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Per un 8 marzo di lotta rivoluzionaria e internazionalista! Contro l’estrema destra e Trump!

 


Questo 8 marzo, Giornata internazionale della donna lavoratrice, si svolge nel contesto di un’offensiva reazionaria dell’estrema destra in molte parti del mondo. Allo stesso tempo, ci sono forti iniziative di lotta e mobilitazione in risposta a tale offensiva. Noi donne della LIS scendiamo in piazza questo 8 marzo per lottare per i diritti che abbiamo conquistato, con una strategia chiara contro il patriarcato e il capitale, per un femminismo rivoluzionario, internazionalista e socialista!

L’OFFENSIVA REAZIONARIA DELL’ESTREMA DESTRA CONTRO I DIRITTI DI GENERE

L’estrema destra avanza nella sua offensiva globale diretta contro i diritti delle donne e della comunità LGBTQIA+. Ciò fa parte di un programma più ampio antisociale e antidemocratico. Sotto la guida di Donald Trump negli Stati Uniti, di Javier Milei in Argentina e di Giorgia Meloni in Italia, l’obiettivo è lo stesso: attaccare i diritti conquistati con decenni di lotte. Le politiche contro la violenza di genere vengono ridotte, l’educazione sessuale viene smantellata, il diritto all’aborto viene criminalizzato e la comunità LGBTQIA+ viene stigmatizzata.

Questi governi e movimenti non agiscono in modo isolato: sono l’espressione di un sistema capitalista in crisi. Attaccano le infrastrutture di assistenza con i loro tagli e promuovono i valori familiari “tradizionali” per scaricare l’austerità sulle masse lavoratrici e rafforzare l’ordine patriarcale come chiave di volta del controllo sociale.

LA RISPOSTA È NELLE STRADE!

Questa offensiva accende la fiamma della lotta. Ogni attacco provoca una risposta. Ogni loro tentativo di farci arretrare rafforza la nostra organizzazione. Le donne e la comunità LGBTQIA+ si ribellano per difendere i diritti che abbiamo conquistato e per ottenerne altri, articolando le nostre rivendicazioni con le lotte della classe lavoratrice e dei popoli oppressi.

La lotta per una Palestina libera e contro il genocidio perpetrato dal sionismo e sostenuto dall’imperialismo statunitense ed europeo; l’eroica resistenza del popolo ucraino contro l’invasione russa senza smettere di combattere contro la NATO e i suoi piani imperialisti nell’Europa orientale; la solidarietà dei popoli con il popolo venezuelano contro l’intervento imperialista e contro il criminale blocco statunitense di Cuba, o le crescenti mobilitazioni contro Trump e l’ICE, sono esempi di questa risposta che continua a crescere. Allo stesso modo, le proteste di massa in Iran contro il regime repressivo e in difesa della propria indipendenza dagli attacchi statunitensi e israeliani, la difesa del Rojava in Kurdistan o la lotta del popolo saharawi per la propria autodeterminazione mostrano come, di fronte alla violenza e alla reazione dello Stato, le donne siano in prima linea nella lotta per i propri diritti, la propria libertà e la propria vita.

PER UNA SOLUZIONE RIVOLUZIONARIA E INTERNAZIONALISTA

L’emancipazione delle donne e della comunità LGBTQIA+ non sarà il risultato di riforme parziali o concessioni dall’alto. Richiede un orientamento socialista e rivoluzionario che parta dal riconoscimento che l’oppressione di genere, sebbene profondamente intrecciata con lo sfruttamento di classe, ha una sua dinamica propria. Integrare entrambe le dimensioni in una strategia comune è una condizione necessaria per una reale trasformazione della società.

La lotta contro i femminicidi, per il diritto all’aborto legale e gratuito, per la parità salariale, per il pieno riconoscimento delle identità LGBTQIA+ e contro ogni forma di violenza non può essere isolata o frammentata. Deve essere articolata, mirata a smantellare le basi materiali che sostengono il patriarcato e il capitalismo. Non si tratta solo di ottenere diritti all’interno del sistema, ma di mettere in discussione il sistema che riproduce disuguaglianza, violenza e oppressione.

Affrontare questa struttura implica combattere in modo globale il capitalismo in crisi, l’ordine patriarcale che lo permea, il razzismo strutturale, l’eredità coloniale e l’imposizione eteronormativa. Non si tratta di oppressioni scollegate tra loro: fanno parte di una rete che organizza lo sfruttamento e gerarchizza le vite. Pertanto, la nostra risposta non può essere frammentaria o meramente difensiva.

Affinché le lotte non vengano diluite o assorbite da progetti istituzionali che amministrano ciò che già esiste, è necessario costruire uno strumento politico rivoluzionario, organizzato su scala nazionale e internazionale. Solo una leadership consapevole, con un programma e una strategia, può portare avanti la lotta per una società senza sfruttatori e oppressi.

Ecco perché diciamo: non lottiamo solo per difendere le briciole che cadono dalla tavola del regime borghese, lottiamo per conquistare il mondo intero, per tutt* noi.

Diciamo no a tutti i tagli alle infrastrutture sociali, perché sono le donne, i migranti e la comunità LGBTQIA+ a dover assorbire il peso della crisi, e chiediamo massicci investimenti pubblici finanziati dall’espropriazione dei ricchi e soggetti al controllo democratico dei lavoratori.

Diciamo no ai licenziamenti, ai tagli salariali e all’aumento dei ritmi di lavoro che colpiscono in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici; al contrario, lottiamo per la parità salariale, la riduzione dell’orario di lavoro con piena compensazione salariale e la ridistribuzione del lavoro tra tutt*.

Diciamo no al carico infinito di cure, educazione e lavoro domestico non retribuito che ricade sulle donne; al contrario, lottiamo per la socializzazione del lavoro riproduttivo, per l’assistenza collettiva all’infanzia, l’assistenza medica, le mense e per strutture di assistenza e educazione organizzate socialmente e collettivamente, affinché ciò sia riconosciuto come lavoro sociale essenziale e cessi di essere un obbligo privato delle donne.

Le varianti riformiste che sperano di umanizzare il capitalismo finiscono per scontrarsi con i propri limiti. La storia dimostra che non è possibile sradicare l’oppressione di genere senza attaccare le relazioni sociali che la sostengono. Né è possibile porre fine al capitalismo senza la partecipazione attiva e organizzata delle donne e degli oppressi come soggetto politico centrale della trasformazione.

Questo 8 marzo ribadiamo questa prospettiva. Ci mobilitiamo non solo per resistere agli attacchi dell’estrema destra, ma anche per rafforzare un’alternativa rivoluzionaria e internazionalista. La nostra lotta è volta a una profonda riorganizzazione della società, per un mondo in cui la vita valga più del profitto e per porre fine all’oppressione, allo sfruttamento e alla violenza.


Commissione donne e LGBTQIA+ della Lega Internazionale Socialista

Putin benedice il governo siriano e il massacro dei curdi

 


Per i campisti un’altra dura lezione dei fatti

Il nuovo capo della Siria, l’ex jihadista Al-Jolani, oggi impegnato nel massacro dei curdi del Rojava, non è solo un beniamino del governo reazionario di Erdoğan, e un interlocutore di primo piano di Donald Trump e dell’imperialismo USA. È anche nelle grazie di Vladimir Putin e dell’imperialismo russo, con tanto di reciproci riconoscimenti. Lo rivela l’incontro fra Putin e Al-Jolani, accolto al Cremlino con tutti gli onori.

«La Russia svolge un ruolo storico nel raggiungimento dell’unità e nella stabilizzazione della situazione non solo in Siria ma anche nell’intera regione» ha dichiarato Al Jolani. «Vorrei congratularmi con lei per il fatto che questo processo sta guadagnando forza» ha ricambiato Putin.

Lo scambio è tutt’altro che insignificante. Al-Jolani cerca la copertura di Putin per la propria offensiva contro i curdi nel nord-est siriano, dopo aver incassato il via libera degli americani. Putin offre ad Al-Jolani la copertura richiesta in cambio di garanzie per le basi militari russe rimaste in Siria, a Latakia e Tartus, le uniche basi russe affacciate sul Mediterraneo, e dunque di valenza strategica per la Russia.

Non è un caso che la Russia nei giorni scorsi abbia abbandonato la propria base militare di al-Qamishli nell’area controllata dai curdi: un esplicito semaforo verde per le truppe siriane e la loro mattanza. In cambio, la Russia ha ottenuto il mantenimento di una propria presenza in Siria: una sorta di compensazione, sia pure molto parziale, dello smacco subito con la caduta di Assad.

Per gli imperialismi, vecchi e nuovi, i popoli oppressi sono solo merci di scambio nei loro cinici negoziati. La realtà dei fatti assegna un nuovo colpo alle fantasie demenziali dei campisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove va la Siria?

 


Il crollo di un regime dispotico, la natura del nuovo potere islamista, il futuro di una rivoluzione siriana

29 Dicembre 2024

La caduta del regime di Bashar al-Assad è stata una risultante indiretta dello scenario mondiale. Ma non di un misterioso complotto. I campisti cercano ancora una volta regie occulte, quando tutto è avvenuto alla luce del sole. Semplicemente la guerra d'invasione dell'Ucraina da parte di Putin ha privato il regime siriano dell'appoggio decisivo dell'imperialismo russo. Mentre la guerra dello stato sionista in territorio libanese ha impedito il soccorso ad Assad da parte delle forze di Hezbollah. La defezione obbligata dei suoi alleati tradizionali ha condannato a morte un regime tenuto in piedi esclusivamente dal loro sostegno.

La base materiale del regime era infatti estremamente ristretta. Il clan allargato della famiglia Assad concentrava nelle proprie mani, in forma diretta o indiretta, tutte le leve dell'economia e dell'apparato statale. La stessa apertura al capitale straniero e alle relazioni diplomatiche con gli imperialismi – avviate già a partire dagli anni '80, e poi dispiegate negli anni '90 e 2000 – si combinavano col controllo familiare delle grandi proprietà immobiliari, delle telecomunicazioni, del sistema bancario. Che a sua volta integrava nelle proprie strutture la fascia sociale superiore della comunità alauita (sciita), minoranza privilegiata della borghesia siriana. Parallelamente, l'enorme apparato repressivo del regime, nella sua articolazione capillare, faceva egualmente capo alla rete parentale di Assad e al suo esercizio di un terrore spietato.

La ribellione di massa del 2011, sulla scia delle rivoluzioni arabe in Tunisia ed Egitto, scosse fortemente il regime. Il successivo sviluppo della reazione panislamista, inizialmente favorita dallo stesso Assad in funzione controrivoluzionaria, da un lato ebbe ragione della rivoluzione siriana ma dall'altro impegnò il regime in una guerra civile logorante che ne indebolì ulteriormente la capacità di tenuta. Il peso specifico del sostegno russo e iraniano ad Assad crebbe nell'ultimo decennio in misura proporzionale all'indebolimento del regime. Il suo venir meno è stato pertanto fatale.


LA DINAMICA DEL CROLLO, LA NATURA DEI VINCITORI

La dinamica del crollo è stata rapidissima. Oltre ogni possibile previsione degli stessi protagonisti. In dieci giorni si è sfaldato come neve al sole un regime che durava da più di mezzo secolo.
A dissolversi innanzitutto è stato l'apparato militare. Dopo la caduta di Aleppo, e poi di Homs, è crollata ogni residua linea di difesa. La fuga di Assad in Russia si è combinata con la resa sul campo dei suoi uomini. Assad stesso, negli ultimi giorni, ha dato alle sue strutture di riferimento l'indicazione della desistenza. L'abbandono a terra delle divise da parte di migliaia di soldati e ufficiali ha immortalato l'evento. Le truppe islamiste di Al Jolani sono entrate a Damasco senza colpo ferire, dopo aver probabilmente negoziato dietro le quinte la rinuncia a ogni resistenza da parte delle residue forze assadiste, in cambio di una promessa magnanimità.

La natura politica dei vincitori è inequivoca e al tempo stesso composita.
La forza dominante, HTS, guidata da Al Jolani, è frutto dell'accorpamento di tredici frazioni della galassia islamista, dopo la sconfitta dell'ISIS, e la conversione “nazionalista” del principale troncone siriano di Al Qaeda. La sua matrice è indiscutibilmente reazionaria. Il suo governo della città di Idlib, dove HTS si era da tempo arroccata, ha seguito non a caso precetti islamisti più o meno rigorosi.
La seconda forza nel campo dei vincitori è rappresentata dall'Esercito Nazionale Siriano (nel quale dieci anni fa erano confluiti i resti dell'Esercito Libero Siriano, inizialmente composto da soldati e ufficiali che dopo il 2011 avevano rotto con Assad sposando la sollevazione popolare). Questa organizzazione può essere oggi considerata la più diretta agenzia della Turchia in Siria, pienamente subordinata ai suoi interessi e alla sua politica. Più in generale, la Turchia emerge come forza dominante della nuova Siria, rimpiazzando il vecchio asse russo-iraniano.

Chiarita la matrice reazionaria, quale sarà l'evoluzione dello scenario siriano? È difficile avanzare una previsione attendibile. Ma è importante decifrare le mosse dei protagonisti, e il loro significato. La linea generale di Al Jolani è oggi quella di chi lavora al proprio accreditamento politico e diplomatico a 360 gradi, in Siria e sul piano internazionale.


L'ECUMENISMO RECITATO DI AL JOLANI

Sicuramente sorpreso dalla rapidità della propria vittoria, timoroso di perdere il controllo della situazione, spaventato dalle dimensioni enormi della crisi siriana (amministrativa, economica, militare), Al Jolani cerca una base d'appoggio per il nuovo potere. In Siria il suo sforzo principale consiste nella ricostruzione dello Stato borghese, anche attraverso l'assimilazione di ampi settori del vecchio apparato. Da qui la promessa di una larga amnistia; della dissoluzione delle milizie islamiste in un nuovo esercito regolare; della rinuncia a “vendette” contro i vinti; di una apertura a tutte le confessioni religiose e gruppi etnici del paese; del rispetto dei diritti delle donne; di una nuova Costituzione (non meglio precisata) e di successive elezioni.

Sul piano dell'amministrazione corrente, Al Jolani sta cercando un punto di equilibrio tra le ambizioni della propria cerchia di provenienza Idlib e la conservazione della vecchia burocrazia statale, nazionale e locale. La composizione mista del governo provvisorio “di salvezza nazionale”, e il mandato trimestrale a questi assegnato, risponde esattamente a tale equilibrio.
Sul piano economico, la direzione di marcia di Al Jolani è quella della liberalizzazione del mercato interno, a partire dalla messa all'asta dei monopoli parastatali e delle immense proprietà del clan Assad: cercando di soddisfare gli appetiti di una borghesia siriana, in parte interna e in parte emigrata, interessata a capitalizzare la svolta inattesa nel proprio interesse di classe.

L'ecumenismo di Al Jolani non è meno ampio in politica estera. Tutt'altro. All'imperialismo russo, pesantemente sconfitto, cerca di risparmiare l'umiliazione, offrendo il rispetto delle sue basi militari sul Mediterraneo e in ogni caso la garanzia di una ritirata ordinata. Allo stato sionista concede la futura rinuncia della Siria a ogni politica antiisraeliana nel nome di una “equidistanza” tra interessi regionali contrapposti: un de profundis per palestinesi ed Hezbollah. Agli imperialismi d'Occidente si offre una totale normalizzazione delle relazioni in cambio dell'auspicato ritiro delle sanzioni.


IL PELLEGRINAGGIO A DAMASCO DELLE CANCELLERIE IMPERIALISTE.
LA NUOVA SPARTIZIONE DEL MEDIO ORIENTE


Il pellegrinaggio affannoso di tutte le cancellerie imperialiste a Damasco è sintomatico. Ogni paese imperialista mira a incassare un utile per i propri interessi, a dispetto dei propri rivali. La Francia fa leva sul proprio ruolo in Libano, anche in qualità di garante della tregua in atto, per irradiarsi nella vicina Siria. L'Italia, che aveva giocato d'anticipo sulla concorrenza aprendo in estate la propria ambasciata a Damasco (a sostegno di Assad), accampa i diritti di partner privilegiato della nuova Siria scavalcando la Francia. Gran Bretagna e Germania offrono a loro volta disponibilità creditizie al nuovo potere puntando a ipotecare a proprio vantaggio la ricostruzione della Siria. Tutti esibiscono garanzie future in cambio di concessioni immediate. Tutti non vedono l'ora di liberarsi dei profughi siriani rispedendoli nel loro paese, e intanto bloccando ogni nuova immigrazione dalla Siria.

La verità è che il crollo del regime di Assad riapre il grande gioco della spartizione del Medio Oriente e delle sue aree d'influenza. Un secolo fa furono gli accordi di Sykes Picot a spartire la regione tra imperialismo francese e britannico. Quali saranno oggi gli architetti dei nuovi equilibri? A differenza di un secolo fa, quando ancora l'imperialismo britannico poteva vantare la propria egemonia internazionale, l'imperialismo mondiale è oggi privo di un proprio baricentro. La contesa tra vecchie e nuove potenze imperialiste infuria su tutti gli scacchieri, ed è già entrata nella stessa partita siriana.

L'imperialismo russo ha subito un colpo molto pesante con la caduta del regime siriano. Dieci anni fa la vittoria militare della Russia in Siria a garanzia di Assad accrebbe a dismisura il suo prestigio in Medio Oriente, e non solo: la stessa penetrazione della Russia in Africa nel ruolo di protettore militare di nuovi regimi (Mali, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Niger, Ciad), ai danni prevalentemente dell'imperialismo francese, fu l'incasso della vittoria riportata in Siria. Per la stessa ragione, la caduta di Assad è oggi una disfatta russa ben al di là della Siria. E con essa, una nuova sconfitta del regime iraniano alleato, dopo lo smacco subito in Libano.

Tuttavia non è chiaro chi rimpiazzerà lo spazio vacante. Lo stato sionista mira a capitalizzare a proprio vantaggio la sconfitta dell'asse iraniano, a partire dall'occupazione sfrontata di territorio siriano nel Golan, nel silenzio della diplomazia mondiale: il disegno della Grande Israele non conosce confini. Ma il regime reazionario di Erdogan coltiva specularmente le stesse mire, disponendo oggi in Siria di leve invidiabili ad altri precluse: una diretta presenza militare nello schieramento vittorioso, e dunque il controllo politico indiretto sul nuovo governo siriano.
La contrapposizione diplomatica della Turchia a Israele sulla vicenda palestinese ha guadagnato a Erdogan nuove entrature nell'opinione pubblica delle masse arabe, e dunque uno spazio di manovra più ampio. La collocazione turca sulla linea di confine della NATO, e insieme le sue relazioni privilegiate con la Russia, consentono ad Erdogan di giocare su ogni tavolo in funzione del proprio disegno: un disegno neo-ottomano, che si irradia dal Nord Africa (Libia) alla penisola arabica sino al Sudan. Se un secolo fa la Siria nacque dalle spoglie dell'Impero ottomano, oggi l'ambizione neo-ottomana passa per il controllo turco della Siria. Una sorta di protettorato turco su Damasco.


LA MINACCIA MORTALE CHE GRAVA SUI CURDI

Questo disegno strategico richiede l'annientamento del popolo curdo. Tutte le pedine delle scenario internazionale sembrano disporsi nuovamente contro l'amministrazione curda del Rojava.
L'imperialismo USA nel suo proprio interesse sostenne dal 2016 le milizie curde siriane nella guerra contro ISIS, anche per frenare l'influenza russo-iraniana in Siria. La splendida vittoria militare curda a Kobane dimostrò agli occhi del mondo il coraggio e le capacità delle milizie curde di YPG contro la barbarie panislamista. L'espansione territoriale dell'amministrazione curda nel Rojava fu un effetto di quella vittoria. Ma nel 2019 Trump tradì i curdi con un primo ritiro dei marines e l'offerta di un semaforo verde all'offensiva militare turca contro il Rojava (chiamata beffardamente “Ramo d'ulivo”). La direzione curda strinse allora un patto inedito con Assad, accettando l'ingresso di forze militari russe e siriane come forze di interposizione. Ora la caduta di Assad rimescola nuovamente tutte le carte.
Erdogan chiede perentoriamente al nuovo governo siriano di disarmare il Rojava. Al Jolani ha pubblicamente dichiarato che la nuova Siria non potrà consentire una autonoma amministrazione curda nel nord-est della Siria. Gli USA hanno sinora mediato fra le truppe dell'Esercito Nazionale Siriano (filoturco) e le milizie di YPG. Ma l'annunciata amministrazione Trump ha già dichiarato che gli USA non si faranno coinvolgere. In altri termini, lasceranno fare alla Turchia. La direzione curda scrive a Trump chiedendo rassicurazioni, ma è molto difficile che possa ottenerle.
Una volta di più si conferma una verità di fondo: i curdi, al pari dei palestinesi, hanno diritto alla propria autodeterminazione nazionale, ma nessuna autodeterminazione dei popoli oppressi del Medio Oriente è compatibile con la dominazione imperialista e sionista della regione.


LE PROSPETTIVE DI UNA RIVOLUZIONE SIRIANA

Come evolverà la crisi siriana sul versante della mobilitazione sociale? Lo scenario è aperto a ogni sbocco. A differenza di Ben Alì o Mubarak, Assad non è caduto per via di una sollevazione popolare, ma per effetto del disfacimento del regime. Chi parla dell'ingresso delle milizie islamiste a Damasco come vittoria della “rivoluzione siriana” confonde la sollevazione del 2011 con la realtà, ben diversa, dell'ultimo decennio. Ma al polo opposto, l'area campista parastalinista e/o rossobruna che ha sempre descritto il regime dispotico di Assad come progressivo, democratico, socialmente avanzato, antimperialista – e per questo protetto dal popolo – non può capire l'entusiasmo popolare per la sua caduta. Un entusiasmo liberatorio che ha invaso strade e piazze delle città siriane, un entusiasmo persino incredulo, e anche per questo gioioso. Potrà trasformarsi questo entusiasmo in un processo di radicalizzazione di massa? Al momento questo salto non si registra. Ma nulla può essere escluso per il futuro.

La Siria è un paese distrutto. Più del 90% della popolazione è sotto la soglia della povertà. L'88% delle infrastrutture è crollato. Metà della popolazione è sfollata o in esilio. La lira siriana è carta straccia, l'inflazione è fuori controllo. Tutte le esigenze sociali più elementari cozzano con i programmi liberisti del nuovo governo e con gli appetiti imperialisti. Tutte le domande democratiche di libertà e giustizia cozzano con la salvaguardia del vecchio apparato statale. E anche con la pretesa di una nuova Costituzione scritta dagli islamisti senza una democratica assemblea costituente.

Il nuovo governo sta cercando di pilotare una transizione dall'alto prima che possa esplodere una sollevazione dal basso. Ma il calendario politico siriano dei prossimi mesi offrirà molte occasioni all'irrompere dell'iniziativa di massa. Solo un'autorganizzazione democratica delle masse oppresse – dei lavoratori e lavoratrici, dei contadini, della maggioranza della popolazione povera – e un governo operaio e contadino su di questa basato, potrà realizzare una vera svolta. Come ha scritto Samar Yazbek, poetessa siriana in esilio, «Bashar Assad è caduto, ma la vera rivoluzione dei siriani deve ancora cominciare» (Le Monde, 24 dicembre).

Al tempo stesso, come ha dimostrato una volta di più, seppur a negativo, l'esperienza delle rivoluzioni arabe del 2010/2011, solo una direzione marxista rivoluzionaria potrà dare un futuro alla rivoluzione. In Siria e non solo. La costruzione di questa direzione è il compito del giorno dei rivoluzionari.

Marco Ferrando

No all'accordo criminale di allargamento della NATO!

 


Pochi anni fa i combattenti curdi erano esaltati in Occidente come gli eroi della guerra contro l’organizzazione terroristica islamica ISIS. Largamente armati dalla NATO e in primo luogo dall’imperialismo USA (senza che, giustamente, gli attuali pacifinti e pacitonti semiputitiani ci trovassero niente a che ridire), erano la forza di prima fila di quella guerra.

Pochi obiettarono persino alla scelta – questa secondo noi gravemente errata – del YPG/YPJ di combattere successivamente non solo con l’appoggio, ma materialmente insieme alle truppe USA.
E quando Trump, nell’ambito della sua politica di conciliazione con Putin, come ricompensa per l’appoggio avuto per la vittoria elettorale del 2016, ha ritirato le truppe americane dal Rojava, gli alti comandi militari del Pentagono hanno gridato al tradimento.

Oggi tutto questo è dimenticato in nome del confronto con l’imperialismo russo. Erdogan avrà tutte le armi che vuole, Svezia e Finlandia rinunceranno a ogni residuo di difesa dei rifugiati politici (già si stanno preparando le liste di espulsione).

La nostra condanna di questo criminale accordo non potrebbe essere più forte.
Lo sviluppo e il rafforzamento della NATO rientrano nel nuovo devastante quadro mondiale di scontro, e domani forse guerra aperta, tra le vecchie potenze imperialiste capeggiate dagli USA e il nuovo blocco imperialista Cina-Russia nato dal crollo o trasformazione capitalistica dei vecchi regimi stalinisti.

Di fronte a questa situazione, in cui lo scontro reale è quello tra le borghesie capitalistiche dei due fronti, noi, da leninisti conseguenti, ci dichiariamo per il disfattismo bilaterale e la trasformazione dello scontro imperialistico in guerra civile e rivoluzione socialista. Però, sempre da leninisti, noi sappiamo distinguere tra le potenze imperialiste e gli stati e le nazioni che non lo sono. Per questo siamo incondizionatamente dalla parte del popolo curdo contro tutti i suoi nemici, si chiamino Erdogan, Assad, al-Nusra o ISIS, e siamo perché esso si armi per la sua difesa in qualunque modo e da qualunque fonte possibile, così come continuiamo a sostenere l’Ucraina nella sua lotta per difendere l’indipendenza nazionale dal tentativo dell’oligarchia putiniana di distruggerla.
Tutto ciò senza alcun sostegno politico alle direzioni di tali stati o nazioni, e sempre nella prospettiva della rivoluzione socialista.

Naturalmente riconosciamo la differenza tra il governo borghese di Zelensky e il PKK, organizzazione nazionalista rivoluzionaria piccolo-borghese radicale, soprattutto oggi che ha abbandonato il vecchio stalinismo per aderire alle teorie libertarie confederaliste democratiche dell’americano Murray Bookchin (già quadro sindacale del partito trotskista nordamericano in gioventù). Ma ciò non toglie che la difesa di una nazione aggredita o oppressa sia un dovere in ogni caso, anche quello dell’Ucraina, come fece la Russia rivoluzionaria nel 1920 rispetto alla disastrata Turchia del borghese Kemal Ataturk contro la Grecia appoggiata dall’imperialismo inglese.


No all'accordo criminale di allargamento della NATO

No alle armi al regime reazionario di Erdogan

Giù le mani dai rifugiati curdi in Svezia e Finlandia

Terrorista non è il PKK ma la NATO e l'OCTS (alleanza militare tra Russia e paesi satelliti)

Per lo scioglimento incondizionato dei due blocchi militari

Ritiro delle truppe turche e siriane dai territori curdi

Per un Kurdistan indipendente, unito e socialista, nell'ambito di una federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione internazionale

LE PROSSIME INIZIATIVE IN SOLIDARIETA' CON IL POPOLO CURDO

Volentieri segnaliamo:











































Il PCL sezione di Bologna parteciperà portando la propria specifica lettura e orientamento programmatico anti imperialista, descritti di seguito e nel testo del volantino che verrà distribuito:

GIÙ LE MANI DAI CURDI!
TRUMP LASCIA I CURDI IN PASTO AD ERDOGAN

Come purtroppo era prevedibile, l'imperialismo USA ha deciso di scaricare i curdi siriani, dopo averli usati come fanteriacontro l'ISIS. È il cinismo della politica imperialista.
Le milizie curde delle YPG sono state determinanti nella sconfitta politica e militare delle organizzazioni reazionarie panislamiste. A Kobane e in tante altre città del nord siriano uomini e donne curde, armi alla mano, hanno dato prova di un
eroismo autentico. Senza la loro avanzata di terra, palmo a palmo, al prezzo di enormi sofferenze e di un grande sacrificio di vite, i soli bombardamenti aerei non avrebbero potuto piegare ISIS. Anche per questo il movimento operaio
internazionale e le ragioni degli oppressi di tutto il mondo hanno un debito di riconoscenza nei confronti dei combattenti curdi.
Ora Donald Trump definisce la loro guerra “una guerra ridicola”, e li abbandona alla furia di Erdogan e dell'esercito turco.
L'accordo fra Trump ed Erdogan è un esplicito semaforo verde all'invasione turca del Nord siriano, ciò che significa di fattonon solo l'annessione di parte della Siria, a beneficio dei progetti ottomani del nuovo sultano, ma anche e in primo luogo una guerra di annientamento della resistenza curda. Un massacro annunciato.
Nel rapporto contrastato con gli USA, il governo turco ha messo sul piatto della bilancia la propria posizione strategica: quella di principale avamposto della NATO in Medio Oriente e al tempo stesso interlocutore politico e militare della Russia di Putin. L'imperialismo americano non poteva rischiare di spingere Erdogan verso Mosca, per questo gli lascia via libera nella guerra ai curdi. Una guerra di cui Erdogan ha assoluto bisogno anche per ragioni politiche interne, dopo la sconfitta elettorale di Istanbul e nel pieno della recessione economica turca. Issare la bandiera del nazionalismo turco e conquistare manu militari il nord della Siria sono ossigeno prezioso per il regime, come lo è poter respingere nei territori militarmente annessi i rifugiati di guerra siriani, già oggetto di una crescente campagna xenofoba interna.
Quanto agli imperialismi europei, Italia inclusa, l'unica loro preoccupazione per la scelta di Trump è che una nuova guerra nel Nord siriano possa sospingere ulteriori flussi di immigrati in Europa. La UE ha pagato Erdogan fior di miliardi per fargli fare il guardiano delle rotte balcaniche, per questo tace sull'attacco ai diritti democratici in Turchia e sulla natura reale
del regime che lo promuove. La macelleria annunciata contro i curdi è solo una sgradita complicazione, nulla più.
Le organizzazioni curde resisteranno con tutte le proprie forze all'invasione turca. Ma il divario di potenza è enorme. È necessaria la più vasta azione di solidarietà e di sostegno alla resistenza curda da parte del movimento operaio italiano ed europeo, delle organizzazioni sindacali, delle sinistre politiche, dei movimenti antimperialisti. “Giù le mani dai curdi” può e deve diventare da subito la parola d'ordine di una vasta mobilitazione unitaria sotto le ambasciate e i consolati turchi, e contro ogni silenzio e complicità del proprio imperialismo.
Ma gli avvenimenti del Medio Oriente ci consegnano una lezione di fondo che va al di là dell'emergenza e che interroga la prospettiva. I fatti confermano una volta di più che il popolo curdo, come il popolo palestinese, non ha alleati possibili tra le potenze imperialiste, vecchie e nuove. Nessun imperialismo metterà a rischio i propri interessi strategici per la causa nazionale di un popolo oppresso. E l'interesse strategico di tutti gli imperialismi è sostenere la Turchia e lo Stato sionista, quali migliori tutori dei propri affari in Medio Oriente. Tutte le strategie di accomodamento diplomatico con questa o quella potenza imperialista al fine di guadagnarne i favori si sono rivelate illusioni, sia in campo curdo, sia in campo palestinese.
Non hanno favorito i popoli oppressi ma solo i loro avversari. I curdi come i palestinesi possono contare solo sulla propria forza e sul sostegno dei lavoratori di tutto il mondo.
La liberazione e unificazione del Kurdistan, come la liberazione della Palestina, possono compiersi solo per via rivoluzionaria, solo attraverso la saldatura della propria causa nazionale con la prospettiva della rivoluzione socialista nella
nazione araba e in Medio Oriente. L'unica che può assicurare il pieno diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi.

La costruzione dell'Internazionale rivoluzionaria è condizione decisiva per sviluppare questa prospettiva.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Condannare il massacro di Suruç! Trovare, perseguire e punire i colpevoli! Abbasso l'ISIS e i suoi alleati in Turchia! Riteniamo Erdoganan e il governo dell'AKP responsabili!










Il 20 giugno 2015 decine di persone, più di 50 da alcuni conteggi, hanno perso la vita a causa dell'attacco di un kamikaze nella città di Suruç, nella provincia di Urfa in Turchia, appena oltre il confine dal cantone di Rojava - Kobane, l'entità politica autonoma del Kurdistan occidentale fondata nel 2012, nel nord della Siria.
Questo attacco è stato portato al gruppo giovanile della ESP, una delle forze che compongono il partito ombrello HDP (Partito democratico del popolo), che ha raggiunto il 13 % del voto popolare nelle elezioni del 7 giugno e ha causato al partito di Erdogan, l'AKP al potere, una grave battuta d'arresto. Da questo punto di vista, questo attacco appare l'ennesimo episodio di una lunga lista di attacchi attentamente pianificati all'HDP già durante la campagna elettorale, che si è conclusa nel segno dell'esplosione di una bomba durante la manifestazione nella città di Diyarbakir, che si è tenuta due giorni prima delle elezioni e che ha causato quattro morti.
La 3 ° Conferenza Euromediterranea, che riunisce partiti, organizzazioni e militanti provenienti da 19 paesi di quattro continenti in una riunione internazionalista ad Atene,  il 18-20 luglio 2015, condanna duramente l'attacco e chiede che sia fatto tutto il possibile per perseguire e punire gli esecutori e i mandanti. La conferenza prende atto che questo attacco alla HDP è anche inequivocabilmente un attacco contro il popolo curdo e coloro che agiscono in solidarietà con esso. Questi fatti ricordano l'orribile attacco lanciato a Kobane dalle forze dello Stato Islamico dell'Iraq e il Levante (ISIS) solo un mese fa, il 25 giugno, e che ha visto 146 vittime tra i civili, mentre contemporaneamente un'altra potente bomba esplodeva lo stesso giorno, come questo recente massacro in Suruç. Si  può affermare senza rischio di errore che la forza alla base di questo nuovo massacro è di nuovo l' SIL, direttamente o tramite i suoi alleati takfiri in Turchia. Questa organizzazione barbara, a sua volta, è stata utilizzato da Erdogan e il suo governo AKP, come leva nella loro lotta per avere maggior potere in Medio Oriente e anche per perseguire l'obiettivo di porre fine all'esperienza di autonomia curda a Kobane.
La conferenza dichiara che è incondizionatamente dalla parte della nazione curda, oppressa nella sua lotta per i propri diritti nazionali nel contesto di una partizione del Kurdistan in quattro parti (Turchia, Iran, Iraq e Siria)che risale a quasi un secolo fa. Dichiara inoltre il suo sostegno a tutte le forze rivoluzionarie e progressiste in Turchia, Siria e Iraq che si battono contro il barbaro ISIS. Dichiara  inoltre in modo inequivocabile la convinzione che a meno che Erdogan e il governo dell'AKP siano sconfitti in Turchia, l'ISIScontinuerà a godere  del sostegno della Turchia, con la quale la Siria condivide una lunga frontiera di 900 chilometri, oltre che dell'Arabia Saudita e del Qatar, in termini di: logistica, finanza, armi, assistenza sanitaria per i suoi combattenti e un flusso di militanti oltre il confine. Erdogan e il governo dell'AKP sono stati colti in flagrante in ripetuti casi di incursioni da parte delle forze di sicurezza della Turchia stessa sui camion TIR del MIT, l'organizzazione di intelligence turca, nei cui depositi sono state scoperte  armi dirette all’ISIS o altrigruppi armati settari. Tutti questi casi sono stati successivamente coperti attraverso le decisioni arbitrarie della magistratura turca sotto il controllo di Erdogan, ma l'evidenza è incontrovertibile.
La Conferenza estende il proprio supporto a tutte le forze che si battono contro Erdogan e il governo dispotico dell'AKP in modo coerente, in particolare al Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP), e mette in guardia contro le terribili conseguenze che possono derivare da ogni tipo di esitazione sulla questione della lotta contro queste forze.
La nostra solidarietà va in primo luogo, naturalmente, al popolo curdo che si batte valorosamente per la sua libertà e dignità.
Battere l’ISIS signore della guerra e la sua politica reazionaria!
Abbattere Erdogan e al governo dell'AKP!
Riconoscere incondizionatamente il diritto all'autodeterminazione dei Curdi!
Avanti per una federazione socialista del Medio Oriente e dell’ Africa del Nord!

Risoluzione della Terza Conferenza Euromediterranea di Atene