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Pulp history: a proposito di foibe e infoibatori della verità

Puntualmente ogni anno, attorno al 10 febbraio, eletto dal 2004 “Giorno del ricordo”, si scatena la canea mediatica e istituzionale che da qualche anno ha raggiunto anche i più alti vertici delle istituzioni, come la presidenza della Repubblica, prima con Napolitano e oggi con Mattarella, che per l'occasione ha aggiunto una chiosa contro le “sacche di negazionismo militante”. Anche se non ci è dato conoscere quali, visto che ormai esiste una vasta produzione storiografica che contesta la narrazione unilateralmente falsa e priva di riscontri, mitopoietica di un senso comune fascistoide.
A dispetto di serie ricerche sull'argomento, si vuole affermare una “verità di Stato”, priva di qualsiasi fondamento storico, con la convinzione che “una menzogna ripetuta diventa verità”, soprattutto se ripetuta da pulpiti rispettabili. Qualsiasi ricercatore, che si occupi seriamente della questione, viene tacciato di “negazionismo”: l'ultimo caso, per ora, è rappresentato da Eric Gobetti, oggetto di attacchi da parte dell'organizzazione fascista Aliud e di associazioni di esuli giuliano-dalmati, interessati ad un uso politico delle vicende del confine orientale. La “questione delle foibe” è diventata così uno strumento dell'estrema destra per tentare di costruire un'egemonia culturale a scopi politici. Rincorrendola su questa questione, il centro liberale le ha spianato la strada, e oggi la rincorre sullo stesso terreno. Infatti, solo Rifondazione Comunista si oppose nel 2004 all'istituzione del cosiddetto “giorno del ricordo”. Ma perché il 10 febbraio?


10 FEBBRAIO: UNA DATA REVANSCISTA

Nel 1941 l'Italia, senza neppure una dichiarazione di guerra, insieme con i suoi alleati tedeschi, iniziò l'occupazione della Jugoslavia. La Jugoslavia venne spartita tra Germania, Bulgaria, Ungheria e Italia, alla quale toccarono Montenegro, parte del Kosovo e della Macedonia, parte della Dalmazia e la Slovenia. Il 3 maggio iniziò la fascistizzazione e l'italianizzazione della zone occupate, che consistette in trasferimenti forzati di popolazioni, ripopolamento con i coloni italiani delle zone così svuotate, eliminazione delle tradizioni e della lingua nazionale, eliminazione delle scuole in lingue slave, forzata italianizzazione di cognomi. A eseguire queste misure è chiamato il generale Emilio Grazioli. La stessa Lubiana, divenuta italiana, fu interamente circondata da filo spinato per la repressione antislava.
Nel 1942-'43 si organizzò la resistenza: il fronte di liberazione slavo univa comunisti, cristiano-sociali e liberali. L’Italia promosse così lo stato di “guerra totale”. Il generale Mario Roatta, al comando della II armata, assunse il controllo politico della regione. Centinaia di processi sommari, con decine di condanne a morte e migliaia di condannati all’ergastolo o a pene di 30 anni. È molto difficile un censimento preciso. Tone Ferenc, storico sloveno, ha registrato 1569 esecuzioni capitali; 1376 decessi nei campi di concentramento italiani, dove furono deportate 25 mila persone, pari grosso modo all’8% della popolazione slovena (336 mila abitanti), ma a questo dato minimo va aggiunto un gran numero, nell’ordine delle molte migliaia, di vittime della guerra antipartigiana, che consisteva in rastrellamenti, incendi di villaggi ed esecuzioni sommarie che non risparmiavano donne, vecchi e bambini. Il generale Robotti nel 1942 scriveva alle truppe, lamentandosi che «si ammazza troppo poco», e lo stesso capo del fascismo, in un discorso alle truppe della seconda armata in Dalmazia scriveva: «So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori». Dopo l'8 settembre, scoppiarono insurrezioni contadine in Slovenia e Istria, a carattere sociale, contro l'élite economica, in particolare per la riappropriazione dei campi concessi dal fascismo a nuovi proprietari italiani. Nel tipico stile delle jacqueries vennero incendiati i catasti e distrutti documenti che riconoscevano i privilegi dell'élite coloniale italiana sulla popolazione slava. In quest'occasione circa 400 persone sono state gettate nelle foibe, tra tedeschi, italiani, sloveni e altri.
La seconda ondata di “infoibamenti” avvenne nel maggio del 1945, dopo la liberazione di Trieste da parte dell'Esercito Popolare di Liberazione (EPL) jugoslavo. Nei giorni confusi che seguirono la liberazione di Trieste si verificarono processi sommari, vendette personali, rastrellamenti “privati” che talvolta si conclusero con l'occultamento dei cadaveri nelle foibe del Carso. Ma qui occorre una precisazione; a questi episodi l'EPL jugoslavo tentò di porre un freno, e spesso condannò a pene severissime, talvolta alla pena capitale, chi si rendeva colpevole di questi crimini. Per due fondamentali ragioni storiche: da una parte l'Esercito Popolare era parte integrante degli eserciti alleati, anch'essi presenti in città; in secondo luogo, aveva tutto l'interesse a presentarsi come garante della sicurezza e della pace di Trieste, città di cui cercava l'annessione alla Jugoslavia.

Dunque, se le “foibe” si sono verificate in settembre (1943) e maggio (1945), perché il 10 febbraio è stato scelto come data simbolo?
Il 10 febbraio 1947 venne firmato il trattato di pace che frustrava le aspirazioni italiane sull'Istria e la Dalmazia, oltre che su una parte dell'entroterra triestino, passate alla nuova Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Non è un caso che questa data sia stata rispolverata in seguito al crollo dell'URSS e dello smembramento dell'ex Jugoslavia, al quale l'imperialismo italiano ha contribuito in maniera determinante. La data scelta nascondeva le aspirazioni ritrovate dell'imperialismo di casa nostra di ridiventare l'unica potenza adriatica. Ma il senso della scelta della data è anche un altro: il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di Auschwitz da parte dell'Armata rossa, si celebra il Giorno della memoria. La data del 10 febbraio, posta così vicina, ha due scopi: da una parte far passare in secondo piano la tragedia della Shoah, nella quale circa sei milioni di ebrei, rom, comunisti, omosessuali, oppositori politici e altre minoranze furono sterminate dai nazisti e dai loro alleati fascisti italiani; in secondo luogo alimentare la falsa equipollenza della Shoah e delle foibe, come dichiarava nel 2002 l'allora ministro della cultura Gasparri.

Tuttavia il “giorno del ricordo” ha radici più lontane nel tempo. Subentrato l'esercito tedesco all'esercito italiano in disfatta, nel 1943 i nazisti, insieme con i servizi della Repubblica Sociale Italiana, cominciarono a orchestrare una campagna propagandistica antislava per dimostrare che le foibe fossero state uno strumento della pulizia etnica slavo-comunista ai danni degli italiani. Tutta la retorica odierna sulle “foibe” e la “pulizia etnica” non è altro che una riproposizione dell'opuscolo nazista "Ecco il conto!", diffuso in Istria e a Trieste dopo il 1943. Persino le foto, che accompagnano l'opuscolo, sono le stesse che corredano le varie mostre in giro per l'Italia.
Nell'immediato dopoguerra i servizi segreti collegati alla Decima Mas continuarono ad alimentare presso gli alleati la mitologia anticomunista delle migliaia di morti, innocenti, nelle “foibe”. Ed è questa retorica che viene riproposta ogni 10 febbraio: “negazionismo” è diventata non solo la parola in codice per tentare di mettere a tacere ogni ricerca storica, con l'utilizzare in maniera oscena lo stesso termine che si usa per chi nega la Shoah, ma un vero e proprio appello all'aggressione fisica contro gli studiosi che si oppongono alla menzogna di Stato.
Il metodo dei falsificazionisti, nel '43-'45 come oggi, consiste nel decontestualizzare gli avvenimenti storici, soffermandosi sugli aspetti raccapriccianti, sui morti, gli stupri, condendo il tutto con qualche particolare scabroso, e, se non ci sono, li si inventa.
Si inventano cifre ed episodi, foto e testimonianze. I numeri lievitano, fino a cifre inverosimili, le fonti si ignorano o si creano. Il meccanismo probatorio, tipico di ogni indagine storica, è ignorato. Si mette in moto un rovesciamento metodologico: invece di partire dalle ricerche per giungere a delle conclusioni, si afferma una menzogna che poi la storiografia deve avallare.


L'ABUSO POLITICO DI UNA TRAGEDIA

Significativamente l'attenzione sulla questione delle foibe si è moltiplicata dopo il crollo dell'Unione Sovietica e la disgregazione della Jugoslavia, che in Italia ha avuto come effetto l'autoscioglimento del PCI e l'abbandono di qualsiasi riferimento al comunismo dei suoi eredi, fino alla formazione di un partito dichiaratamente appartenente al centro liberale, come il PD.
Per l'estrema destra, e in particolare gli eredi del MSI, rientrata in pieno nel gioco parlamentare grazie ai governi Berlusconi, è stata l'occasione per tentare di imporre un rovesciamento ideologico nella lettura del dopoguerra. L'istituzione della “giornata del ricordo” nel 2004 ha avuto questo scopo: sostituire i miti fondanti della Repubblica italiana, dal 25 aprile e 2 giugno al 4 novembre e 10 febbraio. In questo modo si tenta di ristabilire la continuità dello Stato dal liberalismo al fascismo alla cosiddetta seconda Repubblica, condannando qualsiasi tentativo di ribellione che provenga dalla classe operaia e dai settori subalterni, individuata nella Resistenza e nella liberazione della Jugoslavia di Tito dal nazifascismo.
Negli anni Duemila appaiono vari sceneggiati e programmi radio che puntano sulla banalizzazione del fascismo, concentrandosi su aspetti personali della vita dei gerarchi, oppure sulla retorica dei “vinti”. Il culmine della delegittimazione della Resistenza è stato raggiunto con i romanzi del giornalista appena scomparso Giampaolo Pansa. La questione quindi è passata dal campo storiografico al campo politico, mediante l'affermazione di una verità accertata e, come si è detto, il linciaggio mediatico degli storici che si sono occupati della questione. Oggi, scomparsa Alleanza Nazionale, con il riposizionamento dell'estrema destra tra Fratelli d'Italia e Lega, con le loro appendici neofasciste, e l'adesione ai miti fondanti patriottici da parte della sinistra post-sovietica, si è realizzato un consenso generalizzato in funzione anticomunista e antislava.
La ricerca dell'egemonia in questo campo ha però anche un'implicazione più direttamente politica: è funzionale alle politiche razziste securitarie, che uniscono l'estrema destra e il centro rappresentato da PD e 5 stelle. In questo senso, l'”antifascismo” del PD appare strumentalmente orientato ai suoi interessi elettorali, e a far dimenticare le politiche antioperaie di questo partito. Ristabilire la verità storica significa anche ristabilire il diritto delle classi subalterne alla resistenza all'oppressione.




Per chi voglia saperne di più:

Circolari del generale Robotti

Dossier sulle foibe e il confine orientale

Sulla falsificazione delle foto
Gino Candreva

Dopo la strage, il golpe

Dicembre 1970, quando i neofascisti sognavano il golpe: il tentativo di Junio Valerio Borghese

18 Dicembre 2019
Approfondiamo la riflessione su Piazza Fontana analizzando le conseguenze della strage e gli sviluppi della strategia della tensione
Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (la notte dell’Immacolata) il Fronte Nazionale, in stretto collegamento con altre organizzazioni di estrema destra, e con la complicità di un consistente numero di alti ufficiali delle forze armate, tenta di attuare un colpo di Stato militare. A capo dei cospiratori c’è un uomo ormai anziano, grassoccio, con il naso a patata e la postura da gerarca di provincia: il suo nome è Junio Valerio Borghese, il fascistissimo comandante della Decima Mas. Ha già pronto il proclama da declamare alla TV per annunciare l’avvenuto insediamento di una “giunta nazionale”. Il nome in codice è "operazione Tora Tora", lo stesso che i giapponesi usarono per l’attacco a Pearl Harbour, e sta a significare la volontà di procedere ad un’azione di sorpresa, rapida e vincente.
A Roma e in altre città italiane vengono radunati ventimila attivisti di destra, mentre alcuni reparti militari convergono sulla capitale. L’intento è quello di mettere sotto controllo i gangli vitali della nazione. Occupazione della RAI, controllo delle telecomunicazioni, presa di possesso dei ministeri dell’interno e della difesa, defenestrazione del capo della polizia, arresto del presidente della repubblica (1).
I congiurati si prefiggono la messa in mora della democrazia parlamentare e lo scioglimento delle forze politiche di opposizione. Preparano l’arresto e la deportazione degli esponenti dei partiti della sinistra. Del resto, il comandante Borghese non aveva mai dissimulato i suoi propositi. In una celebre intervista rilasciata alla TV svizzera aveva avuto modo di affermare: “Oggi combatto contro degli italiani, oggi parlo contro degli italiani quando le dico che i nostri nemici più pericolosi in Italia sono i comunisti, quindi degli italiani, e non ami disturba affatto dirle che sono nemici e se potessimo sterminarli sarei molto contento.” (2).


IL PERCHÉ DI UN TENTATIVO AUTORITARIO

Il pronunciamento militare punta a risolvere lo stato di grande conflittualità sociale che prima gli studenti, nel ’68, e poi gli operai con l’autunno caldo hanno innescato nel paese.
In quegli anni il radicalismo operaio mette in discussione una condizione di subordinazione che i padroni ritenevano naturale ed immodificabile. Il vento di protesta che attraversa il paese sospinge lo sviluppo di nuovi movimenti antisistemici, favorisce la partecipazione diretta, rinvigorisce le speranze di riscatto delle classi sociali più deboli: un cambiamento radicale sembra a portata di mano. Il miracolo economico del dopoguerra, fondato sui bassi salari e sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro, rischia di essere vanificato. La crescita delle lotte, le rivendicazioni operaie, il nuovo protagonismo dei giovani rischiano seriamente di incrinare i vecchi assetti di potere. Sale perciò la preoccupazione: “bisogna fare qualcosa, la pace sociale va ripristinata, l’ordine e la disciplina devono tornare a regnare nelle scuole e nelle officine”, è la parola d’ordine che attraversa lo schieramento conservatore.
Sul finire degli anni Sessanta le classi dominanti temono di vedere messi in discussione i loro privilegi. Una parte di esse guarda con favore ad una soluzione radicale che, spezzando le gambe al movimento operaio, avvii una soluzione autoritaria capace di normalizzare la situazione sociale e politica del paese. L’esempio della Grecia – dove nel 1967 un colpo di Stato favorito dagli Stati Uniti ha portato al potere una giunta militare – suggestiona i circoli più apertamente reazionari della borghesia italiana.
I fascisti si mettono prontamente al servizio di questo disegno. Lavorano per creare un clima di fondo adatto a spingere il paese in mani “forti e sicure”. “Basta coi bordelli, vogliamo i colonnelli”, “Ankara, Atene, adesso Roma viene” scandiscono i manifestanti di destra guidati da Caradonna e De Lorenzo, mentre sfilano sui gradini dell’Altare della patria.
Nel 1969 si era chiuso il contratto dei metalmeccanici. Come sottoprodotto delle lotte radicali dell’autunno caldo, i lavoratori italiani avevano strappato alcune importanti conquiste: abolizione delle gabbie salariali, riduzione dell’orario di lavoro a quaranta ore, affermazione della piena agibilità sindacale, diritto allo studio con la conquista delle 150 ore. Un contratto significativo che, segnando una vittoria, accresce la forza, la fiducia e la consapevolezza della classe operaia. Nella primavera del 1970, nonostante l’ostruzionismo delle destre, la Camera approva lo Statuto dei lavoratori, mentre viene promulgata un’amnistia per i reati contestati durante le agitazioni sindacali dell’autunno caldo. Intanto, la mobilitazione dei lavoratori si riversa fuori dai cancelli delle fabbriche contagia gli altri strati sociali, dà nuova linfa alle lotte popolari, conquista nuova egemonia nella società. Da qui la reazione delle classi dominanti, che con la strategia della tensione tenterà di bloccare l’avanzata delle sinistre e del movimento operaio. Il 12 dicembre del 1969 è il battesimo di fuoco di questa strategia. La strage di Piazza Fontana viene attribuita agli anarchici per sbarrare la strada ai movimenti del biennio '68-'69, e per favorire una svolta autoritaria. In questo quadro si colloca l’attività del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.


DALLA DECIMA MAS AL DOPOGUERRA

Junio Valerio Borghese, rampollo di una delle più altolocate famiglie dell’aristocrazia romana, fu ufficiale di Marina all’inizio della seconda guerra mondiale e poi comandante della Decima Mas. Pluridecorato per le azioni svolte contro la flotta inglese, dopo l’armistizio aderì alla Repubblica di Salò, rendendosi protagonista, assieme ai nazisti, delle più cruente azioni repressive: rappresaglie, rastrellamenti di civili, massacri di partigiani. Alla fine della guerra, grazie all’aiuto dei servizi americani, dopo un breve periodo di detenzione, venne scarcerato ed iniziò a cooperare con loro (3). Infatti è oramai risaputo che, dopo la fine del conflitto mondiale, alcuni dei più alti esponenti fascisti e nazisti appena sconfitti e in fuga, responsabili anche di reati gravissimi, furono arruolati dai servizi segreti occidentali in funzione anticomunista (4). Lo stesso Otto Skorzeny, il nazista austriaco che aveva organizzato la fuga di Mussolini da Campo Imperatore, appena crollato il Terzo Reich passa armi e bagagli con la CIA.
Nella seconda metà degli anni Quaranta nasce intanto il Movimento Sociale Italiano (MSI), il partito neofascista che raccoglie gli orfani di Salò e del Ventennio mussoliniano. Gli Stati Uniti seguono con benevola attenzione la crescita di un partito come il MSI, dai connotati decisamente anticomunisti. Il principe Borghese ne diventa il presidente onorario nel luglio 1952, per poi allontanarsi dal partito, sul finire del decennio: il MSI era troppo moderato e accondiscendente, troppo votato ai riti parlamentari per l’ardimentoso comandante della Decima Mas. Uscito dal MSI, Borghese lavora al progetto politico del Fronte Nazionale: instaurazione di uno Stato forte, esclusione dei partiti da ogni partecipazione di governo, recupero della dottrina del corporativismo intesa come utile strumento per recidere ogni forma di conflitto sociale. Tutti chiari elementi che connotano la sua visione politica reazionaria. La weltanschauung di Borghese riflette il carattere, la formazione e gli intenti politici del personaggio. Per il principe nero, la critica è concessa solo se “qualificata ed espressa nel quadro degli interessi nazionali”, mentre la libertà dei cittadini è intesa solo come “osservanza assoluta e immediata delle leggi”. Al di sopra di tutto, Borghese mette la restaurazione dell’ordine messo in discussione dai fermenti che maturano nella società; un ordine gerarchico che va assicurato attraverso l’affermazione di un potere assoluto da assegnare all’esercito e alle forze di polizia. Lavora così a diventare il Papadopoulos italiano. A tal fine, accreditandosi come gollista e presentandosi come possibile uomo della provvidenza, stempera i richiami retorici al fascismo, ma ne conserva l’intima sostanza dei contenuti, nonché le relazioni e le complicità con il suo ambiente di provenienza.


IL FRONTE NAZIONALE

Il Fronte Nazionale viene fondato nel settembre del 1968. Nasce come strumento politico di raccordo tra le principali organizzazioni della destra estrema (in primis Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo), ma la sua ragione sociale è il compimento di un colpo di Stato. Si muove, dunque, lungo il crinale che porta ad una soluzione di forza che consenta l’instaurazione di un regime autoritario.
La formazione di Borghese fomenta le tensioni, si erge a baluardo anticomunista, invoca la discesa in campo delle forze armate, alle quali affida un ruolo salvifico per la nazione minacciata dal caos e dalla sovversione. Per alcuni anni, in attesa della tanto agognata “ora X”, Borghese lavora alacremente per realizzare il suo disegno politico: coltiva i rapporti con pezzi dei servizi atlantici, stringe le relazioni con gli ambienti massonici (secondo la ricostruzione del giudice Salvini, consegnata alla commissione parlamentare stragi, anche Licio Gelli avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel progettato golpe), inquadra un raggruppamento politico-militare che vede raccolti insieme generali felloni ed esponenti dell’estremismo di destra. Soprattutto, ricerca e trova l’appoggio fattivo di un pezzo significativo del mondo industriale italiano. Armatori, finanzieri e capitani d’industria aprono i cordoni della borsa e finanziano il progetto di Borghese, in modo particolare quelli liguri e del nord del paese, come documenta il giornalista Camillo Arcuri (5). Alcuni di loro si uniranno a Borghese e saranno in prima fila nel promuovere il golpe. Braccio destro di Borghese è Remo Orlandini, facoltoso imprenditore edile romano, mentre Attilio Lercari, altro uomo di punta del principe, è amministratore delegato di una società del gruppo Piaggio, all’epoca tra i primissimi gruppi industriali del paese.
La rete dei golpisti si estende su gran parte del territorio nazionale, anche al Sud, dove Borghese si è assicurato il sostegno della mafia siciliana. In più occasioni, le confessioni di alcuni tra i più importanti padrini di Cosa nostra, Buscetta, Liggio e Calderone, ricostruiranno il ruolo della mafia nel progettato golpe Borghese. Un rapporto convergente, quello delle cosche con i congiurati del Fronte Nazionale; i primi puntano ad ottenere la revisione dei processi, mentre Borghese, memore dello sbarco alleato in Sicilia, sa quanto sia importante il sostegno della mafia. Inoltre, il Fronte Nazionale punta ad ottenere il benestare dell’amministrazione Nixon. Remo Orlandini si dice certo che il pronunciamento militare ha il sostegno di Washington e che il presidente americano, tramite l’intermediario Hugh Fenwick ha accolto “quasi tutte” le richieste di Borghese (6).


IL GOLPE DELL’IMMACOLATA

Dopo un lungo lavoro di preparazione, per Borghese e i suoi accoliti arriva finalmente il giorno della verità. Il piano dei congiurati prevede la concentrazione a Roma e in altre città di gruppi armati, pronti a intervenire su diversi obiettivi di alta importanza strategica: occupazione di ministeri, arresto di oppositori, controllo degli impianti telefonici e di radiocomunicazione. Quindi, lo stesso principe Borghese avrebbe letto in televisione un “proclama alla nazione”, cui sarebbe seguito l’intervento delle forze armate a suggello definitivo del colpo di Stato.
Nella notte dell’Immacolata si inizia concretamente a dare attuazione al piano golpista. In tutto il Paese ci sono gruppi pronti ad entrare in azione. Alcuni di essi ci entrano effettivamente, come ricostruirà dettagliatamente il senatore Pellegrino, presidente della commissione parlamentare sulle stragi. Una colonna di militi della guardia forestale, comandata dal Colonnello Luciano Berti, si muove da Cittaducale in provincia di Rieti dove era di stanza, e giunge fino a Roma attestandosi nei dintorni degli studi televisivi di Via Teulada. Attivisti di Avanguardia Nazionale, guidati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli interni e si impadroniscono di un notevole quantitativo di armi e di munizioni che vengono distribuite ai congiurati. Il Generale dell’aeronautica Casero e il Colonnello Lo Vecchio sono pronti ad occupare il Ministero della difesa. Gruppi numerosi di militanti di estrema destra si ritrovano in diverse parti della capitale ove attendono la distribuzione delle armi. Tra le persone radunate, in parte già in armi, vi sono, con compiti di comando, il Generale Ricci e il Tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci (che in seguito sarà prima deputato del MSI e poi latitante dopo la sparatoria di Sezze Romano dove nel 1976 viene ucciso dai fascisti un giovane militante della FGCI). Il Colonnello Amos Spiazzi muove con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con il preciso obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, all’epoca dei fatti una delle zone più “rosse” della penisola (7).


ARRIVA IL CONTRORDINE

Poi, nel corso della notte, il golpe già in fase di avanzata esecuzione viene repentinamente bloccato. L’alzamiento tanto agognato fallisce sul filo di lana. Il contrordine viene impartito dallo stesso Borghese ai suoi increduli sodali, e l’operazione Tora Tora viene sospesa.
Il variegato fronte politico-militare anticomunista assemblato dal principe nero è fermato. Tutti a casa, i gruppi armati vengono smobilitati, e ai congiurati viene comandato lo “sciogliete le righe”.
I motivi del dietrofront rimangono tuttora un mistero. Forse qualcosa è andato storto, inceppando la macchina organizzativa dei golpisti; forse una parte dello schieramento reazionario utilizza i golpisti ma non vuole andare fino in fondo, teme le reazioni interne e ha paura di non riuscire a padroneggiare la nuova situazione. Secondo alcuni, molto plausibilmente, una delle ragioni dell’insuccesso dei congiurati dell’Immacolata risiede nell’improvviso ritiro del sostegno americano, che di conseguenza ha determinato il disimpegno dei militari. Secondo un’altra ipotesi che poi sarà a più riprese formulata, il golpe venne incoraggiato e poi fermato proprio per neutralizzare i fautori della “soluzione greca”. In altre parole, “destabilizzare per stabilizzare”, far “tintinnar le sciabole” per meglio normalizzare, lanciare dei chiari messaggi a destra e a manca per rinfocolare la teoria degli opposti estremismi e per rinsaldare un assetto politico imperniato sul sistema di potere democristiano. Comunque sia, il golpe tentato da Borghese fu una cosa estremamente seria e pericolosa. Fu l’unico, tra i progettati piani eversivi atti a rovesciare le istituzioni repubblicane, a superare la fase teorica della semplice ideazione e giungere fin sulla soglia della piena realizzazione esecutiva.


LE REAZIONI A SINISTRA

Per alcuni mesi, l’opinione pubblica rimane all’oscuro del progettato e fallito golpe dicembrino. La notizia si diffonderà solo nel marzo del 1971, quando il giornale Paese Sera uscirà con uno scoop che divulgherà i dettagli del tentativo di Borghese. La rivelazione del quotidiano romano impressiona, suscitando a sinistra paura ed apprensione, ma anche una vigorosa reazione. Scattano le precauzioni e la vigilanza viene rafforzata. I militanti della sinistra percepiscono che le minacce non sono finite, e moltissimi di loro eviteranno per giorni di dormire nelle loro case. Le sedi sindacali vengono presidiate dagli operai, mentre un robusto cordone sanitario viene steso intorno alle sedi del PCI e delle altre forze della sinistra. Le mobilitazioni sono immediate e partecipate: cortei e presidi si tengono in tutte le principali città del Paese. Anche il sindacato – unitariamente – si mobilita e indice uno sciopero generale. E poi, L’ARCI Caccia – associazione di massa legata al PCI – promuove cortei pacifici nelle regioni dell’Italia centrale, che vedono però i suoi partecipanti sfilare con il fucile in spalla (8), come a dire: “non ci provate, questa volta siamo pronti, non ci sarà un’altra marcia su Roma”.


LE INTERPRETAZIONI E I PROCESSI

Non solo per la pubblicistica di destra, ma anche per una parte importante dell’opinione pubblica, il golpe Borghese è sempre stato considerato una farsa, una parodia mal recitata da uno sparuto gruppetto di avventurieri senza alcun spessore. Una burletta salace interpretata da nostalgici vecchietti, ridotti a fantasmi del passato, senza seguito né progettualità e respiro politico. Insomma, una cosa da ridere. Un golpe da operetta, come da più parti si è sostenuto.
Junio Valerio Borghese come Giuseppe Tritoni, il macchiettistico ex ufficiale interpretato da Ugo Tognazzi e portato sugli schermi da Monicelli nel film “Vogliamo i colonnelli”. Una valutazione minimizzante che sarà fatta propria anche dalla sfera giudiziaria: tutti gli imputati verranno assolti. La Corte d’assise d’appello motiverà il proscioglimento affermando: “che i clamorosi eventi della notte in argomento si sono concentrati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni…”, “e nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica…”.
Anche in questo caso, così come nelle altre vicende inerenti alle stragi e alla strategia della tensione, avrà una sua importanza decisiva la rete collusiva dei rapporti tra gli eversori e i pubblici funzionari dello Stato.




Note:

(1) Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro - Rizzoli 2008 p. 142

(2) Sergio Zavoli, La notte della repubblica - Mondatori 1995. p. 131

(3) Saverio Ferrari, Da Salò ad Arcore - L’Unità 2006 p. 53

(4) Federico Sinicato, Atti del convegno 1969/2009 - Punto Rosso p. 43

(5) Camillo Arcuri, Colpo di Stato – Rizzoli 2007

(6) Franco Ferraresi, Minacce alla democrazia - Feltrinelli 1995 p. 225

(7) Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi - reperibile in rete

(8) Aldo Giannuli - opera citata p. 143
Piero Nobili