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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Argentina. Udienza pubblica al Congresso Nazionale. Per l'assoluzione di Alejandro Bodart

 


In vista di una nuova seduta del tribunale per l'appello presentato contro la sentenza che intende condannare Alejandro Bodart per aver espresso solidarietà alla causa palestinese e denunciato il genocidio in corso perpetrato dallo Stato di Israele, lunedì 23 si è tenuta un'udienza pubblica presso il Congresso Nazionale. Tra gli altri, hanno partecipato gli avvocati difensori di Bodart, María del Carmen Verdú e Ismael Jalil, insieme a deputati nazionali, organizzazioni per i diritti umani, organizzazioni sociali, politiche, ambientali, rappresentanti della comunità araba ed ebraica.


Durante l'udienza Bodart ha dichiarato: «Tre anni fa ho pubblicato sulle mie pagine social una denuncia contro lo Stato di Israele, accusandolo di razzismo e genocidio, ed ho espresso la mia solidarietà al popolo palestinese. Denunciare la barbarie ha portato a una denuncia da parte della DAIA [Delegazione delle Associazioni Israeliane in Argentina], che mi ha assurdamente accusato di antisemitismo. Accusa dalla quale sono stato assolto in due gradi di giudizio, considerando che le mie espressioni erano tutelate dal diritto alla libertà di espressione. Tuttavia, la giustizia argentina ha dato un'ulteriore dimostrazione di servilismo nei confronti del potere in carica. I giudici Ignacio Mahiques e Jorge Atilio Franza hanno tentato nuovamente di condannarmi, e nell'udienza di giovedì abbiamo presentato ricorso contro questa decisione antidemocratica. Il Tribunale Internazionale dell'Aia, la Corte Penale Internazionale, la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, innumerevoli organizzazioni per i diritti umani, settori democratici, persino Papa Francesco, hanno condannato tali crimini di Israele contro l'umanità. Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra ricercato, ma loro vogliono mettere a tacere me per aver detto la verità in solidarietà con il popolo palestinese. Non ci riusciranno, perché siamo in tanti a non tacere di fronte a questa barbarie».

Bodart ha aggiunto: «Trovo assolutamente ingiusto che si cerchi di condannarmi, in quello che vedo come un chiaro tentativo di mettere a tacere chi denuncia il genocidio contro il popolo palestinese. Sono convinto che mettere in discussione le politiche di uno Stato non debba essere confuso con un atto di discriminazione nei confronti della sua popolazione. Non rinuncerò mai al mio impegno per la causa palestinese. Insieme ai miei avvocati, María del Carmen Verdú e Ismael Jalil, ricorreremo contro questa sentenza in tutte le istanze necessarie, chiedendo la mia assoluzione totale. La difesa dei diritti umani e della libertà di espressione non può essere criminalizzata. Questo processo non riguarda solo me, ma costituisce un pericoloso precedente per tutte le persone che lottano per la giustizia e la verità».



26 giugno. Mobilitazione al tribunale. Assoluzione per Alejandro Bodart.

Giovedì 26 giugno, a partire dalle ore 10:00, si terrà una manifestazione di solidarietà con Alejandro Bodart, leader politico e segretario generale del Movimiento Socialista de los Trabajadores (MST) nel FIT-U e coordinatore della Lega Internazionale Socialista, perseguitato per aver denunciato il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese.

La mobilitazione partirà dall'incrocio tra Avenida Libertad e Avenida Marcelo Torcuato de Alvear a Buenos Aires, e arriverà fino alle porte della Sala III della Camera Penale, dove Bodart dovrà affrontare un nuovo processo. In vista di questo appuntamento giudiziario, lunedì si è tenuta un'importante udienza pubblica al Congresso, dove un ampio settore di organizzazioni e leader ha espresso il proprio sostegno ad Alejandro Bodart.

Questo caso rappresenta una grave violazione della libertà di espressione e un tentativo di mettere a tacere le voci che denunciano il massacro, l'infanticidio e l'apartheid che lo Stato sionista di Israele perpetra quotidianamente contro il popolo palestinese.

Bodart era già stato assolto, ma a seguito dell'appello della DAIA, una giustizia complice insiste nel mantenere aperto il processo giudiziario, e cerca di condannare Bodart. Questo giovedì le bandiere di sostegno al popolo palestinese torneranno a sventolare nuovamente, e grideremo a gran voce che denunciare un genocidio non è un reato, chiedendo l'assoluzione di Bodart.

Vi invitiamo a unirvi alla mobilitazione e ad affiancarvi a noi nella richiesta di assoluzione, per il diritto di parola ed espressione senza alcuna censura.

Periodismo de Izquierda - MST


Il sorriso di Ilaria Salis



Cronaca della prima udienza del processo, da parte di un compagno che vi ha assistito


Coloro che leggono questo resoconto (ma ormai buona parte degli italiani) sanno già chi è Ilaria Salis: l’anarchica milanese che l’anno scorso ha preso parte alle contro-manifestazioni del Giorno dell’onore (un raduno neonazista tollerato dall’Ungheria di Orbán), e che è stata arrestata con l’accusa di aver aggredito due neonazisti, assieme ad altre persone. Benché le lesioni riportate siano state lievi, benché i due aggrediti non abbiano sporto denuncia (hanno fatto sapere online che intendono vendicarsi per strada) e benché il suo volto non sia visibile nel video che riprende l’aggressione, Ilaria è stata in carcere sotto un regime durissimo per quasi un anno, fino alla prima udienza del processo che è iniziato oggi, 29 gennaio 2024.

La mattina a Budapest è fredda. Di fronte al tribunale una fila di persone: solo alle persone registrate è permesso l’accesso all’aula. Dopo i controlli di sicurezza, l’aula. Gli spalti per il pubblico sono divisi in due, un po’ come in certi stadi. Da una parte il padre di Ilaria Roberto Salis, da mesi impegnato in una battaglia perché la figlia abbia un giusto processo e sia sottoposta a una detenzione dignitosa. Accanto gli avvocati italiani di Ilaria, sue compagne e compagni milanesi, un gruppo di tedeschi venuti per il co-imputato Tobias. Dall’altra, cinque o sei neonazisti ungheresi, fin troppo riconoscibili coi loro bomber e crani rasati. Il giudice, un ragazzino dallo sguardo obliquo e inquietante (Dio ci perdoni se c’è offesa per Sua Eccellenza, ma ricorda il Dracula interpretato dal suo compatriota Béla Lugosi) dà inizio al processo.

L’ingresso di Ilaria in aula è spiazzante. Chi si aspettava di vedere entrare in aula una donna distrutta nel fisico e nello spirito dopo la durissima detenzione subita ha dovuto ricredersi. Ilaria entra pesantemente incatenata, due teste di cuoio armate la sorvegliano. Un trattamento che si penserebbe riservato a personaggi di ben altra fatta, ma forse è per farsi gioco anche di questo che Ilaria entra sorridendo agli astanti. Un sorriso fresco, sicuro e sincero, così simile a quello delle fotografie che nelle ultime settimane si sono viste sui media.

Di fatto, questa prima udienza equivale a un rompere il ghiaccio: il processo è aggiornato al 21 maggio e non è dato sapere quanto durerà, quale sarà la sorte di Ilaria, se le sue condizioni detentive cambieranno, se le verranno concessi i domiciliari in Ungheria o in Italia. Qual è quindi la conclusione dell’udienza di oggi? L’imputato tedesco Tobias, anch’egli pesantemente incatenato, si è dichiarato colpevole e ha accettato una condanna a tre anni (anche se i PM faranno ricorso, volendo ottenere almeno tre anni e mezzo).

Come abbiamo scritto in nostri precedenti articoli, non pensiamo che Ilaria subirà un processo giusto. Questo non solo perché le violenze dell’estrema destra in Ungheria sono solitamente impunite (mentre Ilaria viene trattata come una specie di terrorista), ma anche perché in quattordici anni di regno Orbán ha attaccato sempre più pesantemente l’indipendenza dei giudici. Molti giudici non allineati sono andati in pensione o sono stati indotti a dimettersi, e sono stati sostituiti da ragazzini e ragazzine freschi di laurea, ideologicamente fedelissimi a Orbán e al suo regime. Qualche giudice indipendente resta ancora, ma non sappiamo per quanto, né sappiamo come si evolverà la situazione.

Per quanto riguarda Ilaria nello specifico, sembra che l’interprete che ha ricevuto faccia fatica e che non sia molto professionale. Il suo avvocato difensore fa notare che essa non ha ricevuto le traduzioni degli atti che la riguardano, né ha potuto visionare i video che la “incastrerebbero”. Critica il modo in cui si sono svolte le indagini, insiste che bisognerà analizzare più approfonditamente la perizia medica sui feriti e l’esame antropometrico di Ilaria. Attenzione, quest’ultimo esame non è di secondaria importanza dato che, ripetiamo, il volto di Ilaria non si vede nel video che la incolperebbe. L’esame dovrebbe essere pertanto una pesante prova a suo carico. Eppure, fa notare l’avvocato, nel testo della perizia si ripetono spesso espressioni come «probabilmente», «molto probabilmente», «non è escluso possa trattarsi di altra persona», che sono ben lontane dall’indicare una chiara colpevolezza. Sia il medico che ha stilato la perizia sia l’esperto antropometrico saranno chiamati a testimoniare.

Ma al di là della cronaca spiccia della prima giornata di processo, quali considerazioni politiche fare sul caso che ormai da tempo occupa i media italiani? Perché non c’è dubbio che si tratti di una questione politica: come si è detto, è improbabile che Ilaria sia sottoposta a un processo giusto e imparziale, visto anche che i neonazisti ungheresi possono solitamente commettere le loro violenze impunemente. Il padre di Ilaria e il Comitato nato per liberarla, del quale fa parte anche Ilaria Cucchi, insistono su una battaglia legalista e di principio: inammissibile trattare così una persona sottoposta a mera custodia cautelare, e che per di più potrebbe usufruire degli arresti domiciliari nel proprio paese, come consentito da precise norme europee. Benché non possiamo che inchinarci di fronte a queste considerazioni di principio, come partito ci sentiamo di poter andare oltre.

Noi non siamo anarchici, ma conosciamo l’impegno di Ilaria nel milanese. La consideriamo una compagna coraggiosa che ha resistito per quasi un anno a condizioni detentive che avrebbero spezzato ben altre persone. Il pacifismo e la nonviolenza astratti non hanno alcun senso se riportati sul terreno dei fatti concreti i quali, lo ripetiamo, mostrano che Ilaria rischia per un’accusa di lesioni lievi fino a 24 anni di carcere mentre violenze ben più gravi, frequenti e sistematiche restano impunite. Pertanto, come partito ribadiamo la nostra solidarietà a Ilaria e continueremo a seguire il processo, convinti che si tratti di una questione politica e non di mera amministrazione.

Elia Spina

Il processo agli anarchici, una vendetta di Stato

 


Contro il compagno Cospito e gli anarchici la magistratura dello Stato impugna l’art 285 del Codice civile che punisce chi attenta alla sicurezza dello Stato. Per questo commina alle e ai compagni l’ergastolo e a Cospito addirittura il 41 bis.


A fare questo è quello stesso stato borghese che taglia la sanità, concausa di decine di migliaia di morti durante la pandemia da covid, che dismette i controlli sulla sicurezza sul lavoro, a cui dovrebbe presiedere un pugno di ispettori mal pagati, e non persegue le criminali responsabilità dei padroni; che riconosce ai Benetton una buonuscita milionaria, nonostante le loro responsabilità nel crollo del ponte Morandi; che consente l’enormità di 120 miliardi di euro l’anno di evasione fiscale, mentre promette ulteriori condoni; che sminuisce le pene per i reati dei colletti bianchi mentre riempie le carceri di emarginati, che aumenta le spese militari mentre taglia lo stato sociale, il reddito di cittadinanza e le pensioni; che spedisce proprie truppe all’estero con la scusa del mantenimento della pace mentre in realtà cura gli affari del proprio imperialismo.

Questo stato borghese che non riconosce il reato di tortura si accanisce contro un uomo solo e la sua umanità, responsabile di un atto che non ha ferito nessuno, e, come anche parte dell’apparato della magistratura ritiene, di “lieve entità”.
Insomma, questo stato borghese autore di tutti questi ed altri crimini contro la collettività, le classi popolari e il mondo del lavoro, pone sé stesso al di sopra della democrazia, la propria sicurezza al di sopra dei più elementari diritti della persona.

Come abbiamo già scritto, noi non siamo d’accordo con i metodi delle azioni isolate, il terrorismo individuale, il lottarmatismo. Tuttavia non possiamo non esprimere la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni anarchici imputati e sostenere la lotta del compagno Cospito contro la vendetta dello stato borghese.

Solo la rivoluzione cambia le cose!

Partito Comunista dei Lavoratori

Ponte Morandi, il processo che non c'è

 


Le lezioni di un crimine borghese

15 Agosto 2022

Quattro anni dopo, inizia il processo per il crollo del ponte Morandi, con la benedizione delle autorità e la loro retorica commossa. Ipocrisia pura. Pagheranno nel migliore dei casi alcuni manager della società Autostrade. Ma è già stata assolta la responsabile vera del crimine: la società borghese e il suo Stato.

Pochi casi come la vicenda del ponte Morandi fanno da cartina al tornasole del capitalismo italiano, e dell'intreccio fra grandi gruppi e apparato statale. Riassumiamo. Le Autostrade furono vendute alla grande famiglia dei Benetton a prezzi stracciati dal primo governo Prodi (sostenuto da un centrosinistra comprensivo di Rifondazione). Era il 1998. Dieci anni dopo, 2008, venne introdotta la clausola aggiuntiva capestro, non a caso secretata, secondo cui se lo Stato avesse mai revocato la concessione avrebbe dovuto risarcire all'azienda i profitti perduti, persino in presenza di colpa grave dell'azienda. E i profitti assicurati ai Benetton, già al piede di partenza della privatizzazione, erano letteralmente d'oro: regime di monopolio, liberalizzazione delle tariffe autostradali, e soprattutto assenza di ogni controllo sulla manutenzione.
Dal 1998 al 2018, per la bellezza di vent'anni, i cosiddetti enti di sorveglianza del Ministero dei Trasporti non hanno mai visto né richiesto un solo rapporto sulla sicurezza del ponte più a rischio d'Italia. Parallelamente, per vent'anni i Benetton finanziavano elettoralmente in misura cospicua tutti i principali partiti, al governo e all'opposizione, come risulta in particolare proprio nell'anno 2008, l'anno della clausola capestro.

I fatti del 14 agosto 2018 erano solo un crimine annunciato. Quarantasei persone assassinate dal profitto.
Tutti all'epoca si strapparono le vesti, mimarono scandalo, annunciarono indagini severe e punizioni esemplari. Il Movimento 5 Stelle e l'appena nominato governo Conte vagheggiarono addirittura la nazionalizzazione delle autostrade, con le smargiassate a uso telecamere dei vari Di Maio, Di Battista, Toninelli. Ma era solo demagogia per gonzi. I Benetton non solo sono fuori dal processo, in quanto si ritiene, singolarmente, che la proprietà azionaria non sia responsabile di ciò che fa o che non fa il suo amministratore delegato. Ma escono dalla vicenda col portafoglio rigonfio. Il 22 maggio 2022 la holding Atlantia (cioè in larga misura i Benetton) ha infatti concluso la vendita di Autostrade alla Cassa Depositi e Prestiti (all'80% del Tesoro) per la bellezza di 8,2 miliardi. Otto virgola due miliardi per una società piena di debiti. In altri termini, la grande famiglia capitalistica che ha incassato per vent'anni i profitti (anche) della mancata manutenzione esce dalla scena del crimine più ricca di prima, grazie all'ennesima donazione di risorse pubbliche da parte di quello Stato che si era presentato moralmente come “parte lesa”. La clausola capestro del 2008 è stata a suo modo rispettata. Il conto sarà presentato agli operai.

L'amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci, liquidato con una buonuscita di 13 milioni di euro, viene processato non senza aver prima spostato sui propri conti in Lussemburgo (così sembra) circa sette milioni di euro. Ma non pagherà nessun altro. Non i Benetton. Non i ministri che trafficarono con loro. Non i partiti che li sostennero. Non lo Stato.
Nessuna meraviglia. Non può essere la magistratura borghese a realizzare una giustizia sociale riparativa, ma solo una rivoluzione che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti e della loro “democrazia”. Solo un governo dei lavoratori può fare realmente pulizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Francia: libertà per Roga e Victor!

Rischiano il carcere per aver partecipato a un’assemblea

2 Ottobre 2019
Condividiamo e rilanciamo questo appello
Il 17 ottobre 2018 Victor, militante sindacale, e Roga, militante associativo all’università di Nanterre, sono stati condannati rispettivamente a 4 mesi di detenzione con la condizionale e a 6 mesi di detenzione a seguito di una semplice denuncia delle forze dell’ordine, nonostante il loro fascicolo sia vuoto! Questa condanna arriva a seguito dell’intervento violento della polizia, il 9 aprile 2018, contro un’assemblea universitaria che si svolgeva all’università di Nanterre.

Nella primavera 2018 le università hanno conosciuto un grande movimento di sciopero contro la legge ORE, che attivava Parcoursup e la selezione all’entrata dell’università. Di fronte a questa grande mobilitazione, i rettori hanno fatto la scelta della repressione. Successivamente, dopo aver chiuso le facoltà dove c’erano stati picchetti e occupazioni, hanno fatto intervenire la polizia.

È in questo contesto che, il 9 aprile 2018, la celere è intervenuta a Nanterre per allontanare i partecipanti a questa assemblea, accusati di «intrusione». Questi ultimi sono stati colpiti, bloccati e gettati a terra. Molti sono stati feriti, fra cui uno gravemente.

È quindi a seguito di questo intervento della celere che Victor e Roga sono stati condannati in primo grado, e rischiano il carcere.

La repressione colpisce particolarmente l’ambiente militante di Nanterre. Lo scorso maggio Jean-François Balaudé, rettore dell’università, aveva convocato Victor e Mickaël, sempre un militante di Nanterre, in commissione disciplinare allo scopo di espellerli a causa della loro partecipazione allo sciopero studentesco contro l’aumento delle tasse di iscrizione di dicembre scorso. La mobilitazione lo ha poi impedito, ottenendo che restassero, senza alcuna sanzione.

Così, il 10 ottobre noi non possiamo accettare che due militanti si ritrovino in carcere per il fatto di essere andati a un’assemblea. Ciò costituirebbe un preoccupante avvertimento rivolto all’intero movimento sociale: adesso si dovrebbe temere la repressione non solamente quando si manifesta, ma anche quando ci si riunisce in assemblea!

Queste condanne sono una delle molteplici espressioni della violenza repressiva del governo Macron. Lo dimostrano la violenza che si abbatte sul movimento dei Gilets gialli e le numerose rappresaglie nei confronti dei militanti! La brutalità della polizia colpisce ciecamente, come nel caso di Steve, morto annegato successivamente ad una carica dei CRS durante la festa della musica.

Contro la deriva autoritaria del governo, contro la criminalizzazione del movimento sociale, perché noi non accettiamo di vedere il futuro di due militanti messo in discussione perché si sono mobilitati per difendere i loro diritti, chiamiamo ad una grande mobilitazione il 10 ottobre, giorno del processo in appello di Victor e Roga.

Per l’assoluzione di Roga e Victor, per il ritiro delle accuse e per l’assoluzione di tutti gli accusati del movimento sociale, invitiamo a partecipare numerosi e numerose al presidio il 10 ottobre davanti alla corte d’appello di Versailles alle ore 12:30.

#RelaxePourRogaEtVictor

Fallita la provocazione contro il SiCobas

Aldo Milani assolto 

Due anni fa, i padroni alla ditta della logistica Alcar-Levoni di Modena, in combutta con la Questura di quella città, avevano montato una provocazione contro il dirigente nazionale del SiCobas Aldo Milani. 

Nel corso di un incontro di trattativa sindacale con lo stesso Milani, i padroni avevano consegnato una busta con del denaro ad una parte terza, riprendendo il tutto con una videocamera nascosta. Il tentativo era quello di far apparire Milani un corrotto e un estorsore.
Il tribunale del lavoro di Modena ha ora assolto il compagno Milani da ogni accusa, assolvendolo “perché il fatto non sussiste”.
La stessa magistratura borghese ha dovuto quindi riconoscere che non vi è stato alcun comportamento illegale e quindi, implicitamente, che si è trattato di una provocazione. Dunque secondo logica dovrebbero essere ora i Levoni e i loro complici ad essere inquisiti. Non sappiamo se questo avverrà mai, ma in ogni caso la macchinazione è stata smascherata.
Le ragioni de tale macchinazione sono evidenti: si è voluto colpire l’azione di un sindacato di lotta che molto ha fatto per i diritti dei lavoratori, in particolare immigrati, nel settore in espansione della logistica. Noi siamo al suo fianco e al fianco del compagno Milani contro il padronato e lo Stato borghese e le loro provocazioni. Lo siamo stati fin dal primo momento, insieme a molti altri, nella sinistra e nel sindacalismo di classe, di base o interno alla CGIL, lo siamo oggi e lo saremo quali che possano essere le critiche, anche importanti, che come partito possiamo avanzare a vari aspetti della politica sindacale del gruppo dirigente del SiCobas.
Una battaglia è vinta. La guerra di classe contro i padroni e il loro Stato continua.
Partito Comunista dei Lavoratori

Strage di Viareggio: il capitalismo assolve se stesso


Mercoledì 31 gennaio si è tenuta l’udienza conclusiva del processo sulla strage di Viareggio. La sentenza di primo grado vede gli ex amministratori delegati di FS e RFI Mauro Moretti e Mario Michele Elia colpevoli insieme ad altri 21 dei 33 imputati nel processo, condannati a vario titolo per disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo aggravato, lesioni personali. La sentenza ha quindi dimostrato senza dubbio alcuno il legame diretto fra la strage e le incurie e i tagli sulla sicurezza dei materiali e strumenti utilizzati da FS. Moretti viene condannato a 7 anni in primo grado.

Ciò che è accaduto quel 29 giugno 2009 si inscrive in un tristissimo quadro più ampio in cui abbiamo assistito al susseguirsi di diverse tragedie (i terremoti dell’Aquila, dell’Emilia, l’alluvione di Genova del 2014 e i terremoti nell’Abruzzo e nelle Marche nel 2016) che potevano essere evitate confermando ogni volta che la sicurezza non può essere subordinata a logiche di profitto.

È emblematico dell’attitudine del Capitale ad autoassolversi il fatto che lo Stato abbia “ricompensato” Mauro Moretti per la sua gestione di FS nominandolo nel 2014 amministratore delegato di Finmeccanica (Leonardo S.p.A.).

Il Partito comunista dei lavoratori esprime totale solidarietà alle famiglie delle vittime della strage e a Riccardo Antonini, il ferroviere licenziato perché si è schierato con i familiari delle 32 vittime violando il “codice etico aziendale” e ci uniamo a loro nella richiesta di dimissioni immediate per Moretti e Margarita poiché riteniamo un insulto inaccettabile che continuino a ricoprire cariche di Stato. Le dimissioni di Mauro Moretti non sono solo il minimo significativo e doveroso atto di giustizia verso i familiari delle vittime, verso la città ferita da un disastro prevedibile ed evitabile, verso i lavoratori delle ferrovie umiliati e vessati in questi anni per aver lottato per la verità nascosta dietro questa tragedia. Tale richiesta assume anche un preciso atto politico di lotta contro il capitalismo. Mauro Moretti alla fine degli anni 80 è stato segretario della CGIL Trasporti. Non è stato un momentaneo passaggio sindacale: per quattro anni ha rappresentato i diritti dei lavoratori dei trasporti dentro questo sindacato. È passato inoltre attraverso l’esperienza di sindaco in un piccolo comune del Centro Italia dal 2004 al 2014, ma pochissimi cittadini lo hanno visto in quegli anni, poiché l’ex sindacalista era impegnato in una sua scalata personale e politica dentro i più prestigiosi settori del capitalismo industriale italiano. Nel 2006 viene nominato dal governo Prodi amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e viene incaricato del suo risanamento, che ha ottenuto attraverso la soppressione di linee locali destinate in particolare ai pendolari, ai tagli alla qualità complessiva dei servizi FS, al taglio di personale e ad una riduzione dell'investimento nella manutenzione e sicurezza. Il capitalismo e il potere politico italiano hanno visto in lui il “cavallo” giusto per lanciare il grande progetto dell’alta velocità, progetto stimato inizialmente in circa 20 miliardi solo per il Nord Italia e il ben noto scempio della Val di Susa.

Il 29 giugno 2009, giorno della tragedia di Viareggio, è da considerarsi dunque come data simbolo del compimento di quella strategia di tagli anche alla sicurezza, al personale e alla manutenzione. Moretti in udienza in tribunale quasi con fastidio definisce la strage come "spiacevolissimo episodio", ma intanto il suo sguardo è rivolto oltre: verso le prospettive che potrebbero pervenire dallo sviluppo capitalistico dell’apparato militare industriale italiano gestito dal fiore all’occhiello di un azienda di Stato come Finmeccanica/Leonardo. Un’amministrazione la sua che taglia tutto quello che ha a che fare con la produzione nei settori dei trasporti per rivolgere l’attenzione sullo sviluppo della produzione del settore dei sistemi di difesa ed armamenti sofisticati come quello delle missilistica. Una strategia politico militare che parla di imperialismo, di guerre e di interessi del capitalismo politico italiano verso i conflitti locali o più complessi dello scontro tra i vari blocchi mondiali.

Le dimissioni di Moretti quindi devono rappresentare un passaggio della lotta di classe in questo paese. Non solo in nome delle vittime della strage di Viareggio, ma per ribadire che non esiste alcun capitalismo buono, che anzi questo gronda di sangue dalle mani dei suoi uomini più rappresentativi come Mauro Moretti. 

È inoltre necessaria una battaglia per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori di tutto il settore dei trasporti, nonché un grande piano di investimenti infrastrutturali per la messa in sicurezza del sistema ferroviario, da ottenere attraverso il rifiuto del debito pubblico alle banche, accompagnata dalla loro nazionalizzazione, e con la cancellazione delle regalie fiscali ai capitalisti.

Tutte queste istanze non potranno essere varate certo dai comitati d'affari della classe capitalistica, a partire dal governo Gentiloni. Solo un governo dei lavoratori, capace di rompere con gli interessi padronali, può risanare il territorio mettendo in sicurezza l’intero sistema ferroviario finalmente pubblico e efficiente, tutelando le vite e la dignità dei lavoratori e dei cittadini, nell’orizzonte della riorganizzazione radicale dell'intera società in base al primato dei bisogni.
Chiara Mazzanti - Ruggero Rognoni 
Comitato Centrale 
Partito Comunista dei Lavoratori