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La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

MANCATA ZONA ROSSA AD ALZANO LOMBARDO E NEMBRO - COMUNICATO STAMPA

Comunicato del Partito Comunista dei Lavoratori sull’inchiesta per la mancata “zona rossa” ad Alzano e Nembro denunciata dallo stesso PCL il 9 aprile


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria soddisfazione per la scelta della procura di Bergamo di interrogare il presidente del Consiglio e i ministri degli Interni e della Salute in merito alla mancata istituzione della nei comuni di Alzano e Nembro. E non potrebbe essere altrimenti: è stato il Pcl infatti, tramite il suo Portavoce Nazionale Marco Ferrando a presentare per primo (alle procure di Bergamo, Brescia, Milano e Roma) denuncia contro il Governo, nonché contro la Regione Lombardia e Confindustria. E lo ha fatto in tempi certamente non sospetti: il 9 aprile scorso. Quando tutti facevano muro minimizzando ciò che accadeva e rimpallandosi le responsabilità. A cominciare dalla Lega di Salvini che oggi sostiene ma allora difendeva a spada tratta la politica delle fabbriche aperte a tutti i costi. I costi di migliaia di morti. 
Nel nostro esposto abbiamo sottolineato come la mancata zona rossa non era frutto di un semplice “errore” di valutazione del rischio ma era stata il risultato di un cinico calcolo economico: “costava troppo” chiudere una zona ad alta concentrazione industriale. Era la tesi di Confindustria Lombardia e sia la Regione che il governo l’hanno fatta propria. Adesso assistiamo allo squallido palleggiamento di responsabilità su chi poteva e doveva decidere: potevano e dovevano sia la Regione che il Governo. Ma hanno lasciato che, nei fatti, decidessero gli industriali. E il risultato sono stati i cortei dei camion militari pieni di bare.
Questo dimostra la vera natura di questo governo, che qualcuno si illude sia “progressista”. Pur sapendo che solo le mobilitazioni di massa di lavoratori e giovani - e un governo che riflette i loro interessi – possono cambiare le cose ci auguriamo che tutti i responsabili di questo massacro ne rispondano davanti alla giustizia.

https://www.giornalettismo.com/zone-rosse-denuncia-pcl/

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI                                                                                             
10/06/2020

Bonaccini, come Fontana, Zaia e Cirio, obbedisce al richiamo del padrone

In questi giorni Confindustria sta facendo pressioni fortissime sul governo per l'avvio al più presto della fase due, ossia della riapertura delle attività produttive. Le autorità scientifiche lo sconsigliano, perché dati i numeri ancora alti del contagio da coronavirus, soprattutto nelle regioni del Nord, le più industrializzate, è ancora alto il rischio di una recrudescenza dell'epidemia.
Il governo traccheggia, mente i governatori del Nord fanno asse con Confindustria.
È il potente richiamo del padrone, quello sotto la cui influenza decisiva sono stati commessi autentici crimini, come il Partito Comunista dei Lavoratori ha denunciato recentemente.

Bonaccini, governatore dell'Emilia-Romagna, proprio non ce la fa: nemmeno lui può sottrarsi a questo richiamo.
Nella riunione con il governo insieme agli altri "governatori" regionali – la cosiddetta cabina di regia – ha proposto, analogamente alla Lombardia, la riapertura delle filiere internazionali, dal comparto automobilistico, alla ceramica, alla nautica ecc..., per «salvaguardare l'export», l'edilizia e le costruzioni, ovviamente «garantendo ciò che serve per avere la massima sicurezza».
Peccato che, come affermano le autorità scientifiche, questa benedetta sicurezza non solo non è massima, ma non esiste finché il tasso di contagio non sia azzerato.

Se la sicurezza non è la preoccupazione principale, secondo le dichiarazioni del nostro Presidente di regione un'altra è la vera minaccia: «evitare che ci sia un problema di scontro sociale e di perdita di lavoro per troppe persone». Vale a dire che l'intenzione del padronato è proprio quella di scaricare la crisi sui lavoratori, e Bonaccini se ne fa un fidato messaggero.

Alle elezioni regionali di gennaio il Partito Comunista dei Lavoratori ha rifiutato di dare il proprio sostegno a Bonaccini, denunciando il suo ruolo in continuità sostanziale con le politiche antisociali del PD e del governo di manutenzione degli interessi capitalistici. La manutenzione evidentemente continua, a dispetto di ogni emergenza e del pericolo di contagio per milioni di lavoratori.
Bonaccini lo aveva dimostrato allora, allineandosi ai governatori leghisti e della destra sulla richiesta di autonomia regionale differenziata. L'emergenza sanitaria ha dimostrato impietosamente che proprio la frammentazione regionale ha favorito la disastrosa disorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale di fronte all'epidemia. Oggi il governatore dell'Emilia-Romagna conferma il suo ruolo subalterno agli interessi padronali facendosi alfiere degli interessi di Confindustria insieme alle regioni governate dalla destra.

Intanto Emilia Romagna Coraggiosa, la sinistra che ha appoggiato la rielezione di Bonaccini, rimane in silenzio. Dov'è finito tutto il suo coraggio? Forse bisogna ammettere, come Don Abbondio, che in certi casi, quando si rischia l'osso del collo (politicamente parlando, s'intende) “uno il coraggio... mica se lo può dare”.

Per quanto ci riguarda, come Partito Comunista dei Lavoratori, rimaniamo fermamente dall'altra parte della barricata: quella delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno tutto il diritto, anche in Emilia-Romagna, di tornare al lavoro solo quando sarà garantita la prevenzione dal contagio, di controllare essi stessi le condizioni di sicurezza della propria mansione lavorativa, di aver garantiti salario e occupazione per tutti, compresi i precari, di poter usufruire di una sanità pubblica adeguata mediante il massiccio rifinanziamento del SSN e la nazionalizzazione della sanità privata, di imporre che questa volta siano i padroni a pagare la crisi tramite una patrimoniale straordinaria del 10% del patrimonio sul 10% più ricco della popolazione.
Per questo sosterremo ogni forma di mobilitazione unitaria della classe lavoratrice senza alcun timore dello scontro sociale.
Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Bologna

Il PCL denuncia governo, regione Lombardia e Confindustria

Il Partito Comunista dei Lavoratori denuncia con un proprio esposto le responsabilità del governo nazionale, di quello lombardo e della Confindustria nello sviluppo esponenziale del contagio e delle morti nella regione Lombardia

10 Aprile 2020
Qui di seguito l’esposto presentato dal nostro partito alle procure di Bergamo, Brescia, Milano, Roma nei confronti del governo nazionale (in primis Conte e Speranza) di quello regionale lombardo (in primis Fontana e Gallera) e dei vertici di Confindustria (in primis quella lombarda) relativamente alla mancata creazione di una “zona rossa” almeno nel bergamasco (Alzano Lombardo, Nembro).
Da molti giorni sottolineiamo il ruolo criminale dei padroni lombardi, le cui pressioni a Milano e a Roma, come denunciava il moderato sindaco PD di Brescia in una intervista al Fatto Quotidiano, hanno portato a non aver deciso l'istituzione di zone rosse in Lombardia dopo quella di Codogno.
Ora, senza essere infettivologi, a noi è apparso chiaro, per logica non formale ma dialettica, dall’esperienza cinese e da quella di Codogno, che una quarantena rafforzata in focolai di epidemia particolarmente virulenti riduce l’epidemia sia all’esterno che all’interno della zona in cui viene applicata.
Negli ultimi giorni sono diventati di pubblico dominio alcuni fatti gravi.
Il 2 marzo il comitato tecnico-scientifico nazionale inviava al governo una nota urgente, a firma del suo presidente Brusaferro, chiedendo l'istituzione di una zona rossa a Alzano e Nembro. Invece di applicare questa misura immediatamente, Conte e Speranza prendevano tempo fissando una riunione non immediata, ma due giorni dopo, per verificare "se c'era proprio la necessità”. Nel contempo si interfacciavano con il governo lombardo, il quale aveva, per confessione al sito The Post Internazionale del presidente di Confindustria lombarda Bonometti, un incontro sulla questione con i vertici dell'organizzazione padronale, di cui si può ben immaginare le posizioni sulla questione.
Il problema era ovvio. A Codogno c'è solo una fabbrica chimica medio-grande, la Unilever. In Val Seriana ci sono centinaia di fabbriche metalmeccaniche, di cui decine medie e grandi. È probabile, considerando quello che ha affermato il sindaco di Brescia, che analoghi incontri o colloqui si siano svolti a Roma, o con Roma. Quello che è certo è che, ad ogni modo, il 4 marzo erano già pronte le forze di polizia e dell'esercito per bloccare la zona dall'indomani all'alba. E invece l'ordine non è mai arrivato. Su questo abbiamo assistito al vergognoso rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e regionale Lombardia, come tra due complici sorpresi con le mani nel sacco.
Quello che è certo è che migliaia di morti in tutta la Lombardia sono stati il frutto della criminalità dei padroni, che in nome del profitto se ne fregano della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, e di quella dei loro servi contenti della politica borghese.
Noi non sappiamo quale futuro avrà questo esposto. Sappiamo che la magistratura è una delle sovrastrutture dello Stato borghese. È difficile che il nostro esposto vada avanti. Speriamo di trovare in almeno una delle quattro procure un giudice democratico (o magari ambizioso) che cerchi di sviluppare una inchiesta. In ogni caso questo esposto e una campagna possibile su di esso serviranno almeno a ricordare la vera natura dei padroni al numero più largo di lavoratori, lavoratrici e giovani. Perché noi siamo perfettamente d'accordo con quello che il grande vecchio filosofo marxista Antonio Labriola scrisse alla fine dell’800 in polemica e contrasto con il riformista gradualista e pacifista Turati (certo in ogni caso più a sinistra di governisti e mutualisti vari della cosiddetta nuova sinistra odierna): «In quanto a me i borghesi li credo buoni soltanto a farsi impiccare. Non avrò la fortuna d’impiccarli io, ma non voglio nemmeno contribuire a dilazionarne l’impiccagione».


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All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma



Il sottoscritto Marco Ferrando residente in [...], [...], n. CF. [...], in persona e nella qualità di portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori,

gravemente allarmato per i fatti avvenuti recentemente nelle province di Bergamo e Brescia, segnatamente per la mancata chiusura e realizzazione della zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro, poiché dalle notizie riferite dalla stampa e dai telegiornali emergono ictu oculi gravi responsabilità politiche e penali a carico della Regione Lombardia, nonché del Governo della Repubblica, intende sottoporre al vaglio dell'Ill.ma S.V. tali fatti al fine di rilevare condotte illecite e l'esistenza di reati.

In buona sostanza, dall'inchiesta emersa dal Corriere della Sera (cfr Corriere della Sera 6 aprile ultimo scorso) risulta che tra gli ultimi giorni di febbraio e i primi di marzo fosse tutto pronto per erigere una "zona rossa" nei comuni di Alzano, Nembro ed altri, così come giustamente è stato fatto precedentemente per Codogno.

Riferisce il Corriere della Sera che camion della Polizia e dell'Esercito erano già pronti per intervenire, quando inspiegabilmente furono ritirati all'ultimo momento senza alcuna ragione.

Occorre rilevare che i primi due malati di Covid-19 vengono scoperti il 23 febbraio, e che già alla fine di febbraio era chiaro, purtroppo, che nel comune di Alzano e più in generale nella bergamasca fosse esploso un rilevante e violento focolaio di infezione.

Alla luce di codeste considerazioni, vorremmo sottolineare la gravità di questa notizia: chi ha bloccato e impedito il meccanismo di costruzione della zona rossa ad Alzano e Nembro? Perché? Cui prodest?

Chi ha disatteso le indicazioni di costruzione delle zone rosse intorno ai focolai di infezione, richieste dall'Istituto Superiore di Sanità, come risulta chiaramente da tale articolo?

Un ulteriore elemento di abnormità e grave imprudenza è determinato dalla riapertura dell'ospedale di Alzano, solo dopo poche ore dopo la chiusura, nel pomeriggio del 23 febbraio.

Mi sia solo consentito, sommessamente, di rilevare che queste condotte non sembrano ispirate a criteri di prudenza, ragionevolezza e buon andamento della pubblica amministrazione.

Successivamente, come è noto, vi è stata una polemica non proprio edificante circa le responsabilità, afferenti alla omessa realizzazione delle zone rosse nella bergamasca, tra il governo centrale e regione, vedi in proposito dichiarazioni del Presidente del Consiglio, nonché le risposte del Presidente della Regione Lombardia.

In buona sostanza governo e regione, scaricandosi addosso la responsabilità politica per la colposa condotta omissiva, affermavano e convenivano sul fatto che poiché era stata dichiarata in data otto marzo la zona rossa in tutta la Lombardia, e in generale in tutta Italia, venivano meno le ragioni di esecuzione di un’area di sicurezza ad Alzano e Nembro. Tale giustificazione non ha, a mio giudizio, alcuna validità, perché quello che veniva decretato per tutta la Lombardia e tutta Italia non era l’istituzione di una cosiddetta zona rossa, ma di quella che è stata a volte definita "zona arancione”. Se così non fosse, non potrebbe intendersi perché alcune regioni (ad esempio Campania e Lazio) sottoposte alle stesse regole di quarantena del resto d’Italia, hanno istituito, su decisione dei propri presidenti, “zone rosse” in alcuni comuni del proprio territorio; ciò perché, all’evidenza e come si è visto nel caso di Codogno, “zona rossa” implica una quarantena rafforzata rispetto a quella vigente nel resto del paese, incluso la Lombardia.

Ci sia consentito rilevare che così come richiesto dall'Istituto Superiore di Sanità, considerata la virulenza e l'aggressività del contagio, sarebbe stato opportuno e prudente prendere opportune e specifiche misure di sicurezza in alcuni comuni della bergamasca e del bresciano, istituendo appunto in essi uno o più zone rosse.

Ma in ogni caso, nella denegata ipotesi che si volesse aderire alla semplicistica e tautologica tesi del Presidente del Consiglio, rimangono scoperti sette/otto giorni, tra la grave esplosione del contagio in quelle aree e la proclamazione della zona rossa in Lombardia.

Settimana in cui il contagio ha avuto modo di esplodere incontrollato (dati ISTAT rilevano che nella bergamasca il contagio in tale settimana è cresciuto di oltre il 1000%).

Circa le ragioni di tale comportamento scellerato ed inopportuno non si può non considerare le pressioni fatte da Confindustria lombarda per non creare zone rosse nella bresciana e bergamasca, vista l'alta concentrazione industriale, (cfr intervista sul sito tpi.it al presidente Confindustria lombarda in data 7 aprile ultimo scorso in cui, tra l’altro, si parla di un incontro svoltosi ai primi di marzo in regione Lombardia, evidentemente allo scopo di bloccare la istituzione della zona rossa nella bergamasca).

Ulteriore conferma a tale sospetto si ha leggendo le dichiarazioni del sindaco di Brescia Emilio Del Bono (intervista su Il Fatto Quotidiano del 17 marzo ultimo scorso) in cui si afferma «Il peso del mondo industriale sia a Roma che a Milano si è fatto sentire», e prosegue affermando che con un comportamento più cauto sarebbe stato minore e più diluito nel tempo.

Tutto ciò premesso, il sottoscritto Marco Ferrando chiede all'Ill.ma S.V., accertati i fatti della narrazione de quo, ove ritenuto, di voler accertare la penale rilevanza delle condotte innanzi evidenziate del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, del Ministro della salute pro tempore, del Presidente della Regione Lombardia pro tempore, dell’assessore alla salute pro tempore, di persone aventi ruoli dirigenti in Confindustria lombarda o nelle sue strutture, e di ogni altro soggetto ritenuto responsabile, per i reati di contagio colposo, omissione e abuso in atti di ufficio, ed ogni reato che la Ill.ma S.V. intenderà ravvisare.

Con ossequio ed osservanze,


firmato

(Marco Ferrando)


9 aprile 2020
Partito Comunista dei Lavoratori

La Madre e la Terra. La nuova vecchia etica di Stato dei gialloverdi

Sbaglia chi pensa che la “manovra del popolo” si occupi solo di scelte economiche. La sua ambizione è più grande: contribuire a fondare la nuova etica della famiglia, meglio naturalmente se pastorale. L'assegnazione di qualche ettaro di terra alla famiglia che genera il terzo figlio è sotto questo profilo esemplare. Si tratta del premio maternità, secondo la tradizione littoria.
La “manovra del popolo” non si occupa di asili nido accessibili, servizi sociali adeguati, tempi di lavoro compatibili, salari decenti. Dovendo abbassare le tasse ai ricchi e pagare il debito alle banche non trova soldi per queste quisquilie. In compenso premia la donna madre che offre alla patria il terzo bebè con un pezzo di terra alla famiglia. Sublime. La Madre e la Terra, simboli della nuova cultura patriarcale nazionalpopolare tanto cara al ministro Fontana.

Il volto reazionario del nuovo governo non poteva trovare un'espressione più autentica e grottesca.

 
Partito Comunista dei Lavoratori

Papa Francesco con Salvini e Fontana

«L'unica famiglia a immagine di Dio è quella tra un uomo e una donna». «L'aborto è un crimine nazista». Sono il distillato del pensiero di Papa Francesco espresso ieri in occasione dell'incontro in Vaticano con il Forum delle associazioni familiari.

Non è un intervento casuale. Né solo un modo per assecondare il proprio uditorio d'Occasione, come scrive minimizzando il quotidiano Il Manifesto. Il Papa ha voluto intervenire dopo il trionfo della legalizzazione dell'aborto prima in Irlanda e poi in Argentina per alzare la diga contro la laicità e l'espansione dei diritti. La forte polemica dei vescovi argentini contro l'atteggiamento “pilatesco” del presidente Macri nello scontro sul diritto di aborto è un risvolto significativo della posizione papale.

Ma l'intervento del Papa coincide anche con la giornata di mobilitazione del Gay Pride in diverse città italiane, sullo sfondo di uno scenario politico che vede il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana dichiarare candidamente che “le famiglie arcobaleno non esistono”, e che l'”unica famiglia esistente è quella composta dal papà, dalla mamma, dai loro figli”. Ora, paradossalmente, persino Salvini di fronte a dichiarazioni tanto imbarazzanti del proprio ministro le aveva derubricate a mezza bocca, e ipocritamente, a opinioni personali. Il Papa invece non solo le ha riprese, ma le ha solennemente rivendicate in sede pubblica col plauso entusiasta di Gigi De Palo, già assessore alla famiglia della giunta Alemanno.

Questo è il cosiddetto Papa progressista, per anni decantato dalla cultura liberale (Scalfari) come protagonista di un nuovo corso democratico universale della Chiesa, e spesso portato in palma di mano dalle sinistre cosiddette radicali come esempio e riferimento di un altro mondo possibile. Vogliamo ricordare che tutti i partiti del Brancaccio, da Bersani ad Acerbo, un anno fa sottoscrissero un appello che rivendicava Papa Francesco tra i numi tutelari della nuova sinistra da ricostruire?

Ma i fatti hanno la testa più dura delle favole. Il Papa che fa il verso a un ministro omofobo non è un incidente. È il Papa che cavalca la deriva reazionaria che si sta dispiegando in Italia, per le stesse ragioni per cui contrasta il movimento delle donne e le sue vittorie sul piano internazionale. La verità è che la Chiesa è istituzionalmente un baluardo della conservazione mondiale. Lo è dal punto di vista sociale, come parte organica del blocco dominante e del capitalismo mondiale; lo è dal punto di vista ideologico e culturale contro i diritti delle donne e delle minoranza oppresse, a guardia del patriarcato e della sua tradizione millenaria.

È la riprova, una volta di più, che solo una posizione coerentemente anticapitalista può essere coerentemente anticlericale, e dunque coerentemente democratica e antipatriarcale.
Partito Comunista dei Lavoratori

Per un movimento LGBT+ antifascista, anticlericale, anticapitalista

Mentre il governo reazionario di Salvini e Di Maio prende forma, assistiamo all'avanzata del peggior trogloditismo poltico omofobo e misogino. La situazione sociale per le persone LGBT+ non naviga in buone acque. Le briciole concesse dal "democristianissimo" Renzi sono solo fumo negli occhi atto a mascherare un disegno conservatore legato al pensiero dominante. La negazione dei diritti è una negazione di dignità.

La liberazione della sessualità e la libera costruzione della propria soggettività sono messe in discussione innanzitutto dalla tremenda crisi economica che da oltre dieci anni ci priva di diritti, salute e speranze; dall'altro l'avanzata dell'oscurantismo religioso e dei loro fedeli alleati fascisti ci impone con violenza – non solo simbolica – modelli eteronormati conservatori, basati sulla subordinazione femminile al ruolo di moglie-madre e l'esaltazione della virilità maschile in chiave nazionalista di cui francamente faremmo volentieri a meno.

Rivendichiamo la piena parità, dignità e libertà declinate in leggi e diritti come il matrimonio egualitario, il riconoscimento delle unioni civili e di fatto nella sua interezza, nonché della genitorialità tanto per i single quanto per le coppie omosessuali. Siamo contro la patologizzazione purtroppo tuttora in atto delle persone trans. Vogliamo una salute realmente pubblica, efficiente e laica sotto controllo sociale e contraccezione sicura e a prezzi popolari. L'autonomia economica e l'accesso ai diritti - a partire dalla rivendicazione della riduzione del'orario di lavoro per tutte e tutti a parità di salario, dal reintegro dell'art. 18 e sua estensione a tutto il mondo del lavoro, all'abolizione del Jobs act – nonché la difesa degli spazi di incontro e autodeterminazione come consultori, centri antiviolenza ecc. sono la migliore ricetta contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.

Il movimento LGBT+ ha davanti a sé una importante sfida: intrecciare le proprie istanze a quelle dell'antifascismo, del mondo del lavoro, degli studenti e dei migranti. Ma oggi più che mai, una affermazione comune di libertà non può non mettere in discussione i privilegi e il ruolo reazionario della Chiesa cattolica in Italia: la rivendicazione dell'abolizione del Concordato e di tutte le regalie che concediamo al Vaticano, a partire dalla truffa dell'8 per mille e dall'insegnamento religioso nella scuola pubblica, deve essere centrale. Una battaglia indiscutibilmente ambiziosa, però l'unica che realisticamente possa garantirci la libertà e i diritti che meritiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori