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Il golpe in Niger e il contenzioso imperialista nel Sahel


Solo la classe lavoratrice può liberare l'Africa da oppressione e sfruttamento

3 Agosto 2023

Il golpe militare in Niger fotografa una volta di più l'instabilità politica del Sahel. L'intero centro Africa è terra contesa tra vecchi e nuovi imperialismi. Una contesa che investe lo scenario mondiale, gli equilibri di potenza tra i blocchi rivali, tanto più dopo l'invasione russa dell'Ucraina.

L'Africa è il ventre molle dell'influenza imperialistica dell'Occidente. L'imperialismo francese in particolare ha visto la caduta libera del suo vecchio impero. I recenti golpe militari in Mali e Burkina Faso hanno accelerato questa caduta. L'attuale golpe in Niger è un ulteriore colpo di piccone a ciò che resta dell'eredità coloniale di Parigi. Ma è anche un colpo all'Unione Europea, che aveva scelto il Niger come avamposto in Africa lungo la linea di esternalizzazione delle frontiere contro i flussi migratori. Appena un mese fa Josep Borrell, quale Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, aveva visitato il Niger definendolo un partner solido e affidabile. Una previsione clamorosamente smentita.

Le crisi ripetute dei governi filoccidentali del Sahel hanno la loro radice nella disperata miseria sociale delle popolazioni, prodotta dal saccheggio imperialista, e oggi aggravata dai costi della guerra in Ucraina, a partire dalla scarsità di cibo e dall'impennata di prezzo dei cereali, cui si aggiungono i costi delle campagne destabilizzanti dello jihadismo, e dell'incremento corrispondente della presenza militare imperialista americana ed europea.
Di certo sessanta anni di indipendenza formale, e dei cosiddetti aiuti per lo sviluppo e la cooperazione, non hanno assicurato alcun beneficio percepibile alle popolazioni povere del Niger e del Sahel. Hanno solo lubrificato il loro sfruttamento. In particolare negli ultimi trent'anni, la presenza imperialista in Africa ha privatizzato ovunque tutto il privatizzabile a vantaggio delle rispettive aziende multinazionali. Anche i piccoli embrioni di welfare sono stati smantellati, a cominciare dai presidi sanitari e dall'istruzione. Un paese straricco di uranio come il Niger, con gigantesche riserve petrolifere, vede la maggioranza dei suoi abitanti priva di elettricità e sotto il livello minimo di sussistenza. È la misura della “democrazia” occidentale.

L'azione dell'imperialismo russo non è irrilevante nella capitalizzazione politica della situazione. La Russia di Putin ha offerto più volte una sponda alternativa di riferimento alle classi dirigenti corrotte e corruttibili del Sahel. Una sponda innanzitutto militare, spesso garantita dalla protezione banditesca delle milizie Wagner in cambio di concessioni minerarie. Ma anche una sponda economica in termini di rifornimenti alimentari: il blocco militare del grano ucraino sul Mar Nero viene rimpiazzato da donazioni cerealicole russe, quale strumento di pressione per un cambiamento di alleanze. Di certo i golpe recenti in Mali e Burkina Faso hanno avuto uno sbocco filorusso. La Repubblica Centrafricana è esposta a una dinamica analoga.

Il contenzioso apertosi sul Niger ha per ora una natura più incerta. Gli equilibri nigerini non sono ancora definiti. La Wagner ha prontamente offerto il proprio sostegno ai golpisti ma il governo di Mosca al momento si è smarcato. È possibile che pesino i contrasti interni all'apparato imperialista russo, clamorosamente esplosi con la marcia (fallita) di Prigozhin. Ma probabilmente non si tratta solo di questo. Putin sta giocando in Africa, anche in Sahel, una partita più vasta, per estendere influenza e relazioni. Non vuole comprometterla col sostegno affrettato a un golpe dall'esito incerto, malvisto da altri paesi corteggiati. Nel frattempo i governi filorussi del Mali e del Burkina Faso si sono schierati coi golpisti nigerini, garantendo loro aiuto militare, se necessario. Così Putin può giocare su più tavoli, può pesare sulla bilancia negoziale senza esporsi direttamente.

Parallelamente dodici governi filoccidentali dell'Africa Occidentale (CEDEAO) minacciano un intervento militare in Niger se non viene ripristinato il vecchio presidente destituito, Mohamed Bazoum. Con ciò da un lato cercano di tutelarsi da possibili rischi di contagio in casa propria, dall'altro si offrono come possibile fanteria agli imperialismi d'Occidente. Che oggi, a partire dalla Francia, avrebbero grandi difficoltà politiche e militari ad arrischiarsi direttamente in nuove avventure militari nel Sahel, dopo i rovesci subiti.
Quanto al nuovo governo golpista del Niger, non ha ancora scelto la propria collocazione perché sta trattando con diversi interlocutori, alla ricerca del miglior offerente, e deve ancora consolidarsi militarmente sul versante interno. Le manifestazioni antifrancesi, con sventolio delle bandiere russe, non configurano ancora una base d'appoggio sicura. Meglio, al momento, prendere tempo.

L'imperialismo cinese è un altro attore di primo piano della crisi africana. Un attore già egemone economicamente sul continente in termini di controllo di risorse strategiche, in particolare delle terre rare (litio, cobalto, nichel) che sorreggono la competizione mondiale nelle nuove tecnologie e nella cosiddetta transizione energetica.
Tra imperialismo russo e cinese, non senza contraddizioni, si realizza in Africa una sorta di divisione informale del lavoro. L'imperialismo russo offre prevalentemente protezione militare (ma non solo). L'imperialismo cinese compra a prezzi stracciati immense distese di terra africana da sussumere nel proprio sviluppo offrendo enormi investimenti infrastrutturali a debito. L'interesse comune sta nella capitalizzazione del declino imperialistico occidentale. Il costo lo pagano i proletari africani.

Anche all'interno del campo occidentale si giocano sull'Africa diverse partite. L'imperialismo italiano in particolare cerca un proprio spazio nella crisi dell'influenza francese. Il recente summit tra Italia, Arabia Saudita, Qatar e diversi governi africani ha visto non a caso la presenza statunitense, ma non quella francese e tedesca. L'Italia si offre come sponda affidabile all'imperialismo USA in funzione antirussa (e progressivamente anticinese) in cambio di un riconoscimento di ruolo per l'imperialismo italiano da parte americana. Il cosiddetto Mediterraneo allargato è creatura diplomatica italiana. Mira ad estendere ai confini del Niger l'area di interesse dell'Italia, anche a scapito della Francia. Serve non solo per bloccare le partenze dei migranti alla fonte ma anche per guadagnare posizioni chiave sul terreno economico ed energetico. L'ENI, guarda caso, è la principale azienda del continente africano in termini di volume di capitale e di affari.

La presenza militare italiana in Africa, Niger incluso, serve a rafforzare il peso contrattuale dell'Italia nella spartizione delle zone di influenza. Anche per questo il golpe militare in Niger è visto con particolare apprensione. Con qualche risvolto contraddittorio: le truppe italiane stanziate in Niger si occupavano formalmente di addestrare i militari nigerini, gli stessi che hanno appoggiato la Guardia Presidenziale nell'esecuzione del golpe. Non esattamente un successo tricolore. Ma certo è la misura di un ruolo da giocare in partita. Il Ministro degli esteri Tajani si è affrettato a dichiarare che l'ambasciata italiana in Niger resta aperta anche per svolgere un'azione negoziale utile. Utile all'imperialismo italiano, non necessariamente alla concorrenza francese.

I proletari africani, la popolazione povera del continente, non hanno nulla da guadagnare da questa contesa imperialista sulla loro pelle. Tra i vecchi imperialismi e gli imperialismi nuovi non ci sono alleati possibili per le masse diseredate del continente. Né in Niger né altrove. Non si tratta di scegliere l'albero cui impiccarsi, ma di abbatterlo, liberando il continente da ogni retaggio coloniale o neocoloniale e realizzando una prospettiva socialista.
Il proletariato africano è in grande crescita, composto in larga misura da giovani e giovanissimi. Solo la sua forza può liberare l'Africa e ricostruirla su nuove basi sociali. Dare a questa classe la coscienza politica delle sue potenzialità è il compito dei marxisti rivoluzionari africani. Battersi per il ritiro di ogni missione imperialista dall'Africa, tricolore italiano incluso, è un dovere che spetta al movimento operaio internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

Bagno di sangue in Birmania

 


Necessaria una immediata mobilitazione di solidarietà con gli operai e i giovani in rivolta

Più di 400 morti. La giunta militare birmana procede con l'arma del terrore contro la ribellione di massa al golpe del 1 febbraio. L'esercito del Myanmar ha sempre rappresentato uno Stato nello Stato. Il corpo degli ufficiali gode di enormi privilegi sociali, gestisce in prima persona interi settori dell'economia, detiene per legge un quarto dei seggi nelle due camere del Parlamento, esercita un diritto di veto in materia di riforme costituzionali. La carriera militare è per molti aspetti l'unico possibile ascensore sociale in Birmania, il sogno tradizionale di tante famiglie per il futuro dei propri figli. L'armata si regge sul culto della disciplina totale ai comandi, nel nome della “protezione della nazione”. Il peggiore massacro della storia birmana si è realizzato nell'anniversario della liberazione dal Giappone del 1945, con tanto di parata militare.

“Non uscite di casa. Genitori, assicuratevi che i vostri figli non si uniscano ai rivoltosi, potrebbero essere colpiti alla testa o alla schiena”: questo l'agghiacciante appello della televisione di Stato il giorno prima della parata militare. Così è stato. Militari e polizia hanno sparato ovunque per uccidere, hanno sequestrato autoambulanze per assassinare i feriti, hanno compiuto rastrellamenti omicidi nelle case dei quartieri più poveri. Un solo obiettivo: piegare la ribellione con ogni mezzo.

Ma la ribellione continua in quarantuno città del paese. Nelle strade scendono operai, giovani e giovanissimi, tantissime donne, senza altre armi che bottiglie molotov, pietre, fionde, frecce, barricate di strada contro il tiro mirato dei cecchini. La sproporzione delle forze sul piano militare è drammatica, ma la giunta teme che un eccessivo prolungamento della ribellione di massa possa aprire crepe nell'esercito. Al momento la truppa è rimasta compatta, ma una sua divisione interna potrebbe essere esiziale per il regime.

Di certo le masse birmane non hanno ragione di affidarsi alla diplomazia mondiale. L'ONU condanna la violenza del regime, con le tradizionali risoluzioni salvacoscienza. In realtà gli imperialismi cosiddetti democratici piangono lacrime di coccodrillo. Il turbamento per il bagno di sangue non vale la somma degli investimenti fatti in Birmania. Alcuni Stati imperialisti (Canada, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti) affidano la propria riprovazione contro l'uso della forza letale contro persone disarmate ai capi di stato maggiore dei rispettivi eserciti, per non esporre in prima linea i propri governi. Cina e Russia si sono invece schierate a sostegno dei generali assassini, votando contro ogni riprovazione in sede ONU. La Cina offre il proprio appoggio alla giunta chiedendo in cambio precise garanzie logistiche e militari, non senza problemi negoziali. La Russia cerca di scavalcare la Cina nel sostegno solerte al regime, di cui è, dopo Pechino, il principale fornitore d'armi. Sergueï Choïgou, ministro della difesa russo, era in Birmania nella settimana precedente il golpe. Il generale Min Aung Hlaing, capo della giunta birmana, ha moltiplicato le proprie visite a Mosca negli ultimi due mesi. Imperialismo russo e imperialismo cinese sono oggi la spalla internazionale del regime.

La solidarietà vera alle masse birmane può venire solo dal basso, dai lavoratori e dai giovani del mondo. Purtroppo oggi non c'è in Europa una mobilitazione di solidarietà che sia all'altezza del drammatico scontro che insanguina il Myanmar, tanto meno in Italia. In alcuni casi pesa l'orientamento campista filocinese e filorusso presente in settori della sinistra, in altri casi il disinteresse per una vicenda “troppo lontana” in un paese “troppo marginale” per occuparsene seriamente. Stupisce che il disimpegno su questo versante coinvolga anche in qualche caso ambienti della sinistra classista e internazionalista, che dovrebbero essere i primi promotori della solidarietà.

Occorre contrastare ovunque disinteresse e disimpegno. La lotta di strada degli operai e dei giovani di Birmania è la nostra lotta.

Tutte le organizzazioni del movimento operaio, tutte le forze della sinistra di classe, politiche e sindacali, hanno il dovere di porsi al fianco della resistenza di massa contro una giunta golpista assassina!

Partito Comunista dei Lavoratori

Una lettura marxista rivoluzionaria dei fatti di Birmania

 


Il colpo di Stato militare in Birmania, la sollevazione popolare contro il golpe, la repressione sanguinosa del regime hanno riproposto all'attenzione del mondo la vicenda politica del Myanmar. Sarebbe il caso se ne occupasse anche la sinistra di classe di casa nostra, normalmente distratta sul versante asiatico, se non spesso per esaltare la Cina.


La dittatura militare non è un'esperienza inedita in Birmania. Raggiunta l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, il paese conobbe nel 1962 un primo golpe militare che instaurò un regime dittatoriale di lungo corso, protrattosi in forme diverse sino al 2010. Nel 2010 il regime attuò una cauta apertura “democratica”, per quanto controllata, che spianò la strada a elezioni parlamentari. Prima nel 2012, poi più ampiamente nel 2015, le elezioni videro l'affermazione della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), un partito borghese liberale guidato da Aung San Suu Kyi, leader femminile di grande prestigio popolare perché più volte incarcerata durante la dittatura. Il suo governo ha guidato la Birmania dal 2015 sino al novembre 2020, quando nuove elezioni politiche, sancendo il largo primato della LND, hanno confermato il governo uscente. L'attuale colpo di Stato militare ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi con l'accusa di brogli elettorali ripristinando il potere dell'esercito.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO IL GOLPE

Il fattore che ostacola la stabilizzazione militare è l'imponente sollevazione popolare che si è prodotta contro il golpe.

La mobilitazione democratica contro il regime militare ha una sua storia in Birmania. Nel 1988 un enorme movimento prevalentemente studentesco scosse la dittatura, seppur al prezzo di una repressione brutale che fece oltre tremila morti. Nel 2007 una seconda mobilitazione di massa, fortemente influenzata nella stessa iconografia dal clero buddhista, mise a dura prova la tenuta del regime, spingendolo all'apertura liberale del 2010. Come dire che persino i precari spazi di democrazia borghese in Birmania sono stati un sottoprodotto della mobilitazione popolare.

Tuttavia la sollevazione di massa che si è oggi prodotta contro il nuovo golpe va ben al di là delle mobilitazioni precedenti, non solo per l'ampiezza del coinvolgimento di massa ma per la composizione sociale della rivolta.

L'estensione della protesta è enorme. Coinvolge la capitale Rangoun, baricentro economico del paese, ma anche Mandalay , la più grande città del Nord, e decine di centri minori della provincia birmana (Pegu, Lashio, Dawei, Myeik, Myawaddy...). La giovane generazione, maschile e femminile, è ovunque la protagonista delle piazze; i social sono stati, come nella vicina Thailandia, uno dei veicoli della ribellione e della sua rapida propagazione. Inoltre, a differenza del passato, tutte le sette principali etnie che compongono la popolazione birmana sostengono la mobilitazione in corso e ne sono partecipi. A queste si aggiunge la martoriata minoranza musulmana dei Rohingya, perseguitata e massacrata non solo dal regime ma anche dal governo della Lega Nazionale per la Democrazia, negli anni del suo compromesso con i militari. Non a caso il tentativo dei militari di cavalcare l'odio antimusulmano attribuendo le proteste al “complotto Rohinga” è ad oggi clamorosamente fallito.


LA CLASSE OPERAIA BIRMANA SULLA SCENA

Ma soprattutto, ciò che distingue la rivolta in atto dalle mobilitazioni del 1988 e del 2007 è l'irruzione della classe operaia.

La Birmania, assieme ad altri paesi del Sud-est asiatico, ha conosciuto una forte industrializzazione nell'ultimo decennio, anche per effetto della delocalizzazione degli investimenti imperialisti, in primo luogo cinesi, ma anche giapponesi, statunitensi ed europei. Lo Stato e l'apparato militare ha il diretto controllo dell'industria pesante, in compartecipazione azionaria con gli investitori stranieri, mentre la presenza privata domina l'industria leggera. La produzione tessile è il cuore della presenza industriale in Birmania, assieme alla lavorazione del legno e all'economia mineraria, in particolare del ferro. Proprio la classe operaia tessile e i lavoratori delle miniere sono oggi una spina dorsale del movimento, attraverso ampi e prolungati scioperi di massa. A questi si sono aggiunti i salariati dei trasporti, della scuola, della sanità. Lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici di settanta ospedali in trenta città birmane misura l'ampiezza dell'agitazione.

Il regime appare socialmente isolato, non riuscendo a mobilitare una propria piazza. Due sono i suoi strumenti. Il primo è l'organizzazione delle squadracce di banditi (thugs), composte da sottoproletari armati di bastoni, pietre, coltelli, che a più riprese hanno aggredito le manifestazioni per intimidirle e disperderle. Il secondo sono le pallottole. L'ultima drammatica domenica di sangue, e la repressione di ieri, con 40 morti sotto il fuoco della truppa, dimostrano la determinazione omicida dell'apparato militare, ma anche la difficoltà a costruire consenso e dividere i manifestanti.


IL GIOCO DEGLI IMPERIALISMI, CINA INCLUSA

È importante osservare che la rivolta birmana si è prodotta sul terreno direttamente politico. Non nasce da rivendicazioni economiche e sociali immediate, ma dal rifiuto della dittatura e dalla rivendicazione delle libertà politiche e sindacali.

La Lega Nazionale per la Democrazia e la sua leader sono ad oggi il principale riferimento della mobilitazione. Lo scopo della LND è far leva sulla sollevazione per ottenere il proprio ritorno al governo della Birmania. A questo fine hanno un ruolo centrale le sue relazioni internazionali con gli ambienti dell'imperialismo statunitense, europeo, giapponese.
La sovranissima ENI dal 2014 ha quattro investimenti in Birmania nell'estrazione del gas. La Total francese ha una presenza ancora maggiore. In questi ambienti il golpe militare birmano non è affatto gradito. Sia perché produce instabilità sociale dagli sbocchi incerti – come i fatti dimostrano – che è l'esatto opposto di ciò che aveva promesso. Sia perché la casta militare birmana ambisce a tenere sotto il proprio controllo ampi settori dell'economia, che il capitale straniero vorrebbe liberamente spartirsi senza dover mediare coi militari.
Ma c'è una terza ragione per cui i governi imperialisti dell'Occidente e del Giappone mostrano ostilità all'esercito birmano: i suoi rapporti con l'imperialismo cinese. La Birmania è da tempo nell'orbita dell'influenza cinese, a dispetto in particolare delle ambizioni giapponesi. Non a caso la Cina è e resta oggi la principale sponda del regime militare birmano, l'unico tra i grandi paesi imperialisti che non ha deplorato il golpe e non ha minacciato sanzioni. Un episodio di cronaca illumina questa realtà. L'ambasciatore birmano presso l'ONU, Kyaw Moe Tun, si è pubblicamente dissociato dal golpe militare, tra gli applausi scroscianti di tutti i suoi colleghi tranne uno: l'ambasciatore cinese. Cinesi sono le tecnologie che armano la repressione del regime.

Lo scontro drammatico in Birmania dal punto di vista degli imperialismi è parte del contenzioso per l'egemonia in Asia.


DUE PROSPETTIVE OPPOSTE

Ma dal punto di vista del movimento operaio la sollevazione popolare in Birmania ha un contenuto progressivo inequivoco, come ogni mobilitazione democratica di massa. Non si tratta di determinarsi in base alle sue insufficienze o all'arretratezza della sua coscienza, si tratta di portare in quella lotta e nella mobilitazione internazionale a suo sostegno una coscienza anticapitalista e socialista.

Una sollevazione popolare è sempre terreno di scontro e manovra politica tra opposti interessi di classe. La Birmania non fa eccezione.

Sorpresa dalla ampiezza e dalla radicalità della rivolta la Lega Nazionale per la Democrazia cerca a suo modo di indirizzarla per subordinarla ai propri interessi. Un folto gruppo di deputati dell'ex Parlamento bicamerale (Senato e Assemblea nazionale) ha composto un Comitato, denominato nel suo acronimo inglese CRPH (Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw). Il Comitato ha fatto appello alla popolazione perché perseveri nella disobbedienza pacifica ai militari e formi nei quartieri proprie amministrazioni popolari (Le Monde, 2 marzo). Nei fatti, potenzialmente, una sorta di doppio potere. Che sia un partito liberale a evocare questo scenario misura la frattura del blocco dominante, sotto la pressione della ribellione sociale.

Parallelamente nello stesso giorno si produce per la prima volta una defezione importante nell'apparato repressivo. Il capo della polizia di Rangoun, Tin Min Tun, si dimette dalle sue funzioni e si schiera con i manifestanti («Non voglio lavorare per il regime del colpo di stato»), mentre gli operai in sciopero delle miniere del ferro manifestano nella capitale. Una rottura interna al campo militare avrebbe ricadute decisive sullo sviluppo degli avvenimenti.

In questa dinamica imprevedibile c'è tutto lo spazio di una politica proletaria indipendente, in alternativa al liberalismo borghese. Una politica che ponga il tema del doppio potere in termini di autorganizzazione democratica di classe e di massa; che affronti la necessità dell'autodifesa delle manifestazioni dalle squadracce e dei militari, a dispetto del pacifismo buddhista; che intervenga sulle contraddizioni interne all'apparato militare, per favorirne l'approfondimento; che introduca nella ribellione democratica la rivendicazione dell'esproprio delle enormi proprietà economiche delle gerarchie militari, nel settore dell'industria, dell'estrazione mineraria, dell'agricoltura, e del capitale finanziario ad esse collegato. È la prospettiva di un governo operaio e contadino di aperta rottura con il capitalismo e con l'imperialismo.

Come ogni esperienza internazionale della classe lavoratrice, anche la rivolta birmana è una scuola di formazione per i militanti rivoluzionari. Costruire ovunque la più larga campagna di solidarietà con le masse birmane contro la giunta militare assassina è la prima necessità. Portare in questa campagna un punto di vista classista e internazionalista contro i diversi imperialismi in gioco è il compito delle avanguardie rivoluzionarie.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dopo la strage, il golpe

Dicembre 1970, quando i neofascisti sognavano il golpe: il tentativo di Junio Valerio Borghese

18 Dicembre 2019
Approfondiamo la riflessione su Piazza Fontana analizzando le conseguenze della strage e gli sviluppi della strategia della tensione
Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (la notte dell’Immacolata) il Fronte Nazionale, in stretto collegamento con altre organizzazioni di estrema destra, e con la complicità di un consistente numero di alti ufficiali delle forze armate, tenta di attuare un colpo di Stato militare. A capo dei cospiratori c’è un uomo ormai anziano, grassoccio, con il naso a patata e la postura da gerarca di provincia: il suo nome è Junio Valerio Borghese, il fascistissimo comandante della Decima Mas. Ha già pronto il proclama da declamare alla TV per annunciare l’avvenuto insediamento di una “giunta nazionale”. Il nome in codice è "operazione Tora Tora", lo stesso che i giapponesi usarono per l’attacco a Pearl Harbour, e sta a significare la volontà di procedere ad un’azione di sorpresa, rapida e vincente.
A Roma e in altre città italiane vengono radunati ventimila attivisti di destra, mentre alcuni reparti militari convergono sulla capitale. L’intento è quello di mettere sotto controllo i gangli vitali della nazione. Occupazione della RAI, controllo delle telecomunicazioni, presa di possesso dei ministeri dell’interno e della difesa, defenestrazione del capo della polizia, arresto del presidente della repubblica (1).
I congiurati si prefiggono la messa in mora della democrazia parlamentare e lo scioglimento delle forze politiche di opposizione. Preparano l’arresto e la deportazione degli esponenti dei partiti della sinistra. Del resto, il comandante Borghese non aveva mai dissimulato i suoi propositi. In una celebre intervista rilasciata alla TV svizzera aveva avuto modo di affermare: “Oggi combatto contro degli italiani, oggi parlo contro degli italiani quando le dico che i nostri nemici più pericolosi in Italia sono i comunisti, quindi degli italiani, e non ami disturba affatto dirle che sono nemici e se potessimo sterminarli sarei molto contento.” (2).


IL PERCHÉ DI UN TENTATIVO AUTORITARIO

Il pronunciamento militare punta a risolvere lo stato di grande conflittualità sociale che prima gli studenti, nel ’68, e poi gli operai con l’autunno caldo hanno innescato nel paese.
In quegli anni il radicalismo operaio mette in discussione una condizione di subordinazione che i padroni ritenevano naturale ed immodificabile. Il vento di protesta che attraversa il paese sospinge lo sviluppo di nuovi movimenti antisistemici, favorisce la partecipazione diretta, rinvigorisce le speranze di riscatto delle classi sociali più deboli: un cambiamento radicale sembra a portata di mano. Il miracolo economico del dopoguerra, fondato sui bassi salari e sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro, rischia di essere vanificato. La crescita delle lotte, le rivendicazioni operaie, il nuovo protagonismo dei giovani rischiano seriamente di incrinare i vecchi assetti di potere. Sale perciò la preoccupazione: “bisogna fare qualcosa, la pace sociale va ripristinata, l’ordine e la disciplina devono tornare a regnare nelle scuole e nelle officine”, è la parola d’ordine che attraversa lo schieramento conservatore.
Sul finire degli anni Sessanta le classi dominanti temono di vedere messi in discussione i loro privilegi. Una parte di esse guarda con favore ad una soluzione radicale che, spezzando le gambe al movimento operaio, avvii una soluzione autoritaria capace di normalizzare la situazione sociale e politica del paese. L’esempio della Grecia – dove nel 1967 un colpo di Stato favorito dagli Stati Uniti ha portato al potere una giunta militare – suggestiona i circoli più apertamente reazionari della borghesia italiana.
I fascisti si mettono prontamente al servizio di questo disegno. Lavorano per creare un clima di fondo adatto a spingere il paese in mani “forti e sicure”. “Basta coi bordelli, vogliamo i colonnelli”, “Ankara, Atene, adesso Roma viene” scandiscono i manifestanti di destra guidati da Caradonna e De Lorenzo, mentre sfilano sui gradini dell’Altare della patria.
Nel 1969 si era chiuso il contratto dei metalmeccanici. Come sottoprodotto delle lotte radicali dell’autunno caldo, i lavoratori italiani avevano strappato alcune importanti conquiste: abolizione delle gabbie salariali, riduzione dell’orario di lavoro a quaranta ore, affermazione della piena agibilità sindacale, diritto allo studio con la conquista delle 150 ore. Un contratto significativo che, segnando una vittoria, accresce la forza, la fiducia e la consapevolezza della classe operaia. Nella primavera del 1970, nonostante l’ostruzionismo delle destre, la Camera approva lo Statuto dei lavoratori, mentre viene promulgata un’amnistia per i reati contestati durante le agitazioni sindacali dell’autunno caldo. Intanto, la mobilitazione dei lavoratori si riversa fuori dai cancelli delle fabbriche contagia gli altri strati sociali, dà nuova linfa alle lotte popolari, conquista nuova egemonia nella società. Da qui la reazione delle classi dominanti, che con la strategia della tensione tenterà di bloccare l’avanzata delle sinistre e del movimento operaio. Il 12 dicembre del 1969 è il battesimo di fuoco di questa strategia. La strage di Piazza Fontana viene attribuita agli anarchici per sbarrare la strada ai movimenti del biennio '68-'69, e per favorire una svolta autoritaria. In questo quadro si colloca l’attività del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.


DALLA DECIMA MAS AL DOPOGUERRA

Junio Valerio Borghese, rampollo di una delle più altolocate famiglie dell’aristocrazia romana, fu ufficiale di Marina all’inizio della seconda guerra mondiale e poi comandante della Decima Mas. Pluridecorato per le azioni svolte contro la flotta inglese, dopo l’armistizio aderì alla Repubblica di Salò, rendendosi protagonista, assieme ai nazisti, delle più cruente azioni repressive: rappresaglie, rastrellamenti di civili, massacri di partigiani. Alla fine della guerra, grazie all’aiuto dei servizi americani, dopo un breve periodo di detenzione, venne scarcerato ed iniziò a cooperare con loro (3). Infatti è oramai risaputo che, dopo la fine del conflitto mondiale, alcuni dei più alti esponenti fascisti e nazisti appena sconfitti e in fuga, responsabili anche di reati gravissimi, furono arruolati dai servizi segreti occidentali in funzione anticomunista (4). Lo stesso Otto Skorzeny, il nazista austriaco che aveva organizzato la fuga di Mussolini da Campo Imperatore, appena crollato il Terzo Reich passa armi e bagagli con la CIA.
Nella seconda metà degli anni Quaranta nasce intanto il Movimento Sociale Italiano (MSI), il partito neofascista che raccoglie gli orfani di Salò e del Ventennio mussoliniano. Gli Stati Uniti seguono con benevola attenzione la crescita di un partito come il MSI, dai connotati decisamente anticomunisti. Il principe Borghese ne diventa il presidente onorario nel luglio 1952, per poi allontanarsi dal partito, sul finire del decennio: il MSI era troppo moderato e accondiscendente, troppo votato ai riti parlamentari per l’ardimentoso comandante della Decima Mas. Uscito dal MSI, Borghese lavora al progetto politico del Fronte Nazionale: instaurazione di uno Stato forte, esclusione dei partiti da ogni partecipazione di governo, recupero della dottrina del corporativismo intesa come utile strumento per recidere ogni forma di conflitto sociale. Tutti chiari elementi che connotano la sua visione politica reazionaria. La weltanschauung di Borghese riflette il carattere, la formazione e gli intenti politici del personaggio. Per il principe nero, la critica è concessa solo se “qualificata ed espressa nel quadro degli interessi nazionali”, mentre la libertà dei cittadini è intesa solo come “osservanza assoluta e immediata delle leggi”. Al di sopra di tutto, Borghese mette la restaurazione dell’ordine messo in discussione dai fermenti che maturano nella società; un ordine gerarchico che va assicurato attraverso l’affermazione di un potere assoluto da assegnare all’esercito e alle forze di polizia. Lavora così a diventare il Papadopoulos italiano. A tal fine, accreditandosi come gollista e presentandosi come possibile uomo della provvidenza, stempera i richiami retorici al fascismo, ma ne conserva l’intima sostanza dei contenuti, nonché le relazioni e le complicità con il suo ambiente di provenienza.


IL FRONTE NAZIONALE

Il Fronte Nazionale viene fondato nel settembre del 1968. Nasce come strumento politico di raccordo tra le principali organizzazioni della destra estrema (in primis Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo), ma la sua ragione sociale è il compimento di un colpo di Stato. Si muove, dunque, lungo il crinale che porta ad una soluzione di forza che consenta l’instaurazione di un regime autoritario.
La formazione di Borghese fomenta le tensioni, si erge a baluardo anticomunista, invoca la discesa in campo delle forze armate, alle quali affida un ruolo salvifico per la nazione minacciata dal caos e dalla sovversione. Per alcuni anni, in attesa della tanto agognata “ora X”, Borghese lavora alacremente per realizzare il suo disegno politico: coltiva i rapporti con pezzi dei servizi atlantici, stringe le relazioni con gli ambienti massonici (secondo la ricostruzione del giudice Salvini, consegnata alla commissione parlamentare stragi, anche Licio Gelli avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel progettato golpe), inquadra un raggruppamento politico-militare che vede raccolti insieme generali felloni ed esponenti dell’estremismo di destra. Soprattutto, ricerca e trova l’appoggio fattivo di un pezzo significativo del mondo industriale italiano. Armatori, finanzieri e capitani d’industria aprono i cordoni della borsa e finanziano il progetto di Borghese, in modo particolare quelli liguri e del nord del paese, come documenta il giornalista Camillo Arcuri (5). Alcuni di loro si uniranno a Borghese e saranno in prima fila nel promuovere il golpe. Braccio destro di Borghese è Remo Orlandini, facoltoso imprenditore edile romano, mentre Attilio Lercari, altro uomo di punta del principe, è amministratore delegato di una società del gruppo Piaggio, all’epoca tra i primissimi gruppi industriali del paese.
La rete dei golpisti si estende su gran parte del territorio nazionale, anche al Sud, dove Borghese si è assicurato il sostegno della mafia siciliana. In più occasioni, le confessioni di alcuni tra i più importanti padrini di Cosa nostra, Buscetta, Liggio e Calderone, ricostruiranno il ruolo della mafia nel progettato golpe Borghese. Un rapporto convergente, quello delle cosche con i congiurati del Fronte Nazionale; i primi puntano ad ottenere la revisione dei processi, mentre Borghese, memore dello sbarco alleato in Sicilia, sa quanto sia importante il sostegno della mafia. Inoltre, il Fronte Nazionale punta ad ottenere il benestare dell’amministrazione Nixon. Remo Orlandini si dice certo che il pronunciamento militare ha il sostegno di Washington e che il presidente americano, tramite l’intermediario Hugh Fenwick ha accolto “quasi tutte” le richieste di Borghese (6).


IL GOLPE DELL’IMMACOLATA

Dopo un lungo lavoro di preparazione, per Borghese e i suoi accoliti arriva finalmente il giorno della verità. Il piano dei congiurati prevede la concentrazione a Roma e in altre città di gruppi armati, pronti a intervenire su diversi obiettivi di alta importanza strategica: occupazione di ministeri, arresto di oppositori, controllo degli impianti telefonici e di radiocomunicazione. Quindi, lo stesso principe Borghese avrebbe letto in televisione un “proclama alla nazione”, cui sarebbe seguito l’intervento delle forze armate a suggello definitivo del colpo di Stato.
Nella notte dell’Immacolata si inizia concretamente a dare attuazione al piano golpista. In tutto il Paese ci sono gruppi pronti ad entrare in azione. Alcuni di essi ci entrano effettivamente, come ricostruirà dettagliatamente il senatore Pellegrino, presidente della commissione parlamentare sulle stragi. Una colonna di militi della guardia forestale, comandata dal Colonnello Luciano Berti, si muove da Cittaducale in provincia di Rieti dove era di stanza, e giunge fino a Roma attestandosi nei dintorni degli studi televisivi di Via Teulada. Attivisti di Avanguardia Nazionale, guidati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli interni e si impadroniscono di un notevole quantitativo di armi e di munizioni che vengono distribuite ai congiurati. Il Generale dell’aeronautica Casero e il Colonnello Lo Vecchio sono pronti ad occupare il Ministero della difesa. Gruppi numerosi di militanti di estrema destra si ritrovano in diverse parti della capitale ove attendono la distribuzione delle armi. Tra le persone radunate, in parte già in armi, vi sono, con compiti di comando, il Generale Ricci e il Tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci (che in seguito sarà prima deputato del MSI e poi latitante dopo la sparatoria di Sezze Romano dove nel 1976 viene ucciso dai fascisti un giovane militante della FGCI). Il Colonnello Amos Spiazzi muove con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con il preciso obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, all’epoca dei fatti una delle zone più “rosse” della penisola (7).


ARRIVA IL CONTRORDINE

Poi, nel corso della notte, il golpe già in fase di avanzata esecuzione viene repentinamente bloccato. L’alzamiento tanto agognato fallisce sul filo di lana. Il contrordine viene impartito dallo stesso Borghese ai suoi increduli sodali, e l’operazione Tora Tora viene sospesa.
Il variegato fronte politico-militare anticomunista assemblato dal principe nero è fermato. Tutti a casa, i gruppi armati vengono smobilitati, e ai congiurati viene comandato lo “sciogliete le righe”.
I motivi del dietrofront rimangono tuttora un mistero. Forse qualcosa è andato storto, inceppando la macchina organizzativa dei golpisti; forse una parte dello schieramento reazionario utilizza i golpisti ma non vuole andare fino in fondo, teme le reazioni interne e ha paura di non riuscire a padroneggiare la nuova situazione. Secondo alcuni, molto plausibilmente, una delle ragioni dell’insuccesso dei congiurati dell’Immacolata risiede nell’improvviso ritiro del sostegno americano, che di conseguenza ha determinato il disimpegno dei militari. Secondo un’altra ipotesi che poi sarà a più riprese formulata, il golpe venne incoraggiato e poi fermato proprio per neutralizzare i fautori della “soluzione greca”. In altre parole, “destabilizzare per stabilizzare”, far “tintinnar le sciabole” per meglio normalizzare, lanciare dei chiari messaggi a destra e a manca per rinfocolare la teoria degli opposti estremismi e per rinsaldare un assetto politico imperniato sul sistema di potere democristiano. Comunque sia, il golpe tentato da Borghese fu una cosa estremamente seria e pericolosa. Fu l’unico, tra i progettati piani eversivi atti a rovesciare le istituzioni repubblicane, a superare la fase teorica della semplice ideazione e giungere fin sulla soglia della piena realizzazione esecutiva.


LE REAZIONI A SINISTRA

Per alcuni mesi, l’opinione pubblica rimane all’oscuro del progettato e fallito golpe dicembrino. La notizia si diffonderà solo nel marzo del 1971, quando il giornale Paese Sera uscirà con uno scoop che divulgherà i dettagli del tentativo di Borghese. La rivelazione del quotidiano romano impressiona, suscitando a sinistra paura ed apprensione, ma anche una vigorosa reazione. Scattano le precauzioni e la vigilanza viene rafforzata. I militanti della sinistra percepiscono che le minacce non sono finite, e moltissimi di loro eviteranno per giorni di dormire nelle loro case. Le sedi sindacali vengono presidiate dagli operai, mentre un robusto cordone sanitario viene steso intorno alle sedi del PCI e delle altre forze della sinistra. Le mobilitazioni sono immediate e partecipate: cortei e presidi si tengono in tutte le principali città del Paese. Anche il sindacato – unitariamente – si mobilita e indice uno sciopero generale. E poi, L’ARCI Caccia – associazione di massa legata al PCI – promuove cortei pacifici nelle regioni dell’Italia centrale, che vedono però i suoi partecipanti sfilare con il fucile in spalla (8), come a dire: “non ci provate, questa volta siamo pronti, non ci sarà un’altra marcia su Roma”.


LE INTERPRETAZIONI E I PROCESSI

Non solo per la pubblicistica di destra, ma anche per una parte importante dell’opinione pubblica, il golpe Borghese è sempre stato considerato una farsa, una parodia mal recitata da uno sparuto gruppetto di avventurieri senza alcun spessore. Una burletta salace interpretata da nostalgici vecchietti, ridotti a fantasmi del passato, senza seguito né progettualità e respiro politico. Insomma, una cosa da ridere. Un golpe da operetta, come da più parti si è sostenuto.
Junio Valerio Borghese come Giuseppe Tritoni, il macchiettistico ex ufficiale interpretato da Ugo Tognazzi e portato sugli schermi da Monicelli nel film “Vogliamo i colonnelli”. Una valutazione minimizzante che sarà fatta propria anche dalla sfera giudiziaria: tutti gli imputati verranno assolti. La Corte d’assise d’appello motiverà il proscioglimento affermando: “che i clamorosi eventi della notte in argomento si sono concentrati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni…”, “e nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica…”.
Anche in questo caso, così come nelle altre vicende inerenti alle stragi e alla strategia della tensione, avrà una sua importanza decisiva la rete collusiva dei rapporti tra gli eversori e i pubblici funzionari dello Stato.




Note:

(1) Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro - Rizzoli 2008 p. 142

(2) Sergio Zavoli, La notte della repubblica - Mondatori 1995. p. 131

(3) Saverio Ferrari, Da Salò ad Arcore - L’Unità 2006 p. 53

(4) Federico Sinicato, Atti del convegno 1969/2009 - Punto Rosso p. 43

(5) Camillo Arcuri, Colpo di Stato – Rizzoli 2007

(6) Franco Ferraresi, Minacce alla democrazia - Feltrinelli 1995 p. 225

(7) Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi - reperibile in rete

(8) Aldo Giannuli - opera citata p. 143
Piero Nobili

Bolivia: ahora sí, guerra civil

Non per Morales, ma per il potere operaio e contadino

12 Novembre 2019
La Bolivia precipita in queste ore nel caos. Dimessosi nella giornata di ieri, sotto pressione delle forze armate e della polizia nazionale, Evo Morales annuncia il suo rifugio in Messico, che gli concede asilo politico.
Dopo giorni di tensioni, dovute al non riconoscimento del risultato delle elezioni presidenziali da parte dell’opposizione, la Bolivia è a un passo dalla guerra civile. Da una parte l’esercito, la polizia e la destra golpista. Dall’altra la base sociale del MAS (Movimiento Al Socialismo) al grido di “Aahora sí, guerra civil!”
In queste ore drammatiche il posto dei marxisti rivoluzionari è al fianco dei giovani, dei lavoratori e delle masse popolari che si oppongono al colpo di Stato. Ma questo posizionamento di campo, contro i settori della destra razzista, filoimperialista e reazionaria, non deve significare in nessun momento un appoggio politico a Evo Morales.
Come marxisti rivoluzionari siamo sempre stati all’opposizione del governo di Evo Morales, un governo di collaborazione di classe che ha spianato la strada, negli anni, alla ripresa dell’iniziativa dei settori più reazionari della borghesia boliviana. La Bolivia ci insegna, ancora una volta, che non esistono rivoluzioni possibili entro un quadro elettorale e di collaborazione di classe. Solo la classe lavoratrice e le masse popolari, attraverso i loro strumenti di autorganizzazione e basandosi sulla loro forza, possono aprire la strada per una riorganizzazione socialista della società. Solo una rivoluzione socialista, in Bolivia, in Cile e in tutta l’America Latina, può stroncare per sempre la destra e l’imperialismo. La costruzione di un partito rivoluzionario in Bolivia e a livello internazionale è condizione essenziale per guidare questo processo alla vittoria.
Da questa angolazione, e con queste parole d'ordine, parteciperemo a tutte le iniziative di solidarietà contro il golpe in atto in queste ore, al fianco della resistenza del popolo boliviano. 

No al golpe in Bolivia! Nessun appoggio politico al governo! Costruiamo la solidarietà internazionalista!
Per un’iniziativa indipendente del movimento operaio e contadino contro i tentativi golpisti!
Per l’armamento delle masse popolari e la loro autorganizzazione in milizie e consigli!
Dal Cile alla Bolivia, una sola classe, una sola via!
Partito Comunista dei Lavoratori

Verso la guerra civile in Venezuela?

Né con la destra reazionaria proimperialista, né con il regime bonapartista della boliborghesia!
Armare i lavoratori, il potere ai consigli operai e popolari!

Il Venezuela sta andando probabilmente verso la guerra civile. La spaccatura dell'esercito, dopo quella della popolazione civile, spinge rapidamente verso di essa. La destra reazionaria proimperialista ha ritenuto, a torto o a ragione, di poter tentare di impadronirsi del potere. Ovviamente i rivoluzionari non si schierano con queste forze. Ma non possono nemmeno schierarsi a difesa dell’attuale regime bonapartista che ha portato al disastro l’economia e difende sostanzialmente gli interessi di quella che si definisce boliborghesia, in cui sono compresi funzionari dell’esercito e dello Stato che si sono arricchiti col regime. Nonostante il carattere bonapartista e solo falsamente socialista del chavismo, i rivoluzionari si erano sempre schierati in passato contro le forze reazionarie proimperialiste. Lo faranno certamente difendendo il Venezuela in caso di intervento diretto delle forze imperialiste.

Oggi, però, la situazione è diversa. Con le elezioni bidone della cosiddetta Assemblea costituente bolivariana (in cui, non a caso, il 100% dei deputati sono maduristi), il regime si è consolidato in senso antidemocratico. Nel contempo, si è rafforzata l’azione repressiva contro le forze sindacali classiste e il blocco del rinnovo delle cariche sindacali per difendere i burocrati agenti del madurismo.
La politica oscillante del regime, che continua a pagare il debito estero in una situazione catastrofica, ha aggravato (insieme alle manovre dell’imperialismo) il collasso economico del paese. Solo la cessazione del pagamento del debito, l’istituzione del controllo dei lavoratori sulle aziende sia private che statali, il controllo della produzione agricola, del commercio e dei prezzi da parte di comitati popolari formati da operai, impiegati, braccianti e contadini poveri può modificare il quadro attuale.

Tutto ciò, e l’uscita del Venezuela dalla sua tremenda crisi, sarà possibile solo se il proletariato saprà porsi come forza alternativa ai due contendenti borghesi in scontro, costruire la sua propria autorganizzazione in consigli, comitati, milizie, e imporre un suo potere. Naturalmente la costruzione di un vero partito della rivoluzione socialista che sappia guidare questo processo ne è la condizione necessaria.

Il progetto della rivoluzione socialista è ambizioso e difficile. Ma senza di esso il futuro del paese è il caos, il sangue e la miseria. I proletari venezuelani non devono combattere e morire né per i borghesi proimperialisti né per la boliborghesia, ma solo per il futuro loro e dei loro figli.

Per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e organizzazione!
Per un Venezuela veramente socialista!
Per gli Stati uniti socialisti dell'America centro-meridionale!
Partito Comunista dei Lavoratori

Rivoluzione e controrivoluzione a confronto in Sudan

“Rivoluzione! Vogliamo essere libere. Vogliamo cambiare il mondo”.
Con queste parole Alaa Salah, una studentessa sudanese di 22 anni, arringava ieri la massa a nuda voce dal tetto di una vecchia automobile a Khartum. Come in Algeria, il ruolo delle donne è centrale nella sollevazione popolare che da dicembre ha attraversato il Sudan e ha finito col travolgere il presidente al-Bashir.

Un'ampia area politica della sinistra campista internazionale, prevalentemente di estrazione stalinista, è giunta ad appoggiare il regime sudanese e persino ad esaltarlo come antimperialista. La sentenza di condanna di al-Bashir della Corte Penale Internazionale, unita all'appoggio di Russia e Cina, erano più che sufficienti a determinare la loro scelta di campo. Noi partiamo da un criterio di classe e dalla prospettiva della rivoluzione, in Sudan come ovunque. Non riconosciamo alcun diritto a una Corte Penale Internazionale che ha coperto i peggiori crimini dell'imperialismo e del sionismo, ma riconosciamo ogni diritto degli sfruttati a ribellarsi a regimi oppressivi. Per questo in Sudan come in Algeria siamo dalla parte della sollevazione popolare.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO UN REGIME REAZIONARIO 

Lo sfondo della ribellione di massa è la precipitazione della crisi sudanese nell'ultimo decennio. Come il regime di Bouteflika in Algeria, anche il regime sudanese aveva prosperato per lunghi anni grazie alla rendita petrolifera. Il crollo del prezzo, a ridosso della crisi capitalistica internazionale, ha destabilizzato le basi d'appoggio del regime. A ciò si aggiungeva la separazione del Sud Sudan da Khartum nel 2011, che privava il regime di al-Bashir dei maggiori giacimenti petroliferi, che reggevano il 75% delle esportazioni nazionali. L'indebitamento sempre maggiore presso il capitale finanziario è stata una conseguenza naturale. Da qui la crescente pressione usuraia dell'imperialismo sul Sudan. La sollevazione è nata da questa dinamica generale.

A novembre 2018 una delegazione del FMI si recava a Khartum per esigere la fine delle sovvenzioni pubbliche dei prodotti di prima necessità, a partire dalla farina, quale condizione preliminare per la concessione di nuovi crediti. Il regime, già indebitato per 50 miliardi di dollari, applicava le ricette vessatorie dell'imperialismo. Il prezzo del pane triplicò in pochi giorni, in un paese segnato da una inflazione annua del 70%. Da qui le prime manifestazioni in un crescendo di mobilitazione pressoché ininterrotta.

Accanto alla ragione sociale ha operato un fattore politico. Il regime instauratosi nel 1989 sotto la direzione del fronte islamista a guida al-Bashir incarnava una dittatura odiosa e dispotica, già protagonista nel giugno 2012 e nel settembre 2013 di repressioni sanguinose delle manifestazioni popolari. Il consenso del 95% (!) registrato alle ultime elezioni presidenziali del 2015 era espressione di metodi plebiscitari e di brogli clamorosi. In base alla Costituzione formale al-Bashir avrebbe dovuto essere al suo ultimo mandato, ma ad agosto il regime annunciò che il Presidente si sarebbe ricandidato nelle elezioni del 2020, una provocazione agli occhi di ampi settori sociali.

La ribellione deve dunque la sua dimensione e durata alla combinazione di questi fattori.


COMPOSIZIONE E DINAMICA DELLA RIVOLTA 

La mobilitazione non è iniziata nella capitale Khartum, ma nella provincia. In una città, Atbara, situata sulle rive del Nilo, cuore della vecchia tradizione del movimento socialista e comunista sudanese. Era la città delle grandi miniere del ferro, sede dell'antico sindacato operaio. La memoria di una tradizione classista ha avuto il suo peso indiretto nell'innesco della rivolta.

Tuttavia la rivolta di massa non ha avuto sinora un carattere prevalentemente classista, ma popolare. Sono confluiti in essa le masse diseredate della capitale e delle altre città (Porto Sudan, Dongola, Cassala, Gedaref, El Obeid, Nyala); la piccola borghesia urbana, a partire dalle libere professioni; la grande maggioranza degli studenti, in particolare universitari. In ognuno di questi settori sociali non è un caso che le donne abbiano svolto un ruolo portante. Il regime islamista era particolarmente reazionario proprio verso le donne, cui veniva proibito persino di indossare pantaloni o di viaggiare in auto senza presenza del marito. Un sistema vessatorio e grottesco, che contrastava oltretutto sempre più con la crescita del livello di istruzione della popolazione femminile, assai estesa nelle università. Le studentesse come Alaa Salah sono state sospinte alla testa della rivolta dalla radicalità della propria oppressione. La tunica bianca indossata da Alaa è l'abito tradizionale delle donne che lavorano, che già settanta anni fa marciavano così vestite contro le dittature militari.

La dinamica della mobilitazione ha conosciuto una radicalizzazione progressiva non solo in ampiezza ma anche nelle parole d'ordine. A dicembre le parole d'ordine delle manifestazioni era la richiesta della cancellazione degli aumenti. Nei primi mesi del nuovo anno la parola d'ordine centrale che assorbiva tutte le altre era direttamente politica: “Via al-Bashir!”.

Questo salto della politicizzazione del movimento è stato l'effetto naturale della repressione. Una repressione spietata. Il regime ha usato sistematicamente contro le manifestazioni popolari non solo la polizia regolare ma le milizie speciali controllate direttamente dal Presidente. Milizie composte dagli apparati di sicurezza (NISS), le stesse che nel 2013 avevano fatto oltre 200 morti. La storia di questi mesi ha visto decine di manifestanti assassinati, oltre 60, decine di migliaia di arresti, sparizioni, abusi, torture. Un calvario con cui il regime contava come in passato di liquidare la mobilitazione e ripristinare l'ordine. Si è sbagliato. Ciò che normalmente funziona, non funziona necessariamente davanti a una rivoluzione.


IL RUOLO CRUCIALE DELL'ESERCITO, TRA AL-BASHIR E LA RIVOLTA DI MASSA

È accaduto infatti per alcuni aspetti l'opposto. La pressione di massa è stata talmente dirompente da aprire una contraddizione verticale tra il clan presidenziale e l'esercito, con un processo parzialmente simile a quanto è accaduto in Algeria. Le gerarchie militari, al loro interno divise sulla propria relazione col regime, hanno compreso per tempo che la continuità e l'ampiezza della mobilitazione rendeva impraticabile, oltre una certa soglia, la via della repressione frontale, la quale avrebbe comportato un massacro infinitamente più grande che in passato, e che soprattutto avrebbe messo a rischio la stessa unità dell'esercito, sempre più contagiato nei suoi piani bassi dalla pressione popolare. Non a caso le manifestazioni di massa degli ultimi giorni di fronte al quartier generale dell'esercito sudanese a Khartum erano state protette dai soldati contro le provocazioni delle milizie presidenziali, al punto che un soldato è stato ucciso dalla polizia mentre difendeva i manifestanti. A questo punto le alte gerarchie militari hanno destituito al-Bashir con un proprio colpo di Stato al fine di salvare l'unità dell'esercito e dunque il proprio comando.

Per questa stessa ragione, la caduta di Bashir è al tempo stesso l'effetto della rivoluzione sudanese e l'inizio della controrivoluzione. La massa popolare saluta festante, e giustamente, la caduta di al-Bashir come propria vittoria, ma la destituzione militare del Presidente incombe come una minaccia contro le aspirazioni di quella stessa massa. Il primo comunicato della nuova giunta militare proclama il coprifuoco, cancella Parlamento e Costituzione, annuncia due anni di governo militare. È questo che chiedevano le masse in rivolta? La conclusione tragica della rivoluzione egiziana, finita tra le braccia dei militari di al-Sisi, non promette nulla di buono.

Ancora una volta, la questione della direzione politica del movimento si presenta come nodo cruciale della rivoluzione.


LA PICCOLA BORGHESIA ALLA DIREZIONE DEL MOVIMENTO 

La direzione del movimento di massa di questi mesi si è concentrata nelle mani della Associazione professionale sudanese (SPA), nata come sindacato alternativo del pubblico impiego (a fronte dei sindacati infeudati al regime) ma rapidamente trasformatasi in un raggruppamento civico guidato da professori universitari, medici, ingegneri, il cuore delle libere professioni della capitale. Un ambiente piccolo-borghese democratico-liberale da tempo ostile al regime. La SPA a sua volta si è collegata a tre grandi coalizioni politiche di opposizione, composte dal personale politico più eterogeneo, da ex ministri di al-Bashir caduti in disgrazia sino al Partito Comunista Sudanese, di estrazione stalinista, passando per borghesi liberal e islamici progressisti. La piccola borghesia democratica si trova insomma a capeggiare un grande fronte popolare che prende il nome di “Dichiarazione per la libertà e il cambiamento”: un fronte che nel suo stesso nome non va al di là del confine democratico-costituzionale. Il suo scopo è subordinare la ribellione di massa a un semplice cambio democratico. Ma c'è lo spazio politico e sociale di un semplice cambio democratico in Sudan? La domanda non è peregrina. Lo dimostra lo sviluppo degli avvenimenti in corso.

L'Associazione professionale sudanese nel nome della democrazia ha chiesto insistentemente alle gerarchie militari di destituire al-Bashir, lodando ed esaltando la loro responsabilità democratica e rivendicando un governo di transizione democratica composto da civili e militari. In altri termini la piccola borghesia democratica concepisce la rivoluzione in funzione delle proprie aspirazioni governative. Ma le gerarchie militari sudanesi, sino a ieri bastione del regime, possono essere salutate come garanti e guida della democrazia? È del tutto evidente che non può esserci democrazia e giustizia senza la rimozione (e punizione) dei responsabili di decenni di crimini contro i lavoratori, i giovani, le donne, e sicuramente il corpo degli alti ufficiali sudanesi è tra questi. Affidare il futuro della rivoluzione alle loro mani non è un tradimento delle stesse rivendicazioni democratiche?

Non solo. La rivoluzione sudanese ha posto sul tappeto questioni sociali gigantesche, ben al di là della soglia democratica. Il debito pubblico del Sudan verso le potenze imperialiste, vecchie e nuove, è ingente. Da un lato il FMI, dall'altro Russia e Cina, fedeli alleati di al-Bashir, pongono il Sudan sotto la tutela dei propri interessi di grandi creditori. La rivolta del pane è stata di fatto una rivolta contro le loro misure. Solo una rottura con l'imperialismo, a partire dalla cancellazione unilaterale del debito pubblico, può porre le basi per cancellare quelle vessazioni e riorganizzare il paese su basi nuove. Ciò che implica una soluzione anticapitalista. Ma le gerarchie militari sudanesi non romperanno mai con il Fondo Monetario Internazionale e il suo saccheggio, né lo farà la borghesia nazionale sudanese legata a doppio filo all'imperialismo. Solo il movimento dei lavoratori può perseguire questa soluzione. Solo un governo dei lavoratori, dei contadini poveri, delle masse diseredate del Sudan, può concretizzarla.


PER UNA DIREZIONE ALTERNATIVA DEL MOVIMENTO DI MASSA 

Manca oggi in Sudan un partito che si batta per questa prospettiva, e dunque per una egemonia alternativa tra le masse.

Il Partito Comunista Sudanese, fedele alla tradizione stalinista, ha una lunga storia. Fu il partito comunista più grande del Grande Medio Oriente arabo-musulmano, assieme al Partito Comunista Iracheno. Come quest'ultimo, pagò sulla propria pelle, in termini di repressione sanguinosa, la politica di subordinazione alla borghesia nazionalista promossa da Mosca. Il suo codice politico non si è modificato nel tempo. Il PC sudanese si è collocato all'opposizione di al-Bashir, ma con un profilo moderato, in cambio del riconoscimento legale. Nei mesi della sollevazione popolare ha avuto una presenza indubbia all'interno del movimento, incorrendo anche nella repressione del regime, ma la sua prospettiva strategica è (testualmente) “una alternativa popolare democratica che apra la strada per il completamento dei compiti della rivoluzione democratica”. Una formulazione che non solo non travalica la democrazia borghese, ma che è ipergradualista sullo stesso terreno democratico, al punto da accreditare indirettamente persino il regime di al-Bashir di una funzione “democratica” da “completare”. La sostanza è che il PC sudanese subordina l'avanguardia della classe lavoratrice e della gioventù all'alleanza con la borghesia nazionale sudanese, che a sua volta si subordina ai militari. Il risultato è che un'enorme sollevazione di massa è esposta ai rischi di una crisi di direzione. Come in Algeria, così in Sudan.

L'intero corso delle rivoluzioni arabe del 2010-2011 pone in evidenza questa legge fisica. Le masse sono capaci di esplosioni grandiose in grado di rovesciare regimi apparentemente eterni. Ma senza un partito rivoluzionario che riesca a prenderne la guida, le rivoluzioni più grandi sono destinate alla sconfitta. La rifondazione della Quarta Internazionale è in ultima analisi la migliore risposta al grido di libertà di Alaa Salah.
Partito Comunista dei Lavoratori