano state smantellate nello scorso decennio, a partire da Irisbus.
Si potranno allora, a parità di mezzi, aumentare le corse? No. «Non si potranno aumentare le corse come qualcuno ipotizza, perché mancano i mezzi, il personale e la capacità delle reti» dichiara al Corriere Andrea Gibelli, presidente di ASSTRA. Il distanziamento di sicurezza di un metro non sarà dunque possibile. Peraltro, ci informa Gibelli, «non sarebbe economicamente sostenibile». Il che taglia la testa al toro, dal punto di vista confindustriale. Dunque al lavoro con l'auto privata, in un nuovo vortice di inquinamento urbano? Alla faccia della salute.


TUTTI CERCANO DI PARARSI IL CULO

Non a caso in questa babele ogni attore in scena cerca di pararsi il culo scaricando sugli altri le proprie responsabilità. Il governo nazionale scarica le responsabilità delle scelte sui comitati di esperti, peraltro internamente divisi. Gli industriali cercano la copertura delle burocrazie sindacali per disincentivare sia gli scioperi che le cause giudiziarie. I governi regionali dicono che comanda il governo nazionale, e viceversa. In realtà tutti sanno che la ripartenza oggi è un'avventura, e nessuno vuole intestarsi la scelta senza chiamate di correo. L'unico punto di accordo generale è che gli operai devono tornare il fabbrica, mentre le scuole restano chiuse per tutelare gli studenti. Inutile cercare la logica, perché è solo quella del capitale.
Partito Comunista dei Lavoratori

Bonaccini, come Fontana, Zaia e Cirio, obbedisce al richiamo del padrone

In questi giorni Confindustria sta facendo pressioni fortissime sul governo per l'avvio al più presto della fase due, ossia della riapertura delle attività produttive. Le autorità scientifiche lo sconsigliano, perché dati i numeri ancora alti del contagio da coronavirus, soprattutto nelle regioni del Nord, le più industrializzate, è ancora alto il rischio di una recrudescenza dell'epidemia.
Il governo traccheggia, mente i governatori del Nord fanno asse con Confindustria.
È il potente richiamo del padrone, quello sotto la cui influenza decisiva sono stati commessi autentici crimini, come il Partito Comunista dei Lavoratori ha denunciato recentemente.

Bonaccini, governatore dell'Emilia-Romagna, proprio non ce la fa: nemmeno lui può sottrarsi a questo richiamo.
Nella riunione con il governo insieme agli altri "governatori" regionali – la cosiddetta cabina di regia – ha proposto, analogamente alla Lombardia, la riapertura delle filiere internazionali, dal comparto automobilistico, alla ceramica, alla nautica ecc..., per «salvaguardare l'export», l'edilizia e le costruzioni, ovviamente «garantendo ciò che serve per avere la massima sicurezza».
Peccato che, come affermano le autorità scientifiche, questa benedetta sicurezza non solo non è massima, ma non esiste finché il tasso di contagio non sia azzerato.

Se la sicurezza non è la preoccupazione principale, secondo le dichiarazioni del nostro Presidente di regione un'altra è la vera minaccia: «evitare che ci sia un problema di scontro sociale e di perdita di lavoro per troppe persone». Vale a dire che l'intenzione del padronato è proprio quella di scaricare la crisi sui lavoratori, e Bonaccini se ne fa un fidato messaggero.

Alle elezioni regionali di gennaio il Partito Comunista dei Lavoratori ha rifiutato di dare il proprio sostegno a Bonaccini, denunciando il suo ruolo in continuità sostanziale con le politiche antisociali del PD e del governo di manutenzione degli interessi capitalistici. La manutenzione evidentemente continua, a dispetto di ogni emergenza e del pericolo di contagio per milioni di lavoratori.
Bonaccini lo aveva dimostrato allora, allineandosi ai governatori leghisti e della destra sulla richiesta di autonomia regionale differenziata. L'emergenza sanitaria ha dimostrato impietosamente che proprio la frammentazione regionale ha favorito la disastrosa disorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale di fronte all'epidemia. Oggi il governatore dell'Emilia-Romagna conferma il suo ruolo subalterno agli interessi padronali facendosi alfiere degli interessi di Confindustria insieme alle regioni governate dalla destra.

Intanto Emilia Romagna Coraggiosa, la sinistra che ha appoggiato la rielezione di Bonaccini, rimane in silenzio. Dov'è finito tutto il suo coraggio? Forse bisogna ammettere, come Don Abbondio, che in certi casi, quando si rischia l'osso del collo (politicamente parlando, s'intende) “uno il coraggio... mica se lo può dare”.

Per quanto ci riguarda, come Partito Comunista dei Lavoratori, rimaniamo fermamente dall'altra parte della barricata: quella delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno tutto il diritto, anche in Emilia-Romagna, di tornare al lavoro solo quando sarà garantita la prevenzione dal contagio, di controllare essi stessi le condizioni di sicurezza della propria mansione lavorativa, di aver garantiti salario e occupazione per tutti, compresi i precari, di poter usufruire di una sanità pubblica adeguata mediante il massiccio rifinanziamento del SSN e la nazionalizzazione della sanità privata, di imporre che questa volta siano i padroni a pagare la crisi tramite una patrimoniale straordinaria del 10% del patrimonio sul 10% più ricco della popolazione.
Per questo sosterremo ogni forma di mobilitazione unitaria della classe lavoratrice senza alcun timore dello scontro sociale.
Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Bologna

La febbre della ripartenza

L'arrembaggio della Confindustria, l'inganno del padronato “progressista”

21 Aprile 2020
Il padronato italiano fa semplicemente ciò che vuole, al di là degli accordi. L'essenziale, per loro, è tornare a fare profitti
Rulla il tamburo della ripartenza, sotto la pressione delle organizzazioni padronali. Il nuovo vertice di Confindustria ha fornito a questa pressione una spinta propulsiva nuova. La ripartenza non è (solo) una data futura al momento incerta, è un processo già in corso oggi; lento, a macchia di leopardo, ma continuativo. Un processo che attraversa diversi settori della produzione e tutte le aree geografiche del paese.

Una parte rilevante del lavoro salariato non si è mai fermato, in realtà. A inizio marzo, mentre il governo e le autorità sanitarie celebravano il “tutti a casa”, milioni di operai continuavano a varcare i cancelli delle fabbriche. Anche nelle zone di massimo contagio. Anche nel bergamasco, nel bresciano, nel piacentino, laddove il veto di Confindustria sulla zona rossa ha consumato un crimine che nessuno può ormai negare o ignorare.


IL PRESSING TRAVOLGENTE DELLA RIPARTENZA

Dopo il famoso protocollo d'intesa del 14 marzo tra sindacati e padroni, e i decreti governativi del 22 marzo, avallati dal sindacato, la sicurezza in fabbrica è rimasta un miraggio. In compenso la ripartenza produttiva si allarga, al di fuori di ogni regola e controllo. 105.727 imprese nell'ultimo mese hanno “comunicato” alle prefetture la continuità della produzione, usando la norma del silenzio assenso. Solamente 2296 sono state bloccate. Il resto ha avuto via libera, o per connivenza tra prefettura e padrone, o per l'impossibilità di fare le verifiche a causa della mancanza di personale e dei tempi necessari. Insomma, il padronato italiano fa semplicemente ciò che vuole, al di là del dettato formale degli accordi, o utilizzando le loro maglie larghe.

Ora il pressing si fa travolgente. Hanno un bel dire una parte di esperti e virologi che non vi sono le condizioni per ripartire in sicurezza, tanto più in Lombardia. Ha un bel dire il dottor Galli del Sacco di Milano che ciò che è acquisito in teoria non lo è affatto in pratica, che i tamponi sono ancora un numero esiguo, che sui kit sierologici c'è una guerra per bande tra aziende produttrici fuori da ogni controllo sanitario validante, che neppure su quantità e qualità delle famigerate mascherine si è raggiunto un risultato soddisfacente, che non si sa ancora dove isolare i contagiati, che senza riorganizzare l'intero sistema dei trasporti urbani e metropolitani la riapertura generale è un'avventura... Non serve. I padroni hanno il fiato sul collo della concorrenza estera, e questo basta. Sulla sicurezza simuleranno un po' di attenzioni, qualche gesto esemplare nei primi giorni, un po' di fumo negli occhi a uso e consumo delle telecamere. Finzioni. L'essenziale è che la vita normale riprenda il suo corso e rimonti la china. Che riprenda la borsa, che si possano macinare profitti, che si possano spartire i dividendi. Il resto è contorno, o rumore di fondo.


LA FIABA DI BRUNELLO CUCINELLI

A tirare la volata della ripartenza generalizzata c'è il fior fiore del made in Italy. Non solo la grande industria meccanica, la cantieristica, ma anche la moda, l'oreficeria, le costruzioni di yacht... Quel mondo delle grandi famiglie del capitalismo italiano, prodigo di pose progressiste, ospite ricercato dei salotti liberali, in realtà provvisto di un pelo sullo stomaco da far invidia alla foresta amazzonica.

In questi giorni diversi esponenti di questo mondo dorato sentono l'esigenza di aggiungere la propria voce al coro assordante della ripresa. Si distingue al suo interno il grande stilista umbro Brunello Cucinelli, proprietario di un'azienda dell'alta moda con stabilimenti in mezzo mondo, Cina inclusa, con un fatturato di tutto rispetto di 607,8 milioni nel 2019. «Dobbiamo pensare a garantire il cibo alle persone che lavorano con noi» dichiara compunto a La Stampa. «Capitalismo etico?» chiede l'intervistatore. «Il mercante onorevole» risponde il nostro con l'aria di chi si carica sulle spalle le sofferenze del mondo. «Come ha passato la quarantena?» incalza la giornalista. «Aiutando mia moglie a stirare, anche il copripiumone, una cosa complicatissima» risponde Cucinelli convinto di aver lustrato così la propria pietas. Dopo di che arriva finalmente al sodo: «Abbiamo detto da subito alle persone che lavorano con noi: non licenzieremo nessuno... In cambio ho chiesto due cose: la disponibilità a lavorare mezz'ora in più al giorno e lavorare in agosto tranne una settimana. In poco tempo recupereremo le settimane perse». Una generosità commovente.

Ecco, in questa intervista c'è uno squarcio di possibile futuro. La frontiera più avanzata del progresso che il capitale sa offrire ai salariati di fronte alla nuova grande recessione è un allungamento dell'orario quotidiano e l'annullamento delle ferie in cambio del lavoro. Una “offerta che non si può rifiutare”, con 25 milioni di nuovi disoccupati in arrivo nella sola Europa secondo le previsioni del FMI. Questo è il calcolo dei “mercanti onorevoli”.
C'è solo una eventualità che non hanno calcolato: che gli operai possano rifiutarsi di chinare il capo. Non avviene spesso nella storia, ma accade. E quando accade, tutto diventa possibile. Anche quello che nessun padrone potrebbe mai immaginare: che gli operai facciano a meno di lui.
Partito Comunista dei Lavoratori

VIDEO: PADRONI CRIMINALI

NE PARLIAMO CON MARCO FERRANDO
MODERA DIEGO ARDISSONO


Il PCL è stato impegnato nelle ultime settimane nel denunciare le responsabilità del capitalismo nella determinazione del disastro relativo all'emergenza sanitaria del coronavirus. Responsabilità dirette e determinanti: i tagli alla ricerca scientifica, asservita al capitale e al profitto delle industrie farmaceutiche; la devastazione ambientale che ha favorito il salto di specie del virus; i tagli massicci ai sistemi sanitari pubblici in tutto il mondo, a favore del privato.

In questo quadro, l'emergenza coronavirus ha messo in luce, ancora una volta, l'irrazionalità folle del sistema capitalista. Un sistema dove tutto, salute compresa, è subordinato al profitto. Un sistema che solo una rivoluzione può distruggere.

Che risposta dare a questa crisi?

Attorno a queste tematiche e all'esposto giudiziario che abbiamo presentato in merito alle responsabilità criminali del governo nazionale, della regione Lombardia e di Confindustria nello sviluppo esponenziale del contagio e delle morti in Lombardia, promuoviamo questa assemblea pubblica in streaming, domenica 19 aprile alle 18:30, con Marco Ferrando (portavoce nazionale del PCL) e Diego Ardissono (Segreteria del PCL).

Perché il conto del coronavirus lo paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI