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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir
Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...
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Chi sono i veri colpevoli dei morti di Cutro?
64 morti tra i quali 14 bambini, almeno 100 dispersi: sono i numeri dell’ultima strage di migranti verificatasi a largo di Cutro in provincia di Crotone.
Le vittime provenivano dall’Asia Centrale; la mappa delle partenze non si limita al continente africano, disegna i tratti di un'apocalisse sconfinata.
Si sprecano le lacrime dei coccodrilli che piangono le vittime di cui l’Europa dei ricchi, dei razzisti, dei fascisti vecchi e nuovi ha profonde e gravi responsabilità.
Tra queste, da ultime, tutte le misure restrittive al diritto di accoglienza.
Tra queste, non da ora, quelle proprie di un ordine imperialistico che semina in vastissime regioni del mondo guerre, fame, regimi autoritari, intolleranza, miseria e condizioni di invivibilità.
Il PCL si batte per il pieno diritto di accoglienza contro le barriere criminali costruite da chi vuole blocchi navali contro i migranti, da chi affida agli ascari il compito di imprigionare una marea di esseri umani fragili e indifesi in lager dove imperano violenze e sevizie di ogni sorta.
In questo mondo i guasti provocati dalla guerra imperialista contro il popolo ucraino sono un ulteriore segnale di un disordine mondiale provocato dalle varie borghesie (tra cui quella italiana) che si contendono bellicosamente il controllo del mondo.
Oggi dunque il PCL si batte contro le spese per il riarmo e per la loro riconversione nell’assistenza e nell’accoglienza. Oggi i marxisti rivoluzionari, oltre lo sdegno ed il dolore, si battono per costruire un ordine nuovo mondiale, rivoluzionario e socialista che, tra le tante cose, fermi le stragi dei migranti.
Tutto ciò ha più valore in una terra di confine come il Sud d’Italia in cui mafia, razzismo e xenofobia sembrano dominare senza alcun contrasto.
Così piangiamo le vittime di Cutro.
Pino Siclari
Il capitale e i vecchi
20 Novembre 2020
Il capitale cerca ovunque il profitto. Anche l'indirizzo della ricerca medica ne è condizionato, perché è appaltato all'industria farmaceutica. Ad esempio i colossi della farmaceutica, dopo aver abbandonato nel 2003 le ricerche sul virus della SARS – per il fatto che la pandemia si era rapidamente esaurita, e con essa il relativo mercato – sgomitano adesso tra loro per assicurarsi il mercato gigantesco del vaccino anti-Covid. Un bene prezioso per l'umanità (al di là delle idiozie reazionarie dei negazionisti) diventa per alcune di esse l'affare del secolo. Un mercato che sarà finanziato dai bilanci statali di tutto il mondo, e dunque in larga parte dalle tasse pagate dai lavoratori. In questo caso la ricerca sta battendo, fortunatamente, ogni record di celerità, compiendo in meno di un anno un percorso che normalmente richiede un decennio.
I TEMPI DELLA RICERCA, UNA VARIABILE DEL PROFITTO
È comprensibile. La pressione del capitalismo mondiale in recessione sulla ricerca del vaccino è stata concentrata e irresistibile. Non si tratta solo del profitto delle case farmaceutiche ma dei profitti dell'intera classe capitalista, dei volumi della produzione e del commercio mondiale, dei rapporti di forza sul mercato mondiale tra imperialismi vecchi (USA e UE) e nuovi (Cina). La ricerca ha agito sotto la frusta della Borsa.
Per altri orizzonti di ricerca, meno profittevoli, i tempi sono diversi, o addirittura infiniti. È il caso ad esempio delle malattie degenerative delle persone anziane: Alzheimer, Parkinson, demenza senile. Qui la ricerca ristagna da molto tempo. Perché occuparsi di persone improduttive per un'economia fondata sul profitto? Quando il governatore Toti osserva che i vecchi non sono «indispensabili» per la ripresa economica, volgarizza cinicamente un principio di realtà per la società borghese. Indispensabile è solo chi genera profitto; per questo lo si spreme a mani basse. I vecchi sono invece un peso parassitario. Le loro pensioni un costo. Le loro vite un tempo ormai breve. Perché dunque occuparsi di loro?
Il capitale trova un altro modo di trattare i vecchi. Li usa fin che può come ammortizzatori sociali in tempi di crisi, laddove possono arrotondare con la propria pensione i salari dei loro figli e nipoti cassaintegrati e precari, oppure surrogare l'assenza degli asili nido. In questo caso la presenza dei nonni in famiglia copre i tagli massicci del welfare, compiuti per pagare il debito alle banche. Ma quanto la vecchiaia è troppo avanzata e le condizioni di salute dell'anziano non lo permettono, allora la società borghese lo scarica come un rifiuto. O carica la sua assistenza sulla donna di casa, magari costretta a lasciare il lavoro per assistere il padre o il suocero, o a reggere un doppio lavoro ancor più estenuante. Oppure lo affida alla cura privata di una badante (per chi se la può permettere), spesso in nero, senza documenti, ricattabile, più volte oggetto di molestie e di abusi impuniti in famiglia.
IL GRANDE AFFARE DELLE CASE DI RIPOSO
La terza soluzione è la casa di riposo: il destino delle persone sole e ormai ingestibili in casa. Il luogo che in Italia in soli quattro mesi ha visto il 40% di decessi per Covid-19. Fatalità? No, anche qui la legge del profitto lascia una impronta indelebile. Per molti aspetti la più vergognosa.
In Italia abbiamo 4,4 milioni di anziani over 80. I tassi attuali di invecchiamento della popolazione, anch'essi sospinti dalla crisi capitalista, fanno sì che nel 2050 saranno quasi 8 milioni. Eppure l'offerta dei posti letto non supera la cifra dei 200.000. Un numero irrisorio. Lo Stato non si occupa della questione, è già tanto che versi una pensione. Tutto è affidato al mercato delle strutture private, tra privati cosiddetti “no profit” (cooperative, fondazioni religiose...) che ne coprono il 50%, e strutture dichiaratamente profit che coprono quasi tutta l'altra metà, salvo una piccola quota gestita dai comuni. La retta mensile varia tra i 2400 e i 4000 euro, coperta solo per la metà dal finanziamento pubblico della Regione, il resto è a carico dell'ospite. A seconda delle Regioni, va dai 50 ai 100 euro al giorno.
Se poi non trovi posto, puoi ripiegare nelle cosiddette case famiglia (al massimo sette ospiti), interamente a carico del degente per 1800 euro mensili. Luoghi dove non viene esercitato alcun controllo pubblico, neppure saltuario, e dove non a caso si consuma il peggio dei maltrattamenti e degli omicidi colposi di cui le cronache si sono occupate.
Ma chi è il proprietario delle RSA? Korian-Segesta, il principale azionista Crédit Agricole; il gruppo Kos, controllato dalla famiglia De Benedetti; il San Raffaele, della famiglia Angelucci; Sereni Orizzonti (sic), gestito da Massimo Blasoni, indagato per truffa al servizio sanitario nazionale; il Gruppo Gheron, della famiglia Bariani.
Un gruppo di grandi famiglie capitaliste che fa affari d'oro. Fatturati annui che vanno dai 200 ai 600 milioni, utili netti che oscillano rispettivamente tra i 15 e i 30 milioni. Qual è il fondamento di tassi di profitto così elevati? Non solo il livello delle rette, per quelle famiglie che se le possono permettere, ma il supersfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, medici e infermieri/e. Costretti a orari massacranti, pagati molto meno che nelle strutture pubbliche (1200 euro di media contro i 1600), spesso dipendenti di cooperative e oggetto di caporalato. Gli stessi che giorni fa hanno scioperato in tutta Italia per chiedere regolarizzazione, internalizzazione del servizio, salario, dignità, diritti. sicurezza sul lavoro.
È l'assenza di tamponi per il personale di servizio il principale veicolo di contagio nelle RSA. A sua volta moltiplicatore di decessi, tra degenti e lavoratori. A produrre la morte non è solo il virus, ma anche e in primo luogo lo sfruttamento.
LA RIVOLUZIONE E LA VITA
Cosa fa sull'argomento il governo dell'emergenza sanitaria? Un atto davvero irresistibile: il ministro Speranza ha incaricato Monsignor Vincenzo Paglia, gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, di guidare un osservatorio sulle RSA. Commovente. Lo Spirito Santo accompagnerà i suoi lavori. Ma soprattutto la continuità dei decessi.
È invece necessaria una svolta radicale nel trattamento delle persone anziane e nel lavoro dell'assistenza, domiciliare e ospedaliera.
L'assistenza domiciliare degli anziani va assunta come funzione pubblica. Le badanti vanno assunte da un servizio nazionale dello Stato, che le metta in regola, formi il personale, garantisca la loro sicurezza, eserciti un controllo pubblico sulla funzione sociale dell'assistenza domiciliare.
Il sistema delle RSA va nazionalizzato, senza indennizzo per le famiglie capitaliste che lo gestiscono, e sotto controllo sociale, nell'ambito della requisizione e nazionalizzazione, senza indennizzo, dell'intera sanità privata.
Questa misura non sarà mai realizzata da un governo borghese, sia esso conservatore o progressista. Basta vedere gli affari della sanità privata in Spagna sotto il governo di PSOE e Podemos. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può liberare la salute dal profitto. Solo una rivoluzione può tutelare la dignità dell'ultimo tratto della vita.
Partito Comunista dei Lavoratori
A cinquant'anni dalla strage di Piazza Fontana
In un paese dell’alleanza atlantica, attraversato dagli scioperi operai, queste misure sono ritenute idonee per arrestare l’ondata rivendicativa suscitata dal Sessantotto studentesco prima, e dal Sessantanove operaio poi.
Indispensabile corollario a tutto ciò è l’attribuzione della strage agli anarchici, individuati come predestinati perfetti di questa macchinazione. Un copione già scritto, che pur nelle differenze, ricalca quello andato in scena nella Berlino del 1933, con l’incendio del Reichstag come pretesto per sospendere le garanzie democratiche e mettere fuori gioco le forze del movimento operaio.
Negli anni successivi affioreranno le complicità dei neofascisti con gli apparati dello Stato e con ambienti internazionali legati alla NATO e alle strutture di intelligence statunitensi; si svelerà così la trama e l’ordito di un progetto reazionario (la cosiddetta strategia della tensione) teso a contenere l’influenza di un forte e radicato partito comunista, e a stroncare le istanze di cambiamento sociale e politico che sul finire degli anni Sessanta si erano diffuse nel paese.
Quel giorno di cinquant’anni anni fa s’invera la criminalità di una classe dominante che, per mantenere il potere di fronte all’ascesa delle lotte del movimento operaio, è disposta a tutto, anche a lastricare di morti il suo cammino pur di non vedere messi a repentaglio i cardini su cui si fonda il suo dominio sull’insieme della società. Quel giorno si materializza una legga storica del capitalismo: il potere borghese non si lascia “rimuovere” pacificamente senza reagire, contrattaccare, vendere cara la pelle; e quindi non esita a ricorrere a quegli strumenti che le sue leggi non contemplano, anzi condannano senza attenuante alcuna.
La strage di piazza Fontana non è una pagina oscura, un mistero irrisolto, ma è un capitolo chiaro, evidente, preciso. Nonostante il lunghissimo iter processuale non sia riuscito a far condannare nessuno degli esecutori e dei mandanti, la verità storica su quella strage è acclarata: la strage è stata compiuta da Ordine Nuovo; la sua esecuzione è stata favorita dai suoi collegamenti con gli apparati statali interni ed internazionali; quegli stessi apparati di sicurezza che poi hanno ostacolato le indagini, proteggendo gli indagati e depistando le inchieste sui responsabili. Anche le ultime sentenze della Corte d’assise di Milano del 2001 e del 2004 indicano in termini inequivocabili la responsabilità dell’attentato negli ordinovisti veneti Freda e Ventura, anche se non più giudicabili perché già assolti in via definitiva (con la sentenza del 1987) per lo stesso reato. Come dire: i colpevoli sono stati individuati ma non possono essere più condannati.
Nell’antichità, gli ateniesi non perdonavano, non dimenticavano, non la facevano passare liscia a nessuno. La maledizione e la vergogna non perseguitavano soltanto i colpevoli ma anche i loro figli, i figli dei loro figli e tutta la loro stirpe. Nel nostro paese invece le stragi di Stato e le trame antidemocratiche sono rimaste impunite. Oggi, nonostante il rilievo mediatico dato all’anniversario di Piazza Fontana, l’attenzione su queste vicende è venuta a cadere, domina l’oblio e la disinformazione, come attesta un sondaggio recente che rivela come la maggior parte dei ragazzi delle scuole superiori di Milano sia convinta che la bomba di piazza Fontana l’abbiano messa le BR.
UN QUINQUENNIO DI TERRORE
Con la strage di Piazza Fontana si apre un lustro terribile per il nostro paese: un’apocalisse di sangue, dolore e morte. Tra il 1969 e il 1974, in Italia vengono perpetrate addirittura sei stragi: alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, sul treno Freccia del Sud a Gioia Tauro, a Peteano, alla questura di Milano, in Piazza della Loggia a Brescia e sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro.
Un'escalation di terrore senza precedenti e seguito nella storia repubblicana. Nello stesso periodo la violenza sarà prerogativa quasi assoluta della destra estrema, responsabile dell’85% degli oltre 4.000 tra assalti e attentati politici che si verificano in quel periodo. Chi faceva esplodere quelle bombe si poneva un duplice obiettivo: spostare a destra l’asse politico del paese, realizzando così una svolta autoritaria, e fermare con ogni mezzo quelle lotte operaie e studentesche che dal ’68 in poi avevano prodotto un’effervescenza sociale che minava gli assetti di potere delle classi dominanti. Contemporaneamente, la spirale di paura che le bombe producevano serviva per mandare un segnale inequivocabile al PCI e all’insieme del movimento operaio: il potere borghese, se viene messo in discussione, può far ricorso a qualsiasi mezzo pur di non farsi mettere in minoranza nelle urne e nelle piazze. Da qui lo sviluppo di una strategia della tensione, che per anni insanguinerà il paese, condizionando pesantemente la vita politica italiana.
LE ORIGINI DELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE
La strategia della tensione conosce una lunga gestazione, la cui origine va rintracciata nella guerra fredda che oppone gli USA all’Unione Sovietica. In questo quadro, la collocazione geostrategica dell’Italia l’ha posta già dalla metà degli anni Quaranta in una posizione decisiva. Questo ha significato, fin da allora, una vita politica profondamente condizionata dagli interessi americani. Nel corso degli anni, in nome della lotta al comunismo, vengono siglate intese segrete tra i membri dell’alleanza atlantica, e i vertici militari elaborano piani di “guerra non ortodossa”, di “guerra psicologica”, che in alcuni casi prevedono l’affiancamento dei civili con i militari, e l’uso di pratiche inconfessabili. È del 1963 la direttiva a stelle e strisce secondo la quale il comunismo deve essere fermato ad ogni costo. Nel nostro paese ciò venne tradotto nella costituzione dei Nuclei per la Difesa dello Stato, formati in gran parte da elementi provenienti dalle file dell’estrema destra nostrana, che a differenza di altre reti come Gladio sono un raggruppamento per la guerra non ortodossa finalizzata alla repressione interna. In tale contesto, i gruppi neofascisti si organizzano e si coordinano all’interno di questo articolato fronte anticomunista, assumendo il ruolo di “cobelligeranti” dei circoli dell’oltranzismo atlantico.
Un’intesa che si consolida nel 1965 al convegno organizzato dall’Istituto Alberto Pollio che si tiene a Roma all’albergo Parco dei Principi. Sotto l’egida dello Stato Maggiore dell’esercito e dei servizi segreti, uno stuolo di militari, politici e accademici discutono insieme ad una nutrita delegazione di neofascisti come affrontare la penetrazione comunista nella società. Le modalità scelte sono quelle della guerra psicologica, elaborando anche l’effettuazione di azioni rapide e mirate, che con l’ausilio della propaganda siano in grado di far ricadere la responsabilità sul nemico. I neofascisti rivestiranno, però, solo il ruolo degli esecutori materiali, saranno cioè il terminale operativo di un’azione preventiva che puntava a salvaguardare a tutti i costi gli assetti politici sociali esistenti.
LE BOMBE PER FERMARE LE LOTTE
Nella seconda metà degli anni Sessanta, i neofascisti, gli apparati militari e una parte della borghesia italiana accarezzano il sogno di una svolta autoritaria. Le proteste studentesche e il condensato di rivendicazioni operaie espresse nel biennio 1968-'69 atterriscono i ceti possidenti: dal fronte conservatore sale la richiesta di porre fine alle lotte operaie e giovanili. Le bombe servono per imprimere una virata politica a destra, per rendere inevitabile un pronunciamento militare teso a ristabilire l’ordine sociale.
Questi ambienti guardano con favore ad una “soluzione greca”. Infatti, in quel paese, nell’aprile del 1967, dopo una serie di attentati – realizzati da unità militari speciali ma attribuiti ai comunisti – fu attuato un golpe militare. Anche in Italia le bombe che scoppiano vengono attribuite agli anarchici e all’estrema sinistra. Pietro Valpreda, indicato come “la belva umana”, resterà in carcere tre anni da innocente, mentre Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico fermato nelle ore successive alla strage, muore cadendo dal quarto piano della questura dopo un lunghissimo interrogatorio. Il questore Guida (che nel Ventennio dirigeva il confino politico di Ventotene) diffonde la falsa notizia secondo cui l’anarchico si sarebbe suicidato di fronte agli schiaccianti indizi emersi.
In Piazza Fontana, tuttora rimane una targa posta dagli studenti e dai democratici milanesi che ricorda come Pinelli sia stato ucciso innocente nei locali della questura.
Gli attentati del 12 dicembre, in luoghi altamente simbolici (banche, Altare della Patria) servono per accreditare una pista rossa, per rendere credibile una possibile inversione di responsabilità, per favorire la caccia alle streghe che ha come vittime predestinate gli anarchici, la sinistra extraparlamentare e il movimenti degli studenti.
La strage di Piazza Fontana giunge al culmine di un anno, il 1969, che segna l’ascesa delle lotte del movimento operaio. Le mobilitazioni, che si concentrano nei grandi centri industriali del paese, mostrano un seguito mai visto; una radicalità che si esprime nelle lotte per i rinnovi contrattuali; un protagonismo operaio che esce dal perimetro rivendicativo della fabbrica, contagiando l’insieme delle classi subalterne e ponendo una domanda di cambiamento radicale della società. Contro questa insorgenza sociale viene affinata una strategia della tensione tesa a stroncare le istanze operaie che si stanno sedimentando nel paese.
1969: UN ANNO ESPLOSIVO
Nell’anno dell’autunno caldo e della conflittualità operaia lampeggiano 145 attentati, 12 al mese, uno ogni tre giorni. Due su tre sono dinamite nera. Bombe neofasciste che esplodono contro sezioni del PCI, sedi dei gruppi extraparlamentari, università, sinagoghe, banche. Bombe che esplodono sui treni, 10 solo in agosto, o alla fiera campionaria di Milano. Per queste ultime, seguendo un copione sperimentato, vengono incolpati un gruppo di giovani anarchici. Due anni dopo la macchinazione verrà smontata: il processo rivelerà che quelle bombe non erano anarchiche e gli imputati verranno scagionati.
Ma è proprio in autunno, mentre sono in corso le vertenze sindacali, che si prepara il contesto che conduce alla strage di Piazza Fontana. Il 19 novembre, a Milano, durante lo sciopero generale per la casa, la polizia carica un corteo provocando parecchi feriti. Negli scontri muore l’agente Antonio Annarumma. In serata alla caserma di Sant’Ambrogio si sfiora l’ammutinamento, con i poliziotti che, convinti che il loro collega fosse stato ucciso dai dimostranti, si preparano a marciare sull’Università Statale per farsi giustizia da soli. Ai funerali dell’agente, mentre garriscono al vento le insegne dei reduci di Salò, le squadracce fasciste aggrediscono Mario Capanna, uno dei leader più conosciuti del movimento studentesco.
Mentre si crea un clima per dire che le lotte sindacali producono omicidi si susseguono le provocazioni, e a Vanzago, nell’hinterland milanese, l’industriale Ulisse Cantoni spara con un fucile contro gli operai in sciopero provocando diversi feriti; arrestato, verrà rimesso in libertà dopo pochi giorni.
Mentre il ben informato giornale britannico The Observer il 7 dicembre evidenzia che un gruppo di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di Stato militare, il segretario del MSI Almirante rilascia un’intervista a Der Spiegel in cui dichiara che la battaglia contro il comunismo giustifica tutti i mezzi, e che è venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari per definire, una volta per sempre, la situazione in Italia. E poi, il giorno prima della strage, uno dei settimanali allora più venduti, Epoca, esce con una copertina tricolore, e con un editoriale che dice: “Se si dovesse ricorrere alle elezioni anticipate e il loro responso non fosse accettato dalle sinistre, le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana".
L’ARGINE ALLA SVOLTA REAZIONARIA
Il tentativo di giungere alla promulgazione dello stato di emergenza, e dunque ad una svolta autoritaria, fallisce grazie alla forza della mobilitazione operaia e popolare. Fin dal giorno delle funerali delle vittime della strage, una massa compatta di lavoratori delle fabbriche milanesi gremisce Piazza Duomo e le vie adiacenti, testimoniando la propria presenza vigile e determinata.
Negli anni seguenti, accanto al lavoro d’inchiesta di alcuni giornalisti democratici, sarà la controinformazione e la costante mobilitazione delle organizzazioni dell’allora sinistra rivoluzionaria a disvelare le trame nere che sottendono la strage di Stato del 12 dicembre 1969. Anche per questo, quella parte di borghesia che aveva guardato con favore a una soluzione radicale capace di annichilire il movimento operaio e le sinistre, temendo di non riuscire a padroneggiare uno scontro aspro e risoluto, decide di recedere dai suoi propositi più bellicosi. Blocca i fautori del golpe, garantendogli però l’immunità. Facendo di necessità virtù, utilizza i destabilizzatori per stabilizzare gli assetti di potere.
La strategia della tensione, con il suo corollario di attentati e di provocazioni, declina nella seconda metà del 1974, e il "partito del golpe" viene marginalizzato.
In quell’anno cruciale muta sensibilmente il quadro politico mondiale. Negli Stati Uniti, con la crisi della presidenza Nixon, cambia la politica estera americana, mentre in Europa inizia lo sgretolamento dei regimi di Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, e la fine della dittatura dei colonnelli in Grecia. Muta la fase. La borghesia ricerca nuovi equilibri politici per imbrigliare le lotte operaie, e neutralizzare la forza del principale partito comunista dell’Occidente. In questo nuovo contesto, le grandi famiglie del capitalismo italiano si convincono che, per depotenziare l’onda lunga sprigionata dal biennio '68-'69, è necessario ricercare un’intesa con il PCI, la forza egemone del movimento operaio italiano, ed abbandonare dunque una prova di forza dagli esiti incerti.
TRASMETTERE LA MEMORIA, RILANCIARE LA LOTTA
Quando sul banco degli imputati siede lo Stato con i suoi apparati e le sue istituzioni non è possibile accertare una verità giudiziaria chiara e condivisa. Non è cioè possibile incrinare quella ragione di Stato posta a difesa di interessi inconfessabili.
Verità e giustizia per le stragi di Stato si potranno ottenere solo con il rovesciamento di quell’ordine sociale borghese che ha ispirato, coperto e agevolato le trame nere e la strategia della tensione. Tuttavia, le migliaia di testimonianze raccolte e i sei milioni di pagine dell’inchiesta su Piazza Fontana ci offrono una verità storica che va divulgata e fatta conoscere: la strage di Piazza Fontana fu pensata, ideata e realizzata da una banda di neofascisti che beneficiarono prima e dopo l’eccidio di coperture, appoggi e complicità da parte di uomini e strutture dei servizi segreti italiani. Servizi non “deviati” dai loro compiti istituzionali, servizi non contro lo Stato, ma pienamente dentro questo Stato e le sue alleanze internazionali.
Per questo sarà importante non fare cadere l’oblio sulle stragi di Stato e sulle trame che hanno insanguinato il nostro paese rilanciando la lotta perché vengano aperti gli archivi e venga tolto il segreto di Stato su quella stagione. Per questo sarà importante serbare e trasmettere la memoria di ciò che accadde cinquant’anni fa in una banca milanese, perché chi non ricorda ed elabora il passato è destinato a ripeterlo.
Piero Nobili, Tiziana Mantovani
Strage di Viareggio: il capitalismo assolve se stesso
Ciò che è accaduto quel 29 giugno 2009 si inscrive in un tristissimo quadro più ampio in cui abbiamo assistito al susseguirsi di diverse tragedie (i terremoti dell’Aquila, dell’Emilia, l’alluvione di Genova del 2014 e i terremoti nell’Abruzzo e nelle Marche nel 2016) che potevano essere evitate confermando ogni volta che la sicurezza non può essere subordinata a logiche di profitto.
È emblematico dell’attitudine del Capitale ad autoassolversi il fatto che lo Stato abbia “ricompensato” Mauro Moretti per la sua gestione di FS nominandolo nel 2014 amministratore delegato di Finmeccanica (Leonardo S.p.A.).
Il Partito comunista dei lavoratori esprime totale solidarietà alle famiglie delle vittime della strage e a Riccardo Antonini, il ferroviere licenziato perché si è schierato con i familiari delle 32 vittime violando il “codice etico aziendale” e ci uniamo a loro nella richiesta di dimissioni immediate per Moretti e Margarita poiché riteniamo un insulto inaccettabile che continuino a ricoprire cariche di Stato. Le dimissioni di Mauro Moretti non sono solo il minimo significativo e doveroso atto di giustizia verso i familiari delle vittime, verso la città ferita da un disastro prevedibile ed evitabile, verso i lavoratori delle ferrovie umiliati e vessati in questi anni per aver lottato per la verità nascosta dietro questa tragedia. Tale richiesta assume anche un preciso atto politico di lotta contro il capitalismo. Mauro Moretti alla fine degli anni 80 è stato segretario della CGIL Trasporti. Non è stato un momentaneo passaggio sindacale: per quattro anni ha rappresentato i diritti dei lavoratori dei trasporti dentro questo sindacato. È passato inoltre attraverso l’esperienza di sindaco in un piccolo comune del Centro Italia dal 2004 al 2014, ma pochissimi cittadini lo hanno visto in quegli anni, poiché l’ex sindacalista era impegnato in una sua scalata personale e politica dentro i più prestigiosi settori del capitalismo industriale italiano. Nel 2006 viene nominato dal governo Prodi amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e viene incaricato del suo risanamento, che ha ottenuto attraverso la soppressione di linee locali destinate in particolare ai pendolari, ai tagli alla qualità complessiva dei servizi FS, al taglio di personale e ad una riduzione dell'investimento nella manutenzione e sicurezza. Il capitalismo e il potere politico italiano hanno visto in lui il “cavallo” giusto per lanciare il grande progetto dell’alta velocità, progetto stimato inizialmente in circa 20 miliardi solo per il Nord Italia e il ben noto scempio della Val di Susa.
Il 29 giugno 2009, giorno della tragedia di Viareggio, è da considerarsi dunque come data simbolo del compimento di quella strategia di tagli anche alla sicurezza, al personale e alla manutenzione. Moretti in udienza in tribunale quasi con fastidio definisce la strage come "spiacevolissimo episodio", ma intanto il suo sguardo è rivolto oltre: verso le prospettive che potrebbero pervenire dallo sviluppo capitalistico dell’apparato militare industriale italiano gestito dal fiore all’occhiello di un azienda di Stato come Finmeccanica/Leonardo. Un’amministrazione la sua che taglia tutto quello che ha a che fare con la produzione nei settori dei trasporti per rivolgere l’attenzione sullo sviluppo della produzione del settore dei sistemi di difesa ed armamenti sofisticati come quello delle missilistica. Una strategia politico militare che parla di imperialismo, di guerre e di interessi del capitalismo politico italiano verso i conflitti locali o più complessi dello scontro tra i vari blocchi mondiali.
Le dimissioni di Moretti quindi devono rappresentare un passaggio della lotta di classe in questo paese. Non solo in nome delle vittime della strage di Viareggio, ma per ribadire che non esiste alcun capitalismo buono, che anzi questo gronda di sangue dalle mani dei suoi uomini più rappresentativi come Mauro Moretti.
È inoltre necessaria una battaglia per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori di tutto il settore dei trasporti, nonché un grande piano di investimenti infrastrutturali per la messa in sicurezza del sistema ferroviario, da ottenere attraverso il rifiuto del debito pubblico alle banche, accompagnata dalla loro nazionalizzazione, e con la cancellazione delle regalie fiscali ai capitalisti.
Tutte queste istanze non potranno essere varate certo dai comitati d'affari della classe capitalistica, a partire dal governo Gentiloni. Solo un governo dei lavoratori, capace di rompere con gli interessi padronali, può risanare il territorio mettendo in sicurezza l’intero sistema ferroviario finalmente pubblico e efficiente, tutelando le vite e la dignità dei lavoratori e dei cittadini, nell’orizzonte della riorganizzazione radicale dell'intera società in base al primato dei bisogni.
Chiara Mazzanti - Ruggero Rognoni
Comitato Centrale
Partito Comunista dei Lavoratori
Contro reazionari e terroristi. Contro l'imperialismo e il fascismo islamico. Per un nuovo internazionalismo
Questa guerra l'ha iniziata l'Occidente capitalista e imperialista. IS e fondamentalismo islamico sono stati rilanciati, se non prodotti, dai ripetuti interventi militari in Medioriente: dai bombardamenti e delle missioni “di pace”. Americane. Francesi. E italiane. Interventi che negli anni hanno sostenuto dittatori e repressioni sanguinarie, hanno abbattuto resistenze popolari e forze progressiste, hanno distrutto paesi e tessuti sociali, hanno aperto la strada alla crescita dell’integralismo religioso. La competizione per la conquista dell'egemonia all'interno del campo integralista ha sospinto la corsa al rialzo verso le barbarie. Ha creato un nuovo “fascismo islamico”, un movimento reazionario armato che si è dotato di un suo progetto totalitario fondamentalista (il grande Califfato), con pratiche sanguinarie di terrore che pratica verso ogni opposizione e resistenza, interna ed esterna.
In questa guerra, le linee del fronte si frammentano e si confondono. IS e fondamentalisti sono stati supportati e protetti dalle monarchie del Golfo e servizi occidentali. Probabilmente lo sono ancora. Perché reazionari, fondamentalisti, dittatori e terroristi combattono da entrambe la parti. Al centro di questa guerra non c’è alcun principio, alcuna civiltà, alcuna religione. Ci sono solo interessi economici e politiche di potenza, che polarizzano identità ed appartenenze per utilizzarle come strumenti dei loro giochi d’interesse.
In questa guerra, invece, gli interessi e le identità della classe lavoratrice e di quelle popolari sono travolti. Da tutti. Schiacciati dalla militarizzazione, dall’imbarbarimento crescente, dalle miserie della guerra, dalla distruzione delle strutture economiche e dall’esplosione dei fanatismi identitari. Annullati anche dalla confusione dei fronti: dalla costruzione di larghe alleanze, a base etnica o religiosa o nazionale. Fronti popolari o nazionali nei quali gli interessi e le identità dei lavoratori e delle lavoratrici sono sempre retrocesse, scolorite e poi annullate. In nome di altre priorità, immaginari e progetti politici. Quelli delle proprie borghesie, dei propri apparati militari, o delle potenze imperialiste.
Per questo siamo a fianco dei morti e delle famiglie. A Parigi. Come a Beirut, a Sinjar, ad Aleppo o a Kobane. In Africa ed in Asia. Le centinaia di migliaia di morti di questa lunga guerra.
Per questo NON siamo nelle piazze di queste ore. Quelle piazze unitarie e tricolori, in solidarietà dei “fratelli francesi”. Il silenzio, la commozione e l’unità di queste ore, come quella dopo l’attentato di Charlie Ebdo, permette solo alla canea reazionaria di crescere ed imporsi anche nei nostri territori. Proponendo ancora identità e polarizzazioni, cristiane ed europee, umane o civili. Appartenenze utili solo a continuare questa guerra, a rilanciare gli interessi imperialisti di questa o quella potenza.
Per fermare la guerra, invece, dobbiamo colpirne gli interessi che la muovono. Dobbiamo opporci agli interventi imperialisti. Di pace e di guerra. Anche quelli italiani. Dobbiamo denunciare gli interessi particolari, come quello della nostra ENI che non casualmente è presente in tutti questi fronti di guerra. Dobbiamo combattere le politiche di grande e di piccola potenza, sorrette dalla competizione capitalista e dalla necessità di rafforzare i propri apparati produttivi capitalisti.
La sola risposta alle guerre e al terrorismo è l’unità dei lavoratori e dei popoli. Al di là delle rispettive origini, del colore della pelle, della religione, delle frontiere. Ritrovare i propri interessi e le proprie identità di classe, per battersi insieme contro chi li sfrutta e li sottomette. Per farla finita con questo sistema capitalista, che crea la barbarie. Per una rivoluzione socialista, che superi confini e conflitti nazionali.
Partito Comunista dei Lavoratori
Gli stragisti hanno vinto
2 agosto: strage di Bologna
Sono passati 35 anni dalla strage del 2 agosto e, mentre dal punto di vista giudiziario sono stati condannati i fascisti dei Nar come esecutori materiali e il capo della P2 Gelli come depistatore, nulla ufficialmente si sa sui mandanti e sulle vere ragioni politiche della strage.
La cosiddetta desecretazione di vari documenti voluta da Renzi è stata uno scherzo, rendendo noti documenti che erano già a conoscenza dei magistrati e degli storici.Gli stessi superstiti e i familiari delle vittime vengono sbeffeggiati dal governo e dal suo capo Renzi che si rifiuta di approvare gli indennizzi, malgrado il presidente dell’associazione familiari delle vittime della strage, Paolo Bolognesi, sia oggi deputato alla Camera e fedele sostenitore del governo renziano.
Ci domandiamo come faccia Bolognesi, che per tanti anni ha denunciato le “mancanze” dei vari governi e il ruolo golpista della P2 e dell’estrema destra, a stare nella stessa maggioranza del pregiudicato Berlusconi (col governo Letta) già tessera P2 n.1816, oppure col piduista, oggi NCD, Cicchitto – tessera P2 n. 2232. Senza parlare che entrambi i governi a guida Pd – ieri Letta e Renzi oggi – sostenuti da Bolognesi hanno visto o vedono l’appoggio di vari ex fascisti: ad es. Gasparri (ex Msi) fino al 2014 o Vincenzo Piso ex fascista di Terza Posizione e oggi deputato dell’NCD.
Se e’ lontana la verità giudiziaria sulle stragi e sulla c.d. strategia della tensione, quella storica e politica è invece chiarissima: decine e decine di morti ammazzati dal terrorismo fascista ben coperto e ben aiutato da apparati dello Stato e dal leale alleato Usa. Fascisti, servizi segreti Usa ed italiani, vari apparati repressivi legali o illegali, hanno massacrato cittadini e lavoratori per i loro sporchi fini, prima per sconfiggere l’avanzata del movimento operaio, poi per azioni sullo scacchiere internazionale.
Se i mandanti politici delle stragi hanno vinto nei decenni passati tutte le loro battaglie; se in piena continuità con la peggiore politica democristiana Renzi e soci attaccano i diritti dei lavoratori conquistati con lotte e sacrifici e smontano gli elementi formalmente democratici della costituzione repubblicana; opporsi a questa grande offensiva reazionaria e contro riformatrice è possibile e necessario.






