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Palestina, Sudan, Congo, Yemen e benaltrismo

 


Reazionari più o meno dichiarati, liberali eternamente a caccia di una mitologica posizione super partes, socialdemocratici terrorizzati all’idea di essere scambiati per “estremisti”, qualunquisti dalla lingua lunga e cialtroni d’ogni specie: da anni ci propinano castronerie tanto abominevoli che non ci siamo fatti mancare pressoché nulla in fatto di chiacchiere revisioniste, giustificazioniste e negazioniste.


Una delle forme più deleterie e insidiose assunte da queste assurdità rivolte contro il movimento per la liberazione della Palestina è il benaltrismo - spesso annunciato da una solerte alzata di mani e dal fatidico annuncio “io sono d’accordo con l’obiettivo della protesta, ma”, che prelude inevitabilmente futili argomentazioni il cui scopo è normalizzare la strage di massa e il colonialismo criminale in Palestina. Perché se si è d’accordo nel condannare un genocidio, non si dovrebbe percepire la necessità di citarne un altro paio con la manifesta intenzione di portare la discussione fuori strada.

Ed ecco che stanno prendendo piede i lamentevoli “ma due scioperi per la Palestina in dieci giorni sono troppi”, come se l’atroce attacco alla dignità umana che sta avvenendo in Palestina valesse meno di un paio di giornate di mobilitazione generale. Solitamente viene in coppia con l’immancabile “perché non si sciopera per il prezzo degli alimenti, per i costi dell’energia, per i diritti dei lavoratori, per la sanità?” e via discorrendo.

Al di là della povertà logica intrinseca di queste assunzioni - basti ricordare che la maggior parte degli scioperi locali e nazionali degli ultimi vent’anni riguardavano proprio il lavoro, la sanità e i diritti sociali - va chiarito che queste rivendicazioni non sono e non devono essere affatto alternative alla lotta per la Palestina, ma sono complementari. Proprio sfruttando la forza e lo slancio delle ampie mobilitazioni per l’autodeterminazione dei palestinesi e contro i crimini del colonialismo sionista si può sviluppare un discorso più vasto, capace di includere anche la liberazione del proletariato di questo e altri Paesi.

Unire la lotta per la Palestina a quella contro i governi borghesi complici del sionismo – come il governo Meloni, giustamente nel mirino delle manifestazioni delle ultime settimane – valorizzerebbe tutte le battaglie progressiste del momento. La caduta di un governo reazionario come quello italiano potrebbe rappresentare una grande opportunità storica: spezzare l’asse di sostegno europeo a Israele e creare nuove opportunità e spazi per rilanciare altre cause e mobilitazioni.

Ma lo slogan più infame, più ipocrita, che cerca di colpire direttamente la coscienza sociale di chi scende in piazza, è quello che prende in causa il Congo, il Sudan e lo Yemen. Un profluvio di “E allora il Congo? Da lì vengono i vostri telefonini!”.

La prima domanda che sorge spontanea è: cosa diavolo hanno mai fatto questi individui per il Congo, lo Yemen e il Sudan? Niente. E per gli altri conflitti nel mondo? Hanno forse levato la loro voce quando il Nagorno-Karabakh è stato invaso dal regime cripto-fascista dell’Azerbaigian? Hanno denunciato il massacro del popolo del Tigray? Si sono preoccupati delle lotte dei nativi delle Americhe, dell’Australia o della Nuova Zelanda? Hanno mai espresso solidarietà al Kashmir martoriato? Le probabilità che se ne siano occupati sono prossime allo zero: chiacchiere, senza nemmeno il distintivo.

Chi scrive ha visto, non a caso, per la prima volta sventolare i vessilli del Congo, del Sudan, dello Yemen e di altri popoli proprio nelle recenti manifestazioni. Ed è naturale, perché il movimento per la Palestina - almeno nella sua parte più cosciente - è sinceramente internazionalista e ricettivo alle istanze di autodeterminazione dei popoli del mondo. Quindi, anziché lagnarsi che non ci si occupa abbastanza di queste cause, sarebbe il caso di portarle nel movimento internazionale per la Palestina (come già alcune realtà fanno), per contribuire a cementificare il suo spirito anticolonialista ed estendere la lotta internazionale allo sfruttamento capitalista. Ma ovviamente è più comodo usarle come paravento per schermare la propria inerzia, per squalificare ignobilmente un popolo in lotta contro il suo annientamento e per autoassolversi. Ma ciò che conta ancora di più è la connessione che queste lotte hanno con quella palestinese. Perché i crimini del sionismo si estendono si limitano al Medio Oriente. Il Sudan, per esempio, è uno dei Paesi arabi (in realtà, almeno il 30% della popolazione appartiene a diverse nazionalità minorizzate presenti in regioni come il Darfur) che, con la mediazione degli Stati Uniti, ha normalizzato i propri rapporti con Israele nel 2020, ottenendo in cambio di essere depennato dalla lista statunitense dei Paesi che “sponsorizzano il terrorismo” (ci sono comunque dei discutibili precedenti: dal 2005 afferma la legittimità dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale).

Le forze paramilitari arabe e reazionarie sudanesi (le Rapid Support Forces, composte perlopiù dai fanatici criminali Janjawid) sono responsabili della strage sistematica di appartenenti a minoranze come i Masalit, gli Zaghawa e i Fur, di crimini contro i migranti ammassati sulla frontiera con la Libia e dell’assassinio degli oppositori politici sono le stesse che hanno appoggiato buona parte dei governi militari susseguitisi in patria e le forze filo-saudite in Yemen (combattendo, di conseguenza, quelle antisioniste come gli Houthi e affiancandosi ai fascisti russi della Wagner). Ora sono tra i protagonisti della guerra civile e in aperto conflitto con lo Stato centrale, perché fanno parte di uno dei gruppi di potere in lotta per governare il Paese (lo scontro è principalmente tra fazioni rivali di militari e sotto l’influenza delle potenze imperialiste).

Israele, dall’aprile del 2023, è impegnato tramite i suoi agenti nell’opera di mediazione tra le due principali fazioni militari, ma non certo per amore della “pace”: al Mossad e agli ufficiali israeliani non importa nulla delle masse sudanesi oppresse e quello che vogliono tutelare è la completa normalizzazione dei rapporti tra Stato sionista e Sudan, considerato uno Stato da sfruttare per espandere gli interessi sionisti in Africa.

Ma passiamo allo Yemen. È stato bombardato da Israele utilizzando a pretesto i missili lanciati dagli Houthi in sostegno alla resistenza palestinese. Lo scopo reale è quello di scoraggiare e scardinare qualsiasi tentativo di mettere in discussione la supremazia israeliana nella regione.

I dispotici governi yemeniti susseguitisi dopo la riunificazione post-guerra fredda si sono caratterizzati per il loro allineamento agli interessi imperialisti (e di conseguenza anche di Israele), che sono intervenuti nella guerra civile con una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, composta anche da Kuwait, Qatar, Marocco, Bahrein, Giordania, Egitto e vari gruppi di mercenari e con il decisivo supporto di Regno Unito, Stati Uniti e Francia. Anche in questo caso la responsabilità dell’orrenda catastrofe umanitaria è degli alleati imperialisti del sionismo e di alcuni degli Stati arabi più propensi a normalizzare i rapporti con Israele (non manca neppure il beneplacito di potenze come la Cina).

In Congo è in corso un’orribile guerra civile, che ha visto la partecipazione anche del Ruanda (ha invaso il paese nel 1996 e nel 1998) e dell’Uganda. Israele ha una parte attiva nella rovina del Paese: ha appoggiato il regime reazionario di Mobutu Sese Seko, fornendo anche addestramento ed equipaggiamento militare alle truppe scelte del despota, e anche oggi intrattiene rapporti stretti con le élite congolesi, che ricambiano l’interesse appoggiando diplomaticamente Tel Aviv e Trump.

Sono diversi i miliardari israeliani impegnati nell’appropriazione indebita delle risorse congolesi: parte del ricavato viene investito in nuove colonie in Palestina e nelle forze armate israeliane. Lo Stato sionista è tra i primi esportatori di diamanti nel mondo (oltre il 12% delle sue esportazioni sono “gemme e metalli preziosi”), pur non possedendo giacimenti da cui attingere sul suo territorio, e formalmente, gli israeliani non possiedono giacimenti minerari nemmeno in Congo. Eppure, grazie alla corruzione, all’appropriazione indebita, alle facilitazioni fiscali e al traffico di armi, sono in grado di appropriarsi di ingenti introiti proprio grazie allo sfruttamento di queste terre.

Tra i “danarosi” protagonisti del traffico troviamo Lev Leviev, un israelo-russo arricchitosi dopo aver acquistato alcune industrie diamantifere nell’ormai collassata Unione Sovietica, ex militare dell’IDF e proprietario della compagnia internazionale Africa Israel Investments. Vicino a Putin e Trump, è stato accusato di aver smerciato diamanti sporchi di sangue in Israele e di aver utilizzato i ricavati per finanziare gli insediamenti sionisti in Cisgiordania tramite l’Israel Land Fund. Un altro è Benny Steinmetz, franco-israeliano: arrestato nel 2023 a Cipro, è tra le altre cose sotto accusa per corruzione e traffici illegali nel settore minerario in Africa e, infatti, la sua compagnia (BSG Resources) è impegnata nell’espropriazione delle risorse naturali congolesi.

Dan Gertler, invece, ha stipulato diversi contratti con il governo congolese: i suoi rapporti con l’allora presidente del Congo Kabila (conosciuto per la repressione violenta delle contestazioni di piazza, la corruzione e la violazione sistematica dei diritti umani; Gertler e la sua compagnia sono accusati di essere suoi complici) gli hanno permesso di dedicarsi all’estrazione dei diamanti tramite la sua International Diamond Industries (secondo questi contratti, che stabiliscono un truffaldino partenariato tra settore privato e statale, il 70% dei profitti derivanti dall’estrazione vanno al Gertler Group, mentre soltanto il 30% finisce delle mani del governo congolese).

Israele fornisce, inoltre, anche le sue avanzate tecnologie di spionaggio al Ruanda, il principale responsabile della catastrofe umanitaria in Congo, che le utilizza per spiare oppositori e attivisti congolesi. Non a caso, Uganda e Ruanda sono partner molto stretti del regime sionista e sono conosciuti anche per il traffico illecito di diamanti congolesi: Israele è uno dei principali beneficiari di questa pratica.

Ma facciamo un passo indietro. Tra chi è stato accusato di ignorare la maggioranza dei conflitti nel mondo ci sono anche i partecipanti alla Global Sumud Flotilla. Ma è assurdo, e il caso di Greta Thunberg è emblematico: negli ultimi anni ha incontrato e solidarizzato con i rifugiati dell'Artsakh (Nagorno-Karabakh), ha contestato il baraccone e il greenwashing promosso dalla COP 29 a Baku e ha visitato e sostenuto i rifugiati saharawi. Il valore internazionalista e solidale di queste azioni è innegabile. E ciò, a grandi linee, vale anche per gli altri partecipanti alla Global Sumud Flotilla: attivisti, medici, volontari, militanti politici che da anni e anni sono protagonisti delle più disparate lotte e si sono spesso occupati dei conflitti più remoti.

Ergo, no, il supporto alla Palestina non è una battaglia “glamour”: è un nodo fondamentale nel tessuto dei crimini imperialisti. Un nodo che se sciolto può contribuire al rilancio di un’idea di mondo, di società e di rapporti internazionali completamente diversa.

È una "moda"? Al di là dei ragionevoli dubbi sulla credibilità di questa accusa e sulla sua razionalità, cosa si può rispondere? Magari. Magari tutto il proletariato si unisse scosso dalla tragedia palestinese. Magari la gioventù e tutti i popoli oppressi del mondo invadessero le strade delle città al grido di “Palestina libera”. Magari divenisse un fenomeno in voga il desiderio di rivalsa contro il sistema banditesco responsabile del sionismo, dello sfruttamento e della discriminazione in tutte le sue forme. Diventassero di moda il marxismo e l'anticapitalismo conseguente, dovremmo forse lamentarcene?

Alessio Ecoretti

La guerra di Israele

 


7 Febbraio 2023

English translation

I recenti fatti di Jenin dimostrano che il governo di estrema destra a guida Netanyahu è un atto di guerra dichiarata contro il popolo palestinese. Che tuttavia è privo più che mai di una direzione. La cosiddetta Autorità palestinese, da tempo incorporata all'occupazione sionista, è stata in larga parte esautorata dal nuovo corso di Netanyahu che ha dato mano libera ai coloni. La sua unica rivendicazione è quella di poter svolgere come in passato le proprie funzioni di polizia nei territori, a garanzia dell'ordine di Israele. Basti pensare che le ultime elezioni in Cisgiordania si sono tenute nel 2006. Hamas recita parole di fuoco contro il governo israeliano ma la sua vera preoccupazione è quella di mantenere il proprio controllo su Gaza su basi reazionarie e panislamiste. La retorica antisionista è solo copertura ideologica della propria autoconservazione.

Ma sotto la coltre dei vecchi apparati, la giovane generazione ribolle. In Cisgiordania vivono – si fa per dire – tre milioni di palestinesi. A Gaza due milioni. In Israele vivono due milioni di arabi su nove milioni di abitanti. A ciò si devono aggiungere i milioni di palestinesi della diaspora, quelli ammassati nella disperazione dei campi profughi di tutto il Medio Oriente. L'età media dei palestinesi è 21 anni, il 38% ha meno di 15 anni.

Questi dati descrivono l'enorme base di massa e il potenziale di energia di una rivoluzione palestinese. Senza direzione o con direzioni compromesse, la rabbia palestinese alimenta inevitabilmente il terrorismo contro i civili ebrei all'interno della stessa Israele. È la risposta impari e suicida al terrorismo sionista, quello dell'esercito e dei coloni, incomparabilmente superiore perché su basi di Stato. Il terrorismo disperato di un tredicenne non può nulla contro il terrorismo delle forze sioniste di occupazione. E finisce di fatto col rafforzarlo. E tuttavia rivela nel suo spontaneo primitivismo l'indisponibilità della giovane generazione palestinese a subire il tallone di ferro di Israele. Quando l'eroismo dei giovani palestinesi troverà una direzione politica rivoluzionaria, capace di unire gli oppressi e di dar loro un progetto, lo Stato sionista tremerà. E sarà l'inizio di una storia nuova in Medio Oriente.

L'illusione subalterna di “due popoli, due Stati”, nutrita per mezzo secolo dal riformismo internazionale, è ormai e da tempo definitivamente crollata. Solo la dissoluzione rivoluzionaria dello Stato sionista, solo una Palestina libera, laica, socialista, può garantire la pacifica convivenza della maggioranza araba e della minoranza ebraica. Una prospettiva inseparabile a sua volta dalla rivoluzione socialista nella regione araba e mediorientale.

Negli ultimi tredici anni grandi masse hanno preso la parola, in Tunisia, in Egitto, in Libia, in Siria, in Algeria, in Iraq, in Sudan e infine in Iran, dimostrando ovunque la propria forza e il proprio coraggio. Ma non hanno trovato una direzione all'altezza di quel coraggio. Da qui i ripetuti rovesci (Algeria, Iraq), la subordinazione a vecchie o nuove influenze imperialiste (Egitto, Libia, Siria), il tradimento delle speranze (Tunisia), la tenuta di tirannie dispotiche (Iran).

Non mancheranno nuove sollevazioni. Il problema centrale resta la loro direzione. Costruirla è il compito dei marxisti rivoluzionari, e non solo in Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

Rivoluzione e controrivoluzione a confronto in Sudan

“Rivoluzione! Vogliamo essere libere. Vogliamo cambiare il mondo”.
Con queste parole Alaa Salah, una studentessa sudanese di 22 anni, arringava ieri la massa a nuda voce dal tetto di una vecchia automobile a Khartum. Come in Algeria, il ruolo delle donne è centrale nella sollevazione popolare che da dicembre ha attraversato il Sudan e ha finito col travolgere il presidente al-Bashir.

Un'ampia area politica della sinistra campista internazionale, prevalentemente di estrazione stalinista, è giunta ad appoggiare il regime sudanese e persino ad esaltarlo come antimperialista. La sentenza di condanna di al-Bashir della Corte Penale Internazionale, unita all'appoggio di Russia e Cina, erano più che sufficienti a determinare la loro scelta di campo. Noi partiamo da un criterio di classe e dalla prospettiva della rivoluzione, in Sudan come ovunque. Non riconosciamo alcun diritto a una Corte Penale Internazionale che ha coperto i peggiori crimini dell'imperialismo e del sionismo, ma riconosciamo ogni diritto degli sfruttati a ribellarsi a regimi oppressivi. Per questo in Sudan come in Algeria siamo dalla parte della sollevazione popolare.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO UN REGIME REAZIONARIO 

Lo sfondo della ribellione di massa è la precipitazione della crisi sudanese nell'ultimo decennio. Come il regime di Bouteflika in Algeria, anche il regime sudanese aveva prosperato per lunghi anni grazie alla rendita petrolifera. Il crollo del prezzo, a ridosso della crisi capitalistica internazionale, ha destabilizzato le basi d'appoggio del regime. A ciò si aggiungeva la separazione del Sud Sudan da Khartum nel 2011, che privava il regime di al-Bashir dei maggiori giacimenti petroliferi, che reggevano il 75% delle esportazioni nazionali. L'indebitamento sempre maggiore presso il capitale finanziario è stata una conseguenza naturale. Da qui la crescente pressione usuraia dell'imperialismo sul Sudan. La sollevazione è nata da questa dinamica generale.

A novembre 2018 una delegazione del FMI si recava a Khartum per esigere la fine delle sovvenzioni pubbliche dei prodotti di prima necessità, a partire dalla farina, quale condizione preliminare per la concessione di nuovi crediti. Il regime, già indebitato per 50 miliardi di dollari, applicava le ricette vessatorie dell'imperialismo. Il prezzo del pane triplicò in pochi giorni, in un paese segnato da una inflazione annua del 70%. Da qui le prime manifestazioni in un crescendo di mobilitazione pressoché ininterrotta.

Accanto alla ragione sociale ha operato un fattore politico. Il regime instauratosi nel 1989 sotto la direzione del fronte islamista a guida al-Bashir incarnava una dittatura odiosa e dispotica, già protagonista nel giugno 2012 e nel settembre 2013 di repressioni sanguinose delle manifestazioni popolari. Il consenso del 95% (!) registrato alle ultime elezioni presidenziali del 2015 era espressione di metodi plebiscitari e di brogli clamorosi. In base alla Costituzione formale al-Bashir avrebbe dovuto essere al suo ultimo mandato, ma ad agosto il regime annunciò che il Presidente si sarebbe ricandidato nelle elezioni del 2020, una provocazione agli occhi di ampi settori sociali.

La ribellione deve dunque la sua dimensione e durata alla combinazione di questi fattori.


COMPOSIZIONE E DINAMICA DELLA RIVOLTA 

La mobilitazione non è iniziata nella capitale Khartum, ma nella provincia. In una città, Atbara, situata sulle rive del Nilo, cuore della vecchia tradizione del movimento socialista e comunista sudanese. Era la città delle grandi miniere del ferro, sede dell'antico sindacato operaio. La memoria di una tradizione classista ha avuto il suo peso indiretto nell'innesco della rivolta.

Tuttavia la rivolta di massa non ha avuto sinora un carattere prevalentemente classista, ma popolare. Sono confluiti in essa le masse diseredate della capitale e delle altre città (Porto Sudan, Dongola, Cassala, Gedaref, El Obeid, Nyala); la piccola borghesia urbana, a partire dalle libere professioni; la grande maggioranza degli studenti, in particolare universitari. In ognuno di questi settori sociali non è un caso che le donne abbiano svolto un ruolo portante. Il regime islamista era particolarmente reazionario proprio verso le donne, cui veniva proibito persino di indossare pantaloni o di viaggiare in auto senza presenza del marito. Un sistema vessatorio e grottesco, che contrastava oltretutto sempre più con la crescita del livello di istruzione della popolazione femminile, assai estesa nelle università. Le studentesse come Alaa Salah sono state sospinte alla testa della rivolta dalla radicalità della propria oppressione. La tunica bianca indossata da Alaa è l'abito tradizionale delle donne che lavorano, che già settanta anni fa marciavano così vestite contro le dittature militari.

La dinamica della mobilitazione ha conosciuto una radicalizzazione progressiva non solo in ampiezza ma anche nelle parole d'ordine. A dicembre le parole d'ordine delle manifestazioni era la richiesta della cancellazione degli aumenti. Nei primi mesi del nuovo anno la parola d'ordine centrale che assorbiva tutte le altre era direttamente politica: “Via al-Bashir!”.

Questo salto della politicizzazione del movimento è stato l'effetto naturale della repressione. Una repressione spietata. Il regime ha usato sistematicamente contro le manifestazioni popolari non solo la polizia regolare ma le milizie speciali controllate direttamente dal Presidente. Milizie composte dagli apparati di sicurezza (NISS), le stesse che nel 2013 avevano fatto oltre 200 morti. La storia di questi mesi ha visto decine di manifestanti assassinati, oltre 60, decine di migliaia di arresti, sparizioni, abusi, torture. Un calvario con cui il regime contava come in passato di liquidare la mobilitazione e ripristinare l'ordine. Si è sbagliato. Ciò che normalmente funziona, non funziona necessariamente davanti a una rivoluzione.


IL RUOLO CRUCIALE DELL'ESERCITO, TRA AL-BASHIR E LA RIVOLTA DI MASSA

È accaduto infatti per alcuni aspetti l'opposto. La pressione di massa è stata talmente dirompente da aprire una contraddizione verticale tra il clan presidenziale e l'esercito, con un processo parzialmente simile a quanto è accaduto in Algeria. Le gerarchie militari, al loro interno divise sulla propria relazione col regime, hanno compreso per tempo che la continuità e l'ampiezza della mobilitazione rendeva impraticabile, oltre una certa soglia, la via della repressione frontale, la quale avrebbe comportato un massacro infinitamente più grande che in passato, e che soprattutto avrebbe messo a rischio la stessa unità dell'esercito, sempre più contagiato nei suoi piani bassi dalla pressione popolare. Non a caso le manifestazioni di massa degli ultimi giorni di fronte al quartier generale dell'esercito sudanese a Khartum erano state protette dai soldati contro le provocazioni delle milizie presidenziali, al punto che un soldato è stato ucciso dalla polizia mentre difendeva i manifestanti. A questo punto le alte gerarchie militari hanno destituito al-Bashir con un proprio colpo di Stato al fine di salvare l'unità dell'esercito e dunque il proprio comando.

Per questa stessa ragione, la caduta di Bashir è al tempo stesso l'effetto della rivoluzione sudanese e l'inizio della controrivoluzione. La massa popolare saluta festante, e giustamente, la caduta di al-Bashir come propria vittoria, ma la destituzione militare del Presidente incombe come una minaccia contro le aspirazioni di quella stessa massa. Il primo comunicato della nuova giunta militare proclama il coprifuoco, cancella Parlamento e Costituzione, annuncia due anni di governo militare. È questo che chiedevano le masse in rivolta? La conclusione tragica della rivoluzione egiziana, finita tra le braccia dei militari di al-Sisi, non promette nulla di buono.

Ancora una volta, la questione della direzione politica del movimento si presenta come nodo cruciale della rivoluzione.


LA PICCOLA BORGHESIA ALLA DIREZIONE DEL MOVIMENTO 

La direzione del movimento di massa di questi mesi si è concentrata nelle mani della Associazione professionale sudanese (SPA), nata come sindacato alternativo del pubblico impiego (a fronte dei sindacati infeudati al regime) ma rapidamente trasformatasi in un raggruppamento civico guidato da professori universitari, medici, ingegneri, il cuore delle libere professioni della capitale. Un ambiente piccolo-borghese democratico-liberale da tempo ostile al regime. La SPA a sua volta si è collegata a tre grandi coalizioni politiche di opposizione, composte dal personale politico più eterogeneo, da ex ministri di al-Bashir caduti in disgrazia sino al Partito Comunista Sudanese, di estrazione stalinista, passando per borghesi liberal e islamici progressisti. La piccola borghesia democratica si trova insomma a capeggiare un grande fronte popolare che prende il nome di “Dichiarazione per la libertà e il cambiamento”: un fronte che nel suo stesso nome non va al di là del confine democratico-costituzionale. Il suo scopo è subordinare la ribellione di massa a un semplice cambio democratico. Ma c'è lo spazio politico e sociale di un semplice cambio democratico in Sudan? La domanda non è peregrina. Lo dimostra lo sviluppo degli avvenimenti in corso.

L'Associazione professionale sudanese nel nome della democrazia ha chiesto insistentemente alle gerarchie militari di destituire al-Bashir, lodando ed esaltando la loro responsabilità democratica e rivendicando un governo di transizione democratica composto da civili e militari. In altri termini la piccola borghesia democratica concepisce la rivoluzione in funzione delle proprie aspirazioni governative. Ma le gerarchie militari sudanesi, sino a ieri bastione del regime, possono essere salutate come garanti e guida della democrazia? È del tutto evidente che non può esserci democrazia e giustizia senza la rimozione (e punizione) dei responsabili di decenni di crimini contro i lavoratori, i giovani, le donne, e sicuramente il corpo degli alti ufficiali sudanesi è tra questi. Affidare il futuro della rivoluzione alle loro mani non è un tradimento delle stesse rivendicazioni democratiche?

Non solo. La rivoluzione sudanese ha posto sul tappeto questioni sociali gigantesche, ben al di là della soglia democratica. Il debito pubblico del Sudan verso le potenze imperialiste, vecchie e nuove, è ingente. Da un lato il FMI, dall'altro Russia e Cina, fedeli alleati di al-Bashir, pongono il Sudan sotto la tutela dei propri interessi di grandi creditori. La rivolta del pane è stata di fatto una rivolta contro le loro misure. Solo una rottura con l'imperialismo, a partire dalla cancellazione unilaterale del debito pubblico, può porre le basi per cancellare quelle vessazioni e riorganizzare il paese su basi nuove. Ciò che implica una soluzione anticapitalista. Ma le gerarchie militari sudanesi non romperanno mai con il Fondo Monetario Internazionale e il suo saccheggio, né lo farà la borghesia nazionale sudanese legata a doppio filo all'imperialismo. Solo il movimento dei lavoratori può perseguire questa soluzione. Solo un governo dei lavoratori, dei contadini poveri, delle masse diseredate del Sudan, può concretizzarla.


PER UNA DIREZIONE ALTERNATIVA DEL MOVIMENTO DI MASSA 

Manca oggi in Sudan un partito che si batta per questa prospettiva, e dunque per una egemonia alternativa tra le masse.

Il Partito Comunista Sudanese, fedele alla tradizione stalinista, ha una lunga storia. Fu il partito comunista più grande del Grande Medio Oriente arabo-musulmano, assieme al Partito Comunista Iracheno. Come quest'ultimo, pagò sulla propria pelle, in termini di repressione sanguinosa, la politica di subordinazione alla borghesia nazionalista promossa da Mosca. Il suo codice politico non si è modificato nel tempo. Il PC sudanese si è collocato all'opposizione di al-Bashir, ma con un profilo moderato, in cambio del riconoscimento legale. Nei mesi della sollevazione popolare ha avuto una presenza indubbia all'interno del movimento, incorrendo anche nella repressione del regime, ma la sua prospettiva strategica è (testualmente) “una alternativa popolare democratica che apra la strada per il completamento dei compiti della rivoluzione democratica”. Una formulazione che non solo non travalica la democrazia borghese, ma che è ipergradualista sullo stesso terreno democratico, al punto da accreditare indirettamente persino il regime di al-Bashir di una funzione “democratica” da “completare”. La sostanza è che il PC sudanese subordina l'avanguardia della classe lavoratrice e della gioventù all'alleanza con la borghesia nazionale sudanese, che a sua volta si subordina ai militari. Il risultato è che un'enorme sollevazione di massa è esposta ai rischi di una crisi di direzione. Come in Algeria, così in Sudan.

L'intero corso delle rivoluzioni arabe del 2010-2011 pone in evidenza questa legge fisica. Le masse sono capaci di esplosioni grandiose in grado di rovesciare regimi apparentemente eterni. Ma senza un partito rivoluzionario che riesca a prenderne la guida, le rivoluzioni più grandi sono destinate alla sconfitta. La rifondazione della Quarta Internazionale è in ultima analisi la migliore risposta al grido di libertà di Alaa Salah.
Partito Comunista dei Lavoratori