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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

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Beppe Sala commemora il 12 dicembre attaccando lo sciopero generale


 Commemorazione 12 dicembre: il sindaco di Milano Sala approfitta del momento per attaccare la CGIL, e il servizio d’ordine del PD impedisce con la forza al nostro compagno Franco Grisolia di intervenire

«Non spetta a me dire se lo sciopero è giusto o sbagliato, probabilmente è sbagliato»: così, a freddo e senza alcuna connessione con il contesto (la manifestazione per ricordare le vittime di Piazza Fontana), interviene il sindaco. Anche se è la parte ufficiale della cerimonia e molti militanti di sinistra non sono ancora in piazza, parte con fischi e insulti la reazione a queste parole, e Sala si blocca. Il nostro compagno Franco Grisolia urla: «Vergogna! Usare i morti per attaccare la CGIL che fa sciopero!». Sala, sempre più imbarazzato, cerca di rimediare aggiungendo che «lo sciopero è un diritto» e invitando il nostro compagno a intervenire, ma a quel punto è il servizio d’ordine del PD che lo impedisce, brutalmente. Un episodio che dimostra due cose: la vera natura politica di Sala (parole di sinistra per raccattare voti, filopadronale quando governa, visto anche che da manager di grandi aziende non ha mai avuto bisogno di fare scioperi, al pari di Bonomi); l’atteggiamento antidemocratico e stalinista del PD, che fa scudo anche fisicamente ad ogni possibile contestazione.

Questo che precede è il comunicato che abbiamo inviato ad agenzie, TV e giornali su quanto accaduto oggi pomeriggio in Piazza Fontana a Milano. Come ogni anno, si è commemorata la strage fascista del 1969. La manifestazione ha sempre due fasi: la prima ufficiale, con autorità varie e la “sinistra” dal PD a Rifondazione agli “anarchici ufficiali”; la seconda è invece un corteo cui partecipa solo la sinistra più larga, senza istituzioni e senza PD.
L’episodio, riportato da vari siti e media (1), è avvenuto nella prima fase, quando ancora mancavano dalla piazza, tra l’altro, gli altri compagni del PCL. Ciò che emerge sono in particolare due cose: la personalità dell’ex city manager della Moratti Sala, che ancora qualcuno nella sinistra vede in modo troppo roseo, e la vigliaccheria di militanti del PD (“travestiti” da servizio d’ordine ANPI) che hanno fermato il nostro compagno nonostante il reiterato invito del sindaco a farlo parlare.
L’episodio ha avuto comunque il “pregio” di smascherare la vera natura della giunta di Milano e del suo sindaco, che non ha avuto dubbi tra chi scegliere tra i lavoratori e il padronato, al di là delle formali parole in difesa del lavoro. Da segnalare anche uno sgradevole atteggiamento degli “anarchici ufficiali”, gli unici che essendo lì vicino hanno visto bene cosa accadeva e avrebbero potuto intervenire in ausilio al compagno Franco permettendogli di “sfondare” (come ha tentato giustamente di fare) il blocco del servizio d’ordine. Invece non hanno fatto nulla in suo sostegno. E anzi uno di loro lo ha invitato ad allontanarsi per non creare problemi alla loro regolare presenza nella manifestazione.
È doveroso però segnalare che appena avuto visione o notizia di quanto avvenuto, militanti e dirigenti della CGIL, del PRC e di altre organizzazioni di sinistra hanno contattato il compagno Franco Grisolia per segnalargli la loro solidarietà e appoggio per quanto aveva fatto.


(1) https://www.milanotoday.it/attualita/sindaco-sala-contestato-piazza-fontana.html

Partito Comunista dei Lavoratori

Dopo la strage, il golpe

Dicembre 1970, quando i neofascisti sognavano il golpe: il tentativo di Junio Valerio Borghese

18 Dicembre 2019
Approfondiamo la riflessione su Piazza Fontana analizzando le conseguenze della strage e gli sviluppi della strategia della tensione
Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (la notte dell’Immacolata) il Fronte Nazionale, in stretto collegamento con altre organizzazioni di estrema destra, e con la complicità di un consistente numero di alti ufficiali delle forze armate, tenta di attuare un colpo di Stato militare. A capo dei cospiratori c’è un uomo ormai anziano, grassoccio, con il naso a patata e la postura da gerarca di provincia: il suo nome è Junio Valerio Borghese, il fascistissimo comandante della Decima Mas. Ha già pronto il proclama da declamare alla TV per annunciare l’avvenuto insediamento di una “giunta nazionale”. Il nome in codice è "operazione Tora Tora", lo stesso che i giapponesi usarono per l’attacco a Pearl Harbour, e sta a significare la volontà di procedere ad un’azione di sorpresa, rapida e vincente.
A Roma e in altre città italiane vengono radunati ventimila attivisti di destra, mentre alcuni reparti militari convergono sulla capitale. L’intento è quello di mettere sotto controllo i gangli vitali della nazione. Occupazione della RAI, controllo delle telecomunicazioni, presa di possesso dei ministeri dell’interno e della difesa, defenestrazione del capo della polizia, arresto del presidente della repubblica (1).
I congiurati si prefiggono la messa in mora della democrazia parlamentare e lo scioglimento delle forze politiche di opposizione. Preparano l’arresto e la deportazione degli esponenti dei partiti della sinistra. Del resto, il comandante Borghese non aveva mai dissimulato i suoi propositi. In una celebre intervista rilasciata alla TV svizzera aveva avuto modo di affermare: “Oggi combatto contro degli italiani, oggi parlo contro degli italiani quando le dico che i nostri nemici più pericolosi in Italia sono i comunisti, quindi degli italiani, e non ami disturba affatto dirle che sono nemici e se potessimo sterminarli sarei molto contento.” (2).


IL PERCHÉ DI UN TENTATIVO AUTORITARIO

Il pronunciamento militare punta a risolvere lo stato di grande conflittualità sociale che prima gli studenti, nel ’68, e poi gli operai con l’autunno caldo hanno innescato nel paese.
In quegli anni il radicalismo operaio mette in discussione una condizione di subordinazione che i padroni ritenevano naturale ed immodificabile. Il vento di protesta che attraversa il paese sospinge lo sviluppo di nuovi movimenti antisistemici, favorisce la partecipazione diretta, rinvigorisce le speranze di riscatto delle classi sociali più deboli: un cambiamento radicale sembra a portata di mano. Il miracolo economico del dopoguerra, fondato sui bassi salari e sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro, rischia di essere vanificato. La crescita delle lotte, le rivendicazioni operaie, il nuovo protagonismo dei giovani rischiano seriamente di incrinare i vecchi assetti di potere. Sale perciò la preoccupazione: “bisogna fare qualcosa, la pace sociale va ripristinata, l’ordine e la disciplina devono tornare a regnare nelle scuole e nelle officine”, è la parola d’ordine che attraversa lo schieramento conservatore.
Sul finire degli anni Sessanta le classi dominanti temono di vedere messi in discussione i loro privilegi. Una parte di esse guarda con favore ad una soluzione radicale che, spezzando le gambe al movimento operaio, avvii una soluzione autoritaria capace di normalizzare la situazione sociale e politica del paese. L’esempio della Grecia – dove nel 1967 un colpo di Stato favorito dagli Stati Uniti ha portato al potere una giunta militare – suggestiona i circoli più apertamente reazionari della borghesia italiana.
I fascisti si mettono prontamente al servizio di questo disegno. Lavorano per creare un clima di fondo adatto a spingere il paese in mani “forti e sicure”. “Basta coi bordelli, vogliamo i colonnelli”, “Ankara, Atene, adesso Roma viene” scandiscono i manifestanti di destra guidati da Caradonna e De Lorenzo, mentre sfilano sui gradini dell’Altare della patria.
Nel 1969 si era chiuso il contratto dei metalmeccanici. Come sottoprodotto delle lotte radicali dell’autunno caldo, i lavoratori italiani avevano strappato alcune importanti conquiste: abolizione delle gabbie salariali, riduzione dell’orario di lavoro a quaranta ore, affermazione della piena agibilità sindacale, diritto allo studio con la conquista delle 150 ore. Un contratto significativo che, segnando una vittoria, accresce la forza, la fiducia e la consapevolezza della classe operaia. Nella primavera del 1970, nonostante l’ostruzionismo delle destre, la Camera approva lo Statuto dei lavoratori, mentre viene promulgata un’amnistia per i reati contestati durante le agitazioni sindacali dell’autunno caldo. Intanto, la mobilitazione dei lavoratori si riversa fuori dai cancelli delle fabbriche contagia gli altri strati sociali, dà nuova linfa alle lotte popolari, conquista nuova egemonia nella società. Da qui la reazione delle classi dominanti, che con la strategia della tensione tenterà di bloccare l’avanzata delle sinistre e del movimento operaio. Il 12 dicembre del 1969 è il battesimo di fuoco di questa strategia. La strage di Piazza Fontana viene attribuita agli anarchici per sbarrare la strada ai movimenti del biennio '68-'69, e per favorire una svolta autoritaria. In questo quadro si colloca l’attività del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.


DALLA DECIMA MAS AL DOPOGUERRA

Junio Valerio Borghese, rampollo di una delle più altolocate famiglie dell’aristocrazia romana, fu ufficiale di Marina all’inizio della seconda guerra mondiale e poi comandante della Decima Mas. Pluridecorato per le azioni svolte contro la flotta inglese, dopo l’armistizio aderì alla Repubblica di Salò, rendendosi protagonista, assieme ai nazisti, delle più cruente azioni repressive: rappresaglie, rastrellamenti di civili, massacri di partigiani. Alla fine della guerra, grazie all’aiuto dei servizi americani, dopo un breve periodo di detenzione, venne scarcerato ed iniziò a cooperare con loro (3). Infatti è oramai risaputo che, dopo la fine del conflitto mondiale, alcuni dei più alti esponenti fascisti e nazisti appena sconfitti e in fuga, responsabili anche di reati gravissimi, furono arruolati dai servizi segreti occidentali in funzione anticomunista (4). Lo stesso Otto Skorzeny, il nazista austriaco che aveva organizzato la fuga di Mussolini da Campo Imperatore, appena crollato il Terzo Reich passa armi e bagagli con la CIA.
Nella seconda metà degli anni Quaranta nasce intanto il Movimento Sociale Italiano (MSI), il partito neofascista che raccoglie gli orfani di Salò e del Ventennio mussoliniano. Gli Stati Uniti seguono con benevola attenzione la crescita di un partito come il MSI, dai connotati decisamente anticomunisti. Il principe Borghese ne diventa il presidente onorario nel luglio 1952, per poi allontanarsi dal partito, sul finire del decennio: il MSI era troppo moderato e accondiscendente, troppo votato ai riti parlamentari per l’ardimentoso comandante della Decima Mas. Uscito dal MSI, Borghese lavora al progetto politico del Fronte Nazionale: instaurazione di uno Stato forte, esclusione dei partiti da ogni partecipazione di governo, recupero della dottrina del corporativismo intesa come utile strumento per recidere ogni forma di conflitto sociale. Tutti chiari elementi che connotano la sua visione politica reazionaria. La weltanschauung di Borghese riflette il carattere, la formazione e gli intenti politici del personaggio. Per il principe nero, la critica è concessa solo se “qualificata ed espressa nel quadro degli interessi nazionali”, mentre la libertà dei cittadini è intesa solo come “osservanza assoluta e immediata delle leggi”. Al di sopra di tutto, Borghese mette la restaurazione dell’ordine messo in discussione dai fermenti che maturano nella società; un ordine gerarchico che va assicurato attraverso l’affermazione di un potere assoluto da assegnare all’esercito e alle forze di polizia. Lavora così a diventare il Papadopoulos italiano. A tal fine, accreditandosi come gollista e presentandosi come possibile uomo della provvidenza, stempera i richiami retorici al fascismo, ma ne conserva l’intima sostanza dei contenuti, nonché le relazioni e le complicità con il suo ambiente di provenienza.


IL FRONTE NAZIONALE

Il Fronte Nazionale viene fondato nel settembre del 1968. Nasce come strumento politico di raccordo tra le principali organizzazioni della destra estrema (in primis Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo), ma la sua ragione sociale è il compimento di un colpo di Stato. Si muove, dunque, lungo il crinale che porta ad una soluzione di forza che consenta l’instaurazione di un regime autoritario.
La formazione di Borghese fomenta le tensioni, si erge a baluardo anticomunista, invoca la discesa in campo delle forze armate, alle quali affida un ruolo salvifico per la nazione minacciata dal caos e dalla sovversione. Per alcuni anni, in attesa della tanto agognata “ora X”, Borghese lavora alacremente per realizzare il suo disegno politico: coltiva i rapporti con pezzi dei servizi atlantici, stringe le relazioni con gli ambienti massonici (secondo la ricostruzione del giudice Salvini, consegnata alla commissione parlamentare stragi, anche Licio Gelli avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel progettato golpe), inquadra un raggruppamento politico-militare che vede raccolti insieme generali felloni ed esponenti dell’estremismo di destra. Soprattutto, ricerca e trova l’appoggio fattivo di un pezzo significativo del mondo industriale italiano. Armatori, finanzieri e capitani d’industria aprono i cordoni della borsa e finanziano il progetto di Borghese, in modo particolare quelli liguri e del nord del paese, come documenta il giornalista Camillo Arcuri (5). Alcuni di loro si uniranno a Borghese e saranno in prima fila nel promuovere il golpe. Braccio destro di Borghese è Remo Orlandini, facoltoso imprenditore edile romano, mentre Attilio Lercari, altro uomo di punta del principe, è amministratore delegato di una società del gruppo Piaggio, all’epoca tra i primissimi gruppi industriali del paese.
La rete dei golpisti si estende su gran parte del territorio nazionale, anche al Sud, dove Borghese si è assicurato il sostegno della mafia siciliana. In più occasioni, le confessioni di alcuni tra i più importanti padrini di Cosa nostra, Buscetta, Liggio e Calderone, ricostruiranno il ruolo della mafia nel progettato golpe Borghese. Un rapporto convergente, quello delle cosche con i congiurati del Fronte Nazionale; i primi puntano ad ottenere la revisione dei processi, mentre Borghese, memore dello sbarco alleato in Sicilia, sa quanto sia importante il sostegno della mafia. Inoltre, il Fronte Nazionale punta ad ottenere il benestare dell’amministrazione Nixon. Remo Orlandini si dice certo che il pronunciamento militare ha il sostegno di Washington e che il presidente americano, tramite l’intermediario Hugh Fenwick ha accolto “quasi tutte” le richieste di Borghese (6).


IL GOLPE DELL’IMMACOLATA

Dopo un lungo lavoro di preparazione, per Borghese e i suoi accoliti arriva finalmente il giorno della verità. Il piano dei congiurati prevede la concentrazione a Roma e in altre città di gruppi armati, pronti a intervenire su diversi obiettivi di alta importanza strategica: occupazione di ministeri, arresto di oppositori, controllo degli impianti telefonici e di radiocomunicazione. Quindi, lo stesso principe Borghese avrebbe letto in televisione un “proclama alla nazione”, cui sarebbe seguito l’intervento delle forze armate a suggello definitivo del colpo di Stato.
Nella notte dell’Immacolata si inizia concretamente a dare attuazione al piano golpista. In tutto il Paese ci sono gruppi pronti ad entrare in azione. Alcuni di essi ci entrano effettivamente, come ricostruirà dettagliatamente il senatore Pellegrino, presidente della commissione parlamentare sulle stragi. Una colonna di militi della guardia forestale, comandata dal Colonnello Luciano Berti, si muove da Cittaducale in provincia di Rieti dove era di stanza, e giunge fino a Roma attestandosi nei dintorni degli studi televisivi di Via Teulada. Attivisti di Avanguardia Nazionale, guidati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli interni e si impadroniscono di un notevole quantitativo di armi e di munizioni che vengono distribuite ai congiurati. Il Generale dell’aeronautica Casero e il Colonnello Lo Vecchio sono pronti ad occupare il Ministero della difesa. Gruppi numerosi di militanti di estrema destra si ritrovano in diverse parti della capitale ove attendono la distribuzione delle armi. Tra le persone radunate, in parte già in armi, vi sono, con compiti di comando, il Generale Ricci e il Tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci (che in seguito sarà prima deputato del MSI e poi latitante dopo la sparatoria di Sezze Romano dove nel 1976 viene ucciso dai fascisti un giovane militante della FGCI). Il Colonnello Amos Spiazzi muove con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con il preciso obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, all’epoca dei fatti una delle zone più “rosse” della penisola (7).


ARRIVA IL CONTRORDINE

Poi, nel corso della notte, il golpe già in fase di avanzata esecuzione viene repentinamente bloccato. L’alzamiento tanto agognato fallisce sul filo di lana. Il contrordine viene impartito dallo stesso Borghese ai suoi increduli sodali, e l’operazione Tora Tora viene sospesa.
Il variegato fronte politico-militare anticomunista assemblato dal principe nero è fermato. Tutti a casa, i gruppi armati vengono smobilitati, e ai congiurati viene comandato lo “sciogliete le righe”.
I motivi del dietrofront rimangono tuttora un mistero. Forse qualcosa è andato storto, inceppando la macchina organizzativa dei golpisti; forse una parte dello schieramento reazionario utilizza i golpisti ma non vuole andare fino in fondo, teme le reazioni interne e ha paura di non riuscire a padroneggiare la nuova situazione. Secondo alcuni, molto plausibilmente, una delle ragioni dell’insuccesso dei congiurati dell’Immacolata risiede nell’improvviso ritiro del sostegno americano, che di conseguenza ha determinato il disimpegno dei militari. Secondo un’altra ipotesi che poi sarà a più riprese formulata, il golpe venne incoraggiato e poi fermato proprio per neutralizzare i fautori della “soluzione greca”. In altre parole, “destabilizzare per stabilizzare”, far “tintinnar le sciabole” per meglio normalizzare, lanciare dei chiari messaggi a destra e a manca per rinfocolare la teoria degli opposti estremismi e per rinsaldare un assetto politico imperniato sul sistema di potere democristiano. Comunque sia, il golpe tentato da Borghese fu una cosa estremamente seria e pericolosa. Fu l’unico, tra i progettati piani eversivi atti a rovesciare le istituzioni repubblicane, a superare la fase teorica della semplice ideazione e giungere fin sulla soglia della piena realizzazione esecutiva.


LE REAZIONI A SINISTRA

Per alcuni mesi, l’opinione pubblica rimane all’oscuro del progettato e fallito golpe dicembrino. La notizia si diffonderà solo nel marzo del 1971, quando il giornale Paese Sera uscirà con uno scoop che divulgherà i dettagli del tentativo di Borghese. La rivelazione del quotidiano romano impressiona, suscitando a sinistra paura ed apprensione, ma anche una vigorosa reazione. Scattano le precauzioni e la vigilanza viene rafforzata. I militanti della sinistra percepiscono che le minacce non sono finite, e moltissimi di loro eviteranno per giorni di dormire nelle loro case. Le sedi sindacali vengono presidiate dagli operai, mentre un robusto cordone sanitario viene steso intorno alle sedi del PCI e delle altre forze della sinistra. Le mobilitazioni sono immediate e partecipate: cortei e presidi si tengono in tutte le principali città del Paese. Anche il sindacato – unitariamente – si mobilita e indice uno sciopero generale. E poi, L’ARCI Caccia – associazione di massa legata al PCI – promuove cortei pacifici nelle regioni dell’Italia centrale, che vedono però i suoi partecipanti sfilare con il fucile in spalla (8), come a dire: “non ci provate, questa volta siamo pronti, non ci sarà un’altra marcia su Roma”.


LE INTERPRETAZIONI E I PROCESSI

Non solo per la pubblicistica di destra, ma anche per una parte importante dell’opinione pubblica, il golpe Borghese è sempre stato considerato una farsa, una parodia mal recitata da uno sparuto gruppetto di avventurieri senza alcun spessore. Una burletta salace interpretata da nostalgici vecchietti, ridotti a fantasmi del passato, senza seguito né progettualità e respiro politico. Insomma, una cosa da ridere. Un golpe da operetta, come da più parti si è sostenuto.
Junio Valerio Borghese come Giuseppe Tritoni, il macchiettistico ex ufficiale interpretato da Ugo Tognazzi e portato sugli schermi da Monicelli nel film “Vogliamo i colonnelli”. Una valutazione minimizzante che sarà fatta propria anche dalla sfera giudiziaria: tutti gli imputati verranno assolti. La Corte d’assise d’appello motiverà il proscioglimento affermando: “che i clamorosi eventi della notte in argomento si sono concentrati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni…”, “e nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica…”.
Anche in questo caso, così come nelle altre vicende inerenti alle stragi e alla strategia della tensione, avrà una sua importanza decisiva la rete collusiva dei rapporti tra gli eversori e i pubblici funzionari dello Stato.




Note:

(1) Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro - Rizzoli 2008 p. 142

(2) Sergio Zavoli, La notte della repubblica - Mondatori 1995. p. 131

(3) Saverio Ferrari, Da Salò ad Arcore - L’Unità 2006 p. 53

(4) Federico Sinicato, Atti del convegno 1969/2009 - Punto Rosso p. 43

(5) Camillo Arcuri, Colpo di Stato – Rizzoli 2007

(6) Franco Ferraresi, Minacce alla democrazia - Feltrinelli 1995 p. 225

(7) Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi - reperibile in rete

(8) Aldo Giannuli - opera citata p. 143
Piero Nobili

A cinquant'anni dalla strage di Piazza Fontana

Il 12 dicembre del 1969 è una data fondamentale della storia della repubblica italiana. In quel giorno, tra Roma e Milano vengono collocate cinque bombe: quella nella banca milanese provoca diciassette morti e ottantotto feriti. La matrice del delitto rimanda alle organizzazioni dell’estrema destra neofascista. I terroristi neofascisti sono il detonatore di un progetto destinato a far dichiarare lo stato di emergenza, una sorta di stato d’assedio inteso come primo passo in direzione di una svolta autoritaria. Attraverso il propagarsi della paura, creando il disordine affinché salga la richiesta di un ritorno all’ordine, questo progetto reazionario punta a sospendere le garanzie costituzionali e permettere l’emissione di misure eccezionali contro le forze politiche della sinistra.
In un paese dell’alleanza atlantica, attraversato dagli scioperi operai, queste misure sono ritenute idonee per arrestare l’ondata rivendicativa suscitata dal Sessantotto studentesco prima, e dal Sessantanove operaio poi.
Indispensabile corollario a tutto ciò è l’attribuzione della strage agli anarchici, individuati come predestinati perfetti di questa macchinazione. Un copione già scritto, che pur nelle differenze, ricalca quello andato in scena nella Berlino del 1933, con l’incendio del Reichstag come pretesto per sospendere le garanzie democratiche e mettere fuori gioco le forze del movimento operaio.

Negli anni successivi affioreranno le complicità dei neofascisti con gli apparati dello Stato e con ambienti internazionali legati alla NATO e alle strutture di intelligence statunitensi; si svelerà così la trama e l’ordito di un progetto reazionario (la cosiddetta strategia della tensione) teso a contenere l’influenza di un forte e radicato partito comunista, e a stroncare le istanze di cambiamento sociale e politico che sul finire degli anni Sessanta si erano diffuse nel paese.
Quel giorno di cinquant’anni anni fa s’invera la criminalità di una classe dominante che, per mantenere il potere di fronte all’ascesa delle lotte del movimento operaio, è disposta a tutto, anche a lastricare di morti il suo cammino pur di non vedere messi a repentaglio i cardini su cui si fonda il suo dominio sull’insieme della società. Quel giorno si materializza una legga storica del capitalismo: il potere borghese non si lascia “rimuovere” pacificamente senza reagire, contrattaccare, vendere cara la pelle; e quindi non esita a ricorrere a quegli strumenti che le sue leggi non contemplano, anzi condannano senza attenuante alcuna.

La strage di piazza Fontana non è una pagina oscura, un mistero irrisolto, ma è un capitolo chiaro, evidente, preciso. Nonostante il lunghissimo iter processuale non sia riuscito a far condannare nessuno degli esecutori e dei mandanti, la verità storica su quella strage è acclarata: la strage è stata compiuta da Ordine Nuovo; la sua esecuzione è stata favorita dai suoi collegamenti con gli apparati statali interni ed internazionali; quegli stessi apparati di sicurezza che poi hanno ostacolato le indagini, proteggendo gli indagati e depistando le inchieste sui responsabili. Anche le ultime sentenze della Corte d’assise di Milano del 2001 e del 2004 indicano in termini inequivocabili la responsabilità dell’attentato negli ordinovisti veneti Freda e Ventura, anche se non più giudicabili perché già assolti in via definitiva (con la sentenza del 1987) per lo stesso reato. Come dire: i colpevoli sono stati individuati ma non possono essere più condannati.
Nell’antichità, gli ateniesi non perdonavano, non dimenticavano, non la facevano passare liscia a nessuno. La maledizione e la vergogna non perseguitavano soltanto i colpevoli ma anche i loro figli, i figli dei loro figli e tutta la loro stirpe. Nel nostro paese invece le stragi di Stato e le trame antidemocratiche sono rimaste impunite. Oggi, nonostante il rilievo mediatico dato all’anniversario di Piazza Fontana, l’attenzione su queste vicende è venuta a cadere, domina l’oblio e la disinformazione, come attesta un sondaggio recente che rivela come la maggior parte dei ragazzi delle scuole superiori di Milano sia convinta che la bomba di piazza Fontana l’abbiano messa le BR.


UN QUINQUENNIO DI TERRORE

Con la strage di Piazza Fontana si apre un lustro terribile per il nostro paese: un’apocalisse di sangue, dolore e morte. Tra il 1969 e il 1974, in Italia vengono perpetrate addirittura sei stragi: alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, sul treno Freccia del Sud a Gioia Tauro, a Peteano, alla questura di Milano, in Piazza della Loggia a Brescia e sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro.
Un'escalation di terrore senza precedenti e seguito nella storia repubblicana. Nello stesso periodo la violenza sarà prerogativa quasi assoluta della destra estrema, responsabile dell’85% degli oltre 4.000 tra assalti e attentati politici che si verificano in quel periodo. Chi faceva esplodere quelle bombe si poneva un duplice obiettivo: spostare a destra l’asse politico del paese, realizzando così una svolta autoritaria, e fermare con ogni mezzo quelle lotte operaie e studentesche che dal ’68 in poi avevano prodotto un’effervescenza sociale che minava gli assetti di potere delle classi dominanti. Contemporaneamente, la spirale di paura che le bombe producevano serviva per mandare un segnale inequivocabile al PCI e all’insieme del movimento operaio: il potere borghese, se viene messo in discussione, può far ricorso a qualsiasi mezzo pur di non farsi mettere in minoranza nelle urne e nelle piazze. Da qui lo sviluppo di una strategia della tensione, che per anni insanguinerà il paese, condizionando pesantemente la vita politica italiana.


LE ORIGINI DELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE

La strategia della tensione conosce una lunga gestazione, la cui origine va rintracciata nella guerra fredda che oppone gli USA all’Unione Sovietica. In questo quadro, la collocazione geostrategica dell’Italia l’ha posta già dalla metà degli anni Quaranta in una posizione decisiva. Questo ha significato, fin da allora, una vita politica profondamente condizionata dagli interessi americani. Nel corso degli anni, in nome della lotta al comunismo, vengono siglate intese segrete tra i membri dell’alleanza atlantica, e i vertici militari elaborano piani di “guerra non ortodossa”, di “guerra psicologica”, che in alcuni casi prevedono l’affiancamento dei civili con i militari, e l’uso di pratiche inconfessabili. È del 1963 la direttiva a stelle e strisce secondo la quale il comunismo deve essere fermato ad ogni costo. Nel nostro paese ciò venne tradotto nella costituzione dei Nuclei per la Difesa dello Stato, formati in gran parte da elementi provenienti dalle file dell’estrema destra nostrana, che a differenza di altre reti come Gladio sono un raggruppamento per la guerra non ortodossa finalizzata alla repressione interna. In tale contesto, i gruppi neofascisti si organizzano e si coordinano all’interno di questo articolato fronte anticomunista, assumendo il ruolo di “cobelligeranti” dei circoli dell’oltranzismo atlantico.
Un’intesa che si consolida nel 1965 al convegno organizzato dall’Istituto Alberto Pollio che si tiene a Roma all’albergo Parco dei Principi. Sotto l’egida dello Stato Maggiore dell’esercito e dei servizi segreti, uno stuolo di militari, politici e accademici discutono insieme ad una nutrita delegazione di neofascisti come affrontare la penetrazione comunista nella società. Le modalità scelte sono quelle della guerra psicologica, elaborando anche l’effettuazione di azioni rapide e mirate, che con l’ausilio della propaganda siano in grado di far ricadere la responsabilità sul nemico. I neofascisti rivestiranno, però, solo il ruolo degli esecutori materiali, saranno cioè il terminale operativo di un’azione preventiva che puntava a salvaguardare a tutti i costi gli assetti politici sociali esistenti.


LE BOMBE PER FERMARE LE LOTTE

Nella seconda metà degli anni Sessanta, i neofascisti, gli apparati militari e una parte della borghesia italiana accarezzano il sogno di una svolta autoritaria. Le proteste studentesche e il condensato di rivendicazioni operaie espresse nel biennio 1968-'69 atterriscono i ceti possidenti: dal fronte conservatore sale la richiesta di porre fine alle lotte operaie e giovanili. Le bombe servono per imprimere una virata politica a destra, per rendere inevitabile un pronunciamento militare teso a ristabilire l’ordine sociale.
Questi ambienti guardano con favore ad una “soluzione greca”. Infatti, in quel paese, nell’aprile del 1967, dopo una serie di attentati – realizzati da unità militari speciali ma attribuiti ai comunisti – fu attuato un golpe militare. Anche in Italia le bombe che scoppiano vengono attribuite agli anarchici e all’estrema sinistra. Pietro Valpreda, indicato come “la belva umana”, resterà in carcere tre anni da innocente, mentre Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico fermato nelle ore successive alla strage, muore cadendo dal quarto piano della questura dopo un lunghissimo interrogatorio. Il questore Guida (che nel Ventennio dirigeva il confino politico di Ventotene) diffonde la falsa notizia secondo cui l’anarchico si sarebbe suicidato di fronte agli schiaccianti indizi emersi.
In Piazza Fontana, tuttora rimane una targa posta dagli studenti e dai democratici milanesi che ricorda come Pinelli sia stato ucciso innocente nei locali della questura.
Gli attentati del 12 dicembre, in luoghi altamente simbolici (banche, Altare della Patria) servono per accreditare una pista rossa, per rendere credibile una possibile inversione di responsabilità, per favorire la caccia alle streghe che ha come vittime predestinate gli anarchici, la sinistra extraparlamentare e il movimenti degli studenti.
La strage di Piazza Fontana giunge al culmine di un anno, il 1969, che segna l’ascesa delle lotte del movimento operaio. Le mobilitazioni, che si concentrano nei grandi centri industriali del paese, mostrano un seguito mai visto; una radicalità che si esprime nelle lotte per i rinnovi contrattuali; un protagonismo operaio che esce dal perimetro rivendicativo della fabbrica, contagiando l’insieme delle classi subalterne e ponendo una domanda di cambiamento radicale della società. Contro questa insorgenza sociale viene affinata una strategia della tensione tesa a stroncare le istanze operaie che si stanno sedimentando nel paese.


1969: UN ANNO ESPLOSIVO

Nell’anno dell’autunno caldo e della conflittualità operaia lampeggiano 145 attentati, 12 al mese, uno ogni tre giorni. Due su tre sono dinamite nera. Bombe neofasciste che esplodono contro sezioni del PCI, sedi dei gruppi extraparlamentari, università, sinagoghe, banche. Bombe che esplodono sui treni, 10 solo in agosto, o alla fiera campionaria di Milano. Per queste ultime, seguendo un copione sperimentato, vengono incolpati un gruppo di giovani anarchici. Due anni dopo la macchinazione verrà smontata: il processo rivelerà che quelle bombe non erano anarchiche e gli imputati verranno scagionati.
Ma è proprio in autunno, mentre sono in corso le vertenze sindacali, che si prepara il contesto che conduce alla strage di Piazza Fontana. Il 19 novembre, a Milano, durante lo sciopero generale per la casa, la polizia carica un corteo provocando parecchi feriti. Negli scontri muore l’agente Antonio Annarumma. In serata alla caserma di Sant’Ambrogio si sfiora l’ammutinamento, con i poliziotti che, convinti che il loro collega fosse stato ucciso dai dimostranti, si preparano a marciare sull’Università Statale per farsi giustizia da soli. Ai funerali dell’agente, mentre garriscono al vento le insegne dei reduci di Salò, le squadracce fasciste aggrediscono Mario Capanna, uno dei leader più conosciuti del movimento studentesco.
Mentre si crea un clima per dire che le lotte sindacali producono omicidi si susseguono le provocazioni, e a Vanzago, nell’hinterland milanese, l’industriale Ulisse Cantoni spara con un fucile contro gli operai in sciopero provocando diversi feriti; arrestato, verrà rimesso in libertà dopo pochi giorni.
Mentre il ben informato giornale britannico The Observer il 7 dicembre evidenzia che un gruppo di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di Stato militare, il segretario del MSI Almirante rilascia un’intervista a Der Spiegel in cui dichiara che la battaglia contro il comunismo giustifica tutti i mezzi, e che è venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari per definire, una volta per sempre, la situazione in Italia. E poi, il giorno prima della strage, uno dei settimanali allora più venduti, Epoca, esce con una copertina tricolore, e con un editoriale che dice: “Se si dovesse ricorrere alle elezioni anticipate e il loro responso non fosse accettato dalle sinistre, le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana".


L’ARGINE ALLA SVOLTA REAZIONARIA

Il tentativo di giungere alla promulgazione dello stato di emergenza, e dunque ad una svolta autoritaria, fallisce grazie alla forza della mobilitazione operaia e popolare. Fin dal giorno delle funerali delle vittime della strage, una massa compatta di lavoratori delle fabbriche milanesi gremisce Piazza Duomo e le vie adiacenti, testimoniando la propria presenza vigile e determinata.
Negli anni seguenti, accanto al lavoro d’inchiesta di alcuni giornalisti democratici, sarà la controinformazione e la costante mobilitazione delle organizzazioni dell’allora sinistra rivoluzionaria a disvelare le trame nere che sottendono la strage di Stato del 12 dicembre 1969. Anche per questo, quella parte di borghesia che aveva guardato con favore a una soluzione radicale capace di annichilire il movimento operaio e le sinistre, temendo di non riuscire a padroneggiare uno scontro aspro e risoluto, decide di recedere dai suoi propositi più bellicosi. Blocca i fautori del golpe, garantendogli però l’immunità. Facendo di necessità virtù, utilizza i destabilizzatori per stabilizzare gli assetti di potere.
La strategia della tensione, con il suo corollario di attentati e di provocazioni, declina nella seconda metà del 1974, e il "partito del golpe" viene marginalizzato.
In quell’anno cruciale muta sensibilmente il quadro politico mondiale. Negli Stati Uniti, con la crisi della presidenza Nixon, cambia la politica estera americana, mentre in Europa inizia lo sgretolamento dei regimi di Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, e la fine della dittatura dei colonnelli in Grecia. Muta la fase. La borghesia ricerca nuovi equilibri politici per imbrigliare le lotte operaie, e neutralizzare la forza del principale partito comunista dell’Occidente. In questo nuovo contesto, le grandi famiglie del capitalismo italiano si convincono che, per depotenziare l’onda lunga sprigionata dal biennio '68-'69, è necessario ricercare un’intesa con il PCI, la forza egemone del movimento operaio italiano, ed abbandonare dunque una prova di forza dagli esiti incerti.


TRASMETTERE LA MEMORIA, RILANCIARE LA LOTTA

Quando sul banco degli imputati siede lo Stato con i suoi apparati e le sue istituzioni non è possibile accertare una verità giudiziaria chiara e condivisa. Non è cioè possibile incrinare quella ragione di Stato posta a difesa di interessi inconfessabili.
Verità e giustizia per le stragi di Stato si potranno ottenere solo con il rovesciamento di quell’ordine sociale borghese che ha ispirato, coperto e agevolato le trame nere e la strategia della tensione. Tuttavia, le migliaia di testimonianze raccolte e i sei milioni di pagine dell’inchiesta su Piazza Fontana ci offrono una verità storica che va divulgata e fatta conoscere: la strage di Piazza Fontana fu pensata, ideata e realizzata da una banda di neofascisti che beneficiarono prima e dopo l’eccidio di coperture, appoggi e complicità da parte di uomini e strutture dei servizi segreti italiani. Servizi non “deviati” dai loro compiti istituzionali, servizi non contro lo Stato, ma pienamente dentro questo Stato e le sue alleanze internazionali.
Per questo sarà importante non fare cadere l’oblio sulle stragi di Stato e sulle trame che hanno insanguinato il nostro paese rilanciando la lotta perché vengano aperti gli archivi e venga tolto il segreto di Stato su quella stagione. Per questo sarà importante serbare e trasmettere la memoria di ciò che accadde cinquant’anni fa in una banca milanese, perché chi non ricorda ed elabora il passato è destinato a ripeterlo.
Piero Nobili, Tiziana Mantovani