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Nessuna fiducia al governo Zelensky!

 


di Salvo Lo Galbo

BOLSCEVISMO E QUESTIONE NAZIONALE

Ma Chiang Kai-shek? Non dobbiamo farci illusioni su Chiang Kai-shek, sul suo partito o sull’intera classe dirigente cinese, così come Marx ed Engels non si facevano illusioni sulle classi dirigenti di Irlanda e Polonia. Chiang Kai-shek è il boia degli operai e dei contadini cinesi. Ma oggi è costretto, suo malgrado, a lottare contro il Giappone per ciò che resta dell’indipendenza della Cina. Domani potrebbe tradire di nuovo. È possibile. È probabile. È persino inevitabile. Ma oggi sta lottando. Solo i codardi, i mascalzoni o i completi imbecilli possono rifiutarsi di partecipare a questa lotta.

Erano i poco equivocabili termini con cui, nella lettera a Diego Rivera del settembre 1937, Trotskij tumulava chi equiparava la guerra difensiva di Chiang Kai-shek alla guerra offensiva dell’imperatore giapponese Hiroito contro la Cina. A dimostrazione che gli effetti della storia non cambiano finché rimane identica la causa, e cioè il capitalismo entrato nel suo stadio supremo, questi aggettivi restano perfettamente calzanti nel 2026. Nei Travaglio, nei Santoro, negli Orsini e dintorni abbiamo ancora i codardi piccolo-borghesi, giardinieri del tranquillo orto italico, angosciati dagli urti della Storia, perfettamente capaci di distinguere un aggressore da un aggredito ma che, con fermezza commisurata a tale consapevolezza, allontanano la causa ucraina come un parente lebbroso che rischia di contagiare tutti, portando la guerra in casa di chi ne evoca, come il numero della bestia, anche solo il nome. È del resto impossibile sviscerare la questione, da liberali, democraticisti e persino giustizialisti quali sono tali figuri, senza arrivare a riconoscere la giustezza della resistenza ucraina. Il che pone su una china logica perniciosa: se riconosci la ragione ucraina, riconosci il torto russo. Se condanni la Russia, devi sostenere la NATO (neanche volendo questi personaggi saprebbero puntare su una fuoriuscita operaia e socialista dal dramma bellico, tenendo fuori la NATO). Se cominci a reggere la falce alla NATO sull’Ucraina, contribuirai a un possibile scenario di allargamento della spirale fino al tuo placido orticello. Meglio, con un fare che ha dello scaramantico, dare in partenza tutta la ragione a Putin, evitando complicazioni da conseguenze logiche di un posizionamento anche vagamente solidale con la povera Ucraina. Abbiamo poi ancora i mascalzoni, cioè chi scientemente si offre all’altro imperialismo, i trucidi campisti. E, incredibile ma vero, l’evoluzione politica non ha ancora portato alla estinzione di tutti quegli imbecilli che vanno dai grezzi economicisti in giù. Per il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista, non esiste alcun dubbio sul diritto dell’Ucraina a difendersi dall’invasione.

LA VERITÀ SU ZELENSKY

Zelensky non è responsabile dell’inizio dell’invasione, come salmodia il campismo per poter affermare infine che Putin stia liberando l’Ucraina da un pazzo guerrafondaio «nazista».

Volodymyr Zelensky viene eletto presidente dell’Ucraina nell’aprile 2019, ottenendo una vittoria schiacciante al ballottaggio con oltre il 73% dei voti contro il presidente uscente Petro Poroshenko. Il nome del partito di Zelensky, Servitore del Popolo (Sluha Narodu), riprende il titolo della serie televisiva in cui egli, in veste d’attore, interpretava il ruolo di un insegnante di storia che, inaspettatamente, diventa presidente dell’Ucraina. Nato come emanazione diretta del movimento mediatico creato dallo stesso Zelensky, il profilo identitario del partito sorge all’insegna di un populismo centrista che ha cercato di intercettare il malessere trasversale della società ucraina verso la vecchia guardia politica.

Per genesi e per l’ossimorica sostanza da «liberalismo sociale» è un fenomeno molto vicino all’italiano Movimento Cinque Stelle. Il partito si definisce populista, non di destra e non di sinistra. La sua origine è legata alla lotta contro la corruzione e l’oligarchia, temi centrali anche nella omonima serie televisiva. Non stupisce che inizialmente vi si guardasse come a un movimento addirittura più filorusso che europeista. Le simpatie internazionali fungevano da elemento “identitario” nella contrapposizione elettorale tra Zelensky da un lato e dall’altro Poroshenko che aveva governato per cinque anni quale principale direttore di un allineamento dell’Ucraina con la NATO e l’Unione Europea. L’ascesa del Blocco Petro Poroshenko «Solidarietà» (Blok Petra Poroshenka «Solidarnist» – BPP), il partito di Poroshenko, avveniva proprio in seguito alla crisi scatenata dagli eventi di Euromaidan (fine 2013 e inizio 2014), che portarono alla fuga del presidente filorusso Viktor Yanukovych.

L’AMBIGUITÀ FILORUSSA DEL PRIMO ZELENSKY

Servitore del popolo di Zelensky segue la parabola pressoché obbligata di tutti i soggetti «antisistema» che, presentandosi come rottura dal seminato dei governi precedenti additato quale matrice d’ogni male, strizzano l’occhio ad altri potentati, tratteggiati come «alternativi», perché, da partiti borghesi, l’alternativa non possono trovarla nel socialismo. Zelensky è un madrelingua russo, originario di Kryvyi Rih, una città industriale dell’Ucraina orientale a forte maggioranza russofona. Negli anni della presidenza Poroshenko (2014-2019), lo Stato ucraino aveva imposto una rigida legislazione per «ucrainizzare» la sfera pubblica, i media e l’istruzione con lo slogan Armiya, Mova, Vira (Esercito, Lingua, Fede). Durante la campagna del 2019, Zelensky assunse una posizione molto più sfumata e critica verso le leggi punitive sulla lingua. Sosteneva che bisognasse tutelare il russo e le minoranze linguistiche, evitando imposizioni autoritarie. Per i nazionalisti e per i falchi atlantisti, rifiutarsi di fare della discriminazione linguistica un dogma statale equivaleva a un «ammiccamento» al mondo russo. Ma il punto più forte della propaganda di Poroshenko contro Zelensky fu l’accusa di essere un «capitolazionista» disposto a scendere a patti con Putin. Zelensky aveva dichiarato pubblicamente che, per fermare la guerra in Donbass, bisognava «parlare con Putin» e scendere a compromessi, affermando che la guerra si poteva chiudere solo negoziando direttamente. In una intervista che rimase celebre arrivò a dire che bastava «smettere di sparare» per avviare la tregua, frase che i suoi detrattori valutarono come una colpevole sottovalutazione dell’aggressività russa e una premeditazione di resa. I sostenitori di Poroshenko dipingevano Zelensky come un burattino inesperto che, non avendo una linea di scontro ideologico intransigente con Mosca, avrebbe consegnato l’Ucraina all’influenza del Cremlino. Prima di entrare in politica, la fortuna economica e professionale di Zelensky era legata a filo doppio al mercato dello spettacolo russo. La sua casa di produzione, la Kvartal 95, produceva show televisivi, film e serie comiche che venivano regolarmente venduti, trasmessi e distribuiti in Russia, fruttandogli milioni di dollari di guadagni e diritti d’autore. Durante la campagna elettorale del 2019, i canali di informazione vicini a Poroshenko scavarono nel passato economico dell’ex attore, accusandolo di possedere ancora beni e società registrate nella Federazione Russa e di aver continuato a fare affari con Mosca anche dopo l’annessione della Crimea nel 2014, elemento brandito dai suoi avversari per marchiarlo come personaggio compromesso col nemico. Anche sul fronte dei poteri forti, Zelensky veniva contrapposto a Poroshenko che era l’oligarca al potere. Zelensky era sostenuto mediaticamente dal canale televisivo 1+1, di proprietà di Ihor Kolomoisky, uno degli oligarchi ucraini più potenti e discussi, all’epoca in forte polemica con lo Stato per il controllo della banca nazionalizzata PrivatBank. I critici occidentali e atlantisti temevano che la vittoria di Zelensky non fosse una vera rottura con il sistema oligarchico, ma il cavallo di Troia attraverso cui oligarchi ambigui (con forti interessi economici legati anche all’area post-sovietica e ai capitali in fuga) potessero riprendere il controllo del paese, sabotando le riforme dettate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla NATO.

Ma sospetti e posture disallineate durano fino a quando i parvenu non si istituzionalizzano, assumendo la responsabilità della vigilanza delle stabilità economiche e politiche del proprio paese. Così, esattamente come avviene coi populisti nostrani, lo Zelensky di governo si spogliava di ogni moroteismo e si attestava rapidamente su posizioni di atlantismo ed europeismo.

Rimane ad ogni modo indicativo che proprio quel popolo ucraino che la vulgata campista dipinge come un blocco ascaro innamorato della NATO e delle sue vocazioni bancocratiche e belliciste, abbia di fatto votato in massa un candidato che al tempo veniva guardato dai circoli atlantisti come un inaffidabile ircocervo dalle sfumature russofile. Votando Zelensky, il popolo ucraino esprimeva proprio l’opposto di un’adesione entusiastica alla linea atlantica: una radicale sfiducia che travolgeva il dichiarato e sperimentato templare dell’atlantismo Poroshenko il quale aveva fatto della subordinazione alla NATO una religione di Stato attraverso la quale contraffare il fallimento delle sue politiche predatorie e assassine. Quella di Poroshenko (2014) fu una guerra terribilmente reazionaria contro i diritti linguistici delle comunità russofone e le repubbliche di Donetsk e Lugansk. La difesa di quelle repubbliche nel nome dell’autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, pur nella denuncia della natura rossobruna dei loro governi e del ruolo dell’imperialismo russo, era infatti una politica leninista elementare. Oggi che le popolazioni del Donbass sono ostaggio della guerra di Putin contro l’intera Ucraina, l’autodeterminazione del Donbass resta un diritto negato – non soddisfatto o corroborato – dall’occupazione militare russa. Autodeterminazione e annessione sono incompatibili: sostenere la guerra di Mosca significa negare due autodeterminazioni in una volta, quella dell’Ucraina e quella del Donbass. Gli elettori ucraini non davano un mandato né per la NATO né per una sfida alla Russia in nessuna forma ma, al contrario, esprimevano il desiderio di finirla con un establishment che del contrasto alle ingerenze russe (certo esistenti) faceva paravento per il dissesto dell’economia del paese.

UN POPULISTA LIBERALE

Sono tante le analogie tra lo «zelenskismo» e il nostro grillismo. L’asse portante del programma di Zelensky era la lotta alla corruzione con proposte che includevano l’ergastolo per i reati più gravi. L’immancabile richiamo alla democrazia diretta con il ricorso a frequenti referendum per decisioni di rilevanza nazionale. L’orientamento verso il liberismo economico, con l’obiettivo di ridurre il peso dello Stato e favorire il libero mercato per attrarre investimenti stranieri e favorire l’aumento di posti di lavoro. L’impegno per la «de-occupazione» dei territori di Crimea e Donbass, presidi simbolo del governo precedente. Assenza di estremismi ideologici (altro che nazismo!), elemento che guadagnava a Zelensky un consenso di massa e interclassista, proprio perché scelse di evitare di cavalcare le istanze della destra radicale, pesantemente sconfitta alle elezioni del 2019 (altro che ucraini «nazisti»!). Si trattava di un partito che, in definitiva, si candidava a sintetizzare la promessa di pulizia morale contro il sistema oligarchico figlio di politiche filoatlantiche e, contraddittoriamente, le aspirazioni della classe media ucraina verso un’Europa di quieto vivere liberale.

LA PARALISI DI UNA RESISTENZA A DIREZIONE BORGHESE

Lo Zelensky pre-invasione (2019 – 2022) era tutto l’opposto del leader guerrafondaio che dipinge la retorica campista e putiniana. E proprio in quanto costruì il profilo programmatico del suo partito in antitesi al bellicista e iperatlantista Poroshenko riscosse un successo massivo. Zelensky, dunque, non partì allora e non è finito oggi come il provocatore né come lo scatenatore di un conflitto su larga scala. Sicuramente, è invece il responsabile della attuale, drammatica paralisi della guerra russa all’Ucraina. Non perché, come postula l’altrotskista Partito Comunista Rivoluzionario, l’Ucraina dovrebbe arrendersi quale unica via per porre fine allo spargimento di sangue. Ma per il motivo tutto opposto e cioè perché, per la sua propria natura di classe, il governo di Kiev non può armare adeguatamente il popolo ucraino, timoroso delle masse armate più di quanto lo sia dell’invasore.

Dall’inizio della guerra, Zelensky ha vincolato il destino dell’Ucraina esclusivamente alla tenuta dell’alleanza NATO e agli umori, peraltro altalenanti, del Congresso statunitense. Una scelta di classe. La borghesia ucraina non cerca la mobilitazione generale delle risorse sociali e umane del paese, perché ciò richiederebbe una rottura con il capitale transnazionale e una redistribuzione della ricchezza che essa non è disposta a concedere. In ultimo, ma non per importanza, si potrebbe dire che la borghesia ucraina conosce la trascrescenza leniniana e la legge della rivoluzione permanente molto meglio dei «comunisti» italiani. Essa sa bene che, dotandosi di armi e di esperienza di maturazione politica che passano dai contatti con i partiti di classe, con i sindacati, con le associazioni della sinistra anticapitalista, implementando insomma tutto quanto compone un fisiologico processo di insorgenza popolare, il proletariato prenderebbe la testa degli eventi, le masse caccerebbero l’invasore per poi cacciare le classi dominanti nazionali e giungere a sbocchi di alternativa rivoluzionaria.

IL DISIMPEGNO DELL’IMPERIALISMO STATUNITENSE E L’UMILIAZIONE DI ZELENSKY

Quando una borghesia subalterna (quella di una nazione in via di sviluppo o periferica) affida la propria sopravvivenza al grande capitale imperialista, essa infila la testa nella trappola. Il disimpegno di tasselli dominanti dell’imperialismo occidentale (Trump e l’umiliazione pubblica verso il presidente ucraino, col contestuale invito a Putin nel porto franco dell’Alaska, onde sottrarlo a incidenti diplomatici in quanto pende sul neozar un mandato d’arresto internazionale, dove annuncia una stagione di intesa e reciprocità col nuovo amico), trasforma Zelensky in leader umiliato e politicamente sospeso. Così gli USA scaricano l’Ucraina e su questa patetica scena cala il sipario di una linea di difesa che si esaurisce in larga misura nel soccorso economico e distributivo offerto dall’imperialismo occidentale.

IL LOGORAMENTO SOCIALE

Il morale delle truppe è tra i fattori decisivi di ogni guerra. Oggi la popolazione ucraina è minata da una inevitabile stanchezza e scarsa tenuta morale. Il che non significa, per inciso, che il popolo sarebbe disposto ad arrendersi a Putin purché «termini questa guerra» e che, come viene inventato in certi ambienti, le masse ucraine abbiano individuato in Zelensky, che continua la difesa, un nemico ancora più grande di Putin che continua l’aggressione. Questo no, nel modo più assoluto. Ma la demoralizzazione esiste ed è principalmente il frutto di anni di politiche economiche antisociali. Zelensky non ha attuato nessuna politica nell’interesse delle classi subalterne eccetto, collateralmente, una resistenza condotta però, ed è questo il punto, alla maniera borghese. Il suo governo ha approvato provvedimenti che hanno sventrato le tutele del lavoro in tempo di guerra:

  1. La riforma del Codice del Lavoro: il governo ha sospeso gran parte delle norme sul lavoro per le piccole e medie imprese, facilitando licenziamenti arbitrari e la deregolamentazione dei salari.
  2. Attacco alla sinistra: la messa fuori legge di vari partiti di sinistra, seppure stalinisti filorussi, e l’ulteriore limitazione degli spazi di agibilità per i sindacati indipendenti non hanno aiutato a creare un movimento popolare, una democrazia dibattimentale, un fronte unico nazionale. Al contrario, hanno mostrato che, sotto la borghesia, la guerra viene usata a pretesto per consolidare un ordine di classe repressivo.
  3. Mentre i resistenti morivano al fronte, il governo ha accelerato piani di privatizzazione che hanno favorito i capitalisti anziché nazionalizzare i settori strategici per sostenere lo sforzo bellico.

Senza una politica economica di sostegno ai lavoratori (salari dignitosi, nazionalizzazione delle fabbriche, diritti democratici), il legame tra governo e masse è meramente burocratico. L’entusiasmo popolare della resistenza viene fiaccato perché i lavoratori ucraini sentono non solo l’inimicizia con l’invasore, ma anche l’inimicizia sociale all’interno del proprio schieramento. Prive di possibilità di organizzare politicamente, militarmente, economicamente questo sentimento di inimicizia sociale proprio a causa delle politiche repressive e antioperaie che la borghesia ucraina continua a perseguire internamente alla nazione, le masse approdano solo a un inaridimento, a un logoramento, a uno sconcerto che non porta a nulla o porta al peggio.

In questo quadro, il Donbass è una ferita aperta. I bombardamenti di Kiev dal 2014 hanno creato una frattura profonda tra la popolazione locale e il centro. La debolezza cronica della sinistra di classe ucraina ha impedito che si formasse un’alternativa popolare in grado di dialogare con le masse di quelle regioni, lasciandole in balia della propaganda russa e dell’occupazione. Sebbene il malcontento verso Putin sia crescente anche tra chi subisce l’occupazione, la popolazione dell’ucraina orientale non trova un punto di riferimento politico. Il ritardo, per questi motivi, di un progetto di «Ucraina dei lavoratori» che possa offrire un’alternativa tanto al capitalismo filo-occidentale quanto all’imperialismo russo è tra le cause principali della continuazione della guerra e della mancata sconfitta dell’esercito russo dopo cinque anni di combattimenti.

IL COMPITO DEI RIVOLUZIONARI

La tragedia ucraina è la riprova che la borghesia nazionale, in un mondo globalizzato e polarizzato, è un attore debole, impastoiata persino nella difesa della propria esistenza. Come in Palestina, dove Hamas ha accettato compromessi che di fatto legittimano l’occupazione israeliana pur di sopravvivere come impotente entità politica, anche i partiti della borghesia ucraina oscillano tra salvare il salvabile e l’arretramento su ciò che diventa non più salvabile. La borghesia non combatte per i diritti dei popoli né per valori universali; combatte per il mercato. Se in una determinata lotta il mercato perde più che guadagnare, gradualmente una borghesia lascia campo all’altra. Nella lotta per la difesa nazionale da una aggressione imperialista, la politica leninista è sempre stata quella dell’indipendenza programmatica di classe: fronte militare nazionale per rafforzare la difesa, ma nessun fronte popolare di tipo staliniano, cioè nessuna collaborazione di classe, nessuna subalternità né condivisione programmatica con la borghesia, nessun sostegno politico ai tanti «servitori del popolo» che, tra popolo e padroni, hanno già deciso chi servire davvero, perfezionando ogni giorno la sconfitta del proprio paese, inteso come il 90% dei suoi abitanti, i salariati.

Contemporaneamente e senza nessuna contraddizione con la sfiducia a Zelensky, siamo per la lotta intransigente contro il redivivo imperialismo russo, parto mostruoso di una ex RSFSR ormai tarlata di faccendieri, mafiosi e sfegatati restauratori.

La vittoria ucraina sarà possibile solo se il popolo si riapproprierà della guida della propria nazione, togliendo la direzione alla borghesia e ponendo la resistenza su base rivoluzionaria. È il difficile compito che ricade più direttamente sulle organizzazioni del movimento operaio ucraino, alle quali i partiti della LIS non fanno mancare la collaborazione, tentando di riavviare una sinistra rivoluzionaria nei rispettivi paesi, in un processo di affermazione egemonica di una linea rivoluzionaria, con ogni azione determinante che allora potrà seguirne. Così come facciamo in Russia perché i rivoluzionari conquistino la testa del crescente malcontento popolare e sabotino la guerra là dove parte.

Sostituendo gli attori della lettera di Trotskij con gli attori in campo nella guerra russo-ucraina, concludiamo: ma Zelensky può garantire la vittoria? Non crediamo. Con lui, tuttavia, è iniziata la guerra e lui oggi la dirige. Per poterlo sostituire è necessario acquisire un’influenza decisiva tra il proletariato e nell’esercito, e per fare ciò è necessario non rimanere sospesi a mezz’aria, ma partecipare. Dobbiamo conquistare influenza e prestigio nella lotta militare contro l’invasione straniera e nella lotta politica contro le debolezze, le mancanze e i tradimenti interni. A un certo punto, che non possiamo stabilire in anticipo, questa opposizione politica può e deve trasformarsi in conflitto armato poiché la guerra civile, come la guerra in generale, non è altro che la continuazione della lotta politica. Gli impostori campisti o gli imbecilli economicisti cercano di ironizzare su questa «riserva». «Il PCL», dicono, «vuole servire Zelensky nei fatti e il proletariato a parole». Partecipare attivamente e consapevolmente alla guerra non significa «servire Zelensky», ma servire l’indipendenza di un paese dipendente nonostante Zelensky. E la propaganda della sinistra rivoluzionaria ucraina rivolta contro Zelensky è il mezzo per educare le masse al rovesciamento di Zelensky. Partecipare alla lotta militare agli ordini di Zelensky, poiché purtroppo è lui ad avere il comando nella guerra d’indipendenza, per preparare politicamente il rovesciamento di Zelensky. Questa è l’unica politica rivoluzionaria. Riformisti, economicisti, anarchici, campisti, semicampisti e criptocampisti contrappongono la politica della «lotta di classe» a questa politica «nazionalista e social-patriottica». Lenin ha combattuto questa contrapposizione astratta e sterile per tutta la vita. Per lui, gli interessi del proletariato mondiale imponevano il dovere di aiutare i popoli oppressi nella loro lotta nazionale e patriottica contro l’imperialismo. Coloro che non lo avessero ancora compreso, a più di un secolo dalla Grande Guerra e dalla Rivoluzione d’Ottobre, dovrebbero essere respinti senza pietà dall’avanguardia rivoluzionaria come i peggiori nemici interni.



In opposizione politica a Zelensky ma in difesa incondizionata dell’Ucraina

 


Contro il cinismo demenziale delle posizioni campiste. Contro ogni logica “due pesi e due misure”

Partito Comunista dei Lavoratori

English version

Mentre le città ucraine sono sventrate dai missili balistici dell’imperialismo russo, senza disporre di difesa nei cieli, le invettive campiste contro il cosiddetto “regime nazista di Kiev” risultano sempre più nauseabonde. Come sa chiunque conosca le posizioni del nostro partito, non diamo alcun appoggio politico al governo borghese di Zelensky, ci opponiamo alle sue politiche antioperaie, denunciamo la svendita agli imperialismi d’Occidente di beni, terreni, materie prime del popolo ucraino. Ma ci opponiamo a Zelensky dal punto di vista delle ragioni della classe operaia e della gioventù ucraine, non da quello dei bombardieri russi, delle truppe di occupazione putiniane e della loro propaganda imperialista. Parlare di un “regime nazista” in Ucraina significa esattamente far propria la propaganda di guerra degli invasori. E anche offendere la logica più elementare. Almeno per chi non sia accecato da chili di prosciutto sugli occhi.

Facciamo qualche esempio per farci capire anche dai più duri di comprendonio.

Abbiamo tutti osservato sui teleschermi di mezzo mondo le grandi manifestazioni di giovani che hanno attraversato le città ucraine, a partire dalla capitale, per protestare contro la destituzione del ministro della Difesa Fedorov. Manifestazioni protrattesi per settimane, che hanno replicato in forma persino più estesa quelle di un anno fa contro la corruzione. Manifestazioni tenutesi in un paese in guerra, sottoposto a bombardamenti quotidiani. Bene. Sarebbe mai possibile immaginare un regime nazista che consente manifestazioni di massa di contestazione del governo, per di più in tempo di guerra? È evidente che no, perché anche i bimbi delle scuole elementari sanno che un regime nazista è tale perché sopprime e reprime ogni libera manifestazione.

Peraltro per vietare e reprimere il diritto di manifestare non è necessario essere nazisti. È più che sufficiente un regime bonapartista reazionario, come quello di Putin, che infatti non solo impedisce ogni manifestazione, ma condanna ad anni di galera chi osi semplicemente parlare di «guerra» in Ucraina. Oppure è sufficiente essere la normale democrazia borghese dell’imperialismo tedesco, che vieta ogni manifestazione pro Palestina. Per non parlare del regime trumpiano negli USA, che ammazza manifestanti per strada grazie alle nuove milizie presidenziali. E si potrebbe continuare a lungo.

Invece no, sarebbe il governo Zelensky l’incarnazione del nazismo, e il governo arcireazionario russo quello della liberazione dal nazismo. Ma si può sostenere una tesi così demenziale? E non si butti la palla in tribuna citando il battaglione Azov, perché sarebbe come dire che in Italia c’è da decenni un regime fascista per via dell’esistenza della Folgore e di generali alla Vannacci.

La verità è che presentare il governo borghese di Zelensky come nazista non solo è capitolare alla propaganda russa ma è abbellire la rappresentazione del nazismo, attribuendogli un insospettabile lato liberale. Folle.

Ma c’è di più. La stampa campista (Il Fatto Quotidiano e compagnia) ha gongolato per le manifestazioni giovanili rappresentandole come una richiesta di resa dell’Ucraina. Più precisamente, come domanda di “pace” attraverso la resa. Ma chiunque sia dotato di un quoziente di intelligenza normale capisce l’esatto opposto. L’appoggio al ministro della Difesa da parte di masse di giovani era ed è la difesa del ministro che ai loro occhi è stato maggiormente capace di difendere l’Ucraina dall’aggressione russa, grazie all’innovazione tecnologica dei droni, fabbricati in Ucraina, con cui è possibile colpire in profondità le raffinerie russe, principale fonte di finanziamento della guerra imperialista di Mosca. Si può non capirlo? Ovviamente una guerra di difesa così impostata può anche in certa misura ridurre le perdite ucraine al fronte, e questa è sicuramente una ragione per cui i giovani la sostengono. Ma la sostengono in ogni caso proprio nel nome del diritto sacrosanto dell’Ucraina di difendersi dai bombardamenti russi con tutti i mezzi disponibili. Esattamente il diritto che i campisti negano all’Ucraina nel nome della “pace” e nell’“interesse degli ucraini”. Ciò che aggiunge al loro cinismo l’ipocrisia più rivoltante.

In Italia c’è una sola organizzazione della sinistra politica che, in opposizione a Zelensky, difende l’Ucraina dall’imperialismo russo. Così come, in opposizione al regime clerico-fascista (quello sì) iraniano, difende incondizionatamente l’Iran dai bombardamenti dell’imperialismo americano e sionista. È il Partito Comunista dei Lavoratori. Noi non facciamo due pesi e due misure. Abbiamo la schiena dritta e non ci facciamo intimidire. Sin dai tempi in cui, soli a sinistra, abbiamo difeso il diritto di resistenza dell’Iraq dalle truppe di occupazione, anche italiane, mentre le sinistre cosiddette radicali si voltavano dall’altra parte.

Per questo sosteniamo la carovana di solidarietà internazionalista con l’Ucraina, come abbiamo sostenuto ogni solidarietà con la Palestina e la Flotilla. Al fianco dei nostri compagni della Lega Socialista Ucraina.

A 4 anni dall'invasione imperialista della Russia nei confronti dell'Ucraina - Video di Marco Ferrando

 


Quattro anni dopo l’invasione, ribadiamo che questa guerra è un’aggressione imperialista nella sua piena accezione, al di là di ogni retorica di “denazificazione”.


Putin ha provato a giustificare l’aggressione con la narrativa secondo cui l’Ucraina sarebbe stata “creata” dai bolscevichi e non esisterebbe come nazione autonoma, un modo per negare il diritto all’autodeterminazione e ridurre i popoli a pedine storiche . Contro questo imperialismo, riconosciamo il diritto alla resistenza di chi difende la propria terra, la propria lingua, la propria vita. I lavoratori ucraini e i marxisti rivoluzionari ucraini, come i nostri compagni della Lega Socialista Ucraina e del sindacato Zakhyst Pratsi non combattono solo contro l’aggressione imperialista russa, ma anche contro un governo neoliberale e reazionario che reprime diritti sociali. Né con gli oligarchi di Mosca né con quelli di Kiev: dalla parte dei lavoratori di entrambe le sponde del fronte. Solidarietà internazionale: potere alla classe lavoratrice, per un’Ucraina rossa e socialista. Che le macerie diventino scuola di internazionalismo, non carburante per nuovi imperi. La pace autentica nasce dal ritiro delle truppe e dal potere dei lavoratori sui mezzi di produzione.
Resistenza, autodeterminazione dei popoli, lotta contro tutti gli imperialismi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Putin benedice il governo siriano e il massacro dei curdi

 


Per i campisti un’altra dura lezione dei fatti

Il nuovo capo della Siria, l’ex jihadista Al-Jolani, oggi impegnato nel massacro dei curdi del Rojava, non è solo un beniamino del governo reazionario di Erdoğan, e un interlocutore di primo piano di Donald Trump e dell’imperialismo USA. È anche nelle grazie di Vladimir Putin e dell’imperialismo russo, con tanto di reciproci riconoscimenti. Lo rivela l’incontro fra Putin e Al-Jolani, accolto al Cremlino con tutti gli onori.

«La Russia svolge un ruolo storico nel raggiungimento dell’unità e nella stabilizzazione della situazione non solo in Siria ma anche nell’intera regione» ha dichiarato Al Jolani. «Vorrei congratularmi con lei per il fatto che questo processo sta guadagnando forza» ha ricambiato Putin.

Lo scambio è tutt’altro che insignificante. Al-Jolani cerca la copertura di Putin per la propria offensiva contro i curdi nel nord-est siriano, dopo aver incassato il via libera degli americani. Putin offre ad Al-Jolani la copertura richiesta in cambio di garanzie per le basi militari russe rimaste in Siria, a Latakia e Tartus, le uniche basi russe affacciate sul Mediterraneo, e dunque di valenza strategica per la Russia.

Non è un caso che la Russia nei giorni scorsi abbia abbandonato la propria base militare di al-Qamishli nell’area controllata dai curdi: un esplicito semaforo verde per le truppe siriane e la loro mattanza. In cambio, la Russia ha ottenuto il mantenimento di una propria presenza in Siria: una sorta di compensazione, sia pure molto parziale, dello smacco subito con la caduta di Assad.

Per gli imperialismi, vecchi e nuovi, i popoli oppressi sono solo merci di scambio nei loro cinici negoziati. La realtà dei fatti assegna un nuovo colpo alle fantasie demenziali dei campisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Palestina, Sudan, Congo, Yemen e benaltrismo

 


Reazionari più o meno dichiarati, liberali eternamente a caccia di una mitologica posizione super partes, socialdemocratici terrorizzati all’idea di essere scambiati per “estremisti”, qualunquisti dalla lingua lunga e cialtroni d’ogni specie: da anni ci propinano castronerie tanto abominevoli che non ci siamo fatti mancare pressoché nulla in fatto di chiacchiere revisioniste, giustificazioniste e negazioniste.


Una delle forme più deleterie e insidiose assunte da queste assurdità rivolte contro il movimento per la liberazione della Palestina è il benaltrismo - spesso annunciato da una solerte alzata di mani e dal fatidico annuncio “io sono d’accordo con l’obiettivo della protesta, ma”, che prelude inevitabilmente futili argomentazioni il cui scopo è normalizzare la strage di massa e il colonialismo criminale in Palestina. Perché se si è d’accordo nel condannare un genocidio, non si dovrebbe percepire la necessità di citarne un altro paio con la manifesta intenzione di portare la discussione fuori strada.

Ed ecco che stanno prendendo piede i lamentevoli “ma due scioperi per la Palestina in dieci giorni sono troppi”, come se l’atroce attacco alla dignità umana che sta avvenendo in Palestina valesse meno di un paio di giornate di mobilitazione generale. Solitamente viene in coppia con l’immancabile “perché non si sciopera per il prezzo degli alimenti, per i costi dell’energia, per i diritti dei lavoratori, per la sanità?” e via discorrendo.

Al di là della povertà logica intrinseca di queste assunzioni - basti ricordare che la maggior parte degli scioperi locali e nazionali degli ultimi vent’anni riguardavano proprio il lavoro, la sanità e i diritti sociali - va chiarito che queste rivendicazioni non sono e non devono essere affatto alternative alla lotta per la Palestina, ma sono complementari. Proprio sfruttando la forza e lo slancio delle ampie mobilitazioni per l’autodeterminazione dei palestinesi e contro i crimini del colonialismo sionista si può sviluppare un discorso più vasto, capace di includere anche la liberazione del proletariato di questo e altri Paesi.

Unire la lotta per la Palestina a quella contro i governi borghesi complici del sionismo – come il governo Meloni, giustamente nel mirino delle manifestazioni delle ultime settimane – valorizzerebbe tutte le battaglie progressiste del momento. La caduta di un governo reazionario come quello italiano potrebbe rappresentare una grande opportunità storica: spezzare l’asse di sostegno europeo a Israele e creare nuove opportunità e spazi per rilanciare altre cause e mobilitazioni.

Ma lo slogan più infame, più ipocrita, che cerca di colpire direttamente la coscienza sociale di chi scende in piazza, è quello che prende in causa il Congo, il Sudan e lo Yemen. Un profluvio di “E allora il Congo? Da lì vengono i vostri telefonini!”.

La prima domanda che sorge spontanea è: cosa diavolo hanno mai fatto questi individui per il Congo, lo Yemen e il Sudan? Niente. E per gli altri conflitti nel mondo? Hanno forse levato la loro voce quando il Nagorno-Karabakh è stato invaso dal regime cripto-fascista dell’Azerbaigian? Hanno denunciato il massacro del popolo del Tigray? Si sono preoccupati delle lotte dei nativi delle Americhe, dell’Australia o della Nuova Zelanda? Hanno mai espresso solidarietà al Kashmir martoriato? Le probabilità che se ne siano occupati sono prossime allo zero: chiacchiere, senza nemmeno il distintivo.

Chi scrive ha visto, non a caso, per la prima volta sventolare i vessilli del Congo, del Sudan, dello Yemen e di altri popoli proprio nelle recenti manifestazioni. Ed è naturale, perché il movimento per la Palestina - almeno nella sua parte più cosciente - è sinceramente internazionalista e ricettivo alle istanze di autodeterminazione dei popoli del mondo. Quindi, anziché lagnarsi che non ci si occupa abbastanza di queste cause, sarebbe il caso di portarle nel movimento internazionale per la Palestina (come già alcune realtà fanno), per contribuire a cementificare il suo spirito anticolonialista ed estendere la lotta internazionale allo sfruttamento capitalista. Ma ovviamente è più comodo usarle come paravento per schermare la propria inerzia, per squalificare ignobilmente un popolo in lotta contro il suo annientamento e per autoassolversi. Ma ciò che conta ancora di più è la connessione che queste lotte hanno con quella palestinese. Perché i crimini del sionismo si estendono si limitano al Medio Oriente. Il Sudan, per esempio, è uno dei Paesi arabi (in realtà, almeno il 30% della popolazione appartiene a diverse nazionalità minorizzate presenti in regioni come il Darfur) che, con la mediazione degli Stati Uniti, ha normalizzato i propri rapporti con Israele nel 2020, ottenendo in cambio di essere depennato dalla lista statunitense dei Paesi che “sponsorizzano il terrorismo” (ci sono comunque dei discutibili precedenti: dal 2005 afferma la legittimità dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale).

Le forze paramilitari arabe e reazionarie sudanesi (le Rapid Support Forces, composte perlopiù dai fanatici criminali Janjawid) sono responsabili della strage sistematica di appartenenti a minoranze come i Masalit, gli Zaghawa e i Fur, di crimini contro i migranti ammassati sulla frontiera con la Libia e dell’assassinio degli oppositori politici sono le stesse che hanno appoggiato buona parte dei governi militari susseguitisi in patria e le forze filo-saudite in Yemen (combattendo, di conseguenza, quelle antisioniste come gli Houthi e affiancandosi ai fascisti russi della Wagner). Ora sono tra i protagonisti della guerra civile e in aperto conflitto con lo Stato centrale, perché fanno parte di uno dei gruppi di potere in lotta per governare il Paese (lo scontro è principalmente tra fazioni rivali di militari e sotto l’influenza delle potenze imperialiste).

Israele, dall’aprile del 2023, è impegnato tramite i suoi agenti nell’opera di mediazione tra le due principali fazioni militari, ma non certo per amore della “pace”: al Mossad e agli ufficiali israeliani non importa nulla delle masse sudanesi oppresse e quello che vogliono tutelare è la completa normalizzazione dei rapporti tra Stato sionista e Sudan, considerato uno Stato da sfruttare per espandere gli interessi sionisti in Africa.

Ma passiamo allo Yemen. È stato bombardato da Israele utilizzando a pretesto i missili lanciati dagli Houthi in sostegno alla resistenza palestinese. Lo scopo reale è quello di scoraggiare e scardinare qualsiasi tentativo di mettere in discussione la supremazia israeliana nella regione.

I dispotici governi yemeniti susseguitisi dopo la riunificazione post-guerra fredda si sono caratterizzati per il loro allineamento agli interessi imperialisti (e di conseguenza anche di Israele), che sono intervenuti nella guerra civile con una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, composta anche da Kuwait, Qatar, Marocco, Bahrein, Giordania, Egitto e vari gruppi di mercenari e con il decisivo supporto di Regno Unito, Stati Uniti e Francia. Anche in questo caso la responsabilità dell’orrenda catastrofe umanitaria è degli alleati imperialisti del sionismo e di alcuni degli Stati arabi più propensi a normalizzare i rapporti con Israele (non manca neppure il beneplacito di potenze come la Cina).

In Congo è in corso un’orribile guerra civile, che ha visto la partecipazione anche del Ruanda (ha invaso il paese nel 1996 e nel 1998) e dell’Uganda. Israele ha una parte attiva nella rovina del Paese: ha appoggiato il regime reazionario di Mobutu Sese Seko, fornendo anche addestramento ed equipaggiamento militare alle truppe scelte del despota, e anche oggi intrattiene rapporti stretti con le élite congolesi, che ricambiano l’interesse appoggiando diplomaticamente Tel Aviv e Trump.

Sono diversi i miliardari israeliani impegnati nell’appropriazione indebita delle risorse congolesi: parte del ricavato viene investito in nuove colonie in Palestina e nelle forze armate israeliane. Lo Stato sionista è tra i primi esportatori di diamanti nel mondo (oltre il 12% delle sue esportazioni sono “gemme e metalli preziosi”), pur non possedendo giacimenti da cui attingere sul suo territorio, e formalmente, gli israeliani non possiedono giacimenti minerari nemmeno in Congo. Eppure, grazie alla corruzione, all’appropriazione indebita, alle facilitazioni fiscali e al traffico di armi, sono in grado di appropriarsi di ingenti introiti proprio grazie allo sfruttamento di queste terre.

Tra i “danarosi” protagonisti del traffico troviamo Lev Leviev, un israelo-russo arricchitosi dopo aver acquistato alcune industrie diamantifere nell’ormai collassata Unione Sovietica, ex militare dell’IDF e proprietario della compagnia internazionale Africa Israel Investments. Vicino a Putin e Trump, è stato accusato di aver smerciato diamanti sporchi di sangue in Israele e di aver utilizzato i ricavati per finanziare gli insediamenti sionisti in Cisgiordania tramite l’Israel Land Fund. Un altro è Benny Steinmetz, franco-israeliano: arrestato nel 2023 a Cipro, è tra le altre cose sotto accusa per corruzione e traffici illegali nel settore minerario in Africa e, infatti, la sua compagnia (BSG Resources) è impegnata nell’espropriazione delle risorse naturali congolesi.

Dan Gertler, invece, ha stipulato diversi contratti con il governo congolese: i suoi rapporti con l’allora presidente del Congo Kabila (conosciuto per la repressione violenta delle contestazioni di piazza, la corruzione e la violazione sistematica dei diritti umani; Gertler e la sua compagnia sono accusati di essere suoi complici) gli hanno permesso di dedicarsi all’estrazione dei diamanti tramite la sua International Diamond Industries (secondo questi contratti, che stabiliscono un truffaldino partenariato tra settore privato e statale, il 70% dei profitti derivanti dall’estrazione vanno al Gertler Group, mentre soltanto il 30% finisce delle mani del governo congolese).

Israele fornisce, inoltre, anche le sue avanzate tecnologie di spionaggio al Ruanda, il principale responsabile della catastrofe umanitaria in Congo, che le utilizza per spiare oppositori e attivisti congolesi. Non a caso, Uganda e Ruanda sono partner molto stretti del regime sionista e sono conosciuti anche per il traffico illecito di diamanti congolesi: Israele è uno dei principali beneficiari di questa pratica.

Ma facciamo un passo indietro. Tra chi è stato accusato di ignorare la maggioranza dei conflitti nel mondo ci sono anche i partecipanti alla Global Sumud Flotilla. Ma è assurdo, e il caso di Greta Thunberg è emblematico: negli ultimi anni ha incontrato e solidarizzato con i rifugiati dell'Artsakh (Nagorno-Karabakh), ha contestato il baraccone e il greenwashing promosso dalla COP 29 a Baku e ha visitato e sostenuto i rifugiati saharawi. Il valore internazionalista e solidale di queste azioni è innegabile. E ciò, a grandi linee, vale anche per gli altri partecipanti alla Global Sumud Flotilla: attivisti, medici, volontari, militanti politici che da anni e anni sono protagonisti delle più disparate lotte e si sono spesso occupati dei conflitti più remoti.

Ergo, no, il supporto alla Palestina non è una battaglia “glamour”: è un nodo fondamentale nel tessuto dei crimini imperialisti. Un nodo che se sciolto può contribuire al rilancio di un’idea di mondo, di società e di rapporti internazionali completamente diversa.

È una "moda"? Al di là dei ragionevoli dubbi sulla credibilità di questa accusa e sulla sua razionalità, cosa si può rispondere? Magari. Magari tutto il proletariato si unisse scosso dalla tragedia palestinese. Magari la gioventù e tutti i popoli oppressi del mondo invadessero le strade delle città al grido di “Palestina libera”. Magari divenisse un fenomeno in voga il desiderio di rivalsa contro il sistema banditesco responsabile del sionismo, dello sfruttamento e della discriminazione in tutte le sue forme. Diventassero di moda il marxismo e l'anticapitalismo conseguente, dovremmo forse lamentarcene?

Alessio Ecoretti

Trump e Putin in Alaska. Si stringe il cappio attorno al collo dell'Ucraina

 


17 Agosto 2025

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Scriveremo più ampiamente nei prossimi giorni sugli sviluppi delle relazioni mondiali. Non tutto è già chiaro e definito circa l'esito dell'incontro fra Trump e Putin. Ma è possibile un primo giudizio di fondo: il vertice USA-Russia in Alaska ha seguito lo spartito dei più classici negoziati tra potenze imperialiste sulla pelle e sui diritti di altri paesi e di altri popoli. “Chi non è parte dell'incontro è parte del menù” dice il vecchio adagio della diplomazia imperialista. Così è stato. L'Ucraina non era presente in Alaska perché l'oggetto dell'incontro era ed è la sua spartizione. Quanto agli imperialismi europei, non erano presenti per la volontà congiunta di Putin e di Trump di cucinare in proprio l'accordo da sottoporre loro. L'indirizzo della nuova amministrazione americana è infatti quello di ridisegnare gli equilibri mondiali sulla base della propria relazione diretta con le altre due grandi potenze, Russia e Cina, tagliando fuori gli imperialismi alleati.

È un fatto. La stessa amministrazione americana che tributa i massimi onori al criminale Netanyahu ha riservato al criminale Putin la medesima accoglienza. La stessa amministrazione americana che copre il disegno della Grande Israele sulla pelle dei palestinesi avalla la ricostruzione putiniana di un proprio spazio imperiale in Ucraina. Le potenze imperialiste vecchie e nuove si riconoscono l'una con l'altra nello specchio del proprio comune cinismo.

L'intero cerimoniale dell'incontro in Alaska è stato un tappeto rosso per Putin. Ma ancor più i termini sostanziali dell'accordo annunciato, in base a tutte le anticipazioni disponibili.

Innanzitutto l'imperialismo USA “concede” all'imperialismo russo di continuare a bombardare l'Ucraina e a procedere nel suo tentativo di sfondamento al fronte. Le famose richieste di cessate il fuoco, i ripetuti ultimatum, prima di cinquanta giorni, poi addirittura di otto, pena lo sfracello di sanzioni dirette o indirette «senza precedenti» contro la Russia, si sono rivelati per quello che erano: un bluff propagandistico, una recita ipocrita e ridicola che serviva solamente a prendere tempo, e dare tempo, per cucinare una prospettiva opposta.

Certo, non tutte le contraddizioni sono svanite. Trump ha bisogno che Putin gli consenta di salvare la faccia, anche agli occhi dell'elettorato americano. E non è detto che Putin gli conceda tutto lo spazio di manovra richiesto ed atteso. Ma l'incontro in Alaska sposta in ogni caso il quadro del confronto. La vecchia condizione del cessate il fuoco è rimossa. Dire che “ora si tratta direttamente la pace invece di limitarsi al cessate il fuoco” significa semplicemente abbellire con parole ipocrite la concreta continuità della guerra. E la continuità della guerra d'invasione è (anche) la più potente arma negoziale della Russia contro l'Ucraina.

In secondo luogo, l'imperialismo USA avalla la rivendicazione russa non solo dei territori già conquistati militarmente e annessi dopo l'invasione del febbraio 2022, ma anche della parte del Donbass non conquistato, inclusa la città di Kramatorsk: il cuore di ciò che resta della grande produzione industriale dell'Ucraina e delle sue riserve minerarie.

In altri termini, l'Ucraina invasa dovrebbe non solo rinunciare ai territori occupati dall'imperialismo invasore ma anche concedergli il bottino che questi non è ancora riuscito a strapparle dopo tre anni, nonostante l'enorme superiorità militare delle proprie forze.

Una soluzione umiliante. Che oltretutto sposterebbe ulteriormente i rapporti di forza in Ucraina a vantaggio della Russia, la quale un domani potrebbe riprendere la marcia verso Kiev da una posizione strategica ben più avanzata. Perché oggi la linea del fronte a difesa di Kramatorsk è il cuore della difesa ucraina. Abbandonare quella linea è ben più che concedere a Putin altri 100 chilometri di terra: è porre un'ipoteca sullo Stato ucraino.

Inutile aggiungere che ogni diritto di autodeterminazione del Donbass sarebbe escluso per definizione dalla sua completa annessione alla Russia e da un accordo internazionale che la sancisca.

Quanto alle ipotesi di compensazioni offerte all'Ucraina sotto forma di “garanzie” a futura memoria non valgono più di un pezzo di carta, peraltro neppure scontato. Putin (forse) scriverebbe che si impegna a non riprendere la guerra. Come si era solennemente impegnato a non invadere l'Ucraina sino a tre giorni prima dell'invasione del 2022. Come si era impegnato del 1996 a cessare la guerra in Cecenia, salvo riprenderla nel 1999 con la completa distruzione di Grozny.

Un regime fondato tanto più oggi sull'economia di guerra e sulla propria proiezione neoimperiale intende sicuramente incassare i vantaggi di un accordo con Trump e dei relativi riconoscimenti, ma non per questo dismetterà le proprie ambizioni. E anzi la grande vittoria politica e di immagine che Putin riscuote oggi in patria semmai le rafforza. Quanto alle “garanzie” di protezione dell'Ucraina offerte da Trump, hanno la stessa credibilità del personaggio e delle sue passate promesse. Una difesa dell'Ucraina affidata all'imperialismo USA vale la difesa di un pollaio affidata alla volpe, o meglio a un complice patentato della volpe.

La verità è che Trump vuole venir via dall'Ucraina, sia per risparmiare risorse con cui detassare i capitalisti USA sia per concentrare maggiori forze ed energie sui mari del Pacifico nel confronto strategico con l'imperialismo cinese. Cedere il passo a Putin in Ucraina significa questo. Se poi significasse anche ottenere... il Nobel per la pace, tanto meglio per l'insaziabile vanità dell'uomo.

Quanto a noi, in ogni caso, non chiameremo “pace” un'annessione, quale che sarà il posizionamento in merito del governo Zelensky. A dispetto dell'esaltazione della «pace sporca» da parte della rivista Limes o di un qualsiasi Travaglio.

L'incontro in Alaska ha spaziato peraltro ben al di là dell'Ucraina. Ha riguardato gli equilibri globali in fatto di armamenti nucleari, la gestione delle grandi ricchezze dell'Artico, le relazioni di potenza in Medio Oriente. Trump concede all'imperialismo russo il ruolo di grande potenza negoziale su scala mondiale: il semaforo verde in Ucraina è solo un segno di questa più ampia apertura. Putin in cambio assicura all'imperialismo americano un proprio ruolo “responsabile” in Medio Oriente, ciò che significa garantire il disarmo nucleare iraniano e la non belligeranza russa sul genocidio sionista in Palestina.

Quanto agli imperialismi europei – costretti ai margini del grande gioco della spartizione mondiale – sperano un domani di poter ritornare in partita, grazie ai propri piani di riarmo. Intanto prenotano un posto a tavola nel business della ricostruzione dell'Ucraina e continuano, al di là delle chiacchiere, a sostenere militarmente lo Stato sionista, riconoscendo al più lo “Stato palestinese” mentre collaborano di fatto allo sterminio dei palestinesi.

Di certo né il popolo palestinese né il popolo ucraino hanno qualcosa da attendersi dalle potenze imperialiste, vecchie e nuove, e dai loro cinici mercanteggiamenti. Solo una rivoluzione socialista internazionale, solo una grande alleanza tra la classe operaia e i popoli oppressi può liberare il mondo dai briganti che lo controllano.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'attacco USA all'Iran, nuovo capitolo del banditismo imperialista

 


La politica di Trump nella complessità del Medio Oriente

23 Giugno 2025

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L'attacco dei bombardieri USA all'Iran è un ulteriore capitolo del banditismo imperialista della prima potenza mondiale. Un'ulteriore riprova del cordone ombelicale tra lo stato sionista e l'imperialismo USA, quale che sia il colore politico dell'amministrazione americana e del governo israeliano. Nulla di ciò che lo stato sionista ha fatto e fa sarebbe possibile senza il sostegno strutturale di lungo corso dell'imperialismo USA (e non solo). È una verità che non va mai dimenticata.

Le motivazioni formali e pubbliche dell'aggressione sionista/americana contro l'Iran sono di per sé rivelatrici di un'arroganza e ipocrisia senza limiti. Una potenza imperialista che detiene più di cinquemila testate nucleari, e uno stato coloniale sionista che ne possiede circa duecento, pretendono insieme di vietare a uno stato sovrano del Medio Oriente di costruirne una. E paradossalmente lo possono bombardare anche per il fatto che non la possiede (a differenza della Corea del Nord, che guarda caso nessuno oggi si sogna di minacciare).
Il fatto che Israele, al contrario dell'Iran, non aderisca all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, e abbia gestito il proprio armamento nucleare nella massima segretezza e fuori da ogni controllo, rende la sua denuncia delle “violazioni iraniane” ancor più grottesca e provocatoria.
Il fatto che tutte le potenze imperialiste – non solo gli imperialismi occidentali ma persino Russia e Cina – dichiarino all'unisono che “l'Iran non può avere la bomba” misura la profondità della loro comune connivenza con lo stato sionista, al di là dei diversi posizionamenti diplomatici di fronte alla guerra.

Donald Trump ha voluto salire sul carro della guerra sionista contro l'Iran. Non è chiaro se e quando avrà intenzione di scendere. Di certo la sua scelta di guerra smentisce una volta di più le idiozie sparse a piene mani in questi mesi, soprattutto da parte cegli ambienti campisti, sulla vocazione “pacifista” della nuova amministrazione USA. La più grande potenza imperialista del pianeta non è e non può essere, per la sua stessa natura, una forza di pace. Tutta la storia dell'imperialismo USA lo dimostra. Inclusi i nuovi stanziamenti di bilancio di Donald Trump per l'industria militare americana.

Il vero problema strategico e di fondo dell'imperialismo USA è come gestire la propria politica di rapina, a fronte del proprio declino e dell'ascesa dell'imperialismo cinese. La linea con cui il secondo Trump sembra affrontare il problema è effettivamente nuova. È la proposta rivolta alla Russia e alla Cina di una spartizione negoziata del mondo sulla base di aree di influenza continentali: l'America agli americani (inclusa l'America Latina, il Centro America, il Canada e persino la Groenlandia); l'Ucraina alla Russia; l'Asia alla Cina (con disponibilità negoziali su Taiwan?).
La clamorosa apertura di Trump a Putin e a un suo possibile ruolo globale, l'evidente abbandono americano dell'Ucraina (dopo un accordo di rapina sulle sue risorse minerarie), la marginalizzazione umiliante degli imperialismi “alleati” europei su ogni scacchiere della politica mondiale, lo stesso relativo disimpegno USA dal Vecchio continente, sono un risvolto della nuova linea. Non una iniziativa di pace, ma di spartizione del bottino tra banditi imperialisti. Non sappiamo se avrà successo, ma sappiamo che questa è la sua natura.


LA DIFFICOLTÀ DELLA LINEA TRUMPIANA IN MEDIO ORIENTE

Il Medio Oriente è un punto di difficoltà della linea trumpiana. Ma è anche un campo obbligato di esercitazione e sperimentazione. La crisi dell'egemonia USA nella regione è il portato di una lunga catena di disastri e sconfitte, dall'Iraq all'Afghanistan. Nell'ultimo decennio era stato l'imperialismo russo il principale beneficiario della crisi USA, attraverso il consolidamento dell'asse con Assad, lo sbarco in Libia, il blocco con gli Emirati Arabi, l'alleanza col regime iraniano e la sua rete di appoggio (in Libano, Siria, Yemen). Ma negli ultimi due anni l'azione genocida del sionismo in Palestina ha nuovamente scompaginato il campo: col crollo di Assad, la sconfitta di Hezbollah, l'indebolimento complessivo dell'Iran e della sua rete di relazioni. La nuova guerra sionista contro l'Iran è quindi (anche) la risultante dei nuovi rapporti di forza nella regione, e al tempo stesso il coronamento dell'espansionismo israeliano (occupazione di Gaza, annessione della Cisgiordania, espulsione manu militari della popolazione palestinese, allargamento nel Golan siriano, subordinazione del Libano al nuovo ordine sionista). È il progetto della Grande Israele.

Ma fino a che punto la Grande Israele si concilia col disegno imperialistico globale di Trump? L'interrogativo è aperto. Trump punta ad allargare gli Accordi di Abramo all'Arabia Saudita come nuovo architrave di una stabilità medio orientale: ciò che gli coprirebbe le spalle nella regione consentendogli di dedicarsi alla partita strategica con la Cina sul Pacifico.
Ma il governo saudita può avventurarsi in un accodo storico con Israele nel momento stesso della carneficina di Gaza? Più in generale, possono farlo l'insieme delle monarchie del Golfo, sfidando l'odio della popolazione araba? Ai loro occhi, il ridimensionamento dello storico rivale iraniano è di per sé benvenuto, al di là delle dissociazioni formali dalla guerra. Ma lo è anche un espansionismo senza rete dello stato sionista nella regione?

Le oscillazioni di Donald Trump nella vicenda sono emblematiche. Prima un negoziato in proprio (persino) con Hamas, per liberare un prigioniero USA, poi con gli houthi, per mettere al sicuro le navi americane, poi con l'Iran, per accordarsi sul nucleare. Il tutto scavalcando Netanyahu, e persino ignorandolo durante il giro delle capitali arabe. In questo quadro, l'attacco militare di Netanyahu all'Iran ha tutta l'aria di essere stato mirato (anche) alla rottura del gioco negoziale di Trump: un modo per mettere gli USA di fronte al fatto compiuto e nella necessità di doversi allineare ad Israele.
Trump, “avvisato” ma non coinvolto, ha inizialmente abbozzato. Poi ha proposto alla Russia un ruolo di mediazione per disinnescare il conflitto nel nome della de-escalation, alludendo allo scambio tra una capitolazione iraniana sotto pressione di Putin e un ulteriore semaforo verde alla guerra di Putin in Ucraina. Poi ha lodato lo «spettacolare successo militare» israeliano. Infine ha scelto di condividere questo successo con i propri bombardieri. Fino a quando e per cosa? Per puntare ad un cambio di regime in Iran sotto la pressione della guerra, magari contando su possibili defezioni e ricollocazioni di una parte dei pasadaran? Oppure per provare a riprendere in mano il negoziato interrotto con l'Iran, dopo aver provato ad Israele la propria fedeltà in guerra, e dunque con la speranza (non si sa se fondata) di uno spazio di manovra maggiore? Di certo, lo spartito trumpiano dell'apertura globale all'imperialismo russo si concilia a fatica con la guerra all'Iran, che della Russia è alleato. L'incontro a Mosca del presidente iraniano con Putin è un messaggio per Trump.


LA DIFESA DELL'IRAN DA ISRAELE E USA.
CON UN PROGRAMMA DI RIVOLUZIONE


I prossimi giorni chiariranno. Resta il fatto fondamentale: tutte le trame di guerra e di “pace” in Medio Oriente tra i diversi briganti imperialisti e lo stato sionista avvengono sulla pelle dei popoli oppressi della regione. Innanzitutto della popolazione palestinese, ma più in generale di tutta la popolazione araba e persiana.

Lo stato sionista ha avuto l'impudicizia di appellarsi alla ribellione anti-Khamenei nel momento stesso in cui bombarda le città iraniane. Ma “donna, vita, libertà” non sarà mai un canto di guerra d'Israele, perchè è il grido della rivoluzione iraniana. Sono i lavoratori, le lavoratrici, la popolazione povera dell'Iran che hanno tutto il diritto di presentare il conto al regime odioso che li opprime. Non i bombardieri sionisti. Non lo stato coloniale genocida che da due anni sta massacrando il popolo di Palestina davanti agli occhi del mondo.

Difendere incondizionatamente l'Iran e la sua sovranità dall'attacco del mostro sionista/americano, e al tempo stesso battersi per la prospettiva di un governo operaio e contadino in Iran, non sono affatto parole d'ordine inconciliabili, né disegnano scansioni temporali. Sono due tasselli paralleli e complementari del posizionamento marxista rivoluzionario. Lo stesso posizionamento che tenemmo di fronte alla guerra imperialista contro l'Iraq del boia Saddam Hussein nel 2003, o alla guerra dell'imperialismo britannico contro l'Argentina del generale Galtieri nel lontano 1982.

Contro l'imperialismo e il sionismo, sempre e incondizionatamente. Con un programma di rivoluzione socialista: l'unico che può dare agli oppressi una pace vera e giusta.

Marco Ferrando

No al riamo europeo. No all’Europa imperialista del capitale. Per un'Europa socialista

 


Contro tutti gli imperialismi. Contro il sionismo genocida. Per l’autodeterminazione di tutti i popoli, dal Medio Oriente all'Ucraina

13 Marzo 2025

Testo del volantino che distribuiremo alla contromanifestazione di Piazza Barberini a Roma il 15 marzo

Se questa guerra fosse isolata, cioè non collegata con la guerra europea […], tutti i socialisti avrebbero l’obbligo di desiderare il successo della borghesia serba. Questa è l’unica deduzione giusta e assolutamente indispensabile, derivante dal carattere nazionale della guerra attuale. (Lenin, Il fallimento della Seconda Internazionale, giugno 1915)

... si intende forse dire.. che siamo contro una guerra di liberazione dalle annessioni, che siamo contro gli annessi che si ribellano per liberarsi da coloro che li hanno annessi! Non è una dichiarazione annessionista? (Lenin, Risposta ai compagni polacchi, 1916)

L’Ucraina moderna è un'invenzione di Lenin e dei comunisti bolscevichi, che strapparono le terre alla Russia e crearono tre stati [Russia, Ucraina e Bielorussia ndr] al posto della nostra Patria russa unita (Vladimir Putin, 22 febbraio 2022, discorso televisivo che spiegava l'“Operazione militare speciale”)


Come Partito Comunista dei Lavoratori non non abbiamo ovviamente aderito alla manifestazione che si svolge oggi a Roma su appello di Michele Serra, ed anzi la boicottiamo. Perché, al di là della precisazione “a sinistra” dello stesso Serra, è una manifestazione in difesa dell'Europa capitalista ed imperialista ed del suo sviluppo conflittuale, nella nuova configurazione geopolitica del mondo promossa dalla presidenza Trump.

Consideriamo vergognosa la decisione di Landini e del gruppo dirigente della CGIL, nonché dell’ANPI, di aderirvi. Come diceva Lenin: socialisti a parole, sciovinisti e imperialisti nei fatti.

Abbiamo sempre considerato il nostro imperialismo come nemico principale in Italia, anche quando qualcuno a sinistra vedeva l'Italia solamente come una semicolonia degli USA o addirittura della Germania; un nemico che difende gli interessi dei capitalisti italiani in tutto il mondo, come si vede oggi in Libia o ieri in Iraq, sempre al fianco del peggior paese reazionario, lo stato sionista di Israele.

Ma se per noi la condanna della manifestazione di Serra e di chi vi ha aderito è netta e pubblica, non possiamo che dichiarare il nostro dissenso nei confronti della piattaforma della vostra manifestazione. Che tace sull'imperialismo russo e sulla sua guerra d'invasione in Ucraina.

Se la richiesta del cessate il fuoco non si combina con la rivendicazione del ritiro delle truppe d'occupazione dai territori ucraini ingiustamente annessi (non certo la Crimea, che era russa anche ai tempi di Lenin); se insieme non si rivendica un referendum democratico perché il popolo del Donbass possa decidere con l’autodeterminazione con quale stato voglia stare, si finisce di fatto col coprire la Russia e la sua guerra.

Emblematico il caso di Rifondazione Comunista. Già partito di governo del capitalismo (1996-1998 e 2006-2008), oggi rimuove la natura ormai imperialista di Russia e Cina. La sua anima più di centrosinistra (Acerbo) lo fa con qualche imbarazzo, mentre la sua anima sedicentemente più a sinistra (l'ex ministro Ferrero) con l'aperta esaltazione di un presunto ruolo progressivo di Russia e Cina nel mondo.
Questo da parte di chi, con ruolo di governo, sostenne il finanziamento delle guerre imperialiste in Iraq e Afghanistan, dopo aver escluso il nostro compagno Marco Ferrando reo di aver denunciato la natura coloniale dello stato sionista di Israele e di aver sostenuto il diritto di resistenza armata del popolo iracheno contro le truppe imperialiste di occupazione, anche italiane.

Il PCL continua oggi coerentemente quella battaglia, in contrapposizione a ogni imperialismo, per il diritto di autodeterminazione dei popoli. In solidarietà con i nostri compagni della Lega Socialista dell’Ucraina, che dirigono i sindacati indipendenti, in lotta contro la politica e le leggi antisindacali di Zelensky, e insieme per la difesa del proprio paese (“invenzione di Lenin”) dall’aggressione imperialista del neozar Putin.

Così come siamo in solidarietà con i nostri compagni del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) russo, oggi repressi dalla dittatura bonapartista, che al momento dell’aggressione russa all'Ucraina la denunciarono coraggiosamente.

Partito Comunista dei Lavoratori

La fine dell'Occidente?


Il ciclone del trumpismo e la crisi verticale dell'asse transatlantico

11 Marzo 2025

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Due grandi potenze imperialiste, USA e Russia, hanno aperto un negoziato per la spartizione dell'Ucraina. Gli imperialismi europei, scaricati da Trump e ignorati da Putin, cercano la via per ritornare in scena e partecipare al banchetto, ma subiscono una pesante marginalizzazione di ruolo. Zelensky è disposto a donare agli USA le risorse minerarie del proprio paese in cambio di protezione militare, salvo venir umiliato in mondovisione da quell'imperialismo americano che ha sempre presentato al popolo ucraino come “amico”. Putin, dal canto suo, plaude entusiasta alla svolta di Trump nel mentre prosegue il bombardamento quotidiano dell'Ucraina e l'annessione delle regioni conquistate con l'invasione.

Questi fatti di assoluta evidenza agli occhi del mondo – e su cui torneremo nei prossimi giorni – sono solo la punta emergente di un profondo sommovimento delle relazioni mondiali. Un processo in pieno svolgimento, con passo accelerato. Un processo che va analizzato, con metodo marxista, per approssimazioni successive.


LA SVOLTA DEL SECONDO TRUMP

La seconda amministrazione Trump non è la continuità della prima (2016-2020). Il Trump che entrò nel 2016 alla Casa Bianca – quale outsider sorpreso dal suo stesso successo – si trovò a contrastare la resistenza di un Partito Repubblicano non ancora espugnato, l'ostilità della grande borghesia di Wall Street e della Silicon Valley, e la grande mobilitazione di massa di Black Lives Matter e delle donne. La drammatica esperienza Covid e la grande recessione capitalistica che l'accompagnò diedero il colpo di grazia al primo governo Trump, immortalato dal celebre assalto finale al Campidoglio e dai successivi trascinamenti giudiziari.

Oggi tutto è diverso. Donald Trump è ritornato a Washington da vincitore. Dispone di un consenso elettorale consolidato. Di un Partito Repubblicano ormai plasmato a propria immagine e somiglianza. Di una maggioranza, seppur risicata, in entrambe le camere del Congresso. Ma soprattutto del sostegno del grande capitale americano, a partire dai giganteschi monopoli tecnologici: monopoli direttamente coinvolti, nel caso di Musk, all'interno del governo federale, con poteri straordinari di intervento, privi di base legale, sull'intero corpo della pubblica amministrazione.

Trump sta di fatto costruendo attorno a sé un proprio sistema di potere, al tempo stesso interno e parallelo alle istituzioni tradizionali dello stato borghese americano. È il potenziale di un cambio di regime, non solo di governo. Un cambio che alza da subito il livello di attacco ai diritti dei lavoratori, delle donne, dei migranti latino-americani, di tutti i settori oppressi della società. L'avanzata reazionaria internazionale, anche in Europa, offre a Trump un vento più favorevole, mentre a sua volta riceve dal trumpismo nuovo impulso. Intanto l'opposizione sociale e democratica negli USA fatica a riprendersi dall'enorme delusione dell'esperienza Biden, ed è ancora molto lontana, al momento, dai livelli di mobilitazione del 2016-2018.


LA GRANDE SVOLTA DELLA POLITICA ESTERA USA

La discontinuità del secondo Trump si manifesta anche e soprattutto nella politica estera. Sfrondata da elementi pragmatici, buffoneschi o di pura improvvisazione, sicuramente presenti nel personaggio Trump, la linea internazionale del presidente USA segue una nuova bussola strategica. Una risposta nuova alla crisi profonda dell'imperialismo USA nel mondo. Non una risposta isolazionista (obiettivamente impraticabile per una potenza planetaria come gli USA), ma una diversa razionalizzazione del proprio indirizzo globale.

In primo luogo, l'amministrazione Trump punta a ridurre drasticamente il volume di spesa della politica estera USA, a fronte dell'arretramento del peso specifico dell'economia americana nel mondo. L'imperialismo USA vive da molto tempo al di sopra delle proprie possibilità materiali. La quota USA del capitale manifatturiero mondiale è passato nell'ultimo mezzo secolo dal 50% del secondo dopoguerra al 15% attuale. Il debito pubblico USA è raddoppiato nell'ultimo decennio, e il solo pagamento degli interessi sul debito vale ormai il 16% della spesa federale americana. Pertanto il nuovo imperativo della politica trumpiana è tagliare i costi di finanziamento di attività e funzioni giudicate superflue.

Sul piano interno, un colpo di scure alla spesa sociale, in funzione dell'ulteriore riduzione delle tasse sui profitti aziendali (dal 23% al 15%). Sul piano della politica estera, uno sfoltimento drastico dei costi di mantenimento dell'area di influenza americana su scala globale. La rottura con la OMS, l'uscita da decine di strutture multilaterali diplomatiche o assistenziali, il progetto di legge repubblicano di recesso USA dall'ONU, il taglio annunciato del contributo USA alle spese NATO a carico degli imperialismi europei, persino il progettato taglio di una parte delle basi militari USA (sono quasi 800 su scala planetaria) sono parte di questo nuovo indirizzo. Lo stesso vale per l'uscita da teatri di guerra considerati non strategici, o non più tali. Fu il primo Trump a programmare il ritiro dall'Afghanistan, poi realizzato da Biden. È Trump che oggi vuole la fine del sostegno all'Ucraina, denunciando i precedenti aiuti.

In secondo luogo, e parallelamente, Trump sceglie di concentrare il grosso delle risorse disponibili sul versante del contrasto dell'imperialismo cinese, il vero concorrente strategico dell'imperialismo USA su scala internazionale. È questo il criterio ispiratore della nuova politica estera USA. Naturalmente la centralità strategica del confronto con la Cina non è un'improvvisazione di Trump. La inaugurò Obama nel 2008 (il “pivot to Asia”), a fronte della grande crisi capitalistica mondiale e della potente ascesa dell'imperialismo cinese. Ma è nuova la modalità di perseguimento di questa rotta.

Non più la linea tradizionale di egemonia americana sul campo largo degli imperialismi alleati, a partire dagli imperialismi europei (linea rivelatasi fallimentare proprio nel contrasto dell'imperialismo cinese, come mostra il consolidamento del blocco tra Mosca e Pechino, e il progressivo allargamento dei BRICS). Ma una politica di potenza autocentrata dettata dall'interesse indipendente dell'imperialismo USA, anche a scapito degli alleati e persino in rottura con vecchi alleati. Il clamoroso avvio da parte di Trump di un negoziato diretto con Putin sulla guerra d'Ucraina, scavalcando sia Zelensky che gli imperialismi europei, ha esattamente questo segno.


IL TENTATIVO DI SEPARARE LA RUSSIA DALLA CINA

Ma non solo questo. Con il negoziato diretto con Putin, Trump prova a separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese. È il tentativo di riorganizzazione su basi nuove delle relazioni mondiali, attorno ad un equilibrio tripolare fra le grandi potenze: gli USA, la Russia, la Cina. Una sorta di “seconda Yalta”: la negoziazione di una nuova spartizione del mondo.

Il momento dell'offerta americana a Putin non è casuale. Da un lato intende subito segnare il battesimo d'esordio del nuovo governo USA sullo scenario mondiale, a misura della radicalità della svolta. Dall'altro coglie il momento in cui la Russia ha subìto uno scacco pesante in Medio Oriente, con la caduta di Assad, l'arretramento di Hezbollah, il ridimensionamento complessivo dell'Iran, alleato di Mosca; e nel quale la Russia inizia a temere il rischio di un proprio inglobamento subalterno nell'area di influenza cinese, anche a partire dalla progressiva espansione della Cina nelle repubbliche centroasiatiche postsovietiche. In questo contesto gli USA offrono alla Russia una possibile opzione alternativa. Un'altra possibile sponda.

L'offerta negoziale di Trump riguarda innanzitutto l'Ucraina. L'imperialismo americano sta offrendo all'imperialismo russo il ritiro del proprio sostegno all'Ucraina, la revoca progressiva delle sanzioni, il riconoscimento alla Russia di quanto ha già conquistato sul campo di battaglia. In altri termini, Trump offre a Putin la capitolazione del paese che ha invaso. Di più: Trump offre a Mosca l'umiliazione pubblica di Zelensky, sino alla richiesta della sua uscita di scena, in perfetta corrispondenza con la richiesta russa. Cui aggiunge il diritto di saccheggio delle riserve minerarie ucraine quale forma di indennizzo del precedente aiuto militare a Kiev.

Una postura tipicamente neocoloniale. Peraltro, le riserve minerarie ucraine, soprattutto in fatto di terre rare, sono preziose per gli USA proprio in funzione della competizione con la Cina. L'interesse USA per la Groenlandia e le riserve dell'Artico conferma la loro valenza strategica.

Ma l'offerta negoziale di Trump non riguarda solo l'Ucraina. Trump offre all'imperialismo russo un ruolo negoziale globale da potenza a potenza. L'annunciato disimpegno militare USA dall'Europa, ancora incerto nella sua portata, ma già formalmente tracciato; la conseguente richiesta agli imperialismi europei di provvedere alle proprie necessità militari con un massiccio incremento dei propri investimenti nella difesa (con la consapevolezza delle difficoltà materiali degli imperialismi europei a farvi fronte); l'archiviazione definitiva di ogni futuro ingresso dell'Ucraina nella NATO (ipotesi peraltro mai concretamente esistita, se non nella propaganda di Mosca o in qualche futuribile evocazione retorica); la propria disponibilità ad allentare i vincoli NATO circa l'applicazione del famigerato articolo 5, escluso in ogni caso per eventuali missioni future di peacekeeping; persino il riferimento incidentale di Trump a un ipotetico futuro nel quale “l'Ucraina potrebbe essere russa”... sono tutti segnali neppure troppo cifrati alla Russia di Putin della disponibilità americana a negoziare con Putin gli equilibri interni al Vecchio continente, e il riconoscimento del diritto della Russia a ricostruire la propria area di influenza in Europa. Non a caso Putin ha dichiarato: «Il nuovo indirizzo della presidenza Trump è convergente con la nostra impostazione ed è per noi ragione di speranza».


PRECIPITA LA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

In questo quadro generale si pone la nuova linea di Trump verso l'Unione Europea. Non si tratta semplicemente della marginalizzazione negoziale della UE, fosse pur clamorosa. Si tratta di una linea di intervento mirata alla disarticolazione dell'UE. Il sostegno pubblico americano all'estrema destra tedesca rappresenta un intervento inedito degli USA nella politica borghese europea, proprio nel momento della massima crisi dei suoi assetti (Germania e Francia in primis). L'offensiva americana sui dazi di importazione delle merci europee completa il quadro.

Combinata con la riduzione delle tasse sui capitalisti che producono negli USA, la politica dei dazi mira a riportare in America produzioni e investimenti che ne sono usciti. Vale per l'Europa come per il Canada o per il Messico. Naturalmente, esistono sempre in questo campo margini negoziali. Ma la direzione di marcia è chiara. L'imperialismo americano vuole “tornare grande” anche attraendo capitali dall'Europa, dunque rafforzando le sue dinamiche di deindustrializzazione. Acciaio e alluminio, siderurgia e automobile – il cuore della produzione industriale europea – sono oggi colpiti non solo dalla concorrenza cinese ma anche da quella americana.

L'attuale precipitazione della crisi UE di fronte alla svolta trumpiana è indicativa. Mario Draghi ha evocato solennemente nel Parlamento UE la necessità di uno stato federale paneuropeo quale unica reale risposta strategica al trumpismo. Ma ha confessato lui stesso di non avere idea di come arrivarvi. Non è un caso. Gli imperialismi nazionali del Vecchio continente sono strutturalmente incapaci di unificare l'Europa. La svolta trumpiana approfondisce infatti tutte le loro contraddizioni.

La Francia punta ad intestarsi la guida di una risposta europea al disimpegno americano, forte del proprio primato militare. L'Italia rifiuta ogni possibile egemonia della Francia, cui contende spazi e ruolo, a partire da Mediterraneo e Nord Africa. La Gran Bretagna cerca un proprio reinserimento nel gioco europeo, ma si trova stretta nel contenzioso franco-italiano. Gran Bretagna, Italia, Polonia concorrono tra loro al ruolo di pontieri tra l'Europa e Trump, ma proprio la radicalità della svolta di Trump riduce pesantemente il loro spazio di manovra.
La Germania è concentrata sulla soluzione interna della propria crisi politica e recessione economica, ma ha difficoltà a trovare i numeri parlamentari necessari per aggirare i vincoli costituzionali di bilancio. Ungheria e Slovacchia, a loro volta, rafforzano nel nuovo scenario il proprio gioco di sponda tra imperialismo USA e imperialismo russo in funzione anti-UE.

Non si può escludere che in questo quadro convulso possano prodursi in futuro cooperazioni rafforzate tra alcuni paesi imperialisti europei cosiddetti “volonterosi”. Ma solo entro spazi limitati, senza rilevanza istituzionale, nella impossibilità di modificare i trattati.
L'unica vera certezza europea è oggi la corsa generale agli armamenti con lo scorporo delle spese militari dal nuovo Patto di stabilità e con nuove forme di indebitamento; ma nella lotta spietata tra le industrie militari nazionali per accaparrarsi mercato e commesse. Tutte le aziende del complesso militare-industriale trionfano in Borsa, mentre i grandi produttori d'armi americani si candidano a principali beneficiari della corsa agli armamenti in Europa.

La crisi europea amplia a sua volta gli spazi di inserimento dell'imperialismo russo e dell'imperialismo americano nel Vecchio continente. All'interno delle destre europee, dove dispongono entrambi di agganci e relazioni, talora combinate (AfD, Lega salviniana). O all'interno della penisola balcanica, dove l'imperialismo russo cerca di capitalizzare l'arresto del processo di integrazione in UE di diversi paesi. Non a caso il peso specifico di formazioni filorusse si consolida in aree significative dell'Est europeo.

La verità è che L'Unione Europea a ventisette membri, già paralizzata dalla regola dell'unanimità, a garanzia dei capitalismi nazionali, ha ormai concluso da tempo la propria dinamica di espansione. L'attuale ondata sovranista ha messo al riguardo il sigillo finale. Non a caso, la stessa integrazione dell'Ucraina nella UE è bloccata dai veti dei paesi concorrenti nel campo dell'agricoltura e dei sussidi. La celebrata solidarietà con l'Ucraina si ferma alle soglie del portafoglio dei capitalisti.


LE NUOVE RELAZIONI IMPERIALISTE SUL BANCO DI PROVA DEL MEDIO ORIENTE

L'offerta di un ruolo negoziale alla Russia si estende alla crisi Medio Orientale. È lo scenario più complicato e ad oggi irrisolto della nuova relazione russo-americana. Il disegno trumpiano mira a capitalizzare la profonda sconfitta dell'Iran dopo i subiti bombardamenti sionisti e il crollo di Assad, per provare a rilanciare e allargare i famosi accordi di Abramo tra i regimi arabi e Israele (sino a provare a coinvolgervi non solo l'Arabia Saudita ma persino il Libano e la nuova Siria). È l'operazione promossa a suo tempo dal primo governo Trump, con l'obiettivo di un nuovo equilibrio stabile del Medio Oriente, che consenta agli USA di concentrarsi contro la Cina in Asia.

Il secondo governo Trump agisce oggi su due direttrici combinate. Da un lato propone alla Russia di scaricare l'Iran – primo esportatore di petrolio in Cina – in cambio di rassicurazioni compensative per gli interessi russi in Siria (salvaguardia delle basi militari di Tartus, Latakia e Khmeimim): operazione appoggiata apertamente da Netanyahu per riequilibrare e contenere l'influenza turca. Dall'altro lato massimizza la pressione su Egitto e Giordania affinché aprano le proprie frontiere all'annunciata deportazione dei palestinesi di Gaza, e accettino di fatto l'annessione sionista della Cisgiordania.

Ma la quadra del cerchio, a dispetto di Trump, è ancora in alto mare. Lo stato sionista, forte dei propri successi militari, non ha ancora spento i motori della propria guerra sterminatrice, a beneficio della tenuta politica di Netanyahu. E l'odio di cui è circondato in tutta la regione blocca lo spazio di manovra dei regimi arabi. Non perché questi siano minimamente interessati alle sorti dei palestinesi, ma perché un loro accordo oggi con Israele li esporrebbe al rischio di una rivoluzione in casa sotto la bandiera della Palestina. La memoria delle sollevazioni di massa del 2010-2011 in Tunisia, in Egitto, e inizialmente nella stessa Siria, è ben presente nelle borghesie arabe.
Il rivoltante video cartolina del resort di Gaza, tra gli sghignazzi di Trump, Musk, Netanyahu, ha rafforzato le loro preoccupazioni. Tanto più a fronte del tracollo di ogni residua finzione diplomatica attorno alla “soluzione due popoli per due Stati” che possa fornire ai governi arabi lo straccio di una copertura cui aggrapparsi. Lo spettro della rivoluzione araba resta ad oggi una pietra d'inciampo per la strategia di Donald Trump in Medio Oriente.


“L'AMERICA AGLI AMERICANI”

Il nuovo corso di Trump procede al tempo stesso con passo sicuro nel grande continente americano. “Via la Cina” dal canale di Panama. Intimidazione annessionista verso il Canada, quale possibile cinquantunesimo stato americano. Minaccia sfrontata contro il Messico, col diritto a intervenire militarmente in terra messicana contro i cartelli della droga. Respingimento di ogni nuova migrazione negli Stati Uniti e deportazione in catene di migliaia di immigrati. Ridenominazione provocatoria del Golfo del Messico in Golfo d'America. Partneriato strategico col regime argentino di Milei, nella prospettiva di una (difficile) riconquista dell'egemonia USA in America Latina

È una sorta di riformulazione, due secoli dopo, della storica dottrina Monroe che rivendicava “l'America agli americani”. Allora si presentava come rivendicazione della libertà del continente americano dal vecchio colonialismo europeo, in realtà una ipocrita giustificazione preventiva del proprio futuro progetto imperialista. Oggi quell'antica petizione in bocca a Trump può fare a meno di ogni finzione. Gli USA intendono “liberare” l'America Latina dalla massiccia penetrazione di capitali e merci dell'imperialismo cinese. Via la Cina dall'America Latina in cambio di una futura apertura alla Cina su Taiwan? È troppo presto per simili congetture. Tuttavia Trump ha dichiarato che Taiwan ha derubato gli USA in fatto di microprocessori, e che dovrebbe provvedere alla propria difesa portando le spese militari al 10% del PIL. L'imperialismo giapponese e la Corea del Sud sono significativamente inquieti.


IN CONCLUSIONE

Non è possibile avanzare previsioni certe sullo sviluppo del nuovo scenario mondiale. Tutto appare in movimento, con passo accelerato, lungo nuove linee di faglia. Può essere che l'intera operazione di Trump si concluda alla fine con un fallimento, con la tenuta del blocco imperialista russo-cinese e la conseguente ricomposizione dell'asse transatlantico tra USA ed Europa; come può essere invece che si sviluppi in direzione sua propria, con effetti domino dirompenti su ogni scacchiere.
Di certo è in atto un tentativo serio della nuova amministrazione americana di riorganizzare su basi nuove le relazioni imperialiste, quale risposta alla propria crisi di egemonia. Il vecchio assetto degli equilibri globali, già in crisi profonda dopo il 2008, sembra precipitare, mentre nuovi assetti sono ancora lontani dal prendere forma. Una stagione di grande instabilità attende il mondo.

Marco Ferrando